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	<title>Antonio Pileggi, Autore presso Einaudi Blog</title>
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	<description>Il blog della Fondazione Luigi Einaudi</description>
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	<title>Antonio Pileggi, Autore presso Einaudi Blog</title>
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		<title>Parole e numeri della Costituzione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Pileggi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 29 May 2022 09:32:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Diritto]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
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		<category><![CDATA[assemblea costituente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L&#8217;articolo che segue, scritto da Antonio Pileggi, pubblicato da LIBRO APERTO, Rivista fondata da Giovanni Malagodi e diretta da Antonio Patuelli, n. 108, Gennaio/Marzo 2022 &#160; Le parole della Costituzione, che è la Legge delle leggi, si distinguono da quelle contenute nelle altre norme. Ogni parola usata è stata valutata a fondo dai Padri e dalle [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/parole-e-numeri-della-costituzione/">Parole e numeri della Costituzione</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>L&#8217;articolo che segue, scritto da Antonio Pileggi, pubblicato da <strong>LIBRO APERTO</strong>, Rivista fondata da Giovanni Malagodi e diretta da Antonio Patuelli, n. 108, Gennaio/Marzo 2022</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Le parole della Costituzione, che è la Legge delle leggi, si distinguono da quelle contenute nelle altre norme. Ogni parola usata è stata valutata a fondo dai Padri e dalle Madri Costituenti per rappresentare molteplici valori di natura etica, storica e filosofica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Le riflessioni qui esposte seguono quelle già pubblicate in un precedente articolo pubblicato sul n. 107/2021 di questa Rivista.<a href="#_edn1" name="_ednref1">[1]</a> Al riguardo, c’è da dire che alle primissime cinque parole chiave contenute nel primo comma dell’articolo 1 della Costituzione (L’<strong><u>Italia </u></strong>è una <strong><u>Repubblica</u></strong> <strong><u>democratica</u> <u>fondata</u></strong> sul <strong><u>lavoro</u></strong>), seguono altre sette parole chiave contenute nel secondo comma (La <strong><u>sovranità</u> <u>appartiene</u></strong> al <strong><u>Popolo </u></strong>che la <strong><u>esercita</u></strong> nelle <strong><u>forme </u></strong>e nei <strong><u>limiti </u></strong>della <strong><u>Costituzione</u></strong>).</p>
<p>Le parole chiave dell’intero art. 1 sono in tutto 12. La prima è “Italia”, l’ultima è “Costituzione”.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Italia</strong></p>
<p>L’Italia, prima parola della Costituzione, indica l’identità storica e politica del Belpaese diventato unito e grande nazione, alla stregua delle più antiche grandi nazioni europee, da poco più di 150 anni. Nel contesto della lettura della Costituzione del !947, la parola Italia evoca la cultura risorgimentale e l’impegno dei tanti patrioti immolatisi per unificare gli staterelli guidati da sovrani, Papa Re incluso, uniti fra di loro solamente nell’impedire la formazione di un grande Stato unitario.</p>
<p>La parola Italia evoca anche il sogno unitario realizzato da Cavour, Mazzini e Garibaldi. E l’unità è rimasta intatta per procedere alla ricostruzione morale e materiale del Paese a seguito delle divisioni, delle lacerazioni e dei disastri provocati dal fascismo e dal nazismo.</p>
<p>Non è un caso che l’ultimo dei 12 articoli della Costituzione è il segno distintivo riferito alla bandiera e ai suoi tre colori: il verde, il bianco e il rosso.</p>
<p>La parola Italia, posta in testa alla Carta, evoca una lunga fase storica che è alla base dello “<em>spirito costituente”</em> sotteso alla Costituzione del 1947, che non è stata concessa (ottriata) da un potere sovrano più o meno assoluto, ma che è stata elaborata e votata da un’Assemblea Costituente eletta dal Popolo.</p>
<p>Uno spirito costituente che realizza, anche attraverso l’introduzione per la prima volta del suffragio universale per le donne nella elezione dell’Assemblea Costituente, ciò di cui aveva parlato il filosofo, giurista e scienziato Gian Domenico Romagnosi, che definì la Costituzione “la legge che il popolo impone ai suoi governanti.” Sottolineo che Romagnosi (1761/1835) fu uno dei fautori dell’unità d’Italia e subì anche il carcere per il suo impegno culturale e politico.</p>
<p>La locuzione <em>“spirito costituente”</em> sollecita, inoltre, il ricordo di quanto avvenne l’11 marzo 1947, quando il Liberale Benedetto Croce si rivolse all’Assemblea Costituente per proporre un’implorazione allo Spirito Santo con le parole dell’inno sublime Veni creator Spiritus.</p>
<p>Questa citazione la faccio per sottolineare che la formazione della volontà dell’Assemblea Costituente si formò sotto l’influenza di personaggi di altissimo profilo culturale pronti a mettere da parte le proprie appartenenze politiche (Croce era un gigante della cultura laica e della “religione della libertà”) per scegliere le migliori regole costituzionali destinate ad assicurare il bene comune nella casa comune.</p>
<p>Per il portato storico e geopolitico riferibile alla parola Italia, di fondamentale rilevanza è la locuzione che troviamo all’articolo 5 dove viene stabilito il principio secondo cui la <strong>“la Repubblica è una e indivisibile”</strong>.</p>
<p>Un principio, questo, che ha un significato storico e politico fondamentale e che non può essere scalfito da qualsiasi altra norma. Infatti l’art. 5 è inserito nei principi fondamentali, cioè nei primi 12 articoli che gettano luce nell’interpretazione e nell’attuazione dell’intero corpo normativo della Costituzione.</p>
<p>D’altronde l’autonomia e il decentramento previsti nel medesimo articolo 5, hanno rilievo di natura funzionale e non possono certamente avere portata di natura divisiva o differenziata con riguardo ai principi fondamentali compresi nei primi 12 articoli della Costituzione.</p>
<p>La semplice lettura di questi 12 articoli rende di solare evidenza la supremazia dei principi fondamentali su qualsiasi altra statuizione e, nel contempo, rende riconoscibili le linee guida dell’agire politico dell’Italia nella sua dimensione interna e internazionale:</p>
<ul>
<li>I principi concernenti la natura<strong> democratica</strong> della Repubblica di cui all’art. 1;</li>
<li>i principi relativi al riconoscimento e alla garanzia dei <strong>diritti inviolabili dell’uomo</strong> e all’inderogabilità dei doveri di <strong>solidarietà</strong> politica, economica e sociale di cui all’art. 2;</li>
<li>i principi sui compiti della Repubblica di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto <strong>la libertà e l’eguaglianza </strong>dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana” e l’esercizio dei diritti di partecipazione di cui all’art. 3;</li>
<li>i principi che si riferiscono al <strong>diritto al lavoro</strong> e ai doveri correlati per concorrere “al progresso materiale o spirituale della società” di cui all’art. 4;</li>
<li>il principio secondo cui la Repubblica è<strong> “una e indivisibile”</strong> di cui all’art. 5;</li>
<li>i principi a tutela delle <strong>minoranze linguistiche</strong> di cui all’art. 6;</li>
<li>il principio della libera Chiesa in libero Stato (<strong>indipendenti e sovran</strong>i) di cui all’art. 7;</li>
<li>i principi di <strong>eguaglianza di tutte le confessioni religiose</strong> davanti alla legge di cui all’art. 8;</li>
<li>i principi a presidio della promozione della <strong>cultura </strong>e della <strong>ricerca </strong>scientifica e tecnica e a <strong>tutela</strong> del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione di cui all’art. 9;</li>
<li>i principi sulla conformità dell’ordinamento giuridico italiano “alle norme del <strong>diritto internazionale</strong> generalmente riconosciute” di cui all’art. 10;</li>
<li>i principi delle <strong>“limitazioni di sovranità” </strong>e del ripudio della <strong>guerra</strong> come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli di cui all’art. 11;</li>
<li>il simbolo unificante dell’Italia rappresentato dalla <strong>bandiera</strong> tricolore di cui all’art. 12.</li>
</ul>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Costituzione</strong></p>
<p>Ci vorrebbero molte pagine per descrivere i diversi significati della parola “Costituzione” nel corso dei secoli che hanno preceduto la Costituzione vigente in Italia dal 1^ Gennaio 1948.</p>
<p>Ecco perché c’è da porre in risalto il fatto che la parola Costituzione, nel concludere il primo articolo della nostra Carta, costituisce l’involucro entro cui sono comprese tutte le parole e i relativi significati presenti sia nello stesso primo articolo e sia nell’intero testo costituzionale.</p>
<p>La parola Costituzione è scritta in maiuscolo sul testo pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale e viene definita nello stesso testo come “Legge fondamentale della Repubblica”.</p>
<p>La parola “Legge”, presente in questa formula, è scritta pure in maiuscolo. Mentre nei casi in cui si parla delle altre leggi (le leggi ordinarie), queste ultime vengono scritte non in maiuscolo.</p>
<p>La definizione che ho citato è compresa nella formulazione delle ultime due righe della Carta: “La Costituzione dovrà essere fedelmente osservata come Legge fondamentale della Repubblica da tutti i cittadini e dagli organi dello Stato.”</p>
<p>Le parole Costituzione, Legge, Repubblica e Stato della citata formula, sono scritte in maiuscolo nel testo firmato dal Capo Provvisorio dello Stato Enrico De Nicola e controfirmato dal Presidente dell’Assemblea Costituente Umberto Terracini, dal Presidente del Consiglio dei Ministri De Gasperi Alcide, dal Guardasigilli Giuseppe Grassi.</p>
<p>È appena il caso di porre in evidenza che la Costituzione fece registrare una singolare sintesi fra diverse culture politiche. Ciò è dimostrato anche dalle differenti provenienze politiche dei soggetti che hanno firmato la Costituzione: De Nicola e Grassi erano di area liberale, Terracini di area socialista e De Gasperi di area democristiana.</p>
<p>Famose sono le parole pronunciate da De Nicola prima di apporre la firma: <em>“L’ho letta attentamente! Possiamo firmare con sicura coscienza”</em>.</p>
<p>Questa breve nota è certamente molto carente di citazioni. Pertanto sembra opportuno ricordare un famoso discorso di Piero Calamandrei che, nel 1955, si rivolgeva agli studenti e citava gli insegnamenti dei tanti personaggi della storia d’Italia che hanno ispirato la stesura di alcuni importanti articoli della Costituzione (Beccaria, Cavour, Mazzini, Cattaneo ecc.). Il discorso di Calamandrei si concludeva con parole da tenere sempre in mente: «Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perché lì è nata la nostra Costituzione».</p>
<p>Brevi cenni storici sono necessari per richiamare l’attenzione sull’importanza basilare della parola Costituzione nel corso dei secoli. Il mutamento, anzi l’evoluzione del significato delle parole spiega lo svolgersi, tra passato e presente, del cammino del progresso (e del regresso) della civiltà. La parola è sempre memoria. E la memoria fa la storia.</p>
<p>Nel significato moderno il concetto di Costituzione si riferisce al “popolo”. A tutto il popolo, non ad una parte di esso.</p>
<p>Prima dell’avvento dello Stato moderno la parola Costituzione indicava qualsiasi assetto politico-giuridico imposto da un sovrano, un sovrano assoluto. Corrado II, il 28 Maggio 1037 varò una legge (Constitutio de feudis) che stabiliva l’ereditarietà di tutti i feudi e fissava delle regole per risolvere le controversie fra i vassalli maggiori e i minori.</p>
<p>La forma di governo costituzionale dello Stato moderno si fece strada tra la fine del secolo XVII e la fine del secolo XVIII attraverso le rivoluzioni liberali realizzate in Inghilterra, in America e in Francia.</p>
<p>In Inghilterra la Corona, depositaria di un potere assoluto (si pensi a Giacomo I Stuart convinto sostenitore diritto divino dei Re) fu costretta ad una serie di patti, leggi e consuetudini che, pur non essendo raccolti in un corpo normativo unico (una Costituzione scritta), hanno determinato una evoluzione giuridico-istituzionale avente i connotati dello Stato moderno. Molto significativo è il caso del “Bill” dei diritti del 1689 col quale fu stabilito che il Re, senza il consenso del Parlamento, “non potesse sospendere leggi, imporre tributi o mantenere un esercito stabile in tempo di pace senza l’approvazione del Parlamento; che i membri del Parlamento fossero eletti liberamente e godessero di piena libertà di espressione e di discussione; che non vi fossero limitazioni di libertà per i sudditi protestanti.<a href="#_edn2" name="_ednref2">[2]</a>”</p>
<p>In America la rivoluzione americana, risultata vittoriosa nella guerra di indipendenza dalla dominazione britannica, portò ad una Costituzione che, grazie al grandissimo ed eccellente contributo di Jefferson, può essere considerata una vera pietra miliare delle libertà. “Basta leggere la Dichiarazione di Indipendenza del 4 luglio 1776 e la successiva Costituzione adottata nella Convenzione di Philadelphia del 1787 per comprendere un passaggio epocale tra l’assolutismo regio e la democrazia. Infatti, la rivoluzione americana ha tracciato un profondo solco in cui sono stati seminati principi e valori maturati nella cultura di stampo illuministico, com’è il principio della divisione dei poteri, tuttora validi non solo in America, ma in molte Costituzioni nate nel secolo scorso, compresa la Costituzione italiana del 1948. Sarebbe troppo lungo fare un elenco dei principi e dei valori presenti nei documenti di Philadelphia. Ci vorrebbero molte pagine solo per riassumere il percorso storico, politico e culturale che fece maturare la Rivoluzione americana. Basta sottolineare che la Costituzione americana, nei suoi elementi essenziali, è ancora valida dopo quasi tre secoli e che nelle prime righe della Dichiarazione di Indipendenza troviamo affermati gli «inalienabili diritti», riferiti alla Vita, alla Libertà e al perseguimento della Felicità. <a href="#_edn3" name="_ednref3">[3]</a></p>
<p>In Francia la Rivoluzione francese del 1789 portò alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino analoga a quella americana. Le alterne e contrastate vicende che seguirono alla rivoluzione francese rispecchiarono le idee, i principi e i valori che comunque caratterizzarono e continuano a caratterizzare lo Stato moderno. Le numerose Costituzioni che si sono succedute in Francia dopo il 1789 risentono dei mutamenti politici via via verificatisi.</p>
<p>Le varie costituzioni nell’Italia risorgimentale ebbero vita breve e furono caratterizzate da lotte sanguinose. Il “Quarantotto” in Italia e nell’Europa continentale richiederebbe una lunga dissertazione storico-politica. Il processo unitario italiano vide confermata la vigenza dello Statuto Albertino fino all’entrata in vigore della Costituzione repubblicana del 1948.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>I numeri della Costituzione</strong></p>
<p>La scelta dei numeri degli articoli contenuti in una legge non è casuale, ma voluta dal legislatore per dare più o meno importanza e per attribuire particolari significati alla normativa. Ciò deve essere considerato nell’interpretazione sia di ogni singolo articolo e sia dell’intero testo legislativo.</p>
<p>“L’Italia” è la prima parola dell’art. 1, dei 12 “Principi fondamentali” e, quindi, dell’intera Costituzione.</p>
<p>“La libertà” è la prima parola della Parte Prima della Costituzione dedicata ai “diritti e doveri”.</p>
<p>“Il Parlamento” è la prima parola della Parte Seconda Costituzione dedicata allo “Ordinamento della Repubblica”.</p>
<p>Nella Costituzione hanno particolare rilievo i primi 12 articoli. Infatti contengono i “Principi Fondamentali” e sono stati scritti allo scopo evidente di dare senso compiuto ai pilastri su cui si regge l’intero corpo normativo. E poiché i pilastri danno l’idea della stabilità e dell’immobilità, sembra più appropriato dire che i 12 primi articoli della Costituzione e le parole in essi contenuti, sono le gambe con le quali camminano (e devono camminare) tutte le altre regole costituzionali. Il riferimento alle gambe e al cammino sembra appropriato perché le norme costituzionali non hanno solo valore precettivo, ma soprattutto programmatico.</p>
<p>Per “alleggerire” la conversazione sulla Costituzione e per facilitare la memorizzazione di alcuni concetti e parole chiave, si potrebbero abbandonare i canoni interpretativi elaborati dalla dottrina giuridica. Ciò potrebbe risultare “perdonabile” perché queste riflessioni non hanno la pretesa di essere un trattato di diritto costituzionale o di dottrina dello Stato.</p>
<p>E così si potrebbe accostare il numero 5 delle prime parole chiave della Costituzione (L’<u>Italia</u> è una <u>Repubblica</u> <u>democratica</u> <u>fondata</u> sul <u>lavoro</u>.) alle 5 dita di una mano. La mano e la mente che, collegate, sono alla base della creatività delle opere umane.</p>
<p>Questo “accostamento” ha provato a suscitare “curiosità” e qualche interesse anche perché le parole scritte nelle norme giuridiche, che esplicitano la volontà del legislatore (voluntas legis), sono quasi sempre un freddo accostamento di concetti.</p>
<p>Nel secondo comma dell’art. 1 sono 7 le parole chiave (La <u>sovranità</u> <u>appartiene</u> al <u>popolo</u> che la <u>esercita</u> nelle <u>forme</u> e nei <u>limiti</u> della <u>Costituzione</u>).</p>
<p>Il numero 7, nella numerologia, ha parecchi significati, anche magici: i 7 giorni della creazione, le sette note musicali, i sette sigilli del rotolo dell&#8217;Apocalisse, i sette colori che compongono l&#8217;arcobaleno, i sette colli e i sette re di Roma, i 7 chakra e tanti altri.</p>
<p>Le 5 parole chiave del comma 1, sommate alle 7 del secondo comma, danno come risultato 12.</p>
<p>E 12 sono gli articoli dei principi fondamentali della Costituzione.</p>
<p>Si potrebbe osare di dire che, per una strana coincidenza, i fondamentali della Costituzione italiana si ritrovano nel numero 12 considerato magico nella simbologia di molte culture, comprese le culture esoteriche. Dodici sono i mesi dell’anno, 12 i segni dello zodiaco che corrispondono alle 12 costellazioni toccate dal sole e dagli altri pianeti orbitanti lungo un asse chiamato ellittica, 12 gli apostoli nella tradizione cristiana, 12 le tribù d’Israele, 12 i principali dei del Monte Olimpo nella mitologia greca, 12 le fatiche di Ercole nella mitologia romana, 12 i Paladini di Carlo Magno, 12 i Cavalieri della Tavola Rotonda della Corte di Re Artù. Finanche nella saga di Harry Potter troviamo il numero 12 che ha un significato particolare se si considera che l&#8217;Ordine della Fenice, ovvero l&#8217;organizzazione segreta che lotta contro il terribile mago oscuro Voldemort e i suoi seguaci, ha il suo quartier generale proprio al numero 12 di Grimmauld Place a Londra.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Com’è noto, nella Costituzione sono previsti i casi in cui, a cominciare dal Presidente della Repubblica (art. 91), “i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi previsti dalla legge” (art. 54). Ebbene, la formula del giuramento è di dodici parole: <em>“Giuro di essere fedele alla Repubblica e di osservarne lealmente la Costituzione”</em>. È da sottolineare che non è previsto un testo religioso su cui giurare perché l’Italia è uno Stato laico nel quale vige il principio della libera Chiesa in libero Stato, per come presagito e teorizzato dal visionario Cavour, grande artefice dell’unità d’Italia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La <strong>Sovranità appartiene </strong>al<strong> popolo …</strong></p>
<p>Il contenuto del secondo comma dell’art. 1 completa la portata e il profondo significato del primo comma. È incentrato su 7 parole che spiegano come il <strong>“popolo”</strong> sia il soggetto al centro delle scelte politiche, economiche, sociali e istituzionali per la buona convivenza in Italia.</p>
<p>Il popolo che non è oggetto e suddito del dominio e degli atti di imperio di un sovrano, ma che è il soggetto cui appartiene la sovranità.</p>
<p>Al riguardo c’è da porre in evidenza che la parola “popolo” la ritroviamo anche nell’art, 101, che è stato scritto in modo lapidario per stabilire che “la giustizia è amministrata in nome del <strong>popolo</strong>. E nell’art. 102 è stabilito che “la legge regola i casi e le forme della partecipazione diretta del <strong>popolo</strong> all’amministrazione della giustizia”.</p>
<p>La prima delle 7 parole del secondo comma dell’art. 1 è <strong>“sovranità”,</strong> il cui significato dà l’idea di chi e di cosa stia sopra a tutto e a tutti. In Italia la sovranità, quella che sta sopra a tutti e a tutto, <strong>“appartiene”</strong> al popolo, non ad un Re, un imperatore, un Duce, un Führer, un Caudillo, uno Zar, un Papa Re, un Feudatario, un Capitano di ventura, un Capo religioso, un Capo carismatico.</p>
<p>Nel merito della parola “sovranità”, ci sarebbe tanto da dire. È una parola importantissima che ha avuto diversa portata nello svolgersi della storia umana.</p>
<p>Per brevità, mi limito a sottolineare che la parola sovranità nella Costituzione italiana è la prima parola del secondo comma dell’art. 1. La prima parola, posta nel primo comma, è Italia.</p>
<p>È, invece, la prima parola nella sfortunata Costituzione della Repubblica Romana del 1849, che testualmente stabiliva: “La sovranità è per diritto eterno nel popolo. Il popolo dello Stato Romano è costituito in repubblica democratica.”</p>
<p>Nelle teorie costituzionali moderne il concetto di sovranità viene legato al suffragio universale. In Italia il suffragio universale femminile è stato “conquistato” poco più di 70 anni fa in occasione della nascita della Repubblica e della caduta del fascismo. Quello maschile è stato introdotto nel 1912 dal liberale Giolitti.</p>
<p>I Padri e le Madri costituenti scelsero, con riferimento alla sovranità, una formula che fa riferimento all’appartenenza (la sovranità ‘appartiene’ al Popolo). Non furono scelti altri verbi (emana dal popolo, risiede nel popolo, è …etc.) come risulta spiegato nel verbale dell’ampio dibattito e della decisione finale dell’Assemblea costituente. Un verbale da leggere per comprendere le intenzioni e l’altissimo profilo morale, culturale e politico dei legislatori impegnati a scrivere la “Magna Carta” italiana. Faccio un solo esempio. In una delle proposte sulla formulazione dell’art. 1, avanzate dal liberale Cortese, c’era questa espressione che non fu accolta perché ritenuta pleonastica e non necessaria: <em>“Nessuna parte del popolo, nessun individuo può esercitare da solo la sovranità”.</em> <a href="#_edn4" name="_ednref4">[4]</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>…che la <strong>esercita</strong> nelle<strong> forme</strong> e nei <strong>limiti </strong>della<strong> Costituzione</strong></p>
<p>Le parole <strong>“esercita”</strong>, <strong>“forme”</strong> e <strong>“limiti”</strong> chiariscono, anzi definiscono il modo con cui viene esercitata la sovranità da parte del popolo. È una “sovranità” sottoposta a forme e a limiti. Quindi il popolo decide ed opera nell’ambito delle “forme” e dei “limiti” fissati dalla Costituzione.</p>
<p>Quanto ai “limiti” particolarmente significativo è l’art. 11 che prevede “limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni”.</p>
<p>Altri esempi riguardano le norme concernenti i limiti e le specifiche procedure previsti per le proposte di iniziative legislative del “popolo” di cui all’art. 71 e per il “referendum popolare” di cui agli articoli 75, 87 e 138.</p>
<p>Quindi le “forme” e i “limiti” non sono indefiniti e lasciati al caso. Sono quelli che la Costituzione stabilisce in modo preciso e puntuale:</p>
<ul>
<li>nei 12 articoli contenenti i <strong>“principi fondamentali”</strong>;</li>
<li>nella Parte Prima, dedicata ai <strong>“diritti e doveri dei cittadini” </strong>(rapporti civili, rapporti etico-sociali, rapporti economici, rapporti politici);</li>
<li>nella Parte Seconda, (il luogo dove si parla), che definisce l’<strong>Ordinamento della Repubblica</strong> (il Parlamento, il Presidente della Repubblica, il Governo, la Magistratura e, infine, le Regioni, le Province e i Comuni;</li>
<li>nelle 18 “Disposizioni transitorie e finali”, che si concludono con una formula avente valore non solo rituale: “La Costituzione dovrà essere fedelmente osservata come <strong>Legge fondamentale</strong> della Repubblica da tutti i cittadini e dagli organi dello Stato.”</li>
</ul>
<p>Le parole Costituzione, Legge, Repubblica e Stato della citata formula, sono scritte in maiuscolo nel testo firmato dal Capo Provvisorio dello Stato Enrico De Nicola e controfirmato dal Presidente dell’Assemblea Costituente Umberto Terracini, dal Presidente del Consiglio dei Ministri De Gasperi Alcide, dal Guardasigilli Giuseppe Grassi.</p>
<p>È da tenere sempre presente che la Costituzione fece registrare una singolare sintesi fra diverse culture politiche. Ciò è dimostrato anche dalle differenti provenienze politiche dei soggetti che hanno firmato la Costituzione: De Nicola e Grassi erano di area liberale, Terracini di area socialista e De Gasperi di area democristiana.</p>
<p>La sintesi di culture diverse ha consentito di salvaguardare e valorizzare i principi della liberal-democrazia attraverso le forme e i limiti che sono le colonne portanti della Costituzione italiana. Queste colonne sono cinque: l’unità e l’indivisibilità dell’Italia, il metodo democratico, le libertà dell’individuo e delle comunità intermedie, la centralità del Parlamento, la divisione dei poteri.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Europa</strong></p>
<p>A proposito dell’Italia come Repubblica soggetta a limiti di sovranità, vorrei concludere le riflessioni contenute in questo articolo ricordando una parola che rappresenta l’entità alla quale siamo legati non per fare guerre, ma per costruire il vero progresso della civiltà umana: Europa.</p>
<p>È una parola che è dentro l’orizzonte politico intravisto da tanti padri costituenti. Mi limito a riportare, al riguardo, alcuni passaggi del discorso di Einaudi all’Assemblea Costituente del 29 luglio 1947 per la ratifica del trattato di pace.</p>
<p>Un discorso che sa guardare al prima e al dopo dei primi passi per costruire l’Europa unita. <em>“Quell’Europa una, che era stata, in varia maniera, l&#8217;ideale di poeti e pensatori da Dante Alighieri ad Emanuele Kant e da Giuseppe Mazzini.”</em>.</p>
<p>Einaudi ci avverte che <em>“non è vero che le due grandi guerre mondiali siano state determinate da cause economiche” &#8230;” vero è invece che le due grandi guerre recenti furono guerre civili, anzi guerre di religione e così sarà la terza”&#8230; “diciamo alto che noi riusciremo a salvarci dalla terza guerra mondiale solo se noi ” </em>saremo capaci di operare <em>“per la salvezza e l’unificazione dell’Europa.” …</em> <em>“L&#8217;Europa che l&#8217;Italia auspica, per la cui attuazione essa deve lottare, non è un&#8217;Europa chiusa contro nessuno, è un’Europa aperta a tutti, un’Europa nella quale gli uomini possano liberamente far valere i loro contrastanti ideali e nella quale le maggioranze rispettino le minoranze e ne promuovano esse medesime i fini fino all&#8217;estremo limite in cui essi sono compatibili con la persistenza dell’intera comunità. <strong>Alla creazione di questa Europa, l&#8217;Italia deve essere pronta a fare sacrificio di una parte della sua sovranità.” </strong></em>Questa “visione” non è una idea di subalternità, ma la consapevolezza di un vero statista. Infatti chiarisce che <em>“scrivevo trent’anni fa e seguitai a ripetere invano e ripeto oggi, spero, dopo le terribili esperienze sofferte, non più invano, che il nemico numero uno della civiltà, della prosperità, ed oggi si deve aggiungere della vita medesima dei popoli, è il mito della sovranità assoluta degli stati. Questo mito funesto è il vero generatore delle guerre; desso arma gli Stati per la conquista dello spazio vitale; desso pronuncia la scomunica contro gli emigranti dei paesi poveri; desso crea le barriere doganali e, impoverendo i popoli, li spinge ad immaginare che, ritornando all&#8217; economia predatoria dei selvaggi, essi possano conquistare ricchezza e potenza. In un’Europa in cui ogni dove si osservano rabbiosi ritorni a pestiferi miti nazionalistici, in cui improvvisamente si scoprono passionali correnti patriottiche” &#8230; “urge compiere un opera di unificazione.” </em></p>
<p>A Maggio del 1948, dopo pochi mesi dal discorso di pace per la pace e per l‘unità dell’Europa come vera e concreta “visione” politica, Luigi Einaudi viene eletto Presidente della Repubblica, il primo Presidente a Costituzione vigente<a href="#_edn5" name="_ednref5">[5]</a>.</p>
<p>Antonio Pileggi</p>
<p><a href="#_ednref1" name="_edn1">[1]</a> Libro Aperto, Rivista trimestrale di Cultura Liberale, n. 107, Ottobre/Dicembre 2021, Le parole chiave della Costituzione, Antonio Pileggi.</p>
<p><a href="#_ednref2" name="_edn2">[2]</a> Bill of right, Dizionario di storia, 2010, Treccani.</p>
<p><a href="#_ednref3" name="_edn3">[3]</a> Pietre, Antonio Pileggi, Rubbettino Editore, 2019.</p>
<p><a href="#_ednref4" name="_edn4">[4]</a> Assemblea Costituente, Seduta pomeridiana di Sabato 22 Marzo 1947.</p>
<p><a href="#_ednref5" name="_edn5">[5]</a> La Costituzione è entrata in vigore il 1^ Gennaio 1948. È stata firmata e promulgata il 27 Dicembre 1947 a Palazzo Giustiniani, scelto da Enrico De Nicola come sede provvisoria del Capo dello Stato nel periodo che va dal referendum tra Monarchia e Repubblica del 2 Giugno 1946 alla promulgazione.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Antonio Pileggi" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2020/09/antonio-pileggi-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/antonio-pileggi/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Antonio Pileggi</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Provveditore agli Studi e Direttore generale dell’INVALSI – Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema Educativo di Istruzione e di Formazione, ha varie esperienze di lavoro in Italia e all’estero. È impegnato nel sociale per attività di volontariato (scuola, pubblica amministrazione, avvocato di strada, etc.). È componente del Comitato Scientifico della Fondazione Luigi Einaudi, dove si occupa tra l&#8217;altro di Scuola e Formazione.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/parole-e-numeri-della-costituzione/">Parole e numeri della Costituzione</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>Einaudi e le buone pratiche da insegnare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Pileggi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Sep 2021 16:28:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Diritto]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo pubblicato dalla Rivista trimestrale di Culturale Liberale &#8220;Libro Aperto,  n. 106, Luglio/Settembre 2021 &#160; Lo studio della Costituzione in Italia è abbastanza agevole quando venga praticato attraverso la lettura del testo originale elaborato e votato dai Padri e dalle Madri costituenti. Ciò perché le norme costituzionali, prima dell’approvazione definitiva, sono state attentamente esaminate da [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/einaudi-e-le-buone-pratiche-da-insegnare/">Einaudi e le buone pratiche da insegnare</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Articolo pubblicato dalla Rivista trimestrale di Culturale Liberale &#8220;Libro Aperto,  n. 106, Luglio/Settembre 2021</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Lo studio della Costituzione in Italia è abbastanza agevole quando venga praticato attraverso la lettura del testo originale elaborato e votato dai Padri e dalle Madri costituenti.</p>
<p>Ciò perché le norme costituzionali, prima dell’approvazione definitiva, sono state attentamente esaminate da esperti linguisti per renderle facilmente comprensibili a tutti. Non c’è la necessità di avere a disposizione dei giuristi per comprendere la Legge delle leggi. Specialmente nelle parti in cui siano fissati i principi fondamentali il cui insegnamento risulta particolarmente efficace se accompagnato dalla narrazione di buone pratiche e di comportamenti esemplari da parte dei vertici delle istituzioni.</p>
<p>Di recente, per rispondere all’esigenza di richiamare i valori dell’etica pubblica e in special modo il valore dell’etica della responsabilità, è stata messa in pratica una singolare “conversazione” sulla Costituzione incominciata con la lettura delle ultime due righe della Carta e, subito dopo, con la lettura del messaggio di Luigi Einaudi appena eletto Presidente della Repubblica nel maggio del 1948, quando era già entrata in vigore la Costituzione.</p>
<p>Ciò per rendere chiari i vincoli che legano tutti i cittadini all’impianto normativo che anima la Costituzione. Questi vincoli sono espressamente esposti non solo nelle ultime due righe della Carta, ma anche in altri articoli, com’è il caso degli articoli 54 e 91.</p>
<p>Attraverso la doppia lettura incentrata su normative costituzionali e su esemplari comportamenti riferibili alle stesse normative, si dà l’avvio a riflessioni improntate alla conoscenza della natura e del contenuto della Costituzione, di verità storiche, di autorevolezza delle personalità citate, di genuina e credibile passione politica.</p>
<p>Verità, credibilità e passione politica sono quanto mai necessarie perché stiamo vivendo tempi nei quali è messa in discussione la condotta scarsamente, se non per nulla affidabile di decisori politici, di partiti politici e delle stesse istituzioni democratiche.</p>
<p>Questo approccio tende a dare risposte all’esigenza di accompagnare l’astrattezza delle formule giuridiche con esempi concreti di esperienze nelle quali la credibilità sia esemplare e, quindi, assuma il significato pedagogico delle buone pratiche.</p>
<p>D’altronde il diritto costituzionale e gli insegnamenti della storia hanno un fondamentale valore pedagogico e sono determinanti per la buona o cattiva convivenza in una società.</p>
<p><strong>Alcune esperienze didattiche</strong></p>
<p>Varie sono le esperienze didattiche nello studio della Costituzione.</p>
<p>Don Milani, che fra i suoi meriti ha anche quello di aver praticato il metodo della <em>“peer education”, </em>esponeva nella sua scuola di Barbiana alcuni articoli della Costituzione nei quali fossero presenti valori, principi, diritti e indicazioni di natura storica o programmatica. Ciò allo scopo di far leva su un dialogo educativo idoneo a preparare i giovani alla cittadinanza consapevole e attiva.</p>
<p>Il grande Maestro Mario Lodi svolgeva il suo insegnamento traducendo il linguaggio giuridico della Carta costituzionale in un lessico accessibile ai bambini delle scuole elementari con gli stessi scopi educativi perseguiti nella scuola di Barbiana.</p>
<p>Luciano Corradini ha da sempre posto la Costituzione al centro del suo pensiero pedagogico tracciando percorsi didattici aventi l’obiettivo di costruire la cittadinanza attiva e ricordando, come un mantra, il famoso ordine del giorno Moro approvato all’unanimità dall’Assemblea Costituente l’11 dicembre 1947 per chiedere <em>“che la nuova Carta Costituzionale trovi senza indugio adeguato posto nel quadro didattico della scuola di ogni ordine e grado, al fine di rendere consapevole la giovane generazione delle conquiste morali e sociali che costituiscono ormai sacro retaggio del popolo italiano.”</em></p>
<p>Poiché non è stato dato in modo compiuto il seguito dovuto a quanto deliberato dall’Assemblea Costituente, oso affermare che l’ordine del giorno Moro dovrebbe essere un manifesto affisso in tutte le scuole italiane e nel Palazzo della Minerva di Viale Trastevere a Roma, dove è ubicato il Ministero della Pubblica Istruzione. Specialmente da quando le cronache politiche fanno sapere, in tempi di pandemia da Corona virus, l’esistenza dell’intenzione, da parte di alcuni decisori politici, di abbassare il diritto di voto ai sedicenni.</p>
<p>Colgo l’occasione per ricordare un fatto poco pubblicizzato dai media, ma molto importante. Nel 2006, in occasione del sessantesimo anniversario della Repubblica Italiana e a sessant’anni dall’inizio dei lavori dell’Assemblea Costituente, è stato assegnato il premio Strega speciale alla Costituzione italiana come <em>“sorgente viva e preziosa per rendere l’intero tessuto sociale e istituzionale conforme ai principi fondamentali che essa enunzia.”</em> Nella motivazione del premio si legge che <em>“la nitidezza di tali principi, rara in testi normativi, è, come sappiamo, frutto anche di un’alta tensione espressiva. Una tensione non fine a se stessa: essa ha consentito e consente alla Carta di parlare per tutte e a tutte le coscienze, come sanno fare le opere più alte della nostra letteratura.”</em></p>
<p><strong>Le ultime due righe della Costituzione e gli articoli 54 e 91</strong></p>
<p>Le ultime due righe della nostra Carta affermano chiaramente che: <em>“La Costituzione dovrà essere fedelmente osservata come Legge fondamentale della Repubblica da tutti i cittadini e dagli organi dello Stato.” </em>Cittadini e organi dello Stato pari sono nel vincolo di osservare “fedelmente” la Costituzione. L’avverbio “fedelmente”, di questa formula, assume una portata più ampia e più vincolante in altre norme.</p>
<p>Infatti l’ultimo articolo (art. 54) della prima parte della Costituzione, quella dedicata ai <em>“Diritti e doveri dei cittadini”</em>, va oltre al dovere “generico” della fedeltà e aggiunge doveri specifici per chiunque sia incaricato di funzioni pubbliche. Così recita: <em>“Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservare la Costituzione e le leggi. I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge.”</em></p>
<p>La locuzione <em>“sono affidate funzioni pubbliche” </em>ci dice chiaramente che alla base dello svolgimento di una pubblica funzione c’è un affidamento. L’affidamento, secondo le regole che l’ordinamento costituzionale prevede, è un conferimento di fiducia soggetta anche al giudizio o al ritiro della medesima fiducia da parte del titolare della sovranità, che in ultima istanza appartiene al popolo. L’affidamento non è una corona imperiale che Napoleone si mette in testa da se medesimo in virtù della forza delle armi e delle sue truppe; non è un lascito ereditario o un rapporto nepotistico o clientelare; non è una attribuzione di potere di tipo feudale o dinastico. L’affidamento è, invece, generato all’interno di regole che, fin dall’art. 1 della Costituzione, considerano la sovranità appartenente al Popolo.</p>
<p>Nella parte seconda della Costituzione, dedicata all’ordinamento della Repubblica, l’articolo 91 prevede che <em>“Il Presidente della Repubblica, prima di assumere le sue funzioni, presta giuramento di fedeltà alla Repubblica e di osservanza della costituzione dinanzi al Parlamento in seduta comune.”</em></p>
<p>L’avverbio <em>“fedelmente”</em>, l’aggettivo plurale <em>“fedeli” </em>e il sostantivo <em>“fedeltà”,</em> richiamati nelle varie  norme della Costituzione, sono intrecciati con i due sostantivi <em>“disciplina” ed “onore”</em>. C’è, in questo intreccio, la bussola dell’etica della responsabilità indispensabile e inderogabile per orientare i comportamenti di chiunque sia preposto a svolgere una pubblica funzione.</p>
<p>Le parole non sono foglie morte al vento. Sono semi che germogliano se non cadono sulla nuda roccia, ma in un terreno fertile. Il fecondo germe della libertà ha bisogno di cure fin dalla semina. E il Popolo sovrano deve saper seminare, coltivare e mietere. Quindi deve saper scegliere il terreno adatto per la semina e deve saper eliminare le erbacce cattive che infestano la buona semina.</p>
<p><strong>Giuramento e messaggio di Einaudi</strong></p>
<p>Assume valore educativo accompagnare la lettura delle norme costituzionali aventi rilievo dal punto di vista dell’etica pubblica con la lettura del verbale di <em>“Giuramento e Messaggio del Presidente della Repubblica Luigi Einaudi nella Seduta comune della Camera e del Senato della Repubblica, Mercoledì 12 Maggio 1948”.</em></p>
<p>In quel verbale c’è un insieme di storia, di educazione civica, di applicazione in concreto delle norme costituzionali, di teoria e di pratica della nobiltà dell’impegno politico. E attraverso la lettura di quel verbale si possono mettere a fuoco diversi aspetti sul contenuto, sulla natura e sulle peculiarità della Costituzione italiana.</p>
<p>Qualsiasi docente di storia e di diritto Costituzionale può trovare nelle parole di Einaudi motivi di grandissimo valore pedagogico per svolgere una o più lezioni. Ecco alcune delle più importanti parole chiave: libertà, persona umana, eguaglianza, dittatura, guerra, pace, patria, unità nazionale, Parlamento, Governo, Presidente della Repubblica, Europa.</p>
<p>Ogni frase del messaggio di Einaudi è una grande lezione di visione politica. È una lezione che resta una pietra miliare del <em>“cammino” … “di grandezza morale, di libera vita civile, di giustizia sociale e quindi di prosperità materiale”. </em>La storia certifica che le parole pronunciate da Einaudi e i suoi comportamenti sono estremamente coerenti ed autorevoli. Con il suo primo messaggio si inizia un cammino che, formalmente e sostanzialmente, è il cammino delle istituzioni democratiche e repubblicane incardinate nell’ordinamento disegnato dai Padri e dalle Madri Costituenti.</p>
<p>È certamente appassionante cominciare un dialogo sulla costituzione partendo dai primi passi del Presidente che è stato consegnato alla storia d’Italia come affidabile “tutore” della Costituzione.</p>
<p>Il suo settennio di presidenza, considerato alla luce delle sue parole e della corrispondenza tra le sue parole e i fatti concreti, è un cammino di verità, di credibilità e di stili che hanno lasciato traccia.</p>
<p>Un cammino molto importante perché la Costituzione, oltre ad essere la Legge delle leggi espressa in un corpo normativo, è accompagnata da una prassi e da riti che si sono andati via via formando attraverso concrete scelte ispirate al senso dello Stato e al sincero rispetto dei principi dell’etica pubblica.</p>
<p>Infatti il verbale inizia col giuramento solenne innanzi alle Camere riunite in seduta comune. La formula del giuramento è di dodici parole: “Giuro di essere fedele alla Repubblica e di osservarne lealmente la Costituzione”. In dodici parole, numero “magico” sotto molti aspetti (12 apostoli, dodici mesi dell’anno, etc.), ci sono quattro parole essenziali “fedeltà, “lealtà, “Repubblica” e “Costituzione”. Non c’è un testo religioso su cui giurare. L’Italia è uno Stato laico ed è stato posto nella condizione di rispettare il principio, presagito e teorizzato mirabilmente da Cavour, della libera Chiesa in libero Stato. La solennità del giuramento è consacrata dal fatto che tutto si svolge innanzi al Parlamento, Camera e Senato, in seduta comune.</p>
<p>Il Messaggio inizia con il saluto ad Enrico De Nicola, indicato come <em>“esempio luminoso” … “che per primo ha coperto con saggezza grande, con devozione piena e con imparzialità scrupolosa, la suprema magistratura della nascente Repubblica italiana”. </em></p>
<p>Il ricordo di De Nicola non è rituale, ma spiega il senso storico e politico del ruolo svolto dallo <em>“uomo insigne”</em> nella <em>“costruzione quotidiana di quell’edificio di regole e di tradizioni senza le quali nessuna Costituzione è destinata a durare”</em> e nel suo autorevole impegno rivolto ad assicurare il “trapasso” dello Stato monarchico basato sul flessibile Statuto Albertino concesso da un Re al nuovo ordinamento repubblicano basato sulla Costituzione conquistata dal popolo e rigidamente ancorata alla sovranità popolare. Tutto ciò all’interno di un disegno che ha voluto fornire <em>“al mondo la prova che il nostro Paese era ormai maturo per la democrazia; che se è qualcosa, è discussione, è lotta, anche viva, anche tenace fra opinioni diverse ed opposte; ed è, alla fine vittoria di una opinione, chiaritasi dominante sulle altre.”</em></p>
<p>Sono due i personaggi citati da Einaudi nel suo storico messaggio. Dopo De Nicola fa il nome di Giustino Fortunato che onorò il Mezzogiorno e la Camera e <em>“sempre si levò fieramente contro le calunnie di coloro i quali, innanzi al 1922, avevano in spregio il Parlamento perché in esso troppo si parlava…”</em></p>
<p>Einaudi sottolinea quale sia il suo ruolo e quali siano i compiti dei Parlamentari : …<em>”qui si palesa il grande compito affidato a voi, che avete il grave dovere di attuare i principi della Costituzione ed a me, che la legge fondamentale della Repubblica ha fatto tutore della sua osservanza.” </em></p>
<p>Il Presidente neo eletto chiarisce in modo perfetto il ruolo e la centralità del Parlamento e dei parlamentari ai quali ultimi rivolge parole significative: “<em>nelle vostre discussioni, signori del Parlamento, è la vita vera, la vita medesima delle istituzioni che noi ci siamo liberamente date; e se v’ha una ragione di rimpianto nel separarmi, per vostra volontà, da voi è questa: di non poter partecipare più ai dibattiti, dai quali soltanto nasce la volontà comune; e di non potere più sentire la gioia, una delle più pure che cuore umano possa provare, la gioia di essere costretti a poco a poco dalle argomentazioni altrui a confessare a se stessi di avere, in tutto o in parte, torto ed accedere, facendola propria, alla opinione di uomini più saggi di noi.” </em></p>
<p>La gioia è un sentimento che si può provare “insieme” ad altri. Usare il termine gioia, come ha fatto Einaudi, per spiegare il sentimento che si prova in un confronto che dà luogo alla formazione di una volontà comune è la spiegazione della vera essenza della centralità e della nobiltà della politica svolta nell’ambito parlamentare. Ed è illuminante l’enfatizzazione della funzione del luogo dove “si parla”, il luogo delle decisioni collegiali in questo terzo millennio in cui abbiamo visto un affievolimento della memoria sui gravissimi disastri per l’umanità che si verificano quando prendano il sopravvento le idee a favore del “decisionismo” dell’uomo solo al comando chiamato e invocato, a seconda del lessico, leader, capo, capitano, duce, fürher, caudillo, zar, imperatore o, per dirla con Orwell in ambito letterario, Grande Fratello.</p>
<p>Ogni qual volta il Parlamento sia minacciato di diventare, o diventi, il <em>bivacco dei manipoli</em> di un “duce” si consuma puntualmente un delitto perfetto in danno della Democrazia.</p>
<p>La semplice lettura del verbale, dall’inizio alla fine, diventa una vera e propria lezione di storia, di Costituzione e di politica. In quel verbale non c’è solo la “fotografia” di un evento passato e del passato perché nelle parole di Einaudi c’è la passione politica e, soprattutto, la “visione” politica che è stata capace di saper guardare al futuro dell’Italia e dell’Europa.</p>
<p>Nella parte finale del suo discorso Einaudi chiarisce che la Costituzione <em>“afferma due principi solenni: conservare della struttura sociale presente tutto ciò e soltanto ciò che è garanzia della libertà della persona umana contro l&#8217;onnipotenza dello Stato e la prepotenza privata; e garantire a tutti, qualunque siano i casi fortuiti della nascita, la maggiore uguaglianza possibile nei punti di partenza. A quest&#8217;opera sublime di elevazione umana noi tutti, Parlamento, Governo e Presidente siamo chiamati a collaborare.</em></p>
<p><em>Venti anni di governo dittatoriale avevano procacciato alla Patria discordia civile, guerra esterna e distruzioni materiali e morali siffatte che ogni speranza di redenzione pareva ad un punto vana. Invece, dopo aver salvata pur nelle diversità regionali e locali e pur dolorosamente mutilata, la indistruttibile unità nazionale dalle Alpi alla Sicilia, stiamo ora tenacemente ricostruendo le distrutte fortune materiali e per ben due volte abbiamo dato al mondo una prova ammirabile della nostra volontà di ritorno alle libere democratiche competizioni politiche e della nostra capacità a cooperare , uguali tra uguali, nei consessi nei quali si vuole ricostruire quell’Europa donde venuta al mondo tanta luce di pensiero e di umanità.”</em></p>
<p>In queste poche righe di verbale sono scolpiti nella pietra i principi e i valori che sono stati elaborati dai Padri e dalle Madri costituenti e che sono stati disseminati nei vari articoli che compongono la Costituzione: consistenza della libertà, principio di eguaglianza dei punti di partenza, principio di leale collaborazione tra i poteri dello Stato, verità storiche incontrovertibili sui disastri morali e materiali della dittatura e della guerra fascio-nazista, principio di unità nazionale (Italia una e indivisibile di cui art. 5 della Costituzione), ritorno alla democrazia, visione politica di dimensione europea.</p>
<p>Il curriculum vitae di Einaudi che, tra l’altro, come Padre costituente ha contribuito a scrivere alcune importanti norme della Costituzione, consente di attribuire valore e credibilità alle sue parole. Infatti, chi l’ascoltava e lo applaudiva al momento della lettura del messaggio sapeva, e noi ora a distanza di decenni sappiamo, che durante il suo settennio di Presidenza avrebbe agito, e di fatto ha agito, in perfetta sintonia con quanto da lui dichiarato nel suo messaggio di insediamento. Si pensi, per fare un solo esempio, che Einaudi fu il primo Presidente a mettere in pratica l’attuazione del disposto costituzionale concernente l’obbligo di copertura delle nuove spese (art. 81): <em>“Ogni legge che importi nuovi o maggiori oneri provvede ai mezzi per farvi fronte.”</em></p>
<p>Infatti per ben due volte rinviò alle Camere, con apposito messaggio, due leggi prive di copertura. Una prassi non sempre seguita con lo stesso rigore nel prosieguo, dopo il suo settennato, di politiche economiche che hanno visto via via crescere a dismisura il debito pubblico. Il grande economista Einaudi aveva piena consapevolezza della necessità di salvaguardare le generazioni future da politiche debitorie e di considerare l’economia dello Stato non diversa dall’economia di una famiglia.</p>
<p>Leggere un messaggio di insediamento di un qualsiasi personaggio politico non dà certezze che il dichiarato poi corrisponda ai successivi comportamenti. I messaggi di insediamento sono intenzioni che restano intenzioni, anche se buone. Ma i Responsabili delle Istituzioni, che sono e debbono essere rigorosamente vincolati all’obbligo della disciplina e dell’onore, sono quello che fanno, non quello che dicono. Contano solo i fatti perché i fatti sono fatti e non sono soggetti a contraddizioni e ad ambiguità.</p>
<p>La mia vita è il mio messaggio, diceva il Mahatma Gandhi. Anche di Luigi Einaudi possiamo dire che la sua vita è il suo messaggio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><strong>Articolo pubblicato dalla Rivista trimestrale di Culturale Liberale &#8220;Libro Aperto,  n. 106, Luglio/Settembre 2021</strong></em></p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Antonio Pileggi" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2020/09/antonio-pileggi-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/antonio-pileggi/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Antonio Pileggi</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Provveditore agli Studi e Direttore generale dell’INVALSI – Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema Educativo di Istruzione e di Formazione, ha varie esperienze di lavoro in Italia e all’estero. È impegnato nel sociale per attività di volontariato (scuola, pubblica amministrazione, avvocato di strada, etc.). È componente del Comitato Scientifico della Fondazione Luigi Einaudi, dove si occupa tra l&#8217;altro di Scuola e Formazione.</p>
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		<title>Istruzione e cittadinanza attiva tra passato, presente e futuro. La festa dell’Ue del 9 maggio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Pileggi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Jun 2021 08:57:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Qualsiasi celebrazione ha del rituale e rischia di risultare una rassegna di memoria storica con scarsa capacità di svelare il perché e il percome siano in atto le dinamiche politiche del presente. Cercherò di ricordare fatti consegnati alla storia provando, conseguentemente, a porre a fuoco alcuni aspetti riconducibili all’attualità degli impegni presenti e futuri sulla [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Qualsiasi celebrazione ha del rituale e rischia di risultare una rassegna di memoria storica con scarsa capacità di svelare il perché e il percome siano in atto le dinamiche politiche del presente. Cercherò di ricordare fatti consegnati alla storia provando, conseguentemente, a porre a fuoco alcuni aspetti riconducibili all’attualità degli impegni presenti e futuri sulla scena politica. Nel dialogo con i giovani e con coloro che spesso sono stati tenuti, o si siano tenuti, lontano dai fatti significativi della storia è sempre necessario risalire alla fonte del pensiero di Persone che la storia l’hanno fatta per davvero con il loro pensiero, con la loro azione e, soprattutto, con la loro “visione” politica.</p>
<p><strong>Schuman e Monnet</strong></p>
<p>La data della festa dell&#8217;Europa è stata scelta con riferimento alla famosa dichiarazione di Schuman del nove maggio 1950. Una delle frasi più importanti di quella dichiarazione è da citare subito: <em>“L&#8217;Europa non potrà farsi in una volta sola, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto un solidarietà di fatto.” </em></p>
<p>Mi sembra opportuno ricordare anche che Jean Monnet, uno dei padri fondatori dell&#8217;Europa, citava spesso il filosofo svizzero Amiel: <em>«L&#8217;esperienza di ogni uomo ricomincia daccapo. Soltanto le istituzioni diventano più sagge: esse accumulano l&#8217;esperienza collettiva e, da tale esperienza, da tale saggezza, gli uomini soggetti alle stesse norme non cambieranno certo la loro natura ma trasformeranno gradualmente il loro comportamento».&#8221;</em></p>
<p>Queste due citazioni dovrebbero essere indicative del cammino che l’Europa ha cominciato a fare nel secondo dopoguerra del secolo scorso fino ai nostri giorni</p>
<p>Pensiero ed azione politica sono sempre alla base delle buone e delle cattive pratiche. Tra bene e male c’è sempre una scelta da fare. Ma qual è il bene? Qual è il male? Nella scelta del bene e del male, in genere i liberali amano mettere al centro il “dubbio” seguito da atti adottati secondo l’etica della responsabilità. L’etica che sa guardare alla tutela della libertà all’interno di regole rispettose del bene comune.</p>
<p><strong>Luigi Einaudi</strong></p>
<p>Il 2021 è l’anno in cui si ricorda Einaudi a 60 anni dalla sua morte. In proposito c’è un’apposita decisione del Senato della Repubblica italiana riguardante la celebrazione dell’anno Einaudiano<a href="#_edn1" name="_ednref1">[1]</a>  Diversi sono i soggetti impegnati nella celebrazione.<a href="#_edn2" name="_ednref2">[2]</a></p>
<p>Einaudi nutriva la “visione” di un’Europa unita con la serietà che caratterizzava il suo pensiero politico. Sapeva spiegare le motivazioni delle sue scelte che rispondevano al suo famoso metodo del “conoscere, discutere e poi deliberare”. Un metodo necessario soprattutto perché consente di attraversare e superare il “dubbio” e perché rende credibile e responsabile qualsiasi scelta. La scuola di pensiero, che si riconosce fra gli altri in Einstein, pone molti interrogativi su quanto possano avere giovato all’umanità gli uomini politici e religiosi. Alla luce dei fatti, possiamo affermare che le buone pratiche e il pensiero di Einaudi appartengano alla costruzione dell’edificio della civiltà.</p>
<p>Il discorso di Einaudi all’Assemblea Costituente del 29 luglio 1947 per la ratifica del trattato di pace, è da leggere tutto, per guadare al prima e al dopo dei primi passi per costruire l’Europa. <em>“Quell’Europa una, che era stata, in varia maniera, l&#8217;ideale di poeti e pensatori da Dante Alighieri ad Emanuele Kant e da Giuseppe Mazzini.” </em>L’analisi di Einaudi sulle motivazioni profonde che portano alla guerra dà spiegazioni chiare sui disastri del secolo breve e sulle due guerre mondiali che lo hanno caratterizzato. Fa comprendere bene l’essenza e le finalità delle idee del nazi-fascismo risalenti “<em>all’Attila moderno”</em> e al <em>“nostro dittatore di cartapesta”</em>. E ci avverte che <em>“non è vero che le due grandi guerre mondiali siano state determinate da cause economiche” …” vero è invece che le due grandi guerre recenti furono guerre civili, anzi guerre di religione e così sarà la terza”… “diciamo alto che noi riusciremo a salvarci dalla terza guerra mondiale solo se noi ”</em>  saremo capaci di operare <em>“per la salvezza e l’unificazione dell’Europa.”</em></p>
<p>Einaudi parla di <em>“salvezza”</em> e di <em>“unificazione”</em> dell’Europa in un contesto in cui si cerca di mettere insieme i cocci della distruzione della sciagurata guerra. Dice parole chiare e impegnative quando afferma che <em>“L&#8217;Europa che l&#8217;Italia auspica, per la cui attuazione essa deve lottare, non è un&#8217;Europa chiusa contro nessuno, è un’Europa aperta a tutti, un’Europa nella quale gli uomini possano liberamente far valere i loro contrastanti ideali e nella quale le maggioranze rispettino le minoranze e ne promuovano esse medesime i fini fino all&#8217;estremo limite in cui essi sono compatibili con la persistenza dell’intera comunità. Alla creazione di questa Europa, l&#8217;Italia deve essere pronta a fare sacrificio di una parte della sua sovranità.” </em>Questa “visione” non è una idea di subalternità, ma la consapevolezza di un vero statista. Infatti chiarisce che <em>“scrivevo trent’anni fa e seguitai a ripetere invano e ripeto oggi, spero, dopo le terribili esperienze sofferte, non più invano, che il nemico numero uno della civiltà, della prosperità, ed oggi si deve aggiungere della vita medesima dei popoli, è il mito della sovranità assoluta degli stati. Questo mito funesto è il vero generatore delle guerre; desso arma gli Stati per la conquista dello spazio vitale; desso pronuncia la scomunica contro gli emigranti dei paesi poveri; desso crea le barriere doganali e, impoverendo i popoli, li spinge ad immaginare che, ritornando all&#8217; economia predatoria dei selvaggi, essi possano conquistare ricchezza e potenza. In un’Europa in cui ogni dove si osservano rabbiosi ritorni a pestiferi miti nazionalistici, in cui improvvisamente si scoprono passionali correnti patriottiche” … “urge compiere un opera di unificazione.”</em></p>
<p>In questo discorso, più volte applaudito dall’Assemblea costituente, Einaudi cita il Mahatma Gandhi. Mi preme, al riguardo, ricordare una frase famosa di Gandhi: <em>“La mia vita è il mio messaggio”</em>. Anche di Luigi Einaudi possiamo dire che la sua vita è il suo messaggio. Dopo pochi mesi di questo discorso di pace per la pace e per l‘unità dell’Europa come vera e concreta “visione” politica, Einaudi verrà eletto Presidente della Repubblica.</p>
<p>Nel suo discorso di insediamento (12 maggio 1948) come <em>“custode della Costituzione”</em> chiarisce che la nostra Carta <em>“afferma due principi solenni</em>: <em>conservare </em>&#8230; <em>ciò che è garanzia della libertà della persona umana contro l’onnipotenza dello Stato e la prepotenza privata; e garantire a tutti, qualunque siano i casi fortuiti della nascita, la maggiore uguaglianza possibile nei punti di partenza”.</em> Quest’ultimo principio è alla base del pensiero di Einaudi, e dei liberali, sull’importanza della pubblica istruzione.</p>
<p><strong>La Conferenza sul futuro dell’Europa del 9 maggio 2021</strong></p>
<p>Il lancio ufficiale della Conferenza sul futuro dell’Europa è stato diffuso da diversi siti istituzionali. Ho preso a riferimento quello elaborato dal Servizio Studi del Senato che ha il pregio di mettere a fuoco anche gli aspetti problematici di natura politico-organizzativa da risolvere.<a href="#_edn3" name="_ednref3">[3]</a></p>
<p>Per la definizione delle future politiche dell’Ue si vuole far partire un virtuoso processo dal basso verso l’alto (botton up), ovvero dai livelli territoriali in su, sui temi chiave che i cittadini potranno discutere, integrare e sviluppare attraverso un’area “aperta” indicata come “altre idee” in una “piattaforma digitale multilingue”.</p>
<p>La piattaforma è divisa in 9 aree tematiche: clima e ambiente; salute; economia, giustizia sociale e occupazione; il ruolo della Ue nel mondo; valori, diritti, Stato di diritto e sicurezza; trasformazione digitale; democrazia europea; migrazione; istruzione, cultura, giovani e sport.</p>
<p>Molto interessante è il fatto che, in un periodo in cui, a causa della pandemia da Covid 19, si è diffuso un uso senza regole di conferenze a distanza, è stata elaborata una Carta che impegna gli organizzatori di eventi in modo da garantire un dibattito rispettoso di valori e di metodi di stampo democratico. I metodi elaborati dall’Ue sono esemplari e prevedono espressamente precisi impegni da parte dei partecipanti e da parte degli organizzatori di eventi.</p>
<p><strong>I partecipati devono:</strong></p>
<ul>
<li>rispettare i valori europei, sanciti dall&#8217;articolo 2 del trattato sull&#8217;Unione europea: dignità umana, libertà, democrazia, uguaglianza, Stato di diritto e rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze;</li>
<li>contribuire alla Conferenza con proposte costruttive e concrete nel rispetto delle opinioni altrui;</li>
<li>astenersi dall&#8217;esprimere diffondere o condividere contenuti illegali, che incitano all&#8217;odio, deliberatamente falsi o fuorvianti;</li>
<li>partecipare su base volontaria, senza perseguire interesse privati o commerciali.</li>
</ul>
<p><strong>Gli organizzatori di eventi devono</strong>:</p>
<ul>
<li>porre i cittadini al centro di ogni evento e consentire loro di esprimersi liberamente, purché ciò avvenga nel rispetto della legalità e non preveda incitamenti all&#8217;odio;</li>
<li>promuovere eventi che siano inclusivi e accessibili;</li>
<li>rispettare la diversità nei dibattiti, sostenendo attivamente la partecipazione di cittadini di ogni estrazione sociale, indipendentemente dal genere, dall&#8217;orientamento sessuale, dall&#8217;età, dal contesto socioeconomico, dalla religione e/o dal livello di istruzione.</li>
<li>garantire la piena trasparenza, riferendo apertamente, a seguito degli eventi, sui dibattiti e sulle raccomandazioni formulate dai cittadini e impegnandosi, se possibile, a trasmettere e/o diffondere gli eventi;</li>
<li>garantire il rispetto delle norme dell&#8217;UE in materia di protezione dei dati e privacy;</li>
<li>utilizzare solo l&#8217;identità visiva della Conferenza autorizzata per comunicare l&#8217;evento.</li>
</ul>
<p>“La Carta conferisce inoltre alle istituzioni europee il diritto di rimuovere dalla piattaforma i contenuti che deroghino ai suddetti impegni volontari, nonché il diritto di impedire o revocare il diritto di utilizzare l&#8217;identità visiva della Conferenza a individui e organizzazioni che ne violino i principi.”  … “I panel dei cittadini dei cittadini comprenderanno 200 persone, un terzo delle quali saranno giovani sotto i 25 anni. Saranno composti dal almeno un cittadino maschio e una femmina per Stato membro. I partecipanti saranno scelti a caso, ma in modo tale da costituire panel rappresentativi della &#8220;diversità dell&#8217;UE, in termini di origine geografica, sesso, età, background socioeconomico e livello di istruzione&#8221;.</p>
<p><strong>Le questioni da risolvere per la sessione plenaria della Conferenza</strong></p>
<p>Ci sono tre questioni irrisolte a proposito della sessione plenaria della Conferenza:  1) C’è la proposta del liberale Guy Verhofstadt, copresidente del Comitato Esecutivo, a favore della presenza rafforzata della rappresentanza parlamentare: 108 deputati europei e 108 di provenienza dei Parlamenti nazionali. Una composizione diversa viene, invece, sostenuta dal Consiglio e dalla Commissione. In pratica si vorrebbe una rappresentanza più snella con la presenza paritaria di Consiglio e Commissione. Principio di parità delle tre istituzioni (Parlamento, Consiglio, Commissione); 2) qual è il potere decisionale della sessione plenaria? Il Parlamento rivendica il potere di adottare le raccomandazioni da rivolgere al Consiglio europeo al termine dei lavori della Conferenza nella primavera del 2022. Il Consiglio dell&#8217;UE vorrebbe invece che tale compito spettasse al Comitato esecutivo, che agisce sulla base del consenso; 3) il Comitato esecutivo dovrebbe decidere su come debba essere garantita la partecipazione dei cittadini nella fase decisionale.</p>
<p>Al riguardo di queste questioni, che ho voluto riassumere e porre in particolare evidenza, mi preme chiarire che i liberal-democratici dovrebbero, a mio parere, condividere gli argomenti sostenuti da Guy Verhofstadt. Non per un atto di fede nei confronti di un parlamentare liberale, ma perché quando insorgano divergenze, tra Parlamento ed Esecutivo su chi debba esercitare un potere, i liberal-democratci si dovrebbero  schierare sempre  dalla parte del Parlamento. Il primo connotato del liberalismo è la limitazione del potere dei governi. E da sempre i Governi sono affetti, per la loro natura, di bulimia di potere. Montesquieu su questo tema ha teorizzato e ci ha spiegato l’importanza del principio della divisione dei poteri. Il principio che è alla base del liberalismo. In Europa, diciamolo francamente, il vero potere è nelle mani del Consiglio. E tutto ciò che riguardi il mal funzionamento dell’Europa è da far risalire quasi sempre alla camicia di forza nella quale è tenuto il Parlamento. Il Consiglio è, purtroppo, a sua volta ingabbiato dalla necessità di dover deliberare all’unanimità.</p>
<p>È appena il caso di ricordare Einaudi che, prima ancora che ci fosse il primo trattato per l’Ue, in occasione della ratifica del trattato di pace, auspicava l’unificazione europea e, nel contempo, avvertiva la necessità che il livello nazionale dovesse cedere parti di sovranità alle istituzioni europee. Personalmente faccio fatica a considerare il Consiglio come fattore di sviluppo del processo unitario.</p>
<p>In proposito, voglio ricordare un particolare significativo. Quando Einaudi fu eletto Presidente della Repubblica, nel suo discorso di insediamento spiegò in modo mirabile il ruolo e l’importanza del Parlamento. Sono parole che dovrebbero essere rilette spesso, specialmente in presenza di chi voglia rafforzare gli esecutivi in danno dei Parlamenti. Questi ultimi sono i veri depositari della democrazia partecipativa e della vera rappresentanza della sovranità popolare. Ecco le parole di Einaudi:</p>
<p>“ …<em>nelle vostre discussioni, signori del Parlamento, è la vita vera, la vita medesima delle istituzioni che noi ci siamo liberamente date; e se v’ha una ragione di rimpianto nel separarmi, per vostra volontà, da voi è questa: di non poter partecipare più ai dibattiti, dai quali soltanto nasce la volontà comune; e di non potere più sentire la gioia, una delle più pure che cuore umano possa provare, la gioia di essere costretti a poco a poco dalle argomentazioni altrui a confessare a se stessi di avere, in tutto o in parte, torto ed accedere, facendola propria, alla opinione di uomini più saggi di noi.” </em></p>
<p>Vorrei sottolineare che Einaudi usa la parola “gioia”. La gioia è un sentimento che si può provare “insieme” ad altri. Usare il termine gioia per spiegare il sentimento che si prova in un confronto che dia luogo alla formazione di una volontà comune è la spiegazione della vera essenza della centralità e della nobiltà della politica svolta nell’ambito parlamentare. Ed è illuminante l’enfatizzazione della funzione del luogo dove “si parla”, il luogo delle decisioni collegiali in questo terzo millennio in cui abbiamo visto un affievolimento della memoria sui gravissimi disastri per l’umanità che si verificano quando prendano il sopravvento le idee a favore del “decisionismo” dell’uomo solo al comando chiamato e invocato, a seconda del lessico, leader, capo, capitano, duce, fürher, caudillo, zar, imperatore o, per dirla con Orwell in ambito letterario, Grande Fratello.</p>
<p>Ogni qual volta, e accade in modo ricorrente, che il Parlamento sia minacciato di diventare, o diventi, il <em>bivacco dei manipoli</em> di un “duce”, che fortissimamente vuole i pieni poteri, si consuma puntualmente un delitto perfetto in danno della democrazia.</p>
<p><strong>Le politiche europee in materia di istruzione e di formazione</strong></p>
<p>In Europa vige il principio di sussidiarietà. Pertanto la responsabilità primaria dei sistemi di istruzione e formazione è degli Stati membri. L’Ue ha solo un ruolo di sostegno.</p>
<p>L’istruzione è riconosciuta come area di competenza dell&#8217;UE nel trattato di Maastricht del 1992, che prevede: <em>«(la Comunità) contribuisce allo sviluppo di un&#8217;istruzione di qualità incentivando la cooperazione tra Stati membri e, se necessario, sostenendo ed integrando la loro azione nel pieno rispetto della responsabilità degli Stati membri per quanto riguarda il contenuto dell&#8217;insegnamento e l&#8217;organizzazione del sistema di istruzione, nonché delle loro diversità culturali e linguistiche».</em></p>
<p>In pratica il ruolo dell’Ue è quello di incoraggiare la collaborazione tra gli Stati membri agevolando i processi di condivisione e di miglioramento dei sistemi di istruzione e formazione e scambiando buone pratiche strategiche.</p>
<p>Elemento chiave è l&#8217;apprendimento permanente, che cerca di fornire ai cittadini le conoscenze, abilità e competenze richieste in particolari occupazioni e sul mercato del lavoro.</p>
<p><strong>L’Agenda europea per le competenze</strong></p>
<p>La Commissione Ue ha presentato a luglio 2020 un&#8217;agenda incentrata sulle competenze e sull&#8217;IFP. È da precisare, preliminarmente, che nell&#8217;accezione europea il sistema IFP comprende sia istruzione che formazione professionale.</p>
<p>Si vuol realizzare l’obiettivo di consentire alle persone lo sviluppo di competenze nel corso di tutta la vita e di assicurare il diritto alla formazione e all’apprendimento permanente all’interno dell’esercizio dei diritti sociali. Si fa riferimento, in particolare, alla necessità di “competenze per l’occupazione “, e all’analisi dei fabbisogni del mercato del lavoro.</p>
<p>L’Agenda indica 12 azioni: 1) Un patto per le competenze; 2) Miglioramento dell’analisi del fabbisogno di competenze; 3) Sostegno dell’UE agli interventi strategici nazionali in materia di sviluppo delle competenze; 4) Proposta di raccomandazione del Consiglio relativa all’istruzione e formazione professionale per la competitività sostenibile, l’equità sociale e la resilienza; 5) Attuazione dell’iniziativa delle università europee e sviluppo delle competenze degli scienziati; 6) Competenze a sostegno delle transizioni verde e digitale; 7) Aumento dei laureati in discipline STEM<a href="#_edn4" name="_ednref4">[4]</a> e promozione delle competenze imprenditoriali e trasversali; 8) Competenze per la vita; 9) Iniziativa per i conti individuali di apprendimento; 10) Un approccio europeo alle microcredenziali; 11) La piattaforma Europass; 12) Miglioramento del quadro di sostegno per sbloccare gli investimenti privati e degli Stati membri nelle competenze.</p>
<p>Si parla di un “Patto per le competenze” e di un’azione congiunta che coinvolga lavoratori, imprese, autorità nazionali, regionali e locali, parti sociali, organizzazioni intersettoriali e settoriali, “fornitori di istruzione e formazione”, camere di commercio e servizi. Il tutto per sostenere la ripresa e le transizioni verdi e digitali.</p>
<p>Si parla anche di iniziative rivolte alla creazione di uno spazio europeo dell&#8217;istruzione (entro il 2025) che consenta ai giovani di accedere alla migliore istruzione e formazione e di trovare un&#8217;occupazione in tutta Europa. È un obiettivo strategico che presenta le seguenti caratteristiche:</p>
<ul>
<li>trascorrere un periodo all&#8217;estero per studiare e apprendere sia la norma;</li>
<li>le qualifiche dell&#8217;istruzione scolastica e superiore vengano riconosciute in tutta l’UE<a href="#_edn5" name="_ednref5">[5]</a>;</li>
<li>conoscere due lingue oltre alla propria lingua madre diventi la norma;</li>
<li>tutti abbiano accesso a un’istruzione di qualità indipendentemente dal loro contesto socioeconomico;</li>
<li>le persone abbiano un forte senso della loro <a href="https://ec.europa.eu/education/education-in-the-eu/council-recommendation-on-common-values-inclusive-education-and-the-european-dimension-of-teaching_it">identità europea</a>, del <a href="https://europa.eu/cultural-heritage/european-year-cultural-heritage_en">patrimonio culturale europeo</a> e della sua diversità.</li>
</ul>
<p>Il documento di riferimento<a href="#_edn6" name="_ednref6">[6]</a> è quello relativo alla specifica raccomandazione adottata il 24 Novembre 2020 dal Consiglio dell’Ue sull’istruzione e formazione professionale per la competitività sostenibile, l’equità sociale e la resilienza.</p>
<p>La Raccomandazione definisce i principi chiave per garantire che l&#8217;istruzione e la formazione professionale siano agili per adattarsi rapidamente alle esigenze del mercato del lavoro e offrano opportunità di apprendimento di qualità sia per i giovani che per gli adulti.</p>
<p>Pone un forte accento sulla maggiore flessibilità dell&#8217;istruzione e della formazione professionale, sul rafforzamento delle opportunità per l&#8217;apprendimento e l&#8217;apprendistato basati sul lavoro e sul miglioramento della garanzia della qualità.</p>
<p>È da tenere presente la definizione di «istruzione e formazione professionale» secondo la Raccomandazione del Consiglio del 24 novembre 2020: &#8220;&#8230;per istruzione e formazione professionale si intende l’istruzione e formazione che mira a trasmettere ai giovani e agli adulti le conoscenze, le abilità e le competenze necessarie per svolgere determinate professioni o, più in generale, soddisfare le richieste sul mercato del lavoro. Può essere fornita in contesti formali e non formali, a tutti i livelli del quadro europeo delle qualifiche (EQF)”</p>
<p><strong>Il libro bianco sulla gioventù del 2001</strong></p>
<p>Nel leggere i documenti europei di questi mesi, in piena pandemia, sorgono parecchi interrogativi di varia natura anche perché il pensiero va ai tagli alla scuola italiana dell’ultimo ventennio e al libro bianco di 20 anni fa. Pur evitando di discettare sui guasti provocati dai tagli alla scuola italiana, è interessante scorrere brevemente alcuni passi significativi a commento di quel libro bianco:<a href="#_edn7" name="_ednref7">[7]</a>. “ i giovani europei, per quanto emerge dal <em>Libro bianco sulla gioventù </em>del 2001 che è stato preceduto da un’ampia consultazione nella loro fascia d’età tra i 15 e 25 anni, «intravedono l’Europa come uno spazio allargato senza frontiere, volto a facilitare gli studi, i viaggi, il lavoro e la vita quotidiana». I giovani invocano una Europa «baluardo di valori democratici», espressi in un orizzonte che va oltre i confini dei singoli Paesi e della stessa Europa e che si allarga in una dimensione mondiale.  Nel <em>Libro bianco </em>i problemi che attraversano i sistemi dell’istruzione e della formazione sono stati affrontati ed evidenziati dai giovani con significativa consapevolezza: l’accesso facile e continuo all’istruzione lungo tutto l’arco della vita; l’organizzazione di processi formativi come “chiave” per incrementare la motivazione all’apprendimento; il riconoscimento delle qualifiche e delle competenze acquisite in contesti formali, informali e non formali; la qualità e l’efficacia dell’istruzione scolastica per garantire i diritti di cittadinanza attiva; la transizione dalla scuola al lavoro e l’occupazione come presupposto per l’inclusione sociale.”</p>
<p>Dopo 20 anni il lessico usato e che ancora si usa consente, di per se stesso e a prescindere dai programmi attuati o non attuati, di dare contezza delle attese dei giovani europei.</p>
<p><strong>La questione della cittadinanza attiva e dell’educazione civica</strong></p>
<p>La Conferenza sul futuro dell’Europa prevista per il 9 maggio 2021 ha il pregio di favorire buone pratiche rivolte a colmare il gravissimo deficit di cittadinanza attiva.</p>
<p>Le iniziative che partono dai territori sono importanti. Sottolineo che trovo molto interessante l’idea di fare di molte delle città o luoghi simbolo occasione di esperienze che siano moltiplicatrici della conoscenza delle radici culturali riguardanti la “visione” e i “visionari” della costruzione dell’Europa unita.</p>
<p>Giusto per fare un solo esempio, merita almeno un cenno il “Focus sull’esperienza di Ventotene e il progetto di Santo Stefano” nel quale sono coinvolti molti soggetti e associazioni, tra i quali il sindaco di Ventotene e l’ex Commissaria europea per la Cultura Silvia Costa<a href="#_edn8" name="_ednref8">[8]</a>. In effetti Ventotene, come luogo simbolo dell’Europa e Santo Stefano, come luogo simbolo dei diritti umani per il suo famoso carcere, favoriscono la realizzazione di iniziative esemplari.</p>
<p>In Italia il deficit di educazione civica è endemico se si pensa che è stato tradito l’ordine del giorno Moro dell’11 dicembre 1947 approvato all’unanimità dall’Assemblea Costituente. L’odg stabilì “che la nuova Carta costituzionale trovi senza indugio adeguato posto nel quadro didattico delle scuole di ogni ordine e grado al fine di rendere consapevole le giovani generazioni della raggiunta conquiste morali e sociali che costituiscono ormai sacro retaggio del popolo italiano”.</p>
<p>D’altronde in Italia sarebbe del tutto urgente dare attuazione all’art. 49 della Costituzione <em>“per far rientrare l’agire politico dei partiti nell’alveo costituzionale che richiede l’esercizio effettivo del diritto dei cittadini alla partecipazione attiva”.<a href="#_edn9" name="_ednref9"><strong>[9]</strong></a></em> Infatti la crisi che investe i partiti politici italiani rischia di travolgere le istituzioni democratiche.</p>
<p><strong>Le riforme di cui si parla in materia di istruzione</strong></p>
<p>Sono recentissime le notizie di riforme in materia di istruzione. Dalla stampa<a href="#_edn10" name="_ednref10">[10]</a> apprendiamo che “Il ministero così come è oggi, non è più in grado di organizzare la specificità e la complessità dei compiti. Stiamo ampliando l&#8217;età dell&#8217;educazione dai 0 anni fino alla formazione continua: serve un dipartimento che si occupi di formazione tecnica superiore, dobbiamo mettere mano all&#8217;organizzazione del ministero e degli organi decentrati&#8221;. Sono le parole del Ministro dell’istruzione Fabrizio Bianchi in una audizione nelle Commissioni riunite di Cultura Camera e Senato.</p>
<p>Il Ministro è entrato nel merito di diversi temi che riguardano, tra l’altro, “la povertà educativa”, il calo demografico, la questione delle “carriere” dei docenti e di tutto il personale della scuola, “L’aumento del tempo scuola”, “la formazione dei docenti”, le risorse finanziare da impegnare, etc. etc.</p>
<p>Nel contempo abbiamo sentito voci molto critiche nei confronti delle idee e dei progetti del Ministro. La stagione di riforme che si sta avviando sembra un cantiere aperto. Le linee di tendenza che hanno caratterizzato le politiche scolastiche italiane dall’unità d’Italia in poi hanno fatto registrare scelte caratterizzate, quasi sempre, dallo sviluppo dell’istruzione. È appena il caso di ricordare che la Legge Casati del 1859, che ha disegnato l’architettura del sistema di istruzione in Italia, è stata sostanzialmente in vigore fino a 20 anni fa, cioè fino all’inizio della politica dei criticati, e certamente criticabili, tagli.</p>
<p>Per concludere questo intervento, mi pare opportuno sottolineare, in vista di una ennesima riforma, l’importanza di garantire la libertà d’insegnamento e la necessità di superare l’annosa contrapposizione tra cultura scientifica e cultura umanistica.</p>
<p>Roma 9 Maggio 2021</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="#_ednref1" name="_edn1">[1]</a> Per l’anno Einaudiano, a 60 anni dalla sua morte, vedasi: <a href="https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/01178938.pdf">https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/01178938.pdf</a></p>
<p><a href="#_ednref2" name="_edn2">[2]</a> L’anno Einaudiano, è celebrato da diversi soggetti: dalla<strong> Fondazione Luigi Einaudi</strong>  che ha organizzato numerose iniziative incentrate su “Memoria, eredità culturale, cittadinanza e integrazione europea”; <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/anno-einaudiano-memoria-eredita-culturale-cittadinanza-ed-integrazione-europea/">https://www.fondazioneluigieinaudi.it/anno-einaudiano-memoria-eredita-culturale-cittadinanza-ed-integrazione-europea/</a> ; dalla <strong>Fondazione “Libro Aperto”</strong> con la pubblicazione in corso di stampa di un apposito volume e di articoli sulla Rivista di cultura liberale “Libro Aperto” fondata da Giovanni Malagodi e attualmente diretta da Antonio Patuelli; dalla <strong>Fondazione Adriano Olivetti </strong>  <a href="https://www.fondazioneadrianolivetti.it/anno-einaudiano/">https://www.fondazioneadrianolivetti.it/anno-einaudiano/</a> ;</p>
<p><a href="#_ednref3" name="_edn3">[3]</a> Servizio Studi del Senato, Nota n. 74/1 del 4 Maggio 2021 a cura di Patrizia Borgna.</p>
<p><a href="#_ednref4" name="_edn4">[4]</a> L’acronimo STEM deriva dall’inglese Science, Technology, Engineering and Mathematics per indicare le discipline scientiche e tecnologiche (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica).</p>
<p><a href="#_ednref5" name="_edn5">[5]</a>  Per il Processo di Bologna si veda: <a href="https://ec.europa.eu/education/policies/higher-education/bologna-process-and-european-higher-education-area_it">https://ec.europa.eu/education/policies/higher-education/bologna-process-and-european-higher-education-area_it</a></p>
<p><a href="#_ednref6" name="_edn6">[6]</a>  A<em>chieving the European Education Area by 2025 – Communication COM(2020) 625</em>”     <a href="https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?qid=1606987593071&amp;uri=CELEX%3A32020H1202%2801%29">https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?qid=1606987593071&amp;uri=CELEX%3A32020H1202%2801%29</a></p>
<p><a href="#_ednref7" name="_edn7">[7]</a> “Quella vecchia Europa che guarda ancora poco ai giovani”. Articolo di Antonio Pileggi pubblicato dal quotidiano Europa del 27 marzo 2007; ripubblicato nel Libro Pietre, dello stesso autore, Rubettino, 2019.</p>
<p><a href="#_ednref8" name="_edn8">[8]</a> Educazione Civica in Europa – Focus sull’esperienza di Ventotene e il progetto di Santo Stefano &#8211; <a href="https://agcult.it/a/36781/2021-04-30/educazione-civica-europea-focus-sull-esperienza-di-ventotene-e-il-progetto-di-santo-stefano">https://agcult.it/a/36781/2021-04-30/educazione-civica-europea-focus-sull-esperienza-di-ventotene-e-il-progetto-di-santo-stefano</a></p>
<p><a href="#_ednref9" name="_edn9">[9]</a> Il filo delle libertà, Antonio Pileggi, Rubbettino editore, aprile 2021</p>
<p><a href="#_ednref10" name="_edn10">[10]</a> ANSA, 4 Maggio 2021</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Antonio Pileggi" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2020/09/antonio-pileggi-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/antonio-pileggi/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Antonio Pileggi</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Provveditore agli Studi e Direttore generale dell’INVALSI – Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema Educativo di Istruzione e di Formazione, ha varie esperienze di lavoro in Italia e all’estero. È impegnato nel sociale per attività di volontariato (scuola, pubblica amministrazione, avvocato di strada, etc.). È componente del Comitato Scientifico della Fondazione Luigi Einaudi, dove si occupa tra l&#8217;altro di Scuola e Formazione.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/istruzione-e-cittadinanza-attiva-tra-passato-presente-e-futuro-la-festa-dellue-del-9-maggio/">Istruzione e cittadinanza attiva tra passato, presente e futuro. La festa dell’Ue del 9 maggio</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>Sei questioni per il quarto referendum in 20 anni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Pileggi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Sep 2020 14:41:58 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Quello del 20 settembre 2020, l’anno della pandemia e del centocinquantesimo anniversario della Breccia di Porta Pia, è il quarto referendum che, in venti anni (2001-2006-2016-2020), chiama i cittadini a votare per modificare la giovane Costituzione della altrettanto giovane Repubblica italiana. Poco più di 70 anni fa c’era ancora la Monarchia e vigeva lo Statuto Albertino. È notorio che anche la semplice modifica di una virgola ad una legge potrebbe comportare conseguenze di varia natura. Cambiare la Costituzione, che è la Legge delle leggi scritta in particolari momenti della Storia di una Nazione, è una cosa seria. I cittadini, in occasione del referendum, non dovrebbero lavarsene le mani come Ponzio Pilato. E non dovrebbero decidere sbrigativamente assecondando le proprie o le altrui passioni, emozioni, simpatie e antipatie del momento. In proposito, viene subito in mente il metodo suggerito da Luigi Einaudi: “conoscere, discutere e<br />
deliberare”. La citazione appare opportuna anche perché Einaudi è stato uno dei Padri Costituenti, è stato eletto a svolgere il compito di Presidente della Repubblica ed è stato definito “esemplare<br />
custode” della Costituzione. Ecco perché, anche alla luce delle esperienze e dei risultati caratterizzanti i 3 referendum che hanno preceduto quello del 20 settembre, prima di votare bisognerebbe tenere presente:<br />
1) l’esistenza, nel contenuto della proposta di riforma costituzionale, di un ampliamento o di un restringimento dei diritti e delle libertà del singolo cittadino chiamato a votare “sì” o “no”;<br />
2) i motivi e le finalità visibili e sottostanti che abbiano indotto l’attuale Parlamento a formulare le proposte di modifiche costituzionali;<br />
3) quali e quanti siano gli interessi a modificare la Costituzione da parte dei governanti di turno che, per come ci ha insegnato Calamandrei, dovrebbero essere impegnati a governare rimanendo lontani dai processi di formazione della volontà del Parlamento in materia costituzionale;<br />
4) le conseguenze delle modifiche relativamente alla possibilità che la riforma oggetto di referendum possa essere destinata (o preordinata) a dare la stura ad altre successive modifiche costituzionali con esiti del tutto incerti al momento in cui il cittadino viene chiamato a rispondere con un semplice “sì” o con un semplice “no”;<br />
5) il filo rosso (o multicolore) del “potere” che congiunge i 4 referendum, “potere” inteso come “concentrazione del potere” in contrasto col diritto del cittadino alla “partecipazione”;<br />
6) l’esistenza della libertà di coscienza, ai sensi dell’art. 67 della Costituzione, nella determinazione della volontà dei singoli parlamentari che hanno posto in essere le modifiche costituzionali atteso che in Italia, specialmente dal porcellum in poi, molti parlamentari non sono stati scelti dai cittadini, ma dai loro capi partito e atteso che in Italia non è stato attuato l’art. 49 della Costituzione che prevede il “metodo democratico” nella formazione della volontà dei partiti. In piena libertà di coscienza, come cittadino teso a rispettare entrambe le opinioni, quella a favore e<br />
quella contraria alle modifiche, ho provato a dare le risposte alle sei questioni che ho appena accennato. Mi rendo conto che ho posto alcune “domande retoriche” perché le relative risposte, se<br />
non completamente evidenti nella stessa domanda, mettono a nudo una vicenda da considerare in un contesto rivolto a cambiare, pezzo per pezzo, i connotati dell’architettura costituzionale disegnata dai Padri Costituenti. Pertanto posso omettere di dilungarmi punto per punto sulle singole questioni e mi limiterò di sintetizzare gli aspetti più significativi della vicenda referendaria.<br />
Il taglio di parlamentari, previsto nella proposta di riforma, non allarga né i diritti e né le libertà dei cittadini, come ha ben spiegato Massimo Villone, Presidente del Coordinamento per la Democrazia Costituzionale e del Comitato del “no”. Villone parla di un “danno” alla rappresentatività dei cittadini nel Parlamento. “In Senato, con la riforma, solo due o tre forze politiche riuscirebbero ad avere propri eletti, lasciando senza voce percentuali molto significative del corpo elettorale. Tra l&#8217;altro diversificando la composizione tra Camera e Senato, perché alcune forze politiche riuscirebbero ad avere deputati, ma non senatori.” C’è da aggiungere che la riduzione del numero dei parlamentari pone il rapporto elettori-eletto molto lontano dai numeri indicati dai Padri Costituenti. Domenico Gallo, dell’Esecutivo dello stesso Coordinamento per la Democrazia Costituzionale, ha spiegato con scrupolosa puntualità la questione dei numeri in riferimento al<br />
rapporto eletto-elettori ed ha concluso il suo studio affermando che “Attualmente il rapporto fra abitanti e Parlamentari è di un seggio di deputato ogni 96.000 abitanti ed un seggio di Senatore<br />
ogni 192.000 abitanti. Con la riforma avremo un Deputato ogni 151.000 abitanti ed un Senatore ogni 303.000 abitanti. Se si fa il raffronto fra il numero dei deputati e la popolazione negli Stati<br />
membri dell’Unione Europea, l’Italia, con un rapporto di 0,7 ogni centomila abitanti finisce all’ultimo posto, superando la Spagna, che prevede un seggio ogni 133.000 abitanti (0,8).” Gallo, numeri alla mano, ha anche messo in evidenza il fatto che il voto dei cittadini non sarebbe di eguale peso nelle differenti regioni. Per esempio c’è la Calabria che, con popolazione doppia di quella del<br />
Trentino avrebbe lo stesso numero di parlamentari. Peraltro la riduzione crea una vera sproporzione tra peso politico del Parlamento, con numeri ridotti, e rappresentanti delle regioni in occasione della elezione del Presidente della Repubblica. La riforma favorirebbe l’allargamento e la “concentrazione” di potere in capo alle Regioni, che non sono il massimo della credibilità politico- istituzionale specialmente dopo la “errata” e improvvida riforma del Titolo V del 2001. Fu, quella riforma, oggetto del primo dei 4 referendum dell’ultimo ventennio. Prevalse il “sì” e molti cittadini,<br />
me compreso, siamo pentiti di quel “sì” ad una riforma che ha favorito le rivendicazioni di “accentramento” di poteri a livello delle Regioni. Le recenti vicende concernenti le rivendicazioni di più potere da parte delle Regioni attraverso la così detta “autonomia regionale differenziata”, corrispondono sostanzialmente agli obiettivi della “secessione” compresa nel progetto politico di un<br />
partito nato e nutrito con lo scopo di frantumare l’unità d’Italia realizzata 150 anni fa. L’unità dell’Italia è molto recente rispetto alle grandi nazioni europee.<br />
Mi preme sottolineare che c’è un filo non rosso, ma multicolore che collega la “tendenza” ad affievolire (se non indebolire) il potere di tutte le assemblee elettive (Parlamento, Consiglio Regionale, Consiglio Comunale) titolari del potere-funzione di indirizzo e di controllo nei confronti del Governo, del Governatore e del Sindaco. Questa “tendenza” risulta chiara e dichiarata da molti “riformatori” che pretendono di realizzare un’architettura costituzionale sotto la guida del “Sindaco d’Italia”. Si tenga presente, al riguardo, che ai Sindaci dei nostri tempi sono stati conferiti più poteri di quanto non ne avessero i Podestà di epoca fascista. Il filo rosso (o multicolore) che congiunge i 4 referendum dell’ultimo ventennio, non ha mai avuto il connotato dell’allargamento dei diritti e delle libertà dei cittadini. Ha una caratteristica precisa che si può definire con una locuzione: “rivendicazione della concentrazione del potere”. È stata la rivendicazione della concentrazione del potere in capo alle Regioni la errata riforma del Titolo V (anno 2001). La medesima “rivendicazione” di una specie di “premierato assoluto” (più potere al Governo) è stato il tentativo di riforma del 2006 ad opera del Governo Berlusconi. Similmente il Governo Renzi ha provato, tra l’altro, a sopprimere il Senato per sostituirlo con un Senato eletto dai consiglieri regionali e non direttamente dai cittadini. Per ragioni di sintesi non mi dilungo sui tentativi di riforma dei Governi Berlusconi e Renzi che gli italiani hanno respinto con un “no” chiaro e forte.</p>
<p>Osservo, infine, che le attuali proposte di modifiche costituzionali sono state oggetto di un accordo di governo. Addirittura con un accordo che ha costretto (o indotto) a votare sì alla riforma alcune<br />
forze politiche che, prima di entrare nell&#8217;attuale governo, avevano votato più volte no alla medesima riforma. La questione è gravissima perché si “allinea” ad una prassi contraria a diversi principi e a diverse caratteristiche della Costituzione, che è una Costituzione rigida, quindi non flessibile e non oggetto di cambiamenti con l’avvicendamento dei governi. Oltre agli insegnamenti di Calamandrei, ci sono da ricordare le parole scritte in molte lingue, anche in lingua italiana, sulle vetrate dell’edificio dove è custodita la famosa e secolare Campana di Philadelphia che spiega<br />
come: &#8220;<em>Un governo giusto si basa su una Costituzione scritta e non dipende dai capricci dei singoli governanti</em>&#8220;. Queste parole scritte nel luogo dove è nata la prima democrazia moderna e dove è stata concepita la Costituzione con quasi tre secoli di vita, dovrebbero fare arrossire di vergogna i governanti italiani che, da un ventennio, sottraggono al tempo del loro compito governativo tantissimo tempo in attività finalizzate al cambiamento della Costituzione. Da quanto affermato da alcuni sostenitori del “sì”, sembra emergere l’idea secondo cui ogni riforma dovrebbe essere<br />
valutata per quello che è e che appare al momento del voto referendario, senza eccessivi timori per le modifiche ulteriori che fossero necessarie a dare senso compiuto alla riforma oggetto del quesito referendario. Sta di fatto che gli stessi sostenitori del “sì”, che sono forze di governo, preannunciano altre riforme costituzionali. Con ciò confermano di avere l’intenzione di aprire un infinito processo di cambiamenti il cui esito è del tutto incerto al momento in cui il cittadino si vede costretto a decidere con un semplice “sì” o con un semplice “no”. Infatti, se l’attuale maggioranza governativa dovesse cadere, le preannunciate ulteriori modifiche finirebbero per avere caratteristiche imprevedibili. Al riguardo, mi pare doveroso citare la recente opinione espressa da un attento e raffinato analista politico, Rino Formica, secondo cui “<em>Se passa il sì passa l’avventura di modifiche costituzionali al vento di tutte le possibili maggioranze politiche. Chi ha la maggioranza politica cambia le leggi elettorali e la Costituzione a suo uso e consumo</em>”. Concludo queste mie riflessioni ricordando la lunga notte della democrazia causata da leggi elettorali riconosciute incostituzionali dalla Corte Costituzionale. Le sentenze della Corte sono intervenute grazie ai ricorsi presentati, in via giurisdizionale, da semplici cittadini impegnati a contrastare le ineffabili scelte di decisori politici che, in spregio all&#8217;etica della responsabilità, continuano ad imperversare sulla scena politica italiana. Per i motivi sinteticamente esposti, considerato il mio errore del “sì” alla “errata” riforma del Titolo V del 2001 e tenuto presente il mio coerente “NO” ad entrambi i tentativi di riforma costituzionale dei Governi Berlusconi e Renzi, rispettivamente nel 2006 e nel 2016, ritengo giusto votare “NO” al referendum del 20 settembre 2020.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Antonio Pileggi" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2020/09/antonio-pileggi-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/antonio-pileggi/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Antonio Pileggi</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Provveditore agli Studi e Direttore generale dell’INVALSI – Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema Educativo di Istruzione e di Formazione, ha varie esperienze di lavoro in Italia e all’estero. È impegnato nel sociale per attività di volontariato (scuola, pubblica amministrazione, avvocato di strada, etc.). È componente del Comitato Scientifico della Fondazione Luigi Einaudi, dove si occupa tra l&#8217;altro di Scuola e Formazione.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/sei-questioni-per-il-quarto-referendum-in-20-anni/">Sei questioni per il quarto referendum in 20 anni</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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