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	<title>platone Archivi - Einaudi Blog</title>
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	<title>platone Archivi - Einaudi Blog</title>
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		<title>Pensiero lento \ Pensiero veloce</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Elio Cappuccio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 20 Feb 2022 22:07:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Nella Settima lettera, ricordando le vicende vissute nel corso del terzo viaggio a Siracusa, Platone scrive che le sue perplessità, riguardo al ritorno in Sicilia,  furono vinte  dalla speranza di poter orientare Dionisio II verso la filosofia. Decise così di partire, pur mantenendo le sue riserve riguardo all’autenticità degli  interessi filosofici di Dionisio. Sin dai [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Nella <em>Settima lettera</em>, ricordando le vicende vissute nel corso del terzo viaggio a Siracusa, Platone scrive che le sue perplessità, riguardo al ritorno in Sicilia,  furono vinte  dalla speranza di poter orientare Dionisio II verso la filosofia. Decise così di partire, pur mantenendo le sue riserve riguardo all’autenticità degli  interessi filosofici di Dionisio. Sin dai primi incontri, cercò quindi di mettere  alla prova il tiranno, per verificare la fondatezza delle sue motivazioni.</p>
<p>A uomini come Dionisio, scrive Platone, era necessario mostrare, innanzi tutto, la fatica che implica lo studio della filosofia. Quanti  “hanno una verniciatura esteriore di opinioni, come quelli che hanno il corpo abbronzato al sole”, scrive ancora Platone, non riescono infatti a sottoporsi alla disciplina necessaria per acquisire un sapere e uno stile di vita coerente con la ricerca della verità. Era questo il caso di Dionisio, il quale riteneva di possedere già i capisaldi della filosofia platonica. Tutto ciò dimostrava in modo evidente la sua presunzione, dal momento che Platone  stesso aveva scelto di non scrivere nulla riguardo a quei principi fondamentali del suo pensiero, che il tiranno sosteneva di possedere.</p>
<p>Nel voler mettere in luce le sue velleità teoretiche, Dionisio dava prova, in realtà, di una conoscenza approssimativa, dimostrando di ignorare che la  lentezza con cui si acquisisce il sapere non è un limite, ma un tratto essenziale della filosofia stessa. Si comportava, utilizzando i suoi superficiali appunti, allo stesso modo di  chi, oggi, come l’<em>Homo videns</em>  di Giovanni Sartori, dovendo incontrare un filosofo o uno scienziato, pensasse di poter dialogare alla pari con lui, dopo aver  sbirciato qualche <em>slide</em> o delle pagine di wikipedia.</p>
<p>Nel timore che la scrittura potesse produrre una conoscenza illusoria, Platone privilegiava la comunicazione orale. Pensava infatti, come leggiamo nel <em>Fedro</em>, che  un testo scritto “rotola  nelle mani di coloro che se ne intendono e così pure nelle mani di coloro ai quali non  importa nulla, e non sa a chi deve parlare e a  chi no. E se gli recano offesa e torto e lo oltraggiano, ha sempre bisogno dell’aiuto del padre, perché non è capace di difendersi  e di aiutarsi da solo”. Ecco perché Socrate dice di preferire il discorso  “scritto mediante la scienza, nell’anima di chi impara”. Questo, infatti, “è capace di difendersi da sé e sa con chi deve parlare e con chi deve tacere”. Un cattivo uso della scrittura rischia infatti, secondo Socrate e Platone, di produrre dei saccenti, persuasi che poche informazioni, attinte  frettolosamente da un testo, compreso in maniera sommaria, possano rendere sapienti.</p>
<p>I <em>logoi</em> dei sofisti, che si credono sapienti, sono finalizzati all’oratoria giudiziaria. Devono quindi  adeguarsi ai tempi  dei tribunali e al dominio della clessidra, a cui non può  sottostare  il cammino del pensiero,che, come ci dice Socrate nel <em>Teeteto</em>, ha bisogno di  pause e di  momenti di riflessione. Una lunga tradizione  ci ha insegnato che la <em>ruminatio</em>, intesa come acquisizione lenta del  sapere,  non è da intendersi come una dissipazione del tempo, ma come una esperienza che ci consente di cogliere il senso profondo della ricerca filosofica.</p>
<p>Nel ricordare il famoso detto di Bernardo di Chartres, secondo cui  noi siamo nani sulle spalle di giganti, il neuroscienziato Lamberto Maffei fa rilevare che la cultura, in tutte le sue declinazioni, si costruisce attraverso un rapporto con il passato, e procede proprio come una  scalata, spesso lenta e faticosa, sulle vette raggiunte da chi ci ha preceduto.</p>
<p>Il cervello, scrive Maffei, si struttura lentamente, e, se la tecnologia ha reso più veloci le comunicazioni  fra gli uomini, quelle fra i neuroni sono rimaste immutate. Le reazioni rapide agli stimoli esterni, connesse alla sopravvivenza, sono riconducibili alle origini dell’evoluzione e hanno un carattere per lo più automatico e inconscio. L’esigenza, sempre più diffusa, di ottenere, in tempi limitati, risultati tangibili,  conduce a trascurare la ricerca teorica, ma  proprio attraverso questa, che può apparire priva di uno scopo, si giunge spesso, lentamente, a risultati significativi sul piano tecnologico. La telegrafia senza fili di Guglielmo Marconi, frutto di intuizione e metodo sperimentale, prese spunto, ad esempio, dagli studi puramente teorici di Hertz  e di Maxwell sulle onde elettromagnetiche.</p>
<p>Il pensiero rapido può anche assumere la forma dell’intuizione, ma il lavoro di selezione delle intuizioni comporta una necessaria connessione con il pensiero lento, perché “l’intuizione, senza la verifica sperimentale o logico-razionale operata dal pensiero lento, resta sogno […]. D’altronde è pure vero &#8211; commenta Maffei &#8211; che il pensiero lento senza l’innesco dell’intuizione diventa pigro e spesso non produttivo”.</p>
<p>Se si considera che le funzioni dell’emisfero sinistro, in cui si elabora pensiero lento, rappresentano una fase più recente dell’evoluzione, si deve prendere atto che la tecnologia digitale, richiedendo risposte veloci, tende a privilegiare gli aspetti più arcaici dell’emisfero destro.  Ci troviamo così dinnanzi alla condizione paradossale in cui, commenta Maffei, la globalizzazione, ultimo traguardo della civiltà, rischia di produrre un’involuzione cerebrale, sviluppando gli automatismi dell’emisfero destro e inibendo le funzioni logiche e riflessive dell’emisfero sinistro. Potrebbe allora  prevalere la legge ancestrale del più forte, su cui si fondava lo stato di natura, che, nel corso dell’evoluzione, la morale e il diritto hanno contribuito a regolare.</p>
<p>Tutto ciò non può non avere conseguenze sul piano politico. Già nel 1930, José Ortega y Gasset aveva colto, nella <em>Ribellione delle masse</em>, il primato dell’ ”azione diretta” sull’ “azione indiretta”.  Si sopprimeva in tal modo, scriveva, “ogni azione intermedia fra il nostro proposito e la sua imposizione”, legittimando quella che chiamava la “Charta Magna della barbarie”, nella quale si sarebbero riconosciuti i regimi totalitari del secolo scorso. Nei momenti di crisi che stiamo attraversando, il cesarismo populistico, ma anche l’efficientismo tecnocratico, adottano declinazioni diverse di “azione diretta”, rappresentando una minaccia per le democrazie. Le soluzioni che propongono,  possono  apparire vincenti nell’immediato, ma corrodono sicuramente le basi dello stato di diritto e le sue procedure.</p>
<p>Alla bulimia dei consumi, alimentata dal pensiero veloce  e dalla gratificazione immediata, si è associata, commenta Maffei,  “una grave anoressia delle idee e purtroppo anche dei comportamenti una volta ritenuti morali”. Il pensiero rapido, privo di memoria storica, assolutizza il presente e distoglie da un atteggiamento critico. Ne deriva un approccio utilitaristico con le persone e con l’ambiente circostante, che reifica tutto ciò che incontra.</p>
<p>Il linguaggio frammentario e veloce degli sms o dei twitter, introdotto dai nuovi media, non può  che essere superficiale, nella sua immediatezza. Se riesce a  comunicare un messaggio semplice, risulta del tutto inadeguato e fuorviante qualora pretenda di affrontare questioni più articolate. Quando infatti si affida a questi strumenti il compito di esprimere concetti complessi, l’immediatezza delle emozioni prevale sui giudizi ponderati. Il fatto che ciò accada sempre più spesso, produce  l’impoverimento e, talora, l’imbarbarimento del discorso pubblico. I messaggi brevi dei leader, che stimolano le numerose risposte emotive dei simpatizzanti o degli avversari, danno l’illusione che  tutti possano essere coinvolti nell’agire politico, ma proprio l’uso acritico dei media  sfocia in una progressiva rarefazione dello  spazio pubblico di confronto.</p>
<p>Nella seconda delle sue <em>Lezioni americane</em>, Italo Calvino scriveva  che fu probabilmente Galilei a usare, per la prima volta, la metafora del cavallo per esprimere la velocità della mente, sostenendo che “il discorrere è come il correre”.  La velocità, prosegue Calvino, è rappresentata, nel <em>Dialogo sopra i massimi sistemi</em>, da Sagredo : Se Sagredo segue l’immaginazione ed è portato a “trarre conseguenze non dimostrate e a spingere ogni idea alle estreme conseguenze”, Salviati procede in modo prudente e rigoroso. Salviati e Sagredo rappresentano, per Calvino, due diversi aspetti del temperamento di Galilei. Sarà però Salviati a definire “la scala dei valori in cui Galilei situa la velocità mentale”, in quanto, il pensiero  senza <em>passaggi </em>, è prerogativa della mente divina, non del pensiero umano.</p>
<p>L’immediatezza ignora quel che, con Hegel, potremmo definire <em>la fatica del concetto</em>, grazie alla quale possiamo acquisire “pensieri  veri e penetrazione scientifica”.  Lo sapeva bene  Wittgenstein, il quale, socraticamente, con uno stile che anche Galilei avrebbe condiviso, scriveva che “nella corsa della filosofia vince chi sa correre più lentamente. Oppure : chi raggiunge il traguardo per ultimo”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Testi citati</p>
<p>Platone, <em>Lettera</em>  <em>VII</em>,  trad. it. in Platone, <em>Tutti</em> <em>gli scritti</em>, Rusconi, Milano,1991.</p>
<p>Id.  <em>Fedro</em>, trad. it. in op. cit.</p>
<p>Id. <em>Teeteto</em>,  trad. it. in op. cit.</p>
<p>Maffei, <em>Elogio della lentezza</em>, il Mulino, Bologna, 2014.</p>
<p>Maffei, <em>Elogio della ribellione</em>,il Mulino, Bologna, 2016.</p>
<p>Ortega y Gasset, <em>La ribellione delle masse</em>, trad. it. in Id., <em>Scritti politici</em>, UTET, Torino, 1979.</p>
<p>Calvino, <em>Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio</em>, Mondadori, Milano, 1993.</p>
<p>W. F. Hegel, <em>Fenomenologia dello Spirito</em>, trad. it. La Nuova Italia Editrice, Firenze 1933, 2 voll., vol. I.</p>
<p>Wittgenstein, <em>Pensieri diversi</em>, trad. it., Adelphi, Milano, 1988.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Elio Cappuccio" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2022/10/elio-cappuccio.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/elio-cappuccio/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Elio Cappuccio</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>È presidente del Collegio Siciliano di Filosofia. Insegna Storia della filosofia moderna e contemporanea presso l’Istituto superiore di scienze religiose San Metodio. Già vice direttore della Rivista d’arte contemporanea Tema Celeste, è autore di articoli e saggi critici in volumi monografici pubblicati da Skira e da Rizzoli NY. Collabora con il quotidiano Domani e con il Blog della Fondazione Luigi Einaudi.</p>
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		<title>La fragilità della democrazia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Elio Cappuccio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Aug 2021 12:22:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il primato del governo delle leggi sul governo degli uomini è un tema che ha attraversato, dall’antichità ai giorni nostri, tutta la storia del pensiero politico. Platone scriveva, nelle Leggi, che le città decadono se il Nomos è calpestato, mentre sono ben amministrate “quando la legge prevale sui magistrati e i magistrati ad essa si [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il primato del governo delle leggi sul governo degli uomini è un tema che ha attraversato, dall’antichità ai giorni nostri, tutta la storia del pensiero politico. Platone scriveva, nelle <em>Leggi</em>, che le città decadono se il <em>Nomos</em> è calpestato, mentre sono ben amministrate “quando la legge prevale sui magistrati e i magistrati ad essa si sottomettono”.</p>
<p>Aristotele si chiedeva, nella <em>Politica</em>, se fosse più utile essere governati dal migliore fra gli uomini o da leggi migliori. A quanti sostenevano che le leggi possono solo dare delle prescrizioni generali, ma non possono prevedere i singoli casi, replicava che i governanti devono essere guidati da principi universali, lontani da motivazioni particolaristiche, perché la legge “è ragione senza passione”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’influenza del pensiero classico fu determinante nella formazione del costituzionalismo moderno, e il <em>Rule of Law</em> ereditò dalla Grecia il concetto di<em> Nomos Basileus</em>. Entro questo orizzonte etico-politico si colloca la riflessione di John Locke, per il quale “la monarchia assoluta, che da alcuni è considerata l’unico governo al mondo, è incompatibile con la società civile”. Lo Stato, infatti, non può governare con decreti arbitrari senza divenire tirannide, perché “come l’usurpazione è l’esercizio di un potere a cui un altro ha diritto, così la tirannide è l’esercizio del potere oltre il diritto, a cui nessuno può aver diritto”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La separazione dei poteri costituisce allora la condizione essenziale perché una comunità limiti la sovranità, rendendo possibile ai singoli l’esercizio della libertà individuale e politica. La privazione di questa libertà autorizza dunque i cittadini a ribellarsi contro la tirannide. Là dove la legge finisce -scrive Locke- comincia infatti la tirannide, ”e chiunque nell’autorità ecceda il potere conferitogli dalla legge e fa uso della forza che ha al proprio comando per compiere nei riguardi dei sudditi ciò che la legge non permette, cessa in ciò d’esser magistrato e, in quanto delibera senza autorità, ci si può opporre a lui come ci si oppone a un altro qualsiasi che con la forza viola il diritto altrui”.</p>
<p>In uno Stato, dunque, la forza deve essere esercitata sempre secondo il diritto. Tenendo conto della distanza cronologica e teorica che separa Locke da Weber, possiamo vedere come la questione del rapporto fra diritto e forza rappresenti un elemento costante nel corso del tempo.</p>
<p>In un suo celebre scritto, Max Weber evidenziava come il concetto stesso di Stato si fondasse, in qualche modo, sulla forza. Se vi fossero soltanto organismi sociali in cui fosse ignota la forza come mezzo, scriveva, “il concetto di Stato sarebbe scomparso e al suo posto sarebbe subentrato ciò che, in questo senso particolare della parola, potrebbe chiamarsi anarchia “.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Lo Stato è quella comunità umana che, nei limiti di un determinato territorio, scrive Weber, “esige per sé (con successo) il <em>monopolio della forza fisica legittima</em>”. Come ha commentato Norberto Bobbio, lo Stato può anche rinunciare al monopolio del potere ideologico o del potere economico, ma non può rinunciare al monopolio della forza “senza cessare di essere uno Stato”. Uno Stato di diritto tradirebbe i suoi presupposti nel momento in cui la forza non non fosse posta al servizio dei principi costituzionali.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’idea di democrazia, scriveva Hans Kelsen, implica l’assenza di capi, pur nella consapevolezza, che “l’ideale di libertà della democrazia, l’assenza di dominio e, con ciò, di capi, è irrealizzabile anche approssimativamente. La realtà sociale, infatti, è il dominio, l’esistenza di capi”. Ciò che caratterizza però la selezione di queste figure, nelle democrazie, risiede nel fatto “che la funzione specifica dei capi che escono dalla massa viene limitata alla esecuzione delle leggi”. Nelle democrazie, infatti, “la direzione esercitata dai capi non rappresenta un valore assoluto, ma un valore del tutto relativo”, dal momento che il capo è tale soltanto per un tempo determinato, essendo, per il resto, uguale agli altri e soggetto alla critica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Le spinte demagogiche, sempre presenti nella prassi democratica, possono sconvolgerne i fragili meccanismi procedurali, se è vero, come scriveva Maria Zambrano, che i regimi totalitari, coltivando il consenso, “hanno negato e insieme affermato, demagogicamente, la democrazia”. Zambrano riprendeva, in queste considerazioni, le tesi del suo maestro, José Ortega y Gasset, secondo cui, nei primi decenni del Novecento, a una convivenza regolata dall’ “azione indiretta”, si stava sostituendo l’ “azione diretta”, che “sopprime ogni azione intermediaria fra il nostro proposito e la sua imposizione” . Ortega definiva tutto ciò come “la <em>Charta Magna</em> della barbarie”. La società di massa aveva infatti condotto al tramonto dei vecchi partiti liberali, e al prevalere di movimenti che, alla “lentezza” delle procedure, preferivano il decisionismo dell’ “azione diretta”. Nella <em>Ribellione delle masse</em>, descritta da Ortega, i totalitarismi trovarono il loro terreno di coltura.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In modi e forme diverse, le istituzioni liberaldemocratiche si dimostrano oggi incapaci di rispondere alle esigenze dei cittadini. I parlamenti, per altro verso, con il prevalere degli organismi sovranazionali, come la Banca Centrale Europea o il Fondo Monetario Internazionale, non costituiscono, il più delle volte, il luogo della decisione politica. L’erosione della sovranità ha portato con sé una progressiva delegittimazioni del ruolo dei partiti nella formazione dell’opinione pubblica. I nuovi <em>leader</em> tendono così a cercare conferme nei sondaggi quotidiani, adeguandosi all’orientamento mutevole dei potenziali elettori, le cui risposte sono frequentemente più emotive che razionali. In molti, troppi casi, sulla “ragione senza passione”, che per Aristotele, definiva il <em>Nomos</em>, sono proprio le passioni senza ragione a prevalere.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In ciò Ralf Dahrendorf rilevava i limiti di questa nuova forma di<em> leaderschip</em>, “che deve e vuole agire al di fuori del Parlamento”, rivolgendosi direttamente al popolo senza la mediazione di corpi intermedi.  A queste espressioni di populismo corrisponde un modello di partito che, secondo Colin Crouch, tende a essere formato “da una <em>èlite</em> interna che si autoriproduce, lontana dalla sua base di movimento di massa”, ma vicina a grandi aziende, che in cambio di favori futuri finanzieranno sondaggi d’opinione e consulenze esterne. Ci si trova così dinnanzi ad un agire politico in cui prevalgono modalità di comunicazione e di ricerca del consenso che rinviano al <em>marketing </em>piuttosto che al confronto fra programmi. Il populismo favorisce così strategie funzionali a quei gruppi egemoni che, a parole, dice di combattere. La mutazione oligarchica e la mutazione populista, ha scritto di recente Nadia Urbinati, costituiscono minacce opposte ma analoghe, perché, in entrambi i casi, è il principio dell’imparzialità ad essere messo in discussione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In questo clima si colloca la crisi della democrazia rappresentativa, di cui stiamo facendo esperienza. Il disinteresse verso le consuete forme di partecipazione si lega a una sfiducia, spesso palesemente ostentata, verso le istituzioni. Questo diffuso sentire alimenta, in molti casi, il richiamo verso espressioni di leaderismo autoritario, ritenuto adatto a risolvere questioni rispetto alle quali i metodi delle procedure democratiche appaiono inadeguati. Il rischio di transitare da una democrazia liberale a regimi tecnocratici e\o populisti, legittimati da un voto popolare, è sempre dietro l’angolo. La storia del ‘900 dovrebbe ricordarcelo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Testi citati</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Platone, <em>Leggi, </em>trad. it. in Id., <em>Tutti gli scritti</em>, Rusconi, Milano, 1991.</p>
<p>Aristotele, <em>Politica</em>, trad. it. in Id., <em>Opere</em>, 4 voll., vol. IV, Laterza, Bari, 1973.</p>
<p>Locke, <em>Due trattati sul governo</em>, II, trad. it. in Id., <em>Due trattati sul governo e altri scritti politici</em>, UTET, Torino, 1982.</p>
<p>Weber, <em>La politica come professione</em>, trad. it. in Id., <em>Il lavoro intellettuale come professione</em>, Einaudi, Torino, 1973.</p>
<p>Bobbio, <em>La teoria dello Stato e del potere</em>, in Id., <em>Teoria generale della politica</em>, Einaudi, Torino, 1999.</p>
<p>Kelsen, <em>Essenza e valore della democrazia</em>, trad. it. in Id., <em>La democrazia</em>, Il Mulino, Bologna, 1984.</p>
<p>Zambrano,<em> La democrazia</em>, trad. it., in <em>Aut-Aut</em>, n. 279\1997.</p>
<p>Ortega y Gasset, <em>La ribellione delle masse</em>, trad. it. in Id., <em>Scritti politici</em>, UTET, Torino, 1979.</p>
<p>Dahrendorf, <em>Dopo la democrazia. Intervista a cura di A. Polito</em>, Laterza, Roma-Bari, 2001.</p>
<p>Crouch, <em>Postdemocrazia</em>, trad. it., Laterza, Roma-Bari, 2005.</p>
<p>Urbinati, <em>Io, il popolo</em>, il Mulino, Bologna, 2020.</p>
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