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	<title>urss Archivi - Einaudi Blog</title>
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	<title>urss Archivi - Einaudi Blog</title>
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		<title>25 dicembre 1991. Bandiera russa sul Cremlino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Elio Cappuccio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Dec 2021 09:21:30 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Quando, nel Natale del 1991, la bandiera dell’Unione Sovietica cessò di sventolare sul Cremlino, per essere sostituita dalla bandiera della Russia, furono in molti a chiedersi se tutto ciò derivasse solo dal fallimento della perestrojka di Gorbacoiv, che si proponeva di riformare il primo stato socialista della storia. La caduta dell’URSS, che Putin avrebbe poi [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Quando, nel Natale del 1991, la bandiera dell’Unione Sovietica cessò di sventolare sul Cremlino, per essere sostituita dalla bandiera della Russia, furono in molti a chiedersi se tutto ciò derivasse solo dal fallimento della <em>perestrojka</em> di Gorbacoiv, che si proponeva di riformare il primo stato socialista della storia. La caduta dell’URSS, che Putin avrebbe poi definito la più grande catastrofe del XX secolo, fu interpretata dal politologo Francis Fukuyama nel quadro di una <em>Fine della storia</em>. La sconfitta del totalitarismo comunista avrebbe infatti consentito il diffondersi, su scala planetaria, del modello liberale e la storia, intesa hegelianamente come progressiva affermazione della libertà, sarebbe giunta al suo compimento. Al di là della fondatezza di questa tesi, sulla quale lo stesso Fukuyama è tornato criticamente in diverse occasioni, risulta evidente che l’implosione dell’URSS  concluse drammaticamente il ciclo storico di un esperimento politico che ha profondamente inciso sul Novecento, “Quel secolo breve &#8211; ha scritto Eric J. Hobsbawn &#8211; che va dal 1914 alla fine dell’Unione Sovietica”.</p>
<p>L’elezione di Gorbaciov alla segreteria del Pcus, nel marzo del 1985, diede inizio a un rinnovamento degli apparati sovietici senza tuttavia metterne radicalmente in questione l’impianto leninista. La<em> perestrojka</em> e la <em>glasnost</em>, gli slogan che caratterizzarono il XXVII Congresso del Partito, nel 1986, rappresentavano, infatti, per Gorbaciov, le strategie più adeguate per rivitalizzare il progetto leninista, a partire dalla NEP.</p>
<p>La sua volontà di estendere la partecipazione democratica è testimoniata dalla riforma costituzionale, che consentirà, nel 1989, di eleggere un Congresso in cui il numero dei deputati riformisti avrebbe poi superato di gran lunga i tradizionali rappresentanti del Pcus. A Mosca, la società civile incideva però in minor misura rispetto a quanto avveniva nell’Europa socialista, dove si assisteva a mutamenti politici in senso democratico che, ad eccezione del caso romeno, non assumevano un carattere violento. Non vi era più, infatti, il timore di un intervento militare sovietico, come era accaduto nel 1953 a Berlino, nel 1956 a Budapest, nel 1968 a Praga.</p>
<p>Nel 1989 i paesi satellite avevano superato la tradizionale condizione di subalternità rispetto all’Unione Sovietica. Ralf Dahrendorf ricorda che il 25 ottobre di quell’anno, a chi gli chiedeva come si sarebbe comportata l’URSS rispetto agli alleati recalcitranti, il portavoce della politica estera sovietica, Gennadij Gerasimov, rispondeva contrapponendo alla dottrina Breznev, adottata fino ad allora, quella che chiamava, ironicamente, la “dottrina Sinatra”.  Gerasimov si riferiva alla canzone di Frank Sinatra <em>My way</em> (<em>A modo mio</em>), per dire che, da quel momento, ogni paese avrebbe potuto decidere autonomamente la strada da seguire.</p>
<p>L’abbandono della dottrina Breznev portava con sé un mutamento radicale nel rapporto tra i paesi del blocco socialista e l’URSS. Se la minaccia sovietica aveva prima frenato e represso ogni tentativo di cambiamento, adesso era la struttura stessa dello stato socialista ad esser messa in discussione, dalla DDR alla fedelissima Bulgaria. I nazionalismi che si affermarono dopo la caduta del Muro di Berlino, furono sostenuti, non solo da varie componenti della società civile, ma anche da rappresentanti dell’<em>élite</em> politica, consapevoli del fatto che l’esigenza di sganciarsi da Mosca era ormai largamente condivisa. Il passaggio, nei Paesi dell’Est, dal comunismo a forme di democrazia che guardavano all’Occidente capitalista, produsse inevitabilmente i suoi effetti sulla tenuta dell’Unione.</p>
<p>La decisione dei lettoni di abbandonare l’Unione, ratificata quasi all’unanimità dal Parlamento, nel 1990, fu presto condivisa da altre Repubbliche.  Le riforme di Gorbaciov, davano luogo, così, a conseguenze inattese. Elstin, oltrepassando le posizioni di Gorbaciov, si propose come fautore di una democrazia radicale, che i conservatori non potevano accettare. Le sue istanze si saldarono poi con le rivendicazioni nazionaliste, contro il centralismo sovietico. Il contrasto con Gorbaciov divenne sempre più evidente. Se l’URSS intendeva esercitare un ruolo di supremazia verso le Repubbliche, queste erano gelose custodi della loro indipendenza, come dimostra l’intesa tra Russia, Ucraina e Kazakistan e il loro reciproco riconoscimento. L’elezione di Elstin a presidente della Russia, con ampio consenso, legittimò ulteriormente l’incontro fra democratici e nazionalisti.  Gorbaciov, il cui moderato riformismo aveva deluso molte aspettative, si trovava ad essere il presidente di quell’Unione da cui la Russia di Elstin e le altre Repubbliche volevano rendersi indipendenti. Nello sviluppo di queste vicende giocò un ruolo decisivo l’unificazione tedesca e la fine della DDR. Gorbaciov, in un incontro con all’allora segretario di stato americano James Baker, dichiarò che la Germania unita, all’interno della NATO, avrebbe potuto causare la fine della <em>perestrojka</em>. Se non poté impedire l’unificazione tedesca e dunque la fine della DDR, riuscì però, ha scritto Tony Judt, a “estorcere, nel senso letterale della parola, un prezzo per le sue concessioni”. Rispetto ai venti miliardi di dollari, richiesti per non porre ostacoli ai negoziati, ne ottenne otto e altri due in crediti senza interesse.</p>
<p>La caduta del Muro di Berlino, i rapidi mutamenti di regime nell’Europa orientale e l’unificazione tedesca innescarono quel processo che condusse alla fine dell’URSS. La destalinizzazione, inaugurata da Krusciov in seguito al XX congresso, non aveva comportato un parallelo rinnovamento nell’ambito della politica economica, ancorata al collettivismo. Le timide aperture di Gorbaciov verso modelli economici competitivi, che deludevano i liberali e spaventavano i conservatori, non riuscivano a scalfire un sistema che, per essere riformato, avrebbe richiesto misure ben più incisive. Non sarebbe accaduto così in Cina, dove Den Xiaoping scelse di adottare una forma di capitalismo che coesisteva con la centralità del Partito, coniugando totalitarismo e mercato. Gorbaciov, cercando di democratizzare il Pcus, si scontrò con i conservatori, che difendevano i loro privilegi e con i liberali, che auspicavano una democrazia pluralista. La <em>perestrojka</em> si dimostrò inadeguata rispetto alle attese della società civile e al variegato mosaico delle nazionalità, che andò in frantumi nel momento in cui il centralismo del Pcus venne meno.</p>
<p>Il colpo di stato dell’agosto del 1991, finalizzato a fermare questo percorso, che veniva percepito dai conservatori come una minaccia alla stessa sopravvivenza dell’URSS, ne segnò in realtà la fine. Gli otto componenti del <em>Comitato statale per lo stato di emergenza </em>erano figure apicali del sistema gorbacioviano, dal primo ministro ai ministri della difesa e dell’interno, dal capo del KGB a importanti rappresentanti del mondo della produzione industriale e agricola.  L’intervento di Eltsin, che riuscì a mobilitare vasti settori dell’opinione pubblica, fu fondamentale per fermare i golpisti, ma il colpo di stato fallì anche a causa dell’improvvisazione con cui era stato organizzato. In realtà, l’idea di decretare uno stato d’emergenza, per arginare il processo di frammentazione dell’URSS, era diffusa da qualche tempo in ambienti vicini allo stesso Gorbaciov.</p>
<p>Il <em>putsch</em> ebbe conseguenze che i congiurati non avevano assolutamente previsto. Apparve chiaro, infatti, che il ruolo del Pcus era ormai marginale e che la pubblica opinione si riconosceva in un orientamento riformista. L’immagine di Gorbaciov divenne sempre più evanescente, lasciando spazio al vigore del populismo autoritario di Eltsin, che volgendo le spalle al comunismo, adottò una spregiudicata politica di privatizzazione delle imprese statali. Ciò produsse un grande disagio sociale e una sorta di modernizzazione forzata della società russa.</p>
<p>Dopo la morte di Stalin, i leader sovietici, pur prendendo in forma diversa le distanze dal dittatore, erano rimasti legati all’economia pianificata. Nella Russia postsovietica, da Eltsin a Putin, l’<em>élite</em> dominante si è identificata con i rappresentanti dell’apparato, nonostante si dimostri aperta alle logiche del mercato. Putin è stato un funzionario del KGB e le figure di spicco della vita politica russa e delle altre Repubbliche sono, per lo più, ex dirigenti del Pcus o di altre istituzioni sovietiche. Diversamente da quanto avviene oggi in Germania, in cui è possibile consultare gli archivi della Stasi, in Russia è rigorosamente precluso l’accesso agli archivi del KGB. Il rifiuto di una discontinuità rispetto al passato è certamente legato al fatto che il comunismo, come tutti i regimi totalitari, non si è limitato a sottomettere con la forza i cittadini, ma li ha coinvolti, promuovendo forme di collaborazione in cui la delazione è stata largamente praticata. Tutto ciò non ha favorito l’esigenza di fare i conti col passato.</p>
<p>La fine dell’URSS ha generato un diffuso risentimento, avvertito in quasi tutti gruppi sociali. È questa la ragione per cui i nazionalisti, pur ostili al comunismo, non riescono a nascondere una certa nostalgia verso la Russia imperiale, ma anche verso il ruolo di potenza mondiale che l’URSS ha esercitato nel Novecento. Il vasto consenso di cui gode Putin si fonda proprio su tale sentire e la sua visione politica assume l’aspetto autoritario di una democrazia che egli stesso definisce “controllata”, una declinazione di quella “democrazia illiberale” che caratterizza oggi, in misura diversa, i paesi del Gruppo di Visegràd. I “valori europei”, che si possono identificare con lo Stato di diritto, con la trasparenza istituzionale, con i diritti civili, non trovano riconoscimento, infatti, nella “Mosca di Putin”. Ecco perché la Russia postsovietica può apparire, come scriveva Tony Judt, un “impero euroasiatico&#8221;.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Elio Cappuccio" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2022/10/elio-cappuccio.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/elio-cappuccio/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Elio Cappuccio</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>È presidente del Collegio Siciliano di Filosofia. Insegna Storia della filosofia moderna e contemporanea presso l’Istituto superiore di scienze religiose San Metodio. Già vice direttore della Rivista d’arte contemporanea Tema Celeste, è autore di articoli e saggi critici in volumi monografici pubblicati da Skira e da Rizzoli NY. Collabora con il quotidiano Domani e con il Blog della Fondazione Luigi Einaudi.</p>
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		<title>Budapest, novembre 1956.  A 65 anni dall’invasione sovietica e dal brindisi di Togliatti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Elio Cappuccio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Dec 2021 19:13:59 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/budapest-novembre-1956-a-65-anni-dallinvasione-sovietica-e-dal-brindisi-di-togliatti/">Budapest, novembre 1956.  A 65 anni dall’invasione sovietica e dal brindisi di Togliatti</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il 25 febbraio del 1956, dopo la conclusione del XX Congresso del Pcus, Krusciov pronunciò la sua requisitoria antistaliniana. Nel celebre rapporto segreto, Stalin viene accusato di aver alimentato il culto della personalità, snaturando lo spirito del marxismo-leninismo. Si attribuisce al dittatore la responsabilità di aver indebolito il partito e le forze armate, eliminando, in seguito ad accuse infondate, un gran numero di dirigenti e di ufficiali. La sua inadeguatezza come comandante viene considerata, inoltre, la causa principale delle gravi perdite subite durante la Grande guerra patriottica. Il rapporto rimane “segreto” fino al 4 giugno, quando viene pubblicato dal <em>New York Times</em>.</p>
<p>La svolta kruscioviana provocò una crisi profonda nel movimento comunista internazionale e in particolare nel Pci, in cui il culto staliniano era largamente diffuso. Una testimonianza evidente di questa liturgia ideologica si può trovare nelle parole con cui Palmiro Togliatti commemorò il dittatore sovietico, alla Camera dei Deputati, in occasione della sua morte. Lo descrisse come “un gigante del pensiero”.  Ogni volta che si compie un atto che può assicurare la pace, proseguì, “ivi troviamo Stalin”. In quella stessa occasione, L<em>’Unità</em> apriva con questo titolo: “E’ morto l’uomo che più ha fatto per la liberazione del genere umano<em>”</em>.</p>
<p>Togliatti, che aveva preso la cittadinanza sovietica ed era stato vicesegretario del Comintern, aveva sempre dimostrato la sua fedeltà alle direttive del Pcus. Quando, al suo rientro in Italia, dà un nuovo volto al partito, con la “Svolta di Salerno”, esprime in realtà un orientamento concordato con lo stesso Stalin.  Come ha scritto Silvio Pons, le decisioni assunte dal Pci, tra il 1944 e il 1948, furono “subordinate alla politica estera dell’Urss”. Al non intervento delle potenze occidentali nell’Europa dell’Est, lasciata sotto il rigido controllo sovietico, non poteva che corrispondere, infatti, un non intervento sovietico in Europa occidentale, come sarà definito nella Conferenza di Jalta, nel 1945.</p>
<p>Dopo la morte di Stalin, nel marzo del 1953, il potere fu retto da Malenkov, Krusciov e Berija. L’eliminazione di quest’ultimo e l’allontanamento di Malenkov, consentirono a Krusciov di assumere il pieno controllo del partito. Ebbe inizio, così, un processo che avrebbe condotto al XX Congresso. Le “aperture” di Krusciov alimentarono nel mondo socialista speranze “liberali”, che non tardarono a dar luogo a manifestazioni in cui si richiedeva a gran voce una maggiore partecipazione alla vita politica, al di là dei rigidi protocolli di partito. Dopo i disordini che si verificarono a Budapest, in seguito alla morte di Stalin, nel 1953, la dirigenza sovietica decise di affidare allo stalinista Rakosi la guida del partito e di chiamare al governo un moderato, come Nagy. Le sue scelte politiche, accusate di introdurre metodi liberali, comportarono però, nel 1955, un ritorno all’ortodossia, con la nomina di Hegedus.</p>
<p>Dopo il XX Congresso, le proteste popolari si diffusero e da più parti fu richiesto un processo nei confronti dello stalinista Rakosi e dei dirigenti del partito. Fu inoltre invocato il ritorno di Nagy. Il 23 ottobre, durante uno sciopero di solidarietà per gli insorti polacchi, venne abbattuta la statua di Stalin e fu assaltata la sede della radio. L’intervento militare sembrava la soluzione più prossima, ma prevalse la linea della mediazione. Nagy viene allora richiamato, ma la sua scelta di essere solidale con la protesta e di dimostrarsi favorevole al multipartitismo non può rassicurare il Pcus. Per i sovietici, ha scritto Tony Judt, la vera minaccia non era rappresentata dalla liberalizzazione dell’economia o dalla attenuazione della censura. Ciò che il Cremlino non poteva tollerare era la rinuncia al “ruolo guida del partito”, perché ciò sarebbe divenuto “un cuneo democratico”, fatale per tutti i paesi del blocco socialista, favorevoli, infatti, all’intervento, a parte la Polonia.</p>
<p>Il 30 ottobre prende vita un governo che vede, insieme ai comunisti, anche i socialdemocratici e altre piccole formazioni. Dai documenti attualmente disponibili, dopo l’apertura degli archivi sovietici, emerge, hanno scritto Elena Aga Rossi e Viktor Zaslavsky, che il 30 ottobre il Presidium del Comitato Centrale aveva deciso, all’unanimità, di non intervenire militarmente e di adottare, come sosteneva Krusciov, “il corso del ritiro delle truppe e dei negoziati al posto del corso militare”. Fu allora accolta con sorpresa la scelta dello stesso Krusciov di riconvocare il Presidium il 31, sostenendo la necessità di “restaurare l’ordine in Ungheria”.</p>
<p>Nel rapido mutamento di opinione da parte di Krusciov pesò sicuramente, secondo Aga Rossi e Zaslavsky, la posizione di alcuni leader del blocco comunista favorevoli all’intervento ed ebbe un ruolo non secondario un telegramma di Togliatti. Togliatti, definito dai due storici uno stalinista moderato, non condivideva il rigido stalinismo di Molotov, ma non si identificava neanche con quei “riformatori” che, come Krusciov, “stavano minando le fondamenta del blocco comunista internazionale”. Questa sua posizione “lo rendeva un interlocutore privilegiato all’interno della dirigenza poststaliniana”. Nel suo telegramma, inviato il 30 ottobre, le vicende ungheresi venivano descritte come “rivolta controrivoluzionaria”. Per evitare che i disordini alimentassero una deriva reazionaria, si rendeva necessario, a suo avviso, assumere una posizione netta. Le divisioni che, a causa dei “Fatti d’Ungheria”, si stavano creando all’interno del Pcus, del Pci e degli altri partiti comunisti, rischiavano, secondo Togliatti, di compromettere l’unità del movimento.</p>
<p>Nella risposta del Presidium a Togliatti, del giorno dopo, si esprime una totale condivisione con la sua analisi, e si evidenzia che non esistevano contrasti nella leadership del Pcus, che “unanimemente valuta la situazione e unanimemente prende le decisioni opportune”. In Unione sovietica, commentano Aga Rossi e Zaslavsky, il telegramma di Togliatti fu utilizzato in chiave propagandistica, per legittimare la soluzione militare. Quando, il 4 novembre, i sovietici entrano in Ungheria, il Pci si schiera a fianco dell’Urss, ritenendo che la rivolta avrebbe condotto alla guerra civile se non fosse stata prontamente sedata. Dopo l’invasione sovietica, Nagy, che si era rifugiato presso l’ambasciata jugoslava, fu prelevato dai sovietici il 22 novembre, nonostante Kadar gli avesse garantito un salvacondotto. Sarà poi impiccato nel 1958.</p>
<p>Il 4 novembre del 1956 è il giorno della rielezione di Eisenhower. Alla Casa Bianca, la questione viene presa in esame solo tre giorni dopo, ed è subito collocata in un quadro internazionale segnato, in quel momento, dalla crisi di Suez. L’opinione generale, ha scritto Judt in <em>Postwar</em>, “da Eisenhower in giù, era che fosse stata tutta colpa dei francesi e degli inglesi. Se, infatti, non avessero invaso l’Egitto, l’Urss non avrebbe avuto l’opportunità di muoversi contro l’Ungheria. L’amministrazione americana aveva la coscienza pulita” e gli equilibri della guerra fredda non sarebbero stati alterati.</p>
<p>Il tono del telegramma di Togliatti esprimeva un orientamento largamente condiviso nel partito. Giancarlo Pajetta scrive il 28 ottobre, su L’<em>Unità</em>, che era necessario reprimere gli attacchi al socialismo, per difendere i principi senza cui il capitalismo e il fascismo avrebbero trionfato.  Il 30, sempre su L’<em>Unità</em>, Togliatti riconosce che i dirigenti non hanno compreso adeguatamente il disagio di ampi settori delle società socialiste, ma ciò non può giustificare la violenza dei “controrivoluzionari” di Budapest.</p>
<p>Non mancarono, tuttavia, le posizioni critiche, come dimostra il dissenso del segretario della Cgil Giuseppe Di Vittorio.  Il 27 ottobre, su L’<em>Unità</em>, veniva infatti pubblicato un documento in cui, pur accogliendo la tesi togliattiana, secondo cui si potevano ravvisare, negli eventi ungheresi di quelle giornate, infiltrazioni reazionarie, la Cgil deplorava l’intervento militare. Le rivendicazioni dei ribelli, considerate di carattere sociale, venivano descritte come richieste di libertà e di indipendenza, che non potevano affatto essere viste come tentativi di restaurazione del regime fascista dell’ammiraglio Horhy. Il dissenso da Mosca e dalla linea togliattiana non riguardò, ovviamente, solo la Cgil.  Antonio Giolitti ed Eugenio Reale, ad esempio, abbandonarono il partito e autorevoli rappresentanti del mondo della cultura espressero il loro dissenso nel <em>Manifesto dei 101</em>, in cui sostennero che i partiti comunisti avevano il compito di promuovere la democrazia e di condannare dunque lo stalinismo.  Tra i <em>101</em> troviamo Asor Rosa e Melograni, Sapegno e Spriano, Colletti e Caracciolo, solo per fare qualche nome.</p>
<p>Il documento, diffuso dall’ANSA, produce scompiglio in casa comunista e gli eretici vengono convocati da Pajetta, da Bufalini, da Alicata, perché si convincano a tornare sui loro passi, come avviene nel caso di Spriano o di Cafagna, e di quanti prenderanno le distanze da quelle posizioni. Nella serata del 29 ottobre quattordici dei firmatari, ricorda Nello Ajello, inviano una lettera all’<em>Unità</em>, in cui dichiarano che chi ha fornito a “un’agenzia di stampa borghese” il testo della dichiarazione, finalizzata a “un dibattito interno al partito”, ha carpito la loro “buona fede”. Tra i fedelissimi, che si schierano a difesa di Togliatti, si distinse il latinista Concetto Marchesi, il quale, riguardo all’insurrezione ungherese, scrisse che un popolo non può rivendicare la libertà “tra gli applausi della borghesia capitalistica”.</p>
<p>In un suo articolo su <em>la Repubblica</em> del 2 febbraio 1996, <em>Il brindisi di Togliatti, </em>Gianni Rocca scriveva che il Migliore aveva scelto la “fedeltà a oltranza” con “il centro propulsivo” della rivoluzione mondiale, seguendo l’antico riflesso condizionato dello stalinismo senza riserve. Aggiungeva poi che Pietro Ingrao, allora direttore de L’<em>Unità</em>, ricordava, a quarant’anni di distanza, di essere rimasto “turbato” quando seppe dell’invasione e di aver sentito il bisogno di condividere con Togliatti il suo stato d’animo. Il turbamento dovette però divenire più intenso, quando si sentì rispondere dal suo segretario: “Io invece, oggi, ho bevuto un bicchiere di vino in più”.</p>
<p>Una opposizione particolarmente dura si ebbe da parte di un gruppo di collaboratori della Casa editrice Einaudi, che propose di sostituire, alla segreteria del partito, Togliatti con Di Vittorio o Giolitti, per segnare una frattura netta con i metodi stalinisti, che avevano caratterizzato una linea politica asservita a Mosca. L’VIII Congresso del Pci, del dicembre del 1956, diede agli eretici l’opportunità di esprimere in modo chiaro il proprio dissenso. Abbandonarono così il partito Calvino, Caracciolo, Melograni, De Felice, Mieli e altri. Il pentimento di Napolitano sulla tomba di Nagy, come i ripensamenti di Ingrao e di tanti altri, hanno rappresentato certamente l’esigenza di rileggere in maniera critica le vicende ungheresi. Hanno però confermato, al tempo stesso, l’incapacità di aprirsi, in quel momento, all’opzione socialdemocratica, incapacità che ha congelato le grandi potenzialità presenti nel Pci. È emblematico che ciò non fosse ancora chiaro nel 1981, quando, di fronte alla crisi irreversibile del socialismo reale, che avrebbe condotto al crollo del 1989, Enrico Berlinguer si limitava a commentare che la capacità propulsiva di rinnovamento delle società socialiste era “venuta esaurendosi”.</p>
<p>Testi citati</p>
<p>Judt, <em>Postwar. La nostra storia</em>, trad. it., Laterza, Roma-Bari, 2017.</p>
<p>A. Rossi- V. Zaslavsky, <em>Togliatti e Stalin. Il PCI e la politica estera staliniana negli archivi di Mosca</em>, il Mulino, Bologna, 1997.</p>
<p>Pons, <em>L’Urss e il Pci nel sistema internazionale della guerra fredda</em>, in R. Gualtieri (a cura di), <em>Il Pci nell’Italia repubblicana, 1943-1991</em>, Carocci, Roma, 2001.</p>
<p>Ajello, <em>Intellettuali e PCI. 1944/1958</em>, Laterza, Roma-Bari, 1979.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Elio Cappuccio" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2022/10/elio-cappuccio.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/elio-cappuccio/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Elio Cappuccio</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>È presidente del Collegio Siciliano di Filosofia. Insegna Storia della filosofia moderna e contemporanea presso l’Istituto superiore di scienze religiose San Metodio. Già vice direttore della Rivista d’arte contemporanea Tema Celeste, è autore di articoli e saggi critici in volumi monografici pubblicati da Skira e da Rizzoli NY. Collabora con il quotidiano Domani e con il Blog della Fondazione Luigi Einaudi.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/budapest-novembre-1956-a-65-anni-dallinvasione-sovietica-e-dal-brindisi-di-togliatti/">Budapest, novembre 1956.  A 65 anni dall’invasione sovietica e dal brindisi di Togliatti</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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