<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Francesco Giannubilo, Autore presso Einaudi Blog</title>
	<atom:link href="https://www.einaudiblog.it/author/francesco-giannubilo/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.einaudiblog.it/author/francesco-giannubilo/</link>
	<description>Il blog della Fondazione Luigi Einaudi</description>
	<lastBuildDate>Sat, 04 Jan 2025 15:10:25 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.8.5</generator>

<image>
	<url>https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2019/06/cropped-logo-tondo-cerchio-bianco-32x32.png</url>
	<title>Francesco Giannubilo, Autore presso Einaudi Blog</title>
	<link>https://www.einaudiblog.it/author/francesco-giannubilo/</link>
	<width>32</width>
	<height>32</height>
</image> 
	<item>
		<title>L’Europa e la sua decostruzione</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/leuropa-e-la-sua-decostruzione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Giannubilo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Jan 2025 15:10:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[francesco giannubilo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.einaudiblog.it/?p=3669</guid>

					<description><![CDATA[<p>Lo specchio infranto della sua Storia e gli assassini ideologici I risultati delle recenti consultazioni elettorali tese al rinnovo del Parlamento Europeo hanno visto sì la consistente affermazione di correnti che si rifanno al pensiero politico della Destra così come espressa nei vari Stati dell’Unione, ancorché nella sua variegata composizione anche ideologica; purtuttavia un ribaltamento [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/leuropa-e-la-sua-decostruzione/">L’Europa e la sua decostruzione</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Lo specchio infranto della sua Storia e gli assassini ideologici</em></p>
<p>I risultati delle recenti consultazioni elettorali tese al rinnovo del Parlamento Europeo hanno visto sì la consistente affermazione di correnti che si rifanno al pensiero politico della Destra così come espressa nei vari Stati dell’Unione, ancorché nella sua variegata composizione anche ideologica; purtuttavia un ribaltamento liberal-nazional-conservatore non è stato sufficiente a scardinare l’ordine precostituito volto al potenziamento di una specie di Superstato &#8211; o meglio di una surrettizia Supernazione così come avevo appunto delineato nello scritto  “EUROPA SUPERNAZIONE O EUROPA DELLE NAZIONI?” di due anni addietro &#8211; sostanziatosi soprattutto nella rielezione della Von der Leyen alla guida della Commissione Europea per il prossimo quinquennio, un assetto basato sostanzialmente su un velleitario programma interventista, in un crescendo di sottomissione ai fabbisogni fiscali dell’autocrazia europea, il che è tipico di una economia dirigista smodatamente socialisteggiante. Tutto questo è atto ad introdurre pesantemente effetti distorsivi sui meccanismi di mercato &#8211; dall’agricoltura all’industria, dal digitale al lavoro, dalla sicurezza al Grean deal europeo e via dicendo &#8211; ciò che ben potrebbe definirsi, così come del resto è stato fatto, “il comunismo del ventunesimo secolo”; il tutto in accompagnamento ad una ormai consolidata, torbida deriva terzo/quarto-mondista, ciò che simboleggia la pietra tombale del pensiero identitario europeo.<br />
Questo fosco incipit abbisogna però, soprattutto su quest’ultimo versante, di ben più esaustive, raffinate e coinvolgenti analisi che valgano a delineare più compiutamente il tragico, prevedibile percorso di una non lontana dissoluzione del continente europeo, un caos identitario che ha i suoi truci padroni, i suoi assassini ideologici, cerberi assetati di odio e di vendetta verso se stessi, verso la nazione, anzi verso l’idea stessa di nazione, intesa come coscienza comune di costituire una formazione storica collettiva, nella consapevolezza di nutrirsi di un passato di tragica grandezza. Con ciò essi hanno per sempre rinunciato, non inconsciamente, a coniugare la coscienza cristiana, culturale e politica dell’Europa, cioè il suo spirito identitario come spazio di libertà e di razionalità riveniente da connotati storico-politici di elevatissimo profilo, con la riscoperta dei valori nazionali.<br />
Ma questa spirale ideologica auto-repellente e suicidaria, che sta minando le stesse fondamenta della civiltà europea con l’intento di scardinarla del tutto per mezzo della rimozione di ciò che ha rappresentato lo Stato nazionale spezzando con ciò la sua catena base, non è affatto acausale e, a ben vedere, viene da lontano, dalla stessa irrazionalità del pensiero post-sessantottino, così come ampiamente delineato in un ultimo lavoro sul sinistrismo rivoluzionario per il versante italiano. Questo affiancava &#8211; e alla fine la sostituiva avendo imboccato la strada perdente del terrorismo &#8211; alla dottrina della lotta rivoluzionaria anticapitalistica, antioccidentalista e antimperialista, qualcosa di altrettanto virulento e destabilizzante come processo di definitiva de-occidentalizzazione, un monstrum ideologico ora tornato più che mai in auge ad opera dell’imperante repressiva dittatura del pensiero unico imperante in una Europa, ma non meno che in un Occidente nel suo complesso, annaspante in una crisi epocale di valori e di leadership che ne aggrava i fattori di declino.<br />
Proprio l’irrazionalismo del pensiero sessantottino incominciava a trovare nella teoria filosofica del decostruzionismo, partorito da alcuni filosofi francesi &#8211; Derrida, Foucault, Deleuze, Lacan ed altri minori &#8211; in quegli anni, la sua base teoretica, un lemma completamente nuovo anche nell’ambito del riformismo filosofico allora in atto, inteso come un disassemblaggio di parole in una frase o delle parti componenti una macchina, ciò che si avvicinava parecchio alla Destruktion heidggeriana: insomma, un incolmabile iato all’interno di una struttura che non si limitava più ad effettuare un mero cambiamento nel modello strutturante e che in fondo finiva forse per rendere inconciliabili anche progetti di riforma pur a seguito di azioni sovversive. Una forza rivoluzionaria, dunque, a quell’epoca assolutamente estranea a tutti i modelli politici in atto, che, assumendo la fisionomia di un sostanziale rifiuto di ogni politica progressista, puntava ad una vera e propria destabilizzazione dell’”Essere”, una disperata e apocalittica rimessa in discussione dello stesso senso dell’”Essere”.<br />
Si trattava quindi di un folgorante cortocircuito che, scuotendo dalle fondamenta l’intero pensiero metafisico così come costruito e consolidatosi attraverso i secoli e travolgendo tutto il mondo delle idee, che pertanto finiva per perdere la sua validità e la sua verità, trascinava nella polvere tutte le certezze identitarie della civiltà occidentale, su cui calava dunque una vindice scure.<br />
Insomma, una insanabile frattura, una faglia apocalittica proprio nell’ambito della relazione con il sé, operata da inediti “sicari di satana” in nome di una ideologia volta a superare l’uomo “classico”, in politica il liberal-conservatore che ha forgiato l’Occidente e la stessa l’Europa, ispirata alla affermazione dello Stato nazionale, lo Stato moderno per eccellenza fondato sul principio della nazionalità e sovrano nei propri confini, liberale e laico ancorché fuso con la tradizione ebraico-cristiana, cioè la teologia trinaria e cristica: quello Stato che nasce appunto con la fine delle guerre di religione e la pace di Westafalia del 1648, in seguito affinatosi con la Rivoluzione Atlantica, con la forza dirompente del liberalismo ottocentesco e, dal 900, con la forma di Stato di democrazia classica occidentale, evolutasi poi, dal secondo dopoguerra, nella così detta Democrazia sociale. Un’Europa quindi che, coniugando l’amore per la libertà con la scoperta dei valori nazionali, sarebbe via via diventata protagonista di quella rivoluzione delle nazionalità in tutto il continente.<br />
Era proprio questo il sessantottino o il post-sessantottino &#8211; riprodottosi ora metastaticamente &#8211; a cui il Derrida aveva somministrato una ulteriore robusta base ideologica, l’”uomo del domani”, il quale, anziché operare tra devastazione morale e rinascita etica con impresso lo stigma di una missione, scardinato invece il rapporto con il sé e interiorizzato il convincimento che la filosofia ha costruito il nulla, si muoveva in una realtà ideale totalmente decostruita, vale a dire solo quella che si mantiene come base reale, la “traccia” denudata, la quale è sempre differita e che si perde nel tempo: un “uomo nuovo”, dunque, non più alimentato dalla tradizione umanistica occidentale, ma forgiato su anti-umanesimo sfociante in un chimerico umanitarismo d’accatto che si nutre, trovando in ciò la sua unica ragion d’essere, solo di diritti umani, oggi assurti ad un nuovo totalitarismo. Una indeclinabile soteriologia, un nuovo allucinato teorema diagnostico-terapeutico che manda “al patibolo” chi non intende rassegnarsi al definitivo disancoramento dal principio liberal-conservatore che si concreta nella libertà dell’individuo. Una sorta di inedito “biopotere”, dunque, forgiato dai suoi lugubri luogotenenti, fondato su “processi biologici” collettivi, che raggiunge il suo parossismo in un’avvolgente biopolitica che si traduce in un irrevocabile giudizio di amoralità e che, in nome di un nuovo e assolutistico totem, copre tutto con un manto di menzogne. Abbiamo, sì, combattuto il totalitarismo, ma solo per ritrovarcelo ora in casa sotto mentite e perverse spoglie!<br />
Acclarata pertanto la stretta interconnessione tra le teorie filosofiche dei decostruzionisti e il caposaldo culturale che presiede all’odierna politica europeistica, intesa dai suoi cinici e saccenti “malfattori ideologici” come espressione della post-modernità, va da sé che oggi l’Unione Europea si presenta come lo strumento principe di demolizione  della plurisecolare cultura europea e dei suoi valori, così come, a livello globale, le Nazioni Unite, che sono divenute un’organizzazione quasi  inutile e incapace di reggere l’ordine mondiale, nonché un “covo di serpenti” terzomondisti.<br />
Insomma, qui emerge in tutta la sua tragica effettività e centralità il fattore identitario europeo, che il Sessantotto, adeguatamente sorretto dalla filosofia della decostruzione nonché dai cardini del pensiero leninista-marxista con cui questa finiva per integrarsi, ha travolto, per mezzo di un efferato grimaldello ideologico, demolendoli tutti, i valori fondanti della civiltà europea, intesi non solo in senso strettamente materiale ma anche e soprattutto di carattere morale, psicologico e culturale, ciò che costituiva la struttura portante, l’armamentario plurisecolare dell’intera civiltà dell’Europa, che ora rischia di diventare solo un monumentale cippo funerario in odore di muffa tra farisei eccitati.<br />
Eppure doveva e deve esserci una ratio alla base di siffatto processo dissolutorio, un quid che, agganciando direttamente la decostruzione, ancorché fittiziamente a guisa di “polo negoziale”, ne diventi, sul piano pratico, l’elemento causale efficiente e necessario &#8211; attesa la sua indefettibilità per ogni fatto non solo della vita fisica ma anche di quella morale e politica &#8211; inteso non già come mero motivo occasionale, bensì come tipico scopo immanente, cioè la ragione intima dell’umano agire: nel caso specifico in direzione dello start al processo di decomposizione strutturale endogeno di tale civiltà, del suo spirito come cardine filosofico e religioso cristiano che da secoli aveva animato e sorretto la centralità del continente europeo nella edificazione dell’intero Occidente.<br />
E qui subentra come fattore causale la consapevolezza della sua gravissima colpa, il senso di una indelebile vergogna per tutte le ingiustizie che la cultura occidentale, con i suoi frutti avvelenati &#8211; capitalismo, colonialismo, imperialismo &#8211; aveva propagato nel mondo. E’ qui che avviene la fusione tra la filosofia della decostruzione e l’impianto strutturale e sovrastrutturale marxiano, il cui frutto venefico deve penetrare in profondità nelle coscienze, divenendo il leitmotiv del politically correct.<br />
Cosicché per l’uomo europeo, per l’intero Occidente, diventa assolutamente imprescindibile espiare peccati inauditi: deve farsi perdonare la vittoria di Carlo Martello a Poitiers, le Crociate, la vittoria di Lepanto nel 1571, la definitiva sconfitta degli Ottomani, nel luglio del 1683, sotto le mura di Vienna da parte di una coalizione di Stati cristiani, quegli stessi sorti con la pace di Westfalia, e da ultimo, il placet alla nascita dello Stato di Israele nel cuore del Medioriente. Ma questo perdono, che non può essere un’assoluzione tout court atta ad una purificazione che abbia solo una valenza assiologica, deve passare necessariamente per qualcosa che abbia a che fare con la propria cancellazione identitaria, con la completa negazione del sé, sostituito da un sé del tutto nuovo che diventa, per una sorta di positiva e folgorante pseudomorfosi, “l’altro”, un “sé-l’altro” destinato a rinvigorirsi in un “campo” ora vergine e totalmente destrutturato, liberato dalle brutture precedenti.<br />
Ma se il tutto si risolvesse solo su un piano meramente filosofico, vale a dire quello del decostruzionismo derridiano, sarebbe ben poca cosa e lascerebbe il “pianto” dell’uomo occidentale a prosciugarsi in una inane realtà, che, pur decostruita e ripulita, non muterebbe la sua effettività esistenziale: ciò rappresenterebbe comunque un pericolo costante dato che la constatazione della propria dissoluzione etica e culturale potrebbe in ogni momento tradursi in una forte ripresa di coscienza del proprio sé e in una suprema volontà di raffermazione dei suoi valori identitari.<br />
In conseguenza, occorre un “boia” materiale che “decapiti” preventivamente e definitivamente ogni possibile rigurgito del “sé” &#8211; non più “l’altro” &#8211; come orgogliosa riconferma della propria identità, quindi un decostruttore in carne ed ossa: questi è oggi l’immigrato mussulmano, l’esecutore materiale del “delitto” &#8211; al quale fornisce le armi ideologiche una noumenica sinistra nel suo complesso, con i suoi scarafaggi, ancora racchiusa in una macabra identità irrisolta &#8211; il vero protagonista della sottomissione. Una ripugnante sudditanza questa a cui la civiltà europea soggiace dopo la sua ripulitura, in attesa di essere una volta per tutte sdradicata al fine di emendarsi dai suoi passati crimini. Cosicché l’accoglienza si erge ad imperativo assoluto &#8211; il Verbo &#8211; e a strumento cardine della sua sottomissione e della sua espiazione, lo “spazzino” della sua torbida coscienza.<br />
Ed ecco dunque irrompere sulla scena del gran teatro d’Europa un nuovo sinistro “personaggio”, metafisico e concreto allo stesso tempo, il sostituzionismo, una rivoluzionaria teologia della sostituzione dopo quella cristica, come ineluttabile processo di avvicendamento di una civiltà ad un’altra, che ora si presenta con tutti i suoi spettri dissolutori in un’Europa asfittica che, giunta alla sua ripugnante decomposizione, non inconsciamente sta rinunciando alla sua stessa esistenza.<br />
Certo, è vero che anche la civiltà della Roma antica dovette soggiacere, nel V secolo, al suo epilogo poiché sostituita da quella di popoli invasori; ma la differenza sostanziale con quella in atto risiede nel fatto che le invasioni barbariche, a partire dalla fine del IV secolo, non portarono alla scomparsa dell’Impero romano d’Occidente, in quanto proprio la “cristianizzazione” e la “romanizzazione”, vale a dire la completa integrazione dell’elemento barbarico nel tessuto culturale romano, ne prolungarono l’esistenza, sfociando poi nell’Europa carolingia: nella notte di Natale dell’800, infatti, Carlo Magno veniva incoronato imperatore di un’Europa cristiana, il Sacro Romano Impero, che delineava un’immagine non certo dissolutoria ma poderosa e coerente, tale da imporsi per secoli come valore identitario nella coscienza collettiva di noi europei, valore che né il Medioevo né l’Umanesimo né l’Illuminismo e neppure il Romanticismo rivoluzionario liberale, con cui si affermava l’idea di nazione, minimamente scalfivano. Ed è appunto a questa indiscussa identità di altissimo valore umano e cristiano, che fa riferimento il “progetto europeo” ideato nel 1950 da Jean Monnet e accolto dai Padri fondatori &#8211; Shumann, De Gasperi e Adenauer &#8211; un’idea “rivoluzionaria” quanto il pensiero di Copernico e di Einstein. Tale monumentale struttura ideologica, che si presenta ora come un continente sfibrato, superficiale ed impotente e che si vergogna persino delle proprie radici cristiane, è ora chiamata alla funzione di becchino di se stessa!<br />
Nell’Europa attuale invece, il così detto multiculturalismo, come già operante, rappresenta soltanto una stramba mescolanza, un “affollamento” culturale, produttivo non di processi di integrazione e di assimilazione, bensì di un sentimento di “odio di sé”, pronubo della propria de-identificazione e della fine di ogni libertà pratica a favore di più vigorosi ed insistenti principi culturali.<br />
Né varrebbe opporsi al “nuovo” che inesorabilmente avanza, in quanto ciò verrebbe bollato sic et simpliciter come razzismo tout court: insomma, sarebbe questa solo una battaglia di retroguardia, anti-progressista, antiliberale, retrograda, oscurantista e in modo intrinseco sadicamente razzista.<br />
Ma un contributo non trascurabile in siffatta attività di demolizione ad opera della Governance dell’Unione Europea, ma non meno che di quella delle Nazioni Unite, viene dalla Chiesa Cattolica bergogliana, sostanzialmente di estrazione latino-americana, data la formazione di Papa Bergoglio &#8211; così come si è inteso ampiamente evidenziare nello scritto “TEOLOGIA DELLA LIBERAZIONE E MITOLOGIA RESISTENZIALE” dello scorso anno &#8211; nel ramo ortodosso della Teologia della Liberazione, con la sua anima d’impronta peronista pur avendo egli cercato di depurarla del “riduzionismo socialista”, cooperando in tal modo alla svalutazione dei valori europei, a cui vanno contrapposti i pseudo-valori della de-identificazione. Insomma, una conturbante affinità con la deriva decompositiva delle strutture portanti della civiltà europea e l’innesto di un processo esterno di sostituzione di essa avvalendosi di un decostruttore materiale, ben identificato, ben motivato e sommamente incoraggiato nell’attuazione della sua missione, un “boia” della Storia e nella Storia.<br />
Di certo, da Papa Ratzinger a Papa Bergoglio si è verificato nella Chiesa Cattolica un incolmabile iato, una svolta storica che non potrà non produrre anche e soprattutto una de-identificazione della stessa Chiesa e con essa di tutta la tradizione culturale dell’Occidente, di stampo liberale e cristiana.<br />
Ratzinger, affermando che “…Il declino di una coscienza morale basata su valori inviolabili è ancora il nostro problema e può condurre all’autodistruzione della coscienza europea&#8230;”, ha lottato per recuperare all’Europa &#8211; giunta alle soglie del crollo per l’abbandono del senso religioso per abbracciare in toto la profanità &#8211; la sua unità spirituale, culturale e politica. Cosicché Egli, con i suoi richiami alla coscienza europea e al dramma del relativismo morale che caratterizza il nostro tempo, ci appare oggi davvero come l’unico, ma ahimè anche l’ultimo, grande statista europeo.<br />
Ciò a differenza di Bergoglio che, con la sua Teologia del Popolo, derivata proprio da quella della Liberazione, ha finito per rivalutarne uomini e temi, che avevano tutti in comune tesi di fondo quali il canone del mistero della povertà, il cui principio ermeneutico era costituito dall’analisi socio-economica di stampo marxista, come mezzo per produrre la liberazione dell’oppresso. Com’è noto, peraltro, proprio siffatti principi, amplificati soprattutto dalla morte del prete colombiano Camillo Torres, caduto in un’azione di guerriglia, avrebbero costituito la base ideologica della sinistra extraparlamentare italiana e della contestazione studentesca del ’68, che finirà per comporre un passo fondamentale per il movimento generale della lotta rivoluzionaria contro il capitalismo e che agli inizi degli anni Settanta sfocerà poi nel terrorismo brigatista. Proprio Papa Bergoglio, dunque, con i suoi richiami agli ideali pauperistici come liberazione dell’umanità dalle proprie brutture, con il loro sostanziale adattamento ai principi marxisti, sta chiudendo un loop tragico e grottesco di quasi un sessantennio di un’infranta Storia europea. In questo si avvale anche di un ulteriore elemento dissacratore, “massacratore”, assolutamente funzionale oggidì alla riesumata Teologia della Liberazione, rappresentandone anzi l’elemento costitutivo per eccellenza, cioè l’accoglienza, non già come mero atto di carità, bensì incaricata della suprema e vindice missione di sovvertirne l’impianto culturale dell’Europa, quindi la sua stessa identità e tradizione: tutto ciò in una macabra sintonia con le istituzioni dell’Unione. Il migrante islamico, portatore di una religione e di cultura assorbenti, è dunque l’Eletto, il predestinato ad un immane compito di definitivo sdradicamento di vecchie radici religiose, storiche e culturali, in una parola identitarie, e tutto ciò con la più piena accondiscendenza del decadente “uomo europeo”, votato così ad un nuovo, “radioso”, destino. Ma un destino di morte verso cui s’inoltra, non inconsciamente e incoscientemente, a passo di danza!<br />
E’ proprio la consapevolezza di essere depositari di un’identità poderosa costruita nei secoli che dovrebbe indurci ad una reazione forte, tesa a restaurare appieno il modello liberal-conservatore, che non è una contraddizione in termini, ma costituisce un’alleanza strategica tra il liberalismo e il conservatorismo come sintesi suprema tra i valori della tradizione e quelli della liberaldemocrazia modellata sulla base di nuove e ineludibili esigenze sociali e di nuove prospettive ideali.<br />
Un sano reazionarismo dunque la cui base è, deve essere, il popolo, che riscopra e rivaluti la propria eredità filosofica e religiosa, capace di avversare la deriva terzomondista della Chiesa cattolica e di opporsi con efficacia, con ogni mezzo possibile, ad una repressiva dittatura del pensiero unico diffuso da onniscienti esseri, con l’obiettivo di ricostruire in toto il pensiero identitario europeo.<br />
Non sarebbe questa una posa snobistica a fronte del pensiero dominante propagato dai paladini di questa Europa, bensì la giusta risposta da parte di un continente altrimenti destinato a soccombere.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Francesco Giannubilo" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2021/01/francesco-giannubilo-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/francesco-giannubilo/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Francesco Giannubilo</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Francesco Giannubilo, laurea Scienze Politiche ed ex dirigente della P.A., si occupa di studi storico-politici dell’età contemporanea. Pubblicista su testate provinciali e su “l’Opinione delle Libertà” nazionale, dopo la ricerca “Aspetti della politica italiana 1920-1940” (2013), il saggio “DALLA DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA ALLA DEMOCRAZIA LIQUIDA (O LIQUEFATTA?)” (2015).</p>
<p>Ha pubblicato: “L’ITALIA CHE (NON) CAMBIA (2010), assieme di considerazioni etico &#8211; politiche sull’impossibilità del riformismo in Italia; “1848-1870 IL RISORGIMENTO INCOMPIUTO” (2011), una riflessione sullo sviluppo storico in Italia in termini di continuità con il processo risorgimentale; “1939-1940 IL MONDO CATTOLICO ALLA SUA SVOLTA?” (2012), un profilo critico sugli atteggiamenti del mondo cattolico dagli inizi del Novecento fino all’entrata in guerra dell’Italia.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/leuropa-e-la-sua-decostruzione/">L’Europa e la sua decostruzione</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La traiettoria nefasta della sinistra rivoluzionaria italiana</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/la-traiettoria-nefasta-della-sinistra-rivoluzionaria-italiana/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Giannubilo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Jul 2024 21:14:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[francesco giannubilo]]></category>
		<category><![CDATA[sinistra italiana]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.einaudiblog.it/?p=3637</guid>

					<description><![CDATA[<p>Dal sinistrismo degli anni Sessanta al nuovo giovanilismo anarco-sovversivo Delineare una esaustiva analisi storica del rivoluzionarismo giovanile della sinistra italiana nel suo complesso, come radicale contestazione globale della società e dei suoi valori, non è un’operazione che possa esaurirsi nell’arco di uno succinto scritto destinato ad una divulgazione opinionistico- giornalistica; in conseguenza, si cercherà di [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/la-traiettoria-nefasta-della-sinistra-rivoluzionaria-italiana/">La traiettoria nefasta della sinistra rivoluzionaria italiana</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Dal sinistrismo degli anni Sessanta al nuovo giovanilismo anarco-sovversivo</em></p>
<p>Delineare una esaustiva analisi storica del rivoluzionarismo giovanile della sinistra italiana nel suo complesso, come radicale contestazione globale della società e dei suoi valori, non è un’operazione che possa esaurirsi nell’arco di uno succinto scritto destinato ad una divulgazione opinionistico-  giornalistica; in conseguenza, si cercherà di inquadrare sotto un profilo storico-critico un fenomeno così complesso e articolato, intriso di suggestioni radicali, utopistiche ed anarcoidi, comunque tutte riconducibili ad un riesumato rivoluzionarismo sinistroide, ben interpretato oggidì da forze politiche presenti nel panorama istituzionale del Paese, che, come una metastatica  riapparizione dagli anfratti più tetri della storia nazionale, sono riapprodate ad una risoluzione giacobina e settaria nei confronti di un’Autorità governante, di stampo liberal-democratico, legittimamente eletta dal popolo.<br />
Tutto questo, allo stato, trova il suo consolidamento in episodi di violenza nelle Università &#8211; e non soltanto &#8211; traducentisi in occupazioni, tentativi di sfondamento dei cordoni predisposti dalle forze dell’ordine e di ferimenti di agenti, assalti a presidi di Polizia e violenze varie, da parte di studenti, incoraggiati dai nostri partiti di sinistra e “scarafaggi” al proprio servizio, a trasformarsi in agitatori rivoluzionari: ciò in nome soprattutto del fondamentalismo islamico e della liberazione delle terre palestinesi oggetto di aggressione, a loro dire, di stampo nazista da parte dello Stato israeliano, ma non meno che di intransigenti posizioni ambientaliste estreme nonché di altre tematiche ribaltate su presunte violazioni di svariati diritti civili &#8211; fluidità di genere, maternità “globalizzata”, rivoluzione alimentare e via dicendo &#8211; poste in atto da un governo reazionario e sostanzialmente filofascista. Insomma, trattasi di una sorta di risveglio marxista-leninista, la cui tattica è sì quella leninista ma l’ideologia che la sorregge è tornata ad essere &#8211; così come già si è ben evidenziato in “RITORNO AL FUTURO PASSATO” dello scorso anno, che descrive il tragico itinerario, pressoché senza soluzione di continuità anche dopo la perdita dei suoi riferimenti dottrinari, del comunismo in Italia da Togliatti alla Schlein &#8211; quella maoista e cheguevariana: una specie di “prova d’orchestra” per l’inizio di nuove stagioni terroristiche, volte a destabilizzare e a sovvertire la governance in atto.<br />
Una contestazione cieca, proveniente da confusione mentale e che si avvale di un linguaggio spesso demenziale, che si svolge, purtroppo, in un ambiente spesso affetto da vigliaccheria se non proprio da succube accondiscendenza, ciò che peraltro non è nuovo nel panorama accademico italiano sin dai primordi del sovversivismo irregolare di sinistra negli anni Sessanta.<br />
Ma anche su questo versante, vale a dire sul perché le Università siano egemonizzate dalla sinistra, s’impone un serio tentativo di analisi critica che valga altresì a fornire un adeguato diagramma interpretativo in ordine al ruolo degli intellettuali, portatori di una dogmatica “neoilluministica” ideologia progressista nella società attuale, costituita per lo più, a loro vedere, da uomini mediocri.<br />
In siffatta ottica, non v’è dubbio che, nonostante siano trascorsi tanti decenni di esperimenti da incubo nel mondo reale, la costruzione teorica del socialcomunismo non ha mai allentato del tutto la presa sull’intellighenzia, talché l’attuale classe degli intellettuali, nella sua stragrande maggioranza, si autorappresenta come una sorta di classe sacerdotale, la cui religione è il sinistrismo.<br />
Varie sono le teorie in proposito elaborate dalla folta schiera di studiosi &#8211; solo per citarne alcuni, Raymond Aron di “L’oppio degli intellettuali”, Gallimard di “Sociologie de la révolution”,  il cattolico Edward Feser, docente di filosofia del Pasadena City College, storico delle idee, assai attento al pensiero liberale e conservatore &#8211; i quali hanno affrontato, sotto varie angolazioni, il problema della responsabilità dell’intellettuale progressista nel cedimento della cultura universitaria, in modo particolare della conoscenza umanistica, a quella che è stata definita la “truffa intellettuale del marxismo”. Senza volerci addentrare nella descrizione analitica di siffatte idee, si mostrano particolarmente interessanti, la Teoria del “filosofo re”, che parte dall’idea della superiorità dell’intelligenza dell’intellettuale, il quale pertanto dovrebbe dirigere tutto, ciò che sarebbe favorito dall’incremento del potere statale così come avviene nei regimi socialisti, e la “Teoria dell’interesse di classe”, per cui la classe dei professori, occultata dietro l’ipocrisia del noblesse oblige, si presenta appunto come un nuovo ceto sacerdotale con la sua religione socialista che fornisce allo Stato-moloch la giustificazione metafisica della sua esistenza in cambio di un’occupazione stabile nelle fabbriche statali della propaganda: è la classe dei cortigiani di Stato!<br />
Questo superficiale excursus di teorie &#8211; tutte sostanzialmente prendono avvio dalla concezione della superiorità della classe degli intellettuali, sempreché di sinistra (l’”intellettuale organico”)  e ben si sposano con la “teoria dell’egemonia” di gramsciana memoria, come cardine della predominanza culturale marxista-leninista, che poneva a centro non tanto la conquista dello Stato bensì quello dell’intera società civile &#8211; fornisce un efficiente quadro di lettura di ciò che accade oggi non solo nelle Università, in cui l’orientamento di sinistra diventa quindi soltanto un mero corollario della sua propensione alla sovversione, bensì anche nel restante mondo della scuola, come pure in quello dell’informazione, del cinema, delle case editrici e dei premi letterari.<br />
Un’inclinazione questa che continua a risentire delle passate suggestioni rivoluzionarie provenienti dai movimenti di liberazione del Terzo Mondo, frutto di un mai del tutto sopito influsso del pensiero marxista, vero motore della “lotta rivoluzionaria”, di cui il movimento studentesco, ora come allora, costituisce un momento fondamentale di attuazione.<br />
Insomma, una sorta di riesumata “Teologia della Liberazione”, quel movimento cattolico che prese avvio nell’America latina negli anni Sessanta e che aveva finito per assimilare l’analisi sociale marxista, i cui principali interpreti furono Helder Camara, vescovo di Recife, e soprattutto il prete colombiano Camillo Torres, morto combattendo in un’azione di guerriglia: questi, divenuto un’icona del movimento, avrebbe influenzato profondamente la coscienza della sinistra extraparlamentare italiana con la pubblicazione, nell’anno 1967, del suo “Appello” alla violenza rivoluzionaria come l’unica via possibile per i poveri per ottenere giustizia nel mondo. Più tardi altri autori di spicco si sarebbero aggiunti, da Gutierrez ad Assmann, da Boff a Jon Sobrino.<br />
Ma quello era anche l’anno in cui don Lorenzo Milani, prete cattolico radicale nato a Firenze, pubblicava il libro “Lettera ad una Professoressa”, che, connettendo il cristianesimo alla causa rivoluzionaria, finiva per connotare di una dimensione cattolica la “lotta di classe”; il libro sarebbe divenuto un testo sacro, di pari dignità dei “Dannati della Terra” di Frantz Fanon.<br />
Ed è proprio in quell’anno che, per un assieme di motivazioni, tra cui la rivoluzione culturale in Cina, avevano a verificarsi parecchi trambusti in ambito accademico, cosicché i giovani, similmente a quanto avviene oggi, incominciarono a dare “l’assalto” alle Università italiane; infatti, nel mese di novembre verranno occupati gli Atenei di Trento, Milano e Torino.</p>
<p>Solo come breve parentesi, v’è che il mito del giovanilismo non era affatto nuovo nella storia d’Italia, un mito che ha percorso tutto il Novecento: basti pensare alle riviste &#8211; dal “Leonardo” al “Il Regno” e a “La Voce” di Prezzolini &#8211; tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, tutte espressioni di un mondo giovanile dotato di una grande vivacità intellettuale, sostanzialmente traducentesi in opzioni individualistiche. Le idee di George Sorel &#8211; i cui antefatti ideologici possono farsi risalire al superomismo di Nietzsche, all’individualismo assoluto di Steiner, al vitalismo di Bergson, alla filosofia dell’azione di Blondel &#8211; innescavano il mito della violenza creatrice, come vero e proprio strumento di lotta politica. Proprio il Futurismo, i cui principi erano enunciati nel manifesto di Marinetti nel 1909, finirà per coagulare tutti gli aspetti di una contestazione globale della società tradizionale e dei suoi valori, esprimendo da un lato posizioni attigue agli anarco-sindacalisti e dall’altro ingredienti patriottici, ideali di forza e di coraggio, amore di avventura e virilità militari che glorificavano la conquista e la guerra, tutti elementi che, incanalandosi nel nazionalismo più spinto, si risolveranno\ nella creazione del mito di un Uomo nuovo: un mito che, finendo per confluire in quello dello Stato nuovo, diverrà la base del nascente fascismo, il fascismo rivoluzionario, il fascismo movimento, che poi sarà destinato a soccombere di fronte alla logica del fascismo-regime. In ogni caso, in siffatta articolata mitologia era prevalente anche una pars costruens, vale a dire una progettualità politico-sociale che, rifacendosi direttamente a virtù eroiche, patriottiche e nazionali, esprimeva &#8211; a differenza di quanto avverrà invece dopo il secondo conflitto mondiale &#8211; un coacervo di valori positivi pur senza sacrificare i contenuti etici del movimento.<br />
Di certo, la caduta nella polvere del fascismo avrebbe trascinato con sé il patriottismo della nazione, anzi il concetto stesso di nazione, per cui i giovani faticheranno non poco a riemergere nella scena politica, una politica che non era facile ripensare ex novo “oltre il fascismo”, talché prendeva piede il culto dell’antifascismo e soprattutto la politica giovanile del Partito comunista, in primis attraverso la sua principale organizzazione, la Federazione giovanile dei comunisti italiani (Fgci).<br />
Ma tornando alla questione dei sommovimenti degli studenti scoppiati nel 1967, la contestazione studentesca vera e propria prenderà avvio l’anno successivo, anche a causa del forte impatto dei moti studenteschi che nel ’68 si stavano verificando in Francia, non meno che per l’avversione nei confronti della guerra del Vietnam, ciò che consolidò nel movimento l’orientamento a scorgere nell’inefficienza del sistema universitario un altro segnale della subordinazione dell’Italia agli USA.<br />
Certamente, l’Università si stava rivelando inadeguata a fronte delle nuove sfide della società di quegli anni, e non soltanto in Italia ma in tutto il mondo occidentale e industrializzato; però &#8211; com’è stato anche acutamente osservato &#8211; la contestazione studentesca esprimeva il “malessere” esistenziale dei “figli del benessere”, talché essa finirà per costituire un passo fondamentale per il movimento generale della lotta rivoluzionaria contro il capitalismo. Insomma, non era più una questione di riforma universitaria, bensì la creazione di uno strumento umano al fine di attuare la rivoluzione sociale finalizzata al definitivo superamento del sistema occidentale del dopoguerra, così come formatosi in alternativa al comunismo. Modelli di riferimento diventavano la Cina contadina della rivoluzione culturale o il rivoluzionarismo romantico di Che Guevara, piuttosto che il terzomondismo di Fanon o la condanna dell’impegno militare statunitense in Vietnam.<br />
Comunisti &#8211; ed è allarmante il parallelo con quello che in parte avviene anche oggi &#8211; erano i professori che nelle Università si piegavano alle imposizioni più ridicole, come la farsa degli esami con “voto collettivo”, cosicché erano proprio i docenti a mostrarsi ideologicamente servili, avendo preso a prestito la massima cinese “Il dovere delle università è di formare intellettuali ligi al socialismo”. Insomma, sia la Scuola che l’Università, un ambiente complessivo ormai disperatamente vigliacco, si ridussero a luoghi di sopraffazione fisica e di miseria intellettuale.<br />
In siffatta situazione, il nostro Paese si affacciava nel baratro degli anni Settanta, allorquando le frange più estreme e politicizzate si inducevano ad unirsi alla protesta operaia e a confluire in una “nuova Sinistra”, che si poneva come alternativa allo stesso partito comunista, composta da svariati movimenti extraparlamentari, tra cui il più importanti sarà “Lotta continua”, fondata nel 1969, che porterà alle più estreme conseguenze il dialogo teorico tra cattolici e marxisti in Italia; cosicché, una vasta componente di cattolici si univa ad Adriano Sofri nel lanciare il movimento. Infatti, in successione, arriveranno a Lotta continua, da lunga esperienza di leader cattolici nel movimento studentesco, Marco Boato, Paolo Sorbi, Luciano Pero, Francesco Schianchi e Luigi Manconi. Il pensiero comune di costoro era che “Lotta continua” avrebbe offerto loro l’opportunità di attivare il verbo rivoluzionario che don Milani e Camillo Torres ritenevano essere implicito nel cristianesimo.<br />
Nel 1970 nasceva a Milano anche quel gruppo rivoluzionario con il nome tristemente noto di “Brigate Rosse”, cosicché alle bombe dello stragismo nero &#8211; strage di piazza della Loggia e quella del treno Italicus &#8211; fecero presto da contraltare i primi morti frutto della violenza di tale gruppo.<br />
Gli articoli di “Lotta continua” sul terrorismo affermavano sostanzialmente la legittimità del diritto fondamentale del proletariato di esercitare la propria giustizia contro i nemici di classe, così come tutta la stampa di sinistra &#8211; similmente a quanto avviene oggi sebbene in forme e toni diversi &#8211; si rifiutò di vedere il problema del terrorismo come un problema della sinistra. Come ebbe a scrivere Pansa, fu l’epoca del camuffamento, in quanto, per non confessare che il terrorismo proveniva dalle file della sinistra, si cominciò a parlare di “sedicenti” Brigate rosse, di fascisti travestiti, di agenti di servizi segreti addetti alla strategia della tensione e via dicendo. Solo più tardi il camuffamento fu più aderente alla realtà, per cui i terroristi diventavano soltanto compagni che stavano sbagliando.<br />
Lotta continua si sciolse nel 1976; purtuttavia molti dei suoi membri più estremisti trovarono casa in “Prima linea”, il gruppo terroristico più importante dopo le Brigate Rosse, mentre altri si unirono ad un altro importante gruppo terroristico, i “Nuclei armati proletari” (Nap).<br />
Soltanto a partire dal 1976, a seguito dell’omicidio del magistrato Francesco Coco e soprattutto dopo l’uccisione del presidente della DC Aldo Moro nel 1978, iniziò una reale presa di coscienza circa la vera matrice politica e culturale delle Br, sebbene Rossana Rossanda scrivesse su “Il Manifesto” che le Br apparteneva all’album di famiglia del Pci: un album che forse sta tetramente per riaprirsi ora con nuovi adepti, dato che l’attuale sinistra, nelle sue componenti più estreme, ma non solo, resta ancora legata ad una certa “suggestione rivoluzionaria”, punto irriducibile delle sua elaborazione teorico-ideologica e della sua proposta politica. È questa la sua odierna “zona grigia”!</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Francesco Giannubilo" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2021/01/francesco-giannubilo-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/francesco-giannubilo/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Francesco Giannubilo</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Francesco Giannubilo, laurea Scienze Politiche ed ex dirigente della P.A., si occupa di studi storico-politici dell’età contemporanea. Pubblicista su testate provinciali e su “l’Opinione delle Libertà” nazionale, dopo la ricerca “Aspetti della politica italiana 1920-1940” (2013), il saggio “DALLA DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA ALLA DEMOCRAZIA LIQUIDA (O LIQUEFATTA?)” (2015).</p>
<p>Ha pubblicato: “L’ITALIA CHE (NON) CAMBIA (2010), assieme di considerazioni etico &#8211; politiche sull’impossibilità del riformismo in Italia; “1848-1870 IL RISORGIMENTO INCOMPIUTO” (2011), una riflessione sullo sviluppo storico in Italia in termini di continuità con il processo risorgimentale; “1939-1940 IL MONDO CATTOLICO ALLA SUA SVOLTA?” (2012), un profilo critico sugli atteggiamenti del mondo cattolico dagli inizi del Novecento fino all’entrata in guerra dell’Italia.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/la-traiettoria-nefasta-della-sinistra-rivoluzionaria-italiana/">La traiettoria nefasta della sinistra rivoluzionaria italiana</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La Grande Guerra. Interpretazioni e prospettive storiografiche</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/la-grande-guerra-interpretazioni-e-prospettive-storiografiche/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Giannubilo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 May 2024 21:01:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[francesco giannubilo]]></category>
		<category><![CDATA[prima guerra mondiale]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.einaudiblog.it/?p=3630</guid>

					<description><![CDATA[<p>Una proficua metodologia di ricerca storica in Atti del 3° Convegno Nazionale di Studi La Delegazione Provinciale di Bari dell’Istituto Nazionale per la GUARDIA D’ONORE ALLE REALI TOMBE DEL PANTHEON, retta dall’eminente studioso di storia e letteratura, Professor Luca Lombardi, collaboratore di diverse università europee, ricercatore numismatico e responsabile della casa editrice “Biblionumis Edizioni”, nonché [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/la-grande-guerra-interpretazioni-e-prospettive-storiografiche/">La Grande Guerra. Interpretazioni e prospettive storiografiche</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Una proficua metodologia di ricerca storica in Atti del 3° Convegno Nazionale di Studi </em></p>
<p>La Delegazione Provinciale di Bari dell’Istituto Nazionale per la GUARDIA D’ONORE ALLE REALI TOMBE DEL PANTHEON, retta dall’eminente studioso di storia e letteratura, Professor Luca Lombardi, collaboratore di diverse università europee, ricercatore numismatico e responsabile della casa editrice “Biblionumis Edizioni”, nonché Ispettore regionale per la Puglia, ha pubblicato, in elegante e pregevole fattura, il numero speciale 4-5, gennaio 2024, pp. 68, della Rivista periodica “IN GUARDIA”, Edizioni INGORT, Direttore responsabile il Professor Lombardi medesimo, interamente dedicato al 3° Convegno Nazionale di Studi La Grande guerra tra storia e mito, organizzato dalla Delegazione stessa, in occasione del 154° anniversario della nascita di Re Vittorio Emanuele III.<br />
In apertura, il corposo articolo riassuntivo “RIFLETTORI SULLA GRANDE GUERRA” in ordine allo svolgimento dei lavori del Convegno, stante l’esigenza di fare il punto sullo stato degli studi storici in atto.<br />
Siffatte analisi, infatti, tendono a proporre contenuti che hanno nella materia storiografica la loro dominante rilevanza, nonché a prospettare, in generale, le più efficaci direttive di ricerca storica legate al conflitto, anche e soprattutto come richiamo ad una storicità a “maglie più larghe”, vale a dire oltre il tradizionale asse narrativo cronocentrico, cioè fondato su una drammatizzazione temporale, spesso solo politico-militare.<br />
Insomma, una storicizzazione attrezzatasi di una sensibilità temporale a tutto campo, così come del resto emerge dalle relazioni prodotte dai conferenzieri al Convegno &#8211; il presidente dell’Istituto dott. Ugo D’Atri, il sottoscritto, il prof. Nicola Neri, il prof. Nicola Bergamo, la dott.ssa Maria Rosa Borraccino e lo stesso prof. Luca Lombardi &#8211; e in toto riportate nel volume degli Atti, su cui sarebbe ozioso intrattenersi in questa sede, dato che tutte hanno teso a porre in evidenza, oltre ai consueti fattori politico-diplomatici e militari, anche elementi psicologici individuali e collettivi, dando in tal modo rilievo ad una dimensione umana più vasta ed allargata rispetto alla stretta angolatura di un arroccamento storiografico squisitamente tecnico.<br />
In siffatta ottica appunto, il professor Lombardi, nelle sue pregnanti conclusioni, ha egregiamente posto in evidenza una tematica costante, quale elemento unificante dei diversi contributi nonché potente fattore di coesione e di costruzione di una forte identità nazionale, vale a dire il Mito. Questo, pur dirozzato da possibili incrostazioni romantiche, fornisce una essenziale chiave di lettura dell’organizzazione di quel mondo storico in funzione di determinati interrogativi allora concretamente delineatisi. Un quadro psicologico di massa, dunque, che, senza scivolamenti retorici verso un dogma, qualifica virtuosamente le verità di fatto e di coscienza che hanno caratterizzato quel conflitto, identificato come la “Madre di tutte le guerre”, vale a dire elementi simbolici, eroici e mitici allo stesso tempo, come unitario mix aspirativo verso un “nuovo”: l’Uomo nuovo, appunto, teso alla costruzione dello “Stato nuovo” come processo di formazione di una “rivoluzionaria” coscienza politica in uno ad aneliti di grande potenza nel concerto europeo, peraltro rivenienti da lontano, ciò che la qualifica, senza raggiri retorici, come la “Quarta Guerra d’Indipendenza”.<br />
E’ proprio attraverso la sua omogeneità ideologica in chiave mitopoietica che vengono ad ampliarsi &#8211; senza soverchie forzature in direzione antropologica e sociologica, che condurrebbero solo a strutturalismi anemici di individualità, di dialettiche temporali e di logiche valoriali &#8211; le basi per una rigorosa esegesi a tutto campo, che, adeguando la decisione politica alle situazioni storiche, da cui del resto essa nasce, presuppone, secondo la pedagogia del metodo liberale, l’intelligibilità degli umani accadimenti e la responsabile determinazione dei singoli nella gestione della società; tutto ciò, a differenza del fideismo socio-escatologico, di derivazione marxista, come versione secolarizzata della soteriologia gnostica cristiana ed ebraica.<br />
Cosicché, il prof. Lombardi, partendo proprio dalla constatazione del significativo contributo del Mito della Grande Guerra alla evoluzione nel corso del tempo degli studi scientifici in materia, fase evolutiva tuttora in atto, si addentra in un sapiente excursus storiografico che prende in esame, seppur succintamente, i lavori di svariati autori &#8211; da John Keegan a Mario Isnenghi e Giorgio Rochat, da Lenin a Leopold von Ranke, da Fritz Fischer a Forcella e Monticone, da Paul Fussell e Eric J. Leed ad Antonio Gibelli, da John Horne a Manon Pignot &#8211; per pervenire conclusivamente alla constatazione della complessità di quel conflitto, tale da renderlo un caso unico nell’ambito degli studi storici, come prospettiva epistemologica aderente ad una “verità di fatto”, un prodotto “non intenzionale”, ma allo stesso tempo anche intenzionale, dell’azione degli individui.<br />
Una “verità di fatto” che, pur non esaurendo la totalità dell’esperienza umana, si pone come oggetto di una storiografia a tutto campo, il cui orizzonte abilita uno spazio di investigazione più ampio e articolato, ponendo in tal modo le basi per una metodologia di ricerca storica da espletarsi in termini interattivi e multidisciplinari. Insomma, una proposta forte, quella del professore, per la definizione di una più aggiornata epistemologia delle scienze storico-sociali, da conformare anche e soprattutto al nostro caso di studio, mediante l’integrazione di discipline quali l’antropologia culturale, la sociologia, le scienze politiche e perfino quelle naturali, senza con ciò cadere in velleitari strutturalismi privi dell’elemento umano, marcatamente a carattere sociologico-quantitativo e presentista. In realtà la Storia è un insidioso “campo minato” cosparso di troppi “cadaveri” epistemologici ed escatologici: è un tunnel di cui non si vede la luce!<br />
Vale, a tal proposito, la lezione sull’antistoricismo di F. A. HAYEK. “ …..Le “filosofie” o “teorie” della storia (o “teorie storiche”) sono diventate davvero il tratto caratterizzante, il “vizio prediletto” del XIX secolo. Da Hegel a Comte, e soprattutto da Marx, giù fino a Sombart a Spengler, queste false teorie sono riuscite ad imporsi come rappresentative delle scienze sociali e, propagandando la credenza che a un dato “sistema” debba succedere, per necessità storica, un nuovo e diverso sistema, hanno anche esercitato una profonda influenza sull’evoluzione sociale”.<br />
Infatti, non è per l’appunto questo ciò che il prof. Lombardi ci prospetta, bensì una ricerca storica scevra da ideologismi e volta ad un dialogo interdisciplinare, non di certo in chiave storicistico-deterministica bensì di sinergistica ricomposizione investigativa che, superando i tradizionali confini settorialistici, esplori la complessa realtà storica contemporanea in tutta la sua ricchezza di risorse e di opportunità, onde poter costruire, o almeno tentare di costruire, su alcune certezze del passato adeguati diagrammi interpretativi e schemi di risposta ai pressanti interrogativi del presente, nella consapevolezza che l’ammaestramento della Storia si innesta in modo né pedantesco né deterministico nei punti forti della vicenda umana.<br />
Una Storia, dunque, non di certo chiamata a scientificizzarsi attraverso una sostanziale abiura delle proprie coordinate spaziali-temporali, ma “soltanto” deputata a diventare, senza tentazioni storicistiche, una Storia ad “n” dimensioni in un “mercato comune” delle scienze sociali, una Storia che non vuole essere una piccola scienza del contingente, una histoire événementielle, così come definita da Francois Simiand.<br />
Completa il volume degli Atti un vastissimo repertorio bibliografico sulla Grande Guerra, assai utile per un’esegesi interpretativa di prim’ordine nell’ambito di un approccio multidisciplinare, per chiunque voglia accingersi ad un esame approfondito e diversificato dei vari aspetti che hanno caratterizzato quel conflitto.<br />
In linea più generale, trattasi di un lavoro assolutamente originale che, prendendo in esame contributi di studio assai significativi, conduce direttamente a considerazioni finali di elevato spessore storico-critico e metodologico in ordine all’evento fondante per eccellenza della nostra identità nazionale.    </p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Francesco Giannubilo" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2021/01/francesco-giannubilo-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/francesco-giannubilo/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Francesco Giannubilo</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Francesco Giannubilo, laurea Scienze Politiche ed ex dirigente della P.A., si occupa di studi storico-politici dell’età contemporanea. Pubblicista su testate provinciali e su “l’Opinione delle Libertà” nazionale, dopo la ricerca “Aspetti della politica italiana 1920-1940” (2013), il saggio “DALLA DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA ALLA DEMOCRAZIA LIQUIDA (O LIQUEFATTA?)” (2015).</p>
<p>Ha pubblicato: “L’ITALIA CHE (NON) CAMBIA (2010), assieme di considerazioni etico &#8211; politiche sull’impossibilità del riformismo in Italia; “1848-1870 IL RISORGIMENTO INCOMPIUTO” (2011), una riflessione sullo sviluppo storico in Italia in termini di continuità con il processo risorgimentale; “1939-1940 IL MONDO CATTOLICO ALLA SUA SVOLTA?” (2012), un profilo critico sugli atteggiamenti del mondo cattolico dagli inizi del Novecento fino all’entrata in guerra dell’Italia.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/la-grande-guerra-interpretazioni-e-prospettive-storiografiche/">La Grande Guerra. Interpretazioni e prospettive storiografiche</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il Tribunale della Storia</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/il-tribunale-della-storia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Giannubilo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Apr 2024 22:08:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[francesco giannubilo]]></category>
		<category><![CDATA[italia]]></category>
		<category><![CDATA[repubblica]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.einaudiblog.it/?p=3614</guid>

					<description><![CDATA[<p>La Repubblica e i falsi miti della sua nemesi oscura Dicevo già in precedenti scritti che la condizione essenziale perché le commemorazioni di eventi possano servire a qualcosa è che esse si propongano come occasioni di serie riflessioni storico-critiche e non retoriche o apologetiche circa gli eventi di cui ricorre l’anniversario. Ma così non è [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/il-tribunale-della-storia/">Il Tribunale della Storia</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>La Repubblica e i falsi miti della sua nemesi oscura</em></p>
<p>Dicevo già in precedenti scritti che la condizione essenziale perché le commemorazioni di eventi possano servire a qualcosa è che esse si propongano come occasioni di serie riflessioni storico-critiche e non retoriche o apologetiche circa gli eventi di cui ricorre l’anniversario. Ma così non è stato, né lo è tuttora!<br />
Già a suo tempo, la ricorrenza del centenario della Vittoria italiana del 4 novembre 1918 contro l’Austria non è sfuggita a questa regola, poiché, a parte qualche stanca cerimonia di rito, è sceso un generale silenzio, che ha avuto per lo più matrici ideologiche, a volte con contorni addirittura faziosi. Ma v’è di più, in quanto avevo anche preconizzato &#8211; ma, ad onor del vero, soltanto sarcasticamente &#8211; che per uscire definitivamente da un ambiguo imperativo celebrativo, che stride con i suoi reali miti fondanti, vale a dire esclusivamente quelli antifascisti e resistenziali, questa Repubblica, per dovere di coerenza, avrebbe fatto bene a depennare dal novero di anniversari e ricorrenze quella della Vittoria del 4 novembre, sancendo così la “morte della Patria”, ma giammai pensando che in effetti si sarebbe potuto arrivare a tanto!<br />
Ed invece, in ossequio alla vulgata del politically correct in atto, oscillante nei fatti tra la mistificazione e il ridicolo, pure quella ricorrenza è ora definitivamente entrata nel vortice inesorabile della cancel culture, dato che, anche sotto il profilo formale, la recentissima Legge n. 2024 del 1° marzo scorso, espungendo del tutto quella vittoria, ha istituito, proprio per il 4 novembre, la Giornata dell’Unità nazionale e delle Forze Armate, il che appare francamente finanche grottesco in un momento di massima divisività ideologica, morale e persino antropologica; il tutto, accompagnato peraltro da una schiumosa retorica, stucchevole e a tratti anche involontariamente comica &#8211; in special modo per quanto riguarda le Forze Armate &#8211; che, nonostante tutto, rimane confinata nella magniloquenza e nell’apologia dell’ancora imperante sinistroide regime culturale.<br />
Dunque “Justice est faite”! Tutto questo è il frutto venefico scaturito dalla nuova “veste sacerdotale” di cui si è ammantata questa Repubblica, assurta così a Tribunale della Storia, o meglio a “Giudice degli inferi incaricato di assegnare premi e punizioni agli eroi morti” (Marc Bloch), nonché &#8211; in qualità di inflessibile custode della “santità” delle vicende storiche &#8211; a implacabile cerbero assetato di vendetta.<br />
Tutto ciò discende innanzitutto dall’irremovibile pregiudizio ideologico, unito ad un isterico livore verso Casa Savoia, relegata tutt’al più al periodo risorgimentale e quindi confinata esclusivamente alla tradizione, da parte di una contemporaneistica manichea, cinica e demagogica, allineata al politicamente corretto in atto, quando non proprio attardata su modelli veteromarxisti: questo costituisce il substrato politico-intellettuale della Repubblica nostrana, con tanto di “verde tartaro tra i denti”, in cui trovano posto solo istanze culturali semi-totalitarie ed egemoniche di una Sinistra ancora racchiusa nella sua macabra identità irrisolta!<br />
E’ questo lo spettro che anima l’attuale subcultura di tali protagonisti dannati, moderni “Arcangeli della morte”, i quali pontificano a sproposito e, galleggiando nel fiume impietoso degli accadimenti storici, continuano a vivere nell’ossessione antifascista e nel preconcetto antimonarchico. Cosicché, continua ad imperare indisturbata una dittatura del politicamente corretto che sta gradatamente consumando la storicità come comprensione del passato, una tirannide intellettuale a guisa di una stultifera navis che veleggia nel piatto mare dell’indifferenza e dell’incoscienza generali, in una Nazione che ha abbandonato pure se stessa.<br />
Ma il fondamentale aspetto motivazionale che conduce direttamente a siffatte aspre considerazioni è da rinvenirsi, per costoro, affetti da insanabile hybris, proprio nel significato recondito di quella vittoria.<br />
Secondo l’untuosa e settaria opinione storiografica più che mai in auge, quella vittoria dimenticata &#8211; ma ora anche cancellata del tutto &#8211; fu prodromica all’avvento del fascismo, anzi ne fu pronuba, in quanto il fascismo si ergeva a unico erede dell’arditismo, del volontarismo, del cameratismo, dell’aristocrazia da trincea, cosicché il mito dell’uomo nuovo andava a braccetto con il mito della vittoria mutilata. Il tutto a causa di una visione ideologica in base alla quale quella vittoria, più che superare la disperazione di Caporetto, fu una vittoria ambigua da cui il fascismo trasse forza e consenso, ciò che stride enormemente con la mitologia della Repubblica, la quale, anziché sforzarsi nella ricerca di nuovi valori condivisi e fondanti della civitas nazionale, dall’antifascismo continua a trarre, stante l’imperante criptocomunismo che la anima, la sua primaria ragion d’essere. Così pure il Milite Ignoto, il quale, al di là di omaggi formali, rientra in questa categoria da dimenticare, poiché pur esso ha rappresentato uno dei simboli cardini della propaganda fascista.<br />
Ma a questo punto occorre svolgere alcune considerazioni esplicative proprio sui miti che alimentano il rancore verso quella vittoria, sulla quale ora è definitivamente calata la vindice scure della Repubblica.<br />
Ed ecco dunque, dopo la disfatta di Caporetto nell’ottobre del 1917 &#8211; allorquando tre armate, la 2*, la 3* e la 4*, si ritirarono fino al fiume Piave &#8211; in uno al generale malessere che aveva finito per attanagliare la maggioranza dell’opinione pubblica, la vittoriosa battaglia di Vittorio Veneto, iniziata il 24 ottobre dalla linea del Piave, ciò che avrebbe indotto l’Austria a firmare l’armistizio il successivo 4 novembre.<br />
Certamente, il Trattato di Pace di Versailles, nel gennaio dell’anno successivo, nonostante l’acquisizione del Trentino, l’Alto Adige, Trieste e Zara, ma non della Dalmazia assegnata alla Jugoslavia, alimentò scoraggiamento e delusione a fronte del mancato ascolto delle richieste italiane, in particolare per Fiume e per la partecipazione alla spartizione delle colonie, sebbene questa fosse stata promessa nel Patto di Londra.<br />
 In Italia, quindi, trattata come una Potenza di second’ordine dagli alleati, prendeva piede il MITO DELLA “VITTORIA MUTILATA”, che peraltro non era del tutto privo di fondamento, sebbene l’odierna vulgata storiografica tenda ad affermare il contrario; né, d’altra parte, l’Autorità governante si mostrava del tutto capace di risolvere i problemi del dopoguerra, da quelli sociali, sfociati nel “biennio rosso”, al reducismo.<br />
In effetti, quello che venne firmato a Versailles non fu un trattato di pace, ma soltanto una tregua. Cosicché nel 1919 incominciava il countdown di una nuova e più terribile guerra mondiale!<br />
Lungi da voler ripercorrere gli sviluppi bellici di quella che è stata definita “la Madre di tutte le guerre”, in quanto rappresentò la nascita della moderna guerra totalitaria, ma al fine di pervenire ad un plausibile quadro interpretativo in cui possa trovare appropriata collocazione anche il <strong>Mito del Milite Ignoto</strong>, anch’esso individuato come pronubo del fascismo, occorre svolgere alcune considerazioni che ci consentano di inquadrare più esattamente ulteriori elementi mitici colpiti dall’ostracismo storiografico repubblicano. Siffatte riflessioni prendono avvio già dalla dicotomica contrapposizione tra neutralismo &#8211; che trovava suo terreno fertile nel pacifismo, nell’internazionalismo e nell’antimilitarismo, vale a dire nell’eredità giusnaturalistica del socialismo &#8211; e interventismo, in cui dominavano stati d’animo e aspirazioni diverse, quali ampliamento di obiettivi di politica estera, politiche di potenza, liberazione di terre irredente, ma anche fermenti irrazionalistici, volontaristici ed anche decadentistici: comunque, un coacervo di valori empirici che, in un modo o nell’altro, assegnavano in ogni caso un posto privilegiato al concetto di Patria. In siffatte aspirazioni emergeva in ogni caso un primato del fare, un dissolvimento del pensiero nell’azione, un attivismo di cui si rendeva protagonista soprattutto Gabriele D’Annunzio; in definitiva, un complesso di valori che alimentavano direttamente il Mito della Guerra. Questo si fondava, dunque, su vari elementi: patriottismo, ricerca di uno scopo nella vita, amore di avventura e ideali di virilità, tutti fattori che segnavano lo spirito guerriero dei giovani volontari, in un clima di movimenti e correnti in campo artistico e letterario che non mancavano di sottolineare il mutamento a cui si stava assistendo. Tra essi spiccava il Futurismo, il quale, esaltando una virilità militare che glorificava la conquista e la guerra e sostituendo il movimento violento all’immobilità del pensiero, denotava tutti gli aspetti bellici in modo positivo, talché proprio la magnificazione della guerra, come desiderio ardente dello straordinario, divenne una decisa forma di opposizione ad una società pietrificata. Anche la figura idealizzata del soldato comune divenne una componente essenziale alla creazione del MITO DELL’UOMO NUOVO che avrebbe redento la Nazione, che confluiva in quello dello <strong>Stato Nuovo</strong>, come processo di formazione di una coscienza politica estesa che può definirsi come “radicalismo” di tradizione mazziniana. Certamente, l’occasione dell’evento bellico segnava il fondamentale passaggio dall’idea all’azione nella prospettiva dello Stato nuovo, ereditato e poi fatto proprio dal movimento fascista. A tal proposito, ben si attaglia l’affermazione di Emilio Gentile sulla genesi del fascismo, individuato come “un movimento collettivo di giovani che si erano formati nella brutalizzante esperienza della guerra…che assimilò i temi del radicalismo nazionale integrandoli con i miti dell’interventismo, del trincerismo e del combattentismo”. Ma siffatta ricostruzione, perfettamente aderente a quel particolare, complesso contesto storico, non può essere rabbiosamente brandita come arma ideologica per cancellare in un sol tratto quella guerra e quella vittoria, in cui il mito ha svolto una funzione importante nella presa di coscienza politica delle masse, talché, finendo per perdere i tipici tratti politico-sociali, ha fuso la sua identità con il concetto di eroismo. Anche gli spiriti di quei caduti, diventati solo stracci senza memoria ingoiati dall’oblio, hanno diritto a quell’angolo di Cielo che “Il Dio degli eserciti riserba ai martiri ed agli eroi”! Per l’appunto, il mito e l’eroismo finirono per confluire in un processo edificatore, purificatore, per il popolo e per la politica italiana, teso alla costruzione di un ideale supremo: un percorso politicizzato, basato su ideali come Patria, Nazione e Stato, a cui si affiancò un processo morale che ebbe come elemento unificante l’esempio supremo incarnato da soldati e condottieri della guerra.</p>
<p>Di certo, da allora è stato impossibile mantenere un ininterrotto percorso identitario, soprattutto per il trauma di un’altra guerra mondiale, a distanza di venticinque anni dalla Prima, a seguito della quale, dopo il 1943-45, i meccanismi di legittimazione e i vincoli simbolici e ideologici, che duravano dall’unificazione dell’Italia, ebbero per lo più a dissolversi, cosicché qualcosa di simile alla morte si è verificato: senz’altro morì una Patria, e con essa anche il patriottismo della Nazione, sostituito dal patriottismo di partito o dal patriottismo di classe come l’unico vincolo della comunità politica nazionale. Caduto nella polvere, assieme al fascismo, il concetto stesso di nazione, la legittimazione democratica, dunque, non poteva che provenire se non da partiti fortemente ideologizzati, con tutte le conseguenze negative sullo sviluppo democratico del Paese, rimanendo in tal modo a tutt’oggi ancora irrisolta la grande questione del nostro vivere collettivo.<br />
Ma un altro grande momento di rottura che separa enormemente l’Italia attuale da quella della Grande Guerra è stato l’avvento di ordinamenti politici di tipo democratico così come sanciti dalla Costituzione repubblicana del ‘48, ma pur essa nata tra equivoci e contraddizioni profonde: una rivoluzione culturale che ha definitivamente rimosso, al di là di patetiche, formali rappresentazioni di facciata, l’identità sociale e culturale di quell’Italia liberale e democratica che combatté la Grande Guerra.<br />
Proprio la rottura del rapporto storico con lo Stato unitario in conseguenza della sconfitta del ’40-45 e l’avvento della democrazia repubblicana, dunque, hanno reso l’odierna identità italiana qualcosa di difficilmente comparabile con quella dell’Italia della Grande Guerra, che in tal modo non costituisce più il suo piedistallo emotivo e mitologico. Insomma, con l’avvento della Repubblica, in Italia abortì, a differenza di altre nazioni culturalmente e ideologicamente più coese, il passaggio cruciale tra il liberalismo e la nuova liberaldemocrazia dal ’46 in poi, che il conflitto mondiale aveva messo dappertutto all’ordine del giorno.<br />
In base a siffatti presupposti, sicuramente la Nazione è morta nel cuore degli italiani, è morta l’idea stessa di Nazione e con essa anche quella di Patria. Una Nazione incompiuta, una Nazione mancata, uno Stato-non nazione di un Paese che, per le sue inadeguatezze, non è riuscito a farsi Nazione e che sconta ancora oggi le sue tradizionali lacerazioni: una divisività che, come già si diceva innanzi, acquista una dimensione ideologico-politica, persino sistemica, strutturale, a carattere antropologico e culturale ed anche morale.<br />
Un Paese, dunque, con un colossale difetto di coscienza politica, caratterizzato dalla lontananza del popolo dallo Stato, in cui è troppo labile, se non proprio inesistente, il legame di appartenenza del popolo verso una ancora mal conosciuta Patria: l’inesorabile declino di una Nazione, designata dal fato ad un destino di morte!<br />
Si chiude così un loop tragico e grottesco allo stesso tempo, una riflessione a struttura circolare, così come nel film Pulp fiction di Quentin Tarantino, peraltro già richiamato in altra occasione, stante l’inizio tragico di questo excursus che si ricongiunge drammaticamente alla sua fine. Una pericolosa deriva ed una tangibile prospettiva di una moderna e irreversibile disunità nazionale, dunque, a distanza di oltre un secolo e mezzo dalla sua unità politica e dopo avere combattuto invano tante guerre dal quel fatidico 1848 in avanti: sono trascorsi cosi, in modo deteriore e come nulla fosse avvenuto, altri ottant’anni dall’ultima di esse!</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Francesco Giannubilo" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2021/01/francesco-giannubilo-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/francesco-giannubilo/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Francesco Giannubilo</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Francesco Giannubilo, laurea Scienze Politiche ed ex dirigente della P.A., si occupa di studi storico-politici dell’età contemporanea. Pubblicista su testate provinciali e su “l’Opinione delle Libertà” nazionale, dopo la ricerca “Aspetti della politica italiana 1920-1940” (2013), il saggio “DALLA DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA ALLA DEMOCRAZIA LIQUIDA (O LIQUEFATTA?)” (2015).</p>
<p>Ha pubblicato: “L’ITALIA CHE (NON) CAMBIA (2010), assieme di considerazioni etico &#8211; politiche sull’impossibilità del riformismo in Italia; “1848-1870 IL RISORGIMENTO INCOMPIUTO” (2011), una riflessione sullo sviluppo storico in Italia in termini di continuità con il processo risorgimentale; “1939-1940 IL MONDO CATTOLICO ALLA SUA SVOLTA?” (2012), un profilo critico sugli atteggiamenti del mondo cattolico dagli inizi del Novecento fino all’entrata in guerra dell’Italia.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/il-tribunale-della-storia/">Il Tribunale della Storia</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>I fantasmi della Repubblica</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/i-fantasmi-della-repubblica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Giannubilo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 Mar 2024 22:55:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[francesco giannubilo]]></category>
		<category><![CDATA[monarchia]]></category>
		<category><![CDATA[repubblica]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.einaudiblog.it/?p=3594</guid>

					<description><![CDATA[<p>La melmosa marea del pregiudizio antimonarchico Sono più d’uno gli spettri che animano il background politico-culturale di questa Repubblica, costituendone così il piedistallo emotivo di massa con la sua sedicente coscienza democratica: dall’ingombrante passato coloniale alla vittoria del novembre 1918, pur essa da dimenticare in quanto prodromica all’avvento del fascismo, dalle complicità della Corona nell’ascesa [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/i-fantasmi-della-repubblica/">I fantasmi della Repubblica</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La melmosa marea del pregiudizio antimonarchico</p>
<p>Sono più d’uno gli spettri che animano il background politico-culturale di questa Repubblica, costituendone così il piedistallo emotivo di massa con la sua sedicente coscienza democratica: dall’ingombrante passato coloniale alla vittoria del novembre 1918, pur essa da dimenticare in quanto prodromica all’avvento del fascismo, dalle complicità della Corona nell’ascesa al potere di Mussolini all’adozione delle leggi razziali od anche all’ingresso in guerra dell’Italia nel ‘40, dall’invadente peso di ignorati eroi e caduti, solo stracci senza memoria ingoiati dall’oblio, al mito dell’Italia tradita dal suo Re, dallo psicotico attaccamento all’insegna resistenziale e antifascista all’irremovibile preconcetto nei confronti di Casa Savoia. Questi, insieme ad altri “lemuri”, rappresentano la palude ideologica su cui si fonda l’istituzione repubblicana del nostro Paese! E’ questo l’universo mitologico della nazione, centrato su una aberrante volontà di conquista della storia contemporanea come campo di azione in cui rigenerare, sulle ceneri del Regno, del fascismo e di una guerra perduta, una “nuova civiltà” &#8211; con il suo triste apparato di mortifere, sordide ideologie &#8211; che, con i suoi rituali di cartapesta e la sua falsa democrazia, ha relegato al “ridotto della Valtellina” i valori liberali e nazionali.<br />
Il decesso del Principe Vittorio Emanuele di Savoia, recentissimamente avvenuto, ha infatti  rappresentato, ancora una volta, l’occasione per esternare &#8211; e non soltanto da parte di una storiografia falsata da pregiudizi ideologici perlopiù di parte marxista, ma anche di quella più moderata, pur incline a rivedere la storia d’Italia non in chiave ideologizzata &#8211; tutto il livore antimonarchico che ancora impregna in generale questo Paese, impedendo in tal modo una più scrupolosa e meno sbrigativa storicizzazione della Monarchia sabauda &#8211; e in particolare della figura del Re Vittorio Emanuele III &#8211; relegata pressoché esclusivamente al periodo risorgimentale o poco più, che valga invece a riposizionarla più correttamente nel suo composito e astruso contesto storico, durato oltre un settantennio dopo la conclusione del processo unitario, su un asse temporale crono-centrico di elementi fattuali altamente drammatici nella cruda realtà in cui essi ebbero ad estrinsecarsi.<br />
Insomma, la vulgata antimonarchica tuttora in auge è diventata una sorta di “sceneggiata veneziana”: una messinscena supremamente autolesionista, anche esteticamente scadente oltre che storicamente inattendibile. Essa, confinando l’Istituto monarchico esclusivamente alla tradizione e ascrivendo semmai &#8211; il che peraltro non è neppure certo, dato che ricorre troppo spesso anche il termine “usurpazione” &#8211; a Casa Savoia l’unico merito della unificazione del territorio italiano, bypassa a piè pari tutto il travaglio postrisorgimentale: dalle guerre coloniali, viste soltanto come manifestazione della volontà di potenza dei Savoia, al primo conflitto mondiale, dall’avvento del fascismo, grazie alla presupposta complicità della Corona, alla nuova guerra mondiale e alla “fulgida” nascita della Repubblica, autolegittimatasi come “vero inizio” della Storia d’Italia.<br />
Cosicché, invece di sollevare un reale, enorme problema di coscienza collettiva su fatti storici che avrebbero dovuto costringerci a rimeditare &#8211; e quantomeno dovremmo farlo ora &#8211; e ad instaurare una discussione storica da sostanziarsi in una robusta ispirazione etica, si è verificata, e continua tuttora a verificarsi, solo una reazione isterica che, in svariati casi, sfiora i toni della denuncia e del linciaggio, basati su luoghi comuni e affermazioni liquidatorie e diffamatorie da parte di una pubblicistica manichea, demagogica, cinica e settaria.<br />
Il fatto è che aver consegnato, in Italia più che altrove nell’area euro-atlantica, sic et simpliciter la storia agli storici “puri”, perlopiù poco attrezzati sotto il profilo giuridico-istituzionale, ha avuto come conseguenza da un lato di trasformarli &#8211; per così dire &#8211; in “filosofi” politicizzati e ideologizzati, dall’altro lato di conferire al ridondante dibattito storiografico elevati accenti retorici e spesso proposizioni tautologiche; in alcuni altri casi, i caratteri veri e propri solo di una histoire événementielle, una storia degli avvenimenti quasiché cronachistica e giornalistica. Pertanto, il patrimonio culturale nazionale, privo di un progetto che sia andato al di là della pura contemplazione della propria storia, peraltro in chiave fortemente ideologica, è stato &#8211; e lo è tuttora &#8211; del tutto incapace di analizzare saggiamente il proprio passato in funzione del proprio futuro. L’esito di tutto ciò è che la funzione sacerdotale, perlopiù eterodiretta, della stragrande maggioranza degli storici italiani ha finito per prevalere sulla quella scientifica, cosicché alla mansione di “scribi della nazione” hanno aggiunto quella di “scribi del potere”, soprattutto se il potere per cui lavorano coincide con il proprio.<br />
Ma i “fantasmi” della Repubblica si sono materializzati oltre che sul piano dell’esegesi storica anche sul piano costituzionale, dato che i “Padri costituenti” hanno ritenuto di inserire tra i principi supremi di uno strampalato impianto costituzionale &#8211; frutto di un compromesso altamente deteriore tra le forze dell’esarchia ciellenistica &#8211; quelli che non possono essere modificati neppure dalla volontà popolare, in quanto ritenuti superiori alla altre norme di rango costituzionale, cioè la impossibilità di revisione della forma repubblicana dello Stato, così come statuito dall’articolo 139. Insomma, esisterebbero così due livelli della Costituzione o, se si vuole, “due Costituzioni”: una rappresentata dai precetti costituzionali contenuti nella Carta, un’altra costituita dai principi fondamentali che ne sarebbero alla base e che avrebbero carattere di intangibilità. Ed allora esistono diversi livelli di efficacia giuridica? Ma tutta la Carta non ha la medesima efficacia?<br />
Se i principi morali sono intoccabili, che senso ha accostare agli stessi la forma di governo repubblicana, sancendo pure per questa la intoccabilità? E non appare fortemente riduttiva, e in grado di falsare i contenuti della Carta Costituzionale, l’identificazione dei valori morali della Costituzione con il richiamo alla forma repubblicana e il conseguente divieto dell’introduzione dell’Istituto monarchico?  Pur volendo accogliere l’obiezione che un nuovo referendum in merito non sarebbe ammissibile per la presenza di un esplicito referendum istituzionale antecedente alla stessa Costituzione, quale necessità era da ravvisarsi nell’includere tra i principi fondamentali un articolo ad hoc, visto che la Corte Costituzionale avrebbe sempre avuto la possibilità di bocciare ogni eventuale successiva iniziativa referendaria, fermo restando che non è affatto sancito alcun divieto di sottoporre a nuovo referendum una normativa già oggetto di quesito referendario?<br />
Questi inquietanti interrogativi, unitamente ad altri temi altrettanto problematici riferiti a fatti salienti di quel periodo, sarebbero da consegnare una volta per tutte alla Storia e da approfondire senza paraocchi ideologici!<br />
Non v’è chi non veda, invece, come la formulazione dell’articolo in questione sia scaturita soltanto da una irriducibile avversione nei confronti della Monarchia da parte dei così detti “Padri della Patria”, ai quali ben si attaglia ancora il giudizio formulato da Gaetano Salvemini e riportato nel precedente “LE STANZE DI UN PAESE OSCURO”, una immotivata ostilità, tuttora sussistente, sulla base di una &#8211; mai dimostrata, se non con argomentazioni faziose e irrazionali &#8211; connivenza costante della Corona con il regime fascista.<br />
Ed è proprio questa presunta complicità alla base delle aberranti esternazioni mediatiche e storiografiche di cui si diceva innanzi, con particolare riferimento a due questioni essenziali: 1) il “colpo di Stato” del 28 ottobre 1922 posto in atto dal Re nel rifiutare la firma del decreto relativo allo stato d’assedio proposto dal Governo e l’affidamento a Mussolini, capo di un partito di minoranza, dell’incarico di formare un nuovo governo; 2) il mancato rifiuto, da parte del Sovrano, di controfirmare le infami leggi razziali del 1938.<br />
Ma prima di addentrarci nella disamina, seppur succinta, degli avvenimenti in discorso, occorre brevemente delineare i caratteri del costituzionalismo sabaudo, soprattutto alla luce dei suoi successivi sviluppi, onde non cadere nella trappola del qualunquismo storiografico avulso da basi concrete di certezza ordinamentale.<br />
Di certo, lo Statuto Albertino del ‘48 caratterizzava una forma di governo costituzionale pure monarchica, dato che il Re, in qualità di Capo dello Stato, aveva il potere di nomina e di revoca di ministri, ancorché, temperando però siffatto principio, fosse previsto anche l’istituto della controfirma ministeriale. Però, il contemporaneo meccanismo della fiducia parlamentare al governo, che pur godeva della fiducia del Re che lo aveva nominato, di fatto affievoliva i poteri del Sovrano, e questo a maggior ragione a partire dal 1901 a seguito dell’emanazione del Regio Decreto Zanardelli, che ampliava le attribuzioni ministeriali. Insomma, la forma di governo da costituzionale pura si stava gradatamente trasformando &#8211; anche e soprattutto per volere del giovane Re Vittorio Emanuele III, succeduto al padre Re Umberto I, assassinato nel 1900 ad opera dell’anarchico Bresci &#8211; in costituzionale parlamentare, in una Italia liberale e democratica.<br />
E’ alla luce di siffatta situazione istituzionale, che comunque traeva la sua origine pur sempre dallo Statuto, che occorre approfondire la vexata quaestio del 28 ottobre 1922 &#8211; stigmatizzata senza scampo da una menzognera e avversa letteratura &#8211; sia sotto il profilo della opportunità politica del momento sia con riguardo alla legittimità dell’azione del Sovrano, tenuto conto del quadro giuridico-normativo in atto.<br />
Quanto all’aspetto della legittimità dell’operato del Re dunque, questi, nel rifiutare la firma del decreto relativo allo stato d’assedio proposto dal governo Facta, che peraltro si dimetteva, e nell’affidare a Mussolini l’incarico di formare un nuovo governo, avrebbe così violato la norma consuetudinaria &#8211; gradualmente instauratasi a seguito della progressiva trasformazione in Monarchia costituzionale parlamentare &#8211; che non gli consentiva di rifiutare la emanazione dei decreti di emergenza presentati dal governo e di affidare al capo di un partito di minoranza l’incarico della formazione del nuovo governo. Tutto ciò si risolve in un infamante giudizio di immoralità e in un anatema permanente in capo al Sovrano, nel mentre, invece, la questione abbisogna di più esaustive valutazioni tenuto conto del fatto che le norme consuetudinarie &#8211; le quali, nella gerarchia delle fonti del diritto oggettivo, si pongono sott’ordinate alle Leggi, formali o materiali, e ai Regolamenti &#8211; hanno valore, relativamente all’aspetto dell’efficacia giuridica, quando siano espressamente richiamate dalla legge o perlomeno in assenza di norme di legge che regolino la materia de qua.<br />
La domanda fondamentale che si pone è quella di vagliare se il Sovrano, nel porre in atto le azioni anzidette, abbia agito sine titulo, per cui in tal caso avrebbe sì violato una norma consuetudinaria &#8211; che, dunque, sarebbe dovuta essere l’unica vigente in quel momento &#8211; ovvero si sia avvalso di qualche norma giuridica di ben più elevata efficacia a fronte di quella violata. Ebbene, lo Statuto del Regno, all’epoca vigente, non prevedeva espressamente, nell’ambito dalla forma di governo costituzionale pura, all’articolo 65, la nomina e la revoca dei ministri da parte del Re? Vittorio Emanuele III si era appunto riappropriato a pieno titolo &#8211; sebbene, come si avrà modo di vedere, solo per un brevissimo lasso di tempo &#8211; della sua primigenia funzione costituzionale. Infatti, avendo già deciso da tempo che la sua sarebbe stata una Monarchia costituzionale a indirizzo parlamentare, pretese subito che il nuovo governo di Mussolini &#8211; in cui erano comunque presenti soltanto tre ministri fascisti &#8211; dovesse presentarsi alle Camere al fine di ottenerne la piena fiducia.<br />
La Camera, infatti, approvò con la larga maggioranza di 306 voti favorevoli &#8211; azionisti, liberali e popolari &#8211; e 116 contrari, solo quelli dei socialisti, conferendo altresì i pieni poteri al nuovo governo per sei mesi.<br />
Acclarata così la totale legittimità dell’azione del Sovrano, vari erano i motivi di opportunità politica, di certo non infondati, ravvisati da Re in quei particolari momenti, atteso che dal 1920 aveva preso avvio il così detto “biennio rosso”, contraddistinto da atti di eversione violenta di masse operaie, che anelavano ad instaurare in Italia il principio dei Soviet. In definitiva, la preoccupazione del Sovrano &#8211; convinto anche di poter dar vita ad un “compromesso” controllabile tra la Corona e il fascismo &#8211; fu quella di scongiurare una inevitabile guerra civile e spargimenti di sangue e l’esigenza di assicurare la continuità dello Stato, stanti anche i dubbi sulla totale fedeltà dell’esercito, come rappresentatigli dallo stesso Generale Diaz: infatti, era noto che molti ufficiali e generali simpatizzavano per il fascismo. Insomma un più che plausibile coacervo di elementi fattuali che avrebbero dissuaso chiunque dall’intraprendere azioni di forza dagli esiti imprevedibili.<br />
Delineata così nei tratti essenziali la condotta del Sovrano nella vituperata vicenda dell’ottobre del ’22, giova svolgere qualche considerazione in merito alla questione delle cretine leggi razziali, che presero avvio nel luglio 1938 con la pubblicazione del “Manifesto della Razza”, firmato da pur importanti scienziati, leggi che il Re assolutamente non voleva, che minavano anche gli oramai cordiali rapporti con il mondo cattolico.<br />
Il Sovrano più e più volte rappresentava al Duce la gravità del male che stava arrecando al Paese &#8211; né erano d’accordo tutti i gerarchi, specialmente Italo Balbo, che mostrava apertamente il suo dissenso &#8211; e per ben tre volte Vittorio Emanuele III rifiutò di controfirmare le leggi infami; alla fine, però, da Sovrano costituzionale parlamentare, a fronte del voto quasi unanime del Parlamento, non potendo fare null’altro, dovette cedere.<br />
Certamente il Re, in forza della già richiamata norma statutaria di cui all’articolo 65, avrebbe potuto rimuovere Mussolini dall’incarico di Capo del Governo, dando così avvio ad una crisi istituzionale,  ma con gravissime conseguenze poiché Mussolini, date anche le sue mai venute meno inclinazioni antimonarchiche atteso che il Sovrano era visto come un ostacolo alla agognata instaurazione dello Stato Totalitario, avrebbe chiamato a raccolta il popolo, Vittorio Emanuele sarebbe stato detronizzato in quattro e quattr’otto e il Duce sarebbe stato acclamato entusiasticamente Capo dello Stato, ciò che era già avvenuto nella Germania nazista.<br />
Insomma, il pur imperfetto sistema diarchico sarebbe stato completamente spazzato via e il Paese si sarebbe trasformato da dittatoriale in Stato totalitario, atteso altresì che in quei momenti il regime, che si gloriava della fondazione dell’Impero avvenuta da poco, si trovava, anche a livello internazionale, all’apice del consenso generale, mentre in buona parte dell’Europa si stava attuando un grande “pogrom” antiebraico.<br />
L’unico responsabile delle leggi razziali, dunque, era soltanto Mussolini. In prosieguo, però, con il volgere disastroso delle vicende belliche, sarà proprio il Re, impossibilitato in quei momenti ad agire ma deciso da tempo a liquidare il fascismo, ad assumere una funzione da protagonista. Infatti, a seguito del deliberato del Gran Consiglio del fascismo &#8211; che, per effetto della sua costituzionalizzazione voluta proprio da Mussolini, si presentava come unico organo valido a sostituire il Parlamento, impossibilitato a funzionare &#8211; il quale, nella notte del 25 luglio del ’43, aveva approvato l’Ordine del Giorno proposto da Dino Grandi, Presidente della Camera e ministro guardasigilli, l’altro grande personaggio protagonista della vicenda, il Sovrano, riassunte le sue funzioni statutarie, decreterà la fine del regime. Nel ’39, nell’affidare appunto tale incarico a Grandi, il Re così si esprimeva: “La trincea di difesa è lo Statuto e la Costituzione che presto o tardi dovrà tornare a funzionare in tutta la sua piena e assoluta interezza”. Fu questa la sua predizione avveratasi poi di lì a poco!<br />
I due personaggi, finiranno per diventare, così come è stato scritto, “prigionieri della loro stessa solitudine” e avranno un destino comune: la sera del 9 maggio 1945, per Vittorio Emanuele III inizierà un breve viaggio per l’esilio in terra d’Egitto, dove, sempre col pensiero rivolto all’Italia, vivrà solitario nel ricordo di eventi che non sempre e non del tutto era riuscito a controllare. Poco meno di tre anni prima, era stato preceduto dal triste, avventuroso volo dell’ultimo aereo partito per Siviglia, tra caccia tedeschi che, insospettiti, cercavano di intercettarlo, aereo che aveva trasportato Dino Grandi, l’altro grande protagonista di quegli eventi.<br />
Ma la storia della tragica vicenda della fine del fascismo, impossibile da essere contenuta in uno scritto che ha diversa finalità, è tutta un’altra storia &#8211; peraltro già approfondita in precedente lavoro anche con riguardo agli aspetti istituzionali &#8211; che necessiterebbe, da parte della storiografia ufficiale, di ben più accurata analisi e di appropriata ricostruzione, ma che non sia quella oggetto, da ultimo, di una fatua riduzione cinematografica ad usum populi, con personaggi quasi da “operetta triste”, a tratti anche fantasiosa e macchiettistica, o se si vuole, talora anche involontariamente comica se non avesse riguardato la storia più tragica del nostro Paese.<br />
Di certo, Vittorio Emanuele III, con il suo alto il senso della Stato e il dogma dell’assiduo rispetto delle regole parlamentari, si trovò a regnare nei momenti più drammatici della storia d’Italia, talché il suo operato, e in genere quello della Monarchia sabauda, con la sua attitudine indiscutibilmente liberale anche durante il regime fascista, meriterebbe ben altra attenzione storiografica e non una perenne “escursione turistica” nella galleria degli orrori condotta da ciceroni fabbricanti di “bolle di sapone” terroristiche, saccenti e irritanti. Non sarebbe un reflusso ideologico, ma una doverosa coscienza di forgiare una formazione storica collettiva.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Francesco Giannubilo" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2021/01/francesco-giannubilo-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/francesco-giannubilo/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Francesco Giannubilo</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Francesco Giannubilo, laurea Scienze Politiche ed ex dirigente della P.A., si occupa di studi storico-politici dell’età contemporanea. Pubblicista su testate provinciali e su “l’Opinione delle Libertà” nazionale, dopo la ricerca “Aspetti della politica italiana 1920-1940” (2013), il saggio “DALLA DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA ALLA DEMOCRAZIA LIQUIDA (O LIQUEFATTA?)” (2015).</p>
<p>Ha pubblicato: “L’ITALIA CHE (NON) CAMBIA (2010), assieme di considerazioni etico &#8211; politiche sull’impossibilità del riformismo in Italia; “1848-1870 IL RISORGIMENTO INCOMPIUTO” (2011), una riflessione sullo sviluppo storico in Italia in termini di continuità con il processo risorgimentale; “1939-1940 IL MONDO CATTOLICO ALLA SUA SVOLTA?” (2012), un profilo critico sugli atteggiamenti del mondo cattolico dagli inizi del Novecento fino all’entrata in guerra dell’Italia.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/i-fantasmi-della-repubblica/">I fantasmi della Repubblica</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Le stanze di un Paese oscuro</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/le-stanze-di-un-paese-oscuro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Giannubilo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 Dec 2023 22:56:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[francesco giannubilo]]></category>
		<category><![CDATA[repubblica]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.einaudiblog.it/?p=3574</guid>

					<description><![CDATA[<p>Apoteosi di una diafana “Repubblica del Sud” Si assiste spesso, da parte di una pubblicistica magari solo disaccorta, ma in alcuni casi cinicamente e demagogicamente in malafede, ad esaltanti giudizi sulla Repubblica nostrana, una stantia retorica di regime, un nuovo avatar che immancabilmente pecca di hybris, tesa a celebrarne qualità e virtù supreme, senza però [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/le-stanze-di-un-paese-oscuro/">Le stanze di un Paese oscuro</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Apoteosi di una diafana “Repubblica del Sud”</strong></p>
<p>Si assiste spesso, da parte di una pubblicistica magari solo disaccorta, ma in alcuni casi cinicamente e demagogicamente in malafede, ad esaltanti giudizi sulla Repubblica nostrana, una stantia retorica di regime, un nuovo <em>avatar </em>che immancabilmente pecca di <em>hybris</em>, tesa a celebrarne qualità e virtù supreme, senza però apportare più efficaci argomentazioni che valgano  a  riposizionarla coerentemente in un quadro esegetico fondato su inoppugnabili coordinate idonee ad elaborare una proficua ricerca di più fruttuosi sbocchi di decongestionamento politico nella situazione di incupito clima da “guerra civile” in atto. Perdipiù, siffatta impostazione elogiativa <em>tout court </em>si rivela assolutamente carente di una più robusta ispirazione etica &#8211; che non sia quella surreale, immaginaria, ossessiva e paradossale di un antifascismo in assenza di fascismo e di una mitopoiesi resistenziale, in cui la Resistenza viene intesa come il fatto rivoluzionario per eccellenza nella storia dell’Italia unita nonché come mito fondante della nazione e suo unico piedistallo emotivo di massa, ma in realtà funzionante come schermo protettivo utile a coprire le inadeguatezze di questa grigia Repubblica &#8211; oltre che  di una seria prospettazione di crescita democratica e di maturazione istituzionale del Paese.</p>
<p>Com’è dato di constatare, è sussistente  altresì &#8211; ma senza che vengano apportati efficaci elementi fattuali <em>ad adiuvandum </em>di siffatta tesi &#8211; una narrazione del “miracolo” della Repubblica, da accostare a quelli di Roma, del Rinascimento, del Risorgimento e del Regno, in quanto concretatasi questa in un luminoso ed unitario risultato finale, una sorta di armonioso <em>embrasson-nous </em>che, dando implicitamente per scontata la superiorità morare della Resistenza e di coloro che vi hanno combattuto, se inquadrati nelle file dei “rossi”, assolve in automatico, elevandoli a mito e fulgido esempio di patrie virtù, tutti i peccatori ancorché “assassini ideologici” della democrazia liberale in un Paese oscuro persino a sé stesso, in cui, fallito il passaggio cruciale tra liberalismo e liberaldemocrazia, anche il riformismo è diventato maledetto e impossibile.</p>
<p>Orbene, a voler entrare più direttamente nella <em>querelle</em>, con le considerazioni che andranno via via ad esplicitarsi nel corso di questo <em>excursus</em>, che qua e là riprende e sistematizza anche alcune riflessioni già in precedenza svolte in vari scritti, s’intende confutare in radice, per <em>facta concludentia </em>&#8211; con tutti i distinguo del caso, similmente a quanto avvenuto da parte del grande storico liberale Rosario Romeo, in dibattito serrato con la storiografia di ispirazione marxista, con riguardo alle tesi gramsciane sul Risorgimento come rivoluzione agraria mancata &#8211; siffatta visione miracolistica dell’era repubblicana. In conseguenza, a parte personali propensioni che possano serbarsi per la forma di governo repubblicano &#8211; costituzionale puro o costituzionale parlamentare &#8211; o per quello costituzionale parlamentare monarchico (dato che la forma di governo costituzionale puro monarchico non è più esistente), v’è che, al fine di fornire un verosimile paradigma interpretativo in ordine alla reale portata, in tutta la sua effettività storico-politica, dell’istituto repubblicano in atto nel nostro Paese, come rigoroso diagramma esegetico scevro da preclusioni ideologiche di sorta, occorre innanzitutto delineare, seppur succintamente, la sua genesi, onde pervenire ad un coerente quadro di successivi sviluppi fattuali nell’ambito della forma di Stato di Democrazia classica occidentale.</p>
<p>Qualche cenno in più, seppur stringato, sulla mitopoietica antifascista e resistenziale come patrimonio esclusivo &#8211; una figurazione impossibile da storicizzare a pena di un suo snaturamento ad opera di forze “reazionarie” sempre in agguato &#8211; di una noumenica Sinistra, affetta da un psicotico solipsismo autoreferenziale, costituisce comunque lo <em>start-up</em> per i successivi sviluppi, condizionanti poi tutta la vita della Repubblica, data la indubbia connotazione della Resistenza come <strong>guerra civile</strong>, ciò che non solo non la santifica ma introduce una ulteriore divisività nel clima di lotta perenne nella dicotomica storia della nazione.</p>
<p>Un mito “inossidabile”, dunque, usato ancora oggi da un <em>monstrum </em>sinistroide &#8211; affetto patologicamente da una paranoide dissociazione cognitiva e da un sovraccarico disforico, ancora racchiuso in una sua macabra identità ora più che mai irrisolta e che non si preoccupa nemmeno più di dare un’immagine eulogica di sé dopo i vari tentativi comunque esplicati, con alterne fortune, negli ultimi decenni  &#8211; come clava ideologica sia per tenere sempre “in armi” le così dette “forze democratiche” sia per screditare e lanciare accuse infamanti verso presunte forze reazionarie sempre agguerrite, ora materializzatesi con l’attuale compagine di governo; un <em>modus operandi </em>da guerra civile, in cui, rispolverando antiche memorie e fantasmi di un passato che sembrava essere stato per sempre seppellito, non esistono avversari legittimi ma solo nemici da distruggere.</p>
<p>Dalla guerra civile al <strong>referendum istituzionale</strong> del 2 giugno 1946, in cui le schede annullate furono ben oltre 1.500.000 e il cui responso fu proclamato con straordinaria fretta, il passo è stato breve. Sancendo la nascita non plebiscitaria della Repubblica italiana, ha rappresentato pur esso un gravissimo elemento di estrema divisività, che ha incrinato <em>ab initio </em>l’unità della nazione, creando lacerazioni profonde nel tessuto sociale, ciò che perdura tuttora, e condannando la neonata Repubblica ad entrare sin da allora nella cripta dei cappuccini. E’ alquanto probabile che la Monarchia avrebbe ottenuto la maggioranza dei consensi ove la sua preparazione si fosse svolta in condizioni di neutralità politica e senza la minaccia dei mitra lombardi.</p>
<p>Votata così, sin da allora, ad un destino di morte, incominciava “l’angoscia mortale” della nuova, fragile Italia “democratica”, che, sovraccarica di odi e di veleni, voleva definitivamente dimenticare il suo Impero coloniale, il fascismo e le sue avventure, troppo ingombranti per la nuova classe politica, e che si serviva ora di carismatici narcisisti da palcoscenico, di rozzi soggetti affetti da cecità ideologica, trasformatisi da partigiani in nuovi “partigiani”, propagandisti e spesso sicari ossessionati dall’idea mortifera di avanzare nella storia nella stessa direzione del comunismo o illudendosi di cooperare con esso sotto il segno di Isaia.</p>
<p>In tal modo, in siffatto contesto di mortale scontro ideologico, in cui erano in gioco i destini di una prostrata nazione, stante l’auge dello zoccolo più duro della subcultura comunista &#8211; peraltro in gran rispolvero ai nostri giorni e ora riproposta come un programma di “abbandono della disperazione” &#8211;  che nulla aveva a che vedere con i valori dello Stato di diritto e della tradizione liberaldemocratica, e dopo la così detta “svolta di Salerno”, solo una fase tattica di conquista del potere da parte di un Togliatti, perfetto stalinista fino alla fine, prendeva forma e sostanza uno strampalato <strong>impianto costituzionale repubblicano</strong>.</p>
<p>Ben presto, però, l’apparente unitarietà di intenti tesa a dar vita alla Costituzione repubblicana si sfaldava per l’emergere di un antagonismo assolutamente inconciliabile tra opposti modelli nazionali, che aveva radici in una equivoca, torbida visione degli scopi da parte dei protagonisti della Resistenza, che soltanto una meschina, miope e interessata trasfigurazione mitopoietica operata dalla Sinistra portava a mitizzare come un “secondo Risorgimento”, un compatto zoccolo ideologico tuttora persistente e duro a morire.</p>
<p>In conseguenza, la nostra Costituzione, presentata come frutto superbo della vittoria del popolo e di una epopea di libertà, nata da una ambigua visione degli scopi resistenziali e frutto di un compromesso, ne porta le stimmate, vere e proprie tare ereditarie, deturpata com’è da grosse “voglie di topo” che le sfigurano le sembianze, tare che sin da allora l’eminente giurista Pietro Calamandrei, come già riportato in altro scritto, così evidenziava: “<em>Per compensare le forze di sinistra della rivoluzione mancata, le forze di destra e della DC non si opposero ad accogliere nella Costituzione una rivoluzione promessa</em>”. Bella scoperta, dunque, quella Costituzione nata così! Germinata da un compromesso, ma non come accordo nel senso profondo su un <em>idem sentire de Republica</em>, ma un compromesso negativo, una soluzione del tutto incoerente e assai discutibile, un compromesso altamente deteriore dettato da motivi contingenti e basato su macroscopici equivoci e contraddizioni profonde tra i partiti, determinato appunto dal fatto che i partiti della cosiddetta “esarchia” facente capo al CLN, erano tutti, ad eccezione del Partito Liberale, ben lontani o addirittura antitetici al liberalismo classico e al costituzionalismo della liberaldemocrazia occidentale.</p>
<p>E’ proprio da questa “malformazione congenita” che hanno preso corpo gli equivoci della nostra democrazia  &#8211; su cui, come ho pure scritto, è scesa una evanescente ombra lunatica &#8211; con la sua Carta costituzionale di cui mena vanto, solo apparentemente liberale, ma nata in realtà da una grave sconfitta del liberalismo storico, una sfigurata, sfregiata democrazia con tanto di verde tartaro in bocca, che, quando sorride, mostra una fila di denti radi, guasti, piccoli e puntuti, la democrazia di un Paese sprofondato in una palude maleodorante.</p>
<p>Spesso, troppo spesso, i tantissimi “intellettuali di corte”, corifei e lacchè di regime, si sono abbandonati &#8211; e, nonostante tutto, continuano a farlo &#8211; ad esaltazioni mitologiche di quel prodotto, trasformando in oggetto di culto parareligioso un mero strumento di idolatria di diritti piuttosto che di garanzia degli stessi. Lo stesso Luigi Sturzo avvertiva che “…<em>l’ingerenza dello Stato sarà tale…che il cittadino dovrà cominciare a pensare come difendersi dallo Stato che si va creando</em>”; e Gaetano Salvemini: “…<em>Da quelle scempiaggini sta per uscire la Costituzione più scema che sia mai stata prodotta dai cretini di tutta la storia dell’umanità</em>”!</p>
<p>In effetti, a confronto dei “titani” della Roma imperiale, del Rinascimento, del Risorgimento, del Regno e di quell’età liberale, questi erano solo dei “nani”, che incarnavano il grigiore dell’edificio che costruivano!</p>
<p>Un infausto quadro genetico quello del nostro “mitico” assetto costituzionale, dunque, che ha costituito la base di una mastodontica proliferazione burocratica e di una spropositata centralizzazione della politica: un moloch inesorabile, un <em>monstrum </em>fagocitatore di risorse, di uomini e di intelligenze, in cui l’individuo è stato pensato solo come appartenente a vasti insiemi; un alfa e un omega costituzionale in cui l’iniziativa individuale, l’originalità, l’autonomia personale, in altri termini tutti i valori liberali, contavano molto poco.</p>
<p>Scardinato così il cardine primario del costituzionalismo liberale della separazione e limitazione dei poteri, una mostruosa Autorità governante, la principale dissipatrice della ricchezza nazionale, ha consentito allo Stato di diventare padrone di tutto e di tutti; a dispetto della formale struttura liberaldemocratica di facciata della Carta, in realtà sono state aperte le porte ad un modello sostanzialmente collettivistico, una sindrome da “democrazia livellata”, una sorta di social-liberismo, che aveva ben poco di liberale, un sedicente liberalismo di matrice socialista di gobettiana memoria, che realizzava praticamente suggestioni e valori del comunismo: il sogno utopico di una “società di eguali”, teso a fagocitare lo sprovveduto interlocutore, imbrigliandolo in una melassa apparentemente dialogante che ipostatizzava il bene insito nell’ideologia dell’eguaglianza.</p>
<p>Insomma, il convincimento della stragrande maggioranza dei costituenti, elevati a “Padri della Patria”, era quello che lo “Stato sociale” dovesse superare lo “Stato di diritto” nello sviluppo storico, cosicché l’individuo, dotato solo di diritti formali concessi dall’alto, è impunemente schiacciato dall’Autorità.</p>
<p>Cosicché, se i partiti hanno potuto appropriarsi del potere in un sistema di corruzione, di sottogoverno, di teratologica e ipertrofica proliferazione di rendite politiche, una tragica realtà di abnorme spreco di risorse pubbliche, se le forme di “economia pubblica” sono diventate vertiginosamente simili a quelle di un sistema politico di “socialismo reale”, se è annullato il potere decisionale a causa della debolezza dell’esecutivo, se è fallita la divisione dei poteri, peraltro a vantaggio di un inaudito strapotere giudiziario e a scapito di un popolo succube, se è esploso il cancro della “rendita politica” parassitaria  (Gianfranco Miglio) e dei profitti da “coercizione politica” (Constant, Burke, von Humboldt ed altri) e della crescita smisurata della spesa e del debito pubblico, tutto ciò grazie proprio all’impianto costituzionale del ’48, un sistema marcio e decrepito fondato appunto su una Costituzione illiberale, ciò che non consente di difenderci da latrocini e scorrerie.</p>
<p>Ci asteniamo, per svariati ovvi motivi, da ulteriori considerazioni in ordine agli enunciati di alcuni pregnanti articoli, ad esempio gli articoli 3 e 4, da cui si evidenzia una straordinaria coincidenza con la coeva Costituzione dell’allora URSS, anch’essa con dodici articoli basilari sulla struttura della Società!</p>
<p>Da quella infausta stagione ha preso avvio una lunga, lugubre linea rossa partita da lontano, dalla svolta di Salerno del ‘44 appunto, che si è dipanata per tutto l’arco della Repubblica &#8211; è tuttora in atto più pericolosa che mai ad opera di un “cerbero” assetato di sangue e di vendetta &#8211; descrivendo l’intero itinerario del Partito comunista italiano, il più grande di tutto l’Occidente, che via via mutava la sua denominazione e adattava le sue strategie di lotta e di metastatica infiltrazione in tutti gli ambiti &#8211; da quello della cultura a quelli delle istituzione, degli enti e di tutti i settori della società &#8211; ed occupava tutti gli spazi di potere, di sottopotere e di ogni suo recesso, che proprio l’indulgenza collettiva, assimilatane l’aspirazione rivoluzionaria unita ad una sorta di rassegnata, ineluttabile idea di “condanna a morte” della nazione,  gli ha consentito.</p>
<p>A differenza delle forze liberali e comunque di quelle a vario modo avverse alla Sinistra, le quali non sono riuscite ad elaborare specifici ed efficaci piani di contrasto, la messa in atto invece, da parte della sinistra comunista, paracomunista e postcomunista, di una arguta azione strategica di medio-lungo periodo basata sul paranoico principio gramsciano di egemonia culturale, il cui fine ultimo era e rimane la conquista del monopolio del potere politico ovvero la dittatura da sinistra, quindi la conquista dello Stato e di tutti i suoi apparati &#8211; amministrativi, giurisdizionali, educativi, ecc. &#8211; peraltro riuscendovi egregiamente, nonché del mondo della cultura e della società civile che dietro lo Stato si occulta.</p>
<p>In siffatta ottica di sfaldamento e di conquista dello Stato borghese, non v’è dubbio che il togliattiano “partito nuovo”, che nuovo non è stato mai né in fondo lo è tuttora, il quale ha usufruito di finanziamenti in nero sia direttamente dall’Unione Sovietica sia dai Paesi dell’Est tramite le cooperative rosse, abbia avuto forme di contiguità e di copertura, per una lunga fase, con il terrorismo di sinistra, il fenomeno più conturbante della vita repubblicana: di certo, come scrisse pure Rossana Rossanda, le Br appartenevano “all’album di famiglia” del Pci! Un quadro fosco in nome di un’ideologia virulenta e di un delirante teorema diagnostico-terapeutico, quello comunista, un’Utopia chiliastica, l’enigma della storia finalmente risolto, l’avvento del “<em>Regno di Dio senza Dio</em>” e del realizzarsi dell’evento palingenetico della rivoluzione comunista come purificazione del mondo esistente: il mito del “<em>Salvatore-Salvato</em>”. Tutto ciò ha avvelenato, con i suoi farneticanti miasmi rivoluzionari e la sua inflessibile teorizzazione del “<em>Paradiso in terra</em>”, tutta la storia di questa cupa Repubblica, tutt’altro che “miracolosa”, ed ora ripresa alla grande &#8211; a fronte dell’attuale Autorità governante, legittimamente eletta da un popolo sfibrato ma non ancora del tutto impotente &#8211; come “sanguinario” paradigma sovversivo, da un insano entourage con tutti i putridi “scarafaggi” al suo servizio.</p>
<p>Lo so che il mio, ma credo anche di tantissimi liberali <em>lato sensu</em>, è, anche a costo “dell’esilio nel deserto”, un giudizio <em>tranchant</em> sull’operato dell’attuale <em>establishment </em>della Sinistra nostrana, in cui la <em>magna</em> <em>pars</em> spetta al “nuovo” Pd schleiniano unitamente agli sciacalli politico-sindacali che le fanno da battipista e da “tappeto rosso”, atteso che è in atto <em>ictu oculi </em>soltanto uno squallido scenario da operetta triste innestatasi in una insanabile faglia socio-politica e di una becera riproduzione di un inquietante, deleterio spettacolo di “prove d’orchestra” da “biennio rosso”, di lontana ma anche di più vicina memoria.</p>
<p>Ad ogni buon conto, il Pci riusciva ad attraversare indenne l’epoca del <strong>centrismo</strong>, con la sua esclusione, nel 1947, dalla coalizione governativa ad opera di De Gasperi &#8211; verso cui l’Italia ha un lungo silenzio da colmare e un debito da saldare &#8211; e proseguita con i successivi governi degasperiani e scelbiani; né l’aperura a sinistra, un quindicennio più tardi, con il quarto governo Fanfani e il successivo governo Moro, a cui si opponeva tenacemente solo il liberale Malagodi, scontentava più di tanto i comunisti, dato che oltre all’ala autonomista dei socialisti guidata da Nenni, ne faceva parte anche quella così detta carrista, la quale, succube del Pci, brigava per  continuare a tenere il partito in posizione di subordinazione nei confronti dei comunisti.</p>
<p>Aveva visto bene il leader liberale, poiché quella fase fu soltanto prodromica al successivo passaggio, poco più di un decennio dopo, al <strong>compromesso storico</strong> e alla politica della “<strong>solidarietà nazionale</strong>”, che non solo rafforzava il Pci sdoganandolo dalla <em>conventio ad excludendum</em>, ma gli consentiva anche una profonda penetrazione nella macchina dell’amministrazione pubblica e l’occupazione di tutta l’arena del potere, condividendo così il sistema clientelare della Dc ed estendendo il suo controllo anche alla Magistratura.</p>
<p>Proprio con “Magistratura democratica” il Pci intrecciava solidi legami, cosicché esso potè sfuggire a qualsiasi condanna per i finanziamenti illeciti provenienti dall’Urss e dai Paesi comunisti; questa, più tardi, in una deriva giustizialista, assolvendo il partito da ogni colpa al fine di mandarlo in solitudine al governo del Paese, avrebbe tolto di mezzo gli avversari, prima Craxi e poi Berlusconi, presentati, assieme alla Dc, come bande di delinquenti da processare in pubblico e nei tribunali attraverso le procure della Repubblica, resi luoghi di turpe spettacolo da offrire al rancoroso popolo di sinistra, assetato di odio e di vendetta. Però, sebbene “<strong>Mani pulite</strong>” fosse diventata l’esecutore legale della condanna a morte della prima Repubblica, non si sarebbe mai approdati alla “terra promessa” della seconda Repubblica, talché dalle miserie della prima Repubblica a quelle di una paranoica, fantomatica seconda Repubblica il passo è stato veramente breve.</p>
<p>Il capitolo sulla <strong>Magistratura </strong>meriterebbe pagine e pagine a parte, ma a voler chiudere sul punto, giova soltanto rilevare come fosse profondamente erronea la mia deduzione di quasi un quindicennio addietro, allorquando scrivevo con riferimento al Potere Giudiziario: “<em>&#8230;alcuni suoi magistrati inquirenti, che, a parte una pur facile credenza circa una loro volontà di conquista del potere per conto della sinistra, ritengono di assumere il ruolo di tribuni della plebe…</em>”. Invece, era ed è tuttora proprio così! Se fino a “ieri” tutte le battaglie sono state portate avanti in nome dell’anticraxismo e dell’antiberlusconismo, oggi, rozzamente manovrate dal Pd e soci, sono condotte in nome dell’antisalvinismo e in genere della <em>govenance </em>in atto. V’è che, con le rivelazioni del caso Palamara, in qualsiasi altro Paese più o meno civile sarebbe scoppiato un “terremoto” istituzionale che avrebbe coinvolto buona parte della Magistratura. Invece, è sceso un velo nero!</p>
<p>Né nel corso dei decenni, per colpa di una sinistra dall’anima nostalgica e disperata, l’alternanza democratica è stata in grado di funzionare: una <strong>democrazia bloccata</strong> in cui, per la necessità di salvare il salvabile, è mancato la possibilità di uno <em>swing of pendulum</em>, tipico di una compiuta democrazia liberale occidentale.</p>
<p>Una liberaldemocrazia portata al patibolo, una metastatizzazione dello Stato, della cultura e dalla politica, in un Paese infermo con la sua stuprata democrazia di un popolo malato ricacciatosi nel limbo dei popoli inquieti e imbroglioni, una Repubblica spesso cleptocratica e ideologicamente cripto-socialcomunista in cui continuano a prosperare aspiranti becchini della democrazia liberale e un pidocchiume affamato che annaspa nella putrida palude del malaffare; un’Italia distratta e qualsiasi, patria del diritto ma anche del rovescio, una tragicommedia della politica e del costume dilagata in una trivialità senza limiti. Questo, e soltanto questo il quadro realista e impietoso di questa plumbea Repubblica di una nazione incompiuta, uno Stato non nazione!</p>
<p>Cosicché noi italiani continuiamo a vivere in un Paese di sole <strong>due stanze</strong>. La prima è un <strong>manicomio</strong>, in cui si aggirano i matti, proprio quegli squallidi personaggi responsabili di aver ridotto il nostro Paese nei due ambienti che sono adesso. E io, o meglio noi liberali aventi a base un “principio di realtà” e da non tardi idealisti “in libera uscita”, sconfortati, ma dando l’impressione di divertirci seriamente, guardiamo vivere i matti in quel manicomio, così come gli abitanti della seconda stanza. Ma non è una vera e propria stanza bensì una lunga, ininterrotta e maleodorante galleria, in verità somigliante ad una putrida <strong>cloaca</strong>, di tutte le nefandezze politiche e burocratiche, partitiche e sindacali, di poteri e sottopoteri opprimenti e tentacolari, di svolazzanti “drappi rossi” idolatranti solo diritti umani, di giornali genuflessi e di volti arcigni di magistrati, vip protagonisti e gendarmi del regime che ha ammorbato questa Repubblica per decenni, di intellettuali e di paludate aule accademiche votati alla “truffa intellettuale” del neoilluministico ideologismo sinistroide, di parassitari enti e apparati pubblici pure essi alla mammella del moloch Stato. Insomma, tutti i mostriciattoli prodotti dell’italica cultura del parassitismo politico e del sottobosco dell’assistenzialismo, dell’intrallazzo e della furberia, frutto avvelenato della teoria e dello statalismo di marca socialcomunista, si sono aggirati, volendo continuare tuttora a farlo, sordidi e famelici, in questo abietto tunnel di cui non si vede la luce. Una lunghissima teoria di “oggetti” che non appena sono alla fine della loro stessa protuberanza, in realtà non sono che all’inizio di quel mondo maleodorante che non ha né capo né coda, e che assume la conformazione, la dinamica, l’orografia e la grammatica di una nazione ancora incompiuta convulsamente al collasso.</p>
<p>Non vogliamo entrare né sostare in nessuna di quelle due stanze e così cerchiamo una terza stanza, una stanza che poi è la nostra coscienza di “persone in viaggio”, in cui trovare una finestra per poter guardare fuori, ma l’impressione è che quella finestra sia ancora murata per via di un regime che ha occupato tutto.</p>
<p>E’ questo, dunque, l’armamentario dolorosissimo della Repubblica di questo Paese in cui viviamo da anni, nel quale io, o meglio noi avevamo creduto di poter giocare seriamente senza sporcarci le mani e offendere la nostra stessa coscienza. Ma non riuscendo a convivere né col manicomio né con la fogna, sperando che d’ora in poi si reagisca con vigoria alla valanga di immondizia che ci viene scaricata addosso, ringraziamo Dio che ci lascia almeno protestare per tutte le schifezze con le quali non intendiamo fare amicizia alcuna.</p>
<p>Mai tragedia e farsa, un impiastro democratico da Repubblica del Sud, sono state così vicine in questo Paese!</p>
<p>Il 1991 non è stato per noi la fine di un secolo, poiché i meccanismi perversi che hanno impregnato la nostra società non si sono affatto esauriti, ma, malgrado tutto, per colpa di un <em>monstrum </em>ideologico ancora in vita, sono tuttora in opera. Nascosto di fronte a noi, in mezzo al nostro cammino, c’è forse qualcosa di peggiore?</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Francesco Giannubilo" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2021/01/francesco-giannubilo-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/francesco-giannubilo/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Francesco Giannubilo</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Francesco Giannubilo, laurea Scienze Politiche ed ex dirigente della P.A., si occupa di studi storico-politici dell’età contemporanea. Pubblicista su testate provinciali e su “l’Opinione delle Libertà” nazionale, dopo la ricerca “Aspetti della politica italiana 1920-1940” (2013), il saggio “DALLA DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA ALLA DEMOCRAZIA LIQUIDA (O LIQUEFATTA?)” (2015).</p>
<p>Ha pubblicato: “L’ITALIA CHE (NON) CAMBIA (2010), assieme di considerazioni etico &#8211; politiche sull’impossibilità del riformismo in Italia; “1848-1870 IL RISORGIMENTO INCOMPIUTO” (2011), una riflessione sullo sviluppo storico in Italia in termini di continuità con il processo risorgimentale; “1939-1940 IL MONDO CATTOLICO ALLA SUA SVOLTA?” (2012), un profilo critico sugli atteggiamenti del mondo cattolico dagli inizi del Novecento fino all’entrata in guerra dell’Italia.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/le-stanze-di-un-paese-oscuro/">Le stanze di un Paese oscuro</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>L’Italia in guerra:aspetti causali e risvolti mitici</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/litalia-in-guerraaspetti-causali-e-risvolti-mitici/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Giannubilo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Nov 2023 21:34:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[francesco giannubilo]]></category>
		<category><![CDATA[monarchia]]></category>
		<category><![CDATA[prima guerra mondiale]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.einaudiblog.it/?p=3548</guid>

					<description><![CDATA[<p>Una adeguata dissertazione in ordine alle cause dell’entrata nel primo conflitto mondiale dell’Italia implica una approfondita riconsiderazione storiografica che scompagina consolidati schemi per lo più comunemente e acriticamente accettati, aventi spesso matrici ideologiche, a volte anche con contorni faziosi, atteso che una diversa, più articolata e coerente interpretazione dei fatti stride con la mitologia repubblicana [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/litalia-in-guerraaspetti-causali-e-risvolti-mitici/">L’Italia in guerra:aspetti causali e risvolti mitici</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Una adeguata dissertazione in ordine alle cause dell’entrata nel primo conflitto mondiale dell’Italia implica una approfondita riconsiderazione storiografica che scompagina consolidati schemi per lo più comunemente e acriticamente accettati, aventi spesso matrici ideologiche, a volte anche con contorni faziosi, atteso che una diversa, più articolata e coerente interpretazione dei fatti stride con la mitologia repubblicana post 1945, in quanto, ponendo a base dell’entrata in guerra solo l’aspirazione irredentistica (ciò che invece non fu!), cioè la liberazione delle terre soggette al dominio straniero, fa esattamente il paio con l’altra liberazione, poggiante sul mito resistenziale ed antifascista come piedistallo emotivo di massa e saga funzionante da “scudo protettivo” della Repubblica.</p>
<p>L’attacco decisamente critico rappresenta dunque l’occasione di serie <strong>riflessioni storico-critiche </strong>e <strong>non retoriche </strong>o <strong>apologetiche </strong>circa gli eventi di cui trattasi, non potendo non partire, peraltro, anche da alcune considerazioni in merito alla <strong>vittoria italiana </strong>del<strong> 4 novembre 1918 </strong>contro l’Austria, una sorta di “<strong>non-commemorazione</strong>” che, anche questa, ha per lo più provenienze ideologiche.</p>
<p>Infatti, quella <strong>vittoria dimenticata</strong> &#8211; come ebbi già a scrivere in occasione del centenario &#8211; fu prodromica all’avvento del fascismo, ne fu pronuba, in quanto il fascismo si ergeva a unico erede dell’arditismo, del volontarismo, del cameratismo, dell’aristocrazia da trincea, cosicché <strong>il mito dell’uomo nuovo </strong>andava a braccetto con il <strong>mito della</strong> <strong>vittoria mutilata</strong>. Il tutto, secondo una visione ideologica &#8211; appunto quella repubblicana &#8211; in base alla quale quella vittoria, più che superare la disperazione di Caporetto, fu una vittoria ambigua da cui il fascismo trasse forza e consenso, ciò che collide con il mito della Repubblica, la quale, anziché sforzarsi nella ricerca di nuovi valori condivisi e fondanti della <em>civitas </em>nazionale, dall’antifascismo continua a trarre, almeno per alcune grandi forze politiche che la sorreggono, la sua ragion d’essere.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’intento forse ambizioso di questo programma vuole essere dunque il tentativo di un ripensamento storico-critico, in termini di proposizione di motivi di più accurata riflessione nonché di un riposizionamento concettuale e logico rispetto ad accadimenti e interconnessioni fors’anche inaspettati. Insomma, un <em>excursus</em> storico-critico che valga a ricollocare organicamente l’evento <em>de quo</em> in<strong> chiave di continuità</strong> con il processo risorgimentale e post-risorgimentale, pervenendo così a più <strong>coerenti prospettazioni interpretative </strong>e <strong>re-interpretative</strong> rispetto a situazioni altrimenti in larga parte inesplicabili.</p>
<p>D’altra parte,<strong><em> Historia magistra vitae</em></strong> recita l’antica massima, per affermare che il passato illumina il presente, talché ove presa alla lettera si scadrebbe nel determinismo e nella ripetitività dei fatti storici. In realtà <strong>la storia è un tunnel di cui non si vede la luce</strong>! Infatti, è anche il presente a schiarire il passato e a renderlo sempre più intellegibile, gettando su di esso nuova luce e fornendo continuamente nuovi elementi di valutazione. Insomma, un rapporto di interscambio conoscitivo e interpretativo nell’ambito di una corretta e rielaborata<strong> dialettica tra</strong> <strong>passato e presente</strong> su un invertito asse temporale. Una<strong> <em>consecutio temporum </em></strong>non soltanto descrittiva ma soprattutto<strong> interpretativa &#8211; </strong>giustappunto come nel caso in trattazione &#8211; per scoprire concatenazioni storicamente attendibili, magari dotate pure di una certa suggestività. D’altra parte <strong><em>Historia non facit saltum</em></strong>! La Storia non è assimilabile ad un “sistema modulare” (<em>Sybrick</em>) in cui ogni “blocco” può essere estrapolato e diventare oggetto di analisi a sé stante, ma è un susseguirsi di accadimenti organicamente interconnessi soprattutto nella dimensione temporale su un asse crono-centrico nella ricerca di motivi unificanti di continuità piuttosto che di <em>breack</em>, eventi che di per sé si pretenderebbero, da parte di alcuni, esaustivi come modelli sociologici autoesplicativi dei fatti storici, centrati su astratte formulazioni atemporali e su pretenziosi modelli strutturali e storicistici (p. es. Scuola delle <em>Annales</em>, analisi marxista, ecc.).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>ANTEFATTI RISORGIMENTALI</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Proprio in virtù di quanto innanzi delineato, occorre pervenire ad un corretto e coerente inquadramento del primo conflitto mondiale, con riguardo soprattutto al suo complesso e articolato <strong><em>mix </em>motivazionale</strong> &#8211; ciò che costituisce appunto il cardine  della presente illustrazione &#8211; alla luce dei suoi antefatti storici, vale a dire gli <strong>sviluppi risorgimentali </strong>e<strong> post-risorgimentali</strong>, talché è d’uopo svolgere un veloce <em>excursus</em> storico-critico circa tali percorsi, a volte tortuosi, che, <strong>s</strong>enza nulla togliere alla<strong> grandiosità dell’epopea risorgimentale</strong>, sono stati non sempre e non del tutto idonei a completare l’effettiva unità della nazione italiana.</p>
<p>I suoi prodromi si collocano nel <strong>Congresso di Vienna</strong>, in cui i negoziatori si pongono l’obiettivo primario di ristabilire, a vantaggio dei grandi Stati, la <em>legittimità </em>dei sovrani, utilizzando il principio giuridico-morale e quello più pragmatico dell’equilibrio europeo, per cui la carta europea veniva a semplificarsi, ancorché siffatta semplificazione non tenesse conto in alcun modo del nuovo principio introdotto nella Storia dalla “Rivoluzione Atlantica”, cioè l’affermazione del principio delle nazionalità contrapposto a quello dinastico.</p>
<p>E’ dunque questa Europa &#8211; clericale, legittimista, aristocratica e reazionaria &#8211;  il “terreno di coltura” in cui cominciano a maturare i germi cospirativi e insurrezionali, ovverosia i fermenti ideologici e culturali di carattere nazionale e liberale per un lungo seguito di rivoluzioni nel continente, che finiranno per avere riflessi anche sulle vicende risorgimentali italiane, atteso che soprattutto in Italia rispecchiano più marcatamente un carattere intellettuale, liberale-costituzionale e borghese, in altri termini, più spiccatamente nazionale e tendente appunto all’autogoverno e all’autodeterminazione.</p>
<p>Ma dopo i trionfi dell’aprile-maggio 1848, la rivoluzione, che ormai rifluisce in tutti i paesi europei, si spegne anche in Italia con la pesante e definitiva <strong>sconfitta di Novara</strong>, nel marzo 1849, subita dal Re Carlo Alberto nella <strong>Prima Guerra d’Indipendenza</strong>, anche a causa della cecità politica degli altri sovrani centromeridionali e della intrinseca debolezza dell’esercito piemontese, così come avranno termine le rivoluzioni più prettamente “nazionali” di Venezia, Praga, Zagabria e Roma.</p>
<p>E’ proprio in siffatto contesto, però, che in Italia incomincia a maturare l’idea che l’unificazione non sarebbe potuta realizzarsi secondo il progetto democratico-mazziniano, ma, passando definitivamente nelle mani della classe dirigente liberale-moderata e di fede monarchica, concretizzarsi con il Regno di Sardegna &#8211; il cui Re Vittorio Emanuele II si presentava appunto come l’ultimo baluardo della moderazione &#8211; e con l’aiuto di potenze straniere, in particolare della Francia.</p>
<p>La seconda fase del Risorgimento, quindi, realistica e spregiudicata in politica estera, che inizia con la paziente decennale opera del “<strong>Grande Tessitore</strong>”,<strong> Camillo</strong> <strong>Benso di Cavour</strong>, “transita” per la “gratuita” partecipazione della Francia (che non ha alcun interesse pratico ma ne fa solo una questione di prestigio) e del Piemonte nel 1854-1855 alla guerra di Crimea nonché per i Patti di Plombières nel luglio 1858, con quel personaggio misterioso e ambizioso, collaterale di Napoleone Bonaparte e che s’indusse a chiamarsi Napoleone III (in quanto nulla più si sapeva del secondo, il figlio Napoleone e di Maria Luisa), e si conclude con l’annessione al Regno della sola <strong>Lombardia</strong>, “girata” al Regno di Sardegna come una  cambiale, dopo la <strong>Seconda Guerra d’Indipendenza </strong>nel 1859. Questa, sostanzialmente combattuta e vinta dai francesi di Napoleone III a Solferino, ancorché con l’apporto dell’esercito piemontese nelle battaglie di Magenta e San Martino, con la cessione, peraltro, dei territori di Nizza e Savoia alla Francia, trova il suo epilogo a <strong>Villafranca</strong>, dove s’incontrano i due imperatori Napoleone III e Francesco Giuseppe, ignorando il terzo incomodo piemontese, ma non con un armistizio bensì con dei veri e propri preliminari di pace.</p>
<p>In realtà, la Francia, che aveva assicurato di combattere per la libertà italiana, pur mirando di fatto a dominare la Penisola in luogo dell’Austria, ora, di fronte alle difficoltà, si accontentava di una spartizione di zone di influenza, il tutto mascherato dalla ingannevole volontà di impedire ulteriori spargimenti di sangue.</p>
<p>Tutto ciò comunque darà la stura, l’anno successivo, all’<strong>impresa garibaldina della conquista del Regno di Napoli</strong> &#8211; con il beneplacito però dell’Inghilterra, che aveva in animo di distruggere quel regno posto al centro del Mediterraneo &#8211; propedeutica alla <strong>proclamazione</strong>,<strong> il 17 marzo del 1861</strong>,<strong> del Regno</strong> <strong>d’Italia</strong>, anche se ancora<strong> senza il Veneto </strong>e<strong> Roma</strong>.</p>
<p>Insomma &#8211; e qui sta il “cruccio” storico, l’altra “distonia” nel processo di formazione della nazione &#8211; l’<strong>unificazione dell’Italia avveniva non militarmente</strong>, ma, nonostante gli sforzi profusi dal piccolo Regno di Sardegna, da un lato grazie a Napoleone III, alla costante ricerca di prestigio internazionale, dall’altro ad opera di Gladstone e dei liberali inglesi. Ed è da qui, dal “<strong>tradimento</strong>” <strong>francese di Villafranca</strong> appunto, dalla <strong>profonda delusione</strong> e dall’<strong>amarezza</strong> per un trattato che di fatto oscurava e allontanava la possibilità di ricomporre <em>in toto </em>il territorio nazionale, che incomincerà a prendere corpo e a dipanarsi quel <strong>filo conduttore</strong> che porterà dritto dritto &#8211; in concorso con altri fattori che in appresso andranno a verificarsi &#8211; al <strong>mix causale</strong> dapprima delle imprese coloniali e, in rapida successione, dell’ingresso dell’Italia nella Prima Guerra Mondiale, e, come si vedrà di sfuggita, anche a quello della Seconda. Ed è proprio da qui che, al di là di ciò che può sembrare solo una superflua esposizione di antefatti storici che nulla avrebbero a che vedere con il tema in trattazione, che incomincia a concretizzarsi l’assunto metodologico posto come premessa!</p>
<p>Mutato dunque lo stato d’animo dell’Italia verso il Paese d’oltralpe, ai fini dell’acquisizione del Veneto al giovane regno, si realizza un quinquennio più tardi, a seguito di manovre diplomatiche e politiche ancora più macchinose di quelle attuate per la preparazione della Seconda Guerra d’Indipendenza, una convergenza di interessi dell’Italia con quelli di Bismark, l’autoritario cancelliere prussiano, fautore di una forte politica espansionistica del Reich, principalmente in funzione antiaustriaca e antifrancese.</p>
<p>Tuttavia, ancora delusioni più cocenti dovranno arrivare con la <strong>Terza Guerra d’Indipendenza</strong>, che porta sì all’<strong>annessione del Veneto</strong>, ma solo grazie alla <strong>sconfitta dell’Impero asburgico </strong>ad opera della Prussia, a cui l’Italia si era alleata, a seguito della schiacciante vittoria di<strong> Sadowa</strong>,  nel luglio 1866, colta dal formidabile esercito prussiano guidato da von Moltke e strumento della politica bismarkiana: tutto ciò, mentre le armi italiane subivano, ad opera degli austriaci, le umilianti sconfitte di <strong>Lissa </strong>per mare e di <strong>Custoza </strong>per terra, talché, almeno in una prospettiva nazionale, la guerra doveva considerarsi fallimentare sia per i gravi insuccessi militari sia per il fatto che rimanevano fuori dal regno &#8211; e questo sarà un altro passaggio chiave &#8211; altri territori, come il<strong> Trentino</strong> e l’<strong>Istria</strong>, popolati da numerosissimi italiani. Infatti, con il Trattato di Praga tra l’Austria e la Prussia, veniva decretato il passaggio del Veneto all’Italia tramite Napoleone III, ma non anche di Trento e Trieste, nonostante che Garibaldi, con un’avanzata nel Trentino, avesse ottenuto uno smagliante successo a Bezzecca nel mese di luglio.</p>
<p>Insomma, nel suo primo cimento bellico il nuovo Stato unitario non aveva fornito una buona prova di sé e ciò anche a prescindere dall’entità delle sconfitte subite: del resto, Custoza non era stata una grande battaglia e, dopo Lissa, la flotta italiana era ancora superiore a quella austriaca. E, come vedremo, sarà proprio la consapevolezza della gravità della sconfitta di Lissa che, in prosieguo, darà luogo alla preoccupazione “regina” della nostra marina: il <strong>dominio dell’Adriatico</strong>, da sempre vero cruccio della forza navale italiana, ciò che si inserirà prepotentemente nel <em>mix </em>rivendicativo innanzi detto, come <strong>aspirazione nazionalistica</strong>, per l’appunto a ridosso dell’entrata in guerra a fianco delle Potenze dell’Intesa. La Grande Guerra italiana in mare, con l’egemonia del Mare Adriatico, avrà come obiettivo anche la rivincita di Lissa!</p>
<p>Anche la<strong> conquista di Roma</strong> e l’annessione del Lazio al Regno d’Italia nel<strong> 1870</strong> saranno determinati da successi altrui, questa volta a spese della <strong>Francia</strong>, sconfitta dalla Prussia il 2 settembre a <strong>Sedan</strong>, la quale, con il crollo dell’impero di Napoleone III, non era più in grado di proteggere militarmente lo Stato pontificio. Ancora una volta, quindi, un<strong> grande obiettivo connesso alla unificazione del Paese</strong>, vale a dire lo smantellamento del potere temporale della Chiesa e la sua incorporazione nella Monarchia Sabauda, sopraggiungeva non per l’effetto di vittorie militari proprie ma per un caso, soltanto come conseguenza della sconfitta dell’imperatore francese, in aiuto del quale, peraltro, Vittorio Emanuele sarebbe comunque dovuto accorrere, nonostante il “tradimento” di Villafranca, in virtù dell’aiuto dato al Piemonte nel 1859.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>ASTI ANTIGOVERNATIVI E NUOVE CORRENTI</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Negli anni successivi, proprio per come si era concluso il processo di unificazione nella consapevolezza dei tanti insuccessi che avevano costellato tutto il periodo risorgimentale, incomincia quindi a serpeggiare <strong>una</strong> diffusa <strong>sensazione di malessere</strong> <strong>spirituale</strong>, una sorta di “<strong>complesso di inferiorità</strong>”, un <strong>senso di</strong> <strong>frustrazione </strong>generale e un <strong>desiderio di</strong> <strong>riscatto</strong>, che, pur non interessando la maggioranza della popolazione italiana, ancora estranea al processo di unificazione nazionale, alimenta nelle minoranze politicamente attive un risentimento contro il governo nonché vaghi desideri di ingrandire il territorio nazionale con la incorporazione di territori italiani ancora sotto il dominio dell’Austria. Insomma, finisce per ingenerarsi una sensazione che l’Italia dopo il 1870 fosse ancora incompiuta, che, sfociando gradualmente in aneliti di rivincita e di espansione territoriale, trapassa insensibilmente in quello che incomincia a delinearsi come “<strong>irredentismo</strong>”. Questo, dapprima di matrice di “<em>sinistra</em>”, e quindi di fonte repubblicana e democratico-mazziniana, si trasformerà gradatamente in un movimento ispirato ad una generale volontà di potenza e ad inclinazione nazionalistica: diretto, quindi, contro l’Austria con l’obiettivo della liberazione del Trentino e della Venezia Giulia, perverrà, in prosieguo, a progetti di ben più ampio respiro. In definitiva &#8211; ed è questo un altro passaggio fondamentale &#8211; le rivendicazioni, inizialmente <strong>irredentistiche</strong> e &#8211; senza voler anticipare nulla &#8211; più tardi anche <strong>nazionalistiche </strong>e <strong>colonialistiche</strong>, finiranno per riguardare non più soltanto Trento e Trieste, ma anche il Brennero, la regione Dalmatica e l’Albania; successivamente, soprattutto in funzione antifrancese, anche la Corsica, la Savoia, la Tunisia e il porto di Gibuti, seguitando poi con Malta, il Canton Ticino e le Isole Ionie. In prospettiva, come si vedrà, veri e propri “cavalli di battaglia” saranno altresì gli sbocchi del Mediterraneo, vale a dire gli stretti di Gibilterra e di Suez.</p>
<p>Volendo circoscrivere e meglio puntualizzare, per ora, le <strong>aspirazioni irredentistiche</strong>, in quanto uno degli elementi causali fondamentali dell’entrata in guerra dell’Italia nel 1915, non vi è dubbio che nel corso del tempo, nazioni ben più forti, vale a dire le Monarchie di Francia, Inghilterra e Spagna, avessero posto in atto una lenta erosione delle regioni italiane di confine: la Corsica, sottratta dalla Francia di Luigi XV alla Repubblica di Genova nel 1768 con il Trattato di Versailles; la cessione di Venezia e della Dalmazia all’Austria con il Trattato di Campoformio nel 1797 (Trieste si era già data all’Austria per l’odio verso Venezia); l’isola di Malta, già conquistata da Napoleone nel 1798, nel 1814 diventava colonia Britannica; Nizza e Savoia venivano cedute alla Francia con il trattato franco-piemontese del 24 marzo 1860.</p>
<p>Insomma, nel corso del tempo, i confini dell’Italia-nazione, ma non ancora Stato, si erano via via ristretti a seguito della perdita di territori indiscutibilmente italiani per lingua, storia e civiltà, cosicché era venuto a crearsi uno iato tra i veri confini italiani &#8211; in senso linguistico, storico e geografico &#8211; e quelli del Regno d’Italia, come entità politica, dopo il 1861 ed il 1866, ma anche dopo il 1870.</p>
<p>Tutto ciò veniva a collidere con il concetto di nazione così come affermatosi nelle ideologie politiche ottocentesche, sia nella versione tedesca, fondata su una visione di unità culturale e linguistica (Herder e successori) sia in quella francese, così come scaturita dalla Rivoluzione, a caratteri per lo più volontaristici.</p>
<p>Sarà proprio questa idea nazionale, nella sua evoluzione, che, partendo dal patriottismo di matrice liberale e democratica, perverrà in prosieguo &#8211; non soltanto in Italia ma in tutta Europa &#8211; al <strong>nazionalismo </strong>e all’<strong>imperialismo</strong> di fine secolo, “<em>transitando</em>” appunto per l’<strong>irredentismo</strong>, che, dapprima democratico e repubblicano, acquistando via via i caratteri anzidetti, culminerà poi nell’interventismo del 1914-1915.</p>
<p>A voler concludere sul punto, di certo assai qualificante come fatto causale per l’entrata in guerra, v’è da osservare che, in effetti, il termine “irredentismo” &#8211; che certamente designava, sin dalle prime fasi risorgimentali, l’aspirazione italiana a rendere completa, e sicuramente in funzione antiaustriaca, l’unità nazionale con la liberazione di quelle terre ancora soggette alla dominazione straniera, per l’appunto le “terre irredente” cioè non salvate &#8211; prendeva corpo solo dopo il 1875, dando così un nome ad aneliti di certo già preesistenti e diffondendosi rapidamente in tutto il contesto europeo ed anche oltre. Purtuttavia, a ben vedere, anche l’irredentismo nella sua originaria e autentica espressione antiaustriaca veniva a trovare una qualche limitazione. Ciò in quanto, se il Veneto in senso stretto faceva indubbiamente parte a pieno titolo, per il principio di nazionalità, del nuovo Stato Italiano, non altrettanto poteva dirsi con sicurezza per quelle zone del litorale adriatico conosciute, nel loro insieme, come Venezia Giulia (che, appunto, prendeva il nome dalla <em>gens Julia</em>, a cui appartenevano Giulio Cesare e Ottaviano Augusto): infatti, se vi faceva parte una cospicua porzione sicuramente italiana (Gorizia, Trieste, tutta la costa istriana e Fiume), erano pure presenti una maggioranza slovena nell’alto Isonzo ed una croata nell’Istria interna, mentre la zona di Tarvisio era interamente tedesca.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>POST-RISORGIMENTO E GUERRE COLONIALI</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Svolta dunque la necessaria riflessione in ordine al fatto che le rivendicazioni italiane interessavano non sempre e non del tutto territori considerati “<em>irredenti</em>” sia sul piano storico-giuridico che su quello più squisitamente culturale, non vi è dubbio comunque che l’irredentismo italiano, che ha la sua matrice ideale nel sentimento di incompletezza e di delusione dopo il 1870, acquisti maggiore consistenza soprattutto dopo l’avvento della <strong>Sinistra al potere</strong> nel 1876, in una sorta di implicito accordo tra le istanze monarchico-liberali e le sempre più pressanti <strong>spinte democratico-mazziniane</strong> risorgimentali e post-risorgimentali.</p>
<p>In definiva, <strong>l’accettazione della Monarchia</strong> finisce per passare, in tal modo sottintendendola, attraverso la sua capacità di saper guidare una <strong>riscossa nazionale</strong> onde consentire al nuovo Stato unitario di occupare ora, nel contesto europeo e mondiale, quel posto di rilievo che le competeva e che i miti e le aspirazioni risorgimentali &#8211; pur a fronte delle passate deludenti prove del nuovo Stato e del suo Governo, verso cui si indirizzava adesso un diffuso sotterraneo risentimento &#8211; avevano ingenerato nell’opinione pubblica, quantomeno in quella più politicamente e culturalmente impegnata. Insomma, finisce in tal modo per instaurarsi un ideale compromesso, un tacito accordo contenente, tuttavia, anche una <strong>univoca riserva politica</strong>, affinché la Monarchia, mostrandosi all’altezza del suo ruolo storico, potesse completare l’opera del Risorgimento sotto vari aspetti: da quello culturale, sociale ed economico alla soluzione delle “Questione Romana”, dalla capacità di colmare il divario tra il Nord e il Sud a quello, soprattutto, di dare all’Italia quel ruolo di prestigio in Europa che le spettava per la sua riconosciuta e indiscussa “missione” nel mondo.</p>
<p>In ogni caso, si sarebbero dovute creare dapprima le condizioni effettive affinché il nuovo Stato potesse di fatto interpretare un ruolo di grande potenza; il nuovo Regno, invece, diviene di colpo aspirante tale, senza aver prima risolto però, almeno per la maggior parte, i gravi problemi che affliggevano &#8211; e non solo da quel momento &#8211; i nuovi territori del Centro e del Sud della Penisola, ciò che sin da allora avrebbe posto gravi incognite per il futuro sviluppo della vita nazionale.</p>
<p>La nuova classe politica insediatasi al potere, dunque, smaniosa di esibirsi in politica estera e per di più attratta ora dalla politica di potenza di Bismark &#8211; in virtù dell’implicito accordo con la Monarchia, che del resto si era venuta a trovare nella condizione di dover contrastare una diffusa, inquietante sensazione, nei propri confronti,  di inadeguatezza e di abbandono degli ideali risorgimentali &#8211; dà la stura ad una <strong>politica di potenza</strong>, in special modo dopo lo smacco italiano al <strong>Congresso di Berlino </strong>nel giugno 1878, da cui l’Italia sarebbe uscita con “<em>le mani nette</em>”, nel mentre tutti gli altri Stati si sarebbero rafforzanti mediante l’acquisizione di nuovi territori ed ulteriori spazi di manovra, e “<strong><em>l’affare</em></strong>”<strong> di Tunisi</strong>, allorquando la Francia, precedendo un’analoga iniziativa dell’Italia, conquistava la Tunisia, imponendovi il suo protettorato.</p>
<p>Tramontata infatti la linea della prudenza in campo internazionale, sebbene, ad onor del vero, il tacito accordo tra la larga fetta di opinione pubblica che faceva capo soprattutto alla Sinistra puntasse non soltanto sulla politica di potenza e sul ruolo storico dell’Italia in politica estera bensì anche sulla soluzione delle altre problematiche incombenti sul nuovo Stato, alla fine la <strong>scorciatoia irredentistica </strong>prima e poi quella <strong>colonialistico-imperialista</strong> diventano il <em>trait d’union </em>tra la nuova borghesia, ormai “smaniosa” di esibirsi in politica estera e la Monarchia, ma anche la scappatoia, ossia l’<strong>alibi</strong> per eludere la soluzione dei gravissimi problemi che attanagliavano il nuovo Stato unitario. Peraltro, il colonialismo verso l’Africa sarebbe finito per diventare, a seguito della stipulazione del Trattato della <strong>Triplica Alleanza </strong>con la Germania e l’Austria, nel 1882, un sostituto dell’irredentismo &#8211; che poi, come si vedrà, avrebbe ripreso vigore proprio a ridosso dell’intervento nella guerra mondiale, divenendo parte integrante del relativo <em>mix </em>rivendicativo &#8211; tanto è vero che soltanto <strong>tre anni dopo</strong> verrà avviata una politica di espansione nel Mar Rosso e in Etiopia.</p>
<p>L’apertura del capitolo delle <strong>guerre d’Africa</strong> nel 1885, pertanto, non può considerarsi casuale, in quanto, “congelata” nel 1882 la questione irredentistica, diretta fino a quel momento <em>in primis</em> contro l’Austria, riprende vigorosità la tendenza coloniale e africanista della nostra politica estera, consentendo così anche all’Italia di avviarsi, sebbene ultima tra le grandi potenze europee, a prendere parte alla gara imperialista.</p>
<p>In conseguenza, bloccato l’irredentismo per l’adesione dell’Italia alla Triplice Alleanza, dato che a partire da quegli anni l’Austria incomincia ad apparire un controbilanciamento all’espansionismo russo ed anche come possibile alleata in funzione antifrancese, dando fiato alle aspirazioni della nuova ed avventurosa classe dirigente ed alla larga fetta di opinione pubblica ora favorevole ad una politica di potenza e facendo passare in secondo piano tutti i nodi irrisolti dell’arretratezza del Paese, prende corpo il fenomeno del <strong>colonialismo</strong>, &#8211; che, in tal modo, finisce per diventare del tutto <strong>intercambiabile all’irredentismo</strong>, ma sommandosi successivamente a questo come elemento causale dell’entrata in guerra dell’Italia &#8211; sebbene la maggior parte della storiografia sull’argomento tenda a considerarlo di secondo piano rispetto a quello irredentistico.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma dovendo dare qualche cenno anche alle <strong>imprese coloniali</strong>, se non altro per le loro conseguenze in termini causali rispetto agli accadimenti successivi e in particolare a quello pregnante dell’entrata nel conflitto mondiale, v’è da evidenziare come tutto il capitolo del complesso motivazionale delle guerre coloniali nel periodo postrisorgimentale sia pressoché ignorato o quantomeno sottovalutato dalla storiografia ufficiale, la quale tende a giustificarle soltanto in termini di interesse nazionale estrinsecantesi in una politica estera volta all’espansionismo quale manifestazione “adulta” della volontà di vita della giovane nazione italiana, quando non proprio riconducibili del tutto ad una tradizionale politica espansionistica dei Savoia.</p>
<p>Insomma, il colonialismo di fine secolo XIX trova giustificazione, ad avviso di tale storiografia, soltanto nell’ambito di una <strong>politica di potenza sorta quasi per caso</strong>, nel contesto delle nazioni europee ben più attrezzate sotto tale profilo. In definitiva, si è posta in atto una sorta di cesura storica rispetto all’epopea risorgimentale, ciò che, isolando il capitolo coloniale e riducendolo così ad un “modulo” a sé stante, lo rende sostanzialmente inintelligibile sotto il profilo motivazionale, sia prima che per gli accadimenti successivi. Invece, proprio la sua ricollocazione su un autoesplicativo asse crono-centrico di accadimenti organicamente interconnessi nella loro dimensione temporale, evidenziando <strong>motivi di continuità</strong> sia con il percorso risorgimentale sia con quello successivo, consente di coglierne appieno la genesi e il reale significato storico.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La Monarchia viene così a trovarsi ad un drammatico bivio: o dare la stura alla scorciatoia coloniale o essere messa fortemente in discussione, con una significativa perdita di consensi per la vigorosità di tendenze repubblicane sempre più pressanti. Ma poteva il nuovo Stato unitario, con tutte le sue fragilità, considerarsi una grande potenza o almeno aspirante tale? Certamente no!</p>
<p>In conseguenza, con una sommaria preparazione militare, vengono avviate nel <strong>1</strong>885, partendo dalla colonia Eritrea acquistata nel 1882, le operazioni militari per l’espansione in Africa Orientale.</p>
<p>Ma anche questa, infatti, è destinata ad aggiungere ulteriori <strong>delusioni </strong>e profondo<strong> senso di</strong> <strong>frustrazione</strong>. Già nel gennaio del 1887, il massacro dei cinquecento uomini del tenente colonnello<strong> De Cristoforis</strong> a <strong>Dogali</strong> ad opera di preponderanti forze di Ras Alula; dopo la denuncia unilaterale, nel maggio del 1893, del Trattato di Uccialli da parte di Menelik e i parziali successi di Agordat, Cassala, Senafè e Adigrat negli anni 1894-95 da parte delle armi italiane, la<strong> carneficina</strong>, il 7 dicembre 1895, dei duemilatrecentocinquanta uomini del maggiore <strong>Toselli</strong> al<strong> passo dell’Amba Alagi</strong>. Ma il peggio dovrà ancora arrivare nel mese di marzo dell’anno successivo, con il <strong>disastro di Adua</strong>, per mano del negus Menelik rifornito di armi dalla Francia, in cui avrebbero trovato la morte<strong> cinquemila</strong> <strong>italiani</strong> oltre ad un migliaio di ascari e millecinquecento feriti, più morti quindi di tutti quelli avutisi nelle guerre d’Indipendenza.</p>
<p>La terribile sciagura di Adua, senza pari nella storia risorgimentale e post-unitaria, frutto di imperizia, impreparazione, approssimazione, oltre che di cecità politica, avrebbe portato all’uscita dalla scena politica dell’ormai odiato<strong> Crispi</strong> e al momentaneo accantonamento di velleità colonialistiche/imperialistiche. Sulla scena scendeva una coltre di odio: si parlò di vergogna, di tradimento, di tutto ciò che prostrava la nazione.  Venivano occultate le gravissime responsabilità politico-militari che avevano determinato il fallimento delle imprese coloniali in Africa, tant’è che il generale Oreste Baratieri veniva sì assolto dal Tribunale di Guerra, riunitosi nel giugno del ’96, da responsabilità penali ma con deplorazione dell’esercizio del suo comando. Persino il rigurgito colonialistico nella <strong>guerra italo-turca </strong>nel 1911, che avrebbe sì consentito la <strong>conquista della Libia</strong>, limitatamente però alle sole città costiere, avrebbe rivelato impreparazione militare, conducendo anche a gravi insuccessi, come il <strong>massacro di bersaglieri a Sciara Sciat</strong>. Solo nel 1924 il fascismo ne avrebbe completato la conquista con l’occupazione delle zone interne.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Il PRELUDIO ALLA NUOVA GUERRA</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Il secolo era finito sì con un regicidio, ma il giovane <strong>Re</strong> <strong>Vittorio Emanuele III</strong> aveva scelto la via della concordia, della moderazione e del parlamentarismo, e comunque era passata alla bell’e meglio la guerra italo-turca, che aveva consentito la conquista, seppure parziale, della Libia e delle isole del Dodecanneso.</p>
<p>Ma di lì a poco, lo<strong> scoppio della guerra</strong>, in un’estate che pareva quieta, coglieva tutti di sorpresa.</p>
<p>Prima di addentrarci però nella disamina delle condotte politiche e motivazionali determinanti per l’ingresso in quel grande conflitto che fu la <strong>Prima Guerra Mondiale</strong>, occorre dare uno sguardo d’insieme alla posizione italiana in quei gravi momenti, valutando i vari fattori esogeni ed endogeni, come pure gli antefatti aspirativi della giovane nazione sul filo della continuità Risorgimento/post-Risorgimento; saranno questi a determinare le scelte compiute dalla classe dirigente e dalla stessa Monarchia, tenendo anche conto del fatto che negli anni successivi all’assassinio di Re Umberto, ai rilevanti successi economici e sociali facevano da contraltare uno spostamento a sinistra dell’asse politico e una messa a lato dell’istituto monarchico proprio per effetto dell’assunzione, a partire dal 1901, di più ampie responsabilità politiche da parte del Governo.</p>
<p>Certo è che <strong>Giolitti</strong>, il protagonista di quel periodo, pur mantenendo il legame con Germania e Austria-Ungheria, curava allo stesso tempo il ripristino di buoni rapporti con Francia e Russia come pure con la Gran Bretagna, nel convincimento, peraltro non infondato e largamente condiviso, della centralità ineludibile dell’amicizia con l’Inghilterra data la sua naturale propensione a sostenerci nel Mediterraneo come elemento equilibratore tra Francia e Austria-Ungheria. Tutto ciò in sintonia con i sentimenti di Vittorio Emanuele III, il quale, distinguendosi per equilibrio e lungimiranza politica, incominciava ad estraniarsi dalle simpatie tripliciste del padre, certamente convinto del progressivo esaurimento della precedente fase dell’Alleanza con gli Imperi Centrali. In sintonia con il suo ministro degli Esteri, il marchese <strong>Antonino di Sangiuliano</strong>, il quale aveva iniziato una politica di avvicinamento alle potenze dell’Intesa, si stava adoperando per allentare i vincoli che univano  l’Italia alla Triplice, al fine di conseguire spazi di autonomia politica e di dirigersi verso la Francia, l’Inghilterra e la Russia, nella convinzione, non a torto, che ciò fosse congruente con la tradizionale politica di ingrandimento territoriale di Casa Savoia, che, pur temperata da una coscienza politica italiana, restava comunque la garante della Nazione e custode dell’unità e dell’unicità dell’autorità dello Stato al di là dei mutamenti di governo e di indirizzo politico. E questo in un momento in cui stavano tornando di larga attualità i gravi contrasti con l’Austria-Ungheria per la ripresa irredentistica, non solo relativamente ai territori trentini e friulani ma anche per quelli nell’Adriatico e nei Balcani.</p>
<p>In realtà, utilizzando i poteri statutari in materia internazionale, il nuovo Re aveva iniziato a svolgere un ruolo di primo piano nella definizione delle politica estera dell’Italia già prima del 1914, proponendosi da subito di dare un nuovo orientamento alla diplomazia italiana che, sotto il regno del padre, aveva operato una rottura con il tradizionale equilibrio tra i sistemi di alleanze care ai Savoia, e in siffatto quadro si inserivano i numerosi viaggi ufficiali da lui intrapresi nonché i soggiorni a Roma dei capi di Stato europei. Si trattava, insomma, di una vera e propria “<em>diplomazia itinerante</em>” che coinvolgeva sì i Paesi alleati della Triplice, ma sempre con minor calore rispetto all’Inghilterra. Ciò consentiva all’Italia, per quanto fosse membro a pieno titolo della Triplice Alleanza, di recuperare, durante il primo quindicennio del regno di Vittorio Emanuele III, ampi spazi di manovra nei confronti degli Alleati proseguendo e ampliando l’avvicinamento alle potenze dell’Intesa, iniziato, ad onor del vero, già dagli ultimi governi del Re Umberto.</p>
<p>La scarsa volontà di Vittorio Emanuele di continuare a mantenere l’Italia all’interno della Triplice derivava dal fatto che egli continuava a considerare l’anziano imperatore austriaco Francesco Giuseppe il nemico storico dell’Italia con il quale non si poteva scendere a patti. Anzi, l’obiettivo vero dei suoi viaggi ufficiali, della sua “<em>diplomazia itinerante</em>”, era proprio quello di <strong>isolare l’impero austro-ungarico</strong>.</p>
<p>Non vi è dubbio che il riequilibrio nel sistema delle alleanze operato dal Sovrano, questa volta in un ruolo protagonista nelle politiche estera e militare del Paese, riportava in auge <strong>l’irredentismo</strong>, ora non più però monopolio della sola sinistra ma adottato anche dalle correnti nazionaliste, a cui venivano a sommarsi obiettivi nazionali strategici nazionalistici ed anche colonialistici &#8211; come meglio si vedrà nel prosieguo della trattazione, verranno a concretizzarsi proprio nel “<strong>Patto di Londra</strong>” &#8211; giustappunto come grande potenza nel contesto europeo, al pari di Francia e Inghilterra.</p>
<p>L’assassinio dell’Arciduca Francesco Ferdinando d’Austria il 28 giugno 1914 a <strong>Sarajevo</strong>, frutto di un complotto di serbi anarco-nazionalisti, al momento non aveva provocato un grande allarme ed era sembrato che la questione potesse risolversi diplomaticamente fra Austria e Serbia, senza gravi conseguenze. Invece, a causa dell’ultimatum austriaco, all’improvviso, quasi un mese dopo il fatto, le cose precipitarono proprio per effetto dell’<strong>automatismo delle grandi alleanze</strong>: la austro-tedesca, la franco-russa e la franco-inglese. In quei frenetici giorni di fine luglio l’Italia si dichiarava neutrale.</p>
<p>Il governo dell’epoca &#8211; Presidente del Consiglio era <strong>Antonio Salandra</strong>, liberale di destra, e Ministro degli Esteri, come innanzi già detto, il marchese Antonino di San Giuliano &#8211; con l’accordo del Re, ebbe la grande abilità di sfuggire al rigido automatismo delle alleanze, in forza del quale avrebbe potuto essere costretto ad entrare immediatamente in guerra a fianco deli Imperi Centrali, suoi alleati nella Triplice Alleanza sin dal 1882. L’Italia non era stata interpellata, quanto all’ultimatum, dall’alleata austrica e pertanto &#8211; si sosteneva da parte della nostra diplomazia &#8211; l’Austria era da ritenersi la sola responsabile di quanto stava facendo; peraltro, in quella situazione &#8211; si aggiungeva &#8211; non poteva neppure ravvisarsi il “<em>casus foederis</em>”, in quanto, dato che il trattato di alleanza aveva solo carattere difensivo, non era in atto alcuna aggressione delle Serbia contro l’Austria. Insomma, al di là delle rimostranze di Vienna e Berlino, che parlarono di tradimento, il comportamento dell’Italia era da ritenersi del tutto conforme ai trattati e comunque rientrante nei propri interessi rimanendo fuori da una guerra insensata, cosicché la propaganda dell’Intesa potè avere buon gioco.</p>
<p>Nel Paese stavano intanto maturando vivissimi fermenti di varia natura &#8211; dimostrazioni di piazza davanti alle ambasciate austriaca e tedesca, invocazioni per Trento e Trieste &#8211; ed anche la maggior parte della stampa si schierava contro Germania ed Austria-Ungheria; ma una decisa svolta si sarebbe avuta allorquando nell’ottobre di quell’anno, morto il Ministro degli Esteri Antonino di San Giuliano, sarebbe subentrato il nazionalista <strong>Sidney</strong> <strong>Sonnino</strong>, le cui simpatie si dirigevano verso Londra e Parigi.</p>
<p>In effetti, con la firma del “<strong>Trattato di Londra</strong>”, siglato il 26 aprile 1915, con le potenze dell’Intesa, un <strong>patto segreto</strong> a conoscenza solo del Re, di Salandra e di Sonnino, i quali agivano formalmente nell’ambito dei poteri attribuiti ai ministri dal decreto n. 466 del 14 novembre 1901 (Decreto Zanardelli), la responsabilità della guerra ricadeva soltanto sui due uomini politici, sebbene il Re fosse a conoscenza del Patto, pur restando arbitro imparziale. Salandra si dimetteva allorché il Re portava a conoscenza di Giolitti, capo della maggioranza parlamentare, il patto segreto, dimissioni che il Sovrano respingeva. I giolittiani votavano comunque a favore dei crediti di guerra. <strong>La guerra era dichiarata</strong>.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>MIX RIVENDICATIVO E ASPIRAZIONI</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In realtà, già prima dell’inizio della guerra i rapporti dell’Italia con le altre due potenze della Triplice si erano in qualche modo deteriorati, principalmente per la <strong>crisi della Bosnia-Erzegovina</strong> del 1908-1909, regione che l’Austria “<em>amministrava</em>” sin dal 1978 dopo il Congresso di Berlino. L’idea del governo austriaco era quello di annettersi <em>sic et simpliciter </em>questo territorio, teoricamente ancora appartenente all’impero turco, in modo da annientare le speranze dei nazionalisti jugoslavi. Infatti, prendendo a pretesto la “<em>Rivoluzione dei giovani turchi</em>”, che proprio nel mese di luglio aveva portato al governo di Costantinopoli dei riformatori modernisti, il 5 ottobre 1908 non esitava ad annettersi tutta la regione, creando così il fatto compiuto e suscitando in tal modo lo sdegno dei serbi, i quali, pertanto, si affrettavano a chiedere l’aiuto russo.</p>
<p>Non essendo però in grado la Russia di intervenire militarmente, ciò era per l’Austria-Ungheria un completo successo, sebbene questo rivelasse tutta la sua fragilità in quanto non solo non annientava il nazionalismo serbo, ma inaspriva anche la Russia: questa, infatti, bramosa di rivincita e dati i suoi rapporti di amicizia con l’Inghilterra, rivolgeva ancora di più le sue attenzioni verso la <em>Triplice Intesa</em>, rafforzandola notevolmente.</p>
<p>Per converso, il trionfo conseguito da sola dall’Austria a spese della Turchia, finiva per indebolire la Triplice Alleanza, dal momento che l’Italia certamente non vedeva di buon occhio la modificazione dello <em>status quo </em>nei Balcani a solo vantaggio dell’Austria, senza aver ottenuto, da parte sua, una qualche contropartita; questo fatto, oltretutto, veniva a rappresentare un nuovo impedimento alla sue mire espansionistiche nell’Adriatico, cosicché nel Paese incominciava nuovamente a manifestarsi una crescente passione per le tematiche <strong>irredentistiche</strong> e <strong>nazionalistiche</strong>, che, alla fine, diventeranno preponderanti dapprima nella decisione di conquistare &#8211; rispolverando appieno anche quelle <strong>colonialistiche</strong> dopo i precedenti insuccessi &#8211; la Libia a spese della Turchia, a cui viene dichiarata guerra il 29 settembre del 1911, e successivamente in quella di entrare nel conflitto mondiale al fianco di Francia e Inghilterra.</p>
<p>Posto che ci si è già sufficientemente dilungati sugli aneliti irredentistici, ora prepotentemente ripristinatisi, e quelli colonialistici, solo sopiti dopo Adua, di certo, la necessità del <strong>dominio dell’Adriatico</strong> &#8211; vera e propria <strong>aspirazione nazionalistica</strong> come già si diceva innanzi &#8211; abbisogna invece di qualche ulteriore riflessione che valga ad inserirla correttamente nel quadro rivendicativo per la nuova guerra, posto che la Regia Marina aveva già dimostrato le sue grandi capacità operative e le sue potenzialità durante la guerra italo-turca.</p>
<p>Scoppiato il conflitto e stante la neutralità italiana, l’interesse della Marina e della politica stava volgendo ad oriente e comunque contro l’Austria, tant’è che lo stesso Capo di Stato Maggiore nell’ottobre del 1914 redigeva un memorandum sulla possibilità di guerra in Adriatico contro il nemico di sempre: l’Austria. Come al tempo di Lissa, il dominio dell’Adriatico era nelle salde mani di chi possedeva la sponda orientale, potendo contare su una poderosa linea di porti naturalmente protetta dai fondali e da un susseguirsi di isole potentemente e sapientemente fortificate. In tal modo, a distanza di quasi un cinquantennio, i problemi che avevano afflitto lo sfortunato Ammiraglio Persano e i primissimi governi del neonato Regno d’Italia adesso affliggevano i vertici della nostra Regia Marina non meno che le nostre autorità politiche. Così scriveva Sidney Sonnino: “<em>Il problema fondamentale dell’Italia è assicurarsi il predominio marittimo nell’Adriatico…il predominio assoluto nell’Adriatico</em> <em>è di primaria importanza, costituendo forse oggi il movente principale per accostarci all’Intesa</em>”. Lo stesso Sonnino ancor prima di assumere l’incarico di Ministro degli Esteri nel settembre del ’14, aveva scritto, quasi profeticamente, all’allora Presidente del Consiglio Antonio Salandra “<em>Più ci ripenso e più mi confermo l’impressione che l’occupazione di Saseno e della baia di Valona va fatta subito senza chiedere più permesso a nessuno</em>”. Sono i due uomini politici su cui ricadrà la responsabilità della guerra!</p>
<p>A fine ottobre la Turchia diveniva alleata degli Imperi centrali, la Grecia due giorni dopo occupava Santi Quaranta, cosicché da lì a breve l’Italia avrebbe occupato, come previsto, Valona e l’isola di Saseno. In tutto ciò, mentre gli Imperi centrali si mantenevano prudenti per non creare ulteriori attriti nella già “effimera” alleanza, l’Intesa vedeva invece in tale occupazione una splendida opportunità per ampliare ulteriormente la già considerevole distanza tra Roma e le potenze della Triplice. In effetti, la presenza nella Triplice alleanza della Turchia, alleata sgradita all’Italia, e l’antica rivalità con l’Austria allontanavano di fatto l’Italia dalla alleanza con gli Imperi centrali.</p>
<p>Roma approfittava del periodo di “non intervento” nel conflitto per giocare la partita diplomatica su due tavoli, sebbene il governo italiano fosse sempre più spinto, per tutta una serie di interessi, verso l’Intesa. Di certo, allo scoppio della Grande Guerra, se l’Italia si fosse schierata fianco di Austria e Germania, va da sé che una eventuale vittoria della Triplice avrebbe comportato un deciso rafforzamento dell’Austria sul mare, tale da estromettere irrimediabilmente l’Italia dal Mar Adriatico. Insomma, all’inizio del conflitto la negoziabilità dell’intervento italiano non era più a favore degli Imperi centrali; lo era, per contro, o per il mantenimento della neutralità oppure per lo schieramento con le potenze dell’Intesa. Queste, d’altronde, a fronte delle striminzite concessioni dell’Austria circoscritte a Nizza e alla Savoia nonché ad un lembo del Trentino, per di più solo a guerra sfinita, promettevano più che generose offerte territoriali; per di più, la conduzione delle operazioni in Adriatico sarebbe stata posta sotto l’esclusivo controllo della Regia Marina dato che le marine francesi e inglesi avrebbero inviato delle navi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Così di lì a breve sarebbe arrivato l’accordo con le Potenze dell’Intesa, il <strong>Patto di Londra</strong>, siglato il <strong>26 aprile 1915</strong>, per la partecipazione dell’Italia al conflitto, dopo aver riesumato, dunque, le sue <strong>aspirazioni irredentistiche</strong> sui territori ancora occupati dall’Austria, vale a dire il <strong>Trentino</strong> e la <strong>Venezia Giulia</strong>, solo temporaneamente accantonate per effetto della sua adesione alla Triplice Alleanza, e dopo aver posto sul tappeto anche quelle <strong>nazionalistiche</strong> e quelle <strong>colonialistiche</strong> a spese della Germania a guerra finita.</p>
<p>In effetti, con la firma dell’accordo che prevedeva l’entrata in guerra dell’Italia, con modalità offensive, si concedeva il<strong> Trentino</strong>, il<strong> Tirolo Meridionale</strong>,<strong> Trieste</strong>,<strong> Gradisca </strong>e <strong>Gorizia</strong>, l’<strong>Istria fino al Quarnaro </strong>e le <strong>isole antistanti</strong>, una parte della<strong> Dalmazia </strong>e le sue <strong>isole</strong>, <strong>Valona</strong>, <strong>Saseno </strong>e il<strong> Dodecanneso</strong>, con esclusione però di <strong>Fiume</strong>, in quanto sbocco a mare dell’Ungheria o del nuovo stato Croato, e della città di <strong>Spalato</strong>; inoltre, varie <strong>acquisizioni territoriali </strong>in<strong> Africa</strong> e in<strong> Asia</strong> <strong>minore</strong> in caso di ampliamenti in quei territori da parte di Francia e Inghilterra. Insomma, un <strong>mix rivendicativo </strong>che spaziava dal<strong> Brennero </strong>all’<strong>Istria</strong>, dalla <strong>Dalmazia </strong>al<strong> controllo dell’Adriatico</strong> e al<strong> Dodecanneso</strong>, ciò che era proprio quello di una grande potenza o almeno aspirante tale, tutt’assieme <strong>irredentistico</strong>, <strong>imperialistico-colonialistico </strong>e <strong>nazionalistico</strong>, aspirazioni che, come più volte dato cenno, venivano da lontano, dallo stesso Risorgimento e dal post-Risorgimento.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>LA “QUARTA GUERRA D’INDIPENDENZA”?</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Delineatasi in tal modo la tracciabilità dell’intero percorso risorgimentale e postrisorgimentale in un <em>unicum</em>, un “fiume” via via arricchitosi di suggestive aspirazioni irredentistiche, colonialistico-imperialistiche e nazionalistiche, ai fini della collocazione del nuovo conflitto nel quadro complessivo e composito delle guerre per l’indipendenza, deve considerarsi, però, anche quanto psicologicamente veniva ad inculcarsi in una larga fetta dell’opinione pubblica e condiviso dalla maggior parte della storiografia in un solco risorgimentale “puro” &#8211; ma certamente in modo incompleto quanto agli aspetti motivazionali per l’entrata nel nuovo conflitto &#8211; circa la ideale identificazione della <strong>Prima Guerra Mondiale</strong> come una “<strong>Quarta Guerra d’Indipendenza</strong>”, in perfetta continuità con la Terza del 1866, allorquando il generale Pollio, in chiusura del suo libro su Custoza, individuava il trionfo di Vittorio Veneto come vindice della sconfitta di Custoza.</p>
<p>Ma siffatta ricostruzione di aggancio diretto &#8211; senza “l’intermediazione” di una più coerente rielaborazione concettuale del multiforme e composito <em>mix </em>causale nella sua interezza &#8211; della Guerra mondiale, come Quarta Guerra d’Indipendenza, al percorso risorgimentale e in particolare alla Terza del 1866, e del trionfo di Vittorio Veneto alla sconfitta di Custoza, ricondurrebbe il tutto solo ad un “rispolverato” <strong>esile filone irredentistico</strong>, <em>bypassando </em>in tal modo a  piè pari tutto il travaglio postrisorgimentale, generato dal diffuso senso di malessere e di incompiutezza anche dopo la realizzazione del processo unitario, ciò che avrebbe poi trovato la stura in una più generale volontà di potenza. Invece, come si è visto, siffatto indirizzo era venuto ad integrarsi in un <em>mix</em> sempre più articolato di progetti colonialistico-imperialisti e nazionalisti, diventando con essi intercambiabile. Insomma, resta legittima la qualificazione della Prima Guerra Mondiale come “<strong>Quarta Guerra d’Indipendenza</strong>” soltanto a patto di ricomprendere nel suo coacervo rivendicativo<strong> interessi ed aneliti ben al di là di quelli unicamente irredentistici</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>D’altra parte, qual è significato del termine <strong>indipendenza </strong>in senso lato? Sotto un primo aspetto, sicuramente quello connesso alla riunificazione del territorio nazionale mediante l’<strong>acquisizione delle terre irredente</strong>, cioè non ancora salvate, e quindi la capacità di autodeterminarsi nell’ambito del territorio nazionale. Ma, sotto un altro profilo, una grande potenza, per assicurarsi una<strong> reale indipendenza</strong>, cioè una sua <strong>incontrovertibile sovranità sopranazionale</strong>, non può tollerare né<strong> limitazioni ai suoi</strong> <strong>confini naturali </strong>né <strong>restrizioni allo sviluppo di una propria politica internazionale </strong>(casomai anche a carattere imperialistico, perché no?) come <strong>chiavi strategiche</strong> per non rendere la sua indipendenza puramente nominale.</p>
<p>Proprio in siffatta ottica, non vi è dubbio che la Prima Guerra Mondiale possa configurarsi a pieno titolo come “<strong><em>Guerra d’Indipendenza</em></strong>”, in quanto tesa a conseguire <strong>obiettivi nazionali strategici</strong>, sia a carattere<strong> irredentistico</strong> sia a impronta <strong>nazionalistica </strong>e<strong> imperialistica</strong>, giustappunto come grande potenza nel contesto europeo, al pari di Francia e Inghilterra.</p>
<p>In effetti, il suo coacervo rivendicativo &#8211; che spaziava dal Brennero, dove si aspirava a portare il confine, all’Istria, alla Dalmazia e al Dodecanneso, nonché, in chiave più prettamente colonialistica, dai possedimenti tedeschi in Africa, alla cui spartizione si sperava di partecipare, ai territori in Asia Minore a spese dell’ex impero turco &#8211; era proprio quello di una grande potenza realmente indipendente, o almeno spirante tale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>PARALLELO CON LA SECONDA GUERRA MONDIALE</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Mi sia consentita una digressione per meglio definire la sostanza dell’indipendenza! La<strong> guerra che</strong> <strong>iniziava </strong>il <strong>10 giugno 1940</strong> &#8211; con tutto il suo imponente mix rivendicativo che tendeva ad accaparrarsi l’isola di <strong>Malta </strong>e la<strong> Corsica</strong> (aspirazioni irredentistiche), <strong>Gibilterra </strong>e il <strong>controllo del Mediterraneo</strong> in mano inglesi (aspirazioni nazionalistiche), <strong>Gibuti </strong>e <strong>Suez</strong>, con mire anche sulla <strong>Tunisia</strong> (ma non erano in parte quelle stesse aspirazioni colonialistiche successive al Congresso di Berlino del 1878?) &#8211; non era pur essa in <strong>chiave irredentistica</strong> di ricomposizione del territorio nazionale, di<strong> sicurezza esterna</strong> nonché di <strong>consolidamento dell’impero coloniale</strong> a spese di Francia e Inghilterra? Allora perché quella guerra non dovrebbe essere considerata a pieno titolo, ancora di più e meglio della Prima, come la “<strong><em>Quinta Guerra d’Indipendenza</em></strong>”?</p>
<p>Insomma, non è possibile opporre un aprioristico rifiuto concettuale a siffatta tesi ove si consideri l’armonico e compatto <strong>filone</strong> “<strong>risorgimentale-post-risorgimentale-primo conflitto mondiale</strong>” sol perché in ossequio alla <em>vulgata </em>l’idea potrebbe apparire ripugnante! D’altra parte, <strong>lo storico non è titolato ad addossarsi una specie di veste sacerdotale</strong> <strong>come un</strong> <strong><em>giudice</em></strong><em> <strong>del tempo</strong></em> ideologizzando o manipolando i fatti della Storia in base ai suoi intendimenti o a seconda delle sue passioni: o meglio, come affermava Marc Bloch, “<strong><em>Lo storico non è un giudice degli inferi incaricato di assegnare premi e punizioni agli eroi morti</em></strong>”!</p>
<p>In definitiva, così incardinato e acquisito il concetto di una reale indipendenza, le <strong>rivendicazioni fasciste</strong>, poste sul tappeto internazionale a ridosso dell’intervento in guerra, non rappresentavano i fondamenti di una<strong> strategia complessiva</strong> &#8211; i cui obiettivi, qualitativamente identici, differivano semmai solo dal punto di vista quantitativo da quelli del primo conflitto mondiale &#8211; per portare l’Italia, a dispetto della sua impreparazione militare, a diventare una<strong> grande potenza</strong> realmente <strong>indipendente</strong>, e perché no, anche verso il ben più potente alleato germanico?</p>
<p>Non erano forse gli stessi obiettivi che, in un modo o nell’altro, semmai rielaborati soltanto sotto il profilo quantitativo, avevano caratterizzato in fondo tutta la storia d’Italia fin dal 1859, per proseguire poi con la Terza Guerra d’Indipendenza nel 1866, con la “<em>Quarta</em>” del 1915 e con le guerre coloniali del 1885, 1895, 1911 e 1935? Un crescendo rivendicativo, dunque, che estendendosi via via dalla <strong>Lombardia </strong>a tutta <strong>la Penisola italiana</strong>, con la conseguente proclamazione dell’Unità d’Italia, dal<strong> Veneto </strong>a<strong> Roma</strong>, dal<strong> Trentino </strong>alla<strong> Dalmazia</strong>, dall’<strong>Adriatico </strong>al <strong>Dodecanneso</strong>, dalla<strong> Corsica </strong>a <strong>Malta</strong>, da<strong> Gibilterra </strong>al<strong> Mar Mediterraneo, </strong>dalle<strong> conquiste coloniali del XIX secolo </strong>all’annuncio del<strong> grande impero africano nel 1936</strong> per finire alla “<strong>Guerra parallela</strong>”, contrassegna quasi un<strong> novantennio di storia italiana</strong> e che <strong>non ci permette di condannare <em>sic et</em></strong><em> <strong>simpliciter </strong></em><strong>chicchessia</strong>, da<strong> Cavour</strong> a<strong> Crispi</strong> e a<strong> Giolitti, </strong>per finire a<strong> Mussolini</strong>, e men che mai la<strong> Corona</strong>, del resto sempre ligia ai dettami costituzionali-parlamentari.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sgomberato quindi il campo da pregiudizi ideologici, non sembrano esservi più dubbi di sorta in ordine al fatto che la Seconda Guerra Mondiale possa configurarsi quanto la Prima, e probabilmente ancora più di questa, come la “<strong>Quinta Guerra d’Indipendenza</strong>” e, come si vedrà, anche “l’ultima”. Sicuramente “<em>guerra fascista</em>” di conquista (ma ciò di per sé non vale a meglio qualificarla intrinsecamente sotto il profilo contenutistico e della esegesi storica, ma tutto al più, solo sotto il profilo ideologico), questa difatti è volta a conseguire, come grande potenza e al pari delle altre, un’autonoma strategia operativa nel contesto internazionale ed un’effettiva indipendenza, intesa, a torto o a ragione, non solo in termini di ricomposizione in ambito nazionale di territori comunque ritenuti italiani, ma anche e soprattutto come capacità di attuare una sua politica estera senza dover dipendere da una o più potenze dominanti. <strong>    </strong></p>
<p>Ad ogni buon conto, giusto per concludere sul punto, la “<em>Quinta Guerra d’Indipendenza</em>”, la c.d. “<strong>Guerra parallela</strong>”, voluta dal duce in concorrenza se non proprio in contrapposizione ad Hitler, sarebbe terminata miseramente di lì a poco sul <strong>fronte greco-albanese</strong>, sulle infuocate sabbie del deserto africano, a<strong> Sidi el Barrani</strong> a soli novanta chilometri dal confine libico-egiziano, a <strong>Taranto</strong>, con la messa fuori combattimento di parte della potente flotta di guerra, e a <strong>Capo Matapan</strong>, con la perdita anche dell’<strong>Africa Orientale</strong>.</p>
<p>Aveva fine così il mito della “<strong><em>Guerra parallela</em></strong>” per imboccare il triste percorso della “<strong><em>guerra subalterna</em></strong>”. Con l’epilogo triste della “<em>Quinta Guerra d’Indipendenza</em>”, a distanza di meno di un secolo dall’avvio del percorso risorgimentale, <strong>si consumava pure l’indipendenza dell’Italia</strong>, in seguito mai più riconquistata.</p>
<p>Tutto quello che è venuto dopo non è stato l’evoluzione di uno Stato realmente indipendente: quello, infatti, era svanito e ormai definitivamente “sepolto”, dopo meno di un anno di guerra, nella primavera del 1941!</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>LA MADRE DI TUTTE LE GUERRE: INTERVENTISMOE NEUTRALISMO</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Certamente la Prima Guerra Mondiale, definita “<strong>la Madre di tutte le guerre</strong>” in quanto rappresentava la nascita della <strong>moderna guerra totalitaria</strong>, è stata una <strong>sovrapposizione dei conflitti,</strong> in cui ogni potenza combatteva per un suo obiettivo particolare o aveva un conto da regolare, e il<strong> risultato dell’automatismo </strong>delle grandi alleanze ma anche dell’apparizione di due nuove potenze nella seconda metà dell’Ottocento, cioè l’<strong>Italia nel 1861</strong> e soprattutto la<strong> Germania nel 1870</strong>, ciò che aveva alterato gli equilibri in Europa.</p>
<p>Ma al fine di evidenziare aspetti connessi alla <strong>mitologia della</strong> “<strong>Grande Guerra</strong>” occorre svolgere alcune considerazioni preliminari in ordine agli elementi conflittuali, ciò che sin da allora mettevano in crisi la società italiana, connessi alla dicotomica contrapposizione tra <strong>neutralismo</strong>, che trovava suo terreno fertile nel pacifismo, nell’internazionalismo e nell’antimilitarismo, vale a dire nell’eredità giusnaturalistica del socialismo, e <strong>interventismo</strong>, in cui dominavano stati d’animo e aspirazioni diverse, quali <strong>ampliamento di obiettivi di politica estera</strong>, <strong>politiche di potenza</strong>, <strong>liberazione terre irredente</strong>, ecc., ma anche <strong>fermenti irrazionalistici</strong>,<strong> volontaristici </strong>ed anche <strong>decadentistici</strong>: comunque un coacervo di valori empirici che, in un modo o nell’altro, assegnavano in ogni caso un<strong> posto privilegiato al concetto di patria</strong>.</p>
<p>Interventisti erano il <strong>Governo</strong>, allora presieduto da <strong>Antonio Salandra</strong>, <strong>Luigi Albertini</strong>, i <strong>socialisti riformisti</strong> (Leonida Bissolati e Gaetano Salvemini) i quali intendevano affermare il principio di nazionalità sulle rovine dei due imperi autoritari, i <strong>nazionalisti</strong>, <strong>Mussolini</strong>, il quale, abbandonato il partito socialista si proponeva di realizzare un suo disegno rivoluzionario, una <strong>parte del mondo cattolico</strong> e un’<strong>ampia fascia della borghesia benpensante</strong>, animate da un generico ideale patriottico, ora rafforzato dal progetto di ricongiungimento alla patria delle terre irredente.</p>
<p>Comunque, uno spirito di incontenibile entusiasmo patriottico-bellicista investiva non solo l’Italia, in cui le piazze ribollivano e specialmente a Roma, bensì tutto il continente europeo, quasi senza distinzione di ceto e di età, di élite e di massa. Saranno poco efficaci, specie in Francia, in Germania e in Austro-Ungheria, gli argini di carattere politico religioso o sindacale frapposti alla trascinante forza degli umori collettivi.</p>
<p>In Italia le dimostrazioni di piazza si intensificano nel mese di maggio, proprio mentre le truppe degli Imperi centrali trionfavano in polonia e in Galizia. Ed anche la stampa non mostrava alcun dubbio per questa guerra che doveva completare l’unità nazionale rimasta in sospeso nel 1866.</p>
<p>Di certo, nei <strong>fermenti irrazionalistici</strong> veniva a coagularsi in maniera indistinta la prima grande rivolta populista contro le istituzioni liberali, così come si erano venute formando e consolidando dal 1871 al 1915, inquietudini che erano espressione di un’<strong>avversione </strong>per la così detta Italietta e per l’uomo che di essa era il principale rappresentante, <strong>Giovanni Giolitti</strong>.</p>
<p>In siffatte aspirazioni emergeva un <strong>primato del fare</strong> o un <strong>dissolvimento del pensiero</strong> <strong>nell’azione</strong>, un <strong>irrazionalismo attivistico</strong> contro il quale, per esempio, Benedetto Croce reagiva; infatti, vedeva simboleggiato questo irrazionalismo attivistico soprattutto in <strong>Gabriele D’Annunzio</strong> e lo riduceva ad un <strong>momento del decadentismo europeo</strong>, un <strong>decadentismo che</strong> <strong>dalla sfera estetica passava direttamente nella vita morale</strong>, instaurando così una confusa brama del nuovo.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>MITO ED EROISMO NELLA GRANDE GUERRA</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Prendeva sempre più piede, dunque, il <strong>mito della Guerra</strong>, che si fondava su vari elementi: patriottismo, ricerca di uno scopo nella vita, amore di avventura e ideali di virilità, tutti fattori che segnavano lo <strong>spirito guerriero dei giovani</strong>, che poi costituiranno le folte schiere dei volontari, in un clima di effervescenti<strong> movimenti </strong>e <strong>correnti in campo</strong> <strong>artistico e letterario</strong> che non mancavano di sottolineare il mutamento a cui si stava assistendo. Tra essi spiccava il <strong>Futurismo</strong>, il quale, esaltando una <strong>virilità militare</strong> che glorificava la conquista e la guerra e sostituendo il movimento violento all’immobilità del pensiero, denotava tutti gli <strong>aspetti della guerra in modo positivo</strong>. Proprio <strong>l’esaltazione della guerra</strong>, come desiderio ardente dello straordinario, diviene una decisa forma di opposizione ad una società pietrificata. Tutti questi sentimenti dei futuristi finiranno dunque per incanalarsi nel<strong> nazionalismo</strong> e la figura idealizzata del soldato comune diverrà una componente essenziale alla creazione del <strong>mito di un uomo nuovo</strong> che avrebbe redento la nazione, un mito che confluiva in quello dello <strong>Stato nuovo</strong>, in un processo di formazione di una coscienza politica estesa che può definirsi come “<strong>radicalismo</strong>” <strong>di tradizione mazziniana</strong>.</p>
<p>In definitiva, l’occasione dell’evento bellico segnava il fondamentale passaggio dall’idea all’azione nella prospettiva dello <strong>Stato nuovo</strong>, ereditato e poi fatto proprio dal movimento fascista. Come afferma Emilio Gentile, il fascismo fu, “<strong>un movimento collettivo di giovani che si erano formati nella brutalizzante esperienza della guerra…che assimilò i temi del radicalismo nazionale integrandoli con i miti dell’interventismo, del trincerismo e del combattentismo</strong>”.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Mai come nella Grande Guerra il mito ha svolto una funzione importante nella presa di una forte coscienza politica delle masse, talché esso ha finito per <strong>perdere i tipici tratti politico-sociali </strong>per <strong>fondere la sua identità con il concetto di</strong> <strong>eroismo</strong>.</p>
<p>Molti alti ufficiali, persino generali, avevano il merito di stare a stretto contatto con i soldati, di trovarsi con loro in trincea, di incoraggiare gli uomini e di fare in modo che fossero evitate inutili perdite. <strong>Il generale veniva dunque innalzato a mito</strong> e la prima linea diventava il punto di contato tra il soldato-massa e il generale-eroe. Appunto in questo modo <strong>l’eroismo</strong>,<strong> amplificato</strong>,<strong> diventava mito</strong>.</p>
<p>In tale ottica, generalizzando, l’esaltazione della guerra, di quella guerra, in cui spesso viene ad essere superato quel flebile confine che separa gli obblighi del soldato dai gesti di eroismo, diventava essa stessa esperienza caratterizzante e formativa per le generazioni e la Patria future. In siffatto quadro, <strong>ogni gesto di sacro dovere superava qualsiasi valore e ogni soldato della prima guerra mondiale morto per la patria diventava un vero eroe</strong>.</p>
<p>Cosicché <strong>mito ed eroismo finivano per confluire in un processo edificatore</strong>, quasi purificatore, per il popolo e per la politica italiana, un <strong>processo teso </strong>alla<strong> costruzione</strong> <strong>di un ideale supremo</strong>: un percorso politicizzato, basato su <strong>ideali come Patria</strong>, <strong>Nazione </strong>e<strong> Stato</strong>, a cui si affiancava <strong>un processo morale</strong> che aveva come elemento unificante l’esempio supremo incarnato da soldati e condottieri della guerra: in siffatto contesto, quasi “<strong>mistico</strong>”, mitico ed eroico assieme, si colloca anche il mito del <strong>Milite Ignoto</strong>, un<strong> semplice militare italiano caduto sul fronte della Grande Guerra</strong> e sepolto sotto la statua della dea Roma all’Altare della Patria al Vittoriano, la cui tomba simboleggia tutti i caduti e i dispersi in guerra italiani.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Di certo, i traumi, le fratture che la nostra storia ha conosciuto dalla Grande Guerra ad oggi sono stati troppi per mantenere un <strong>ininterrotto percorso identitario</strong>.</p>
<p>Innanzitutto il trauma di un’altra<strong> guerra mondiale</strong> a distanza di venticinque anni dalla prima, a seguito della quale, dopo il 1943-45, i meccanismi di legittimazione, i vincoli simbolici e ideologici che duravano dal 1861 ebbero per lo più a dissolversi.</p>
<p>Allora qualcosa di simile alla morte si è verificato poiché una<strong> Patria senz’altro morì</strong>. <strong>Morì il patriottismo della Nazione</strong>, sostituito dal <strong>patriottismo di partito</strong> o dal <strong>patriottismo di classe</strong> come l’unico vincolo della comunità politica nazionale. <strong>Caduto nella polvere, assieme al fascismo, il concetto stesso di nazione</strong>, la <strong>legittimazione democratica</strong>, dunque,<strong> non poteva che provenire se non dai partiti</strong>, soprattutto quelli più fortemente ideologizzati.</p>
<p>Un altro <strong>grande momento di rottura</strong> che separa enormemente l’Italia attuale dalla Grande Guerra è stato l’avvento di<strong> ordinamenti politici di tipo democratico</strong> così come sanciti dalla Costituzione attuale, pur essa nata tra<strong> equivoci e contraddizioni</strong> <strong>profonde</strong>, <strong>una rivoluzione culturale che ha definitivamente rimosso</strong>, al di là di patetiche formali rappresentazioni di facciata, <strong>l’identità sociale e culturale della vecchia Italia che combatté la Grande Guerra</strong>.</p>
<p>E’ proprio la rottura del rapporto storico con lo Stato unitario in conseguenza della sconfitta del ’40-45, unita all’avvento della democrazia repubblicana, dunque, che ha reso <strong>l’odierna identità italiana qualcosa di difficilmente comparabile con quella dell’Italia della Grande Guerra</strong>, che in tal modo <strong>non costituisce più il suo piedistallo emotivo e mitologico</strong>. Insomma, in Italia è abortito, a differenza di altre nazioni più coese anche ideologicamente, il <strong>passaggio cruciale tra liberalismo e</strong> <strong>democrazia</strong> che il conflitto mondiale aveva messo dappertutto all’ordine del giorno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Con siffatti presupposti, sicuramente la<strong> Nazione è morta nel cuore degli italiani</strong>, <strong>è morta l’idea stessa di Nazione e con essa anche quella di</strong> <strong>Patria</strong>. Una <strong>nazione</strong> <strong>incompiuta</strong>, una <strong>nazione mancata</strong>, uno <strong>Stato-non nazione</strong>, un <strong>Paese </strong>che, per le sue inadeguatezze, <strong>non è riuscito a farsi nazione</strong> e che sconta ancora oggi, le sue tradizionali lacerazioni: una divisività che viene da lontano, dagli antefatti stessi della Grande Guerra. Una disunione che, <strong>oltre a riferirsi ad una dimensione ideologico-politica</strong>, tende a presentarsi quasi come <strong>sistemica</strong>, <strong>strutturale</strong>, a<strong> carattere</strong> <strong>antropologico </strong>e<strong> culturale </strong>e perfino<strong> morale</strong>. <strong>     </strong></p>
<p>Un Paese, dunque, con un <strong>colossale difetto di coscienza politica</strong>, un Paese caratterizzato dalla “<strong>lontananza</strong>”<strong> del popolo dallo Stato</strong>, un Paese in cui è troppo labile, se non proprio inesistente, il<strong> legame di appartenenza del popolo verso una</strong> <strong>ancora</strong> “<strong>mal</strong> <strong>conosciuta Patria</strong>”: un popolo a cui ben si attaglia l’affermazione gobettiana “<em>Il nostro vero dramma consiste nel fatto che non possiamo essere un piccolo popolo e non sappiamo essere un grande popolo</em>”. Aggiungo solo che non lo siamo stati quando avremmo potuto esserlo, ora non possiamo più esserlo nel nostro <strong>ineluttabile declino di popolo e di nazione</strong>.</p>
<p>In tema di “unità-disunità” nazionale s’impone a questo punto qualche ulteriore riflessione che, senza “<em>arrières pensée</em>”, riposizioni più correttamente, in termini concettuali, <strong>il ruolo della Monarchia sabauda </strong>in un<strong> possibile processo coesivo nazionale</strong>. In altri termini, avrebbe potuto questa, <strong>ove fosse rimasta al timone</strong> <strong>istituzionale del Paese</strong>, <strong>evitare lo sfaldamento dello Stato in quanto titolare della</strong> <strong>custodia dell’unità</strong> e <strong>dell’unicità dell’autorità statale</strong> al di là e al di sopra dei mutamenti di governo e di indirizzo politico, così come del resto <strong>durante il regime</strong> <strong>aveva comunque rappresentato</strong> <strong>la continuità storica rimanendo la garante della</strong> <strong>nazione</strong>? <strong> </strong></p>
<p>In altri termini, avrebbe potuto la Corona costituire un<strong> argine al fenomeno di</strong> <strong>ideologizzazione </strong>e <strong>frammentazione partitica di una “stracciata” Repubblica</strong> “tirata” da ogni dove &#8211; una <strong>Repubblica che non affonda le sue radici né nel Risorgimento né nella Grande Guerra bensì di qualcos’altro di estremamente divisivo</strong> &#8211; e così <strong>continuare a fungere da fondamento di una conservata identità unitaria degli italiani</strong>? <strong>E’ certamente più che lecito dubitarne, ma non è legittimo non chiederselo almeno</strong>!</p>
<p>E profondamente vero comunque che <strong>quell’acquisto dell’unità</strong> <strong>intorno alla Patria</strong> <strong>italiana</strong>, che, superando la disperazione di Caporetto, si fondava sulla resistenza sul Grappa e sul Piave fino alla vittoria, <strong>è andato del tutto perduto</strong>, cosicché la “<strong>morte della Patria</strong>” in questa striminzita, asfittica Repubblica &#8211; una Repubblica con la sua strana democrazia, sulla quale è scesa una evanescente ombra lunatica e in cui anche <strong>i caduti sono diventati solo stracci senza memoria ingoiati dall’oblio &#8211; è rimasta la grande questione irrisolta del nostro vivere collettivo</strong>.</p>
<p>Si chiude così un <strong><em>loop</em></strong>, <strong>tragico </strong>e<strong> grottesco </strong>allo stesso tempo, <strong>una riflessione a</strong> <strong>struttura circolare</strong>, così come nel film <em>Pulp fiction </em>di Quentin Tarantino, con l’inizio di questo tragico <em>excursus</em> che si ricongiunge alla sua fine! Una pericolosa deriva ed una tangibile prospettiva di una <strong>moderna e irreversibile disunità nazionale, a distanza di oltre un secolo e mezzo dal compimento della sua unità politica e dopo avere combattuto ben cinque guerre d’Indipendenza: sono trascorsi cosi, in modo deteriore e come se nulla fosse avvenuto, altri ottant’anni dall’ultima di esse</strong>!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>BIBLIOGAFIA ESSENZIALE</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<ol start="1988">
<li>ACQUARONE, <em>L’età giolittiana</em>, Bologna, Il Mulino, 1988.</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="2012">
<li>BELLAVIITA, <em>La battaglia di Adua</em>, Rimini, Rusconi, 2012.</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="1976">
<li>CHABOD, <em>Storia della politica estera italiana dal 1870 al 1896</em>, Bari, Laterza, 1976.</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<p>L.M. CHASSIN, <em>Storia militare della seconda guerra mondiale</em>, Firenze, Sansoni, 1971.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="1991">
<li>CROCE, <em>Storia d’Italia dal 1870 al 1915</em>, Milano, Adelphi, 1991.</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="1974">
<li>B. DUROSELLE, <em>l’Europa da 1815 ai giorni nostri</em>, Milano, Mursia, 1974.</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="1967">
<li>FALDELLA, <em>l’Italia e la seconda guerra mondiale</em>, Bologna, Cappelli, 1967.</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="2005">
<li>FERRANTE, <em>La Marina e la Diplomazia in Italia dall’unificazione nazionale alla Grande Guerra, </em>in “Bollettino d’Archivio dell’Ufficio Storico”, Roma, dicembre 2005.</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="1995">
<li>A. L. FISHER, <em>Storia d’Europa</em>, Tomo II, <em>Dall’età dell’assolutismo all’epoca dei totalitarismi</em>, Roma, Newton Compton, 1995.</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="1995">
<li>FREDIANI, <em>Le guerre dell’Italia unita</em>, Roma, Newton Compton, 1995.</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="1996">
<li>A. HOBSON, <em>L’imperialismo</em>, Roma, Newton Compton, 1996.</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="1972">
<li>ISNENGHI, <em>La prima guerra mondiale</em>, Bologna, Zanichelli, 1972.</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="1997">
<li>IVALDI, <em>Storia del colonialismo</em>, Roma, Newton Compton, 1997.</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="1966">
<li>JACHINO, <em>La campagna navale di Lissa1866</em>, Milano, Il Saggiatore, 1966.</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="1972">
<li>MACK SMITH, <em>Storia d’Italia1861-1869</em>, Bari, Laterza, 1972.</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="2008">
<li>MALNATI, <em>Difendo l’Italia</em>, Rimini, il Cerchio, 2008.</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="1969">
<li>MELOGRANI, <em>Storia politica della grande guerra</em>, Bari, Laterza, 1969.</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="1987">
<li>PETRIGNANI, <em>Neutralità e alleanza. Le scelte di politica estera dell’Italia dopo l’Unità</em>, Bologna, Il Mulino, 1987.</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="1962">
<li>PIERI, <em>Storia Militare del Risorgimento</em>, Torino, Einaudi, 1962.</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<ol>
<li>RENOUVIN, <em>La première guerre mondiale</em>, Presses Universitaires de France, 1993, traduz. M. G. Saulini.</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="1979">
<li>ROMANELLI, <em>l’Italia liberale (1861-1900)</em>, Bologna, Il Mulino, 1979.</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="1987">
<li>ROMEO, <em>Il giudizio storico sul Risorgimento</em>, II edizione, Catania, 1987.</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="2001">
<li>SALIMBENI, <em>Storia, linguistica e politica nell’Adriatico orientale dalla fine dell’800 al 1954</em>, in Storia del ‘900 nell’area dell’Adriatico orientale, Trieste, 2001.</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="1996">
<li>SCHETTINI, <em>Nascita di una nazione</em>, Roma, Newton Compton, 1996.</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="1973">
<li>A. THAYLER, <em>L’Italia e la Grande Guerra. Politica e cultura dal 1870 al 1915</em>, Firenze, Vallecchi, 1973.</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="1995">
<li>TOMASSINI, <em>L’Italia nella grande guerra</em>, Milano, Fenice 2000, 1995.</li>
</ol>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Francesco Giannubilo" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2021/01/francesco-giannubilo-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/francesco-giannubilo/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Francesco Giannubilo</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Francesco Giannubilo, laurea Scienze Politiche ed ex dirigente della P.A., si occupa di studi storico-politici dell’età contemporanea. Pubblicista su testate provinciali e su “l’Opinione delle Libertà” nazionale, dopo la ricerca “Aspetti della politica italiana 1920-1940” (2013), il saggio “DALLA DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA ALLA DEMOCRAZIA LIQUIDA (O LIQUEFATTA?)” (2015).</p>
<p>Ha pubblicato: “L’ITALIA CHE (NON) CAMBIA (2010), assieme di considerazioni etico &#8211; politiche sull’impossibilità del riformismo in Italia; “1848-1870 IL RISORGIMENTO INCOMPIUTO” (2011), una riflessione sullo sviluppo storico in Italia in termini di continuità con il processo risorgimentale; “1939-1940 IL MONDO CATTOLICO ALLA SUA SVOLTA?” (2012), un profilo critico sugli atteggiamenti del mondo cattolico dagli inizi del Novecento fino all’entrata in guerra dell’Italia.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/litalia-in-guerraaspetti-causali-e-risvolti-mitici/">L’Italia in guerra:aspetti causali e risvolti mitici</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>“Pianeta monarchia” Analisi e prospettive per il terzo millennio</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/pianeta-monarchia-analisi-e-prospettive-per-il-terzo-millennio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Giannubilo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Nov 2023 21:23:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[francesco giannubilo]]></category>
		<category><![CDATA[luca lombardi]]></category>
		<category><![CDATA[monarchia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.einaudiblog.it/?p=3549</guid>

					<description><![CDATA[<p>L’eminente studioso di storia e letteratura, Professor Luca Lombardi, collaboratore di diverse università europee, ricercatore numismatico e responsabile della casa editrice “Biblionumis Edizioni”, nonché Ispettore per la Puglia e Delegato per la provincia di Bari dell’Istituto per la GUARDIA D’ONORE ALLE REALI TOMBE DEL PANTHEON, ha pubblicato, in aggiunta ai suoi sette volumi e ai [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/pianeta-monarchia-analisi-e-prospettive-per-il-terzo-millennio/">“Pianeta monarchia” Analisi e prospettive per il terzo millennio</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>L’eminente studioso di storia e letteratura, Professor<strong> Luca Lombardi</strong>, collaboratore di diverse università europee, ricercatore numismatico e responsabile della casa editrice “Biblionumis Edizioni”, nonché Ispettore per la Puglia e Delegato per la provincia di Bari dell’Istituto per la GUARDIA D’ONORE ALLE REALI TOMBE DEL PANTHEON, ha pubblicato, in aggiunta ai suoi sette volumi e ai numerosissimi contributi su riviste scientifiche nazionali e internazionali, il suo ultimo libro “<strong>RIFLESSIONI SULLA MONARCHIA</strong>”, Edizioni INGORT Ispettorato Puglia &#8211; Delegazione Bari, 2023. Trattasi di un assieme di elevate considerazioni sui <strong>fondamenti del pensiero monarchico</strong>, onde promuovere a tutto campo una nuova e più accurata riflessione, scevra da pregiudizi ideologici, sull’istituto monarchico e sul suo possibile reinserimento &#8211; sostanziantesi questo in una robusta ispirazione etica e in una più matura consapevolezza di ulteriori proficui sbocchi di decongestionamento politico/ideologico &#8211; nel quadro socio-politico in atto, da iscrivere in un incupito clima da “guerra civile” e caratterizzato da un colossale difetto di coscienza politica.</p>
<p>Il Professore, con rilevante acume e in modo originale nell’attuale dibattito politico, introduce subito due piani esegetici, fondati l’uno su una visione puramente istituzionale della teoria monarchica, l’altro su una sua proiezione dottrinaria a carattere generale dello Stato, dato che la prima, priva della sua dimensione teoretica correlata ad una concezione più specifica dell’essere umano e della società, si rivelerebbe di per sé insufficiente, non rilevandone caratteri morali più elevati,  a legittimare <em>pleno titulo</em>, l’istituto monarchico.</p>
<p>In tal modo, implicitamente l’insigne Autore confuta la tesi, sostenuta dalla scienza giuridica, circa la scarsa portata oggigiorno della distinzione tra <em>Monarchia </em>e <em>Repubblica</em>, avuto riguardo ai reali meccanismi di governo, nell’ambito della forma di Stato di Democrazia classica occidentale: ciò in quanto, le reali funzioni deliberative sono passate dal Re ai suoi ministri, che risultano politicamente responsabili solo verso il Parlamento, talché il Sovrano stesso avrebbe assunto la figura di un semplice consigliere ereditario dei suoi ministri, così come avviene nella forma di governo costituzionale parlamentare repubblicano.</p>
<p>Insomma, un <em>todos caballeros</em> &#8211; ciò può avere, semmai, una sua validità soltanto per il versante giuridico/ istituzionale, che assolve <em>sic et simpliciter </em>da ogni peccato le formule governative e i reali meccanismi di funzionamento del governo repubblicano parlamentare &#8211; che ”omogeneizza”, ancorché  su un piano esclusivamente tecnicistico, due distinte formule di governo della società mediante la semplice affermazione della <strong>neutralità di un re</strong> nel contenzioso politico, rappresentando egli un unico punto di riferimento per tutti i cittadini. Decisamente troppo poco! E sì che, in siffatta prospettiva esclusivamente istituzionale, ogni tentativo di distinzione si rivelerebbe del tutto inidoneo a cogliere gli aspetti più salienti della questione.</p>
<p>L’illustre Professore, invece, scompaginando luoghi comuni, dati per acclarati nell’ambito di una <em>vulgata</em>, approssimativa ed estremamente semplicistica, quando non proprio poggiante su elementi di perfetta malafede &#8211; il che non è del tutto nuovo nel campo storiografico e politico di questa grigia Repubblica, con tutti i suoi artefatti rituali, in quanto non poggianti su un’idea solida di nazione e di unità nazionale -, ci prospetta una visione, un “<em>present e un future by vision</em>”, di ben più alta levatura morale, quasiché una dimensione epistemologica dell’istituto monarchico: dunque, non già una sterile fascinazione epicedica, bensì le coordinate di un diagramma esegetico di primordine, una rappresentazione gnoseologia in quanto conoscenza volta alla ricerca della sua stessa verità, una “escatologia” collegata al destino del singolo individuo come entità concreta perfettamente integrata nel processo storico, nel suo “<em>continuum</em>” che in <em>re ipsa</em> ingloba una tradizione, in termini di onnicomprensività di valori imprescindibili legati al nucleo primario della società &#8211; la <strong>famiglia</strong> &#8211; e alla sua allocazione in un ambito sacrale, la <strong>Patria</strong>.</p>
<p>L’Autore sistematizza, quindi, le sue riflessioni in argomento, dando loro una forma organica che si traduce in una visione concreta dell’essere umano, soggetto a patologiche aggressioni miranti al disfacimento della sua essenza vera, collegata indissolubilmente alla cellula naturale della società, appunto l’istituto familiare: la sua “messa in liquidazione” è iniziata alla fine degli anni Sessanta, proseguendo senza sosta sul piano inclinato della sua disgregazione totale, unitamente ad altri fattori “tossici”, quali il vistoso calo demografico, le sconsiderate politiche immigratorie terzo/quarto-mondiste in atto, con la conseguente perdita di sicurezza, l’abolizione di ogni identità nazionale. La <strong>nazione</strong>, la stessa idea di nazione, è morta nel cuore di una società “liquefatta”, o in via di decisiva “liquefazione”, in uno al suo completo disfacimento valoriale.</p>
<p>Pertanto, solo partendo da un recupero della interiorità dell’uomo, animato da sempre da aspettazioni escatologiche, ciò che può realizzarsi solo in virtù di un umanesimo alto definitivamente alleato dei valori etici cristiani, egli può scoprire, pur nella sua miseria mondana, la sua vera grandezza nella misura in cui sente operare dentro di sé una forza eterna e immortale. Solo da tutto ciò potrà discendere la riconquista della sua <strong>libertà interiore</strong>, in uno a quella più prettamente terrena come acquisizione dei <strong>valori del</strong> <strong>liberalesimo</strong>, derivandone poi anche una rivalutazione delle istituzioni sociali e naturali, <em>in primis </em>la famiglia. Non diceva forse il Croce “Il liberalesimo ha abbattuto gli steccati dell’oppressione: <strong>la libertà ha di per sé l’Eterno</strong>”?</p>
<p>La libertà &#8211; <em>lato sensu </em>&#8211; del Croce, analogamente a quella concettualizzata dal professor Lombardi, diviene un paradigma dotato di una sua intima “religiosità”, la crociana <strong>Religione della Libertà</strong>, che però, a seguito della dissociazione dalla storia reale, così come enunciata nella sua “religiosa” opera “<em>Storia d’Europa del secolo decimonono</em>”, diventava sempre più una fede metastorica: si era così consumata, a onta della barbarie totalitaria in cui era precipitata l’Europa, la teofania per cui la storia altro non è che l’attuarsi dell’Assoluto!</p>
<p>E’ qui che il professore, in base ad un “principio di realtà”, in special modo in una società complessa e multiforme come quella attuale, fuoriesce dall’iperuranio dei “principi” per calarsi nel momento arazionale che si pone dietro il confronto dei valori alti della politica &#8211; che trova fondatamente la sua premessa nello spirito etico, divenendo altresì un suo strumento attuativo dotato di una sua moralità &#8211; ponendo al vertice della società, rinnovata e riportata ai veri valori umani, un’Autorità Governante, né dionisiaca né delirante e liberata da veleni ideologici, che possa degnamente rappresentare l’unità. Ma non una gestione di partiti &#8211; afferma &#8211; ma un governo che sia indissolubilmente legato alla Patria. Cosicché, proprio in siffatta prospettiva troverebbe la sua vera ragion d’essere la <strong>Monarchia</strong>, assolutamente in grado di trovare una sua vigoria in una effettività sociale, tuttora ammorbata dalla “<strong>mitologia dell’eguaglianza</strong>” &#8211; indiscriminatamente del tutto a tutti &#8211; come “frutto avvelenato” di una noumenica Sinistra, ben lontana dai valori liberali e imprigionata in un irenismo d’accatto, oggi più che mai affetta da una “bustrofedica” dissociazione cognitiva e ancora racchiusa in una macabra identità irrisolta: da ultimo, pur a fronte di recentissime atrocità commesse in nome di una brutale ideologia politico/religiosa, continua imperterritamente a serbare le sue consuete ambiguità dottrinarie e socio/politiche.</p>
<p>Cosicché, proseguendo in siffatta scia d’indagine basata sul “principio di realtà”, l’Autore pone, in buona sostanza, l’interrogativo in ordine alle modalità di rivendicazione dell’esercizio del potere sulla base di un’autorità legittimamente riconosciuta &#8211; ciò che i liberali interpretano in maniera problematica appunto in ordine al rapporto tra istituzioni e società &#8211; soprattutto in una visione omogenea, organica dello Stato, massima espressione di “autorità” di una comunità nazionale, al cui vertice non può collocarsi se non un soggetto che non sia una diasporica estrinsecazione partitica o di particolari gruppi d’interesse e che, soprattutto, non incentri la legittimità del suo potere su consultazioni elettorali. Comunque, ancorché possa godere di una maggioranza più o meno ampia, rimarrà sempre uomo di parte, cosicché viene a perpetuarsi quell’instabilità di rapporti tra liberalismo e democrazia, che, soprattutto con l’espandersi dei compiti dello Stato moderno, appaiono sempre più precari e corruttibili in virtù dei meccanismi elettivi e di maggioranze.</p>
<p>Non v’è chi non veda, dunque, come inevitabilmente una grossa “voglia di topo” &#8211; la faccia nascosta della Repubblica &#8211; macchi la guancia sinistra della Democrazia rappresentativa, vale a dire quella basata sul governo della maggioranza pur nel rispetto dei diritti della minoranza, poiché, pur ammettendo il suo esercizio in un ortoprassico sistema di <em>governance </em>complessiva, essa è sempre suscettibile di una rousseauiana degenerazione in “<strong>democrazia totalitaria</strong>”, un <em>monstrum </em>comunitaristico che si traduce in una tirannia del “<em>tutti noi</em>”, una cianotica pseudomorfosi della rappresentanza democratica: infatti, quella rousseauiana era e rimane solo una nuova religione civile, una visione escatologica della democrazia &#8211; così come appunto  elaborata nel <em>Contratto Sociale</em> &#8211; consistente in un ideale mistico della società.</p>
<p>Solo un Re ereditario, ci dice il Professore, basando il suo potere sul consenso immediato e naturale del suo popolo, può avere quella autorità morale per conferire allo Stato una forza che, in un sistema elettivo, il “custode” temporaneo e intercambiabile al vertice della potestà statuale non potrà mai avere. Perdipiù, in linea più generale, tutti i “custodi” democratici temporanei e intercambiabili (presidenti, primi ministri, membri del parlamento) non sono proprietari del Paese, ma finché sono in carica è permesso loro di farne uso eventualmente anche a proprio vantaggio. Essi posseggono il suo attuale “valore d’uso”, ma non il suo valore di capitale, talché è sempre possibile lo “sfruttamento”, anzi lo rende più miope e sconsiderato, cioè perseguito senza alcun riguardo per il valore del capitale di un Paese. Per converso, il “proprietario” di un monopolio ereditario, dovendolo trasmettere in eredità ai figli, si curerà necessariamente di evitare che le sue azioni possano ripercuotersi negativamente sul valore del capitale di tale monopolio: in conseguenza, come proprietario del “suo” territorio, il Re sarà al confronto più lungimirante e recherà in sé l’imparzialità.</p>
<p>Né, peraltro, nella forma di Governo repubblicano costituzionale puro &#8211; la Repubblica presidenziale &#8211; le discrasie innanzi evidenziate per quella parlamentare sono suscettibili di rimozione, in quanto il capo dello Stato, in tale fattispecie anche capo dell’Esecutivo, è pur sempre un’espressione partitica: il difetto è, per così dire, sistematico (tipologia degli errori sistematici) e risiede proprio nella temporaneità e intercambiabilità dell’organo <em>de quo</em>, ciò che costituisce la quintessenza della forma di governo repubblicano.</p>
<p>Di certo, alla intercambiabilità della massima carica dello Stato nella Repubblica, si connette inevitabilmente, nel momento della successione, un’incertezza politica, che potrebbe anche generare una pericolosa frattura politica e/o una impasse istituzionale tale da paralizzare, in tutto o in parte, un’efficace azione di <em>governance</em> complessiva, intendendo per tale la globale attività combinata governo-parlamento, in special modo in quei Paesi, appunto come l’Italia, poco coesi ideologicamente e politicamente.</p>
<p>L’istituzione monarchica eviterebbe, invece, tutto ciò, in quanto custode dell’<strong>unità</strong> e <strong>unicità</strong> dell’autorità dello Stato al di là e al di sopra dei mutamenti di governo e di indirizzo politico, così come nel regime aveva rappresentato la continuità storica, rimanendo la <strong>garante della nazione</strong> oltre qualsiasi abito ideologico, incluso quello fascista; infatti, la vocazione dei Savoia nel processo organico di sviluppo della nazione era senza alcun dubbio un <strong>dato strutturale</strong>, cosicché alla Monarchia sabauda era da ascrivere un’<strong>attitudine indiscutibilmente liberale</strong>: anzi, dovremmo riflettere tutti sul suo ruolo in un possibile processo coesivo nazionale. Insomma, avrebbe potuto essa, ove fosse rimasta al timone istituzionale del Paese, evitare lo sfaldamento dello Stato in quanto titolare della esclusività e dell’omogeneità dell’autorità statale, così come era del resto avvenuto negli anni del regime, come <strong>garante della nazione</strong>? In altri termini, avrebbe potuto costituire un argine ai processi di ideologizzazione e di frammentazione partitica di una lacerata, plumbea Repubblica &#8211; una Repubblica che affonda le sue radici su qualcosa di estremamente divisivo dopo un referendum istituzionale svoltosi soprattutto sotto la minaccia dei “mitra lombardi”, ma data come frutto “superbo” dell’”epopea” resistenziale &#8211; nata con delle <strong>tare ereditarie</strong> che le sfigurano le sembianze, in quanto fondatasi su un compromesso negativo, basato su equivoci e contraddizioni profonde? E’ certamente lecito dubitarne, ma <strong>non è legittimo</strong> <strong>non chiederselo nemmeno</strong>! Ma in questa Italia distratta e qualsiasi sono solo pochissimi &#8211; e tra questi certamente il Professore &#8211; a porsi siffatto interrogativo.</p>
<p>L’Autore prosegue nella trattazione incentrando la sua analisi su aspetti salienti, cosicché si sofferma sulla enunciazione di un innato concetto etico che sorregge il consenso &#8211; in termini di fedeltà, di onore e di devozione &#8211; verso il monarca; il giuramento alla Repubblica, invece, non fondandosi su siffatte spontanee idealità, si trasforma in una vuota formalità “<em>priva di sacralità e disumanizzata</em>”.</p>
<p>La Monarchia acquista, dunque, un senso compiuto, quasiché escatologico, in quanto si pone agli antipodi dell’individualismo sfrenato e del dilagante libertarismo, una realtà complessiva in cui tutto è relativizzato e funzionalizzato al sociale, una mitridatizzata società, condannata in tal modo a collassare &#8211; in un sistema economicamente instabile di moderno Stato sociale &#8211; sotto il peso del suo stesso parassitismo. Un “dio” fallito, dunque, un totem destinato a sfaldarsi: sono arrivati, come padroni, i <strong>nuovi Hyksos</strong>!</p>
<p>In siffatto contesto di disvalori, pertanto, la Monarchia autolegittima la sua autorità e la sua azione in vista dell’instaurazione, o meglio del recupero di valori umani &#8211; sempre più vituperati, disprezzati, calpestati, derisi e disumanizzati &#8211; in una parola <strong>liberali</strong> nel senso pieno del termine, così come affermatisi dalla “Rivoluzione atlantica” e affinati, in Italia, fino alla caduta della dell’istituto monarchico: da qui è scaturito progressivamente un “<strong><em>non-white-world</em></strong>”, una cupa istituzione repubblicana con tutti i suoi <strong>rituali di</strong> <strong>cartapesta,</strong> con la sua <strong>democrazia </strong>“<strong>liquida</strong>” su cui è scesa un’”ombra lunatica”, fondatasi su una sulfurea mitologia costituzionale come mera, quanto sterile affermazione di diritti,  a cui si sono aggiunti, in un “<em>politically correct</em>” oscillante tra la mistificazione e il ridicolo, altri nuovi e assai discutibili &#8211; dalle scellerate politiche immigratorie, con tutto il suo cinico corteo di falsa accoglienza, ad un certo tipo di maternità “ globalizzata”, dalla fluidità di genere al fondamentalismo ambientale e alla rivoluzione alimentare, e così via &#8211; in un popolo malato veleggiante disinvoltamente su una nave, seduto in coperta a guardare i gabbiani mentre nella stiva sta trasportando il <strong>cadavere della nazione</strong>. Dunque, è l’<strong>idolatria dei diritti umani</strong> di una democrazia pervertita e invertita, un <strong>impiastro democratico</strong> in un intreccio grottesco tra tragedia e farsa di un Paese in cui non c’è più posto per l’Arca Santa degli indeclinabili <strong>valori liberali</strong> e <strong>nazionali</strong> e men che mai c’è posto per gli eroi e per tutti i caduti, diventati solo <strong>stracci senza memoria ingoiati dall’oblio</strong>!</p>
<p>E’ la società di un <strong>Paese triste</strong>, designata al fato di una cattiva morte, non percorsa neppure da un brividio di presentimento, che avanza verso il suo destino a passo di danza!</p>
<p>Le ulteriori considerazioni del Professore si sviluppano su vari versanti: da quella istituzionale, in cui nette in risalto un indissolubile <em>trait-d’union </em>Stato-famiglie, alla salvaguardia delle individualità insita nell’istituto monarchico, dalla sua propensione a proiettare l’animo umano nella ricerca dell’Eternità alla rispondenza della Monarchia  alle leggi di Dio, dalla “vocazione” fondativa dello Stato italiano da parte dei Savoia al ruolo svolto dalla Monarchia a partire dal Risorgimento fino al suo tragico epilogo.</p>
<p>Un <em>excursus</em>, dunque, a tutto campo, un’incommensurabile, intelligente <strong>lavoro di analisi</strong> teso ad evidenziare l’intima connessione dell’istituto monarchico con l’identità italiana nonché ad offrire una prospettiva per il futuro che poggi i suoi pilastri sul pensiero monarchico, così come “promette” il sottotitolo di questo scritto.</p>
<p>Di certo, l’esimio Professor Lombardi, nella sua multiforme, versatile attività intellettuale al più alto livello di pensiero politico-filosofico, ha avuto grande coraggio nell’affrontare un tema così pregnante, anche per gli scenari futuri, in un clima generale di sostanziale avversione per l’istituto monarchico, basata su luoghi comuni e affermazioni diffamatorie da parte di una pubblicistica demagogica, cinica, settaria e menzognera.</p>
<p>Un “viaggio nel deserto” quello del Professore, una mera utopia rifondativa? Certamente no! Da inguaribili idealisti, non vorremmo contemplare un giorno, con mortificata pietà, questa Italia, “<em>che, percorsa dal riflesso abbagliante del sole nelle nuvole bianche, apparirà avvolta in un livido candore di gesso</em>”!</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Francesco Giannubilo" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2021/01/francesco-giannubilo-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/francesco-giannubilo/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Francesco Giannubilo</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Francesco Giannubilo, laurea Scienze Politiche ed ex dirigente della P.A., si occupa di studi storico-politici dell’età contemporanea. Pubblicista su testate provinciali e su “l’Opinione delle Libertà” nazionale, dopo la ricerca “Aspetti della politica italiana 1920-1940” (2013), il saggio “DALLA DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA ALLA DEMOCRAZIA LIQUIDA (O LIQUEFATTA?)” (2015).</p>
<p>Ha pubblicato: “L’ITALIA CHE (NON) CAMBIA (2010), assieme di considerazioni etico &#8211; politiche sull’impossibilità del riformismo in Italia; “1848-1870 IL RISORGIMENTO INCOMPIUTO” (2011), una riflessione sullo sviluppo storico in Italia in termini di continuità con il processo risorgimentale; “1939-1940 IL MONDO CATTOLICO ALLA SUA SVOLTA?” (2012), un profilo critico sugli atteggiamenti del mondo cattolico dagli inizi del Novecento fino all’entrata in guerra dell’Italia.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/pianeta-monarchia-analisi-e-prospettive-per-il-terzo-millennio/">“Pianeta monarchia” Analisi e prospettive per il terzo millennio</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Teologia della Liberazione e mitologia resistenziale</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/teologia-della-liberazione-e-mitologia-resistenziale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Giannubilo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Jun 2023 13:24:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[francesco]]></category>
		<category><![CDATA[liberazione]]></category>
		<category><![CDATA[teologia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.einaudiblog.it/?p=3503</guid>

					<description><![CDATA[<p>Il prisma deformato dell’assetto repubblicano-costituzionale   Tentare ricostruzioni storiografiche su quadranti storici affatto diversi sotto il profilo spaziale e/o temporale al fine di poterne cogliere aspetti di similitudine concettuale o ideologica, è sì operazione assai ardua, che però potrebbe anche condurre a prospettazioni storicamente attendibili, fors’anche del tutto insospettate e &#8211; perché no? &#8211; dotate [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/teologia-della-liberazione-e-mitologia-resistenziale/">Teologia della Liberazione e mitologia resistenziale</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Il prisma deformato dell’assetto repubblicano-costituzionale</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Tentare ricostruzioni storiografiche su quadranti storici affatto diversi sotto il profilo spaziale e/o temporale al fine di poterne cogliere aspetti di similitudine concettuale o ideologica, è sì operazione assai ardua, che però potrebbe anche condurre a prospettazioni storicamente attendibili, fors’anche del tutto insospettate e &#8211; perché no? &#8211; dotate pure di certa suggestività ermeneutica e indagativa. Dunque, non gratuite concettualizzazioni storiografiche o paradigmatici processi esegetici bensì la ricerca di più convincenti ragioni interpretative nell’ambito di una tensione storiografica che, esplorando a fondo &#8211; senza riverenziali “timori ideologici” o ossequiose genuflessioni al <em>politically correct</em> in auge in un determinato momento storico, e tale potrebbe essere, come vedremo, la deferenza nei confronti dell’assetto costituzionale in atto &#8211; alcuni accadimenti storici, possa gettare piena luce su sommovimenti e su aspetti psicologici e fattuali caratterizzanti, almeno per quanto riguarda il nostro Paese, la oramai mitridatizzata comunità statuale contemporanea.</p>
<p>Senza addentrarci troppo nella questione, il che esulerebbe dallo scopo di questo lavoro, la Teologia della Liberazione, peculiare dell’America Latina negli anni Sessanta, prese avvio dalle formulazioni di Paul Gauthier, teologo del cardinale Pierre Gerlier, arcivescovo di Lione e primate di Francia, il quale, imitando l’analisi marxista, voleva ridurre il Vangelo a uno strumento di emancipazione e rivendicazione sociale, enunciazioni che sfociarono poi nel documento redatto da Helder Camara, vescovo di Recife, incentrato sul sostegno della Chiesa alla promozione della giustizia sociale; ciò infine si tradusse, nel 1968, nella vera e propria <strong>Teologia della Liberazione</strong>, considerata <strong>in senso integrale</strong>, ossia anche temporale, come frutto della Redenzione operata da Cristo. Dal 1971 al 1976 videro la luce vari lavori &#8211; da “Teologia de la Liberatiòn” di Gustavo Gutierrez a “Teologia della Liberazione” di Hugo Assmann, da “Gesù Cristo liberatore” di Leonardo Boff a “Cristologia dell’America Latina” di Jon Sobrino &#8211; che avevano tutti in comune alcune tesi di fondo. Il canone architettonico era quello del mistero della povertà, il principio ermeneutico era costituito dall’analisi socio-economica di stampo marxista, il criterio di verità era l’ortoprassia, ossia la correttezza del modo per produrre la liberazione dell’oppresso. La fede, dunque, acquistava una prevalente valenza politica, cosicché la Redenzione veniva estesa anche alle realtà temporali e Cristo diventava <em>de facto </em>un Redentore anche sociale. Siffatto contesto religioso/ideologico implicava che la Chiesa dovesse occuparsi più che della salvezza dell’anima soprattutto della liberazione totale dell’uomo e il mezzo per realizzare la liberazione altro non poteva essere che la lotta di classe e in genere l’abbattimento dell’ordine esistente. Un <strong>integralismo utopistico</strong>, quindi, da cui poteva germogliare ogni tipo di violenza: lo stesso drammatico esito del marxismo, qui trasposto in chiave religiosa.</p>
<p>Per fortuna che in quel periodo ci sia stato un Papa polacco, Giovanni Paolo II, del tutto immune dal contagio della Teologia della Liberazione &#8211; che aveva infettato quasi tutti i prelati dell’America Latina &#8211; e che il primo teologo della curia giovanpaolina fosse Joseph Ratzinger, un vero esponente del riformismo teologico conciliare e non certo un pensatore prezzolato, il quale, ravvisando l’inconciliabilità tra materialismo dialettico e trascendenza cristiana, pervenne alla demistificazione dell’ingenua convinzione che il Cattolicesimo potesse liberare il socialismo dagli elementi marxisti.</p>
<p>Valga, a titolo conclusivo, la considerazione che Papa Bergoglio, formatosi nel ramo ortodosso della Teologia della Liberazione, nella fattispecie della <strong>Teologia del Popolo</strong>, con la sua anima politica d’impronta peronista, si è sì adoperato per depurare la Chiesa dal “riduzionismo socialista”, ma ha finito comunque per rivalutare uomini e temi della Teologia della Liberazione ritenendoli solo politicamente depotenziati. Ereditando da siffatta Teologia quantomeno il pauperismo, trovano spiegazione certe sue tendenze terzo/quartomondiste in tema di immigrazione o altri orientamenti in campi ben lontani dall’impegno sociale della Chiesa, non accorgendosi del fatto che questi filoni di pensiero, che fanno capo alla sinistra mondialista, non servono affatto a liberare i poveri.</p>
<p>Non è casuale né artificioso il richiamo sopra delineato alla Teologia della Liberazione e alle sue virulente prospettazioni, in quanto è proprio sul terreno avvelenato di utopie cha hanno in sé, per comunanza, l’una l’integralismo religioso, l’altra il fanatismo politico-ideologico, che si è radicata e continua a produrre i suoi frutti venefici la <strong>mitologia antifascista e resistenziale</strong> del nostro Paese.</p>
<p>V’è infatti che “<strong>l’esproprio proletario</strong>” del mito resistenziale e dei suoi valori &#8211; operato da una, ora più che mai, rancorosa Sinistra, affetta da un sovraccarico depressivo e da una paranoide dissociazione cognitiva &#8211; come saga  funzionante da scudo protettivo di questa Repubblica e che poggia unicamente sulla virtù dell’antifascismo il fondamento identitario del nostro Paese, viene da questa Sinistra difeso “a spada tratta” di fronte al pericolo di una sua possibile attenuazione nell’orbita di un revisionismo storiografico “perverso”, il cui fine ultimo sarebbe sia quello di attenuare la portata “malsana” del Ventennio che quello di accomunare tutti i combattenti della “guerra civile italiana” &#8211; e, nello stesso  ambito della Resistenza, anche quelli non facenti parte delle schiere della sinistra, visti come “intrusi” &#8211; in un unico armonioso <em>embrasson-nous</em>. Tutto ciò porterebbe ad una umbratile ricostruzione storica in cui verrebbe automaticamente disconosciuta la superiorità morale della Resistenza e di coloro che vi hanno combattuto se inquadrati nelle file dei “rossi” e affini, escludendo i silenziosi resistenti senza connotati politici o con connotazioni diverse, così come dimostra il caso di Edgardo Sogno. Infatti, mentre Pizzoni, Parri e Pajetta incarnavano le anime politiche della Resistenza, Sogno rappresentava la Resistenza come tale. E’ noto, per inciso, che il conte Edgardo Sogno Rata del Vallino di Ponzone venne fatto arrestare, negli anni Settanta, dal giudice istruttore di Torino, Luciano Violante, contestandogli addirittura di aver organizzato un colpo di Stato in correità con i repubblichini, proprio quelli che Sogno aveva combattuto aspramente. Verso la fine degli anni Settanta, Edgardo Sogno verrà definitivamente assolto con formula piena perché “il fatto non sussiste”. Peraltro, il liberale Sogno, riferendosi ai comunisti, per i quali esprimeva comunque umana solidarietà come resistenti, scriveva in <em>Guerra senza bandiera</em>: “<em>Ma era una solidarietà</em> <em>che non poteva cancellare la mia avversione per ogni certezza ideologica, per ogni fede o altre simili paralisi del cervello. Restava l’insofferenza per l’apparato, per la setta, per quel che di kafkiano e minaccioso c’è nell’ombra del Partito, per la diffidenza, l’astuzia e la duplicità, per certe angosciose e degradanti analogie con altre esperienze totalitarie</em>.”</p>
<p>Sono parole che, in larga parte, potrebbero ben attagliarsi alla spettrale realtà odierna, caratterizzata da un preconcetto ostracismo ideologico ed un inappellabile giudizio <em>tranchant </em>nei confronti della Autorità governante in atto in virtù di un solipsismo autoreferenziale e una autorappresentazione esclusiva, una sorta di <em>ius exludendi omnes</em> <em>alios </em>quanto alla figurazione del mito resistenziale, da difendere ad ogni costo contro ogni tentativo &#8211; operato, ad avviso della Sinistra, da forze reazionarie e fascistoidi &#8211; di storicizzazione dell’antifascismo e della Resistenza consegnandola definitivamente alla storia assieme all’epopea risorgimentale o a Vittorio Veneto; ciò impedirebbe, infatti, lo sperticato uso politico dell’avvenimento come “cavallo di battaglia” , se non proprio come “cavallo di Troia” teso a scardinare il già fragile tessuto connettivo nazionale, con la sua definitiva consegna alla storia al fine di consentirne uno studio scevro da strumentalizzazione e ideologizzazione.</p>
<p>In realtà in questo Paese non si ravvisa alcun tentativo in atto da parte di qualsivoglia forza politica di disconoscere il valore della Resistenza né di equiparare <em>sic et simpliciter </em>le due opposte forze combattenti, ancorché la sua indubbia connotazione anche come <strong>guerra civile</strong> non la santifichi del tutto elevandola ad esclusivo mito fondante della nazione e unico piedistallo emotivo di massa.</p>
<p>Nonostante sia trascorso &#8211; abbastanza inutilmente quanto alla formazione di una vera coscienza nazionale &#8211; circa un ottantennio da quegli avvenimenti, non siamo affatto di fronte ad una ricerca di un’identità unitaria del nostro Paese, che, scavalcando odi e rancori, possa superare una volta per tutte il clima di lotta tra Guelfi e Ghibellini o tra la Repubblica di Genova e quella di Venezia, oppure tra interventisti e neutralisti al tempo del primo conflitto mondiale, tra fascisti e antifascisti, tra monarchici e repubblicani, tra “rossi” e “bianchi” e via dicendo. Ciò, peraltro, non vorrebbe dire che si debba avere necessariamente una memoria o una storia condivisa, ciò che non potrà mai rendersi possibile, ma varrebbe la pena almeno di tentare la ricostruzione di un “senso unitario” della diasporica storia d’Italia al fine di superare il deficit identitario della nostra storia nazionale.</p>
<p>Il fatto è però che la cultura ancora sostanzialmente gramsciana e illiberale della Sinistra nostrana &#8211; intrisa di un buonismo d’accatto teso idiotamente ad instaurare un “<em>politically correct</em>” che, ora più che mai, in nome di un vorticoso universalismo neo-illuministico finalizzato a delegittimare lo Stato nazionale, non ammette dissensi sulle scellerate politiche immigratorie a favore di incontrollabili orde di migranti, con tutto il suo cinico e ipocrita corteo di falsa accoglienza, o che si fa fautore di un certo tipo di maternità “globalizzata” o della fluidità di genere, ovvero del fondamentalismo ambientale o della rivoluzione alimentare e così via &#8211; non può accettare un simile principio, in quanto metterebbe decisamente in discussione la <strong>propria ricostruzione </strong>della Storia d’Italia.</p>
<p>Già, una ricostruzione storicistica, deterministica, la quale, anziché fondarsi sull’analisi degli avvenimenti cablata su paradigmi investigativi autocentrati sulla <em>consecutio temporum</em> secondo la concezione storiografica di impostazione liberale &#8211; da Benedetto Croce a Renzo De felice, da Rosario Romeo a F. A. Hayek ed altri &#8211; si risolve in schemi concettuali di tipo strutturalistico in chiave marxista e in prescrizioni comportamentali, dei categorici “dover essere”, o nella notazione del fallimento della classe dirigente, liberale-monarchica, fascista, democristiana. Cosicché, l’abbandono della <em>vulgata </em>azionista-gramsciana metterebbe in crisi il <strong>dogma </strong>che la Resistenza e l’antifascismo sono i veri e soli momenti identitari e basilari della nostra storia nazionale: la data fondante del nostro Stato è il 25 aprile del 1945 anziché il 17 marzo 1861 o il 20 settembre 1870!</p>
<p>Il possibile tradimento del mito antifascista e resistenziale, che funge soltanto da velo preservatore di questa Repubblica del Paese a più forte dose di socialismo reale di tutto l’Occidente, viene usato, dunque, come una clava ideologica e concettuale sia per tenere costantemente in allerta le così dette “forze democratiche” circa il mantenimento dello <em>status quo</em>, sia per lanciare, ora più che mai, accuse infamanti verso l’attuale compagine governativa, rea di attentare alla democrazia del Paese.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E’ appunto siffatto integralismo ideologico di una parte politica, attestata caparbiamente su una lunga “linea rossa” proveniente sin dalla “svolta di Salerno” del 1944 e attaccata psicoticamente alle sue <strong>insegne resistenziali-antifasciste</strong>, che continua a riverberare un alone sinistro su questa squinternata Repubblica affetta da una “malformazione congenita”, la quale, entrata <em>ab initio</em>, “da viva”, nella cripta dei cappuccini, si è inoltrata incautamente in un tunnel di cui non si vede la luce.</p>
<p>Già, un macroscopico difetto di nascita a seguito di un <strong>referendum istituzionale </strong>in cui le schede annullate furono oltre 1.500.000 e il cui responso fu proclamato con straordinaria fretta, che probabilmente avrebbe dato la maggioranza dei consensi all’istituto monarchico ove la sua preparazione si fosse potuta svolgere in condizioni imparziali di neutralità politica. Con la caduta dei Savoia era definitivamente tramontata anche un’attitudine indiscutibilmente liberale che durava da circa un secolo: iniziava così la vita di una grigia Repubblica, con tutti i suoi rituali di cartapesta non poggianti su una solida idea di unità nazionale bensì basati su una divisività proveniente da lontano e un avvelenato clima di latente guerra civile, grazie anche ai mitra dei partigiani lombardi.</p>
<p>Una “<strong>deformazione prismatica</strong>”, dunque, che ben si riflette sul suo impianto costituzionale, dato come frutto superbo della vittoria del popolo e dell’epopea resistenziale, di cui però porta anche le stimmate, delle vere e proprie <strong>tare ereditarie</strong>, in quanto nata come un compromesso. Ma non nel senso di un radicato accordo sull’<em>idem sentire de Republica</em>, ma un compromesso negativo dovuto a motivi contingenti, un compromesso basato su equivoci e contraddizioni tra partiti &#8211; quelli della così detta “esarchia” ciellenistica &#8211; i quali avevano scopi diversi rispetto alla stessa forma di Stato &#8211; di democrazia classica o socialista &#8211; ed erano tutti, ad eccezione del partito liberale, lontani o addirittura antitetici al liberalismo classico e al costituzionalismo improntato a siffatti principi. Qui, dunque, gli equivoci della nostra democrazia, solo apparentemente liberale, ma nata in realtà da una grave sconfitta del liberalismo storico e deturpata da “voglie di topo” che le sfigurano le sembianze.</p>
<p>Non è questa la sede, stanti le analisi già svolte, per sottoporre a lente d’ingrandimento i passaggi costituzionali più salienti, ad iniziare dalla retorica del lavoro per finire ai diritti individuali, per vari aspetti straordinariamente somiglianti alla coeva Costituzione dell’allora Unione Sovietica.</p>
<p>Si sa che criticare la Costituzione è come dir male di Manzoni o di Garibaldi, ma appiattirsi su una visione manichea a sua difesa &#8211; così come spesso accade anche da parti avverse alla Sinistra, allorquando la si definisca “la più bella o la più civile del mondo” o si parli del dovere di fedeltà di cui all’articolo 54 &#8211; vuol dire trasformare un mero strumento di propaganda di valori piuttosto che di garanzia di diritti in un oggetto para-religioso, da salotto buono della <em>nomenklatura </em>sinistroide.</p>
<p>Affermava Gaetano Salvemini sugli antefatti costituzionali: “<em>Da quelle scempiaggini</em> <em>sta per uscire la costituzione più scema che sia mai stata prodotta dai cretini di tutta la storia dell’umanità</em>”!</p>
<p>Forse quelle innanzi delineate sono riflessioni da “matto” tardo idealista “in libera uscita, ma valga a tal fine la citazione crociana “…<em> in un popolo ci vogliono i politici attuali e quelli non attuali, e se i primi sono giudicati savi e i secondi matti, ci vogliono i savi e i matti. E guai ai popoli che hanno solo i savi, perché spetta di solito ai matti porre e coltivare i germi della politica a venire</em>”.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Francesco Giannubilo" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2021/01/francesco-giannubilo-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/francesco-giannubilo/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Francesco Giannubilo</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Francesco Giannubilo, laurea Scienze Politiche ed ex dirigente della P.A., si occupa di studi storico-politici dell’età contemporanea. Pubblicista su testate provinciali e su “l’Opinione delle Libertà” nazionale, dopo la ricerca “Aspetti della politica italiana 1920-1940” (2013), il saggio “DALLA DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA ALLA DEMOCRAZIA LIQUIDA (O LIQUEFATTA?)” (2015).</p>
<p>Ha pubblicato: “L’ITALIA CHE (NON) CAMBIA (2010), assieme di considerazioni etico &#8211; politiche sull’impossibilità del riformismo in Italia; “1848-1870 IL RISORGIMENTO INCOMPIUTO” (2011), una riflessione sullo sviluppo storico in Italia in termini di continuità con il processo risorgimentale; “1939-1940 IL MONDO CATTOLICO ALLA SUA SVOLTA?” (2012), un profilo critico sugli atteggiamenti del mondo cattolico dagli inizi del Novecento fino all’entrata in guerra dell’Italia.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/teologia-della-liberazione-e-mitologia-resistenziale/">Teologia della Liberazione e mitologia resistenziale</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Ritorno al futuro passato</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/ritorno-al-futuro-passato/</link>
					<comments>https://www.einaudiblog.it/ritorno-al-futuro-passato/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Giannubilo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Mar 2023 18:00:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[comunismo]]></category>
		<category><![CDATA[francesco giannubilo]]></category>
		<category><![CDATA[palmiro togliatti]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.einaudiblog.it/?p=3444</guid>

					<description><![CDATA[<p>Da Togliatti alla Schlein: il loop tragico e grottesco dei comunisti in Italia &#160; Non è, né vuole essere un ossimoro quello contenuto del titolo. È semplicemente l’immagine di una aspettativa palingenetica coltivata nei primi decenni di questa Repubblica dall’allora Partito comunista, ma successivamente &#8211; irrimediabilmente condannata dalla Storia &#8211; del tutto abbandonata; ora, invece, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/ritorno-al-futuro-passato/">Ritorno al futuro passato</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>Da Togliatti alla Schlein: il loop tragico e grottesco dei comunisti in Italia</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Non è, né vuole essere un ossimoro quello contenuto del titolo. È semplicemente l’immagine di una aspettativa palingenetica coltivata nei primi decenni di questa Repubblica dall’allora Partito comunista, ma successivamente &#8211; irrimediabilmente condannata dalla Storia &#8211; del tutto abbandonata; ora, invece, sembra essere tornata drammaticamente in auge a guisa di spettro ricomparso dal profondo degli inferi. E tutto ciò per via di inaspettati elementi fattuali disfunzionalmente partoriti nell’ambito scomposto della sinistra postcomunista, paracomunista e comunista <em>tout court</em> in questo nostro incuboso Paese, in una visione, di cui si è fatta paladino il suo nuovo <em>conducator</em> Elly Schlein, quasi ché centrata sull’attesa di un nuovo evento catastrofico-palingenetico a seguito del quale sorgerà, sulle macerie di una vecchia società, una nuova comunità rigenerata e purificata soprattutto dalle perniciose idee della destra meloniana e affini, un nuovo regno di pace e giustizia.</p>
<p>Di certo, tale narrazione è un quadro volutamente caricaturale, eppure la crociata di questo inedito “Cavaliere nero”, intrisa di neo-profetismo, assume marcati caratteri escatologici, un’ambigua, agghiacciante prospettazione, una sorta di inaspettata esplosione chiliastica: un novello Lohengrin di wagneriana memoria, dunque, postosi alla guida di un processo anaciclotico, che intende riprendere l’iniziale sviluppo di quella fase politica, giunta ora all’ultimo stadio di deterioramento.</p>
<p>Insomma, una nuova fase di <em>politica escatologica</em>, il ritorno ad una mitologia idonea a convertire il sovraccarico depressivo della moltitudine criptocomunista odierna, racchiusa in una lugubre identità irrisolta &#8211; che ben si riflette in una penosa, schizofrenica dissociazione cognitiva a difesa di miti e simboli, rivisitati e adattati all’attualità &#8211; di una storia mai chiusa del tutto e incapace di uscire dalla prigionia di un’appartenenza sospesa, in cui il riformismo rimane solo una pura suggestione, una sorta di schermo utile a coprire una memoria essenzialmente di segno contrario.</p>
<p>Questo “totalmente altro”, improvvisamente materializzatosi come aspirazione suprema attraverso un processo di negazione e di inversione, ha finito comunque per vanificare del tutto il tentativo &#8211; ancorché esperito per lo più in modo ambiguo e contraddittorio &#8211; posto in essere in questi decenni dalla sinistra postcomunista, con una sofferta rielaborazione concettuale, di un riposizionamento non dottrinario rispetto ad obiettivi consoni ad una liberaldemocrazia, seppure in modo imperfetto.</p>
<p>In definitiva, questo “partito nuovo”, ora paranoicamente impegnato, per via del suo novello condottiero, in una lotta finale &#8211; l’<em>Armagheddon &#8211; </em>contro le “perverse potenze” del Male, rappresentate dall’odierna compagine governativa “filofascista, razzista e sessista”, continua ad occupare lo spazio &#8211; peraltro da sempre detenuto dal maggior partito comunista dell’Occidente &#8211; nel quale si collocano, negli altri Paesi europei, le grandi formazioni socialdemocratiche e riformiste.</p>
<p>Cosicché, se in Italia è abortito, a differenza di altre nazioni ideologicamente più coese, il passaggio cruciale tra liberalismo e liberaldemocrazia, allo stesso modo è fallito quello altrettanto risolutivo tra comunismo e socialdemocrazia, ciò che peraltro sarebbe stato determinante per traghettare il Paese verso lo sviluppo di una compiuta democrazia liberale. Ma così non è stato, e così non è.</p>
<p>Se è vero, dunque &#8211; così come è vero &#8211; che, secondo l’impostazione liberale, diversamente da quella deterministica di derivazione marxista, la Storia è un tunnel di cui non si vede la luce, è come essere stati improvvisamente risucchiati in fondo ad esso, senza più nemmeno quell’incerto chiarore che pur fiocamente si intravedeva in lontananza. L’aspettativa riposta, dunque, in una evoluzione, di certo irta di non indifferenti difficoltà, della sinistra nostrana verso forme di politica liberale come regolamentazione di conflitti è ora definitivamente tramontata per l’instaurarsi di colpo di una concezione politica <em>escatologica </em>come redenzione dai conflitti, in vista dell’annientamento degli agenti responsabili della <em>governance</em>, conservatrice e retrograda, in atto. Insomma ci troviamo di fronte ad una sorta di neo giacobinismo dotatosi di un programma sostanzialmente pantoclastico, che riprende trucemente temi che pensavamo essere stati definitivamente sepolti nella non esaltante storia di questa Repubblica, che ha “bruciato” la sua esistenza esclusivamente nella mitologia antifascista, resistenziale e antimonarchica, e che ora rischia il decisivo avvelenamento psicologico oltre che una vera e propria agonia esistenziale in un rinnovato clima da “guerra di liberazione”.</p>
<p>E i fantasmi del passato &#8211; un “Passato che mai passa”, come ebbi pure a scrivere in altra occasione &#8211; tornano come spettri, come le ombre del mito della Caverna di Platone, a oscurare questo Paese.</p>
<p>Si è così finalmente disvelata la vera fisionomia del comunismo italiano, impersonata nel Partito comunista che via via mutava il nome in Pds, Ds e Pd, una riproduzione metastatica ora riapprodata ad una risoluzione giacobina, settaria e di puro sciacallaggio politico nei confronti di un’Autorità governante legittimamente eletta e che sta concretamente attuando principi e metodi tipici della democrazia liberale, ancorché compito assai arduo in questa degradata Repubblica: il comunista di oggi, incarnato nel suo nuovo leader, che ha issato il vessillo della “liberazione degli oppressi”, contornato perlopiù ipocritamente da “scarafaggi” al suo servizio, non è che il giacobino del 1793!</p>
<p>Cosicché è tornata in gran rispolvero la strategia di lotta politica di togliattiana memoria, di quel Palmiro Togliatti “impresario” culturale della rivoluzione, a cui fu attribuito il soprannome de “Il Migliore”, ciò che assunse un significato ironico nel contesto della lunga fase stalinista della tradizione rivoluzionaria marxista-leninista in Italia, trasfusa ora in un “partito nuovo”, così come nelle intenzioni del suo “moderno Principe”, che, con la sua anima disperata e tragica, in un rinverdito clima da “guerra civile”, mostra di coltivare un folle disegno affatto destabilizzante degli assetti sociali e politico-istituzionali in atto. E’ dunque il ritorno in auge dello zoccolo più duro della subcultura comunista, che nulla ha che vedere con i valori dello Stato di diritto, della cultura e della tradizione liberaldemocratica: dunque, una sorta di rinnovato progetto leninista-marxista, non dissimile da quello veicolato da Gramsci nel pensiero di Togliatti, grazie al quale quest’ultimo riuscì ad essere il perfetto stalinista, e tale rimase fino alla fine. Un programma, proposto come “l’abbandono della disperazione”, che giunge al termine di una lugubre linea rossa che si dipana dalla “svolta di Salerno” del 1944 e che descrive tutto l’itinerario del Partito comunista italiano, con le sue strategie di lotta e di infiltrazione profonda nel mondo della cultura e della società, che ha finito per occupare tutto lo spazio che gli ha finora consentito l’indulgenza collettiva, avendone in sostanza metabolizzata l’aspirazione rivoluzionaria; di certo attenuatasi questa &#8211; ma senza con ciò pervenire a più coerenti modelli di sviluppo nei termini di una compiuta socialdemocrazia &#8211; dopo la caduta dell’Unione Sovietica nel 1991, allorquando Stalin fu presentato come un folle criminale e accusato di essere il peggior omicida di massa. Purtuttavia, ancorché l’icona suprema del marxismo giacesse ormai calpestata nella polvere, è continuata la ricerca di un’icona sostitutiva, una delirante aspirazione che &#8211; scartati i Mao, i Castro, ecc. &#8211; solo oggi sembra finalmente essersi avverata.</p>
<p>Ma tutto ciò, vale a dire il ritorno ad una polarizzazione ideologica, oscillante tra la mistificazione e il ridicolo, un nuovo <em>avatar </em>della concezione giacobina verso una imprescindibile rivoluzione purificatrice dall’esistente &#8211; uomini, istituzioni, idee e valori &#8211; inquadrato <em>sic et simpliciter </em>come “fascismo mascherato”, non significa l’abbandono della gramsciana “teoria dell’egemonia” come strategia ossidionale finalizzata alla costruzione di un Ordine Nuovo; talché l’attesa dell’elemento catastrofico-palingenetico si sposa con la strategia di lungo tempo dell’assedio all’<em>establishment </em>in atto, con una instancabile, logorante guerra psicologica e ideologica, condotta con estrema faziosità.</p>
<p>Un “Partito nuovo”, dunque, che, rigeneratosi come appassionato “tribuno della plebe” e che ricorre al terrorismo morale contro coloro che sono schierati a difesa dell’odierno “Stato fascista”, rimane improntato ad un gramscianesimo militante, a suo tempo promosso vigorosamente da Togliatti come essenza di massima espressione della tradizione marxista in Italia, con i suoi “intellettuali organici” &#8211; mondo della scuola, dell’informazione, del cinema, delle case editrici, e dei premi letterari &#8211; i quali, raggruppati in una sorta di fortezza ideologica, si presentano come i vessilli di un rinnovato proletariato controegemonico. Le componenti, quella gramsciana e quella zdanoviana, cardini dell’egemonica teoria culturale marxista-leninista, ben presenti nella mente di Togliatti, continuano ad avere una funzione di trasformazione della società borghese verso radiosi traguardi.</p>
<p>Avevo, invero, già paventato nel precedente scritto “L’ITALIA ALLA SUA SVOLTA?”, risalente a qualche giorno prima delle passate elezioni politiche, siffatto cupo scenario, per un rispolvero, da parte della sinistra nostrana, in piena “crisi di nervi”, di obsoleti schemi neofrontisti come nel secondo dopoguerra, scaricando addosso all’aggregazione di Centrodestra insensati odi e veleni, una vera e propria opera di sciacallaggio, tesa soltanto ad eccitare passioni ideologiche in un rinnovato clima di strisciante guerra civile, da “ultima crociata” contro “forze del male” in agguato.</p>
<p>E, come una “Cassandra” con lo sguardo rivolto al cavallo acheo che vide entrare dalle Porte Scee, era il mio un accorato auspicio per formare una Grande Destra, capace di porsi in modo vigoroso contro il rullo compressore dell’assassina <em>clacque</em> sinistroide. Ma il peggio è ancora di là da venire!</p>
<p>Già, non v’è chi non veda come la drammatica riscoperta, come in un incubo risalente da un fosco passato, di un “assassino” ideologico, un truce condottiero che ora capeggia, in un’ondata di pazzia collettiva, schiere idolatranti il drappo rosso, ha tutte le sembianze di una “prova d’orchestra” per lo <em>start</em> di una nuova stagione terroristica di brigate ultrasinistre, determinate a trasformare di nuovo questo Paese in un enorme mattatoio. Non dissimile dalla gramsciana pedagogia dell’intolleranza, risolventesi &#8211; così come ho dato cenno in un precedente scritto &#8211; nella teorizzazione di un presidio che fornisce “le armi necessarie e sufficienti per sopprimere gli avversari”, il tutto condito con insulti e offese volgari, feroci denigrazioni e calunnie, ridicolizzazioni e demonizzazioni, minacce di sterminio ed esaltazione della violenza rivoluzionaria. Ciò che poi, in prosieguo, unito ad altri fattori, ha rappresentato il terreno di coltura per la genesi della tragica stagione del terrorismo.</p>
<p>Non vi e dubbio infatti che, se il risveglio del marxismo-leninismo, traducentesi in un ampio fronte di dissenso identificato nella sinistra extraparlamentare, dopo la denuncia di Krusciov e l’invasione dell’Ungheria, si trascinò fino agli anni Sessanta e Settanta &#8211; trovando in Adriano Sofri, direttore del sovversivo giornale “Lotta Continua”, uno dei suoi personaggi principali &#8211; allo stesso modo oggi, l’affermazione di un sistema politico di Centrodestra riporta giovani studenti, adusi ormai ad un linguaggio giovanile sempre più demenziale, all’adesione infantile a ricordi anarco-sindacalisti. Ma il fatto grave è che questa sinistra sta subdolamente ponendo in atto il tentativo di trasformare i nostri studenti in agitatori rivoluzionari professionali per creare lo strumento umano occorrente ad una nuova rivoluzione sociale: se la tattica è quella leninista, l’ideologia è tornata ad essere maoista e cheguevariana allo stesso tempo. Purtroppo, recenti episodi, verificatisi nei licei e nelle Università, sono sintomatici di siffatta situazione di estrema pericolosità, sebbene questi studenti inneggino ad una società inesistente per mezzo di una ribellione cieca, che nasce da confusione mentale e che si svolge all’interno di un ambiente troppe volte affetto da una succube vigliaccheria.</p>
<p>Mi sembra assai consona alla situazione in atto ciò che la giornalista Gianna Preda ebbe a scrivere ne “il Borghese” nel ’68 in merito alle contestazioni studentesche allora in atto, osservando quelle “brave” ragazze: “<em>Spettinate, con grinte truci e rabbiose, dipinte come baldracchette di borgata, vestite in taluni casi con una sciatteria indecorosa, becere stimolatrici di giovanotti criniti e dall’occhio ebete….eccitate fino alla morbosità da quella loro avventura “barricadera”, sguaiate e nevrotiche, e con le facce impudenti e sbeffeggianti rivolte ai tutori dell’ordine</em>”.</p>
<p>Il nostro Paese sta dunque per affacciarsi nuovamente nel baratro degli anni Settanta, allorquando nacque a Milano quel gruppo rivoluzionario con il nome tristemente famoso di “Brigate Rosse”. In siffatto contesto, queste godettero delle coperture dell’allora Partito Comunista &#8211; così come avviene ora nei confronti degli odierni pidocchietti e fighetti rossi e loro compagne come innanzi dipinte &#8211; nonché del colpevole silenzio della stampa di sinistra, che, invece, enfatizzava le stragi e le trame riconducibili all’estremismo di destra, tant’è che per alcuni anni i brigatisti rossi furono definiti come “sedicenti” e “fantomatici” e le loro azioni ricondotte all’eversione nera. Soltanto dopo l’uccisione del presidente della DC Aldo Moro, questa stampa smise di fare disinformazione, fermo restando che, come scrisse Rossana Rossanda nel 1978 su “Il Manifesto”, le Br appartenevano all’album di famiglia del Pci, un album che sta lugubremente per riaprirsi ora con nuovi adepti.</p>
<p>Ho volutamente omesso, attenendomi in tal modo ad uno schema di analisi critica a carattere storico-politico, di citare le pressanti attuali problematiche &#8211; dall’invasione mediterranea in atto da parte di incontrollabili orde di migranti agli obblighi di sicurezza, dalle questioni fiscali a quelle del lavoro, ecc. &#8211; che ci dividono profondamente dalla sinistra, con la sua azione tesa al disfacimento sociale e al disconoscimento della stessa identità nazionale in nome di un’idea quartomondista.</p>
<p>È appunto sul terreno putrido della fatuità e dell’invettiva che questo <em>monstrum </em>sinistroide, un cerbero assetato di “sangue” e di vendetta, sta giocando rancorosamente la sua partita, cosicché, riducendo il dibattito nazionale, anche sulle urgenti riforme da attuare, ad una sterile, strumentale controversia tra fascismo e antifascismo, sta ponendo in atto un fosco disegno <em>ad destruendum</em>.</p>
<p>È a tutto questo pattume che ci viene scaricato addosso, a questa valanga di immondizia che rischia di ricoprirci tutti, che dobbiamo reagire con forza a difesa dello Stato liberale e dei suoi incrollabili valori e batterci <em>unguibis et rostris</em>, non “gialli” di paura e di vergogna, come in “difesa delle mura”: la “protezione” della libertà e il recupero di valori identitari sono la nostra “linea del Piave”.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Francesco Giannubilo" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2021/01/francesco-giannubilo-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/francesco-giannubilo/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Francesco Giannubilo</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Francesco Giannubilo, laurea Scienze Politiche ed ex dirigente della P.A., si occupa di studi storico-politici dell’età contemporanea. Pubblicista su testate provinciali e su “l’Opinione delle Libertà” nazionale, dopo la ricerca “Aspetti della politica italiana 1920-1940” (2013), il saggio “DALLA DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA ALLA DEMOCRAZIA LIQUIDA (O LIQUEFATTA?)” (2015).</p>
<p>Ha pubblicato: “L’ITALIA CHE (NON) CAMBIA (2010), assieme di considerazioni etico &#8211; politiche sull’impossibilità del riformismo in Italia; “1848-1870 IL RISORGIMENTO INCOMPIUTO” (2011), una riflessione sullo sviluppo storico in Italia in termini di continuità con il processo risorgimentale; “1939-1940 IL MONDO CATTOLICO ALLA SUA SVOLTA?” (2012), un profilo critico sugli atteggiamenti del mondo cattolico dagli inizi del Novecento fino all’entrata in guerra dell’Italia.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/ritorno-al-futuro-passato/">Ritorno al futuro passato</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.einaudiblog.it/ritorno-al-futuro-passato/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>
