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	<title>unione sovietica Archivi - Einaudi Blog</title>
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	<description>Il blog della Fondazione Luigi Einaudi</description>
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	<title>unione sovietica Archivi - Einaudi Blog</title>
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		<title>Vasilij Grossman e la distopia totalitaria</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Elio Cappuccio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Jun 2022 15:27:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Vasilij Grossman pubblicò Stalingrado nel 1952, ma il titolo da lui scelto fu sostituito con  La giusta causa. Si trattava di un’espressione del commissario agli Esteri Molotov, che lasciava trasparire la volontà di “giustificare”, con la Grande guerra patriottica, le ambiguità del Patto Ribbentrop-Molotov e le iniquità degli anni dello stalinismo.  Stalingrado costituisce il primo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Vasilij Grossman pubblicò <em>Stalingrado</em> nel 1952, ma il titolo da lui scelto fu sostituito con  <em>La giusta causa. </em>Si trattava di un’espressione del commissario agli Esteri Molotov, che lasciava trasparire la volontà di “giustificare”, con la <em>Grande guerra patriottica</em>, le ambiguità del Patto Ribbentrop-Molotov e le iniquità degli anni dello stalinismo.  <em>Stalingrado</em> costituisce il primo volume di una dilogia che ha il suo seguito in <em>Vita e destino</em>, pubblicato a Losanna nel 1980. L’opera di Grossman, a causa dei diversi interventi della censura sovietica, ebbe più stesure. L’autore dovette infatti operare dei tagli e delle integrazioni, al fine di far risaltare aspetti che, secondo i canoni rigidi del Realismo socialista, erano stati messi in ombra dall’attenzione riservata a vicende individuali o alla comunità ebraica ucraina.  Tutto ciò ha reso particolarmente arduo il lavoro di ricostruzione filologica del testo, curato da Robert Chandler e Jurij Bit-Junan e tradotto quest’anno in italiano per Adelphi da Claudia Zonghetti.</p>
<p>Nelle prime pagine del romanzo Grossman descrive l’incontro dell’aprile del 1942 fra Mussolini e Hitler a Salisburgo, in cui i due dittatori discutono dell’imminente piano nazista di attacco all’URSS. Dai grandi saloni freddi del castello salisburghese di Klessheim, arredato con mobili sottratti alla Francia, la scena si sposta poi nella campagna russa, dove il contadino Vavilov riceve la chiamata alle armi nel momento meno opportuno. Se infatti al distretto militare avessero aspettato un paio di mesi, “sarebbe certamente riuscito a lasciare la famiglia con cibo e legna per un anno”.  Prima di partire Vavilov, insieme alla moglie, guarda intensamente le pareti della sua isba. Lei sapeva, scrive Grossman, che sarebbero state “testimoni di tutta la sua solitudine”. Lui invece avrebbe voluto portare con sé “quella che considerava la più bella casa del mondo”. Si coglie in queste pagine iniziali come Grossman, pensando a Tolstoj, voglia guardare ai grandi eventi che hanno segnato la storia anche con lo sguardo degli uomini comuni, vittime o esecutori ignari di decisioni che li sovrastano.</p>
<p>Per un personaggio del romanzo, il vecchio bolscevico Mostovskoj, che rifletteva una opinione largamente condivisa, la nuova Russia sovietica era balzata in avanti di un secolo, trasformando ciò che sempre era sembrato immutabile, come l’agricoltura o il corso dei fiumi. Era stato raggiunto un livello di alfabetizzazione “paragonabile solo a un’esplosione solare di potenza astronomica” che se fosse stata tradotta in onde elettromagnetiche, “gli astronomi della altre galassie avrebbero registrato la nascita di una nuova stella”. I protagonisti di questa rivoluzionaria trasformazione erano ingegneri e operai, piloti e marconisti e “i milioni di lavoratori che costituivano le fondamenta della nuova società”. La loro forza derivava “dalla fiducia, dalla conoscenza e dall’amore per la Patria sovietica”. Si può intuire che pagine come questa potrebbero essersi rese necessarie per bilanciare parti del romanzo in cui i censori di regime ritenevano non emergessero adeguatamente le virtù socialiste.  In un passo degli ultimi capitoli Grossman descrive il tragitto che il camionista Krymov percorre dal fiume Achtuba al Volga. Krymov prova una grande emozione nel leggere dei cartelli con scritte come “Non un passo indietro”, “Difendiamo Stalingrado” e si chiede se quanti percorreranno quella strada, negli anni a venire, penseranno a come poteva apparire nell’ottobre del 1942. Immagina allora di dar voce ai pensieri di un vecchio che fra un migliaio d’anni attraverserà quei luoghi, pensando agli uomini “della remota epoca della Grande Rivoluzione, dei giganteschi cantieri”, che marciarono verso il Volga, facce semplici e buone, “che indossavano divise d’altri tempi, scarpe d’altri tempi, e avevano delle stelle rosse sui berretti”. In questa evocazione epica Grossman riprende i versi del libro VIII dell’<em>Odissea</em> (751-752), in cui Omero racconta che piacque agli Dei, da cui dipese la guerra di Troia, “che degli eroi le morti \ Fossero il canto dell’età future”.</p>
<p>Il tono epico di queste scene coesiste, in <em>Stalingrado</em>, con l’attenzione alle vicende tragiche che sconvolgono le vite di ogni famiglia e di ogni uomo. Nel descrivere la tremenda distruzione della città, Grossman definisce ancora più tremenda la morte di “un esserino di sei anni schiacciato da una trave di ferro. Perché se esiste una forza capace di risollevare dalla polvere città enormi, non c’è forza al mondo in grado di risollevare le palpebre dagli occhi di un bambino morto”. Le ragioni della Grande storia non possono ignorare infatti le ferite che producono sulle persone più indifese.</p>
<p>Grossman partecipò alla guerra in prima linea, dal 1941 al 1945, descrivendone nei suoi taccuini gli aspetti più eroici e più inquietanti. Nel 1944 raccontò in particolare il massacro di migliaia di ebrei ucraini a Berdicev, la sua città natale, ad opera dei nazisti. Insieme a Il’ia Erenburg curò poi <em>Il libro nero</em>, in cui furono documentate le stragi compiute dai nazisti sugli ebrei russi, ma tutto il materiale raccolto fu sequestrato dall’ NKVD dopo la guerra, quando la politica antisemita di Stalin non consentiva più di volgere particolari attenzioni alle vicende ucraine e alle comunità ebraiche in particolare. Se i nazisti avevano commesso terribili atrocità, Stalin si era reso responsabile della terribile carestia ucraina del 1932-1933 e di feroci persecuzioni nei confronti della popolazione ebraica. In <em>Vita e destino</em> Mostovskoj, che abbiamo incontrato in <em>Stalingrado</em>, si trova a confrontarsi, nel lager in cui è rinchiuso, con Liss, un ufficiale delle SS. Liss afferma con convinzione che i comunisti rinchiusi da Hitler nei campi di concentramento erano già stati segregati in URSS da Stalin. Non bisogna dimenticare peraltro che in seguito al patto Ribbentrop-Molotov i sovietici consegnarono ai nazisti i comunisti tedeschi che si erano rifugiati in URSS. La persecuzione degli ebrei, proseguiva l’ufficiale tedesco, non era inoltre estranea alle scelte politiche degli stessi sovietici: “Oggi la spaventa il nostro odio per i giudei. Può darsi che domani vi avvarrete voi della nostra esperienza”. Per riuscire a respingere le affermazioni di Liss, scrive Grossman, Mostovskoj avrebbe dovuto rinunciare a ciò per cui aveva vissuto. Non solo condannare, ma odiare con tutta la forza dell’anima e con tutta la passione rivoluzionaria “il lager, la Lubjanka, il sanguinario Ezov, Jagoda, Berja! Non basta, bisognava odiare Stalin e la sua dittatura! Il cammino conduceva all’abisso”. Liss si chiede in cosa possa consistere l’inimicizia fra i due totalitarismi. Hitler non era affatto, a suo avviso, al servizio dei capitalisti, dal momento che è lo stato a indicare loro gli obbiettivi da perseguire nello spirito di quella pianificazione che l’URSS segue rigidamente: “Noi siamo forme differenti di un unico essere […]. Il vostro stato partitico, esattamente allo stesso modo del nostro, stabilisce il piano, il programma, e si accaparra la produzione. Quelli che voi chiamate padroni, gli operai, anch’essi ricevono lo stipendio dal vostro stato partitico”. Voi come noi, prosegue Liss, “siete consapevoli che il nazionalismo è la principale forza del XX secolo. Il nazionalismo è lo spirito dell’epoca! Il socialismo in un solo paese è la più alta espressione del nazionalismo […]. Sulla terra ci sono due grandi rivoluzionari: Stalin e il nostro grande capo. La loro volontà ha dato vita al socialismo nazionale dello stato. Per me la fratellanza con voi è più importante della guerra contro di voi per i territori orientali”.</p>
<p>Per realizzare il socialismo in un solo paese Stalin ha dovuto privare i contadini della proprietà privata e ne ha sterminati in gran numero e Hitler, resosi conto che gli ebrei ostacolavano il nazionalsocialismo, ha deciso di distruggerli, conclude Liss e, fissando Mostovskoj, che è rimasto ammutolito, aggiunge di sentirsi uno specchio di fronte a lui.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Qualche anno più tardi, in <em>Tutto scorre</em>, Grossman scriverà che Lenin, il fondatore dell’Internazionale comunista, aveva in realtà preparato il terreno per uno sviluppo inaudito dell’autocrazia e della sovranità nazionale.  Il principio della “non-libertà”, coltivato con zelo da Ivan il Terribile, come da Pietro il Grande e da Caterina, e accolto da Lenin, giunse poi al suo massimo trionfo con Stalin, nell’identificazione di stato, partito, polizia segreta. In tutto ciò Grossman vede il baratro profondo che separava lo sviluppo dell’Occidente, “fecondato dalla crescita della libertà”, dallo sviluppo della Russia, “fecondato dalla crescita della schiavitù”. Il comunismo sovietico aveva assunto in sé i tratti del dispotismo asiatico, che lo contrapponevano alle liberaldemocrazie e alle socialdemocrazie occidentali, ferocemente avversate. La Russia postsovietica ha ereditato questo modello autocratico, che si esprime nelle forme di una democrazia illiberale e nel rifiuto dei principi fondamentali dello stato di diritto.</p>
<p><em>Tutto scorre</em> rappresenta una continuazione della dilogia. Si salvò dal sequestro di tutti gli scritti di Grossman e fu pubblicato postumo a Francoforte nel 1970. Qui il disincanto nei confronti del sistema sovietico diviene aperta denuncia. Il romanzo narra la vicenda di Ivan, che, avendo trascorso trent’anni nei Gulag, torna libero dopo la morte di Stalin.  Ivan vive in una condizione di spaesamento, a Mosca come a Leningrado, e sceglie di stabilirsi in campagna dove si dedicherà al lavoro di fabbro. Anna, una vedova di guerra di cui si innamora, gli racconterà le atrocità commesse contro i <em>kulaki</em> e la tragedia della carestia degli anni trenta voluta da Stalin.</p>
<p>Nel carattere di Stalin, in cui l’asiatico si fondeva con il marxista europeo, si poteva cogliere, scrive Grossman, il senso del sistema statale sovietico. I piani quinquennali, “piramidi del ventesimo secolo”, come i monumenti dell’Asia antica, seducevano il suo animo e incarnavano uno spirito tirannico che negava qualunque forma di libertà. Ivan dice che una volta aveva pensato che la libertà fosse quella di pensiero, di stampa, di opinione, ma si era convinto, nel tempo, che essa coincide con la vita della gente, “è il diritto di seminare quel che vuoi, di fare scarpe, soprabiti, di cuocere il grano che hai seminato per venderlo o non venderlo come vuoi tu; e anche se fai il meccanico, o il fonditore, o l’artista, vivi e lavora come vuoi tu, e non come ti ordinano. Invece non c’è libertà, né per chi scrive libri, né per chi coltiva grano o fa gli stivali”.</p>
<p>Grossman si chiede spesso se si possa accettare la concezione hegeliana secondo cui tutto ciò che è reale è razionale, perché, se fosse così, rischieremmo di giustificare la disumanità.  Si sarebbe forse sentito più vicino ad Alexandr Herzen, per il quale era impossibile dimostrare un ordine razionale della storia, che gli appariva come “l’autobiografia di un pazzo<strong>”. </strong>Parole, queste, commentava Isaih Berlin, che anche Voltaire o Tolstoj avrebbero potuto pronunciare con uguale amarezza.</p>
<p>Grossman, scrive Tzvetan Todorov, è sicuramente l’erede dei grandi russi del XIX secolo, del Dostoevskij de <em>I Demoni</em> e de <em>I fratelli Karamazov</em> e del Tolstoj di <em>Guerra e pace</em>, ma l’autore con cui avvertiva il legame più forte era Cechov, perché riconosceva in lui un umanesimo fondato sulla libertà e sulla bontà. Grossman, come Cechov, privilegiava la bontà sul bene, perché riteneva che le dottrine del bene portassero con sé il difetto insormontabile di porre al vertice “un’astrazione, non gli individui umani”. Consapevole di questo, il <em>folle in Dio</em> Ikonnikov può dire, in <em>Vita e destino</em>, che “anche Erode non versava sangue in nome del male”. La “tentazione del bene”, che caratterizza i totalitarismi descritti in tutta l’opera di Grossman, dimentica infatti gli individui per i quali questo bene era stato pensato e, come scrive Todorov, si traduce tragicamente in una “pratica del male”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>    </em></strong></p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Elio Cappuccio" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2022/10/elio-cappuccio.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/elio-cappuccio/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Elio Cappuccio</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>È presidente del Collegio Siciliano di Filosofia. Insegna Storia della filosofia moderna e contemporanea presso l’Istituto superiore di scienze religiose San Metodio. Già vice direttore della Rivista d’arte contemporanea Tema Celeste, è autore di articoli e saggi critici in volumi monografici pubblicati da Skira e da Rizzoli NY. Collabora con il quotidiano Domani e con il Blog della Fondazione Luigi Einaudi.</p>
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		<title>Putin e l’Ucraina. Imperialismo postsovietico ed Eurasiatismo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Elio Cappuccio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Mar 2022 15:32:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo la caduta dell’Unione Sovietica e lo scioglimento del Patto di Varsavia è sicuramente mancata la volontà di ridefinire i rapporti di forza in Europa da parte dei Paesi occidentali, nell’errata convinzione che le regole della democrazia liberale dovessero ormai essere universalmente riconosciute. L’allargamento della Nato verso i Paesi che facevano parte del Patto di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo la caduta dell’Unione Sovietica e lo scioglimento del Patto di Varsavia è sicuramente mancata la volontà di ridefinire i rapporti di forza in Europa da parte dei Paesi occidentali, nell’errata convinzione che le regole della democrazia liberale dovessero ormai essere universalmente riconosciute. L’allargamento della Nato verso i Paesi che facevano parte del Patto di Varsavia è stato quindi considerato una manifestazione egemonica, che ha in qualche modo offeso la dignità di una grande potenza come la Russia. Lo dimostrano le vicende che hanno condotto alla situazione attuale. Vi erano probabilmente ragioni concrete per sperare che in Ucraina la diplomazia arrivasse prima delle armi, ma Putin ha scelto le maniere forti, intervenendo militarmente, secondo uno stile che ricorda i metodi seguiti nell’era sovietica, in cui si è formato. Metodi, questi, che sono lontani dal sistema di relazioni che governano i rapporti fra gli stati europei e che sembrano collocare la Russia in un contesto eurasiatico estraneo alle liberaldemocrazie.<br />
Le interferenze russe a sostegno dei movimenti populisti in Europa, di Trump negli Stati Uniti, del voto sulla Brexit in Gran Bretagna, hanno indicato chiaramente, in questi anni, l’intenzione di destabilizzare le democrazie occidentali, promuovendo modelli autoritari, quasi a voler controbilanciare l’influenza liberale che si stava affermando all’Est. L’ostilità verso l’Occidente è legata anche al rilievo che in Russia ha assunto oggi la corrente dell’eurasiatismo che, sviluppatasi nel corso dell’ ‘800, individuava nell’ortodossia e nell’eredità bizantina la specificità della Russia, contrapponendola all’universalismo illuministico europeo. Questi temi, al centro della riflessione del filosofo Konstantin Lenot’ev negli anni ’70 dell’800, sono stati ripresi nel corso dei primi decenni del ‘900. Intorno al 1970 lo storico Lev Gumilev, figlio della poetessa Anna Achmatova, rielaborò questa teoria, che, con una chiara declinazione geopolitica, rivive ai nostri giorni, come dimostra il libro del filosofo Aleksandr Dugin La quarta teoria politica.<br />
Nel 1992 Eduard Limonov, una figura controversa che si proponeva di far dialogare il nazionalismo col bolscevismo, fondò il Fronte Nazionale Bolscevico. Dugin, che inizialmente ne aveva condiviso il programma, scelse in seguito di dar vita a un movimento eurasiatico, con l’intenzione di coinvolgere anche le varie espressioni delle destre nazionaliste.<br />
In questo quadro si può collocare il progetto di Unione Eurasiatica, elaborato da Putin nell&#8217;ottobre del 2012, che si proponeva di coniugare i temi dell&amp;#39;eurasiatismo con la specificità geopolitica della Russia postsovietica. La crociata antimoderna di Dugin, accolta dai sovranisti, riesce a conciliare, in modo spregiudicato, le più diverse correnti di pensiero che si sono opposte al liberalismo. Incontriamo infatti il tradizionalismo di Guenon e di Evola accanto Gramsci, a Schmitt, ad Alain de Benoist. Dugin scrive inoltre di provare un grande interesse per &#8220;due filosofi italiani di sinistra, il cui pensiero non è appassito nei vecchi schemi e che non hanno lasciato posizioni ai liberali &#8211; e sono Massimo Cacciari e Giorgio Aganben&#8221;<br />
Questa chiamata alle armi degli avversari, veri o presunti, della democrazia liberale e della Società aperta evoca purtroppo i momenti più cupi del secolo scorso, in cui il nemico comune, per le destre come per le sinistre autoritarie, era rappresentato dal liberalismo, le cui garanzie procedurali apparivano come vuoti formalismi borghesi. La logica dell&#8217;emergenza, adottata dai regimi autoritari, può infatti consentire di reprimere senza ostacoli i nemici del popolo, come accadeva ieri nella Germania di Hitler e nell’URSS di Stalin e può accadere oggi in Russia, in Cina, in Turchia, in Egitto e in tante altre autarchie nelle quali Dugin certamente si riconoscerà. Sarebbe strano se in questi luoghi si coltivasse un particolare interesse per la concezione kelseniana della democrazia o per la Società aperta di Popper. L’esigenza di identificare, entro un perenne stato d’eccezione, i nemici del popolo, diviene infatti fondamentale in un regime autocratico, che proprio nell’opposizione amico-nemico, teorizzata da Schmitt, può trovare la sua legittimazione. Si avverte un certo disagio nel constatare con quanta timidezza, in diversi ambienti politici, venga<br />
affrontato il tema del controllo dell’informazione e delle limitazioni della libertà personale in Russia e come, fra gli slogan di questi giorni, siano diffuse le critiche agli Stai Uniti, mentre passano quasi in secondo piano i crimini che l’Ucraina sta subendo in seguito all’invasione russa. Troviamo poi, schierati a difesa, più o meno palese, di Putin, leghisti, aderenti alla galassia della sinistra, cinquestelle, ANPI. Destre e sinistre si trovano unite, così, nella retorica antiamericana e nell’indulgenza verso le forme postmoderne del dispotismo euroasiatico.<br />
Nell’ottobre del 2018 Dugin salutò con entusiasmo l’alleanza fra Salvini e Di Maio, considerandola il primo caso, nella politica moderna, in cui il populismo di destra e quello di sinistra avrebbero potuto collaborare per costruire un’alternativa ai sistemi politici prevalenti in Europa. Nel richiamarsi alla tradizione e al popolo, Dugin evoca l’immagine della comunità, intesa come un grande organismo, in cui il singolo si annulla. Avveniva così nella comunità di popolo (Volksgemeinschaft) del Terzo Reich, che trovava compimento nel Führerprinzip, il primato assoluto e carismatico del Führer. Questi temi riecheggiano, in qualche modo, nel discorso in cui Putin considera l’Ucraina, secondo una concezione organicistica e totalitaria, parte integrante della Grande Madre Russia. Risulta dunque paradossale che, accogliendo idee e metodi tipici del Terzo Reich, Putin chiami nazista chi rivendica la propria autonomia contro il suo dispotismo postsovietico ed eurasiatico.<br />
La crisi del carisma putiniano sembra tuttavia vicina. Il Pil russo è vicino a quello italiano e si fa fatica a pensare come, dinnanzi alle enormi spese militari e agli effetti delle sanzioni, Putin possa conservare il consenso di un popolo che sarà sempre più povero e che non riesce a vedere un nemico nell’Ucraina. In questo clima, il mondo dell’ economia prenderà le distanze da un leader che di fatto bloccherà le relazioni commerciali con l’occidente. Il conseguente spostamento della Russia nell’orbita cinese creerà inoltre contrasti anche nella cerchia più vicina allo stesso Putin, che non potrà mettere a tacere queste voci, con i metodi brutali finora adottati con gli oppositori e con la stampa. Pensando al nostro variegato paesaggio ideologico, stupisce che quanti, tra politici e intellettuali, hanno tuonato contro la dittatura sanitaria e gli attentati alla Costituzione, siano talora così concilianti nei confronti di un regime che calpesta le libertà fondamentali dei suoi cittadini e invade uno stato sovrano.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Elio Cappuccio" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2022/10/elio-cappuccio.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/elio-cappuccio/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Elio Cappuccio</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>È presidente del Collegio Siciliano di Filosofia. Insegna Storia della filosofia moderna e contemporanea presso l’Istituto superiore di scienze religiose San Metodio. Già vice direttore della Rivista d’arte contemporanea Tema Celeste, è autore di articoli e saggi critici in volumi monografici pubblicati da Skira e da Rizzoli NY. Collabora con il quotidiano Domani e con il Blog della Fondazione Luigi Einaudi.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/putin-e-lucraina-imperialismo-postsovietico-ed-eurasiatismo/">Putin e l’Ucraina. Imperialismo postsovietico ed Eurasiatismo</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>Ideologie e pseudoscienze. Il Caso Lysenko</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Elio Cappuccio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Jan 2022 08:56:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’idea che il socialismo fosse una “scienza”, come sostenne Friedrich Engels, rafforzò negli intellettuali e nei militanti, la convinzione che i principi del materialismo dialettico possedessero la stessa validità delle leggi della fisica. La dogmatica marxista non ha seguito il cammino del metodo scientifico, che si nutre di dubbi, ma si è trincerata dietro i [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L’idea che il socialismo fosse una “scienza”, come sostenne Friedrich Engels, rafforzò negli intellettuali e nei militanti, la convinzione che i principi del materialismo dialettico possedessero la stessa validità delle leggi della fisica. La dogmatica marxista non ha seguito il cammino del metodo scientifico, che si nutre di dubbi, ma si è trincerata dietro i rassicuranti meccanismi di difesa dell’ideologia. Nella sua commemorazione di Marx, Engels mise in rilievo che, come Darwin aveva scoperto le leggi dell’evoluzione delle specie, Marx aveva individuato le leggi della storia. Questa analogia nascondeva, in realtà, molteplici insidie, che non avrebbero tardato a manifestarsi.</p>
<p>Dalla Rivoluzione scientifica in poi, lo scienziato non si accosta ai fenomeni che studia per coglierne l’essenza, ma per misurarli. Al centro della sua indagine, non è quindi il che cosa, ma il come. Non si propone, inoltre, di trovare leggi ferree, ma elabora congetture.  Questo sapere congetturale caratterizza in modo più evidente l’ambito delle scienze storiche e sociali.  L’analisi marxista può allora delineare i modelli di una società socialista, ma non può essere in grado di dimostrare che la storia si concluderà con la rivoluzione, il crollo del capitalismo e la proprietà sociale dei mezzi di produzione. Si attribuirebbe, in questo caso, valore di dimostrazione incontrovertibile a una filosofia teologizzata della storia, in cui, come ha sostenuto Karl Popper, alla previsione si sostituisce la profezia.</p>
<p>Nelle concezioni scientifiche che dubitavano della possibilità di comprendere pienamente la realtà o di fornirne una fedele ricostruzione, Lenin intravide lo spettro dell’immaterialismo di Berkeley, il filosofo dell’esse est percipi, che si stupiva dell’“opinione stranamente diffusa tra gli uomini che le case, le montagne, i fiumi, insomma tutti gli oggetti sensibili, abbiano un’esistenza naturale o reale, distinta dal loro essere percepiti dall’intelletto”.</p>
<p>Non è difficile cogliere il disagio di un rivoluzionario come Lenin, di fronte a quegli scienziati che, nel Novecento, hanno preso le distanze dalle forme consuete del materialismo. Se i corpi, scriveva, sono “complessi di sensazioni”, come dice Ernst Mach, o “combinazioni di sensazioni”, come diceva Berkeley, “ne consegue inevitabilmente che tutto il mondo non è che una mia rappresentazione. Partendo da questa premessa, non si può ammettere l’esistenza di altri uomini all’in fuori di se stessi: questo è il più puro solipsismo”, concludeva Lenin. Come si può trasformare il mondo e fare la rivoluzione, sembra dirci Lenin, se non si è in grado di dare una dimostrazione della sua realtà effettiva?</p>
<p>Le leggi della dialettica, sono, per Engels, “leggi reali dell’evoluzione della natura […] valide anche per la ricerca scientifica teorica”. Se queste leggi sono comuni alla società, alla natura e al pensiero, il pensiero stesso non può che riflettere in modo fedele la realtà.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ciò spiega, come scrive Jacques Monod, “l’accanimento dei dialettici materialistici nel ripudiare ogni specie di epistemologia critica […], irrimediabilmente qualificata idealistica e kantiana”. Per tale ragione Lenin attaccava Mach; Andrej Zdanov metteva in guardia i fisici e i filosofi sovietici dalla teoria quantistica e dalle “diavolerie kantiane della scuola di Copenaghen”; Trofim Lysenko si scagliava contro la genetica “borghese”, colpevole, secondo lui, di contraddire i dogmi del materialismo dialettico. Se l’approccio probabilistico alla fisica veniva accusato di idealismo, la genetica mendeliana era considerata come una assolutizzazione metafisica. All’idealismo e alla metafisica “borghesi”, doveva allora contrapporsi la scienza proletaria.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Rispetto alle difficoltà poste dai modelli probabilistici, che si stavano affermando in seno alla fisica teorica, l’evoluzionismo darwiniano poteva rappresentare, più concretamente, un ponte tra le scienze e il materialismo dialettico. Si possono sicuramente cogliere delle consonanze fra la darwiniana lotta per la sopravvivenza, intesa come una dialettica che alimenta l’evoluzione delle specie, e la lotta di classe, che, dialetticamente, condurrà all’avvento del socialismo. Tali consonanze, che attraversano gli scritti di Engels, generano però delle evidenti contraddizioni.</p>
<p>Le leggi genetiche, che sono alla base dell’evoluzionismo, divennero infatti motivo di scontro nell’ambito della scolastica marxista-leninista, dal momento che l’invarianza del gene configgeva con la volontà di creare l’uomo nuovo socialista, l’homo sovieticus. L’idea che i caratteri acquisiti influissero sul patrimonio genetico, sostenuta da Lysenko, era invece coerente con l’impianto ideologico del socialismo sovietico. Come ha evidenziato Monod, la questione non verteva, infatti, sulla biologia sperimentale, ma “esclusivamente sull’ideologia, o piuttosto sulla dogmatica. L’argomento essenziale (il solo in definitiva), instancabilmente ripreso da Lysenko e dai suoi sostenitori contro la genetica classica, era la sua incompatibilità col materialismo dialettico”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nel luglio del 1948, presso l’Accademia sovietica di scienze agrarie “Lenin”, di cui era stato nominato presidente da Stalin, Lysenko aveva difeso le tesi del botanico Ivan Vladimirovic Miciurin, dell’Accademia delle scienze dell’URSS, che, ispirandosi a Lamarck, aveva rifiutato la genetica mendeliana. Nella certezza che le condizioni ambientali potessero influire sui caratteri ereditari, Miciurin riteneva, contro Mendel, che zoologi e botanici erano in grado di apportare modifiche ereditariamente trasmissibili negli animali e nelle piante. Si scelse così di seguire il metodo della vernalizzazione, che consisteva nel coltivare le piante in condizioni di particolare umidità e temperatura. Questo procedimento avrebbe comportato una selezione di determinate specie che, ereditando le qualità acquisite, avrebbero contribuito ad aumentare considerevolmente la produzione agricola, anche in condizioni climatiche ostili.</p>
<p>La grande attenzione che fu riservata alle tesi di Miciurin e di Lysenko fu anche legata all’esigenza di porre rimedio, in tempi brevi, alle crisi alimentari, che avevano già prodotto tragiche carestie. A questo programma “progressista”, si contrapponeva l’impostazione, descritta come “reazionaria” e deterministica, della genetica mendeliana. All’assenza di significative verifiche sperimentali, faceva riscontro una imponente legittimazione ideologica di queste teorie, che furono accolte con entusiasmo dalle gerarchie del Pcus e suscitarono l’interesse dello stesso Stalin. I genetisti che proseguirono le loro ricerche in sintonia con i metodi della comunità scientifica internazionale furono considerati reazionari e fascisti, e vennero imprigionati o ridotti al silenzio. Nokolaj Vavilov, che era stato insignito del premio Lenin e aveva diretto l’Istituto di genetica dell’Accademia delle scienze, fu accusato di boicottaggio per aver difeso la genetica mendeliana e per essersi opposto al lamarckismo improvvisato di Lysenko. Dopo la condanna a morte, fu imprigionato nel 1940 e morì in carcere nel 1943. Fu infine riabilitato nel 1955.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In Italia, il genetista Adriano Buzzati Traverso apostrofò come “assurda verità” la teoria di Lysenko, attirandosi le ire di alcuni biologi che gravitavano nell’orbita del Pci. Nello Ajello racconta che, nell’inverno del 1948-’49, si tenne, in casa di Emilio Sereni, responsabile della Commissione cultura del Pci dal 1948 al 1951, un incontro su questo tema e il microbiologo Luigi Silvestri fu molto duro nel condannare l’orientamento che Lysenko stava imprimendo alla genetica sovietica. Nel ricostruire la discussione, Silvestri scrive che, di fronte ai dubbi che affioravano anche in coloro che avevano definito Buzzati Traverso uno “scienziato da salotto”, Sereni, la cui profonda erudizione non gli impediva di aderire fideisticamente all’ortodossia sovietica, sostenne “il carattere partitico della scienza”. Tutto si ridusse così a “una questione di fedeltà verso l’URSS”.  La posizione critica di Silvestri comportò, poco dopo, la sua espulsione dal Pci, non tanto per la sua avversione a Lysenko, scrive Ajello, “ma per indisciplina, avendo disobbedito al divieto di discutere l’argomento nelle sezioni del Pci”. Gli scienziati che militavano nel partito scelsero prevalentemente, per fedeltà ideologica, di non manifestare il proprio dissenso. “Non potevamo non roderci dentro”, scrisse poi il patologo Massimo Aloisi, ricordando che i biologi Giuseppe Montalenti e Pietro Omodeo furono definiti “reazionari e lacché dell’imperialismo per la loro opposizione a Lysenko”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Fra gli scienziati che si trovarono ad operare nei totalitarismi vi fu chi si collocò in una zona grigia, chi aderì in modo incondizionato alla neolingua delle pseudoscienze di regime, chi, in rari casi, manifestò la sua opposizione. Nella Germania nazista, figure ben più autorevoli rispetto a Lysenko si trovarono coinvolte nell’ambiguità di questo clima.  Werner Heisenberg, che fu insignito del premio Nobel nel 1932, pur non riconoscendosi nel nazismo, collaborò ai progetti di fissione nucleare finalizzati alla creazione di armi atomiche. Nel 1941, quando la Danimarca subiva l’occupazione nazista, si recò a Copenhagen, da Niels Bohr. Non è tuttora chiaro se intendesse proporgli di collaborare col Terzo Reich, che voleva precedere gli americani nella produzione della bomba atomica. Di fatto, la loro amicizia, nata venti anni prima, quando il giovane fisico tedesco aveva frequentato l’istituto di ricerca del più anziano Maestro danese, giunse a termine. Bohr, che aveva ricevuto il Nobel per la fisica nel 1922, e che, insieme a Werner Heisenberg e a Max Planck, aveva posto le basi della fisica quantistica, scelse la via dell’esilio. Dopo un periodo vissuto in Inghilterra, si stabilì negli Stati Uniti, dove collaborò al Progetto Manhattan.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Philipp von Lenard e Johannes Stark, due fisici insigniti del Nobel, nazisti della prima ora e difensori della Deutsche Physik, attaccarono aspramente la “fisica ebraica” di Albert Einstein, non risparmiando critiche a  Planck,  che, a loro avviso, doveva la sua posizione di privilegio nella comunità scientifica all’attenzione manifestata verso le teorie fisiche “giudaiche”. Sia Planck che Heisenberg furono poi apostrofati come “ebrei bianchi” dai “fisici ariani”, che li accusavano di non prendere le distanze da Einstein.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La contrapposizione tra fisica ariana e fisica giudaica, nella Germania di Hitler, appare speculare, sotto molti aspetti, alla contrapposizione tra genetica reazionaria borghese e genetica progressista, nell’ URSS di Stalin, come speculari appaiono le ideologie totalitarie, che hanno preteso di riscrivere la storia e di sostituire il metodo scientifico con le pseudoscienze. Nelle diverse declinazioni, il pensiero totalitario segue fideisticamente le sue indimostrabili premesse, e, obbedendo a una rigida e inesorabile logica paranoica, rifiuta, come scrisse Hannah Arendt, “gli insegnamenti della realtà”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Testi citati</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Berkeley, <em>Trattato sui principi della conoscenza umana</em>, trad. it., in G. Berkeley, <em>Opere filosofiche</em>, U.T.E.T., Torino, 1996.</p>
<p>J. Lenin, <em>Materialismo ed empiriocriticismo</em>, trad. it., Editori Riuniti, Roma, 1973.</p>
<p>Engels, <em>Dialettica della natura</em>, trad. it., Edizioni Rinascita, Roma, 1950.</p>
<p>Monod, <em>Il caso e la necessità. Saggio sulla filosofia naturale della biologia contemporanea</em>, trad. it., Edizioni scientifiche e tecniche Mondadori, Milano, 1972.</p>
<p>Ajello, Intellettuali e PCI 1944-1958, Laterza, Roma-Bari, 1979.</p>
<p>Arendt, <em>Le origini del totalitarismo</em>, trad. it., Edizioni di Comunità, Milano, 1967.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Elio Cappuccio" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2022/10/elio-cappuccio.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/elio-cappuccio/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Elio Cappuccio</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>È presidente del Collegio Siciliano di Filosofia. Insegna Storia della filosofia moderna e contemporanea presso l’Istituto superiore di scienze religiose San Metodio. Già vice direttore della Rivista d’arte contemporanea Tema Celeste, è autore di articoli e saggi critici in volumi monografici pubblicati da Skira e da Rizzoli NY. Collabora con il quotidiano Domani e con il Blog della Fondazione Luigi Einaudi.</p>
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		<title>25 dicembre 1991. Bandiera russa sul Cremlino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Elio Cappuccio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Dec 2021 09:21:30 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Quando, nel Natale del 1991, la bandiera dell’Unione Sovietica cessò di sventolare sul Cremlino, per essere sostituita dalla bandiera della Russia, furono in molti a chiedersi se tutto ciò derivasse solo dal fallimento della perestrojka di Gorbacoiv, che si proponeva di riformare il primo stato socialista della storia. La caduta dell’URSS, che Putin avrebbe poi [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Quando, nel Natale del 1991, la bandiera dell’Unione Sovietica cessò di sventolare sul Cremlino, per essere sostituita dalla bandiera della Russia, furono in molti a chiedersi se tutto ciò derivasse solo dal fallimento della <em>perestrojka</em> di Gorbacoiv, che si proponeva di riformare il primo stato socialista della storia. La caduta dell’URSS, che Putin avrebbe poi definito la più grande catastrofe del XX secolo, fu interpretata dal politologo Francis Fukuyama nel quadro di una <em>Fine della storia</em>. La sconfitta del totalitarismo comunista avrebbe infatti consentito il diffondersi, su scala planetaria, del modello liberale e la storia, intesa hegelianamente come progressiva affermazione della libertà, sarebbe giunta al suo compimento. Al di là della fondatezza di questa tesi, sulla quale lo stesso Fukuyama è tornato criticamente in diverse occasioni, risulta evidente che l’implosione dell’URSS  concluse drammaticamente il ciclo storico di un esperimento politico che ha profondamente inciso sul Novecento, “Quel secolo breve &#8211; ha scritto Eric J. Hobsbawn &#8211; che va dal 1914 alla fine dell’Unione Sovietica”.</p>
<p>L’elezione di Gorbaciov alla segreteria del Pcus, nel marzo del 1985, diede inizio a un rinnovamento degli apparati sovietici senza tuttavia metterne radicalmente in questione l’impianto leninista. La<em> perestrojka</em> e la <em>glasnost</em>, gli slogan che caratterizzarono il XXVII Congresso del Partito, nel 1986, rappresentavano, infatti, per Gorbaciov, le strategie più adeguate per rivitalizzare il progetto leninista, a partire dalla NEP.</p>
<p>La sua volontà di estendere la partecipazione democratica è testimoniata dalla riforma costituzionale, che consentirà, nel 1989, di eleggere un Congresso in cui il numero dei deputati riformisti avrebbe poi superato di gran lunga i tradizionali rappresentanti del Pcus. A Mosca, la società civile incideva però in minor misura rispetto a quanto avveniva nell’Europa socialista, dove si assisteva a mutamenti politici in senso democratico che, ad eccezione del caso romeno, non assumevano un carattere violento. Non vi era più, infatti, il timore di un intervento militare sovietico, come era accaduto nel 1953 a Berlino, nel 1956 a Budapest, nel 1968 a Praga.</p>
<p>Nel 1989 i paesi satellite avevano superato la tradizionale condizione di subalternità rispetto all’Unione Sovietica. Ralf Dahrendorf ricorda che il 25 ottobre di quell’anno, a chi gli chiedeva come si sarebbe comportata l’URSS rispetto agli alleati recalcitranti, il portavoce della politica estera sovietica, Gennadij Gerasimov, rispondeva contrapponendo alla dottrina Breznev, adottata fino ad allora, quella che chiamava, ironicamente, la “dottrina Sinatra”.  Gerasimov si riferiva alla canzone di Frank Sinatra <em>My way</em> (<em>A modo mio</em>), per dire che, da quel momento, ogni paese avrebbe potuto decidere autonomamente la strada da seguire.</p>
<p>L’abbandono della dottrina Breznev portava con sé un mutamento radicale nel rapporto tra i paesi del blocco socialista e l’URSS. Se la minaccia sovietica aveva prima frenato e represso ogni tentativo di cambiamento, adesso era la struttura stessa dello stato socialista ad esser messa in discussione, dalla DDR alla fedelissima Bulgaria. I nazionalismi che si affermarono dopo la caduta del Muro di Berlino, furono sostenuti, non solo da varie componenti della società civile, ma anche da rappresentanti dell’<em>élite</em> politica, consapevoli del fatto che l’esigenza di sganciarsi da Mosca era ormai largamente condivisa. Il passaggio, nei Paesi dell’Est, dal comunismo a forme di democrazia che guardavano all’Occidente capitalista, produsse inevitabilmente i suoi effetti sulla tenuta dell’Unione.</p>
<p>La decisione dei lettoni di abbandonare l’Unione, ratificata quasi all’unanimità dal Parlamento, nel 1990, fu presto condivisa da altre Repubbliche.  Le riforme di Gorbaciov, davano luogo, così, a conseguenze inattese. Elstin, oltrepassando le posizioni di Gorbaciov, si propose come fautore di una democrazia radicale, che i conservatori non potevano accettare. Le sue istanze si saldarono poi con le rivendicazioni nazionaliste, contro il centralismo sovietico. Il contrasto con Gorbaciov divenne sempre più evidente. Se l’URSS intendeva esercitare un ruolo di supremazia verso le Repubbliche, queste erano gelose custodi della loro indipendenza, come dimostra l’intesa tra Russia, Ucraina e Kazakistan e il loro reciproco riconoscimento. L’elezione di Elstin a presidente della Russia, con ampio consenso, legittimò ulteriormente l’incontro fra democratici e nazionalisti.  Gorbaciov, il cui moderato riformismo aveva deluso molte aspettative, si trovava ad essere il presidente di quell’Unione da cui la Russia di Elstin e le altre Repubbliche volevano rendersi indipendenti. Nello sviluppo di queste vicende giocò un ruolo decisivo l’unificazione tedesca e la fine della DDR. Gorbaciov, in un incontro con all’allora segretario di stato americano James Baker, dichiarò che la Germania unita, all’interno della NATO, avrebbe potuto causare la fine della <em>perestrojka</em>. Se non poté impedire l’unificazione tedesca e dunque la fine della DDR, riuscì però, ha scritto Tony Judt, a “estorcere, nel senso letterale della parola, un prezzo per le sue concessioni”. Rispetto ai venti miliardi di dollari, richiesti per non porre ostacoli ai negoziati, ne ottenne otto e altri due in crediti senza interesse.</p>
<p>La caduta del Muro di Berlino, i rapidi mutamenti di regime nell’Europa orientale e l’unificazione tedesca innescarono quel processo che condusse alla fine dell’URSS. La destalinizzazione, inaugurata da Krusciov in seguito al XX congresso, non aveva comportato un parallelo rinnovamento nell’ambito della politica economica, ancorata al collettivismo. Le timide aperture di Gorbaciov verso modelli economici competitivi, che deludevano i liberali e spaventavano i conservatori, non riuscivano a scalfire un sistema che, per essere riformato, avrebbe richiesto misure ben più incisive. Non sarebbe accaduto così in Cina, dove Den Xiaoping scelse di adottare una forma di capitalismo che coesisteva con la centralità del Partito, coniugando totalitarismo e mercato. Gorbaciov, cercando di democratizzare il Pcus, si scontrò con i conservatori, che difendevano i loro privilegi e con i liberali, che auspicavano una democrazia pluralista. La <em>perestrojka</em> si dimostrò inadeguata rispetto alle attese della società civile e al variegato mosaico delle nazionalità, che andò in frantumi nel momento in cui il centralismo del Pcus venne meno.</p>
<p>Il colpo di stato dell’agosto del 1991, finalizzato a fermare questo percorso, che veniva percepito dai conservatori come una minaccia alla stessa sopravvivenza dell’URSS, ne segnò in realtà la fine. Gli otto componenti del <em>Comitato statale per lo stato di emergenza </em>erano figure apicali del sistema gorbacioviano, dal primo ministro ai ministri della difesa e dell’interno, dal capo del KGB a importanti rappresentanti del mondo della produzione industriale e agricola.  L’intervento di Eltsin, che riuscì a mobilitare vasti settori dell’opinione pubblica, fu fondamentale per fermare i golpisti, ma il colpo di stato fallì anche a causa dell’improvvisazione con cui era stato organizzato. In realtà, l’idea di decretare uno stato d’emergenza, per arginare il processo di frammentazione dell’URSS, era diffusa da qualche tempo in ambienti vicini allo stesso Gorbaciov.</p>
<p>Il <em>putsch</em> ebbe conseguenze che i congiurati non avevano assolutamente previsto. Apparve chiaro, infatti, che il ruolo del Pcus era ormai marginale e che la pubblica opinione si riconosceva in un orientamento riformista. L’immagine di Gorbaciov divenne sempre più evanescente, lasciando spazio al vigore del populismo autoritario di Eltsin, che volgendo le spalle al comunismo, adottò una spregiudicata politica di privatizzazione delle imprese statali. Ciò produsse un grande disagio sociale e una sorta di modernizzazione forzata della società russa.</p>
<p>Dopo la morte di Stalin, i leader sovietici, pur prendendo in forma diversa le distanze dal dittatore, erano rimasti legati all’economia pianificata. Nella Russia postsovietica, da Eltsin a Putin, l’<em>élite</em> dominante si è identificata con i rappresentanti dell’apparato, nonostante si dimostri aperta alle logiche del mercato. Putin è stato un funzionario del KGB e le figure di spicco della vita politica russa e delle altre Repubbliche sono, per lo più, ex dirigenti del Pcus o di altre istituzioni sovietiche. Diversamente da quanto avviene oggi in Germania, in cui è possibile consultare gli archivi della Stasi, in Russia è rigorosamente precluso l’accesso agli archivi del KGB. Il rifiuto di una discontinuità rispetto al passato è certamente legato al fatto che il comunismo, come tutti i regimi totalitari, non si è limitato a sottomettere con la forza i cittadini, ma li ha coinvolti, promuovendo forme di collaborazione in cui la delazione è stata largamente praticata. Tutto ciò non ha favorito l’esigenza di fare i conti col passato.</p>
<p>La fine dell’URSS ha generato un diffuso risentimento, avvertito in quasi tutti gruppi sociali. È questa la ragione per cui i nazionalisti, pur ostili al comunismo, non riescono a nascondere una certa nostalgia verso la Russia imperiale, ma anche verso il ruolo di potenza mondiale che l’URSS ha esercitato nel Novecento. Il vasto consenso di cui gode Putin si fonda proprio su tale sentire e la sua visione politica assume l’aspetto autoritario di una democrazia che egli stesso definisce “controllata”, una declinazione di quella “democrazia illiberale” che caratterizza oggi, in misura diversa, i paesi del Gruppo di Visegràd. I “valori europei”, che si possono identificare con lo Stato di diritto, con la trasparenza istituzionale, con i diritti civili, non trovano riconoscimento, infatti, nella “Mosca di Putin”. Ecco perché la Russia postsovietica può apparire, come scriveva Tony Judt, un “impero euroasiatico&#8221;.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Elio Cappuccio" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2022/10/elio-cappuccio.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/elio-cappuccio/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Elio Cappuccio</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>È presidente del Collegio Siciliano di Filosofia. Insegna Storia della filosofia moderna e contemporanea presso l’Istituto superiore di scienze religiose San Metodio. Già vice direttore della Rivista d’arte contemporanea Tema Celeste, è autore di articoli e saggi critici in volumi monografici pubblicati da Skira e da Rizzoli NY. Collabora con il quotidiano Domani e con il Blog della Fondazione Luigi Einaudi.</p>
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		<title>Budapest, novembre 1956.  A 65 anni dall’invasione sovietica e dal brindisi di Togliatti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Elio Cappuccio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Dec 2021 19:13:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il 25 febbraio del 1956, dopo la conclusione del XX Congresso del Pcus, Krusciov pronunciò la sua requisitoria antistaliniana. Nel celebre rapporto segreto, Stalin viene accusato di aver alimentato il culto della personalità, snaturando lo spirito del marxismo-leninismo. Si attribuisce al dittatore la responsabilità di aver indebolito il partito e le forze armate, eliminando, in [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il 25 febbraio del 1956, dopo la conclusione del XX Congresso del Pcus, Krusciov pronunciò la sua requisitoria antistaliniana. Nel celebre rapporto segreto, Stalin viene accusato di aver alimentato il culto della personalità, snaturando lo spirito del marxismo-leninismo. Si attribuisce al dittatore la responsabilità di aver indebolito il partito e le forze armate, eliminando, in seguito ad accuse infondate, un gran numero di dirigenti e di ufficiali. La sua inadeguatezza come comandante viene considerata, inoltre, la causa principale delle gravi perdite subite durante la Grande guerra patriottica. Il rapporto rimane “segreto” fino al 4 giugno, quando viene pubblicato dal <em>New York Times</em>.</p>
<p>La svolta kruscioviana provocò una crisi profonda nel movimento comunista internazionale e in particolare nel Pci, in cui il culto staliniano era largamente diffuso. Una testimonianza evidente di questa liturgia ideologica si può trovare nelle parole con cui Palmiro Togliatti commemorò il dittatore sovietico, alla Camera dei Deputati, in occasione della sua morte. Lo descrisse come “un gigante del pensiero”.  Ogni volta che si compie un atto che può assicurare la pace, proseguì, “ivi troviamo Stalin”. In quella stessa occasione, L<em>’Unità</em> apriva con questo titolo: “E’ morto l’uomo che più ha fatto per la liberazione del genere umano<em>”</em>.</p>
<p>Togliatti, che aveva preso la cittadinanza sovietica ed era stato vicesegretario del Comintern, aveva sempre dimostrato la sua fedeltà alle direttive del Pcus. Quando, al suo rientro in Italia, dà un nuovo volto al partito, con la “Svolta di Salerno”, esprime in realtà un orientamento concordato con lo stesso Stalin.  Come ha scritto Silvio Pons, le decisioni assunte dal Pci, tra il 1944 e il 1948, furono “subordinate alla politica estera dell’Urss”. Al non intervento delle potenze occidentali nell’Europa dell’Est, lasciata sotto il rigido controllo sovietico, non poteva che corrispondere, infatti, un non intervento sovietico in Europa occidentale, come sarà definito nella Conferenza di Jalta, nel 1945.</p>
<p>Dopo la morte di Stalin, nel marzo del 1953, il potere fu retto da Malenkov, Krusciov e Berija. L’eliminazione di quest’ultimo e l’allontanamento di Malenkov, consentirono a Krusciov di assumere il pieno controllo del partito. Ebbe inizio, così, un processo che avrebbe condotto al XX Congresso. Le “aperture” di Krusciov alimentarono nel mondo socialista speranze “liberali”, che non tardarono a dar luogo a manifestazioni in cui si richiedeva a gran voce una maggiore partecipazione alla vita politica, al di là dei rigidi protocolli di partito. Dopo i disordini che si verificarono a Budapest, in seguito alla morte di Stalin, nel 1953, la dirigenza sovietica decise di affidare allo stalinista Rakosi la guida del partito e di chiamare al governo un moderato, come Nagy. Le sue scelte politiche, accusate di introdurre metodi liberali, comportarono però, nel 1955, un ritorno all’ortodossia, con la nomina di Hegedus.</p>
<p>Dopo il XX Congresso, le proteste popolari si diffusero e da più parti fu richiesto un processo nei confronti dello stalinista Rakosi e dei dirigenti del partito. Fu inoltre invocato il ritorno di Nagy. Il 23 ottobre, durante uno sciopero di solidarietà per gli insorti polacchi, venne abbattuta la statua di Stalin e fu assaltata la sede della radio. L’intervento militare sembrava la soluzione più prossima, ma prevalse la linea della mediazione. Nagy viene allora richiamato, ma la sua scelta di essere solidale con la protesta e di dimostrarsi favorevole al multipartitismo non può rassicurare il Pcus. Per i sovietici, ha scritto Tony Judt, la vera minaccia non era rappresentata dalla liberalizzazione dell’economia o dalla attenuazione della censura. Ciò che il Cremlino non poteva tollerare era la rinuncia al “ruolo guida del partito”, perché ciò sarebbe divenuto “un cuneo democratico”, fatale per tutti i paesi del blocco socialista, favorevoli, infatti, all’intervento, a parte la Polonia.</p>
<p>Il 30 ottobre prende vita un governo che vede, insieme ai comunisti, anche i socialdemocratici e altre piccole formazioni. Dai documenti attualmente disponibili, dopo l’apertura degli archivi sovietici, emerge, hanno scritto Elena Aga Rossi e Viktor Zaslavsky, che il 30 ottobre il Presidium del Comitato Centrale aveva deciso, all’unanimità, di non intervenire militarmente e di adottare, come sosteneva Krusciov, “il corso del ritiro delle truppe e dei negoziati al posto del corso militare”. Fu allora accolta con sorpresa la scelta dello stesso Krusciov di riconvocare il Presidium il 31, sostenendo la necessità di “restaurare l’ordine in Ungheria”.</p>
<p>Nel rapido mutamento di opinione da parte di Krusciov pesò sicuramente, secondo Aga Rossi e Zaslavsky, la posizione di alcuni leader del blocco comunista favorevoli all’intervento ed ebbe un ruolo non secondario un telegramma di Togliatti. Togliatti, definito dai due storici uno stalinista moderato, non condivideva il rigido stalinismo di Molotov, ma non si identificava neanche con quei “riformatori” che, come Krusciov, “stavano minando le fondamenta del blocco comunista internazionale”. Questa sua posizione “lo rendeva un interlocutore privilegiato all’interno della dirigenza poststaliniana”. Nel suo telegramma, inviato il 30 ottobre, le vicende ungheresi venivano descritte come “rivolta controrivoluzionaria”. Per evitare che i disordini alimentassero una deriva reazionaria, si rendeva necessario, a suo avviso, assumere una posizione netta. Le divisioni che, a causa dei “Fatti d’Ungheria”, si stavano creando all’interno del Pcus, del Pci e degli altri partiti comunisti, rischiavano, secondo Togliatti, di compromettere l’unità del movimento.</p>
<p>Nella risposta del Presidium a Togliatti, del giorno dopo, si esprime una totale condivisione con la sua analisi, e si evidenzia che non esistevano contrasti nella leadership del Pcus, che “unanimemente valuta la situazione e unanimemente prende le decisioni opportune”. In Unione sovietica, commentano Aga Rossi e Zaslavsky, il telegramma di Togliatti fu utilizzato in chiave propagandistica, per legittimare la soluzione militare. Quando, il 4 novembre, i sovietici entrano in Ungheria, il Pci si schiera a fianco dell’Urss, ritenendo che la rivolta avrebbe condotto alla guerra civile se non fosse stata prontamente sedata. Dopo l’invasione sovietica, Nagy, che si era rifugiato presso l’ambasciata jugoslava, fu prelevato dai sovietici il 22 novembre, nonostante Kadar gli avesse garantito un salvacondotto. Sarà poi impiccato nel 1958.</p>
<p>Il 4 novembre del 1956 è il giorno della rielezione di Eisenhower. Alla Casa Bianca, la questione viene presa in esame solo tre giorni dopo, ed è subito collocata in un quadro internazionale segnato, in quel momento, dalla crisi di Suez. L’opinione generale, ha scritto Judt in <em>Postwar</em>, “da Eisenhower in giù, era che fosse stata tutta colpa dei francesi e degli inglesi. Se, infatti, non avessero invaso l’Egitto, l’Urss non avrebbe avuto l’opportunità di muoversi contro l’Ungheria. L’amministrazione americana aveva la coscienza pulita” e gli equilibri della guerra fredda non sarebbero stati alterati.</p>
<p>Il tono del telegramma di Togliatti esprimeva un orientamento largamente condiviso nel partito. Giancarlo Pajetta scrive il 28 ottobre, su L’<em>Unità</em>, che era necessario reprimere gli attacchi al socialismo, per difendere i principi senza cui il capitalismo e il fascismo avrebbero trionfato.  Il 30, sempre su L’<em>Unità</em>, Togliatti riconosce che i dirigenti non hanno compreso adeguatamente il disagio di ampi settori delle società socialiste, ma ciò non può giustificare la violenza dei “controrivoluzionari” di Budapest.</p>
<p>Non mancarono, tuttavia, le posizioni critiche, come dimostra il dissenso del segretario della Cgil Giuseppe Di Vittorio.  Il 27 ottobre, su L’<em>Unità</em>, veniva infatti pubblicato un documento in cui, pur accogliendo la tesi togliattiana, secondo cui si potevano ravvisare, negli eventi ungheresi di quelle giornate, infiltrazioni reazionarie, la Cgil deplorava l’intervento militare. Le rivendicazioni dei ribelli, considerate di carattere sociale, venivano descritte come richieste di libertà e di indipendenza, che non potevano affatto essere viste come tentativi di restaurazione del regime fascista dell’ammiraglio Horhy. Il dissenso da Mosca e dalla linea togliattiana non riguardò, ovviamente, solo la Cgil.  Antonio Giolitti ed Eugenio Reale, ad esempio, abbandonarono il partito e autorevoli rappresentanti del mondo della cultura espressero il loro dissenso nel <em>Manifesto dei 101</em>, in cui sostennero che i partiti comunisti avevano il compito di promuovere la democrazia e di condannare dunque lo stalinismo.  Tra i <em>101</em> troviamo Asor Rosa e Melograni, Sapegno e Spriano, Colletti e Caracciolo, solo per fare qualche nome.</p>
<p>Il documento, diffuso dall’ANSA, produce scompiglio in casa comunista e gli eretici vengono convocati da Pajetta, da Bufalini, da Alicata, perché si convincano a tornare sui loro passi, come avviene nel caso di Spriano o di Cafagna, e di quanti prenderanno le distanze da quelle posizioni. Nella serata del 29 ottobre quattordici dei firmatari, ricorda Nello Ajello, inviano una lettera all’<em>Unità</em>, in cui dichiarano che chi ha fornito a “un’agenzia di stampa borghese” il testo della dichiarazione, finalizzata a “un dibattito interno al partito”, ha carpito la loro “buona fede”. Tra i fedelissimi, che si schierano a difesa di Togliatti, si distinse il latinista Concetto Marchesi, il quale, riguardo all’insurrezione ungherese, scrisse che un popolo non può rivendicare la libertà “tra gli applausi della borghesia capitalistica”.</p>
<p>In un suo articolo su <em>la Repubblica</em> del 2 febbraio 1996, <em>Il brindisi di Togliatti, </em>Gianni Rocca scriveva che il Migliore aveva scelto la “fedeltà a oltranza” con “il centro propulsivo” della rivoluzione mondiale, seguendo l’antico riflesso condizionato dello stalinismo senza riserve. Aggiungeva poi che Pietro Ingrao, allora direttore de L’<em>Unità</em>, ricordava, a quarant’anni di distanza, di essere rimasto “turbato” quando seppe dell’invasione e di aver sentito il bisogno di condividere con Togliatti il suo stato d’animo. Il turbamento dovette però divenire più intenso, quando si sentì rispondere dal suo segretario: “Io invece, oggi, ho bevuto un bicchiere di vino in più”.</p>
<p>Una opposizione particolarmente dura si ebbe da parte di un gruppo di collaboratori della Casa editrice Einaudi, che propose di sostituire, alla segreteria del partito, Togliatti con Di Vittorio o Giolitti, per segnare una frattura netta con i metodi stalinisti, che avevano caratterizzato una linea politica asservita a Mosca. L’VIII Congresso del Pci, del dicembre del 1956, diede agli eretici l’opportunità di esprimere in modo chiaro il proprio dissenso. Abbandonarono così il partito Calvino, Caracciolo, Melograni, De Felice, Mieli e altri. Il pentimento di Napolitano sulla tomba di Nagy, come i ripensamenti di Ingrao e di tanti altri, hanno rappresentato certamente l’esigenza di rileggere in maniera critica le vicende ungheresi. Hanno però confermato, al tempo stesso, l’incapacità di aprirsi, in quel momento, all’opzione socialdemocratica, incapacità che ha congelato le grandi potenzialità presenti nel Pci. È emblematico che ciò non fosse ancora chiaro nel 1981, quando, di fronte alla crisi irreversibile del socialismo reale, che avrebbe condotto al crollo del 1989, Enrico Berlinguer si limitava a commentare che la capacità propulsiva di rinnovamento delle società socialiste era “venuta esaurendosi”.</p>
<p>Testi citati</p>
<p>Judt, <em>Postwar. La nostra storia</em>, trad. it., Laterza, Roma-Bari, 2017.</p>
<p>A. Rossi- V. Zaslavsky, <em>Togliatti e Stalin. Il PCI e la politica estera staliniana negli archivi di Mosca</em>, il Mulino, Bologna, 1997.</p>
<p>Pons, <em>L’Urss e il Pci nel sistema internazionale della guerra fredda</em>, in R. Gualtieri (a cura di), <em>Il Pci nell’Italia repubblicana, 1943-1991</em>, Carocci, Roma, 2001.</p>
<p>Ajello, <em>Intellettuali e PCI. 1944/1958</em>, Laterza, Roma-Bari, 1979.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Elio Cappuccio" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2022/10/elio-cappuccio.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/elio-cappuccio/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Elio Cappuccio</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>È presidente del Collegio Siciliano di Filosofia. Insegna Storia della filosofia moderna e contemporanea presso l’Istituto superiore di scienze religiose San Metodio. Già vice direttore della Rivista d’arte contemporanea Tema Celeste, è autore di articoli e saggi critici in volumi monografici pubblicati da Skira e da Rizzoli NY. Collabora con il quotidiano Domani e con il Blog della Fondazione Luigi Einaudi.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/budapest-novembre-1956-a-65-anni-dallinvasione-sovietica-e-dal-brindisi-di-togliatti/">Budapest, novembre 1956.  A 65 anni dall’invasione sovietica e dal brindisi di Togliatti</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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