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	<title>Giovanni Bovi, Autore presso Einaudi Blog</title>
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	<description>Il blog della Fondazione Luigi Einaudi</description>
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	<title>Giovanni Bovi, Autore presso Einaudi Blog</title>
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		<title>La semplificazione amministrativa, ovvero se il rimedio è peggiore del male</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Bovi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 May 2020 09:17:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Diritto]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La prima fase dell’epidemia si è caratterizzata per l’apprensione generale relativa non solo alla situazione del Nord Italia, ma anche al timore per ciò che sarebbe potuto succedere se il virus fosse esploso altrove; molto semplicemente, chiunque era al corrente della debolezza e della probabile inadeguatezza di gran parte dell’apparato sanitario nel far fronte ad [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La prima fase dell’epidemia si è caratterizzata per l’apprensione generale relativa non solo alla situazione del Nord Italia, ma anche al timore per ciò che sarebbe potuto succedere se il virus fosse esploso altrove; molto semplicemente, chiunque era al corrente della debolezza e della probabile inadeguatezza di gran parte dell’apparato sanitario nel far fronte ad una situazione analoga a quella del settentrione.<span id="more-2320"></span></p>
<p>A ben vedere, superata (sembrerebbe) la fase umanamente più drammatica, ci si appresta ad affrontare quella della conta dei danni e, soprattutto, della ripresa. Possibilmente, allora, sarebbe opportuno che ogni azione sia positivamente spronata da un’altra inquieta presa di coscienza: la debolezza e la probabile inadeguatezza del nostro sistema amministrativo nel far fronte agli sforzi economici che ci aspettano, soprattutto in ottica concorrenziale. Ecco perché del discorso del Presidente del Consiglio di sabato 17 maggio, l’ultimo (si spera) dell’era lockdown, personalmente, quello che più di altri ha attirato la mia attenzione, è il passaggio relativo agli sforzi che verranno dedicati, “senza tregua”, alla semplificazione amministrativa. Viene in mente, allora, a quando ad inizio mese, a meno di due anni dall’ignobile disastro che costò la vita a 43 persone, è stato inaugurato il nuovo ponte di Genova (che sarà intitolato al compositore Paganini, per intenderci colui che negò a Sua Maestà il Re Carlo Felice la ripetizione di un concerto) e, nel tipico sensazionalismo italico, si è detto, tra l’altro, che la ricostruzione del ponte è la dimostrazione del fatto che lo Stato non abbia mai abbandonato Genova; vero, ma non troppo. In realtà è, sotto certi aspetti, innegabile che il miracolo-ponte di Genova sia avvenuto proprio in ragione del fatto che lo Stato abbia accettato in qualche modo di farsi da parte o, per dirla un po&#8217; più alla “democristiana”, di essere stato presente in maniera diversa rispetto a quanto non accada generalmente. La vera chiave di svolta è stata, infatti, il “commissariamento in deroga” (sui cui dettagli rimando all’eccellente analisi presente in questo blog <a href="https://www.einaudiblog.it/la-necessaria-riforma-del-codice-degli- appalti-richiede-un-intervento-normativo-meditato-ed-organico/">La necessaria riforma del Codice degli Appalti</a>), strumento che oggettivamente ha consentito di smarcarsi da una serie indefinita di zavorre che avrebbero reso impossibile la realizzazione di un’opera simile in quelle tempistiche. Da questo punto di vista quello ottenuto è, dunque, successo frutto del ripudio della procedimentalizzazione estrema simbolo dell’attività pubblica ad ogni livello e grado italiana; di fatto, una vittoria ottenuta non tanto per presenza, bensì per autonegazione dello Stato e di molti principi su cui esso stesso fonda la propria azione. Altrettanto innegabile, infatti e purtroppo, è constatare che ciò non sia altro che l’ovvia conseguenza che bisogna affrontare quando si fanno i conti, più che con un cattivo governo, con una cattiva burocrazia, di quella che “fa nascere la diffidenza fra le entrate e le uscite, ed infine inventa i fili lillipuziani che incatenano il paese[&#8230;]” e che lentamente radica “la mediocrità dell’amministrazione [&#8230;]”, che è “interamente composta da spiriti meschini”; quella burocrazia, insomma, che ostacola “la prosperità del paese, ritarda(va) di sette anni nei suoi scartafacci il progetto di un canale che avrebbe stimolato la riduzione di un’intera provincia, si spaventa(va) di ogni cosa, perpetua(va) le lungaggini rendendo eterni quegli abissi che a loro volta la rendeva(no) perpetua ed eterna. [&#8230;] e per finire, soffoca(va) quegli uomini di talento tanto arditi da voler camminare senza di lei o da impegnarsi per metterne in luce gli errori”. A leggere tali parole si potrebbe pensare ad una forse troppo accorata sintesi parafrasata di una relazione annuale sullo status della P.A. di qualche autorità indipendente, ed invece non è altro che un passaggio del romanzo “Gli impiegati”, scritto da Honorè de Balzac nel lontano 1837.<br />
Balzac, in meno di mezza pagina, quasi due secoli fa fotografava i rischi e le conseguenze nocive e sistemiche che una burocrazia acritica e dissennata reca con sé. Della fatalità di tali conseguenze l’Italia ne è, d’altra parte, decisamente consapevole; basti pensare, per rimanere in tema epidemia, al pasticcio creato sulle certificazioni per dispositivi DPI, alle singolari procedure regionali e/o statali e/o locali-fai da te necessarie per l’accreditamento di tamponi o test sierologici, ma più in generale non si osi immaginare a quanti disastri idrogeologici si sarebbero potuti evitare&#8230; se i fondi destinati alla messa in sicurezza degli argini del fiume X non fossero stati bloccati da qualche firma del responsabile d’area Y non apposta per mancato visto rilasciato dall’ente certificatore Z perché momentaneamente sospeso dalle proprie attività in attesa dell’esito del ricorso amministrativo per asserita illegittimità dei criteri di scelta dell’ente certificatore stesso. Trattasi di esempi assolutamente non esaustivi e il cui numero è pressoché impossibile da determinare.<br />
Tuttavia, più insidiosa di una burocrazia scriteriata è una riforma scriteriata della stessa e anche di ciò l’elenco di esempi tutto italiano è drammaticamente lungo; si pensi ai numerosi propositi di sterminio di massa di leggi, come il celebre “taglia-leggi” del 2005 presentato da un autentico falò di faldoni appiccato dall’allora Ministro proponente cui seguì, però, un decisamente meno pirotecnico decreto “salva-leggi” emanato in fretta e furia poco dopo per impedire l’inevitabile crash normativo, o alle varie eliminazioni di enti pubblici decise senza alcuna riprogrammazione delle competenze lasciate scoperte (si fa riferimento, ad esempio, alla Riforma delle Province siciliane del 2015) o ancora alle innumerevoli riforme che hanno toccato l’ambito della trasparenza amministrativa, tutte quante caratterizzate da uno strano gusto per l’horror vacui tale da limitarsi di volta in volta a bombardare di dati e/o informazioni di ogni genere le aree opache dell’operato burocratico, con un unico ed evidente “effetto stordimento” per chiunque intenda avvalersene.<br />
Si dice che la via dell’inferno è lastricata di buone intenzioni e d’altra parte di riforme sulla semplificazione amministrativa se ne fanno periodicamente da quasi un secolo (la prima di esse porta la firma del Ministro Ivanoe Bonomi ed è datata 1921&#8230;sic!), però se la situazione attuale è quella che è, significa che qualcosa sicuramente è andata storta. Questo per dire che il Paese non ha bisogno di improbabili “burocracy- free zones” né di scriteriati disboscamenti normativi, in breve, non si ha bisogno di mere bandieruole elettorali travestite da maxi-decretoni rivoluzionari; ma al contrario di una sburocratizzazione, certosina, ponderata, e soprattutto armonizzata, che abbia al centro sia (ovviamente) una ragionata eliminazione delle norme superflue con conseguente diluizione del procedimentalismo imperante, ma anche una completa revisione ab imis dei modelli organizzativi, compreso il ruolo del personale a partire dallo status di dipendente pubblico e soprattutto dalla sua formazione, ancora troppo dottrinaria e nozionistica ed incredibilmente poco pratica e tecnica.<br />
D’altra parte, se si è sfruttato lo stato d’eccezione (che è cosa ben diversa dallo stato di emergenza) per limitare, come mai prima, diritti e libertà fondamentali, sarebbe ora il caso di ugualmente sfruttarlo ma, ora, per darsi quel colpo di reni al livello nazionale (così come quello, invece, avvenuto in ambito europeo nonostante da un lato, le incertezze e lo scetticismo inziali, dall’altro il contradditorio e discutibile contegno tenuto da molti esponenti politici nostrani, ennesima dimostrazione dell’ormai insostenibile peso di propagandisti, professionisti da campagna elettorale e populisti vari che affollano la comunità politica italiana) e riformare dalle fondamenta i principi macroscopicamente farraginosi che governo l’azione pubblica nel suo complesso.<br />
Tuttavia, come Paganini, le cui composizioni erano spesso frutto di geniale improvvisazione e quindi irripetibili, si chiede al Governo e/o al Legislatore di non ripetere le riforme del passato, il più delle volte anch’esse improvvisate e, per ciò stesso (ça va sans dire), altrettanto irripetibili. Diversamente, il prezzo da pagare non potrebbe che essere quello della stagnazione economica con conseguente gioco al massacro di imprese e di ricchezza nazionale in generale, il tutto con risvolti sociali e politici assolutamente imprevedibili e con il rischio della tenuta stessa dell’ordinamento e dello Stato di diritto.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Giovanni Bovi" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2019/11/giovanni-bovi-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/giovanni-bovi/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Giovanni Bovi</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Romano di nascita, radici in Calabria. Laureato in giurisprudenza, mi piace il diritto, quello giusto</p>
</div></div><div class="clearfix"></div><div class="saboxplugin-socials sabox-colored"><a title="Facebook" target="_self" href="https://www.facebook.com/giovanni.bovi.3" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-color"><svg class="sab-facebook" viewBox="0 0 500 500.7" xml:space="preserve" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><rect class="st0" x="-.3" y=".3" width="500" height="500" fill="#3b5998" /><polygon class="st1" points="499.7 292.6 499.7 500.3 331.4 500.3 219.8 388.7 221.6 385.3 223.7 308.6 178.3 264.9 219.7 233.9 249.7 138.6 321.1 113.9" /><path class="st2" d="M219.8,388.7V264.9h-41.5v-49.2h41.5V177c0-42.1,25.7-65,63.3-65c18,0,33.5,1.4,38,1.9v44H295  c-20.4,0-24.4,9.7-24.4,24v33.9h46.1l-6.3,49.2h-39.8v123.8" /></svg></span></a><a title="Instagram" target="_self" href="https://instagram.com/gvnn_bv" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-color"><svg class="sab-instagram" viewBox="0 0 500 500.7" xml:space="preserve" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><rect class="st0" x=".7" y="-.2" width="500" height="500" fill="#405de6" /><polygon class="st1" points="500.7 300.6 500.7 499.8 302.3 499.8 143 339.3 143 192.3 152.2 165.3 167 151.2 200 143.3 270 138.3 350.5 150" /><path class="st2" d="m250.7 188.2c-34.1 0-61.6 27.5-61.6 61.6s27.5 61.6 61.6 61.6 61.6-27.5 61.6-61.6-27.5-61.6-61.6-61.6zm0 101.6c-22 0-40-17.9-40-40s17.9-40 40-40 40 17.9 40 40-17.9 40-40 40zm78.5-104.1c0 8-6.4 14.4-14.4 14.4s-14.4-6.4-14.4-14.4c0-7.9 6.4-14.4 14.4-14.4 7.9 0.1 14.4 6.5 14.4 14.4zm40.7 14.6c-0.9-19.2-5.3-36.3-19.4-50.3-14-14-31.1-18.4-50.3-19.4-19.8-1.1-79.2-1.1-99.1 0-19.2 0.9-36.2 5.3-50.3 19.3s-18.4 31.1-19.4 50.3c-1.1 19.8-1.1 79.2 0 99.1 0.9 19.2 5.3 36.3 19.4 50.3s31.1 18.4 50.3 19.4c19.8 1.1 79.2 1.1 99.1 0 19.2-0.9 36.3-5.3 50.3-19.4 14-14 18.4-31.1 19.4-50.3 1.2-19.8 1.2-79.2 0-99zm-25.6 120.3c-4.2 10.5-12.3 18.6-22.8 22.8-15.8 6.3-53.3 4.8-70.8 4.8s-55 1.4-70.8-4.8c-10.5-4.2-18.6-12.3-22.8-22.8-6.3-15.8-4.8-53.3-4.8-70.8s-1.4-55 4.8-70.8c4.2-10.5 12.3-18.6 22.8-22.8 15.8-6.3 53.3-4.8 70.8-4.8s55-1.4 70.8 4.8c10.5 4.2 18.6 12.3 22.8 22.8 6.3 15.8 4.8 53.3 4.8 70.8s1.5 55-4.8 70.8z" /></svg></span></a></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/la-semplificazione-amministrativa-ovvero-se-il-rimedio-e-peggiore-del-male/">La semplificazione amministrativa, ovvero se il rimedio è peggiore del male</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>Ultima chiamata Europa: il monito di Einaudi per l’Europa di domani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Bovi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Mar 2020 17:20:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[coronavirus]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In questi giorni terribili, non sono pochi coloro che si affannano ad accostare l’attuale emergenza ad una tragedia del passato: “è il nostro 11 settembre” ma l’11 settembre non lo sentivamo, in qualche modo già “nostro” e poi “nostro” in che senso? Se fino a qualche settimana fa l’Italia poteva difenderne l’esclusiva, ormai, com’era ampiamente [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>In questi giorni terribili, non sono pochi coloro che si affannano ad accostare l’attuale emergenza ad una tragedia del passato: “è il nostro 11 settembre” ma l’11 settembre non lo sentivamo, in qualche modo già “nostro” e poi “nostro” in che senso? Se fino a qualche settimana fa l’Italia poteva difenderne l’esclusiva, ormai, com’era ampiamente prevedibile, l’emergenza imperversa incontrollata ed inarrestabile in ogni dove. Tali accostamenti, quindi, risultano del tutto inutili nonché, come d’altra parte ogni forma di classifica dei drammi, assolutamente inopportuni e meschini.<span id="more-2095"></span></p>
<p>Con ogni probabilità, però, quella di oggi è incommensurabilmente peggiore di qualsiasi altra emergenza affrontata negli ultimi settant’anni, e gli incredibili sforzi umani profusi ne sono la quotidiana dimostrazione, non a caso si parla di “guerra”. Tuttavia, agli occhi di coloro che ne sono pienamente investiti, la giusta contezza di un evento può risultare complessa, essendo, invece, necessario il giusto distacco storico perché se ne comprenda a fondo la reale portata.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Eppure, non sembra avventato pensare al Covid19 come ad un vero punto di svolta, forse per tutto l’occidente, sicuramente pe l’Unione Europea come istituzione e per l’Europa come concetto.</p>
<p>Limitandosi al dialogo intergovernativo, non può riscontrarsi un pericolosissimo <em>leit</em> <em>motiv</em>, quasi che si voglia forzatamente edulcorare con tinte di ordinarietà una situazione che di ordinario, purtroppo, ha ben poco. Solo qualche giorno fa si concludeva la virtuale riunione Ecofin, in cui è emerso con forza il veto dei soliti noti (in particolare Germania e Olanda) su tutta una serie di misure economiche straordinarie europee (<em>in</em> <em>primis</em> i famigerati Euro/corona-bond), posto che le misure difensive e preventive già in essere risulterebbero al momento sufficienti. Già di per sé si tratta di una risposta di difficile comprensione, nonché francamente paradossale. Come si potrebbe, infatti, ritenere sufficiente e adeguata una misura preventiva, considerato che una qualsiasi azione, per l’appunto, “preventiva” ad una data situazione lo è proprio fintantoché tale situazione ancora non c’è, perdendo, evidentemente, ogni efficacia e funzione nel momento in cui, invece, la data situazione di pericolo effettivamente si concretizza? Ma tant’è che il veto opposto deve essere stato tale da spingere oggi Spagna, Francia, Portogallo, Slovenia, Grecia, Irlanda, Belgio, Lussemburgo e Italia a recapitare una formale lettera al Presidente del Consiglio Europeo con la quale si chiede che vengano intraprese azioni straordinarie che limitino i danni economici e preparino il terreno per quello che sarà il post-Covid19.</p>
<p>Ebbene, senza voler giudicare la bontà dell’operato istituzionale nei diversi livelli di competenza, continua a preoccupare l’incertezza dei vertici europei nel voler prendere decisioni straordinarie, così come ha lasciato sgomenti l’esternazione “sismica” della Presidente Lagarde di qualche giorno fa, solo in parte rattoppata; ha inquietato il fatto che le richieste di acquisto di dotazioni di protezione siano rimaste a lungo inevase, laddove totalmente ignorate, dalle Cancellerie di mezza Europa e francamente ha inorridito il gioco a nascondino del materiale medico destinato all’Italia cui si è dovuto (e si continua ad) assistere presso le dogane di taluni paesi membri di frontiera.</p>
<p>La verità, purtroppo, e lo si dice da europeista convinto, è che l’UE ha ormai abituato a palesi dimostrazioni di manifesta non “unioneità”: dalla crisi balcanica a quella siriana, passando per la primavera araba, alle emergenze umanitarie ed economiche. Incapacità ad essere uniti che non può non essere stata origine e fertile <em>humus</em> dei sentimenti nazionalisti e sovranisti esplosi nei singoli paesi membri; paesi (Italia <em>in primis</em>) oggetto di sempre più insistenti <em>avances</em> (solidali, strategiche, velenose? presto per dirlo) da rinomati campioni di democrazia e libertà come Russia e soprattutto Cina.</p>
<p>Il 24 marzo ricorreva l’anniversario della nascita di Luigi Einaudi. Mai come oggi è, allora, di vitale importanza ricordare il discorso da lui pronunciato all’Assemblea Costituente all’indomani della fine del secondo conflitto mondiale,  parole che ora si elevano a grido, più che a monito, e che devono scuotere gli animi di tutti gli europei e soprattutto di coloro che hanno l’onere di governarci:  “<em>Riusciremo a salvarci dalla Terza Guerra Mondiale solo se noi impugneremo per la salvezza e l’unificazione dell’Europa</em>” non l’idea della “<em>dominazione colla forza bruta, ma l’idea eterna della volontaria cooperazione per il bene comune […] Urge compiere un’opera di unificazione. Opera, dico, e non predicazione. Vano è predicare pace e concordia quando alle porte urge Annibale. […] Quel che importa è che i Parlamenti di questi minuscoli Stati i quali compongono la divisa Europa, rinuncino a una parte della loro sovranità […] questo è l’unico ideale per cui valga la pena di lavorare; l’unico ideale capace di salvare la vera indipendenza dei popoli, la quale non consiste nelle armi, nelle barriere doganali […] bensì nella scuola, nelle arti, nei costumi, in tutto ciò che dà vita allo spirito e fa sì che ogni popolo sappia contribuire qualcosa nella vita spirituale degli altri popoli. […] Utopia la nascita di un’Europa aperta a tutti i popoli decisi a informare la propria condotta all’ideale della libertà? Forse è Utopia. Ma ormai la scelta è soltanto fra l’Utopia e la morte, fra l’Utopia e la legge della giungla</em>”; e bisogna fare ciò, continua Einaudi, perché nell’eventualità avversa che l’Europa vorrà “<em>rinselvatichire</em>, <em>noi non potremmo essere rimproverati dalle generazioni venture […] di non aver adempiuto sino all’ultimo al dovere di salvare quel che di divino e di umano esiste ancora nella travagliata società presente</em>”.</p>
<p>Parole pesantissime eppure alate, pronunciate all’indomani della più sanguinosa guerra; la guerra che, per quanto sia difficile da accettare, è pur sempre un fatto umano e, in quanto tale, voluto.</p>
<p>Il virus non lo è, non è un fatto umano e non è fatto voluto. È un flagello e tale rimane.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Eppure, se si vuol individuare una qualche funzione al virus, forse è proprio quella di strumento cui una comunità comprende e riconosce la propria identità.</p>
<p>Non sta a me dire se il monito di Einaudi sia stato onorato delle generazioni a lui successive, se effettivamente l’Europa abbia, in tutti questi anni, intrapreso lentamente un percorso autodistruttivo, di certo mai come prima siamo chiamati a decidere che tipo di comunità vogliamo essere quando tutto sarà passato e se a questa comunità vorremmo dare il nome, la “<em>divisa</em>”, Europa.</p>
<p>Siamo chiamati, cioè, a quel tipo di decisioni dalle quali dipende il rimprovero delle generazioni future. Ora più che mai.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Giovanni Bovi" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2019/11/giovanni-bovi-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/giovanni-bovi/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Giovanni Bovi</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Romano di nascita, radici in Calabria. Laureato in giurisprudenza, mi piace il diritto, quello giusto</p>
</div></div><div class="clearfix"></div><div class="saboxplugin-socials sabox-colored"><a title="Facebook" target="_self" href="https://www.facebook.com/giovanni.bovi.3" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-color"><svg class="sab-facebook" viewBox="0 0 500 500.7" xml:space="preserve" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><rect class="st0" x="-.3" y=".3" width="500" height="500" fill="#3b5998" /><polygon class="st1" points="499.7 292.6 499.7 500.3 331.4 500.3 219.8 388.7 221.6 385.3 223.7 308.6 178.3 264.9 219.7 233.9 249.7 138.6 321.1 113.9" /><path class="st2" d="M219.8,388.7V264.9h-41.5v-49.2h41.5V177c0-42.1,25.7-65,63.3-65c18,0,33.5,1.4,38,1.9v44H295  c-20.4,0-24.4,9.7-24.4,24v33.9h46.1l-6.3,49.2h-39.8v123.8" /></svg></span></a><a title="Instagram" target="_self" href="https://instagram.com/gvnn_bv" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-color"><svg class="sab-instagram" viewBox="0 0 500 500.7" xml:space="preserve" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><rect class="st0" x=".7" y="-.2" width="500" height="500" fill="#405de6" /><polygon class="st1" points="500.7 300.6 500.7 499.8 302.3 499.8 143 339.3 143 192.3 152.2 165.3 167 151.2 200 143.3 270 138.3 350.5 150" /><path class="st2" d="m250.7 188.2c-34.1 0-61.6 27.5-61.6 61.6s27.5 61.6 61.6 61.6 61.6-27.5 61.6-61.6-27.5-61.6-61.6-61.6zm0 101.6c-22 0-40-17.9-40-40s17.9-40 40-40 40 17.9 40 40-17.9 40-40 40zm78.5-104.1c0 8-6.4 14.4-14.4 14.4s-14.4-6.4-14.4-14.4c0-7.9 6.4-14.4 14.4-14.4 7.9 0.1 14.4 6.5 14.4 14.4zm40.7 14.6c-0.9-19.2-5.3-36.3-19.4-50.3-14-14-31.1-18.4-50.3-19.4-19.8-1.1-79.2-1.1-99.1 0-19.2 0.9-36.2 5.3-50.3 19.3s-18.4 31.1-19.4 50.3c-1.1 19.8-1.1 79.2 0 99.1 0.9 19.2 5.3 36.3 19.4 50.3s31.1 18.4 50.3 19.4c19.8 1.1 79.2 1.1 99.1 0 19.2-0.9 36.3-5.3 50.3-19.4 14-14 18.4-31.1 19.4-50.3 1.2-19.8 1.2-79.2 0-99zm-25.6 120.3c-4.2 10.5-12.3 18.6-22.8 22.8-15.8 6.3-53.3 4.8-70.8 4.8s-55 1.4-70.8-4.8c-10.5-4.2-18.6-12.3-22.8-22.8-6.3-15.8-4.8-53.3-4.8-70.8s-1.4-55 4.8-70.8c4.2-10.5 12.3-18.6 22.8-22.8 15.8-6.3 53.3-4.8 70.8-4.8s55-1.4 70.8 4.8c10.5 4.2 18.6 12.3 22.8 22.8 6.3 15.8 4.8 53.3 4.8 70.8s1.5 55-4.8 70.8z" /></svg></span></a></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/ultima-chiamata-europa-il-monito-di-einaudi-per-leuropa-di-domani/">Ultima chiamata Europa: il monito di Einaudi per l’Europa di domani</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>La definitiva svolta neo-ottomana di Erdogan</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Bovi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Jan 2020 21:49:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[erdogan]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Era il 2015 e il Presidente Erdogan accoglieva nel nuovissimo e costosissimo Palazzo Presidenziale di Ankara il Presidente Abu Mazen facendosi accompagnare da sedici guerrieri con indosso gli abiti storici dell’esercito ottomano. La singolare, per non dire ridicola, celebrazione, diventò ben presto virale suscitando l&#8217;ilarità generale sia in patria che non. Eppure, considerati gli avvenimenti [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Era il 2015 e il Presidente Erdogan accoglieva nel nuovissimo e costosissimo Palazzo Presidenziale di Ankara il Presidente Abu Mazen facendosi accompagnare da sedici guerrieri con indosso gli abiti storici dell’esercito ottomano. La singolare, per non dire ridicola, celebrazione, diventò ben presto virale suscitando l&#8217;ilarità generale sia in patria che non. Eppure, considerati gli avvenimenti succedutisi negli ultimi cinque anni, ecco che la stessa immagine assume tinte decisamente più serie e ed emerge evidente il fil rogue che li lega, da ultimo l’intervento turco in Libia. Il Parlamento, nonostante il teorico embargo sulle armi imposto dalle Nazioni Unite in Libia, ha infatti autorizzato l’invio di truppe in territorio libico dopo che, ad inizio dicembre, Erdogan aveva sottolineato l’importanza di sostenere il Governo di Al Serraj (GNA) per “proteggere gli interessi della Turchia nel Mediterraneo, prevenire il transito dei migranti irregolari, impedire alle organizzazioni terroristiche e ai gruppi armati di proliferare, di apportare un aiuto umanitario al popolo libico”, come d&#8217;altra parte si legge pedissequamente nella risoluzione parlamentare. Sebbene non vengano specificate le modalità operative del supporto militare garantito e nonostante le puntuali condanne giunte da tutto l’establishment internazionale, è ormai evidente (e non è più avventato affermarlo) che  Erdogan intenda, in realtà,  elevare la Turchia da potenza regionale a potenza globale assecondando quelle che sono delle vere e proprie aspirazioni neo-ottomane. Quanto sta succedendo non è altro che la concretizzazione della dottrina della c.d. “profondità strategica” ideata da Ahmet Davutoğlu, già ministro degli affari esteri, Primo Ministro e fedelissimo di Erodgan prima della definitiva rottura culminata con le proprie dimissioni dall’AKP nel 2016, e che ha l’obbiettivo di recuperare l’eredità ottomana, innanzitutto intendendo l’islam come fattore aggregante e non destabilizzante (come riteneva, invece, il Kemalismo). In questo senso si spiega il costante attivismo sia economico che culturale negli ex territori imperiali, soprattutto nei paesi caucasici, balcanici, dell’Asia centrale e, si è visto, anche africani. Tuttavia, se originariamente Davatoglu improntava la citata dottrina in termini di “zero problemi con ivicini” tessendo rapporti prima di tutto con i popoli prima che con gli Stati, è, invece, chiaro che allo stato dell’arte, l’approccio “soft” ha subito un notevole irrigidimento. L’intento conclamato della possibile operazione militare turca è di contenere la sempre maggiore pressione sul governo legalmente riconosciuto di Al Serraj da parte delle milizie di Haftar (LNA) “l’uomo forte della Cirenaica”, garantendosi una voce in capitolo sulla sorte dei ricchi giacimenti del mediterraneo orientale. Tuttavia, non ci si può limitare ad un’analisi parziale; se, infatti, l’ossessivo interventismo finora portato avanti in Siria poteva giustificarsi avuto riguardo alla questione curda, l’intromissione in Libia dimostra il vero intento di Ankara: affermarsi definitivamente quale riferimento in tutta la MENA Region, affiancandosi (se non del tutto sostituendosi) ai principali attori internazionali nelle regioni geopoliticamente più calde, dove, invece, i vecchi alleati, in primis l’UE, hanno e continuano a dimostrare una certa carenza di linee comuni di intervento unita ad una generale inadeguatezza di strumenti.</p>
<p>Nella mente di Erdogan è, allora, necessario sganciarsi dall’Occidente sotto ogni aspetto; in questo senso si spiega l’abbandono del progetto europeo, i sempre più freddi rapporti con i partner NATO &#8211; che a dire il vero ci si domanda come e perché la Turchia ne faccia ancora parte, vista l’avviatissima collaborazione con la Russia in termini di armamenti inaugurata con l’acquisto del sofisticato sistema di batterie missilistiche SU-400 – le politiche energetiche con al centro il “Turkstream”, fortemente voluto da Erdogan e da Putin e che verrà a brevissimo inaugurato, deputato a diventare il principale gasdotto che collegherà la Russia all’Europa passando proprio dalla Turchia e che ha sostituto il progetto “Southstream” il quale prevedeva, invece, il transito del gas esclusivamente attraverso paesi membri UE; il partenariato avviato con la Cooperazione di Shangai.</p>
<p>La Turchia, ormai giocattolo nelle esclusive mani del Presidentissimo Erdogan, guarda quindi a se stessa attraverso i nuovi alleati, ed il progetto neo-ottomano risulta decisamente trasversale, ben avviato e procede spedito, apparentemente indisturbato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ps.</p>
<p>Nel momento in cui si scrive, tre giorni dopo la risoluzione parlamentare turca, Haftar, quasi a giocare d’anticipo, annuncia di aver preso Sirte, città natale di Gheddafi e, soprattutto, strategica data la vicinanza con i giacimenti petroliferi della Libia centrale, il contrattacco turco sembrerebbe immediato a dimostrazione che l’operatività delle milizie (ufficiali o non) di Ankara era ben lontano dall’essere solo virtuale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Giovanni Bovi" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2019/11/giovanni-bovi-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/giovanni-bovi/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Giovanni Bovi</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Romano di nascita, radici in Calabria. Laureato in giurisprudenza, mi piace il diritto, quello giusto</p>
</div></div><div class="clearfix"></div><div class="saboxplugin-socials sabox-colored"><a title="Facebook" target="_self" href="https://www.facebook.com/giovanni.bovi.3" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-color"><svg class="sab-facebook" viewBox="0 0 500 500.7" xml:space="preserve" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><rect class="st0" x="-.3" y=".3" width="500" height="500" fill="#3b5998" /><polygon class="st1" points="499.7 292.6 499.7 500.3 331.4 500.3 219.8 388.7 221.6 385.3 223.7 308.6 178.3 264.9 219.7 233.9 249.7 138.6 321.1 113.9" /><path class="st2" d="M219.8,388.7V264.9h-41.5v-49.2h41.5V177c0-42.1,25.7-65,63.3-65c18,0,33.5,1.4,38,1.9v44H295  c-20.4,0-24.4,9.7-24.4,24v33.9h46.1l-6.3,49.2h-39.8v123.8" /></svg></span></a><a title="Instagram" target="_self" href="https://instagram.com/gvnn_bv" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-color"><svg class="sab-instagram" viewBox="0 0 500 500.7" xml:space="preserve" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><rect class="st0" x=".7" y="-.2" width="500" height="500" fill="#405de6" /><polygon class="st1" points="500.7 300.6 500.7 499.8 302.3 499.8 143 339.3 143 192.3 152.2 165.3 167 151.2 200 143.3 270 138.3 350.5 150" /><path class="st2" d="m250.7 188.2c-34.1 0-61.6 27.5-61.6 61.6s27.5 61.6 61.6 61.6 61.6-27.5 61.6-61.6-27.5-61.6-61.6-61.6zm0 101.6c-22 0-40-17.9-40-40s17.9-40 40-40 40 17.9 40 40-17.9 40-40 40zm78.5-104.1c0 8-6.4 14.4-14.4 14.4s-14.4-6.4-14.4-14.4c0-7.9 6.4-14.4 14.4-14.4 7.9 0.1 14.4 6.5 14.4 14.4zm40.7 14.6c-0.9-19.2-5.3-36.3-19.4-50.3-14-14-31.1-18.4-50.3-19.4-19.8-1.1-79.2-1.1-99.1 0-19.2 0.9-36.2 5.3-50.3 19.3s-18.4 31.1-19.4 50.3c-1.1 19.8-1.1 79.2 0 99.1 0.9 19.2 5.3 36.3 19.4 50.3s31.1 18.4 50.3 19.4c19.8 1.1 79.2 1.1 99.1 0 19.2-0.9 36.3-5.3 50.3-19.4 14-14 18.4-31.1 19.4-50.3 1.2-19.8 1.2-79.2 0-99zm-25.6 120.3c-4.2 10.5-12.3 18.6-22.8 22.8-15.8 6.3-53.3 4.8-70.8 4.8s-55 1.4-70.8-4.8c-10.5-4.2-18.6-12.3-22.8-22.8-6.3-15.8-4.8-53.3-4.8-70.8s-1.4-55 4.8-70.8c4.2-10.5 12.3-18.6 22.8-22.8 15.8-6.3 53.3-4.8 70.8-4.8s55-1.4 70.8 4.8c10.5 4.2 18.6 12.3 22.8 22.8 6.3 15.8 4.8 53.3 4.8 70.8s1.5 55-4.8 70.8z" /></svg></span></a></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/la-definitiva-svolta-neo-ottomana-di-erdogan/">La definitiva svolta neo-ottomana di Erdogan</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>Perché parlare ancora di semplicismo e dis-intermediazione</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/perche-parlare-ancora-di-semplicismo-e-dis-intermediazione/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Bovi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Sep 2019 18:35:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Costume e società]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
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		<category><![CDATA[lega]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tra i protagonisti dell’ultimo raduno di Pontida non è di certo passato inosservato lo slogan, gigantesco, che campeggiava sul palco: “La forza di essere liberi”; parole, francamente, scontate. La banalizzazione del linguaggio politico non è certo problema recente e si può dire, anzi, che tale processo avanzi imperterrito già all’indomani di tangentopoli. Si parla sommariamente [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Tra i protagonisti dell’ultimo raduno di Pontida non è di certo passato inosservato lo slogan, gigantesco, che campeggiava sul palco: “La forza di essere liberi”; parole, francamente, scontate.</p>
<p>La banalizzazione del linguaggio politico non è certo problema recente e si può dire, anzi, che tale processo avanzi imperterrito già all’indomani di tangentopoli. Si parla sommariamente di “semplicismo”, vale a dire quella tendenza a voler necessariamente appiattire il superamento di un problema in ciò che sembrerebbe essere la sua stessa risoluzione – “non ci sono più soldi? stampiamone di più”; “ci sono troppi migranti? che si respingano” e via discorrendo &#8211; ignorando, più o meno consapevolmente, i vari motivi per i quali un problema è, per l’appunto, tale.</p>
<p><span id="more-1937"></span></p>
<p>Sicuramente il semplicismo è un diretto corollario (ma potrebbe anche essere il contrario) della c.d. dis-intermediazione, intesa come fenomeno che porta all’eliminazione dell’intermediario tra le parti. Quanto appena citato implica che un rapporto, dapprima trilaterale, si contragga, in seguito, in uno bilaterale; banalmente, si pensi all’e-commerce, attraverso il quale il produttore può trattare direttamente con il consumatore finale. <em>Mutatis</em> <em>mutandis</em> la dis-intermediazione è fenomeno e si evidenzia, in continua evoluzione, anche nel rapporto tra politica ed elettorato.</p>
<p>Ed è qui che i due fenomeni si intrecciano: la comunicazione è, infatti, semplificata e, laddove possibile, (cioè<em>, ca va sans</em> dire, sempre) ridotta, in virtù del superiore fine di poter mettere la politica a diretto “servizio del popolo”, delegittimando, però, chiunque possa obbiettare, appiattendo in tal modo, se non del tutto neutralizzando, qualsiasi opinione contraria.</p>
<p>In un tale contesto ecco allora che il politico che aspiri a posizioni leaderistiche, scavalcando gli ordinari canali intermediari in favore di mezzi sempre più liquidi,“self service”, semplicistici, diventa, invece, “media” e giornalista di se stesso, con la conseguenza che, il più delle volte, il leader di oggi si trovi a diffondere notizie e dati appositamente confezionati per rendere inattaccabile la propria ricetta, checché fantomatici “professoroni” e/o “gufi” si azzardino a dire il contrario. Il meccanismo risulta tarato su un piano simil-paternalistico ed ogni forma di comunicazione avviene nella maniera più “elector-friendly” possibile. Semplicismo e dis-intermediazione determinano, allora, un allargamento spropositato ed indiscriminato della platea destinataria delle informazioni; si moltiplicano i riferimenti generici alla “gente” o al “popolo” e la comunicazione si fonda su una logica familistica o, peggio, cameratistica/sportiva (“il capitano”, “l’avvocato del popolo”), in cui il leader è prima di tutto protettore e “grande semplificatore” e come tale non può comunicare che con apoditticità, enfasi, egocentrismo, rassicurazione.</p>
<p>Il linguaggio è permeato da frasi lineari prive di complicazioni o circonlocuzioni involute che provocherebbero solo disorientamento interpretativo: “un deliberato parlar semplice di tutti i giorni, disseminato anche di <em>cliches</em> e locuzioni popolareggianti” (Desideri, “La comunicazione politica: dinamiche linguistiche e processi discorsivi”) fatto esclusivamente di opinioni di facile comprensione ma soprattutto ovvie . Una “materializzazione delle metafore” che, giusto nell’ultima esperienza di governo, si è resa particolarmente evidente, ad esempio, e senza pretesa di esaustività, nella stipula del (ed Hobbes ancora grida vendetta) decantatissimo “contratto di Governo” (trovata, questa, assolutamente non nuova, basti pensare ai due antecedenti più illustri, il Berlusconiano “contratto con gli italiani” e ancora prima il “contratto con l’America” dei Repubblicani per le elezioni del 1994).</p>
<p>Tuttavia, senza voler ridursi ad un elenco di casi concreti, è chiara la conseguenza principale ed inesorabile del binomio dis-intermediazione-semplicismo; estromettendo, infatti, il diaframma critico e, più o meno consapevole, precedentemente posto tra leader politici ed elettorato, si è avuto e si ha tuttora una graduale e sempre più insostenibile diluizione della qualità (e della verità) della comunicazione politica, situazione che, ovviamente, ha compromesso la percezione della realtà da parte dei cittadini, sempre più arroccata in posizioni accomodanti ma soprattutto compatibili con quanto si vuole pensare e vedere e da qui l’incapacità, se non l’astio, di confrontarsi con il meno semplice contesto reale.</p>
<p>Mi sembra a questo punto opportuno riportare il celebre discorso delle “<em>bubbles</em>” pronunciato da Obama accomiatandosi da Presidente: <em>“For too many of us, it’s become safer to retreat into our own bubbles [&#8230;] surrounded by people who look like us and share the same political outlook and never challenge our assumptions […] and increasingly, we become so secure in our bubbles that we accept only information, whether true or not, that fits our opinions, instead of basing our opinions on the evidence that’s out there.</em>”</p>
<p>Concludendo e ricollegandomi al discorso delle primissime righe, probabilmente esagera chi ritiene che in Italia ci sia bisogno di più politici alla “hard, long, slog” di Churchillina (prima) e Tatcheriana (poi) memoria; tuttavia, non si può dire altrettanto di chi ritiene che si debba,ormai fare a meno di coloro che con tanta magniloquenza si professano appartenenti ad una schiera di donne e uomini liberi, che liberi poi non si sa da cosa; certamente non dalla retorica che spesso, in questi casi, si trasforma in ipocrisia, perdita di senso critico o, peggio, in menzogna. D’altra parte, cosa sarebbe altrimenti la libertà se non il coraggio di uscire dalla propria comfort zone e di rompere la “bubble” dentro la quale ci si è rinchiusi?</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Giovanni Bovi" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2019/11/giovanni-bovi-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/giovanni-bovi/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Giovanni Bovi</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Romano di nascita, radici in Calabria. Laureato in giurisprudenza, mi piace il diritto, quello giusto</p>
</div></div><div class="clearfix"></div><div class="saboxplugin-socials sabox-colored"><a title="Facebook" target="_self" href="https://www.facebook.com/giovanni.bovi.3" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-color"><svg class="sab-facebook" viewBox="0 0 500 500.7" xml:space="preserve" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><rect class="st0" x="-.3" y=".3" width="500" height="500" fill="#3b5998" /><polygon class="st1" points="499.7 292.6 499.7 500.3 331.4 500.3 219.8 388.7 221.6 385.3 223.7 308.6 178.3 264.9 219.7 233.9 249.7 138.6 321.1 113.9" /><path class="st2" d="M219.8,388.7V264.9h-41.5v-49.2h41.5V177c0-42.1,25.7-65,63.3-65c18,0,33.5,1.4,38,1.9v44H295  c-20.4,0-24.4,9.7-24.4,24v33.9h46.1l-6.3,49.2h-39.8v123.8" /></svg></span></a><a title="Instagram" target="_self" href="https://instagram.com/gvnn_bv" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-color"><svg class="sab-instagram" viewBox="0 0 500 500.7" xml:space="preserve" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><rect class="st0" x=".7" y="-.2" width="500" height="500" fill="#405de6" /><polygon class="st1" points="500.7 300.6 500.7 499.8 302.3 499.8 143 339.3 143 192.3 152.2 165.3 167 151.2 200 143.3 270 138.3 350.5 150" /><path class="st2" d="m250.7 188.2c-34.1 0-61.6 27.5-61.6 61.6s27.5 61.6 61.6 61.6 61.6-27.5 61.6-61.6-27.5-61.6-61.6-61.6zm0 101.6c-22 0-40-17.9-40-40s17.9-40 40-40 40 17.9 40 40-17.9 40-40 40zm78.5-104.1c0 8-6.4 14.4-14.4 14.4s-14.4-6.4-14.4-14.4c0-7.9 6.4-14.4 14.4-14.4 7.9 0.1 14.4 6.5 14.4 14.4zm40.7 14.6c-0.9-19.2-5.3-36.3-19.4-50.3-14-14-31.1-18.4-50.3-19.4-19.8-1.1-79.2-1.1-99.1 0-19.2 0.9-36.2 5.3-50.3 19.3s-18.4 31.1-19.4 50.3c-1.1 19.8-1.1 79.2 0 99.1 0.9 19.2 5.3 36.3 19.4 50.3s31.1 18.4 50.3 19.4c19.8 1.1 79.2 1.1 99.1 0 19.2-0.9 36.3-5.3 50.3-19.4 14-14 18.4-31.1 19.4-50.3 1.2-19.8 1.2-79.2 0-99zm-25.6 120.3c-4.2 10.5-12.3 18.6-22.8 22.8-15.8 6.3-53.3 4.8-70.8 4.8s-55 1.4-70.8-4.8c-10.5-4.2-18.6-12.3-22.8-22.8-6.3-15.8-4.8-53.3-4.8-70.8s-1.4-55 4.8-70.8c4.2-10.5 12.3-18.6 22.8-22.8 15.8-6.3 53.3-4.8 70.8-4.8s55-1.4 70.8 4.8c10.5 4.2 18.6 12.3 22.8 22.8 6.3 15.8 4.8 53.3 4.8 70.8s1.5 55-4.8 70.8z" /></svg></span></a></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/perche-parlare-ancora-di-semplicismo-e-dis-intermediazione/">Perché parlare ancora di semplicismo e dis-intermediazione</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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