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Ultima chiamata Europa: il monito di Einaudi per l’Europa di domani

In questi giorni terribili, non sono pochi coloro che si affannano ad accostare l’attuale emergenza ad una tragedia del passato: “è il nostro 11 settembre” ma l’11 settembre non lo sentivamo, in qualche modo già “nostro” e poi “nostro” in che senso? Se fino a qualche settimana fa l’Italia poteva difenderne l’esclusiva, ormai, com’era ampiamente prevedibile, l’emergenza imperversa incontrollata ed inarrestabile in ogni dove. Tali accostamenti, quindi, risultano del tutto inutili nonché, come d’altra parte ogni forma di classifica dei drammi, assolutamente inopportuni e meschini.

Con ogni probabilità, però, quella di oggi è incommensurabilmente peggiore di qualsiasi altra emergenza affrontata negli ultimi settant’anni, e gli incredibili sforzi umani profusi ne sono la quotidiana dimostrazione, non a caso si parla di “guerra”. Tuttavia, agli occhi di coloro che ne sono pienamente investiti, la giusta contezza di un evento può risultare complessa, essendo, invece, necessario il giusto distacco storico perché se ne comprenda a fondo la reale portata.

 

Eppure, non sembra avventato pensare al Covid19 come ad un vero punto di svolta, forse per tutto l’occidente, sicuramente pe l’Unione Europea come istituzione e per l’Europa come concetto.

Limitandosi al dialogo intergovernativo, non può riscontrarsi un pericolosissimo leit motiv, quasi che si voglia forzatamente edulcorare con tinte di ordinarietà una situazione che di ordinario, purtroppo, ha ben poco. Solo qualche giorno fa si concludeva la virtuale riunione Ecofin, in cui è emerso con forza il veto dei soliti noti (in particolare Germania e Olanda) su tutta una serie di misure economiche straordinarie europee (in primis i famigerati Euro/corona-bond), posto che le misure difensive e preventive già in essere risulterebbero al momento sufficienti. Già di per sé si tratta di una risposta di difficile comprensione, nonché francamente paradossale. Come si potrebbe, infatti, ritenere sufficiente e adeguata una misura preventiva, considerato che una qualsiasi azione, per l’appunto, “preventiva” ad una data situazione lo è proprio fintantoché tale situazione ancora non c’è, perdendo, evidentemente, ogni efficacia e funzione nel momento in cui, invece, la data situazione di pericolo effettivamente si concretizza? Ma tant’è che il veto opposto deve essere stato tale da spingere oggi Spagna, Francia, Portogallo, Slovenia, Grecia, Irlanda, Belgio, Lussemburgo e Italia a recapitare una formale lettera al Presidente del Consiglio Europeo con la quale si chiede che vengano intraprese azioni straordinarie che limitino i danni economici e preparino il terreno per quello che sarà il post-Covid19.

Ebbene, senza voler giudicare la bontà dell’operato istituzionale nei diversi livelli di competenza, continua a preoccupare l’incertezza dei vertici europei nel voler prendere decisioni straordinarie, così come ha lasciato sgomenti l’esternazione “sismica” della Presidente Lagarde di qualche giorno fa, solo in parte rattoppata; ha inquietato il fatto che le richieste di acquisto di dotazioni di protezione siano rimaste a lungo inevase, laddove totalmente ignorate, dalle Cancellerie di mezza Europa e francamente ha inorridito il gioco a nascondino del materiale medico destinato all’Italia cui si è dovuto (e si continua ad) assistere presso le dogane di taluni paesi membri di frontiera.

La verità, purtroppo, e lo si dice da europeista convinto, è che l’UE ha ormai abituato a palesi dimostrazioni di manifesta non “unioneità”: dalla crisi balcanica a quella siriana, passando per la primavera araba, alle emergenze umanitarie ed economiche. Incapacità ad essere uniti che non può non essere stata origine e fertile humus dei sentimenti nazionalisti e sovranisti esplosi nei singoli paesi membri; paesi (Italia in primis) oggetto di sempre più insistenti avances (solidali, strategiche, velenose? presto per dirlo) da rinomati campioni di democrazia e libertà come Russia e soprattutto Cina.

Il 24 marzo ricorreva l’anniversario della nascita di Luigi Einaudi. Mai come oggi è, allora, di vitale importanza ricordare il discorso da lui pronunciato all’Assemblea Costituente all’indomani della fine del secondo conflitto mondiale,  parole che ora si elevano a grido, più che a monito, e che devono scuotere gli animi di tutti gli europei e soprattutto di coloro che hanno l’onere di governarci:  “Riusciremo a salvarci dalla Terza Guerra Mondiale solo se noi impugneremo per la salvezza e l’unificazione dell’Europa” non l’idea della “dominazione colla forza bruta, ma l’idea eterna della volontaria cooperazione per il bene comune […] Urge compiere un’opera di unificazione. Opera, dico, e non predicazione. Vano è predicare pace e concordia quando alle porte urge Annibale. […] Quel che importa è che i Parlamenti di questi minuscoli Stati i quali compongono la divisa Europa, rinuncino a una parte della loro sovranità […] questo è l’unico ideale per cui valga la pena di lavorare; l’unico ideale capace di salvare la vera indipendenza dei popoli, la quale non consiste nelle armi, nelle barriere doganali […] bensì nella scuola, nelle arti, nei costumi, in tutto ciò che dà vita allo spirito e fa sì che ogni popolo sappia contribuire qualcosa nella vita spirituale degli altri popoli. […] Utopia la nascita di un’Europa aperta a tutti i popoli decisi a informare la propria condotta all’ideale della libertà? Forse è Utopia. Ma ormai la scelta è soltanto fra l’Utopia e la morte, fra l’Utopia e la legge della giungla”; e bisogna fare ciò, continua Einaudi, perché nell’eventualità avversa che l’Europa vorrà “rinselvatichire, noi non potremmo essere rimproverati dalle generazioni venture […] di non aver adempiuto sino all’ultimo al dovere di salvare quel che di divino e di umano esiste ancora nella travagliata società presente”.

Parole pesantissime eppure alate, pronunciate all’indomani della più sanguinosa guerra; la guerra che, per quanto sia difficile da accettare, è pur sempre un fatto umano e, in quanto tale, voluto.

Il virus non lo è, non è un fatto umano e non è fatto voluto. È un flagello e tale rimane.

 

Eppure, se si vuol individuare una qualche funzione al virus, forse è proprio quella di strumento cui una comunità comprende e riconosce la propria identità.

Non sta a me dire se il monito di Einaudi sia stato onorato delle generazioni a lui successive, se effettivamente l’Europa abbia, in tutti questi anni, intrapreso lentamente un percorso autodistruttivo, di certo mai come prima siamo chiamati a decidere che tipo di comunità vogliamo essere quando tutto sarà passato e se a questa comunità vorremmo dare il nome, la “divisa”, Europa.

Siamo chiamati, cioè, a quel tipo di decisioni dalle quali dipende il rimprovero delle generazioni future. Ora più che mai.

 

 

 

Giovanni Bovi

Di Giovanni Bovi

Romano di nascita, radici in Calabria. Laureato in giurisprudenza, mi piace il diritto, quello giusto