La fragilità della democrazia

Il primato del governo delle leggi sul governo degli uomini è un tema che ha attraversato, dall’antichità ai giorni nostri, tutta la storia del pensiero politico. Platone scriveva, nelle Leggi, che le città decadono se il Nomos è calpestato, mentre sono ben amministrate “quando la legge prevale sui magistrati e i magistrati ad essa si sottomettono”.

Aristotele si chiedeva, nella Politica, se fosse più utile essere governati dal migliore fra gli uomini o da leggi migliori. A quanti sostenevano che le leggi possono solo dare delle prescrizioni generali, ma non possono prevedere i singoli casi, replicava che i governanti devono essere guidati da principi universali, lontani da motivazioni particolaristiche, perché la legge “è ragione senza passione”.

 

L’influenza del pensiero classico fu determinante nella formazione del costituzionalismo moderno, e il Rule of Law ereditò dalla Grecia il concetto di Nomos Basileus. Entro questo orizzonte etico-politico si colloca la riflessione di John Locke, per il quale “la monarchia assoluta, che da alcuni è considerata l’unico governo al mondo, è incompatibile con la società civile”. Lo Stato, infatti, non può governare con decreti arbitrari senza divenire tirannide, perché “come l’usurpazione è l’esercizio di un potere a cui un altro ha diritto, così la tirannide è l’esercizio del potere oltre il diritto, a cui nessuno può aver diritto”.

 

La separazione dei poteri costituisce allora la condizione essenziale perché una comunità limiti la sovranità, rendendo possibile ai singoli l’esercizio della libertà individuale e politica. La privazione di questa libertà autorizza dunque i cittadini a ribellarsi contro la tirannide. Là dove la legge finisce -scrive Locke- comincia infatti la tirannide, ”e chiunque nell’autorità ecceda il potere conferitogli dalla legge e fa uso della forza che ha al proprio comando per compiere nei riguardi dei sudditi ciò che la legge non permette, cessa in ciò d’esser magistrato e, in quanto delibera senza autorità, ci si può opporre a lui come ci si oppone a un altro qualsiasi che con la forza viola il diritto altrui”.

In uno Stato, dunque, la forza deve essere esercitata sempre secondo il diritto. Tenendo conto della distanza cronologica e teorica che separa Locke da Weber, possiamo vedere come la questione del rapporto fra diritto e forza rappresenti un elemento costante nel corso del tempo.

In un suo celebre scritto, Max Weber evidenziava come il concetto stesso di Stato si fondasse, in qualche modo, sulla forza. Se vi fossero soltanto organismi sociali in cui fosse ignota la forza come mezzo, scriveva, “il concetto di Stato sarebbe scomparso e al suo posto sarebbe subentrato ciò che, in questo senso particolare della parola, potrebbe chiamarsi anarchia “.

 

Lo Stato è quella comunità umana che, nei limiti di un determinato territorio, scrive Weber, “esige per sé (con successo) il monopolio della forza fisica legittima”. Come ha commentato Norberto Bobbio, lo Stato può anche rinunciare al monopolio del potere ideologico o del potere economico, ma non può rinunciare al monopolio della forza “senza cessare di essere uno Stato”. Uno Stato di diritto tradirebbe i suoi presupposti nel momento in cui la forza non non fosse posta al servizio dei principi costituzionali.

 

L’idea di democrazia, scriveva Hans Kelsen, implica l’assenza di capi, pur nella consapevolezza, che “l’ideale di libertà della democrazia, l’assenza di dominio e, con ciò, di capi, è irrealizzabile anche approssimativamente. La realtà sociale, infatti, è il dominio, l’esistenza di capi”. Ciò che caratterizza però la selezione di queste figure, nelle democrazie, risiede nel fatto “che la funzione specifica dei capi che escono dalla massa viene limitata alla esecuzione delle leggi”. Nelle democrazie, infatti, “la direzione esercitata dai capi non rappresenta un valore assoluto, ma un valore del tutto relativo”, dal momento che il capo è tale soltanto per un tempo determinato, essendo, per il resto, uguale agli altri e soggetto alla critica.

 

Le spinte demagogiche, sempre presenti nella prassi democratica, possono sconvolgerne i fragili meccanismi procedurali, se è vero, come scriveva Maria Zambrano, che i regimi totalitari, coltivando il consenso, “hanno negato e insieme affermato, demagogicamente, la democrazia”. Zambrano riprendeva, in queste considerazioni, le tesi del suo maestro, José Ortega y Gasset, secondo cui, nei primi decenni del Novecento, a una convivenza regolata dall’ “azione indiretta”, si stava sostituendo l’ “azione diretta”, che “sopprime ogni azione intermediaria fra il nostro proposito e la sua imposizione” . Ortega definiva tutto ciò come “la Charta Magna della barbarie”. La società di massa aveva infatti condotto al tramonto dei vecchi partiti liberali, e al prevalere di movimenti che, alla “lentezza” delle procedure, preferivano il decisionismo dell’ “azione diretta”. Nella Ribellione delle masse, descritta da Ortega, i totalitarismi trovarono il loro terreno di coltura.

 

In modi e forme diverse, le istituzioni liberaldemocratiche si dimostrano oggi incapaci di rispondere alle esigenze dei cittadini. I parlamenti, per altro verso, con il prevalere degli organismi sovranazionali, come la Banca Centrale Europea o il Fondo Monetario Internazionale, non costituiscono, il più delle volte, il luogo della decisione politica. L’erosione della sovranità ha portato con sé una progressiva delegittimazioni del ruolo dei partiti nella formazione dell’opinione pubblica. I nuovi leader tendono così a cercare conferme nei sondaggi quotidiani, adeguandosi all’orientamento mutevole dei potenziali elettori, le cui risposte sono frequentemente più emotive che razionali. In molti, troppi casi, sulla “ragione senza passione”, che per Aristotele, definiva il Nomos, sono proprio le passioni senza ragione a prevalere.

 

In ciò Ralf Dahrendorf rilevava i limiti di questa nuova forma di leaderschip, “che deve e vuole agire al di fuori del Parlamento”, rivolgendosi direttamente al popolo senza la mediazione di corpi intermedi.  A queste espressioni di populismo corrisponde un modello di partito che, secondo Colin Crouch, tende a essere formato “da una èlite interna che si autoriproduce, lontana dalla sua base di movimento di massa”, ma vicina a grandi aziende, che in cambio di favori futuri finanzieranno sondaggi d’opinione e consulenze esterne. Ci si trova così dinnanzi ad un agire politico in cui prevalgono modalità di comunicazione e di ricerca del consenso che rinviano al marketing piuttosto che al confronto fra programmi. Il populismo favorisce così strategie funzionali a quei gruppi egemoni che, a parole, dice di combattere. La mutazione oligarchica e la mutazione populista, ha scritto di recente Nadia Urbinati, costituiscono minacce opposte ma analoghe, perché, in entrambi i casi, è il principio dell’imparzialità ad essere messo in discussione.

 

In questo clima si colloca la crisi della democrazia rappresentativa, di cui stiamo facendo esperienza. Il disinteresse verso le consuete forme di partecipazione si lega a una sfiducia, spesso palesemente ostentata, verso le istituzioni. Questo diffuso sentire alimenta, in molti casi, il richiamo verso espressioni di leaderismo autoritario, ritenuto adatto a risolvere questioni rispetto alle quali i metodi delle procedure democratiche appaiono inadeguati. Il rischio di transitare da una democrazia liberale a regimi tecnocratici e\o populisti, legittimati da un voto popolare, è sempre dietro l’angolo. La storia del ‘900 dovrebbe ricordarcelo.

 

 

Testi citati

 

Platone, Leggi, trad. it. in Id., Tutti gli scritti, Rusconi, Milano, 1991.

Aristotele, Politica, trad. it. in Id., Opere, 4 voll., vol. IV, Laterza, Bari, 1973.

Locke, Due trattati sul governo, II, trad. it. in Id., Due trattati sul governo e altri scritti politici, UTET, Torino, 1982.

Weber, La politica come professione, trad. it. in Id., Il lavoro intellettuale come professione, Einaudi, Torino, 1973.

Bobbio, La teoria dello Stato e del potere, in Id., Teoria generale della politica, Einaudi, Torino, 1999.

Kelsen, Essenza e valore della democrazia, trad. it. in Id., La democrazia, Il Mulino, Bologna, 1984.

Zambrano, La democrazia, trad. it., in Aut-Aut, n. 279\1997.

Ortega y Gasset, La ribellione delle masse, trad. it. in Id., Scritti politici, UTET, Torino, 1979.

Dahrendorf, Dopo la democrazia. Intervista a cura di A. Polito, Laterza, Roma-Bari, 2001.

Crouch, Postdemocrazia, trad. it., Laterza, Roma-Bari, 2005.

Urbinati, Io, il popolo, il Mulino, Bologna, 2020.

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