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	<title>turchia Archivi - Einaudi Blog</title>
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	<description>Il blog della Fondazione Luigi Einaudi</description>
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	<title>turchia Archivi - Einaudi Blog</title>
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		<title>La mediazione turca in Ucraina</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maddalena Pezzotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 May 2022 16:26:36 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Da tempo, la Turchia nutre l’ambizione di affermarsi come un potere globale indipendente e ha identificato un’opportunità nella mediazione per il superamento del conflitto armato fra la Russia, gli Stati Uniti, e i paesi allineati con questi ultimi, che sta avendo luogo in Ucraina. La retorica, costruita a misura dell’opinione pubblica americana e i membri del congresso, secondo la quale sarebbe un baluardo per frenare Mosca, non risponde a verità. Ankara non ha alcuna intenzione di assumere le funzioni di sentinella del fianco sud orientale dell’alleanza atlantica e, a differenza di quanto avvenuto nel corso della guerra fredda del secolo passato, coltiva un’agenda autonoma.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questa intenzione prende le mosse dalla concezione del presidente Recep Tayyip Erdoğan e il suo partito del diritto sovrano della Turchia a difendersi da minacce, come il separatismo curdo sul territorio nazionale e in Siria, e perseguire interessi strategici, seppure in contrasto con i propri supposti principali alleati, Stati Uniti e Unione Europea (UE), nei confronti dei quali, peraltro, si è venuto accumulando un risentimento che ne ha inasprito i rapporti. La miscela di aspirazioni e frustrazioni, maturata negli anni, fra cui la fallita annessione all’UE, ha implicato un accostamento a Vladimir Putin, malgrado un percorso accidentato, riguardo a Siria, Libia, e Nagorno-Karabakh. L’intervento della Russia in Siria aveva, infatti, introdotto tensioni fra i due paesi. Nel novembre del 2015, la Turchia aveva abbattuto un caccia russo e l’episodio palesò il fantasma del primo confronto della storia tra un membro della Nato e il Cremlino. Si diede una riconciliazione, nel 2016, in seguito al deterioramento del vincolo fra la Turchia e gli Stati Uniti per il loro appoggio alle milizie curde.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Mosca fu, inoltre, la capitale straniera che Erdoğan visitò, in cerca di sostegno politico, all’indomani del fallito colpo di stato, contro il suo governo. In quell’occasione, si scusò per l’incidente e offrì compensazione alla famiglia del pilota che aveva perso la vita. La collaborazione che ne seguì condusse all’espansione degli scambi bilaterali e, nel 2017, all’acquisto, per 2.5 miliardi di dollari, dei missili terra-aria S-400, costato sanzioni da parte degli Stati Uniti, ricatti di espulsione dall’Organizzazione del Trattato dell&#8217;Atlantico del Nord (Nato, per la sigla in inglese) &#8211; eventualità peraltro non prevista dallo statuto -, e un questionamento generalizzato in merito al suo orientamento negli affari esteri. Se nel 1952, dopo aver combattuto al fianco degli americani nella guerra di Corea, la Turchia si era unita alla Nato, per paura di interferenze del Cremlino nella gestione delle vie strategiche di comunicazione del Bosforo e dei Dardanelli, la prospettiva di sistemi russi integrati alla struttura di difesa della Nato venne percepita come un voltafaccia e una pesante sfida.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Solo qualche mese fa, Erdoğan era isolato sul piano internazionale. Negli ultimi due anni, aveva sfidato Cipro e la Grecia, ricattato l’Europa sui flussi dei rifugiati siriani, ed era entrato in collisione con la Francia sulla Libia. In Medio Oriente, aveva mantenuto relazioni difficili, persino ostili, con Arabia Saudita, Egitto e Israele, al punto da suscitare inedite coalizioni per tenerle testa. Nel 2021, nel mezzo del crollo monetario e un serio disagio sociale, il presidente annaspava per riparare i danni di un atteggiamento inutilmente aggressivo. Malgrado tutto, la Turchia ha sempre tratto beneficio da una Washington incline a soprassederne gli eccessi, in base a valutazioni geopolitiche. Joe Biden l’aveva per lo più ignorata, con qualche punta di occasionale criticismo, ma la crisi ucraina le ha offerto un trampolino per il rilancio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Come ci ha abituati Erdoğan, si sono manifestati segni opposti. Da un lato, il riconoscimento dell’indipendenza di Kiev, e la chiusura dello stretto del Bosforo, erano stati la prova tangibile del fatto che la Turchia restasse un componente fondamentale della sicurezza occidentale. Una compagnia privata, di proprietà del figlio, nel 2019, aveva cominciato a vendere all’Ucraina i droni d’attacco, Bayraktar TB2, di fabbricazione turca, i più economici tra quelli disponibili sul mercato, la cui efficacia ha sorpreso gli analisti militari. Dall’altro lato, non sono state imposte sanzioni alla Russia e lo spazio aereo è rimasto aperto. Tuttavia, proprio l’ambivalenza di questa narrativa, non tutta pro Ucraina o anti Putin, offre margine alla possibilità di ritagliarsi un profilo. Sarà da vedere se riuscirà a replicare la scommessa vinta fra il 2005 e il 2011, quando sovrintese le negoziazioni fra Siria e Israele, dispiegò forze di <em>peacekeeping</em> in Libano, cercò di sbilanciare la presenza dell’Iran in Siria, e fece leva sul proprio peso economico per tessere buoni legami con i paesi della regione, con un ruolo costruttivo e senza generare timori negli alleati della Nato. Nel 2020, la Turchia ebbe anche una partecipazione negli accordi con i talebani in Afghanistan.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I critici hanno etichettato l’iniziativa alla stregua di una rincorsa di nazioni come Germania, Francia e Regno Unito, o il tentativo di estromettere dal panorama Israele, propostosi nella stessa veste, o di celare la propria reale attitudine, tenendo in conto che la Turchia ha bisogno del Cremlino per condurre operazioni militari in Siria, considerate vitali. Eppure sarebbe un errore ignorare ciò che Erdoğan è in grado di apportare al processo, ovvero la sua speciale interlocuzione con Putin. Pochi capi di stato, a eccezione di Benjamin Netanyahu, hanno trascorso con lui più tempo del presidente turco, e persino a fronte di profonde differenze hanno saputo concertare azioni complesse. Non solo ha una connessione positiva con Mosca e Kiev, ma può facilitare un canale sia con Washington sia con Bruxelles, un punto chiaro a Volodymyr Zelenskyy, il quale ha discusso le garanzie per l’Ucraina con Erdoğan prima della sua ultima visita a Mosca. Un avvicinamento era già avvenuto all’inizio dei combattimenti e un’importante riunione si è concretato ad Antalya. Il tavolo avviato a Istanbul, dopo l’insuccesso dell’esperimento in Bielorussia, ha senso da diversi punti di vista.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La Turchia si trova in una condizione unica e privilegiata: è rispettata per l’amministrazione delle infrastrutture geostrategiche nell’area del Mar Nero e l’esperienza acquisita in trattative delicate nel Caucaso e in Medio Oriente la rendono credibile come mediatrice. C’è molto in gioco per il paese rispetto al negoziato. In primo luogo, il miglioramento delle relazioni con l’Occidente che sembra ora aperto alla distensione. In secondo, l’eventualità di ricavarsi un posto di rilievo nella risoluzione di questioni nodali in altre zone di instabilità, fra cui Serbia, Bosnia e Herzegovina, e Afghanistan. Se la Turchia dovesse riuscire nell’intento, avrebbe un guadagno netto in <em>status</em>. Dopo la ronda di marzo, nonostante gli sforzi della Turchia, non è ancora stata identificata una data per un incontro fra Zelensky e Putin. Il ministro degli affari esteri turco, Mevlut Cavusoglu, ha dichiarato che alcune nazioni della Nato si stanno impegnando per prolungare il conflitto, invece di trovarne un’uscita, e che l’interesse apparentato per le sorti degli ucraini è solo cosmetico, quando in realtà si sta incrementando la violenza con il fine di debilitare la Russia nel lungo termine. Le recenti affermazioni pubbliche del segretario di stato americano, Antony Blinken, e del segretario della difesa, Lloyd Austin, nel merito, sembrerebbero confermare tale lettura.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Cavusoglu è dell’opinione che le sanzioni di Stati Uniti e Unione Europea non favoriscano il clima necessario al dialogo, sebbene la Turchia continuerà i contatti diplomatici su entrambi i fronti, definendo il proprio lavoro imprescindibile, visto l’irrigidirsi di determinate posizioni. La <em>first lady</em>, Emine Erdoğan, dal canto suo, ha rilasciato interviste sottolineando l’importanza del <em>soft power</em> per garantire una pace permanente e sostenibile nel mondo, così come il coinvolgimento attivo di paesi che non facciano parte del gruppo dei vincitori della seconda guerra mondiale, criticando la struttura del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e l’efficacia dell’organizzazione che, per ammissione dello stesso segretario generale, António Guterres, ha fallito nel prevenire lo scoppio delle ostilità. La Turchia pare procedere con determinazione e una certa libertà di pensiero, ma spesso ci ha sorpreso con cambi di scena imprevisti e decisioni temerarie. Passi quel che passi, il filo conduttore del suo azionare si snoderà all’interno del nazionalismo turco e la stabilità di Erdoğan.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Maddalena Pezzotti" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2022/06/maddalena-pezzotti.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/maddalena-pezzotti/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Maddalena Pezzotti</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Esperta internazionale in inclusione sociale, diversità culturale, equità e sviluppo, con un&#8217;ampia esperienza sul campo, in diverse aree geostrategiche, e in contesti di emergenza, conflitto e post-conflitto. In qualità di funzionaria senior delle Nazioni Unite, ha diretto interventi multidimensionali, fra gli altri, negli scenari del Chiapas, il Guatemala, il Kosovo e la Libia. Con l&#8217;incarico di manager alla Banca Interamericana di Sviluppo a Washington DC, ha gestito operazioni in ventisei stati membri, includendo realtà complesse come il Brasile, la Colombia e Haiti. Ha conseguito un Master in Business Administration (MBA) negli Stati Uniti, con specializzazione in knowledge management e knowledge for development. Senior Fellow dell&#8217;Università Nazionale Interculturale dell&#8217;Amazzonia in Perù, svolge attività di ricerca e docenza in teoria e politica della conoscenza, applicata allo sviluppo socioeconomico. Analista di politica estera per testate giornalistiche. Responsabile degli affari esteri ed europei dell&#8217;associazione di cultura politica Liberi Cittadini. Membro del comitato scientifico della Fondazione Einaudi, area relazioni internazionali. Ha impartito conferenze, e lezioni accademiche, in venti paesi del mondo, su migrazioni, protezione dei rifugiati, parità di genere, questioni etniche, diritti umani, pace, sviluppo, cooperazione, e buon governo. Autrice di libri e manuali pubblicati dall&#8217;Onu. Scrive il blog di geopolitica &#8220;Il Toro e la Bambina&#8221;.</p>
</div></div><div class="saboxplugin-web "><a href="http://www.iltoroelabambina.it/" target="_self" >www.iltoroelabambina.it/</a></div><div class="clearfix"></div><div class="saboxplugin-socials sabox-colored"><a title="Facebook" target="_self" href="https://facebook.com/www.iltoroelabambina.it/" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-color"><svg class="sab-facebook" viewBox="0 0 500 500.7" xml:space="preserve" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><rect class="st0" x="-.3" y=".3" width="500" height="500" fill="#3b5998" /><polygon class="st1" points="499.7 292.6 499.7 500.3 331.4 500.3 219.8 388.7 221.6 385.3 223.7 308.6 178.3 264.9 219.7 233.9 249.7 138.6 321.1 113.9" /><path class="st2" d="M219.8,388.7V264.9h-41.5v-49.2h41.5V177c0-42.1,25.7-65,63.3-65c18,0,33.5,1.4,38,1.9v44H295  c-20.4,0-24.4,9.7-24.4,24v33.9h46.1l-6.3,49.2h-39.8v123.8" /></svg></span></a><a title="Instagram" target="_self" href="https://www.instagram.com/iltoroelabambina/" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-color"><svg class="sab-instagram" viewBox="0 0 500 500.7" xml:space="preserve" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><rect class="st0" x=".7" y="-.2" width="500" height="500" fill="#405de6" /><polygon class="st1" points="500.7 300.6 500.7 499.8 302.3 499.8 143 339.3 143 192.3 152.2 165.3 167 151.2 200 143.3 270 138.3 350.5 150" /><path class="st2" d="m250.7 188.2c-34.1 0-61.6 27.5-61.6 61.6s27.5 61.6 61.6 61.6 61.6-27.5 61.6-61.6-27.5-61.6-61.6-61.6zm0 101.6c-22 0-40-17.9-40-40s17.9-40 40-40 40 17.9 40 40-17.9 40-40 40zm78.5-104.1c0 8-6.4 14.4-14.4 14.4s-14.4-6.4-14.4-14.4c0-7.9 6.4-14.4 14.4-14.4 7.9 0.1 14.4 6.5 14.4 14.4zm40.7 14.6c-0.9-19.2-5.3-36.3-19.4-50.3-14-14-31.1-18.4-50.3-19.4-19.8-1.1-79.2-1.1-99.1 0-19.2 0.9-36.2 5.3-50.3 19.3s-18.4 31.1-19.4 50.3c-1.1 19.8-1.1 79.2 0 99.1 0.9 19.2 5.3 36.3 19.4 50.3s31.1 18.4 50.3 19.4c19.8 1.1 79.2 1.1 99.1 0 19.2-0.9 36.3-5.3 50.3-19.4 14-14 18.4-31.1 19.4-50.3 1.2-19.8 1.2-79.2 0-99zm-25.6 120.3c-4.2 10.5-12.3 18.6-22.8 22.8-15.8 6.3-53.3 4.8-70.8 4.8s-55 1.4-70.8-4.8c-10.5-4.2-18.6-12.3-22.8-22.8-6.3-15.8-4.8-53.3-4.8-70.8s-1.4-55 4.8-70.8c4.2-10.5 12.3-18.6 22.8-22.8 15.8-6.3 53.3-4.8 70.8-4.8s55-1.4 70.8 4.8c10.5 4.2 18.6 12.3 22.8 22.8 6.3 15.8 4.8 53.3 4.8 70.8s1.5 55-4.8 70.8z" /></svg></span></a></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/la-mediazione-turca-in-ucraina/">La mediazione turca in Ucraina</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>Il ritorno dell&#8217;estremismo islamico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maddalena Pezzotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Dec 2021 08:49:20 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La lotta per il primato fra la teocrazia sciita iraniana e le monarchie sunnite del Golfo Persico, alla quale si è unita la Turchia, attraversa le guerre in corso nel Medio Oriente. Entrambe le parti hanno galvanizzato, e militarizzato, l&#8217;identità religiosa, per mobilitare masse e minoranze, secondo i casi, e aumentare la propria sfera di influenza. Le origini dello scisma rimontano agli albori dell&#8217;Islam e i due blocchi hanno sviluppato diverse interpretazioni delle scritture sacre e pratiche specifiche, sebbene siano due facce della stessa moneta e la posta sia sempre stata squisitamente politica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questo prolungato antagonismo ha aggravato disfunzionalità nel funzionamento degli stati, eroso capitali sociali costruiti a fatica e catalizzato estremismi consolidati e incipienti. L&#8217;intervento di Israele, al fianco delle potenze sunnite, ha complicato un teatro, in cui il programma nucleare iraniano occupa un ruolo chiave. La variabile può condurre Washington e Teheran su una rotta di collisione, con un effetto domino dal Mediterraneo orientale &#8211; Libano, Siria, Iraq, Palestina, Giordania e Libia &#8211; all&#8217;Afghanistan, e in assenza di un processo diplomatico che disinneschi le tensioni, non è azzardato ipotizzare una deriva. Basti pensare che Ebrahim Raisi, presidente dell&#8217;Iran, nel discorso all&#8217;Onu di settembre, ha decretato la fine della credibilità del sistema egemonico statunitense.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per di più, le cause che hanno determinato l&#8217;insorgenza di al-Qaeda e il sedicente stato islamico (Isis, per la sigla in inglese), e la sanguinosa stagione del terrorismo internazionale di stampo integralista che li ha accompagnati, non sono state rimosse e si è venuto diffondendo un sentimento di rivalsa. L&#8217;insediamento dei talebani a Kabul, e il caos che ne è derivato, sono un esempio concreto del rischio latente per lo stato di diritto e l&#8217;accesso a libertà essenziali. Gli sciiti Hazara sono stati vittime di una depurazione da istituzioni e amministrazione; espulsi da case e città, hanno visto i loro beni confiscati. Lo stato islamico Khorasan è, inoltre, autore di azioni dinamitarde a moschee sciite in Afghanistan.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il cambio di direzione negli affari esteri di Joe Biden, dettato dalle sfide generate dalla Cina in altri punti nevralgici dello scacchiere geopolitico, lascia un vuoto a beneficio di rivalità settarie che hanno dimostrato di saper proiettare minacce globali. Il disimpegno degli Stati Uniti si produce, peró, in un quadro in cui la Russia ha guadagnato spazio e prestigio, si è imposto un esecutivo dalla linea dura in Iran, e la galassia sunnita ha perso fiducia in Washington. Senza un rinnovato accordo con Teheran, gli Stati Uniti potrebbero, dunque, ritrovarsi di nuovo risucchiati dal vortice medio orientale, nonostante la risoluzione di chiamarsi fuori con il recente ritiro delle truppe dall&#8217;Afghanistan.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il fallimento di Barack Obama, nella rimozione dell&#8217;alawita-sciita Assad al-Bashar in Siria e il negoziato sul nucleare con l’Iran, ha installato dubbi nell&#8217;Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e altri alleati sunniti, in svantaggio nelle guerre per procura contro l&#8217;Iran, in Iraq, Siria e Yemen, sulla lealtà statunitense e incrementato l&#8217;instabilità regionale. Il tentativo di Donald Trump di restaurarne la fiducia, con la campagna di massima pressione economica su Teheran e l&#8217;eliminazione di comandanti delle milizie sciite, non ha fermato l&#8217;<em>escalation. </em>Offensive a petroliere nel Golfo e basi aeree americane in Iraq, hanno portato Stati Uniti e Iran sul bordo di uno scontro diretto. L&#8217;Iran è un attore più assertivo che nel passato: vicino a ottenere la bomba nucleare, rappresenta una garanzia per quanti ne cercano appoggio e protezione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>D&#8217;altro canto, Qatar, Arabia Saudita, Turchia ed Emirati Arabi Uniti hanno foraggiato fazioni armate sunnite, in forma continua e sostenuta, permettendo la costituzione e l&#8217;espansione dell&#8217;Isis, e la concrezione della sua utopia violenta di restaurazione del califfato islamico, in posizione antisciita, e antiumana. Quest&#8217;ultimo, sconfitto, in Iraq e Siria, da una coalizione tattica, formata da Russia, Stati Uniti e Iran, si è ricompattato, perpetrando atrocità nel continente africano, e costituendo un pericolo non solo per l&#8217;Iran, ma per l&#8217;Europa e gli Stati Uniti, come dimostra un piano intercettato, del gruppo somalo al Shabab, per un attacco sul suolo americano.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un altro totalitarismo incede da quella che fu la sede del califfato islamico fino al 1924, ovvero la Turchia di Recep Tayyip Erdogan, auto dichiarato erede dell&#8217;impero ottomano e presunto modello democratico per il mondo arabo. Sostenitore, all&#8217;indomani della Primavera Araba, della corsa alle poltrone della Fratellanza Musulmana, finanziata dal Qatar, Erdogan si è guadagnato l&#8217;inimicizia di Riyadh e Abu Dhabi nella competizione per la difesa della causa sunnita in Iraq, Libano e Afghanistan, peraltro ottenendo risultati di maggiore evidenza dei rivali, che si sono visti costretti al ritiro da alcuni scenari. Una moltiplicazione di contraddizioni in una intricata partita transnazionale, scandita da affermazioni precarie.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I punti nodali sono l&#8217;Iraq, la Siria, il Libano e lo Yemen. L&#8217;apatia, registrata alle ultime elezioni irachene, ha giocato a favore di figure politiche estremiste, ma lo <em>status quo</em> è di debole tenuta, tra pressioni dal Golfo Persico e dall&#8217;Iran, e il tentativo di assassinio del primo ministro, Muqtada al-Sadr, dimostra la presenza di intenzioni destabilizzatrici. Il destino della Siria è legato a quello dell&#8217;Iraq, con l&#8217;elemento di imprevedibilità della Turchia. Lo stato nello stato, costituito da Hezbollah, e la costante intimidazione missilistica di Israele, scatenano, in Libano, un parossismo di violenza. Gli Houthi, con il sostegno dell&#8217;Iran, hanno dato scacco alla coalizione guidata da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, in difesa del governo sunnita, in uno Yemen diviso da sette locali e ingerenze straniere.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tuttavia, l&#8217;elemento di traino del fondamentalismo, oggi, è l&#8217;Emirato Islamico dell&#8217;Afghanistan. L&#8217;avanzata dei talebani ha sollevato l&#8217;ammirazione dei jihadisti che ne hanno celebrato la perseveranza ventennale e la metodologia di infiltrazione nei gangli della gestione pubblica e costruzione di legittimità nella vita delle comunità. Al-Qaeda nel Sahel, India e Yemen, ha dichiarato che si sarebbe segnato un cammino oggettivo di trionfo in altri contesti. I talebani, sin dall&#8217;inizio, hanno compreso la necessità di una strategia a livello locale, impiantando consigli provinciali e municipali, che hanno costituito la spina dorsale dell&#8217;insorgenza, risolvendo problemi delle persone, in sostituzione al governo e in contrapposizione ai suoi comportamenti corruttivi e predatori.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Gli Stati Uniti, invece, si sono concentrati su azioni rapide in risposta ad atti mirati – esplosioni, rapimenti e uccisioni -, non prestando sufficiente attenzione all&#8217;abilità dimostrata di posizionarsi nel tessuto sociale e dar forma a un&#8217;organizzazione ibrida tra un gruppo terroristico e un partito politico, con capacità di fornire risposte a esigenze sociali. Gli jihaidisti di Hayat Tahrir al-Sham nel nord della Siria e affiliati di al-Qaeda nel Mali, sull&#8217;onda del successo afghano, stanno intraprendendo relazioni diplomatiche con villaggi e destinando risorse per attività di ordine proselitista, fra cui sussidi per il costo di alimenti ed energia elettrica e migliorie ai servizi sanitari.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La comunità internazionale si trova ostaggio dei talebani. La presa del potere è stata totale e, per deliberata volontà, si trovano in controllo dell&#8217;esecutivo, la camera legislativa, l&#8217;organo giudiziale, le forze di sicurezza, i servizi di intelligenza, la polizia e l&#8217;esercito. Non devono rispondere a nessuna <em>constituency</em> o governare per consenso. L&#8217;unica possibilità, per scongiurare un disastro economico e umanitario, e in ultima istanza uno scontro civile, dipende dal loro operato, ma affinché questo sia efficace, allo stesso modo dell&#8217;esecutivo anteriore, devono ricorrere a una significativa infusione di denaro liquido e assistenza per lo sviluppo. Un miliardo di dollari è in arrivo dall&#8217;Unione Europea.</p>
<p>L&#8217;esperienza insegna che compagini di matrice eversiva, trovandosi a carico dell’amministrazione di territori, diluiscono la spinta ideologica nel pragmatismo legato alle esigenze della realtà quotidiana. D’altro canto, queste non divengono automaticamente meno radicali nel trascorso del tempo ed, essendo soggette a sollecitazioni del nocciolo duro, nel loro agire non sempre prevalgono posizioni moderate. Malgrado ciò, la responsabilità di accompagnare l’evoluzione progressiva dei talebani in espressione politica non può essere evasa, e le sanzioni, che si rendano opportune, dovranno essere calibrate con il fine di non danneggiare la popolazione.</p>
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<p>Questo dialogo, sospeso dal 2001, sulla base della falsa percezione di vittoria assoluta da parte degli Stati Uniti, va lanciato con carattere di urgenza, per affrontare i bisogni presenti e futuri della cittadinanza, e senza remore di legittimare un nemico, con il quale non si può evitare di confrontarsi. Un avversario che potrebbe non essere affidabile, che continuerà a esercitare provocazioni e mantenere posizioni distanti dalla logica dei diritti umani, ma che per questa esatta ragione deve essere condotto a un tavolo negoziale.</p>
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<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Maddalena Pezzotti" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2022/06/maddalena-pezzotti.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/maddalena-pezzotti/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Maddalena Pezzotti</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Esperta internazionale in inclusione sociale, diversità culturale, equità e sviluppo, con un&#8217;ampia esperienza sul campo, in diverse aree geostrategiche, e in contesti di emergenza, conflitto e post-conflitto. In qualità di funzionaria senior delle Nazioni Unite, ha diretto interventi multidimensionali, fra gli altri, negli scenari del Chiapas, il Guatemala, il Kosovo e la Libia. Con l&#8217;incarico di manager alla Banca Interamericana di Sviluppo a Washington DC, ha gestito operazioni in ventisei stati membri, includendo realtà complesse come il Brasile, la Colombia e Haiti. Ha conseguito un Master in Business Administration (MBA) negli Stati Uniti, con specializzazione in knowledge management e knowledge for development. Senior Fellow dell&#8217;Università Nazionale Interculturale dell&#8217;Amazzonia in Perù, svolge attività di ricerca e docenza in teoria e politica della conoscenza, applicata allo sviluppo socioeconomico. Analista di politica estera per testate giornalistiche. Responsabile degli affari esteri ed europei dell&#8217;associazione di cultura politica Liberi Cittadini. Membro del comitato scientifico della Fondazione Einaudi, area relazioni internazionali. Ha impartito conferenze, e lezioni accademiche, in venti paesi del mondo, su migrazioni, protezione dei rifugiati, parità di genere, questioni etniche, diritti umani, pace, sviluppo, cooperazione, e buon governo. Autrice di libri e manuali pubblicati dall&#8217;Onu. Scrive il blog di geopolitica &#8220;Il Toro e la Bambina&#8221;.</p>
</div></div><div class="saboxplugin-web "><a href="http://www.iltoroelabambina.it/" target="_self" >www.iltoroelabambina.it/</a></div><div class="clearfix"></div><div class="saboxplugin-socials sabox-colored"><a title="Facebook" target="_self" href="https://facebook.com/www.iltoroelabambina.it/" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-color"><svg class="sab-facebook" viewBox="0 0 500 500.7" xml:space="preserve" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><rect class="st0" x="-.3" y=".3" width="500" height="500" fill="#3b5998" /><polygon class="st1" points="499.7 292.6 499.7 500.3 331.4 500.3 219.8 388.7 221.6 385.3 223.7 308.6 178.3 264.9 219.7 233.9 249.7 138.6 321.1 113.9" /><path class="st2" d="M219.8,388.7V264.9h-41.5v-49.2h41.5V177c0-42.1,25.7-65,63.3-65c18,0,33.5,1.4,38,1.9v44H295  c-20.4,0-24.4,9.7-24.4,24v33.9h46.1l-6.3,49.2h-39.8v123.8" /></svg></span></a><a title="Instagram" target="_self" href="https://www.instagram.com/iltoroelabambina/" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-color"><svg class="sab-instagram" viewBox="0 0 500 500.7" xml:space="preserve" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><rect class="st0" x=".7" y="-.2" width="500" height="500" fill="#405de6" /><polygon class="st1" points="500.7 300.6 500.7 499.8 302.3 499.8 143 339.3 143 192.3 152.2 165.3 167 151.2 200 143.3 270 138.3 350.5 150" /><path class="st2" d="m250.7 188.2c-34.1 0-61.6 27.5-61.6 61.6s27.5 61.6 61.6 61.6 61.6-27.5 61.6-61.6-27.5-61.6-61.6-61.6zm0 101.6c-22 0-40-17.9-40-40s17.9-40 40-40 40 17.9 40 40-17.9 40-40 40zm78.5-104.1c0 8-6.4 14.4-14.4 14.4s-14.4-6.4-14.4-14.4c0-7.9 6.4-14.4 14.4-14.4 7.9 0.1 14.4 6.5 14.4 14.4zm40.7 14.6c-0.9-19.2-5.3-36.3-19.4-50.3-14-14-31.1-18.4-50.3-19.4-19.8-1.1-79.2-1.1-99.1 0-19.2 0.9-36.2 5.3-50.3 19.3s-18.4 31.1-19.4 50.3c-1.1 19.8-1.1 79.2 0 99.1 0.9 19.2 5.3 36.3 19.4 50.3s31.1 18.4 50.3 19.4c19.8 1.1 79.2 1.1 99.1 0 19.2-0.9 36.3-5.3 50.3-19.4 14-14 18.4-31.1 19.4-50.3 1.2-19.8 1.2-79.2 0-99zm-25.6 120.3c-4.2 10.5-12.3 18.6-22.8 22.8-15.8 6.3-53.3 4.8-70.8 4.8s-55 1.4-70.8-4.8c-10.5-4.2-18.6-12.3-22.8-22.8-6.3-15.8-4.8-53.3-4.8-70.8s-1.4-55 4.8-70.8c4.2-10.5 12.3-18.6 22.8-22.8 15.8-6.3 53.3-4.8 70.8-4.8s55-1.4 70.8 4.8c10.5 4.2 18.6 12.3 22.8 22.8 6.3 15.8 4.8 53.3 4.8 70.8s1.5 55-4.8 70.8z" /></svg></span></a></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/il-ritorno-dellestremismo-islamico/">Il ritorno dell&#8217;estremismo islamico</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>La Turchia e l’occidente</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maddalena Pezzotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 17 Oct 2021 16:32:56 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La forza del complesso militare-industriale della Turchia, e il disimpegno degli americani dal Medio Oriente, ne hanno facilitato il posizionamento assertivo nel teatro nei conflitti regionali. Questa autosufficienza ha sostenuto le ambizioni geopolitiche del paese in Iraq, Libia e Siria, e permesso sia l’estensione delle operazioni navali nel Mediterraneo, sia l’istallazione di basi in Qatar e Somalia. I droni turchi hanno assicurato la vittoria decisiva dell’Armenia in Nagorno-Karabakh. Solo la Russia è riuscita a giocare un ruolo di deterrente. Nonostante la Turchia sia parte dell’Organizzazione del Trattato dell&#8217;Atlantico del Nord (Nato), il Cremlino è stato il referente per ogni intervento su scala internazionale e ha definito i limiti del dispiegamento della sua zona di influenza, spesso frustrandone le aspettative, come nel Caucaso.</p>
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<p>L’alleanza di quasi settant’anni con gli Stati Uniti si è venuta deteriorando con la perdita della fiducia reciproca. Erdogan ha, quindi, sfruttato ogni opportunità generata dal confronto fra Washington e Mosca per ricavarsi campo fra i grandi poteri globali. Questo è è un cambio di orientamento nodale. Nelle ultime due decadi, la Turchia ha perso molto del suo interesse nella Nato o l’annessione all’Unione Europea. Da campione dell’islamismo moderno, ed esempio della capacità di attrazione dell’ordine liberale, in un clima di crescente sospetto per i <em>partner</em> della Nato, rivendica ora un’autonomia strategica, mettendo in questione i valori dell’occidente.</p>
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<p>Da un lato, Ankara considera un tradimento l’appoggio degli Stati Uniti all’esercito curdo in Siria e l’asilo offerto al clerico Fethullah Gulen, considerato uno degli ideatori intellettuali e politici del fallito colpo di stato del 2016. In aperta opposizione alla Nato, ha acquistato tecnologia bellica dalla Russia e sta lavorando con questa su importanti progetti infrastrutturali, tra cui gasdotti e il primo reattore nucleare. Di recente, si è avvicinata a Pechino, alla ricerca di investimenti e provigioni del vaccino contro il Covid-19, prodotto dalla compagnia cinese Sinovac. Dall’altro, gli americani hanno trasferito <em>assets</em> strategici fuori dal paese ed espanso la cooperazione per la difesa con la Grecia e alcuni dei rivali turchi nel Golfo Persico, come l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti.</p>
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<p>La precedente amministrazione democratica aveva aspirato, senza riuscirvi, a creare un modello di <em>partnership</em> con la Turchia. Enormi sono, infatti, i rischi che risiedono nel trattarla come un nemico assoluto e spingerla verso avversari degli americani come l’Iran, la Russia o la Cina. Di conseguenza, sebbene le due immediate fonti di tensione, costituite dall’equipaggiamento militare dalla Russia e l’invasione turca del nord della Siria, abbiano accumulato risentimento, vanno affrontate in modo da preservare la possibilità di migliori relazioni nel futuro, ripulendo il terreno da alcune mistificazioni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per esempio, Erdogan ha giustificato il ricorso ai missili di difesa aerea russi S-400 con il falso argomento del rifiuto di Barack Obama di vendergli i Patriot, quando questi, nel 2013, gli erano stati messi a disposizione, senza costo attraverso la Nato, sul confine sud, pur in assenza di una minaccia reale dalla Siria; e una posteriore trattiva era andata a vuoto, per eccesive pretese turche su prezzo e trasferimento di tecnologia. Tra l’altro, il Pentagono aveva informato sull’incompatibilità dei due sistemi, considerato che il sofisticato radar russo, potenziato da un algoritmo di intelligenza artificiale, è in grado di rilevare informazioni sui caccia F-35, mettendo a repentaglio gli investimenti statunitensi, ragione per la quale Donald Trump non ha autorizzato la vendita alla Turchia della loro versione avanzata.</p>
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<p>Per altri versi, gli Stati Uniti non possono pretendere di non conoscere le motivazioni che hanno condotto all’incursione della Turchia in Siria e di non averne potuto prevedere o evitare le sequele, fra le quali un rafforzamento della posizione di Iran e Russia nel paese e le negozziazioni di pace, e un’alleanza dei curdi con il presidente Bashar al-Assad, per il cui rovesciamento erano intervenuti. La veemente opposizione turca all’Unità di Protezione Popolare (Ypg), la fazione armata sirio-curda che ha combattuto al fianco degli americani nella lotta contro il sedicente stato islamico, era chiara sin dall’inizio, dovuto ai suoi legami con il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk), che sia Ankara sia Washington annoverano nella lista dei gruppi terroristici. Malgrado ciò, gli Stati Uniti avevano bisogno di entrambi e i turchi vennero utilizzati nello scacchiere anti-russo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nel prolungato <em>status quo</em>, durato dal termine della seconda guerra mondiale, la società turca ha subito profonde mutazioni e l’<em>élite</em> laica è stata rimpiazzata da elementi fondamentalisti religiosi e nazionalisti. In questo modo, il paese è rientrato nel gioco dell’isolamento e i sodalizi tattici, che avevano contraddistinto l’impero ottomano, verso la fine del diciannovesimo secolo, e il primo periodo della repubblica. Nel tentativo di allontanare il declino, i sultani si erano affiancati a svariate nazioni straniere, dalla corona austro-ungarica, alla Russia, passando per il Regno Unito, e terminando con la Germania nella prima guerra mondiale. Negli anni 20 e 30, la repubblica turca venne supportata dal governo bolscevico, e nonostante l’imparzialità mantenuta nel corso del secondo conflitto, oscillò fra la Germania nazista e il Regno Unito per ottenere aiuti militari, esportare crediti, e accedere ad altre forme di sostegno finanziario da entrambi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Erdogan persegue la medesima tattica, cercando di ottenere vantaggi da potenze diverse, senza schierarsi con nessuna. Questa manovra ha richiesto una revisione storica, accompagnata da una campagna mediatica, che si avvale anche di contenuti televisivi di stampo popolare, e ha imposto l’idea dell’ipotetica unicità e il presunto destino protagonico, di un paese erede di un impero, concepito come l’antesignano di un nuovo ordine, giusto nel governo, e più equanime con i propri soggetti di quanto non lo siano stati i colonialismi occidentali. Una narrazione che va in direzione contraria all’interpretazione del padre della nazione, Kemal Ataturk, il quale vedeva negli ottomani un apparato retrogrado e inefficiente, incapace di tenere il passo con la civiltà contemporanea.</p>
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<p>La nuova politica estera turca ha preso forma in un contesto policentrico e atomizzato, dove si è incuneata nei vuoti, generando spazi di decisione, talvolta di contrasto e, pertanto, imprevisti livelli di influenza e potere. Nel 2019, in Libia, Erdogan intravide un’opportunità, impensabile solo qualche anno prima, e si mosse con rapidità. Il <em>premier</em> provvisorio, avvallato dalla comunità internazionale, bussò alla porta di tutte le capitali importanti, cercando aiuto per arrestare l’avanzata del generale Khalifa Haftar su Tripoli, ma nessuno volle o seppe intervenire, incluso il pachiderma europeo. La Turchia mise fine all’offensiva con un investimento contenuto e un importante ricavo in beni tangibili e intangibili.</p>
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<p>Come spesso accade nella storia, questa partita, in cui Erdogan è celebrato come lo statista del secolo, capace di tenere testa ai grandi capi di stato, da Angela Merkel a Trump e Vladimir Putin, e l’affermazione della Turchia in Iraq, Libia, Siria e nel Caucaso, viene misurata sulle orme ottomane, è giocata da una fragile condizione domestica ed è funzionale alla sopravvivenza politica. La Turchia affronta una severa crisi economica, accompagnata da inflazione e alti indici di disoccupazione, con fuga di capitali e impoverimento della gente comune. Per la prima volta in decenni, gli economisti temono uno scompenso nella bilancia dei pagamenti e la base degli elettori del Partito della Giustizia e lo Sviluppo (Akp) si va assottigliando al punto che meno del 30 per cento degli intervistati in un sondaggio di aprile ha dichiarato di continuare a sostenerlo.</p>
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<p>Anche se analisti stranieri sono convinti che Erdogan rimarrà al potere, in maniera ininterrotta e indefinita, e che una transizione democratica non sia fattibile, per una massa critica di turchi, le limitazioni alla libertà di opinione, la persecuzione di esponenti curdi, e altre forme esistenti di repressione civile e politica, non assicurano che Erdogan e l’Akp vincano le elezioni previste nel 2023. La significativa inflessione del Akp nei risultati delle amministrative dell’anno scorso, così come la nascita di partiti guidati da precedenti alleati, lasciano immaginare la possibilità di un futuro sotto una leadership diversa.</p>
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<p>Inoltre, molti cittadini non credono che Erdogan sia in definitiva riuscito a rendere la Turchia di nuovo grande con la sua, pur ambiziosa, agenda internazionale. A dispetto del nazionalismo populista, e dei <em>media</em> a favore del governo, si sta levando un sentimento negativo rispetto alla perdita di senso di talune posizioni estreme e l’isolamento che pesa sul benessere economico e la qualità della vita, che sembrerebbero replicare proprio quegli errori che costarono la caduta dell’impero ottomano.</p>
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<p>Tuttavia, la cultura nazionale è dominata da una folta schiera di politici, burocrati, giornalisti e studiosi, apertamente scettici riguardo all’allineamento con l’occidente e una politica estera indipendente è destinata a perdurare. Questa mentalità sarà difficilmente ribaltata da un’alternanza o da una rinvigorita alleanza atlantica. Un ipotetico successore di Erdogan potrebbe riparare il dialogo con l’Unione Europea, normalizzare i rapporti con l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti, e gettare le basi per una proficua relazione con i paesi vicini e con i poteri mondiali, ma è alquanto improbabile che vada contro la corrente nazionalista e assuma una posizione pro-liberale senza riserve.</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Maddalena Pezzotti" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2022/06/maddalena-pezzotti.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/maddalena-pezzotti/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Maddalena Pezzotti</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Esperta internazionale in inclusione sociale, diversità culturale, equità e sviluppo, con un&#8217;ampia esperienza sul campo, in diverse aree geostrategiche, e in contesti di emergenza, conflitto e post-conflitto. In qualità di funzionaria senior delle Nazioni Unite, ha diretto interventi multidimensionali, fra gli altri, negli scenari del Chiapas, il Guatemala, il Kosovo e la Libia. Con l&#8217;incarico di manager alla Banca Interamericana di Sviluppo a Washington DC, ha gestito operazioni in ventisei stati membri, includendo realtà complesse come il Brasile, la Colombia e Haiti. Ha conseguito un Master in Business Administration (MBA) negli Stati Uniti, con specializzazione in knowledge management e knowledge for development. Senior Fellow dell&#8217;Università Nazionale Interculturale dell&#8217;Amazzonia in Perù, svolge attività di ricerca e docenza in teoria e politica della conoscenza, applicata allo sviluppo socioeconomico. Analista di politica estera per testate giornalistiche. Responsabile degli affari esteri ed europei dell&#8217;associazione di cultura politica Liberi Cittadini. Membro del comitato scientifico della Fondazione Einaudi, area relazioni internazionali. Ha impartito conferenze, e lezioni accademiche, in venti paesi del mondo, su migrazioni, protezione dei rifugiati, parità di genere, questioni etniche, diritti umani, pace, sviluppo, cooperazione, e buon governo. Autrice di libri e manuali pubblicati dall&#8217;Onu. Scrive il blog di geopolitica &#8220;Il Toro e la Bambina&#8221;.</p>
</div></div><div class="saboxplugin-web "><a href="http://www.iltoroelabambina.it/" target="_self" >www.iltoroelabambina.it/</a></div><div class="clearfix"></div><div class="saboxplugin-socials sabox-colored"><a title="Facebook" target="_self" href="https://facebook.com/www.iltoroelabambina.it/" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-color"><svg class="sab-facebook" viewBox="0 0 500 500.7" xml:space="preserve" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><rect class="st0" x="-.3" y=".3" width="500" height="500" fill="#3b5998" /><polygon class="st1" points="499.7 292.6 499.7 500.3 331.4 500.3 219.8 388.7 221.6 385.3 223.7 308.6 178.3 264.9 219.7 233.9 249.7 138.6 321.1 113.9" /><path class="st2" d="M219.8,388.7V264.9h-41.5v-49.2h41.5V177c0-42.1,25.7-65,63.3-65c18,0,33.5,1.4,38,1.9v44H295  c-20.4,0-24.4,9.7-24.4,24v33.9h46.1l-6.3,49.2h-39.8v123.8" /></svg></span></a><a title="Instagram" target="_self" href="https://www.instagram.com/iltoroelabambina/" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-color"><svg class="sab-instagram" viewBox="0 0 500 500.7" xml:space="preserve" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><rect class="st0" x=".7" y="-.2" width="500" height="500" fill="#405de6" /><polygon class="st1" points="500.7 300.6 500.7 499.8 302.3 499.8 143 339.3 143 192.3 152.2 165.3 167 151.2 200 143.3 270 138.3 350.5 150" /><path class="st2" d="m250.7 188.2c-34.1 0-61.6 27.5-61.6 61.6s27.5 61.6 61.6 61.6 61.6-27.5 61.6-61.6-27.5-61.6-61.6-61.6zm0 101.6c-22 0-40-17.9-40-40s17.9-40 40-40 40 17.9 40 40-17.9 40-40 40zm78.5-104.1c0 8-6.4 14.4-14.4 14.4s-14.4-6.4-14.4-14.4c0-7.9 6.4-14.4 14.4-14.4 7.9 0.1 14.4 6.5 14.4 14.4zm40.7 14.6c-0.9-19.2-5.3-36.3-19.4-50.3-14-14-31.1-18.4-50.3-19.4-19.8-1.1-79.2-1.1-99.1 0-19.2 0.9-36.2 5.3-50.3 19.3s-18.4 31.1-19.4 50.3c-1.1 19.8-1.1 79.2 0 99.1 0.9 19.2 5.3 36.3 19.4 50.3s31.1 18.4 50.3 19.4c19.8 1.1 79.2 1.1 99.1 0 19.2-0.9 36.3-5.3 50.3-19.4 14-14 18.4-31.1 19.4-50.3 1.2-19.8 1.2-79.2 0-99zm-25.6 120.3c-4.2 10.5-12.3 18.6-22.8 22.8-15.8 6.3-53.3 4.8-70.8 4.8s-55 1.4-70.8-4.8c-10.5-4.2-18.6-12.3-22.8-22.8-6.3-15.8-4.8-53.3-4.8-70.8s-1.4-55 4.8-70.8c4.2-10.5 12.3-18.6 22.8-22.8 15.8-6.3 53.3-4.8 70.8-4.8s55-1.4 70.8 4.8c10.5 4.2 18.6 12.3 22.8 22.8 6.3 15.8 4.8 53.3 4.8 70.8s1.5 55-4.8 70.8z" /></svg></span></a></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/la-turchia-e-loccidente/">La Turchia e l’occidente</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>La definitiva svolta neo-ottomana di Erdogan</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/la-definitiva-svolta-neo-ottomana-di-erdogan/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Bovi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Jan 2020 21:49:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[erdogan]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Era il 2015 e il Presidente Erdogan accoglieva nel nuovissimo e costosissimo Palazzo Presidenziale di Ankara il Presidente Abu Mazen facendosi accompagnare da sedici guerrieri con indosso gli abiti storici dell’esercito ottomano. La singolare, per non dire ridicola, celebrazione, diventò ben presto virale suscitando l&#8217;ilarità generale sia in patria che non. Eppure, considerati gli avvenimenti [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Era il 2015 e il Presidente Erdogan accoglieva nel nuovissimo e costosissimo Palazzo Presidenziale di Ankara il Presidente Abu Mazen facendosi accompagnare da sedici guerrieri con indosso gli abiti storici dell’esercito ottomano. La singolare, per non dire ridicola, celebrazione, diventò ben presto virale suscitando l&#8217;ilarità generale sia in patria che non. Eppure, considerati gli avvenimenti succedutisi negli ultimi cinque anni, ecco che la stessa immagine assume tinte decisamente più serie e ed emerge evidente il fil rogue che li lega, da ultimo l’intervento turco in Libia. Il Parlamento, nonostante il teorico embargo sulle armi imposto dalle Nazioni Unite in Libia, ha infatti autorizzato l’invio di truppe in territorio libico dopo che, ad inizio dicembre, Erdogan aveva sottolineato l’importanza di sostenere il Governo di Al Serraj (GNA) per “proteggere gli interessi della Turchia nel Mediterraneo, prevenire il transito dei migranti irregolari, impedire alle organizzazioni terroristiche e ai gruppi armati di proliferare, di apportare un aiuto umanitario al popolo libico”, come d&#8217;altra parte si legge pedissequamente nella risoluzione parlamentare. Sebbene non vengano specificate le modalità operative del supporto militare garantito e nonostante le puntuali condanne giunte da tutto l’establishment internazionale, è ormai evidente (e non è più avventato affermarlo) che  Erdogan intenda, in realtà,  elevare la Turchia da potenza regionale a potenza globale assecondando quelle che sono delle vere e proprie aspirazioni neo-ottomane. Quanto sta succedendo non è altro che la concretizzazione della dottrina della c.d. “profondità strategica” ideata da Ahmet Davutoğlu, già ministro degli affari esteri, Primo Ministro e fedelissimo di Erodgan prima della definitiva rottura culminata con le proprie dimissioni dall’AKP nel 2016, e che ha l’obbiettivo di recuperare l’eredità ottomana, innanzitutto intendendo l’islam come fattore aggregante e non destabilizzante (come riteneva, invece, il Kemalismo). In questo senso si spiega il costante attivismo sia economico che culturale negli ex territori imperiali, soprattutto nei paesi caucasici, balcanici, dell’Asia centrale e, si è visto, anche africani. Tuttavia, se originariamente Davatoglu improntava la citata dottrina in termini di “zero problemi con ivicini” tessendo rapporti prima di tutto con i popoli prima che con gli Stati, è, invece, chiaro che allo stato dell’arte, l’approccio “soft” ha subito un notevole irrigidimento. L’intento conclamato della possibile operazione militare turca è di contenere la sempre maggiore pressione sul governo legalmente riconosciuto di Al Serraj da parte delle milizie di Haftar (LNA) “l’uomo forte della Cirenaica”, garantendosi una voce in capitolo sulla sorte dei ricchi giacimenti del mediterraneo orientale. Tuttavia, non ci si può limitare ad un’analisi parziale; se, infatti, l’ossessivo interventismo finora portato avanti in Siria poteva giustificarsi avuto riguardo alla questione curda, l’intromissione in Libia dimostra il vero intento di Ankara: affermarsi definitivamente quale riferimento in tutta la MENA Region, affiancandosi (se non del tutto sostituendosi) ai principali attori internazionali nelle regioni geopoliticamente più calde, dove, invece, i vecchi alleati, in primis l’UE, hanno e continuano a dimostrare una certa carenza di linee comuni di intervento unita ad una generale inadeguatezza di strumenti.</p>
<p>Nella mente di Erdogan è, allora, necessario sganciarsi dall’Occidente sotto ogni aspetto; in questo senso si spiega l’abbandono del progetto europeo, i sempre più freddi rapporti con i partner NATO &#8211; che a dire il vero ci si domanda come e perché la Turchia ne faccia ancora parte, vista l’avviatissima collaborazione con la Russia in termini di armamenti inaugurata con l’acquisto del sofisticato sistema di batterie missilistiche SU-400 – le politiche energetiche con al centro il “Turkstream”, fortemente voluto da Erdogan e da Putin e che verrà a brevissimo inaugurato, deputato a diventare il principale gasdotto che collegherà la Russia all’Europa passando proprio dalla Turchia e che ha sostituto il progetto “Southstream” il quale prevedeva, invece, il transito del gas esclusivamente attraverso paesi membri UE; il partenariato avviato con la Cooperazione di Shangai.</p>
<p>La Turchia, ormai giocattolo nelle esclusive mani del Presidentissimo Erdogan, guarda quindi a se stessa attraverso i nuovi alleati, ed il progetto neo-ottomano risulta decisamente trasversale, ben avviato e procede spedito, apparentemente indisturbato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ps.</p>
<p>Nel momento in cui si scrive, tre giorni dopo la risoluzione parlamentare turca, Haftar, quasi a giocare d’anticipo, annuncia di aver preso Sirte, città natale di Gheddafi e, soprattutto, strategica data la vicinanza con i giacimenti petroliferi della Libia centrale, il contrattacco turco sembrerebbe immediato a dimostrazione che l’operatività delle milizie (ufficiali o non) di Ankara era ben lontano dall’essere solo virtuale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Giovanni Bovi" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2019/11/giovanni-bovi-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/giovanni-bovi/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Giovanni Bovi</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Romano di nascita, radici in Calabria. Laureato in giurisprudenza, mi piace il diritto, quello giusto</p>
</div></div><div class="clearfix"></div><div class="saboxplugin-socials sabox-colored"><a title="Facebook" target="_self" href="https://www.facebook.com/giovanni.bovi.3" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-color"><svg class="sab-facebook" viewBox="0 0 500 500.7" xml:space="preserve" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><rect class="st0" x="-.3" y=".3" width="500" height="500" fill="#3b5998" /><polygon class="st1" points="499.7 292.6 499.7 500.3 331.4 500.3 219.8 388.7 221.6 385.3 223.7 308.6 178.3 264.9 219.7 233.9 249.7 138.6 321.1 113.9" /><path class="st2" d="M219.8,388.7V264.9h-41.5v-49.2h41.5V177c0-42.1,25.7-65,63.3-65c18,0,33.5,1.4,38,1.9v44H295  c-20.4,0-24.4,9.7-24.4,24v33.9h46.1l-6.3,49.2h-39.8v123.8" /></svg></span></a><a title="Instagram" target="_self" href="https://instagram.com/gvnn_bv" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-color"><svg class="sab-instagram" viewBox="0 0 500 500.7" xml:space="preserve" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><rect class="st0" x=".7" y="-.2" width="500" height="500" fill="#405de6" /><polygon class="st1" points="500.7 300.6 500.7 499.8 302.3 499.8 143 339.3 143 192.3 152.2 165.3 167 151.2 200 143.3 270 138.3 350.5 150" /><path class="st2" d="m250.7 188.2c-34.1 0-61.6 27.5-61.6 61.6s27.5 61.6 61.6 61.6 61.6-27.5 61.6-61.6-27.5-61.6-61.6-61.6zm0 101.6c-22 0-40-17.9-40-40s17.9-40 40-40 40 17.9 40 40-17.9 40-40 40zm78.5-104.1c0 8-6.4 14.4-14.4 14.4s-14.4-6.4-14.4-14.4c0-7.9 6.4-14.4 14.4-14.4 7.9 0.1 14.4 6.5 14.4 14.4zm40.7 14.6c-0.9-19.2-5.3-36.3-19.4-50.3-14-14-31.1-18.4-50.3-19.4-19.8-1.1-79.2-1.1-99.1 0-19.2 0.9-36.2 5.3-50.3 19.3s-18.4 31.1-19.4 50.3c-1.1 19.8-1.1 79.2 0 99.1 0.9 19.2 5.3 36.3 19.4 50.3s31.1 18.4 50.3 19.4c19.8 1.1 79.2 1.1 99.1 0 19.2-0.9 36.3-5.3 50.3-19.4 14-14 18.4-31.1 19.4-50.3 1.2-19.8 1.2-79.2 0-99zm-25.6 120.3c-4.2 10.5-12.3 18.6-22.8 22.8-15.8 6.3-53.3 4.8-70.8 4.8s-55 1.4-70.8-4.8c-10.5-4.2-18.6-12.3-22.8-22.8-6.3-15.8-4.8-53.3-4.8-70.8s-1.4-55 4.8-70.8c4.2-10.5 12.3-18.6 22.8-22.8 15.8-6.3 53.3-4.8 70.8-4.8s55-1.4 70.8 4.8c10.5 4.2 18.6 12.3 22.8 22.8 6.3 15.8 4.8 53.3 4.8 70.8s1.5 55-4.8 70.8z" /></svg></span></a></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/la-definitiva-svolta-neo-ottomana-di-erdogan/">La definitiva svolta neo-ottomana di Erdogan</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>Turchia, la deriva autoritaria</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maddalena Pezzotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Apr 2018 13:34:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[islam]]></category>
		<category><![CDATA[oriente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Turchia, nel silenzio generale, è diventata una minaccia allo stato di diritto internazionale.  Le ondate di arresti e licenziamenti &#8211; 90 mila al primo trimestre di quest’anno, voluti dal presidente Recep Tayyip Erdoğan, e susseguitisi dal fallito colpo di stato del 15 luglio del 2016, per purgare le istituzioni da chiunque associato con Fethullah [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>La Turchia, nel silenzio generale</strong>, è diventata una minaccia allo stato di diritto internazionale.  Le ondate di arresti e licenziamenti &#8211; 90 mila al primo trimestre di quest’anno, voluti dal presidente <strong>Recep Tayyip Erdoğan,</strong> e susseguitisi dal fallito colpo di stato del 15 luglio del 2016, per purgare le istituzioni da chiunque associato con Fethullah Gülen, clerico in esilio in Pennsylvania, si sono estesi oltre i confini domestici.  Presunti oppositori sono stati deportati da diciotto paesi, con la collaborazione locale o interventi di <em>intelligence</em>, compresi richiedenti asilo per persecuzione politica, e almeno in venti sono state fatte pressioni affinché le scuole guleniste venissero chiuse.</p>
<p><strong>La Turchia non è l’unica</strong> a braccare i propri nemici all’estero, ma l’intera operazione è fuori dal comune per scala e rapidità, al punto che l’Interpol sta esaminando casi per abuso politico, fra cui quello dello scrittore turco-tedesco <strong>Doğan Akhanli</strong>, fermato e bloccato in Spagna per due mesi in attesa dell’estradizione.  Anche gli accademici espatriati per sfuggire alla repressione, fra i quattrocento firmatari di una petizione per la pace fra lo stato e il <strong>PKK</strong>, temono la <em>longa manus </em>di <strong>Erdoğan</strong>.</p>
<p><strong>Il movimento, contro il quale Erdoğan si è scagliato</strong> con tale veemenza, è cresciuto negli anni settanta ed è basato sulla modernizzazione dell’<strong>Islam</strong> e la liberalizzazione economica.  Sopravvissuto a cambi di vertice di varia natura, si è sempre allineato con l’<em>establishment</em>, fungendo da barriera allo spettro interno di una rivoluzione di stampo socialista e, soprattutto, proiettando all’esterno l’idea di un <em>soft</em> <em>power</em>.</p>
<p><strong>Nei Balcani e in Asia centrale</strong>, aree dove la Turchia ha storicamente maturato importanti vantaggi, proprio grazie alle scuole guleniste, sono stati creati legami culturali ed educativi, con lo scopo di estendere l’influenza geopolitica e soddisfare le esigenze di un mercato in crescita, arrivando a costituire una rete globale, intessuta nelle <em>élite</em> di decine di paesi, che per lungo tempo ha agito come la testa di ponte della politica estera turca.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-1148 size-full" src="http://3.122.244.34/wp-content/uploads/2018/04/turchia-etnie.jpg" alt="" width="1000" height="637" srcset="https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2018/04/turchia-etnie.jpg 1000w, https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2018/04/turchia-etnie-300x191.jpg 300w, https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2018/04/turchia-etnie-768x489.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></p>
<p>Dai primi anni del duemila, i<strong>l Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP) d</strong>i<strong> Erdoğan</strong>, in fase di costruzione, stringe un patto strumentale con il movimento gulenista, il quale mette a disposizione i quadri per la pubblica amministrazione e l’esercito e, attraverso i propri mezzi di comunicazione e organizzazioni della società civile, crea un’immagine di alto profilo per la Turchia.  All’inizio della seconda decade, però, l’accordo si spezza su opinioni divergenti riguardo al<strong> Partito dei Lavoratori Curdi (PKK)</strong>, Israele e la corruzione, e cinquantadue esponenti di spicco del gulenismo vengono arrestati, dopo aver fatto scoppiare uno scandalo sulle attività criminali dei figli di quattro ministri, poi dimissionari. Nella narrativa di <strong>Erdoğan</strong>, il movimento si sarebbe alleato con il PKK, considerato una compagine terrorista, il Partito dell’Unione Democratica, suo affiliato curdo-siriano, e altri gruppi extra-parlamentari, con i quali avrebbe dato inizio alle proteste sedate con violenza del Gezi Park di Istanbul, e proseguito con un primo tentativo di rovesciare il governo nel 2013, culminato nel 2016, secondo la ricostruzione di regime, con l’appoggio degli Stati Uniti di <strong>Barack Obama</strong>.</p>
<p><strong>L’assassinio di tre attivisti del PKK a Parigi</strong> è un esempio drammatico della capacità dei servizi segreti.  Basti ricordare che Erdoğan è arrivato a impiegare le proprie guardie di sicurezza contro i manifestanti fuori dalla residenza dell’ambasciatore a Washington e ha diffidato la Francia che si era pronunciata a favore della causa curda.  <strong>La Germania ha avviato discussioni</strong> riguardo alle minacce volte alla diaspora turca, e l’Olanda ha espresso preoccupazione in merito al monitoraggio dei turchi residenti da parte dell’autorità religiosa di Ankara, nonostante l’Unione Europea, notoriamente priva di una strategia estera, rimanga in sostanza a guardare, nascosta dietro la foglia di fico di risoluzioni del parlamento, ambigue e inconclusive (luglio 2017 e novembre 2016), pur efficaci per i titoli di giornale.</p>
<p><strong>Il referendum che ha modificato la costituzione</strong>, ampliando e accentrando i poteri del mandatario – il presidente punta a restare al comando fino al 2029, è passato con il 51.4 per cento dei voti, in una nazione divisa, in perenne stato di emergenza, dove il “fronte dei traditori” &#8211; nelle parole di <strong>Erdoğan</strong> all’ultimo congresso dell’AKP, è destinato ad aumentare.  Sebbene nessuna delle parti abbia interesse a chiuderlo per prima, nelle presenti circostanze, e dopo tredici anni di tormentati abboccamenti, è difficile immaginare come l’integrazione della Turchia possa riavviarsi.</p>
<p>Inoltre, dal punto di vista turco, l’Europa è più conveniente da rivale che da alleato, e ironicamente proprio la risoluzione del parlamento europeo finisce per fare il gioco di <strong>Erdoğan</strong>, il cui sostegno popolare si regge in larga parte su sentimenti di antagonismo verso l’occidente contro i quali può fare sfoggio di forza.  L’inettitudine dell’Europa nel trovare un meccanismo controllato dall’unione per gestire il flusso di migranti e rifugiati, e lo stratagemma adottato per bloccare gli ingressi, ha finito per foraggiare uno stato corrotto, autoritario, illiberale e anti-democratico, dove viene censurata la stampa e si parla della reintroduzione della pena capitale.  Non solo ha generato un <em>impasse</em> politico di difficile soluzione, ma ha consegnato a un dittatore un potere di negoziazione che non ha precedenti in nessun altro processo di adesione.</p>
<p><strong>L’occupazione di Afrin</strong>, città curda in Siria, è un aspetto ulteriore di questa battaglia senza quartiere che non rispetta né frontiere e sovranità, né il cessate al fuoco dell’Onu.  Di nuovo, la Turchia, che ha beneficiato di traffici illeciti con i territori controllati dall’Isis, pone a rischio la guerra contro le tasche ancora attive del califfato nero nella valle dell’Eufrate sul confine con l’Iraq.  La fanteria curda, della coalizione a guida statunitense, senza la quale non si sarebbe potuta liberare Raqqa, si è spostata dal nord-est per andare a difendere i civili sotto attacco, fra cui le proprie stesse famiglie, costringendo gli americani a occupare posizioni difensive, e quasi azzerando il presidio per arginare il deflusso da questo teatro dei <em>foreign fighters</em> in direzione dell’Europa, dalla Siria centrale, la Giordania o la stessa Turchia.</p>
<p><strong>Lo sberleffo a un’Europa debole e in crisi di identità</strong>, non è nemmeno comparabile allo schiaffo inferto alla Nato.  La guerra all’Isis è in stallo a causa di un suo membro, senza che gli Stati Uniti riescano a fargli cambiare rotta.  Erdoğan è intenzionato a proseguire negli altri enclave curdi del nord della Siria – Manbij e Kobani, tuttavia, a differenza di Afrin, sono protette da truppe di terra e aria della coalizione, in una dichiarata campagna di pulizia etnica che vorrebbe spazzare via lo stato curdo, costituitosi <em>de facto</em> nel nord e nell’est della Siria a seguito dell’avanzata contro l’Isis.</p>
<p><strong>Intanto ad Ankara prevale</strong> la retorica nazionalista che mette in secondo piano le inchieste per peculato, lavaggio di denaro sporco, e circonvenzione delle sanzioni contro l’Iran per la compra-vendita illegale di petrolio, in cui in momenti differenti sono stati implicati un faccendiere vicino a Erdoğan, arrestato a New York, e suo figlio Bilal.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Maddalena Pezzotti" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2022/06/maddalena-pezzotti.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/maddalena-pezzotti/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Maddalena Pezzotti</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Esperta internazionale in inclusione sociale, diversità culturale, equità e sviluppo, con un&#8217;ampia esperienza sul campo, in diverse aree geostrategiche, e in contesti di emergenza, conflitto e post-conflitto. In qualità di funzionaria senior delle Nazioni Unite, ha diretto interventi multidimensionali, fra gli altri, negli scenari del Chiapas, il Guatemala, il Kosovo e la Libia. Con l&#8217;incarico di manager alla Banca Interamericana di Sviluppo a Washington DC, ha gestito operazioni in ventisei stati membri, includendo realtà complesse come il Brasile, la Colombia e Haiti. Ha conseguito un Master in Business Administration (MBA) negli Stati Uniti, con specializzazione in knowledge management e knowledge for development. Senior Fellow dell&#8217;Università Nazionale Interculturale dell&#8217;Amazzonia in Perù, svolge attività di ricerca e docenza in teoria e politica della conoscenza, applicata allo sviluppo socioeconomico. Analista di politica estera per testate giornalistiche. Responsabile degli affari esteri ed europei dell&#8217;associazione di cultura politica Liberi Cittadini. Membro del comitato scientifico della Fondazione Einaudi, area relazioni internazionali. Ha impartito conferenze, e lezioni accademiche, in venti paesi del mondo, su migrazioni, protezione dei rifugiati, parità di genere, questioni etniche, diritti umani, pace, sviluppo, cooperazione, e buon governo. Autrice di libri e manuali pubblicati dall&#8217;Onu. Scrive il blog di geopolitica &#8220;Il Toro e la Bambina&#8221;.</p>
</div></div><div class="saboxplugin-web "><a href="http://www.iltoroelabambina.it/" target="_self" >www.iltoroelabambina.it/</a></div><div class="clearfix"></div><div class="saboxplugin-socials sabox-colored"><a title="Facebook" target="_self" href="https://facebook.com/www.iltoroelabambina.it/" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-color"><svg class="sab-facebook" viewBox="0 0 500 500.7" xml:space="preserve" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><rect class="st0" x="-.3" y=".3" width="500" height="500" fill="#3b5998" /><polygon class="st1" points="499.7 292.6 499.7 500.3 331.4 500.3 219.8 388.7 221.6 385.3 223.7 308.6 178.3 264.9 219.7 233.9 249.7 138.6 321.1 113.9" /><path class="st2" d="M219.8,388.7V264.9h-41.5v-49.2h41.5V177c0-42.1,25.7-65,63.3-65c18,0,33.5,1.4,38,1.9v44H295  c-20.4,0-24.4,9.7-24.4,24v33.9h46.1l-6.3,49.2h-39.8v123.8" /></svg></span></a><a title="Instagram" target="_self" href="https://www.instagram.com/iltoroelabambina/" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-color"><svg class="sab-instagram" viewBox="0 0 500 500.7" xml:space="preserve" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><rect class="st0" x=".7" y="-.2" width="500" height="500" fill="#405de6" /><polygon class="st1" points="500.7 300.6 500.7 499.8 302.3 499.8 143 339.3 143 192.3 152.2 165.3 167 151.2 200 143.3 270 138.3 350.5 150" /><path class="st2" d="m250.7 188.2c-34.1 0-61.6 27.5-61.6 61.6s27.5 61.6 61.6 61.6 61.6-27.5 61.6-61.6-27.5-61.6-61.6-61.6zm0 101.6c-22 0-40-17.9-40-40s17.9-40 40-40 40 17.9 40 40-17.9 40-40 40zm78.5-104.1c0 8-6.4 14.4-14.4 14.4s-14.4-6.4-14.4-14.4c0-7.9 6.4-14.4 14.4-14.4 7.9 0.1 14.4 6.5 14.4 14.4zm40.7 14.6c-0.9-19.2-5.3-36.3-19.4-50.3-14-14-31.1-18.4-50.3-19.4-19.8-1.1-79.2-1.1-99.1 0-19.2 0.9-36.2 5.3-50.3 19.3s-18.4 31.1-19.4 50.3c-1.1 19.8-1.1 79.2 0 99.1 0.9 19.2 5.3 36.3 19.4 50.3s31.1 18.4 50.3 19.4c19.8 1.1 79.2 1.1 99.1 0 19.2-0.9 36.3-5.3 50.3-19.4 14-14 18.4-31.1 19.4-50.3 1.2-19.8 1.2-79.2 0-99zm-25.6 120.3c-4.2 10.5-12.3 18.6-22.8 22.8-15.8 6.3-53.3 4.8-70.8 4.8s-55 1.4-70.8-4.8c-10.5-4.2-18.6-12.3-22.8-22.8-6.3-15.8-4.8-53.3-4.8-70.8s-1.4-55 4.8-70.8c4.2-10.5 12.3-18.6 22.8-22.8 15.8-6.3 53.3-4.8 70.8-4.8s55-1.4 70.8 4.8c10.5 4.2 18.6 12.3 22.8 22.8 6.3 15.8 4.8 53.3 4.8 70.8s1.5 55-4.8 70.8z" /></svg></span></a></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/turchia-la-deriva-autoritaria/">Turchia, la deriva autoritaria</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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