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Diritto Economia Politica

La semplificazione amministrativa, ovvero se il rimedio è peggiore del male

La prima fase dell’epidemia si è caratterizzata per l’apprensione generale relativa non solo alla situazione del Nord Italia, ma anche al timore per ciò che sarebbe potuto succedere se il virus fosse esploso altrove; molto semplicemente, chiunque era al corrente della debolezza e della probabile inadeguatezza di gran parte dell’apparato sanitario nel far fronte ad una situazione analoga a quella del settentrione.

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Politica

Ultima chiamata Europa: il monito di Einaudi per l’Europa di domani

In questi giorni terribili, non sono pochi coloro che si affannano ad accostare l’attuale emergenza ad una tragedia del passato: “è il nostro 11 settembre” ma l’11 settembre non lo sentivamo, in qualche modo già “nostro” e poi “nostro” in che senso? Se fino a qualche settimana fa l’Italia poteva difenderne l’esclusiva, ormai, com’era ampiamente prevedibile, l’emergenza imperversa incontrollata ed inarrestabile in ogni dove. Tali accostamenti, quindi, risultano del tutto inutili nonché, come d’altra parte ogni forma di classifica dei drammi, assolutamente inopportuni e meschini.

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Geopolitica Politica

La definitiva svolta neo-ottomana di Erdogan

Era il 2015 e il Presidente Erdogan accoglieva nel nuovissimo e costosissimo Palazzo Presidenziale di Ankara il Presidente Abu Mazen facendosi accompagnare da sedici guerrieri con indosso gli abiti storici dell’esercito ottomano. La singolare, per non dire ridicola, celebrazione, diventò ben presto virale suscitando l’ilarità generale sia in patria che non. Eppure, considerati gli avvenimenti succedutisi negli ultimi cinque anni, ecco che la stessa immagine assume tinte decisamente più serie e ed emerge evidente il fil rogue che li lega, da ultimo l’intervento turco in Libia. Il Parlamento, nonostante il teorico embargo sulle armi imposto dalle Nazioni Unite in Libia, ha infatti autorizzato l’invio di truppe in territorio libico dopo che, ad inizio dicembre, Erdogan aveva sottolineato l’importanza di sostenere il Governo di Al Serraj (GNA) per “proteggere gli interessi della Turchia nel Mediterraneo, prevenire il transito dei migranti irregolari, impedire alle organizzazioni terroristiche e ai gruppi armati di proliferare, di apportare un aiuto umanitario al popolo libico”, come d’altra parte si legge pedissequamente nella risoluzione parlamentare. Sebbene non vengano specificate le modalità operative del supporto militare garantito e nonostante le puntuali condanne giunte da tutto l’establishment internazionale, è ormai evidente (e non è più avventato affermarlo) che  Erdogan intenda, in realtà,  elevare la Turchia da potenza regionale a potenza globale assecondando quelle che sono delle vere e proprie aspirazioni neo-ottomane. Quanto sta succedendo non è altro che la concretizzazione della dottrina della c.d. “profondità strategica” ideata da Ahmet Davutoğlu, già ministro degli affari esteri, Primo Ministro e fedelissimo di Erodgan prima della definitiva rottura culminata con le proprie dimissioni dall’AKP nel 2016, e che ha l’obbiettivo di recuperare l’eredità ottomana, innanzitutto intendendo l’islam come fattore aggregante e non destabilizzante (come riteneva, invece, il Kemalismo). In questo senso si spiega il costante attivismo sia economico che culturale negli ex territori imperiali, soprattutto nei paesi caucasici, balcanici, dell’Asia centrale e, si è visto, anche africani. Tuttavia, se originariamente Davatoglu improntava la citata dottrina in termini di “zero problemi con ivicini” tessendo rapporti prima di tutto con i popoli prima che con gli Stati, è, invece, chiaro che allo stato dell’arte, l’approccio “soft” ha subito un notevole irrigidimento. L’intento conclamato della possibile operazione militare turca è di contenere la sempre maggiore pressione sul governo legalmente riconosciuto di Al Serraj da parte delle milizie di Haftar (LNA) “l’uomo forte della Cirenaica”, garantendosi una voce in capitolo sulla sorte dei ricchi giacimenti del mediterraneo orientale. Tuttavia, non ci si può limitare ad un’analisi parziale; se, infatti, l’ossessivo interventismo finora portato avanti in Siria poteva giustificarsi avuto riguardo alla questione curda, l’intromissione in Libia dimostra il vero intento di Ankara: affermarsi definitivamente quale riferimento in tutta la MENA Region, affiancandosi (se non del tutto sostituendosi) ai principali attori internazionali nelle regioni geopoliticamente più calde, dove, invece, i vecchi alleati, in primis l’UE, hanno e continuano a dimostrare una certa carenza di linee comuni di intervento unita ad una generale inadeguatezza di strumenti.

Nella mente di Erdogan è, allora, necessario sganciarsi dall’Occidente sotto ogni aspetto; in questo senso si spiega l’abbandono del progetto europeo, i sempre più freddi rapporti con i partner NATO – che a dire il vero ci si domanda come e perché la Turchia ne faccia ancora parte, vista l’avviatissima collaborazione con la Russia in termini di armamenti inaugurata con l’acquisto del sofisticato sistema di batterie missilistiche SU-400 – le politiche energetiche con al centro il “Turkstream”, fortemente voluto da Erdogan e da Putin e che verrà a brevissimo inaugurato, deputato a diventare il principale gasdotto che collegherà la Russia all’Europa passando proprio dalla Turchia e che ha sostituto il progetto “Southstream” il quale prevedeva, invece, il transito del gas esclusivamente attraverso paesi membri UE; il partenariato avviato con la Cooperazione di Shangai.

La Turchia, ormai giocattolo nelle esclusive mani del Presidentissimo Erdogan, guarda quindi a se stessa attraverso i nuovi alleati, ed il progetto neo-ottomano risulta decisamente trasversale, ben avviato e procede spedito, apparentemente indisturbato.

 

Ps.

Nel momento in cui si scrive, tre giorni dopo la risoluzione parlamentare turca, Haftar, quasi a giocare d’anticipo, annuncia di aver preso Sirte, città natale di Gheddafi e, soprattutto, strategica data la vicinanza con i giacimenti petroliferi della Libia centrale, il contrattacco turco sembrerebbe immediato a dimostrazione che l’operatività delle milizie (ufficiali o non) di Ankara era ben lontano dall’essere solo virtuale.

 

 

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Costume e società Politica

Perché parlare ancora di semplicismo e dis-intermediazione

Tra i protagonisti dell’ultimo raduno di Pontida non è di certo passato inosservato lo slogan, gigantesco, che campeggiava sul palco: “La forza di essere liberi”; parole, francamente, scontate.

La banalizzazione del linguaggio politico non è certo problema recente e si può dire, anzi, che tale processo avanzi imperterrito già all’indomani di tangentopoli. Si parla sommariamente di “semplicismo”, vale a dire quella tendenza a voler necessariamente appiattire il superamento di un problema in ciò che sembrerebbe essere la sua stessa risoluzione – “non ci sono più soldi? stampiamone di più”; “ci sono troppi migranti? che si respingano” e via discorrendo – ignorando, più o meno consapevolmente, i vari motivi per i quali un problema è, per l’appunto, tale.