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La semplificazione amministrativa, ovvero se il rimedio è peggiore del male

La prima fase dell’epidemia si è caratterizzata per l’apprensione generale relativa non solo alla situazione del Nord Italia, ma anche al timore per ciò che sarebbe potuto succedere se il virus fosse esploso altrove; molto semplicemente, chiunque era al corrente della debolezza e della probabile inadeguatezza di gran parte dell’apparato sanitario nel far fronte ad una situazione analoga a quella del settentrione.

A ben vedere, superata (sembrerebbe) la fase umanamente più drammatica, ci si appresta ad affrontare quella della conta dei danni e, soprattutto, della ripresa. Possibilmente, allora, sarebbe opportuno che ogni azione sia positivamente spronata da un’altra inquieta presa di coscienza: la debolezza e la probabile inadeguatezza del nostro sistema amministrativo nel far fronte agli sforzi economici che ci aspettano, soprattutto in ottica concorrenziale. Ecco perché del discorso del Presidente del Consiglio di sabato 17 maggio, l’ultimo (si spera) dell’era lockdown, personalmente, quello che più di altri ha attirato la mia attenzione, è il passaggio relativo agli sforzi che verranno dedicati, “senza tregua”, alla semplificazione amministrativa. Viene in mente, allora, a quando ad inizio mese, a meno di due anni dall’ignobile disastro che costò la vita a 43 persone, è stato inaugurato il nuovo ponte di Genova (che sarà intitolato al compositore Paganini, per intenderci colui che negò a Sua Maestà il Re Carlo Felice la ripetizione di un concerto) e, nel tipico sensazionalismo italico, si è detto, tra l’altro, che la ricostruzione del ponte è la dimostrazione del fatto che lo Stato non abbia mai abbandonato Genova; vero, ma non troppo. In realtà è, sotto certi aspetti, innegabile che il miracolo-ponte di Genova sia avvenuto proprio in ragione del fatto che lo Stato abbia accettato in qualche modo di farsi da parte o, per dirla un po’ più alla “democristiana”, di essere stato presente in maniera diversa rispetto a quanto non accada generalmente. La vera chiave di svolta è stata, infatti, il “commissariamento in deroga” (sui cui dettagli rimando all’eccellente analisi presente in questo blog La necessaria riforma del Codice degli Appalti), strumento che oggettivamente ha consentito di smarcarsi da una serie indefinita di zavorre che avrebbero reso impossibile la realizzazione di un’opera simile in quelle tempistiche. Da questo punto di vista quello ottenuto è, dunque, successo frutto del ripudio della procedimentalizzazione estrema simbolo dell’attività pubblica ad ogni livello e grado italiana; di fatto, una vittoria ottenuta non tanto per presenza, bensì per autonegazione dello Stato e di molti principi su cui esso stesso fonda la propria azione. Altrettanto innegabile, infatti e purtroppo, è constatare che ciò non sia altro che l’ovvia conseguenza che bisogna affrontare quando si fanno i conti, più che con un cattivo governo, con una cattiva burocrazia, di quella che “fa nascere la diffidenza fra le entrate e le uscite, ed infine inventa i fili lillipuziani che incatenano il paese[…]” e che lentamente radica “la mediocrità dell’amministrazione […]”, che è “interamente composta da spiriti meschini”; quella burocrazia, insomma, che ostacola “la prosperità del paese, ritarda(va) di sette anni nei suoi scartafacci il progetto di un canale che avrebbe stimolato la riduzione di un’intera provincia, si spaventa(va) di ogni cosa, perpetua(va) le lungaggini rendendo eterni quegli abissi che a loro volta la rendeva(no) perpetua ed eterna. […] e per finire, soffoca(va) quegli uomini di talento tanto arditi da voler camminare senza di lei o da impegnarsi per metterne in luce gli errori”. A leggere tali parole si potrebbe pensare ad una forse troppo accorata sintesi parafrasata di una relazione annuale sullo status della P.A. di qualche autorità indipendente, ed invece non è altro che un passaggio del romanzo “Gli impiegati”, scritto da Honorè de Balzac nel lontano 1837.
Balzac, in meno di mezza pagina, quasi due secoli fa fotografava i rischi e le conseguenze nocive e sistemiche che una burocrazia acritica e dissennata reca con sé. Della fatalità di tali conseguenze l’Italia ne è, d’altra parte, decisamente consapevole; basti pensare, per rimanere in tema epidemia, al pasticcio creato sulle certificazioni per dispositivi DPI, alle singolari procedure regionali e/o statali e/o locali-fai da te necessarie per l’accreditamento di tamponi o test sierologici, ma più in generale non si osi immaginare a quanti disastri idrogeologici si sarebbero potuti evitare… se i fondi destinati alla messa in sicurezza degli argini del fiume X non fossero stati bloccati da qualche firma del responsabile d’area Y non apposta per mancato visto rilasciato dall’ente certificatore Z perché momentaneamente sospeso dalle proprie attività in attesa dell’esito del ricorso amministrativo per asserita illegittimità dei criteri di scelta dell’ente certificatore stesso. Trattasi di esempi assolutamente non esaustivi e il cui numero è pressoché impossibile da determinare.
Tuttavia, più insidiosa di una burocrazia scriteriata è una riforma scriteriata della stessa e anche di ciò l’elenco di esempi tutto italiano è drammaticamente lungo; si pensi ai numerosi propositi di sterminio di massa di leggi, come il celebre “taglia-leggi” del 2005 presentato da un autentico falò di faldoni appiccato dall’allora Ministro proponente cui seguì, però, un decisamente meno pirotecnico decreto “salva-leggi” emanato in fretta e furia poco dopo per impedire l’inevitabile crash normativo, o alle varie eliminazioni di enti pubblici decise senza alcuna riprogrammazione delle competenze lasciate scoperte (si fa riferimento, ad esempio, alla Riforma delle Province siciliane del 2015) o ancora alle innumerevoli riforme che hanno toccato l’ambito della trasparenza amministrativa, tutte quante caratterizzate da uno strano gusto per l’horror vacui tale da limitarsi di volta in volta a bombardare di dati e/o informazioni di ogni genere le aree opache dell’operato burocratico, con un unico ed evidente “effetto stordimento” per chiunque intenda avvalersene.
Si dice che la via dell’inferno è lastricata di buone intenzioni e d’altra parte di riforme sulla semplificazione amministrativa se ne fanno periodicamente da quasi un secolo (la prima di esse porta la firma del Ministro Ivanoe Bonomi ed è datata 1921…sic!), però se la situazione attuale è quella che è, significa che qualcosa sicuramente è andata storta. Questo per dire che il Paese non ha bisogno di improbabili “burocracy- free zones” né di scriteriati disboscamenti normativi, in breve, non si ha bisogno di mere bandieruole elettorali travestite da maxi-decretoni rivoluzionari; ma al contrario di una sburocratizzazione, certosina, ponderata, e soprattutto armonizzata, che abbia al centro sia (ovviamente) una ragionata eliminazione delle norme superflue con conseguente diluizione del procedimentalismo imperante, ma anche una completa revisione ab imis dei modelli organizzativi, compreso il ruolo del personale a partire dallo status di dipendente pubblico e soprattutto dalla sua formazione, ancora troppo dottrinaria e nozionistica ed incredibilmente poco pratica e tecnica.
D’altra parte, se si è sfruttato lo stato d’eccezione (che è cosa ben diversa dallo stato di emergenza) per limitare, come mai prima, diritti e libertà fondamentali, sarebbe ora il caso di ugualmente sfruttarlo ma, ora, per darsi quel colpo di reni al livello nazionale (così come quello, invece, avvenuto in ambito europeo nonostante da un lato, le incertezze e lo scetticismo inziali, dall’altro il contradditorio e discutibile contegno tenuto da molti esponenti politici nostrani, ennesima dimostrazione dell’ormai insostenibile peso di propagandisti, professionisti da campagna elettorale e populisti vari che affollano la comunità politica italiana) e riformare dalle fondamenta i principi macroscopicamente farraginosi che governo l’azione pubblica nel suo complesso.
Tuttavia, come Paganini, le cui composizioni erano spesso frutto di geniale improvvisazione e quindi irripetibili, si chiede al Governo e/o al Legislatore di non ripetere le riforme del passato, il più delle volte anch’esse improvvisate e, per ciò stesso (ça va sans dire), altrettanto irripetibili. Diversamente, il prezzo da pagare non potrebbe che essere quello della stagnazione economica con conseguente gioco al massacro di imprese e di ricchezza nazionale in generale, il tutto con risvolti sociali e politici assolutamente imprevedibili e con il rischio della tenuta stessa dell’ordinamento e dello Stato di diritto.

Giovanni Bovi

Di Giovanni Bovi

Romano di nascita, radici in Calabria. Laureato in giurisprudenza, mi piace il diritto, quello giusto