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	<title>Usa Archivi - Einaudi Blog</title>
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	<description>Il blog della Fondazione Luigi Einaudi</description>
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	<title>Usa Archivi - Einaudi Blog</title>
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		<title>New Deal: Roosevelt e Reagan a confronto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Amedeo Gasparini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 13 Dec 2020 07:30:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Cosa potranno mai condividere un presidente democratico e uno repubblicano degli Stati Uniti? Domanda quantomai attuale vista l’odierna polarizzazione sociopolitica in America, ma Franklin Delano Roosevelt e Ronald Reagan avevano in comune molto di più quello che si potesse immaginare. Considerati forse il presidente USA più a sinistra rispettivamente più a destra del Novecento, il [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Cosa potranno mai condividere un presidente democratico e uno repubblicano degli Stati Uniti? Domanda quantomai attuale vista l’odierna polarizzazione sociopolitica in America, ma <strong>Franklin</strong> <strong>Delano Roosevelt</strong> e <strong>Ronald Reagan</strong> avevano in comune molto di più quello che si potesse immaginare. Considerati forse il presidente USA più a sinistra rispettivamente più a destra del Novecento, il primo aveva gettato le premesse e l’infrastruttura ideologica della Guerra Fredda, mentre il secondo pose fine al conflitto con l’URSS quasi mezzo secolo dopo. Roosevelt era sempre stato un democratico; Reagan “dem” lo era stato in gioventù, quando votò per FDR assieme ad altri ventitré milioni di americani nel novembre 1932, salvo poi convertirsi al GOP. Roosevelt era un internazionalista, mentre Reagan – secondo <strong>Henry William Brands</strong> (<em>Reagan. A life</em>) – negli anni Trenta «era un isolazionista liberale: rooseveltiano negli affari interni, ma anti-rooseveltiano in politica estera. Nei due decenni successivi avrebbe subito una doppia trasformazione, diventando un internazionalista conservatore: anti-rooseveltiano a livello nazionale, ma rooseveltiano in politica estera.»</p>
<p>Ciò non ha impedito a Reagan di voler assomigliare a Roosevelt, il mito della sua generazione: FDR era sì aperto al mondo e alle istituzioni internazionali, ma aveva capito l’impopolarità della Lega delle Nazioni; stesso discorso per il Gipper, che più volte se la prese con le Nazioni Unite, che contestava le sue decisioni talvolta unilaterali. Contestualizzate, le impressionanti similitudini umane, politiche ed economiche che i due presidenti condividevano, c’erano eccome. E in un’epoca di partigiana e velenosa divisione sociale e politica tremendamente manichea – <em>liberal</em> e <em>conservatives</em> – internazionalisti e nazionalisti, ricordare quanto gli aspetti comuni degli individui siano più importanti delle divisioni sterili e ideologiche, può aiutare a ricostituire un po’ di armonia nel discorso politico. Capirlo attraverso i due più importanti presidenti del primo rispettivamente secondo Novecento può aiutare in questo senso; d’altronde, come ha spiegato <strong>Allan Lichtman</strong> su “The National”, i due erano «<em>the once in a generation inspirational candidates</em>».</p>
<p>Entrambi i presidenti, come ha scritto Brands, «sono entrati in carica in tempi di turbolenza economica e scoraggiamento nazionale; ognuno ha cercato di trovare l’equilibrio ottimale tra il settore pubblico e quello privato nella vita americana. Roosevelt, il democratico dell’Est, affrontò il problema da sinistra, costruendo il settore pubblico in risposta al crollo del settore privato nella Grande depressione degli anni Trenta. Reagan, il repubblicano dell’Ovest, ha affrontato il problema da destra, promuovendo il settore privato in risposta al naufragio della Great Society durante gli anni Settanta.» Fu proprio Reagan a smantellare parte della Great Society voluta da <strong>Lyndon B. Johnson</strong>, nonché gli ultimi avanzi del New Deal rooseveltiano, primo e relativamente visionario e controverso pacchetto di <em>welfare state</em> nella Storia americana.</p>
<p>Entrambi erano in grado di domare l’elettorato. Pur non essendo populisti, un pizzico di benevola demagogia la utilizzarono per forza di cose, specialmente Reagan. Non si vergognavano di voler essere il simbolo della gente ordinaria e comune; e soprattutto di dar loro genuina speranza, senza demonizzare l’avversario politico. I due avevano capito come incantare gli americani con carisma e narrativa. Roosevelt sapeva manipolare abilmente la radio e s’inventò le conversazioni al caminetto (i <em>fireside chats</em>); Reagan – chiamato a ragione il Grande Comunicatore – preferiva apparizioni televisive dove alterava solennità ad <em>humor</em> (la stessa tecnica per cui era diventato relativamente famoso a Hollywood negli anni Quaranta). Sia Roosevelt che Reagan conoscevano la differenza tra politica idealistica e quella della concretezza, piano e obiettivo, retorica e azione.</p>
<p>Entrambi avevano grandi ambizioni e una notevole statura geopolitica. Amavano strafare, ma anche ascoltare i consigli di consulenti e <em>advisor</em>. FDR non cedeva potere e non delegava con piacere; dopo aver risollevato l’economia con il New Deal si trovò costretto a riportare gli Stati Uniti in guerra in Europa, dunque a ridisegnare la carta geopolitica del pianeta a Teheran e Yalta. D’altra parte, Reagan è stato un <em>leader</em> con poche idee, ma in compenso precise. Alla Casa Bianca era arrivato con due grandi progetti: quello interno era rilanciare l’economia americana; quello estero, oltre che a ridare prestigio ed egemonia all’America (“<em>Make America Great Again</em>” era un suo <em>slogan</em> prima che venisse scippato e distorto da altri), era convincere i sovietici alla riduzione delle armi nucleari.</p>
<p>Entrambi adottarono una politica economica espansionista. L’enorme debito pubblico lasciato dall’Amministrazione Reagan fu un problema per il Partito Repubblicano (diventato poi, al pari di quello Democratico, il partito del debito pubblico), i cui membri sembravano aver abbandonato l’ortodossia budgetaria e le lezioni di <strong>Milton Friedman</strong>. Roosevelt era sostanzialmente keynesiano (in questo era il padre indiretto del sistema di Bretton Woods), mentre Reagan – a livello teorico – non si vedeva male in panni hayekiani (in questo era il padre indiretto del Washington Consensus). Entrambi usarono per breve tempo l’arma protezionistica: il primo, nella seconda metà degli anni Trenta per rilanciare il consumo interno; il secondo, a causa dell’“invasione” commerciale giapponese negli anni Ottanta. In generale, Roosevelt si attenne alle politiche di <strong>John Maynard Keynes</strong>, il cui modello durò fino alla metà-fine degli anni Settanta. Reagan, d’altra parte, preferiva tagliare le tasse (elemento di economia liberale), ma come ha ricordato Brands, sebbene il Gipper limitò imposte e regolamentazioni del mercato, non fece lo stesso con la spesa pubblica inefficiente. Il risultato fu certamente una crescita economica, ma pure l’esplosione del debito federale.</p>
<p>Entrambi aumentarono le spese militari. In particolare, Reagan giustificò il fatto che quello era il prezzo da pagare per la libertà di milioni di individui sotto il Patto di Varsavia. Sia negli anni Quaranta che negli anni Ottanta, la corsa agli armamenti che seguì l’aumento di spesa in difesa da parte di Washington fu ben vista da molti alleati europei: nel caso di Roosevelt per ovvie ragioni, dal momento che l’Europa doveva essere liberata dal Nazifascismo e in Regno Unito aspettavano l’aiuto militare per sbarcare in Normandia. Nel caso di Reagan, bisognava sconfiggere l’<em>evil empire</em>, mostrando i muscoli, ma senza sparare un colpo; con l’eccezione di <strong>François Mitterrand</strong> – che intratteneva strette relazioni con i sandinisti – tutti gli alleati in Europa furono sollevati dall’incremento della quota di PIL americano allocato alla spesa militare.</p>
<p>Entrambi lasciarono la presidenza ai loro vice, quasi affinché questi continuassero e ultimassero l’opera iniziata dai grandi. <strong>Harry Truman</strong> – per il quale Reagan aveva raccolto fondi in campagna elettorale e che votò senza entusiasmo – concluse la Seconda Guerra Mondiale con l’ordigno nucleare scaraventato sul Giappone e avviò la ricostruzione istituzionale del nuovo mondo sotto <em>legacy</em> rooseveltiana. <strong>George H. W. Bush</strong>, che ebbe meno successo e fu molto meno incisivo di Truman, dovette gestire la questione irachena, ma soprattutto l’ampio deficit. Dovette dunque aumentare la pressione fiscale, contravvenendo alla famosa promessa elettorale del «<em>read my lips</em>», cosa che gli costò un secondo mandato nel 1992.</p>
<p>Entrambi avevano capito che la chiave del successo era diffondere ottimismo, fede e speranza al cittadino americano e al resto del mondo. Un <em>new deal</em>, un nuovo corso, nella politica americana delle rispettive epoche. Roosevelt aveva diminuito la disoccupazione – arrivata sopra il venticinque per cento nel 1933 – e la deflazione; Reagan dimezzò la disoccupazione – arrivata all’undici per cento nel 1982 – e fece crollare l’inflazione. Questo diede fiducia ai cittadini: in entrambi i casi, molti americani tornarono a credere in se stessi. Fondamentalmente il messaggio dei due presidenti era quello dell’ottimismo. È così che rinnovarono il sogno americano intergenerazionale. Entrambi svolsero la funzione di ristoratori di fede in un popolo stanco e in declino: quello del <em>crash</em> di Wall Street negli alla fine degli anni Venti, quello della crisi petrolifera alla fine degli anni Settanta. Per questo ed altro, entrambi furono equamente odiati e adorati.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Amedeo Gasparini" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2020/12/amedeo-gasparini-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/amedeo-gasparini/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Amedeo Gasparini</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Classe 1997, studente italo-svizzero; Bachelor in Scienze della Comunicazione all’Università della Svizzera Italiana di Lugano e Master in Relazioni Internazionali all’Università Carlo di Praga. Ha fatto oltre 450 interviste e collabora alle testate “L’universo”, “L’Osservatore”, “Immoderati”, “Progetto Repubblica Ceca”, “La Voce di New York”, “Corriere dell’Italianità”, Istituto Bruno Leoni – Blog. Appassionato di (geo)politica, affari e relazioni internazionali, storia, economia, giornalismo e news. Gestisce “Blackstar”.</p>
</div></div><div class="saboxplugin-web "><a href="http://www.amedeogasparini.com/" target="_self" >www.amedeogasparini.com/</a></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/new-deal-roosevelt-e-reagan-a-confronto/">New Deal: Roosevelt e Reagan a confronto</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>Quali alleanze per gli Stati Uniti dopo Trump?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maddalena Pezzotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Nov 2020 10:00:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitica]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Donald Trump ha posto a dura prova l’ordine costituito dagli Stati Uniti nei settant’anni dalla fine del secondo conflitto mondiale. Sebbene il dibattito si sia impantanato in una dicotomia fuorviante animata da antagonisti che spingono verso la sua dissoluzione e nostalgici che puntano alla sua ricomposizione, nessuna delle opzioni è viabile. La volatilità dei pesi politici nei contesti domestici, e la natura mutevole della competizione fra stati, rende impraticabile sia <em>leadership </em>unilaterali sia un ritorno a vecchi schemi. D’altro canto, la situazione ereditata da Joe Biden è tale da alimentare un dubbio palese intorno all’attuale possibilità americana di restaurare con credibilità un ruolo di garante della sicurezza globale.</p>
<p>Il bilanciamento di potere raggiunto nella fase preliminare della guerra fredda che, pure con enormi difficoltà, ha assicurato la pace fra le società industrializzate, oggi è a repentaglio. In seguito al collasso dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti avevano preservato questa conduzione, anche se era stata tarata su uno scenario in cui non avevano rivali, con un alleggerimento di intensità nella difesa e la deterrenza. Trump ha minato le fondamenta del rispetto reciproco, intimando l’abbandono dei teatri dei paesi inadempienti con la richiesta di un aumento delle quote belliche, mettendo persino in discussione il sodalizio granitico con Giappone e Corea del Sud. La contropartita è stata un’accelerazione di quelle propulsioni geopolitiche che si stanno adoperando per indebolire i patti esistenti e uno scarso appoggio internazionale nella campagna contro la Cina.</p>
<p>Invero, la coalizione atlantica ha provato di poter essere governata con costi contenuti ed efficacia. Il problema risiede nella polarizzazione all’interno del congresso e l’opinione pubblica, e rimarrà oggetto di controversia nel corso della prossima amministrazione. Ogni presidente americano ha spronato a investire nella cooperazione militare, ma l’apparente dislivello – gli Stati Uniti spendono oltre il 3 per cento del Pil, mentre la media degli integranti della Nato si colloca fra l’1.5 e il 2 – non può essere comparato con gli obiettivi perseguiti da Washington e il vantaggio acquisito in sfere di influenza. Del resto, in alcun caso, si è vista coinvolta in dispute che non coincidessero con i propri interessi, o sono accadute circostanze in cui non potesse decidere in autonomia, o rescindere da impegni.</p>
<p>Nel tempo intercorso fra la rivoluzione, che dal 1775 al 1783 oppose le tredici colonie nordamericane al Regno di Gran Bretagna, e l’intervento anti-nazista dal 1941 al 1945, gli Stati Uniti non avevano avuto alleati formali. Tra il 1949 e il 1955, sono state offerte garanzie a 23 nazioni in Asia ed Europa; alla conclusione del ventesimo secolo, il numero era salito a 37. La diffusione della tecnologia balistica e nucleare, con l’estensione della portata offensiva aerea, avevano rotto il loro relativo isolamento geografico. La fitta rete di basi all’estero ha svolto la funzione di ridurre l’esposizione ad azzardi, e divergere le crisi, prevenendole o risolvendole, lontano dal suolo patrio. In primo luogo, ha permesso il controllo dell’unica super potenza sopravvissuta all’indomani del conflitto mondiale, l’Unione Sovietica, e il congelamento di un confronto su larga scala in maniera indefinita.</p>
<p>Il sistema ha piuttosto diminuito il costo delle manovre americane. Dall’inizio degli anni cinquanta, gli alleati hanno aderito a qualsivoglia operazione degli Stati Uniti, non essendo obbligati dagli accordi, e hanno supportato la dottrina di Washington, come l’adesione a sanzioni, e la partecipazione in missioni di pace che hanno determinato il destino di paesi in transizione. Tali apporti hanno consentito un’ampia proiezione senza grandi sovraccarichi. Per dipiù, importanti economie, quali Germania, Taiwan e Corea del Sud, hanno rescisso dalla proliferazione nucleare, e altre ancora dal creare strutture militari sofisticate, affidandosi alla tutela americana, e accrescendone la supremazia tecnologica e politica.</p>
<p>Questa logica ha funzionato fino a quando il nemico sul quale era stata disegnata si è disintegrato. Esperti di orientamento realista la dichiararono obsoleta, chiamando a uno smantellamento, ma i politici statunitensi decisero piuttosto di riorientarla. Bill Clinton promosse l’ingresso nella Nato di Repubblica Ceca, Ungheria e Polonia, e instaurò un programma affiancato alla Nato, per generare apertura negli stati dell’ex blocco sovietico, senza che questi dovessero aderire, così promuovendo stabilità, dopo lo disfacimento della Yugoslavia fra il 1991 e il 1992, e alzando una cortina che pretendeva infiacchire la Russia o indurla a transitare nella Nato.</p>
<p>Nella decade dei novanta, l’approccio dell’allargamento a est sembrò funzionare, ma con l’ampliamento a Estonia, Latvia e Lituania nel 2004, l’alleanza si fece difficile da patrocinare. Se la Russia aveva bisogno di  una zona cuscinetto che la mantenesse in sicurezza, gli Stati Uniti vedevano sul suo confine ovest la prima linea. Immerso nella recessione economica, il Cremlino dapprincipio non aveva ribattuto ai movimenti di espansione. La congiuntura virò quando, nel 2008, invase la Georgia e, nel 2014, l’Ucraina, per non lasciare che entrassero nella Nato, e come parte di una tattica mirata ad accertare l’inabilità degli Stati Uniti di soccorrere la regione balcanica.</p>
<p>In aggiunta, una Cina in progressiva ascesa è riuscita a corrodere le relazioni americane nel Pacifico. Non solo gli investimenti bellici hanno reso gravoso per Washington entrare in guerra, ma hanno attestato che la sua tenuta nel proteggere gli stati amici si sta dissipando. Pechino ha prodotto tecnologia avanzata, e costruito basi nel mar cinese meridionale, che rendono infattibile agire in prossimità delle sue coste, a Taiwan o nelle Filippine.</p>
<p>A un trentennio dalla caduta del muro di Berlino, Russia, Cina e Stati Uniti hanno sviluppato strategie non militari che spostano gli equilibri. Nel 1999, incursioni russe, durate quasi un anno e cominciate a bassa frequenza, ai <em>computer</em> del dipartimento di difesa, università e imprenditori, ottengono codici navali classificati e configurazioni di guida di missili. Nel 2003, un’azione coordinata cinese, tuttora sconosciuta nella sua precisa origine, si inserisce nei <em>pc </em>dell’America per ricavare dati su apparati informatici. Viene violato l’accesso di <em>Lockheed Martin</em>, <em>Sandia National Laboratories</em> , <em>Redstone Arsenal </em>e la Nasa. Nel 2006, un’ondata di assalti digitali statunitensi, in collaborazione con Israele, tenta il sabotaggio della centrale nucleare iraniana di Natanz, mediante un virus ingeniato per disabilitare le centrifughe. Nel 2007, un ciberattacco russo all’Estonia paralizza i settori bancario e governativo. Nel 2016, ingerenze imputate alla Russia interferiscono nelle elezioni presidenziali a stelle e strisce.</p>
<p>Vandalismo <em>web</em> per la sottrazione o l’eliminazione di dati, intralcio ad apparecchiature militari e satellitari per l’intercettazione e la sostituzione di ordini, raccolta di dati riservati, campagne di disinformazione, propaganda psicologica, sociale e politica, nonché attacchi a infrastrutture critiche identificate in servizi commerciali, energetici, idrici, logistici, e della comunicazione, richiedono <em>partnerships</em> rinnovate. Le modalità sono diverse, ma l’intenzione che le muove è la medesima: arrivare allo scopo senza violare le leggi sull’uso della forza e attivare l’articolo 5 della Nato. Servono a sminuire il credito dei trattati americani e suffragare che questi hanno perso vigore di coercizione.</p>
<p>Il sistema, dunque, deve essere rifondato a partire dalle intimidazioni non esclusivamente militari a cui far fronte e ricalibrato sullo <em>status</em> economico e sociale dei suoi membri, e le loro potenzialità, per rilanciare una responsabilità collettiva. Oltre i toni, Trump ha espresso un pezzo di verità. Quando venne istituita la Nato, gli alleati erano paesi che uscivano dalla distruzione della guerra con finanze al bordo del crollo; ora sono fiorenti democrazie in grado di contribuire in grado simmetrico. La resistenza della società civile all’aumento delle spese in armamenti potrebbe essere, inoltre, superata se, in Europa, le risorse venissero redirezionate a voci non tradizionali, relazionate alla guerra cibernetica e il controspionaggio ciberspaziale. La superiorità tecnologica degli Stati Uniti, comunque, gli preserverebbe l’incombenza principale degli aiuti sul territorio.</p>
<p>Due sfide rimangono aperte. Dimostrare alle nazioni balcaniche che Washington è in grado di provvedere una vigilanza attendibile sulla frontiera orientale della coalizione e contenere le ambizioni della Russia. Provare alle nazioni asiatiche che non vi  è alternativa agli Stati Uniti, nonostante l’evoluzione della Cina. Entrambe non possono essere vinte, a meno che gli alleati forti in Europa e Asia intraprendano ruoli di primo piano nella ricerca di soluzioni specifiche ai problemi, siano diplomatici, tecnologici od operativi, per contrarrestare la pressione di Russia e Cina sugli alleati deboli. Australia e Giappone, per esempio, sono imprescindibili affinché vengano attese le rivendicazioni degli alleati nel mare cinese.</p>
<p>Inanzitutto, gli Stati Uniti devono modificare il proprio punto di vista sulle alleanze e la loro gestione e, pur restando un asse centrale, assumere una funzione di accompagnamento a sforzi collegiali. Gli attori regionali devono esercitare un protagonismo inderogabile per identificare risposte adeguate alle provocazioni presenti nelle loro rispettive aree su questioni di deterrenza, ciberdifesa, e investimenti aggressivi di capitali stranieri in infrastrutture essenziali. Si deve anche comprendere che le minacce non vengono ponderate con la stessa misura da Washington e dagli alleati, o da alleati differenti, in quanto si danno ripercussioni sproporzionate nelle singole realtà, e gli Stati Uniti dovranno porsi nella condizione di accettare qualche incognita a beneficio degli alleati. Quello che deriva dal non favorire un cambiamento non è un rischio sostenibile.</p>
<p>L’agenda di riforma è vasta, ma il mondo non è lo stesso della post-guerra, e gli Stati Uniti hanno bisogno di più alleanze che nel passato e di nuove intese. Ridimensionare il <em>network</em> farebbe perdere capacità di reazione, dove altri hanno guadagnato terreno. Se il presidente entrante non agisce, Cina e Russia avanzeranno con rapidità nel progetto di demolizione della fiducia nel Pentagono. Allineare mezzi e fini, in un’ottica associativa, è il fulcro della strategia estera del futuro. Le alleanze, non coltivate, potrebbero diventare irrilevanti, nel momento in cui sono necessarie.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Maddalena Pezzotti" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2022/06/maddalena-pezzotti.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/maddalena-pezzotti/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Maddalena Pezzotti</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Esperta internazionale in inclusione sociale, diversità culturale, equità e sviluppo, con un&#8217;ampia esperienza sul campo, in diverse aree geostrategiche, e in contesti di emergenza, conflitto e post-conflitto. In qualità di funzionaria senior delle Nazioni Unite, ha diretto interventi multidimensionali, fra gli altri, negli scenari del Chiapas, il Guatemala, il Kosovo e la Libia. Con l&#8217;incarico di manager alla Banca Interamericana di Sviluppo a Washington DC, ha gestito operazioni in ventisei stati membri, includendo realtà complesse come il Brasile, la Colombia e Haiti. Ha conseguito un Master in Business Administration (MBA) negli Stati Uniti, con specializzazione in knowledge management e knowledge for development. Senior Fellow dell&#8217;Università Nazionale Interculturale dell&#8217;Amazzonia in Perù, svolge attività di ricerca e docenza in teoria e politica della conoscenza, applicata allo sviluppo socioeconomico. Analista di politica estera per testate giornalistiche. Responsabile degli affari esteri ed europei dell&#8217;associazione di cultura politica Liberi Cittadini. Membro del comitato scientifico della Fondazione Einaudi, area relazioni internazionali. Ha impartito conferenze, e lezioni accademiche, in venti paesi del mondo, su migrazioni, protezione dei rifugiati, parità di genere, questioni etniche, diritti umani, pace, sviluppo, cooperazione, e buon governo. Autrice di libri e manuali pubblicati dall&#8217;Onu. Scrive il blog di geopolitica &#8220;Il Toro e la Bambina&#8221;.</p>
</div></div><div class="saboxplugin-web "><a href="http://www.iltoroelabambina.it/" target="_self" >www.iltoroelabambina.it/</a></div><div class="clearfix"></div><div class="saboxplugin-socials sabox-colored"><a title="Facebook" target="_self" href="https://facebook.com/www.iltoroelabambina.it/" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-color"><svg class="sab-facebook" viewBox="0 0 500 500.7" xml:space="preserve" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><rect class="st0" x="-.3" y=".3" width="500" height="500" fill="#3b5998" /><polygon class="st1" points="499.7 292.6 499.7 500.3 331.4 500.3 219.8 388.7 221.6 385.3 223.7 308.6 178.3 264.9 219.7 233.9 249.7 138.6 321.1 113.9" /><path class="st2" d="M219.8,388.7V264.9h-41.5v-49.2h41.5V177c0-42.1,25.7-65,63.3-65c18,0,33.5,1.4,38,1.9v44H295  c-20.4,0-24.4,9.7-24.4,24v33.9h46.1l-6.3,49.2h-39.8v123.8" /></svg></span></a><a title="Instagram" target="_self" href="https://www.instagram.com/iltoroelabambina/" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-color"><svg class="sab-instagram" viewBox="0 0 500 500.7" xml:space="preserve" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><rect class="st0" x=".7" y="-.2" width="500" height="500" fill="#405de6" /><polygon class="st1" points="500.7 300.6 500.7 499.8 302.3 499.8 143 339.3 143 192.3 152.2 165.3 167 151.2 200 143.3 270 138.3 350.5 150" /><path class="st2" d="m250.7 188.2c-34.1 0-61.6 27.5-61.6 61.6s27.5 61.6 61.6 61.6 61.6-27.5 61.6-61.6-27.5-61.6-61.6-61.6zm0 101.6c-22 0-40-17.9-40-40s17.9-40 40-40 40 17.9 40 40-17.9 40-40 40zm78.5-104.1c0 8-6.4 14.4-14.4 14.4s-14.4-6.4-14.4-14.4c0-7.9 6.4-14.4 14.4-14.4 7.9 0.1 14.4 6.5 14.4 14.4zm40.7 14.6c-0.9-19.2-5.3-36.3-19.4-50.3-14-14-31.1-18.4-50.3-19.4-19.8-1.1-79.2-1.1-99.1 0-19.2 0.9-36.2 5.3-50.3 19.3s-18.4 31.1-19.4 50.3c-1.1 19.8-1.1 79.2 0 99.1 0.9 19.2 5.3 36.3 19.4 50.3s31.1 18.4 50.3 19.4c19.8 1.1 79.2 1.1 99.1 0 19.2-0.9 36.3-5.3 50.3-19.4 14-14 18.4-31.1 19.4-50.3 1.2-19.8 1.2-79.2 0-99zm-25.6 120.3c-4.2 10.5-12.3 18.6-22.8 22.8-15.8 6.3-53.3 4.8-70.8 4.8s-55 1.4-70.8-4.8c-10.5-4.2-18.6-12.3-22.8-22.8-6.3-15.8-4.8-53.3-4.8-70.8s-1.4-55 4.8-70.8c4.2-10.5 12.3-18.6 22.8-22.8 15.8-6.3 53.3-4.8 70.8-4.8s55-1.4 70.8 4.8c10.5 4.2 18.6 12.3 22.8 22.8 6.3 15.8 4.8 53.3 4.8 70.8s1.5 55-4.8 70.8z" /></svg></span></a></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/quali-alleanze-per-gli-stati-uniti-dopo-trump/">Quali alleanze per gli Stati Uniti dopo Trump?</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>Stati Uniti e Cina: chi conduce il gioco?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maddalena Pezzotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Oct 2020 08:05:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A distanza di un decennio, due crisi planetarie, quella economica derivata dall’emergenza sanitaria in corso e quella finanziaria del 2008, hanno fatto vacillare il sistema capitalista della produzione e della società. Il ripiegamento del gigante statunitense su questioni che in maniera selettiva collocano al centro interessi domestici, lasciando esorbitanti spazi di vuoto sul piano internazionale, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/stati-uniti-e-cina-chi-conduce-il-gioco/">Stati Uniti e Cina: chi conduce il gioco?</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>A distanza di un decennio, due crisi planetarie, quella economica derivata dall’emergenza sanitaria in corso e quella finanziaria del 2008, hanno fatto vacillare il sistema capitalista della produzione e della società. Il ripiegamento del gigante statunitense su questioni che in maniera selettiva collocano al centro interessi domestici, lasciando esorbitanti spazi di vuoto sul piano internazionale, il consolidamento del peso della Cina nella geopolitica, e l’allontanamento progressivo dell’Europa dai luoghi del potere, pongono alcuni interrogativi rispetto al futuro. In quale forma si vanno ricomponendo le leadership, i modelli di sviluppo e le catene di valore? Chi conduce il gioco?<br />
Il vertice del G20 nel 2008, convocato da George W. Bush, per generare una risposta coordinata al crack, ha rappresentato un tentativo di articolazione di dialogo e ricerca di strategie comuni, che non trova corrispondenza nell’attualità. Infatti, sin dal 2009, l’ordine pattuito alla fine del secondo conflitto mondiale aveva cominciato a sgretolarsi con Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, che davano vita alla prima coalizione &#8211; Brics &#8211; non tutelata da vecchie e nuove egemonie di stampo coloniale, con aspirazione di influenza globale. E nel 2013, la Cina si era già smarcata con il progetto della Via della Seta, che prendendo le mosse dal bacino asiatico, è arrivato ad attrarre 141 paesi.<br />
Durante il crollo indotto dalla bolla speculativa, gli Stati Uniti, da una posizione di dominio nella sfera degli affari, hanno contratto il Pil a -2.5 per cento e sono potuti ripartire solo nel 2010. La Cina, invece, si è mantenuta solida, crescendo fra il 9 e il 10 per cento. In questa fase, è riuscita a installarsi come la prima potenza manifatturiera, per contro alla deludente performance dei membri del G7. Le imprese cinesi si sono avviate a un’espansione inarrestabile e, in parallelo, è stata accelerata l’acquisizione di titoli del tesoro americano. La Cina, inoltre, si è procurata il sumministro di materie prime realtà diverse: minerale di ferro brasiliano, bronzo cileno e peruviano, petrolio venezuelano e brasiliano, nonché iracheno, angolano e saudita, assicurando un legami mercantili e politici di doppio filo.<br />
Il salto risolutivo si misura dal momento in cui le multinazionali cinesi hanno iniziato a competere con l’industria di punta degli Stati Uniti, costituita da prodotti e servizi tecnologici, con investimenti aggressivi e sostenuti. L’avvicendamento di ruolo provocato da questa guerra commerciale viene catturato dalla classifica Global 500 della rivista Fortune dove risultano 119 imprese cinesi su 121 americane in prevalenza nei settori bancari, dell’ingenieria e le opere di infrastruttura nei continenti chiave dell’Asia, l’Africa e l’America Latina, e le telecomunicazioni. In quest’ultimo, fra le cinque maggiori compagnie per vendita, resiste Apple, che ha dovuto cedere il podio, avendo Huawei guadagnato la sua quota in Cina. A Microsoft, Amazon e Facebook si contrappongono Baidu, Alibaba e Tencent.<br />
E se l’occidente persiste con il dogma dell’aumento del profitto per azione a breve scadenza, le imprese cinesi si concentrano sulla creazione di valore con obiettivi intermedi e di lungo termine, e il controllo della struttura dei costi in tutte le sue componenti essenziali: elettricità, combustibile, salari. Persino al livello più alto, la media del compenso dei Ceo delle imprese cinesi non arriva al mezzo milione di dollari, mentre che quello degli americani è di 13 milioni.<br />
Sebbene si reclami e pretenda che la Cina segua le regole del capitalismo neoliberale, vigenti per i competitori, senza che vi sia un incentivo reale, e considerato il suo evidente successo, non è plausibile che ciò avvenga. Quello a cui stiamo assistendo è una battaglia per un paradigma, la cui battuta con probabilità verrà determinata dagli avvenimenti in atto nei mercati emergenti, nei quali si sta, per esempio, utilizzando per la prima volta lo strumento del quantitative easing, come in Indonesia e Colombia, dove le banche centrali stampano valuta locale per acquistare il debito dello stato.<br />
Tantomeno si possono sottovalutare i limiti delle dottrine del consenso di Washington imposte ai paesi insolventi, fattisi manifesti nella gestione dell’impatto del lockdown. Nel 2008, nonostante tutto, i principi difesi dal Fondo Monetario Internazionale non vennero messi in discussione, la pandemia, al contrario, sta ingrossando le file di critici e oppositori. I governi stanno intervenendo con pacchetti fiscali espansivi, protezione delle imprese e sostegno ai gruppi vulnerabili.<br />
In questo clima da “si salvi chi può”, il G20 sotto la presidenza dell’Arabia Saudita non ha sortito effetti.<br />
La fragmentazione corre sull’asse nord-sud, dentro l’occidente e all’interno delle stesse nazioni, proprio quando ci sarebbe necessità di coesione e scommesse coraggiose. Il susseguirsi delle rappresaglie della guerra tecnologico-commerciale tra gli Stati Uniti e la Cina muove blocchi di schieramento, ma la gran parte degli attori, inclusa l’Unione Europea, non ha sul proprio tavolo una agenda decisiva per l’innovazione digitale e sta a guardare.<br />
Durante il picco del contagio, negli Stati Uniti sono stati persi oltre 22 milioni di posti di lavoro, di cui 7.5 riguadagnati nei passati due mesi; il tasso di disoccupazione, pur sceso dall&#8217;11.1 al 10.2 per cento, supera ancora il dato più alto della recessione 2008-2009. Al contempo, l’economia cinese è incrementata del 3.2 per cento nel secondo trimestre dell’anno e Pechino rilancia investimenti nelle reti 5G, veicoli elettrici, intelligenza artificiale e riconoscimento facciale. Fra globalizazzione e de-globalizzazione, il dollaro e il renminbi, due forze antagoniste cercano di affermarsi. Le tendenze, se confermate, appuntano a un possible vincente.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Maddalena Pezzotti" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2022/06/maddalena-pezzotti.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/maddalena-pezzotti/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Maddalena Pezzotti</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Esperta internazionale in inclusione sociale, diversità culturale, equità e sviluppo, con un&#8217;ampia esperienza sul campo, in diverse aree geostrategiche, e in contesti di emergenza, conflitto e post-conflitto. In qualità di funzionaria senior delle Nazioni Unite, ha diretto interventi multidimensionali, fra gli altri, negli scenari del Chiapas, il Guatemala, il Kosovo e la Libia. Con l&#8217;incarico di manager alla Banca Interamericana di Sviluppo a Washington DC, ha gestito operazioni in ventisei stati membri, includendo realtà complesse come il Brasile, la Colombia e Haiti. Ha conseguito un Master in Business Administration (MBA) negli Stati Uniti, con specializzazione in knowledge management e knowledge for development. Senior Fellow dell&#8217;Università Nazionale Interculturale dell&#8217;Amazzonia in Perù, svolge attività di ricerca e docenza in teoria e politica della conoscenza, applicata allo sviluppo socioeconomico. Analista di politica estera per testate giornalistiche. Responsabile degli affari esteri ed europei dell&#8217;associazione di cultura politica Liberi Cittadini. Membro del comitato scientifico della Fondazione Einaudi, area relazioni internazionali. Ha impartito conferenze, e lezioni accademiche, in venti paesi del mondo, su migrazioni, protezione dei rifugiati, parità di genere, questioni etniche, diritti umani, pace, sviluppo, cooperazione, e buon governo. Autrice di libri e manuali pubblicati dall&#8217;Onu. Scrive il blog di geopolitica &#8220;Il Toro e la Bambina&#8221;.</p>
</div></div><div class="saboxplugin-web "><a href="http://www.iltoroelabambina.it/" target="_self" >www.iltoroelabambina.it/</a></div><div class="clearfix"></div><div class="saboxplugin-socials sabox-colored"><a title="Facebook" target="_self" href="https://facebook.com/www.iltoroelabambina.it/" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-color"><svg class="sab-facebook" viewBox="0 0 500 500.7" xml:space="preserve" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><rect class="st0" x="-.3" y=".3" width="500" height="500" fill="#3b5998" /><polygon class="st1" points="499.7 292.6 499.7 500.3 331.4 500.3 219.8 388.7 221.6 385.3 223.7 308.6 178.3 264.9 219.7 233.9 249.7 138.6 321.1 113.9" /><path class="st2" d="M219.8,388.7V264.9h-41.5v-49.2h41.5V177c0-42.1,25.7-65,63.3-65c18,0,33.5,1.4,38,1.9v44H295  c-20.4,0-24.4,9.7-24.4,24v33.9h46.1l-6.3,49.2h-39.8v123.8" /></svg></span></a><a title="Instagram" target="_self" href="https://www.instagram.com/iltoroelabambina/" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-color"><svg class="sab-instagram" viewBox="0 0 500 500.7" xml:space="preserve" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><rect class="st0" x=".7" y="-.2" width="500" height="500" fill="#405de6" /><polygon class="st1" points="500.7 300.6 500.7 499.8 302.3 499.8 143 339.3 143 192.3 152.2 165.3 167 151.2 200 143.3 270 138.3 350.5 150" /><path class="st2" d="m250.7 188.2c-34.1 0-61.6 27.5-61.6 61.6s27.5 61.6 61.6 61.6 61.6-27.5 61.6-61.6-27.5-61.6-61.6-61.6zm0 101.6c-22 0-40-17.9-40-40s17.9-40 40-40 40 17.9 40 40-17.9 40-40 40zm78.5-104.1c0 8-6.4 14.4-14.4 14.4s-14.4-6.4-14.4-14.4c0-7.9 6.4-14.4 14.4-14.4 7.9 0.1 14.4 6.5 14.4 14.4zm40.7 14.6c-0.9-19.2-5.3-36.3-19.4-50.3-14-14-31.1-18.4-50.3-19.4-19.8-1.1-79.2-1.1-99.1 0-19.2 0.9-36.2 5.3-50.3 19.3s-18.4 31.1-19.4 50.3c-1.1 19.8-1.1 79.2 0 99.1 0.9 19.2 5.3 36.3 19.4 50.3s31.1 18.4 50.3 19.4c19.8 1.1 79.2 1.1 99.1 0 19.2-0.9 36.3-5.3 50.3-19.4 14-14 18.4-31.1 19.4-50.3 1.2-19.8 1.2-79.2 0-99zm-25.6 120.3c-4.2 10.5-12.3 18.6-22.8 22.8-15.8 6.3-53.3 4.8-70.8 4.8s-55 1.4-70.8-4.8c-10.5-4.2-18.6-12.3-22.8-22.8-6.3-15.8-4.8-53.3-4.8-70.8s-1.4-55 4.8-70.8c4.2-10.5 12.3-18.6 22.8-22.8 15.8-6.3 53.3-4.8 70.8-4.8s55-1.4 70.8 4.8c10.5 4.2 18.6 12.3 22.8 22.8 6.3 15.8 4.8 53.3 4.8 70.8s1.5 55-4.8 70.8z" /></svg></span></a></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/stati-uniti-e-cina-chi-conduce-il-gioco/">Stati Uniti e Cina: chi conduce il gioco?</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>Afghanistan: anche le &#8220;guerre buone&#8221; finiscono male</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maddalena Pezzotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 31 Aug 2020 15:53:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Afghanistan]]></category>
		<category><![CDATA[internazionale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tutti i presidenti americani, dal 2001 a oggi, hanno inseguito il momento adatto per ritirarsi dall’Afghanistan, ossia quell’ineffabile punto di equilibrio fra l’intensità della guerra e la solidità del governo che permettesse un’evacuazione senza il rischio di un’ondata terroristica. Neppure uno è riuscito nell’intento e non per assenza di opportunità. Una miscela di fiducia sproporzionata [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Tutti i presidenti americani, dal 2001 a oggi, hanno inseguito il momento adatto per ritirarsi dall’Afghanistan, ossia quell’ineffabile punto di equilibrio fra l’intensità della guerra e la solidità del governo che permettesse un’evacuazione senza il rischio di un’ondata terroristica. Neppure uno è riuscito nell’intento e non per assenza di opportunità.<br />
Una miscela di fiducia sproporzionata negli esiti militari, e una apprensione smisurata per eventuali ripercussioni in patria, non ha permesso di cogliere alcune occasioni che avrebbero potuto essere risolutive se non per la pace, almeno per un bilancio meno violento. Il conflitto in Afghanistan, con oltre diciotto anni, è il più lungo nella storia degli Stati Uniti. È costato mille miliardi di dollari, la vita di 2.300 soldati americani e lesioni di altri 20 mila. Almeno mezzo milione di agfhani, tra governativi, talebani e civili, sono morti o sono stati feriti. Malgrado il prezzo pagato, Kabul non è in grado di sopravvivere senza il sostegno di Washington.<br />
La “guerra buona”, in contrasto a quella in Iraq, venne sferrata da George W. Bush, in reazione all’attacco dell’11 settembre. Il regime talebano fu rovesciato, al Qaeda sparigliata, e venne istituito un esecutivo retto dal moderato Hamid Karzai. Per quattro anni, il paese si mantenne relativamente tranquillo. Nel 2004, venne approvata la costituzione, vennero indette elezioni democratiche e Karzai riuscì a catalizzare il consenso delle fazioni avverse. In piena narrativa del trionfo, Mullah Omar, lanciò dalla clandestinità un appello alla riorganizzazione e il rilancio dell’offensiva. Venne fondata la Shura di Quetta -città pachistana sede delle manovre talebane-, militanti vennero proscritti e addestrati, quadri si infiltrarono in Afghanistan. Gli Stati Uniti sottovalutarono il pericolo e non vennero presi sufficienti provvedimenti contro il Pakistan, da dove invece si riprofilava movimento.<br />
Per tre anni, dal 2006, i talebani avanzarono, sino a conquistare gran parte del sud e dell’est, e creare un governo parallelo. I terroristi si muovevano con libertà fra le basi in Afghanistan e quelle in Pakistan, ma in difesa di altri interessi geopolitici, quest’ultimo continuò a essere considerato un alleato. Gli Stati Uniti vennero assorbiti in scontri serrati, e nonostante la provata resilienza talebana, la strategia non cambiò e si continuò a puntare a una affermazione assoluta. Nel 2009, Barack Obama inviò rinforzi per quasi 100 mila soldati con un piano di ripiego entro il 2011. Durante il triennio successivo, fu ristabilito l’ordine nelle principali città, l’esercito regolare e la polizia vennero irrobustiti, e Osama bin Laden cadde in un’operativo speciale. Tuttavia, in questo periodo si registrarono le perdite maggiori in due decenni e gli Stati Uniti di Obama spesero per anno in Afghanistan oltre il 50 per cento dello stanziamento pubblico per l’educazione. In questa fase, Obama si concentrò sul controterrorismo, l’orientamento e la formazione delle milizie. Annunciò una nuova data per la smobilitazione totale entro il 2016, senza però fare i conti con la rilevanza degli aspetti psicologici della prolungata presenza americana, le sequele sociali del conflitto, e le frizioni fra le dimensioni tribali e di classe. Di fatto, nel 2015, l’esercito afghano, superiore in numeri e meglio preparato ed equipaggiato, perse una battaglia dietro l’altra. A Kunduz 500 talebani sconfissero 3 mila soldati, e a Helmand in 1.800 ne batterono 4.500. Nel 2016, il premier, Ashraf Ghani, era più debole del suo omologo di dieci anni addietro, e i talebani controllavano una porzione preponderante di territorio. Obama sospese le proprie decisioni.<br />
Quando Trump arriva alla Casa Bianca, nel 2017, l’Afghanistan si trova in pieno conflitto. Dapprincipio, approva un aumento di unità dell’esercito, ma alla ricerca di una via d’uscita, nel 2018, apre a negoziazioni con i talebani. Un tentativo realizzato fra il 2010 e il 2013 non prospera. Non si riescono a configurare i gruppi negoziatori, il Mullah Omar resta nascosto in Pakistan, e poi muore lasciando un vuoto nella controparte. Nel 2019, Trump giunge al punto più prossimo a un ritiro in vent’anni.<br />
Attraverso nove complicati colloqui, viene pattuito un cronogramma con i talebani e il cessate il fuoco, a cambio della loro partecipazione nelle negoziazioni con il governo afghano. L’annuncio del termine della guerra è previsto a Camp David nel mese di settembre, ma l’uccisione e il ferimento in Afghanistan di soldati americani fa sfumare l’unica vera possibilità di pace.<br />
All’insuccesso hanno contribuito tre fattori principali: la corruzione, l’influenza del Pakistan, e l’idea identitaria della resistenza. La mancata proattività americana nel rimuoverne i presupposti o contrarrestarne le conseguenze, e la loro evoluzione nel tempo, ha prodotto un accumulo di situazioni sfavorevoli.<br />
Il desvio di fondi pubblici, la confisca di terre di oppositori, l’assegnazione clientelare di posti statali, e l’abuso di azioni americane per eliminare nemici politici, hanno generato critiche e malcontento, e motivato l’insurgenza. Molte tribù, abbandonate a sé stesse, senza appoggio per risolvere problemi di ordine socioeconomico, o vessate da diatribe intertribali, che il governo ha nutrito invece di comporre, hanno finito per abbracciare la dottrina talebana, offrendo uomini e logistica. Gli effetti del ruolo del Pakistan, inoltre, sono stati sottostimati. Nel 2001, il presidente Pervez Musharraf aveva tagliato i ponti con i talebani, in risposta a un diktat dell’amministrazione Bush.<br />
Nondimeno, il timore che l’India stesse guadagnando terreno in Afghanistan, con i Tajiks – gruppo etnico reputato antipachistano – nella coalizione di Karzai, fece sì che, nel 2004, ritornasse alla condotta iniziale. Il Pakistan ha fornito ai talebani un porto franco, organizzato campi di esercitazioni e assistito la pianificazione bellica.<br />
La misura dell’onore nazionale e del valore individuale incarnati dai talebani, e radicati nella difesa della patria e della religione, hanno ispirato generazioni di combattenti volontari. Nel 2015, un’inchiesta tra funzionari di polizia di 11 province, condotta dall’Istituto Afghano di Studi Strategici, rivelò che l’11 per cento degli intervistati si fosse arruolato per fronteggiare i talebani. Il resto aspirava a un salario e non era motivato a morire per una causa. Questa asimmetria spiega il comportamento negativo delle forze di sicurezza afghane in determinate congiunture.<br />
Ci sono anche state disposizioni che avrebbero potuto essere diverse: il fiasco non era inevitabile.<br />
Circostanze vantaggiose si sono presentate fra il 2001 e il 2005, nel 2014 e nel 2011. Purtroppo, gli Stati Uniti non hanno intrapreso il cammino che avrebbe potuto evitare l’instabilità che è subentrata. L’esclusione dei talebani dall’accordo posteriore all’invasione è stato il primo errore a carico della squadra di Bush. Leader di rango tentarono di negoziare la pace nel dicembre del 2001, e si riavvicinarono fra il 2002 e il 2004, pronti ad abbandonare le armi, riconoscere Karzai come legittimo, a cambio di poter aderire al processo politico. In entrambi i casi, venne bandito qualsivoglia dialogo. Pur avendo precluso la conciliazione nazionale e lasciato ai talebani la lotta come sola opzione, la costruzione dell’esercito afghano fu lenta e insufficiente. La facilità con cui si diede l’occupazione nel 2001 aveva plasmato una percezione distorta di vittoria e gli Stati Uniti si concentrarono sull’Iraq. Nel 2006, erano stati approntati 26 mila soldati, e quando i talebani tornarono ad aggredire la disfatta fu inesorabile.<br />
La forma della repressione che ne è seguita è stato il secondo errore, riconducibile sia a Bush sia a Obama, in quanto ha catalizzato un aumento della resistenza. In retrospettiva, gli Stati Uniti avrebbero ottenuto migliori frutti se non avessero reagito con tanta durezza. Obama, in campagna elettorale, aveva promesso un aumento delle truppe per sconfiggere i talebani e i suoi provvedimenti hanno provocato una spirale catastrofica.<br />
Il terzo errore è stato porre restrizioni ai raid aerei. Obama deliberò che sarebbero stati utilizzati in extremis, quando una postazione afghana fosse in pericolo di un’imminente distruzione. Se il proposito era quello di ridurre il coinvolgimento americano, e il sacrificio umano, il risultato fu del tutto divergente. I talebani si rinvigorirono, precipitando gli americani nella sconfitta. Di fronte agli alti costi e gli scarsi benefici, per quale ragione gli Stati Uniti non hanno abbandonato l’impresa? La domanda trova risposta nelle tattiche elettorali interne. Dopo l’11 settembre i presidenti americani sono stati ostaggio dell’incognita terrorismo. Fino al 2002, i sondaggi Gallup mostravano che la maggioranza degli americani credeva che un nuovo attentato sul suolo nazionale fosse probabile. Per questa ragione, Obama, in realtà, non ha mai avuto una genuina intenzione riguardo al ripiegamento.  Solo dopo la soppressione di bin Laden, un sondaggio Gallup del maggio del 2011 indicò che il 59 per cento degli americani credeva che la missione in Afghanistan si fosse conclusa. Persisteva, comunque, una minaccia residuale, e la nascita dell’Isis nel 2014 in Iraq e Siria portò a optare per rimanere. Anche Trump, temendo di essere danneggiato sul versante politico, dopo le incursioni talebane del 2019, abbandona il tavolo negoziale.<br />
Ritirarsi dall’Afhanistan si è rivelato altrettanto difficile che vincere la guerra. La verità è che nessuno ha avuto il coraggio di rischiare il potere a cambio della pace. Con probabilità, è anche venuta meno una strategia aldilà di punti di vista unilaterali, belle speranze e grandi annunci.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Maddalena Pezzotti" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2022/06/maddalena-pezzotti.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/maddalena-pezzotti/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Maddalena Pezzotti</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Esperta internazionale in inclusione sociale, diversità culturale, equità e sviluppo, con un&#8217;ampia esperienza sul campo, in diverse aree geostrategiche, e in contesti di emergenza, conflitto e post-conflitto. In qualità di funzionaria senior delle Nazioni Unite, ha diretto interventi multidimensionali, fra gli altri, negli scenari del Chiapas, il Guatemala, il Kosovo e la Libia. Con l&#8217;incarico di manager alla Banca Interamericana di Sviluppo a Washington DC, ha gestito operazioni in ventisei stati membri, includendo realtà complesse come il Brasile, la Colombia e Haiti. Ha conseguito un Master in Business Administration (MBA) negli Stati Uniti, con specializzazione in knowledge management e knowledge for development. Senior Fellow dell&#8217;Università Nazionale Interculturale dell&#8217;Amazzonia in Perù, svolge attività di ricerca e docenza in teoria e politica della conoscenza, applicata allo sviluppo socioeconomico. Analista di politica estera per testate giornalistiche. Responsabile degli affari esteri ed europei dell&#8217;associazione di cultura politica Liberi Cittadini. Membro del comitato scientifico della Fondazione Einaudi, area relazioni internazionali. Ha impartito conferenze, e lezioni accademiche, in venti paesi del mondo, su migrazioni, protezione dei rifugiati, parità di genere, questioni etniche, diritti umani, pace, sviluppo, cooperazione, e buon governo. Autrice di libri e manuali pubblicati dall&#8217;Onu. Scrive il blog di geopolitica &#8220;Il Toro e la Bambina&#8221;.</p>
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		<title>Il risiko delle elezioni. L’Arizona e il rebus del midwest</title>
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		<pubDate>Tue, 26 May 2020 17:38:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Giacomo IamettiAvvocato, nato nel 1985 a Busto Arsizio. Laureato in Giurisprudenza a Como nel 2009, diplomato presso la Scuola di Specializzazione alle Professioni Legali dell&#8217;Università degli Studi di Milano nel 2011. Nel 2009 è vincitore della borsa di studio della Scuola di Liberalismo di Milano, istituita dalla Fondazione Luigi Einaudi. E’ coautore dei &#8220;Chaiers Adriana [&#8230;]</p>
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<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Giacomo Iametti" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2020/05/giacomo-iametti-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/giacomo-iametti/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Giacomo Iametti</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Avvocato, nato nel 1985 a Busto Arsizio. Laureato in Giurisprudenza a Como nel 2009, diplomato presso la Scuola di Specializzazione alle Professioni Legali dell&#8217;Università degli Studi di Milano nel 2011. Nel 2009 è vincitore della borsa di studio della Scuola di Liberalismo di Milano, istituita dalla Fondazione Luigi Einaudi. E’ coautore dei &#8220;Chaiers Adriana Petracchi&#8221; (2010- EPAP), inoltre è autore de &#8220;Il Primo Presidente della Repubblica&#8221; (2011), “Un uomo Giusto&#8221; (2016) e “Ovvietà Liberali” (2019). Nel 2016 consegue il Master in Retorica delle Imprese, Professioni e Politica presso l’Università San Raffaele con una tesi sulle comunicazione politica nelle Elezioni Presidenziali Americane del 2016. Collabora con il quotidiano on-line Malpensa 24 curando la rubrica Elezioni Americane 2020. Rivendica il suo credo Liberale definendosi, altresì, come uno storico prestato al diritto.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div><div class="saboxplugin-socials sabox-colored"><a title="Instagram" target="_self" href="https://instagram.com/elezioniamericane2020?igshid=4my1b0ff6v0u" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-color"><svg class="sab-instagram" viewBox="0 0 500 500.7" xml:space="preserve" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><rect class="st0" x=".7" y="-.2" width="500" height="500" fill="#405de6" /><polygon class="st1" points="500.7 300.6 500.7 499.8 302.3 499.8 143 339.3 143 192.3 152.2 165.3 167 151.2 200 143.3 270 138.3 350.5 150" /><path class="st2" d="m250.7 188.2c-34.1 0-61.6 27.5-61.6 61.6s27.5 61.6 61.6 61.6 61.6-27.5 61.6-61.6-27.5-61.6-61.6-61.6zm0 101.6c-22 0-40-17.9-40-40s17.9-40 40-40 40 17.9 40 40-17.9 40-40 40zm78.5-104.1c0 8-6.4 14.4-14.4 14.4s-14.4-6.4-14.4-14.4c0-7.9 6.4-14.4 14.4-14.4 7.9 0.1 14.4 6.5 14.4 14.4zm40.7 14.6c-0.9-19.2-5.3-36.3-19.4-50.3-14-14-31.1-18.4-50.3-19.4-19.8-1.1-79.2-1.1-99.1 0-19.2 0.9-36.2 5.3-50.3 19.3s-18.4 31.1-19.4 50.3c-1.1 19.8-1.1 79.2 0 99.1 0.9 19.2 5.3 36.3 19.4 50.3s31.1 18.4 50.3 19.4c19.8 1.1 79.2 1.1 99.1 0 19.2-0.9 36.3-5.3 50.3-19.4 14-14 18.4-31.1 19.4-50.3 1.2-19.8 1.2-79.2 0-99zm-25.6 120.3c-4.2 10.5-12.3 18.6-22.8 22.8-15.8 6.3-53.3 4.8-70.8 4.8s-55 1.4-70.8-4.8c-10.5-4.2-18.6-12.3-22.8-22.8-6.3-15.8-4.8-53.3-4.8-70.8s-1.4-55 4.8-70.8c4.2-10.5 12.3-18.6 22.8-22.8 15.8-6.3 53.3-4.8 70.8-4.8s55-1.4 70.8 4.8c10.5 4.2 18.6 12.3 22.8 22.8 6.3 15.8 4.8 53.3 4.8 70.8s1.5 55-4.8 70.8z" /></svg></span></a></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/il-risiko-delle-elezioni-larizona-e-il-rebus-del-midwest/">Il risiko delle elezioni. L’Arizona e il rebus del midwest</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>Lo scenario degli Stati americani in vista delle elezioni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giacomo Iametti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 May 2020 11:36:41 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>﻿ Giacomo IamettiAvvocato, nato nel 1985 a Busto Arsizio. Laureato in Giurisprudenza a Como nel 2009, diplomato presso la Scuola di Specializzazione alle Professioni Legali dell&#8217;Università degli Studi di Milano nel 2011. Nel 2009 è vincitore della borsa di studio della Scuola di Liberalismo di Milano, istituita dalla Fondazione Luigi Einaudi. E’ coautore dei &#8220;Chaiers [&#8230;]</p>
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<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Giacomo Iametti" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2020/05/giacomo-iametti-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/giacomo-iametti/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Giacomo Iametti</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Avvocato, nato nel 1985 a Busto Arsizio. Laureato in Giurisprudenza a Como nel 2009, diplomato presso la Scuola di Specializzazione alle Professioni Legali dell&#8217;Università degli Studi di Milano nel 2011. Nel 2009 è vincitore della borsa di studio della Scuola di Liberalismo di Milano, istituita dalla Fondazione Luigi Einaudi. E’ coautore dei &#8220;Chaiers Adriana Petracchi&#8221; (2010- EPAP), inoltre è autore de &#8220;Il Primo Presidente della Repubblica&#8221; (2011), “Un uomo Giusto&#8221; (2016) e “Ovvietà Liberali” (2019). Nel 2016 consegue il Master in Retorica delle Imprese, Professioni e Politica presso l’Università San Raffaele con una tesi sulle comunicazione politica nelle Elezioni Presidenziali Americane del 2016. Collabora con il quotidiano on-line Malpensa 24 curando la rubrica Elezioni Americane 2020. Rivendica il suo credo Liberale definendosi, altresì, come uno storico prestato al diritto.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div><div class="saboxplugin-socials sabox-colored"><a title="Instagram" target="_self" href="https://instagram.com/elezioniamericane2020?igshid=4my1b0ff6v0u" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-color"><svg class="sab-instagram" viewBox="0 0 500 500.7" xml:space="preserve" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><rect class="st0" x=".7" y="-.2" width="500" height="500" fill="#405de6" /><polygon class="st1" points="500.7 300.6 500.7 499.8 302.3 499.8 143 339.3 143 192.3 152.2 165.3 167 151.2 200 143.3 270 138.3 350.5 150" /><path class="st2" d="m250.7 188.2c-34.1 0-61.6 27.5-61.6 61.6s27.5 61.6 61.6 61.6 61.6-27.5 61.6-61.6-27.5-61.6-61.6-61.6zm0 101.6c-22 0-40-17.9-40-40s17.9-40 40-40 40 17.9 40 40-17.9 40-40 40zm78.5-104.1c0 8-6.4 14.4-14.4 14.4s-14.4-6.4-14.4-14.4c0-7.9 6.4-14.4 14.4-14.4 7.9 0.1 14.4 6.5 14.4 14.4zm40.7 14.6c-0.9-19.2-5.3-36.3-19.4-50.3-14-14-31.1-18.4-50.3-19.4-19.8-1.1-79.2-1.1-99.1 0-19.2 0.9-36.2 5.3-50.3 19.3s-18.4 31.1-19.4 50.3c-1.1 19.8-1.1 79.2 0 99.1 0.9 19.2 5.3 36.3 19.4 50.3s31.1 18.4 50.3 19.4c19.8 1.1 79.2 1.1 99.1 0 19.2-0.9 36.3-5.3 50.3-19.4 14-14 18.4-31.1 19.4-50.3 1.2-19.8 1.2-79.2 0-99zm-25.6 120.3c-4.2 10.5-12.3 18.6-22.8 22.8-15.8 6.3-53.3 4.8-70.8 4.8s-55 1.4-70.8-4.8c-10.5-4.2-18.6-12.3-22.8-22.8-6.3-15.8-4.8-53.3-4.8-70.8s-1.4-55 4.8-70.8c4.2-10.5 12.3-18.6 22.8-22.8 15.8-6.3 53.3-4.8 70.8-4.8s55-1.4 70.8 4.8c10.5 4.2 18.6 12.3 22.8 22.8 6.3 15.8 4.8 53.3 4.8 70.8s1.5 55-4.8 70.8z" /></svg></span></a></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/lo-scenario-degli-stati-americani-in-vista-delle-elezioni/">Lo scenario degli Stati americani in vista delle elezioni</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>Elezioni Americane 2020, si parte</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giacomo Iametti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 May 2020 22:23:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Giacomo IamettiAvvocato, nato nel 1985 a Busto Arsizio. Laureato in Giurisprudenza a Como nel 2009, diplomato presso la Scuola di Specializzazione alle Professioni Legali dell&#8217;Università degli Studi di Milano nel 2011. Nel 2009 è vincitore della borsa di studio della Scuola di Liberalismo di Milano, istituita dalla Fondazione Luigi Einaudi. E’ coautore dei &#8220;Chaiers Adriana [&#8230;]</p>
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<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Giacomo Iametti" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2020/05/giacomo-iametti-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/giacomo-iametti/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Giacomo Iametti</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Avvocato, nato nel 1985 a Busto Arsizio. Laureato in Giurisprudenza a Como nel 2009, diplomato presso la Scuola di Specializzazione alle Professioni Legali dell&#8217;Università degli Studi di Milano nel 2011. Nel 2009 è vincitore della borsa di studio della Scuola di Liberalismo di Milano, istituita dalla Fondazione Luigi Einaudi. E’ coautore dei &#8220;Chaiers Adriana Petracchi&#8221; (2010- EPAP), inoltre è autore de &#8220;Il Primo Presidente della Repubblica&#8221; (2011), “Un uomo Giusto&#8221; (2016) e “Ovvietà Liberali” (2019). Nel 2016 consegue il Master in Retorica delle Imprese, Professioni e Politica presso l’Università San Raffaele con una tesi sulle comunicazione politica nelle Elezioni Presidenziali Americane del 2016. Collabora con il quotidiano on-line Malpensa 24 curando la rubrica Elezioni Americane 2020. Rivendica il suo credo Liberale definendosi, altresì, come uno storico prestato al diritto.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div><div class="saboxplugin-socials sabox-colored"><a title="Instagram" target="_self" href="https://instagram.com/elezioniamericane2020?igshid=4my1b0ff6v0u" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-color"><svg class="sab-instagram" viewBox="0 0 500 500.7" xml:space="preserve" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><rect class="st0" x=".7" y="-.2" width="500" height="500" fill="#405de6" /><polygon class="st1" points="500.7 300.6 500.7 499.8 302.3 499.8 143 339.3 143 192.3 152.2 165.3 167 151.2 200 143.3 270 138.3 350.5 150" /><path class="st2" d="m250.7 188.2c-34.1 0-61.6 27.5-61.6 61.6s27.5 61.6 61.6 61.6 61.6-27.5 61.6-61.6-27.5-61.6-61.6-61.6zm0 101.6c-22 0-40-17.9-40-40s17.9-40 40-40 40 17.9 40 40-17.9 40-40 40zm78.5-104.1c0 8-6.4 14.4-14.4 14.4s-14.4-6.4-14.4-14.4c0-7.9 6.4-14.4 14.4-14.4 7.9 0.1 14.4 6.5 14.4 14.4zm40.7 14.6c-0.9-19.2-5.3-36.3-19.4-50.3-14-14-31.1-18.4-50.3-19.4-19.8-1.1-79.2-1.1-99.1 0-19.2 0.9-36.2 5.3-50.3 19.3s-18.4 31.1-19.4 50.3c-1.1 19.8-1.1 79.2 0 99.1 0.9 19.2 5.3 36.3 19.4 50.3s31.1 18.4 50.3 19.4c19.8 1.1 79.2 1.1 99.1 0 19.2-0.9 36.3-5.3 50.3-19.4 14-14 18.4-31.1 19.4-50.3 1.2-19.8 1.2-79.2 0-99zm-25.6 120.3c-4.2 10.5-12.3 18.6-22.8 22.8-15.8 6.3-53.3 4.8-70.8 4.8s-55 1.4-70.8-4.8c-10.5-4.2-18.6-12.3-22.8-22.8-6.3-15.8-4.8-53.3-4.8-70.8s-1.4-55 4.8-70.8c4.2-10.5 12.3-18.6 22.8-22.8 15.8-6.3 53.3-4.8 70.8-4.8s55-1.4 70.8 4.8c10.5 4.2 18.6 12.3 22.8 22.8 6.3 15.8 4.8 53.3 4.8 70.8s1.5 55-4.8 70.8z" /></svg></span></a></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/elezioniamericane2020-si-parte/">Elezioni Americane 2020, si parte</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>Sos Afghanistan</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maddalena Pezzotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Feb 2018 09:10:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Afghanistan]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[putin]]></category>
		<category><![CDATA[russia]]></category>
		<category><![CDATA[Usa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo oltre quindici anni, non è azzardato pensare che la coalizione Nato in Afghanistan e nel nord-ovest del Pakistan non abbia una strategia decisiva. Il governo di unità nazionale, frutto di un patto di condivisione del potere, mediato da John Kerry nel 2014, fra i due contendenti che si accusavano di brogli elettorali &#8211; Ashraf [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Dopo oltre quindici anni, non è azzardato pensare che la coalizione Nato in Afghanistan</strong> e nel nord-ovest del Pakistan non abbia una strategia decisiva.</p>
<p><strong>Il governo di unità nazionale</strong>, frutto di un patto di condivisione del potere, mediato da John Kerry nel 2014, fra i due contendenti che si accusavano di brogli elettorali &#8211; Ashraf Ghani, presidente, e Abdullah Abdullah, primo ministro, è frammentato e piagato dalla corruzione.</p>
<p><strong>Soprattutto è incapace di mantenere l’ordine</strong>. Mentre i soldati sono impiegati in <em>check-point</em> statici, sparsi e vulnerabili ad attacchi letali, e i servizi segreti concentrati in interventi militari contro talebani e Isis, invece di provvedere <em>intelligence</em> essenziale, la polizia, più che per l’applicazione della legge, viene utilizzata per la protezione dei membri del congresso, e spesso compie errori grossolani ai danni dei civili.</p>
<p><strong>Dal canto suo, il sistema legale non riesce</strong> a far fronte alla criminalità, rivelandosi inefficiente persino nella detenzione dei terroristi catturati.  È un marchingegno, tenuto in piedi dal sostegno internazionale, le cui forze di sicurezza non controllano porzioni cospicue del paese.</p>
<p><strong>Per alcune stime, i gruppi non statuali</strong>, che esercitano forme di gestione, vesserebbero il 40% del territorio.</p>
<p><strong>L’invasione degli Stati Uniti nel 2001 rovesciò</strong> il regime talebano che spalleggiava azioni di al-Qaeda.  Sebbene le operazioni iniziali sembrarono funzionare, gettando le fondamenta di quella che avrebbe dovuto essere una nazione democratica e sovrana, le complessità sul terreno e il ridimensionamento della campagna a seguito della guerra in Iraq, ne hanno ostacolato possibili ripercussioni positive.</p>
<p><strong>Al momento, l’Afghanistan brancola per la sopravvivenza</strong>.  I talebani hanno toccato un picco, irrobustito dal contributo della rete eversiva Haqqani e da quello delle fazioni di al-Qaeda respinte dal Pakistan nel 2014.  Guidati da Haibatullah Akhunzada, sovvenzionano progetti di sviluppo nelle aree rurali e promettono riforme del sistema educativo, mentre promuovono la propria ideologia con l’ausilio di internet.</p>
<p><strong>La perdita di due importanti <em>leader</em></strong> non ha intaccato la coesione e il funzionamento della rigida gerarchia, ma i tentativi di conquista di capitali provinciali &#8211; Kunduz nel 2015, e altre nel 2016 e nel 2017, hanno fallito.  Cementati nell’etnia pashtun, non solo sono in lotta con altre consorterie tribali, ma rimangono distanti dalla maggioranza dei cittadini urbani che aderiscono a un islam aperto a diritti e libertà individuali.</p>
<p><strong>Un’inchiesta su scala nazionale del 2015 ha rivelato</strong> che il 92% degli afghani è a favore del governo di Kabul e il 4 per cento a favore dei talebani, conclusione coerente con i numeri di altre avvenute nella decade anteriore.  La stessa inchiesta ha inoltre confutato l’idea che nella percezione diffusa siano diventati moderati.</p>
<p><strong>Di fatto, è stata scelta un’altra direzione</strong>.  Le bambine e le ragazze, bandite dalle scuole dai talebani, sono il 39 per cento dell’utenza; in parlamento 69 dei 249 seggi sono riservati alle donne, mentre in senato sono state elette 27 candidate su 102 uomini.</p>
<p><strong>Nonostante la sorprendente resilienza dimostrata</strong>, il ricorso massivo alla brutalità – atti dinamitardi, sabotaggi,<em> raid</em> in luoghi pubblici, rapimenti, assassinati &#8211; a causa dei quali sono state trucidate, o menomate, decine di migliaia di persone, sfollate famiglie e intere comunità, distrutti beni comuni, limitati movimento, accesso a salute, educazione, e soccorsi umanitari, li ha alienati dall’opinione generale.</p>
<p><strong>Questi sono anche implicati nel traffico di stupefacenti</strong>: la metà abbondante del finanziamento dell’organizzazione e fonte di introito per i comandanti locali.  Nel passato i talebani esportavano droga in forma di sciroppo oppiaceo; ora sono stati installati laboratori per la sintesi di morfina ed eroina – l’80 per cento dell’oppio mondiale è prodotto in Afghanistan.</p>
<p><strong>La gente non ne approva la dipendenza dal Pakistan</strong>, limitrofo e impopolare.  I servizi pachistani appoggiano i talebani con comunicazioni, armi letali, e rifugio sicuro.  I combattenti continuano a lanciare offensive in totale impunità dalle città pachistane di Peshawar, Quetta e Islamabad, su uffici governativi, e istallazioni della Nato e degli Stati Uniti.</p>
<p><strong>Sprovvisti dell’appoggio, o il vigore</strong>, per rovesciare il governo o tantomeno ampliarsi, il destino dei talebani non è promettente e vana è la speranza di riprendere Kabul e stabilire uno stato islamico.  Neutralizzarne il pericolo, però, è essenziale per l’Afghanistan.  Il governo è debole, gli attacchi mirati non sono sufficienti, e i talebani persistono.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone wp-image-1082 size-full" src="http://3.122.244.34/wp-content/uploads/2018/02/2.jpg" alt="" width="828" height="315" srcset="https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2018/02/2.jpg 828w, https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2018/02/2-300x114.jpg 300w, https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2018/02/2-768x292.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 828px) 100vw, 828px" /></p>
<p><strong>Questa è una guerra che non può vincere nessuno</strong>, nemmeno gli americani.  L’alto consiglio per la pace è arrivato a uno stallo nel 2011, quando il suo incaricato, Burhanuddin Rabbani, è stato ammazzato.  La sequenza di attentati di alto profilo che ne è scaturita ha costruito uno scenario improbabile per il dialogo.  Eppure la via diplomatica è l’unica percorribile.</p>
<p><strong>Se un incremento del livello di pressione militare</strong> potrebbe indurre i talebani a trattare, ci sarà un futuro soltanto con un accompagnamento di Stati Uniti e coalizione, e un riorientamento della relazione fra Stati Uniti e Pakistan, e Stati Uniti e Russia.</p>
<p><strong>Il distacco di Barack Obama ha indotto la Russia</strong> a pensare di doversi occupare in maniera unilaterale di un Afghanistan progressivamente instabile.  L’allora presidente rimpolpò le truppe internazionali fino a 150 mila unità, per l’addestramento e l’equipaggiamento di 350 mila effettivi nazionali in un arco di diciotto mesi, da promessa elettorale del 2009.</p>
<p><strong>Non prima del 2015, vi lasciò 9.800 <em>marines</em> </strong>e non erano stati ottenuti i risultati prefissi.  Le deliberazioni di Donald Trump, al principio nella stessa ottica, sono mutate <em>vis-à-vis</em> con le aggressioni del sedicente stato islamico – attivo in Afghanistan e Pakistan, e l’esigenza di continuare a frapporsi alla sua espansione, ma non hanno convinto della loro efficacia la Russia, in piena fase di rilancio nella risoluzione di crisi globali dalla Siria alla Libia.</p>
<p><strong>Dall’occupazione, le opinioni di Stati Uniti e Russia</strong> sono state pressoché allineate, e il dispiegamento di lungo termine di truppe americane e della Nato è stata facilitata dall’autorizzazione al passaggio di armamenti e rifornimenti sul suolo russo.</p>
<p><strong>La collaborazione ha subito un raffreddamento</strong> dopo l’annessione dell’Ucraina da parte di Mosca nel 2014.  Malgrado le sanzioni americane, che hanno chiuso le forniture di elicotteri russi Mi-17 &#8211; sostituiti dai Black Hawks americani, la Russia non è comunque favorevole a un ritiro degli Stati Uniti e il consigliere di Vladimir Putin per l’Afghanistan, <strong>Zamir Kabulov</strong>, ha dichiarato che, senza la presenza statunitense, il paese è condannato al collasso.  Sergey Lavrov, ministro degli affari esteri, giudicando l’amministrazione Obama fallimentare, e quella di Trump alla stregua di un vicolo cieco, identico al precedente, reclama un’intercessione energica di Washington.</p>
<p><strong>Il Cremlino ha un vantaggio comparativo</strong> che risiede nell’intersecamento di contatti e capacità, creati nel corso del conflitto russo-afghano (1979-1989), nel quale una larga fetta di militari e diplomatici ha acquisito profonda conoscenza culturale e logistica dell’Afghanistan, e una massa critica di funzionari e ufficiali afghani sono stati formati a Mosca.</p>
<p><strong>A novembre Mohammad Atmar</strong>, consigliere per la difesa, ha evidenziato il ruolo significativo della Russia nel sedimentare un dialogo indirizzato a convogliare i talebani al tavolo negoziale.  Del resto, la loro posizione si va indebolendo con la posticipazione dell’opzione politica.</p>
<p><strong>Sono stati, poi, favoriti colloqui ufficiali</strong> con la partecipazione di Cina, Iran, Pakistan e Afghanistan; ed è stato riannodato il gruppo di contatto, integrato da India, Pakistan e Afghanistan. Benché queste discussioni non abbiano ancora portato a esiti definitivi, il Cremlino ha raggiunto lo scopo di collocarsi come un attore chiave in asia centrale.</p>
<p><strong>Allo stesso modo, ha irrobustito le relazioni bilaterali</strong> con altri stati nella regione, attraverso l’affiancamento a Damasco e Teheran nella guerra in Siria, e l’assistenza militare al Pakistan.  Ogni mossa, funzionale al rafforzamento della credibilità nel garantire la sicurezza, e l’ingrandimento del giro di affari e investimenti, è pianificato con un occhio alla Cina e l’avanzata della sua influenza, potenziata da vaste iniziative di infrastruttura.  A dispetto di alcuni toni da guerra fredda, l’antagonista geopolitico non è inevitabilmente o esclusivamente rappresentato dagli Stati Uniti.</p>
<p><strong>Resta tutto da capire il livello di coinvolgimento di Mosca</strong> con i talebani per sconfiggere l’Isis.  Mentre i primi, storica insorgenza afghana, non costituiscono un pericolo fuori dai confini domestici, i secondi, apparsi dal 2015, e arroccati con la cellula locale Wilayah Khorasan a duecento chilometri da Kabul, sono una minaccia transnazionale, che i russi sono determinati ad annichilire.</p>
<p><strong>Alcune esternazioni di Kabulov lascerebbero pensare</strong> che si siano armati i talebani contro l’Isis. La manovra, peraltro non inedita, è rischiosa, per la competizione innescata fra i due e l’<em>escalation</em> delle rivalità interne, incluse quelle con l’autorità centrale.</p>
<p><strong>La recrudescenza degli attacchi terroristici</strong> degli ultimi mesi, che dal 2018 registra una media giornaliera di dieci vittime civili, potrebbe esserne un contraccolpo, se si osserva con attenzione l’alternanza delle rivendicazioni.</p>
<p><strong>Intanto circa 400 mila afghani</strong> hanno inoltrato istanza d’asilo in Europa dal 2015.  Le richieste sono pervenute in prevalenza in Germania e Svezia che hanno risposto con un notevole aumento di espulsioni. I dati Eurostat indicano che il tasso di rifiuto è stato del 52 per cento, in confronto al 5 per cento dei profughi siriani.</p>
<p><strong>L’Unione Europea ha siglato un accordo sull’immigrazione con Kabul</strong>, in concomitanza con lo stanziamento di 5 miliardi di euro per la cooperazione allo sviluppo, in cui il governo riaccoglie i propri cittadini e Bruxelles ne copre i costi di ritorno e reinserimento.  Gli stati membri hanno corrisposto un alto prezzo per salvaguardare le proprie frontiere, non paragonabile tuttavia al costo pagato da coloro i quali una volta rimpatriati, riferisce un rapporto di Amnesty International, sono stati uccisi o perseguitati.</p>
<p><strong>L’Afghanistan non è un paese d’origine sicuro</strong> per la dottrina del <em>non-refoulement</em> e l’Europa continua a restare in bilico sulla corda del rispetto dei diritti umani e della sostenibilità delle proprie politiche.</p>
<p><strong>Per quanto si siano spesi, e si continuino a spendere</strong>, miliardi nel processo, l’Afghanistan ha poche istituzioni funzionanti e non si è generata che una preoccupante incertezza.  Non vi sono né guide né quadri che possano provocare un cambio, o ispirare una visione, e il momento continua a necessitare fermezza.</p>
<p><strong>Il governo di Mohammad Najibullah resistette</strong> tre anni dopo il ritiro sovietico, con una reazione muscolare verso i signori della guerra all’opposizione.  Privo del supporto attuale, il governo di Ghani durerebbe una ancor più breve frazione.</p>
<p><strong>La democrazia, con le sue variegate espressioni formali</strong>, ha bisogno di pazienza e perseveranza nel coltivare capitale umano e far crescere <em>leader</em> di calibro.  L’Afghanistan non è campo per neofiti o dilettanti e qualsivoglia strategia deve essere radicata nella lingua, l’orizzonte culturale e la conoscenza delle realtà politiche.</p>
<p><strong>Ciò nondimeno, dopo l’esperienza in Iraq</strong>, la psiche collettiva americana troverebbe difficile accettare un tale vincolo.  Trump, e i suoi consiglieri McMaster e Mattis, che hanno servito in Afghanistan, hanno considerato di non replicare l’errore di Obama in Iraq, dove l’ascesa dell’Isis è stata agevolata dalla smobilitazione degli Stati Uniti in un quadro di mancata pacificazione, e di transitare, piuttosto, da un criterio temporale a uno tattico, focalizzato sull’obiettivo minimo di adeguate condizioni di sicurezza.</p>
<p>Sono altresì state imposte pressioni sul Pakistan con la sospensione di 1.3 miliardi di dollari in aiuti militari a Islamabad.</p>
<p><strong>Viene da domandarsi se sia verosimile fare e rifare</strong> la stessa cosa e aspettarsi un epilogo diverso.  Purtroppo pare non ci sia alternativa.  Dentro questi limiti si possono continuare a contrastare i talebani e l’Isis in Afghanistan e i loro alleati in Pakistan, conservare una piattaforma dalla quale raccogliere <em>intelligence</em> per il controterrorismo, incoraggiare una crescita economica modesta ma ferma, e provare a consolidare un governo responsabile a Kabul, con l’auspicio della stabilità regionale.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Maddalena Pezzotti" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2022/06/maddalena-pezzotti.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/maddalena-pezzotti/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Maddalena Pezzotti</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Esperta internazionale in inclusione sociale, diversità culturale, equità e sviluppo, con un&#8217;ampia esperienza sul campo, in diverse aree geostrategiche, e in contesti di emergenza, conflitto e post-conflitto. In qualità di funzionaria senior delle Nazioni Unite, ha diretto interventi multidimensionali, fra gli altri, negli scenari del Chiapas, il Guatemala, il Kosovo e la Libia. Con l&#8217;incarico di manager alla Banca Interamericana di Sviluppo a Washington DC, ha gestito operazioni in ventisei stati membri, includendo realtà complesse come il Brasile, la Colombia e Haiti. Ha conseguito un Master in Business Administration (MBA) negli Stati Uniti, con specializzazione in knowledge management e knowledge for development. Senior Fellow dell&#8217;Università Nazionale Interculturale dell&#8217;Amazzonia in Perù, svolge attività di ricerca e docenza in teoria e politica della conoscenza, applicata allo sviluppo socioeconomico. Analista di politica estera per testate giornalistiche. Responsabile degli affari esteri ed europei dell&#8217;associazione di cultura politica Liberi Cittadini. Membro del comitato scientifico della Fondazione Einaudi, area relazioni internazionali. Ha impartito conferenze, e lezioni accademiche, in venti paesi del mondo, su migrazioni, protezione dei rifugiati, parità di genere, questioni etniche, diritti umani, pace, sviluppo, cooperazione, e buon governo. Autrice di libri e manuali pubblicati dall&#8217;Onu. Scrive il blog di geopolitica &#8220;Il Toro e la Bambina&#8221;.</p>
</div></div><div class="saboxplugin-web "><a href="http://www.iltoroelabambina.it/" target="_self" >www.iltoroelabambina.it/</a></div><div class="clearfix"></div><div class="saboxplugin-socials sabox-colored"><a title="Facebook" target="_self" href="https://facebook.com/www.iltoroelabambina.it/" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-color"><svg class="sab-facebook" viewBox="0 0 500 500.7" xml:space="preserve" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><rect class="st0" x="-.3" y=".3" width="500" height="500" fill="#3b5998" /><polygon class="st1" points="499.7 292.6 499.7 500.3 331.4 500.3 219.8 388.7 221.6 385.3 223.7 308.6 178.3 264.9 219.7 233.9 249.7 138.6 321.1 113.9" /><path class="st2" d="M219.8,388.7V264.9h-41.5v-49.2h41.5V177c0-42.1,25.7-65,63.3-65c18,0,33.5,1.4,38,1.9v44H295  c-20.4,0-24.4,9.7-24.4,24v33.9h46.1l-6.3,49.2h-39.8v123.8" /></svg></span></a><a title="Instagram" target="_self" href="https://www.instagram.com/iltoroelabambina/" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-color"><svg class="sab-instagram" viewBox="0 0 500 500.7" xml:space="preserve" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><rect class="st0" x=".7" y="-.2" width="500" height="500" fill="#405de6" /><polygon class="st1" points="500.7 300.6 500.7 499.8 302.3 499.8 143 339.3 143 192.3 152.2 165.3 167 151.2 200 143.3 270 138.3 350.5 150" /><path class="st2" d="m250.7 188.2c-34.1 0-61.6 27.5-61.6 61.6s27.5 61.6 61.6 61.6 61.6-27.5 61.6-61.6-27.5-61.6-61.6-61.6zm0 101.6c-22 0-40-17.9-40-40s17.9-40 40-40 40 17.9 40 40-17.9 40-40 40zm78.5-104.1c0 8-6.4 14.4-14.4 14.4s-14.4-6.4-14.4-14.4c0-7.9 6.4-14.4 14.4-14.4 7.9 0.1 14.4 6.5 14.4 14.4zm40.7 14.6c-0.9-19.2-5.3-36.3-19.4-50.3-14-14-31.1-18.4-50.3-19.4-19.8-1.1-79.2-1.1-99.1 0-19.2 0.9-36.2 5.3-50.3 19.3s-18.4 31.1-19.4 50.3c-1.1 19.8-1.1 79.2 0 99.1 0.9 19.2 5.3 36.3 19.4 50.3s31.1 18.4 50.3 19.4c19.8 1.1 79.2 1.1 99.1 0 19.2-0.9 36.3-5.3 50.3-19.4 14-14 18.4-31.1 19.4-50.3 1.2-19.8 1.2-79.2 0-99zm-25.6 120.3c-4.2 10.5-12.3 18.6-22.8 22.8-15.8 6.3-53.3 4.8-70.8 4.8s-55 1.4-70.8-4.8c-10.5-4.2-18.6-12.3-22.8-22.8-6.3-15.8-4.8-53.3-4.8-70.8s-1.4-55 4.8-70.8c4.2-10.5 12.3-18.6 22.8-22.8 15.8-6.3 53.3-4.8 70.8-4.8s55-1.4 70.8 4.8c10.5 4.2 18.6 12.3 22.8 22.8 6.3 15.8 4.8 53.3 4.8 70.8s1.5 55-4.8 70.8z" /></svg></span></a></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/sos-afghanistan/">Sos Afghanistan</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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