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	<title>israele Archivi - Einaudi Blog</title>
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	<description>Il blog della Fondazione Luigi Einaudi</description>
	<lastBuildDate>Sun, 15 Mar 2026 19:27:46 +0000</lastBuildDate>
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	<title>israele Archivi - Einaudi Blog</title>
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		<title>Medio Oriente, fragili equilibri e sfide globali</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Cristina Di Silvio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Mar 2026 19:27:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Cristina Di Silvio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per lungo tempo il Medio Oriente è stato interpretato come il luogo per eccellenza dell’instabilità internazionale. Guerre, rivalità religiose, conflitti etnici e competizioni geopolitiche hanno consolidato l’immagine di una regione dominata da tensioni permanenti. Eppure, questa rappresentazione, pur cogliendo un elemento reale, resta incompleta. Per decenni il Medio Oriente ha conosciuto una forma peculiare di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Per lungo tempo il Medio Oriente è stato interpretato come il luogo per eccellenza dell’instabilità internazionale. Guerre, rivalità religiose, conflitti etnici e competizioni geopolitiche hanno consolidato l’immagine di una regione dominata da tensioni permanenti. Eppure, questa rappresentazione, pur cogliendo un elemento reale, resta incompleta. Per decenni il Medio Oriente ha conosciuto una forma peculiare di equilibrio strategico: fragile, spesso violento, ma sufficiente a impedire che le molteplici linee di frattura regionali convergessero in un conflitto generalizzato tra Stati. L’attuale fase di crisi indica che tale equilibrio si sta progressivamente dissolvendo. Le tensioni non appaiono più come episodi isolati in una dinamica ormai familiare, ma come sintomo di una trasformazione più profonda dell’ordine geopolitico mediorientale. Comprendere ciò che accade significa interrogarsi sulle logiche che hanno regolato il sistema regionale per decenni e sui fattori che oggi ne accelerano la crisi. Dalla fine delle grandi guerre arabo-israeliane del Novecento fino ai primi decenni del XXI secolo, il Medio Oriente si è organizzato intorno a una particolare forma di deterrenza indiretta. Gli attori principali, pur impegnati in una competizione costante per influenza politica e strategica, hanno generalmente evitato scontri diretti su larga scala. Il costo di una guerra convenzionale tra Stati appariva troppo elevato per essere sostenuto senza conseguenze destabilizzanti. Si è affermata così una modalità di confronto fondata su strumenti indiretti: alleanze informali, sostegno a gruppi armati locali, operazioni clandestine, pressioni diplomatiche e interventi militari calibrati. Come suggerisce la tradizione realista delle relazioni internazionali, gli equilibri di potere non eliminano i conflitti; li regolano, circoscrivendoli entro limiti considerati accettabili dagli attori coinvolti. Il Medio Oriente degli ultimi decenni ha funzionato, in larga misura, secondo questa logica. Uno dei protagonisti centrali di questa architettura è stato l’Iran. Dopo la rivoluzione del 1979, la Repubblica islamica ha costruito una rete di relazioni politiche e militari che le ha consentito di proiettare la propria influenza oltre i confini nazionali. Attraverso il sostegno a movimenti e milizie in diversi paesi, Teheran ha elaborato una strategia basata su una costellazione di attori alleati, estesa dal Libano all’Iraq, dalla Siria allo Yemen. Parallelamente, Israele ha sviluppato una dottrina di sicurezza fondata sulla superiorità tecnologica, sull’intelligence avanzata e sulla capacità di neutralizzare preventivamente minacce percepite come esistenziali. L’equilibrio derivato non era un ordine stabile nel senso tradizionale, ma una forma di stabilità imperfetta, fondata su calcoli strategici reciproci. Ogni attore era consapevole dei limiti entro i quali poteva muoversi senza provocare una risposta capace di trasformare la competizione in guerra aperta. Negli ultimi anni questo sistema ha iniziato a mostrare segni di logoramento. Il ridimensionamento della presenza statunitense, l’emergere di nuove rivalità regionali e il rafforzamento di attori non statali hanno reso il quadro geopolitico più complesso e meno controllabile. Il confronto tra Israele e Iran si è intensificato fino a diventare uno degli assi principali della geopolitica contemporanea, con operazioni clandestine, attacchi mirati e competizione per l’influenza in Siria, Libano e Iraq. Il Medio Oriente sembra così avviarsi verso una fase qualitativamente diversa. La logica delle guerre indirette, che per decenni aveva limitato il confronto tra Stati, appare sempre meno efficace nel contenere l’escalation. Il rischio non è soltanto quello di nuovi conflitti locali, ma la possibilità che diverse linee di frattura convergano in una crisi più ampia. La crescente regionalizzazione del conflitto, evidente in teatri come il Libano o nelle rotte marittime del Golfo Persico e del Mar Rosso, dimostra quanto gli eventi locali siano oggi interdipendenti e dalle implicazioni globali. La dimensione economica del conflitto aggiunge complessità. Il Medio Oriente resta centrale nell’economia globale, soprattutto per energia e commercio marittimo. Destabilizzazioni significative in questi snodi strategici possono avere effetti immediati sull’economia internazionale. Le monarchie del Golfo, tra relazioni strategiche consolidate con l’Occidente e legami economici con l’Asia, si trovano in una posizione particolarmente delicata, rendendo le loro scelte geopolitiche ancora più complesse. Il conflitto si inserisce poi in un contesto globale segnato dal ritorno della competizione tra grandi potenze. Sebbene la regione non sia più al centro della strategia globale come durante la Guerra Fredda, resta fondamentale nelle dinamiche dell’ordine internazionale. Gli Stati Uniti mantengono il ruolo dominante, seppur in maniera più selettiva, mentre altri attori globali cercano di espandere la propria influenza attraverso strumenti diplomatici, economici e tecnologici. L’Europa, pur vicina e coinvolta, resta spesso relegata a un ruolo marginale a causa delle divisioni interne e della dipendenza strategica dagli Stati Uniti. In un sistema internazionale sempre più attraversato dal ritorno delle rivalità tra potenze, la crisi mediorientale ricorda quanto fragile possa essere l’equilibrio su cui si regge l’ordine globale. La stabilità regionale non è soltanto una questione strategica o militare: essa costituisce una condizione essenziale affinché possano sopravvivere quelle forme di cooperazione politica ed economica che, nel secondo dopoguerra, hanno reso possibile lo sviluppo di un ordine internazionale relativamente aperto. Comprendere le dinamiche del Medio Oriente significa allora interrogarsi non soltanto sui conflitti del presente, ma anche sul futuro di quell’architettura internazionale che, nel solco della riflessione liberale di Luigi Einaudi, ha sempre riconosciuto nella stabilità degli equilibri tra gli Stati e nella cooperazione tra le nazioni una delle condizioni fondamentali per la libertà politica e per la prosperità delle società aperte.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Cristina Di Silvio" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2025/11/cristina-di-silvio.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/cristina-di-silvio/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Cristina Di Silvio</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p class="p1">Laureata in Scienze Industriali indirizzo Economico &#8211; giuridico, ha ricevuto una Laurea Honoris Causa in Scienza della comunicazione e conseguito un Degree of Honorary Doctor of Philosophy (PhD).</p>
<p class="p1">Svolge attività di consulenza tra Roma, Londra, Washington, New York e Malta.</p>
<p class="p1">Ricopre prestigiosi incarichi in ambito internazionale tra i quali:</p>
<p class="p1">Senior Advisor for EU Affairs and Special Advisor for International Affairs dell&#8217;European Gulf of Guinea Investment Council,</p>
<p class="p1">Legal Head – North America at the Eurasia Afro Chamber of Commerce (EACC), che rappresenta presso il Parlamento Europeo a Bruxelles,</p>
<p class="p1">Director of Legal Affairs and Treaty Compliance GOEDFA &#8211; Global Economic Development Fund Association &#8211; United Nations, che rappresenta presso il Parlamento Europeo a Bruxelles,</p>
<p class="p1">Permanent Representative and Plenipotentiary Ambassador to Malta, concurrently holding the position of Permanent Chairman of the VWF High-Level Council of Project The Vietnam and World Foreign Affairs Agency (VWF) in Malta and the EU, che rappresenta presso il Parlamento Europeo a Bruxelles,</p>
<p class="p1">Director of International Relations for the European Community, United States Foreig Trade Institute, che rappresenta presso il Parlamento Europeo a Bruxelles,</p>
<p class="p1">Ambassador ISECS International Sanctions and Export Control Society Inc.</p>
<p class="p1">Global Ambassador per l’Italia e Malta presso la Camera dei Lord di Londra nell’ambito del Global Council for Responsible AI</p>
<p class="p1">Ricopre inoltre l’importante carica di Consigliere Giuridico per l’Istituto Internazionale per le Relazioni diplomatiche Commissione per i diritti dell’Uomo.</p>
<p class="p1">Specializzata in intelligence, strategie militari, tematiche giuridiche e geopolitiche, è autrice di saggi importanti dedicati alla geopolitica, nonché collaboratrice dell’Agenzia di informazione internazionale</p>
<p class="p1">AISC, letta in 120 paesi. Numerosi sono i suoi contributi pubblicati in prestigiosi siti e riviste specializzate del settore e di grande rilievo sono le sue pubblicazioni per la rivista del Ministero della</p>
<p class="p1">Difesa Aeronautica Militare Italiana. Nel novembre 2025 ha pubblicato nella collana “Le soluzioni”, diretta dal Prof. Avv. Luigi Viola e dall’Avv. Elisabetta Vitone, il suo libro intitolato</p>
<p class="p1">“Soluzioni in tema di responsabilità contrattuale e risarcimento del danno”.</p>
<p class="p1">Le sono stati assegnati prestigiosi riconoscimenti in campo nazionale ed internazionale tra i quali Medaglia di Eccellenza per il Giornalismo 2025 &#8211; Agenzia Internazionale AISC News</p>
<p class="p1">la Stella Di San Domenico &#8211; Ordine dei Dottori Commercialisti di Milano, l’Augustale &#8211; Medaglia della Pace Centro Studi Federico II, il PREMIO PreSa 2024 (Prevenzione e Salute) &#8211; Fondazione MESIT; durante la cerimonia di premiazione è stata pubblicamente ringraziata dal Dr. Denis Mukwege, Premio Nobel per la Pace 2018, per il costante sostegno offerto alla sua opera a favore delle donne congolesi vittime di brutali violenze,</p>
<p class="p1">Wintrade Global Women in Business di Londra, sotto l’alto patrocinio della House of Commons e</p>
<p class="p1">della House of Lords</p>
<p class="p1">il Global B2B Diplomatic Excellence Award,</p>
<p class="p1">Distinguished Ambassador for Global B2B Collaboration in Italy &amp; Malta, il Callas Tribute Prize NY,</p>
<p class="p1">Médaille d’Honneur des Services Bénévoles dal Comité des Récompenses de l’Action Nationale pour la Promotion et le Développement des Services Bénévoles, France per il suo impegno e la sua partecipazione ad opere sociali.</p>
<p class="p1">È stata inserita da MPW ITALIA 2024 Most Powerful Women Italia, nella classifica di “FORTUNE ITALIA” delle 50 donne italiane più influenti nel 2024.</p>
<p class="p1">Nel dicembre 2025 alla Camera dei Deputati ha ricevuto ufficialmente la nomina ad Ambasciatrice dei Diritti Umani della Fondazione GEA intervenendo nei saluti istituzionali dopo il Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres.</p>
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		<title>Palestina tra &#8220;dem(o)icidio&#8221; o &#8220;genocidio&#8221; e la proposta della Lega Araba</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/palestina-tra-demoicidio-o-genocidio-e-la-proposta-della-lega-araba/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Lucarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Aug 2025 22:10:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[angelo lucarella]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[palestina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La proposta della Lega Araba ha una ragione di senso. I palestinesi hanno diritto ad avere uno Stato che possano sentire casa. È quanto riconosciuto a livello internazionale già da anni. Tuttavia, avere &#8220;diritto ad uno Stato&#8221; e nascere come &#8220;stato di Diritto&#8221; sono due cose nette e separate per quanto possano congiungersi successivamente. Il [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La proposta della Lega Araba ha una ragione di senso.</p>
<p>I palestinesi hanno diritto ad avere uno Stato che possano sentire casa.</p>
<p>È quanto riconosciuto a livello internazionale già da anni.</p>
<p>Tuttavia, avere &#8220;diritto ad uno Stato&#8221; e nascere come &#8220;stato di Diritto&#8221; sono due cose nette e separate per quanto possano congiungersi successivamente.</p>
<p>Il secondo è un processo che implica il riconoscimento non dello Stato in quanto tale, ma di un nucleo di potere transitorio che pacifichi i territori (vittime di Hamas e della sproporzionata risposta israeliana) aprendo alla vita democratica.</p>
<p>C&#8217;è quindi un problema di fondo da risolvere: chi fa lo Stato?</p>
<p>Parallelamente al fondamentalismo pronunciato e messo in pratica da Hamas (nello statuto vuole la cancellazione di Israele) c&#8217;è anche quello ebraico.</p>
<p>Un fondamentalismo che, ad esempio, nulla c&#8217;entra con il sionismo: il primo è religioso e si argomenta nelle dispute di tale natura; il secondo è l&#8217;idea di avere una terra nel mondo per gli ebrei (stessa cosa che è riconosciuta ai palestinesi).</p>
<p>La rappresentazione del come fondamentalismo e sionismo non siano la stessa cosa possiamo cavarla dai coloni: il sionismo, storicamente, compra le terre (vedasi il progetto di Sion prima della nascita di Israele).</p>
<p>Pertanto i coloni sono illegittimi (illeciti per il diritto eventualmente applicabile &#8211; in Italia il reato è invasione di terreni ed edifici) come affermato dall&#8217;Unione Europea e da altre organizzazioni internazionali.</p>
<p>Pertanto ebrei e palestinesi hanno un destino comune: vivere in pace nella terra che da secoli entrambi condividono di fatto.</p>
<p>Il 7 ottobre provocato da Hamas è la goccia che ha fatto traboccare il vaso allo stesso modo di come la politica israeliana ha condotto un &#8220;demoicidio&#8221; o &#8220;demicidio&#8221; (uccisione di popolo che differisce da genocidio poiché mancherebbe l&#8217;elemento razziale).</p>
<p>Finalmente, quindi, l&#8217;intervento del mondo arabo: d&#8217;altronde il problema Hamas è fiorito all&#8217;interno delle logiche di prevalenza tra sciiti e sunniti (di cui Hamas era ed è l&#8217;unica sunnita ad essere supportata da sciiti come l&#8217;Iran).</p>
<p>La situazione si sta evolvendo.</p>
<p>Un po&#8217; troppo tardi, ma meglio tardi che mai.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Angelo Lucarella" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2020/10/angelo-lucarella-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/angelo-lucarella/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Angelo Lucarella</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Avvocato, saggista, già vice presidente coord. della Commissione Giustizia del Ministero dello Sviluppo Economico.<br />
Delegato italiano (under 40) al G20 Amburgo 2022 industria, imprese e sviluppo economico organizzato da compagini industriali/imprese dei Paesi partecipanti con Ministero economia tedesco.</p>
<p>Docente aggiunto a.c. in Diritto tributario dell&#8217;impresa e Diritto processuale tributario &#8211; Dipartimento Economia, Management, Istituzioni presso l&#8217;Università degli studi di Napoli Federico II.<br />
Componente di cattedra in &#8220;Diritto e spazio pubblico&#8221; &#8211; Facoltà di Scienze Politiche presso Università degli studi internazionali di Roma.<br />
Componente del tavolo di esperti per gli studi sul “reddito universale” &#8211; Dipartimento di Scienze Politiche Università internazionale per la Pace dell&#8217;ONU (sede di Roma).<br />
Direttore del Dipartimento di studi politici, costituzionali e tributari &#8211; Università Federiciana popolare.</p>
<p>Consigliere della &#8220;Commissione Etica ed Affari Legali&#8221; in seno al Comitato tecnico legale della Federazione Italiana E-Sports.<br />
Componente del comitato scientifico della rivista @Filodiritto per l&#8217;area &#8220;socio-politica&#8221;.<br />
Founder di @COLTURAZIONE</p>
<p>Pubblicazioni principali:<br />
&#8211; &#8220;Opere edilizie su suolo privato e suolo pubblico. Sanzioni penali e profili costituzionali&#8221; (Altalex editore, 2016);<br />
&#8211; &#8220;I sistemi elettorali in Italia: profili evolutivi e critici&#8221; (Pubblicazioni Italiane, 2018 &#8211; testo in collettanea);<br />
&#8211; &#8220;L&#8217;inedito politico costituzionale del contratto di governo&#8221; (Aracne editrice, 2019);<br />
&#8211; &#8220;Dal contratto di governo al governo da contatto&#8221; (Aracne editrice, 2020);<br />
&#8211; &#8220;Nessuno può definirci. A futura memoria (il tempo del coraggio). Analisi e riflessioni giuridiche sul D.d.l. Zan&#8221; (Aracne editrice, 2021 &#8211; testo coautoriale);<br />
&#8211; &#8220;Amore e Politica. Discorso sulla Costituzione e sulla Dignità dell&#8217;Uomo&#8221; (Aracne editrice, 2021);<br />
&#8211; &#8220;Draghi Vademecum. La fine del governo da contatto. Le sfide del Paese tra dinamiche politiche e districamenti sul fronte costituzionale&#8221; (Aracne editrice, 2022).</p>
<p>Ultima ricerca scientifica &#8211; &#8220;La guerra nella Costituzione ucraina&#8221; &#8211; pubblicata su Alexis del GEODI (Centro di ricerca di Geopolitica e Diritto Comparato dell&#8217;Università degli studi internazionali di Roma).</p>
<p>Scrive in borderò per Italia Oggi e La Ragione ed è autore su La Voce di New York (columnist), Il Riformista, Affari italiani (editoriali), Formiche, Il Sole 24 Ore, Filodiritto (curatore della rubrica Mondovisione), Cercasi un Fine e sul blog di Fondazione Luigi Einaudi.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/palestina-tra-demoicidio-o-genocidio-e-la-proposta-della-lega-araba/">Palestina tra &#8220;dem(o)icidio&#8221; o &#8220;genocidio&#8221; e la proposta della Lega Araba</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>Un auspicio sul 25 Aprile</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/un-auspicio-sul-25-aprile/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Raffaello Morelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 May 2024 21:50:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[25 aprile]]></category>
		<category><![CDATA[fascismo]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[liberali]]></category>
		<category><![CDATA[raffaello morelli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Giunti al 79° anniversario della Liberazione, sul tema antifascismo continua purtroppo ad essere ancora diffuso un grave errore concettuale. Larga parte del paese – più precisamente quella di sinistra, sia essa marxista, cattolica o laica – è convinta che il governo possa dirsi democratico solo se innanzitutto dichiara di essere antifascista. E’ una convinzione sbagliata [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Giunti al 79° anniversario della Liberazione, sul tema antifascismo continua purtroppo ad essere ancora diffuso un grave errore concettuale. Larga parte del paese – più precisamente quella di sinistra, sia essa marxista, cattolica o laica – è<br />
convinta che il governo possa dirsi democratico solo se innanzitutto dichiara di essere antifascista. E’ una convinzione sbagliata e perciò pericolosa.<br />
I liberali – che sono stati antifascisti fin da quando opposero al Manifesto del Fascismo (a firma di Gentile, Pirandello, D’Annunzio, Ungaretti, Malaparte e dal futurista Marinetti) il Manifesto degli antifascisti promosso da Croce (e poi sottoscritto tra gli altri da Einaudi, Amendola, Alvaro, Montale, Momigliano, Matilde Serao, Salvemini) – sono certi delle responsabilità del fascismo e della sua perenne inadeguatezza per governare la convivenza civile. Peraltro, in base all’esperienza storica, sono altrettanto sicuri che l’antifascismo è una condizione necessaria ma che non può mai essere sufficiente per garantire la libera convivenza dei cittadini.<br />
Per tale garanzia, ci vuole la pratica della libertà, del riconoscere la diversità di ciascun convivente, di accettare il continuo conflitto democratico tra le diverse proposte dei cittadini. Dunque occorrono l’autonomia della cultura dalla politica, l’abbandono del fideismo, il rifiuto di ogni concezione totalitaria. E’ distorcente focalizzare l’impegno solo sull’antifascismo e trascurare l’anticomunismo oppure l’avversare i movimenti politico culturali che danneggiano la libera convivenza civile.<br />
Invece atti di opposto indirizzo costellano l’attuale celebrazione del 25 aprile. A cominciare dal tentativo di strumentalizzare la celebrazione per opporsi al Governo in carica quale appartenente al filone della Repubblica Sociale. Od anche dal mettere in discussione, come sta avvenendo in varie parti d’Italia, il diritto di considerare parte integrante delle forze della Resistenza la Brigata Ebraica che ne fu sempre parte materiale (a differenza delle forze arabe palestinesi alleate dei nazisti).<br />
Od anche dall’indignarsi per le bombe su Gaza ed usare l’occasione del 25 aprile per chiedere di por fine agli accordi con le università israeliane fingendo che non esista il massacro del 7 ottobre perpetrato a freddo da Hamas.<br />
L’auspicio dei liberali sul 25 aprile è che finalmente si utilizzi questa ricorrenza non per celebrare l’antifascismo, non per attaccare il Governo, bensì per rafforzare la pratica dei principi di libertà evocati da tale data: E per togliere dal tavolo tutte le suggestioni di sogni impositivi che sono un pericolo quotidiano per il far vivere la<br />
libertà individuale del cittadino, che, attivando gli scambi tra diversi, agisce in aiuto dei più deboli ed è la premessa ineludibile della pace.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img decoding="async" src="https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2020/05/Morelli-e1475170558755.png" width="100"  height="100" alt="" itemprop="image"></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/raffaello-morelli/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Raffaello Morelli</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Nel corso dei decenni, ha svolto e scritto migliaia di interventi pubblici  ed articoli, ed è pure autore, da solo o quale coordinatore di gruppi più ampi,  di numerose pubblicazioni a carattere politico culturale, infine si è anche impegnato nella direzione de La Nuova Frontiera editrice, che, per un quarto di secolo, ha diffuso periodici e  volumi su tematiche liberali, e successivamente, in altre iniziative analoghe, tra cul la rivista Libro Aperto. Quanto si volumi più organici da lui curati, vi sono  “Cultura e politica  nell’impegno dei goliardi  indipendenti”  scritto insieme a Giuliano Urbani (1963), “43 tesi per una Presenza Liberale” (1968) redatto per il dibattito congressuale PLI,   “Il dissenso liberale è l’infaticabile  costruttore del sistema delle garanzie” (1970), molti documenti  del PLI in vista di Congressi , in particolare  “La Società aperta” (1986) che divenne parte integrante dello Statuto prima del PLI  e dopo della Federazione dei Liberali, relazioni introduttive alle Assemblee Nazionali FDL, il discorso introduttivo del Convegno  “La ricerca, un progetto per l’Italia” (2003) e negli anni più recenti  tre volumi, “Lo sguardo lungo” 2011 (manuale su vicende storiche, ragioni concettuali e prospettive attuali del separatismo Stato religioni),  “Le domande ultime e il conoscere nella convivenza” del 2012 , e infine “Per introdurre il tempo fisico nella logica della matematica e nelle strutture istituzionali” del 2016, gli ultimi due volumi inerenti radici e significato della metodologia politica individuale come strumento cardine nella convivenza tra diversi.</p>
<p><span>Ed inoltre ha pubblicato nel 2019 “Progetto per la Formazione delle Libertà” e  nel 2022  “Un’esperienza istruttiva”. In generale i suoi scritti ed interventi si trovano sul sito  </span><a target="_blank" rel="noopener" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?q=http://www.losguardolungo.it/biblioteca/&amp;source=gmail&amp;ust=1708787447634000&amp;usg=AOvVaw3Nn8N0xsxgMhrKu6ppwr2v">www.losguardolungo.it/biblioteca/</a></p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/un-auspicio-sul-25-aprile/">Un auspicio sul 25 Aprile</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>Israele\Palestina. Il cammino difficile verso i due Stati</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/israelepalestina-il-cammino-difficile-verso-i-due-stati/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Elio Cappuccio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Dec 2023 14:56:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[benyamin netanyahu]]></category>
		<category><![CDATA[elio cappuccio]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In un editoriale pubblicato sul Washington Post il 1°ottobre, “L’orrore di Hamas è anche una lezione sul prezzo del populismo”, Yuval Noah Harari scrive che gli israeliani non sono riusciti inizialmente a comprendere la tragedia che li aveva travolti. Hanno in un primo tempo accostato l’evento alla guerra del Kippur del 1973, quando dovettero far fronte all’attacco [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>In un editoriale pubblicato sul <em>Washington Post</em> il 1°ottobre, “<em>L’orrore di Hamas è anche una lezione sul prezzo del populismo</em>”, Yuval Noah Harari scrive che gli israeliani non sono riusciti inizialmente a comprendere la tragedia che li aveva travolti. Hanno in un primo tempo accostato l’evento alla guerra del Kippur del 1973, quando dovettero far fronte all’attacco improvviso dell’ Egitto e della Siria, ma  quanto è accaduto ha consentito presto di capire che ci trovava dinnanzi a una tragedia assimilabile ai momenti più bui della loro storia. Harari si chiede come sia potuto avvenire tutto questo all’interno di Israele, uno Stato fondato perché i pogrom non dovessero più ripetersi.</p>
<p>Il governo presieduto da Benjamin Netanyahu, un leader da sempre sensibile al richiamo populista, è il frutto di un’alleanza tra diversi gruppi fondamentalisti che hanno sottovalutato, prosegue il filosofo israeliano, le esigenze dei palestinesi, favorito i nuovi insediamenti dei coloni e limitato i diritti civili. Netanyahu ha inoltre trascurato il tema chiave della sicurezza e  quando il ministro della difesa, Yoav Gallant, ha messo in luce queste criticità, lo ha sostituito per poi doverlo richiamare in seguito alle proteste della società civile, severamente critica verso il governo.  Gli israeliani avrebbero così  pagato, a suo avviso, il prezzo di un’arroganza che li ha portati a credere di neutralizzare qualunque minaccia potesse  provenire da Gaza. E’ inoltre risultato fatale l’errore di appoggiare in diverse occasioni Hamas per indebolire Fatah, che potrebbe rappresentare adesso il gruppo politico in grado di svolgere un ruolo di mediazione.</p>
<p>Prendere atto delle responsabilità di Israele nei confronti dei palestinesi, che vivono nella condizione di un popolo sottomesso, non giustifica però in alcun modo l’atto terroristico di Hamas, che non può  configurarsi come una forma di resistenza verso una potenza occupante. Ecco perché Harari ha preso apertamente le distanze, insieme a 90 intellettuali, da quegli ambienti di  sinistra in cui è prevalsa la tendenza a identificare nella politica israeliana di questi anni la causa di quanto si è verificato il 7 ottobre. Non deve esservi contraddizione infatti tra la critica dell’occupazione israeliana e la condanna dei metodi criminali di Hamas, che vuole la distruzione di Israele e non ha mai accettato di collaborare a un processo di pace.</p>
<p>Nella società israeliana è viva l’esigenza di porre fine a questo clima di perenne ostilità. Nel maggio del 2011 l&#8217;ex Presidente della Knesset Avraham Burg e il filosofo Avishai Margalit chiesero il riconoscimento di uno Stato palestinese da parte dell&#8217;ONU con un appello sottoscritto da uomini di cultura e politici israeliani, nella convinzione che ciò  &#8220;non danneggia gli interessi israeliani e non contrasta con il processo di pace&#8221;. Nel 2016 cinquecento intellettuali israeliani, da David Grossman ad Amos Oz e allo stesso Margalit, firmarono una dichiarazione in cui chiedevano di porre fine all’occupazione dei territori palestinesi e di giungere alla formazione di due Stati. L’appello era rivolto non solo agli israeliani ma a tutto il mondo della diaspora.</p>
<p><em>“Il protrarsi dell’occupazione -si legge nella dichiarazione-  opprime i palestinesi e alimenta un ciclo ininterrotto di spargimento di sangue. Corrompe le fondamenta morali e democratiche dello Stato di Israele e danneggia la sua posizione nella comunità delle nazioni. Facciamo appello agli ebrei nel mondo intero perché si uniscano a noi israeliani in un’azione coordinata per porre fine all’occupazione e costruire un futuro nuovo per la salvezza dello Stato di Israele e delle generazioni future”.</em></p>
<p>Per Harari, in questo momento, il dolore, tanto negli israeliani, quanto nei palestinesi, è talmente profondo da impedire di far propria la sofferenza altrui. Israele ha il dovere di difendersi e di combattere Hamas, che non può identificarsi col popolo palestinese, ma nel conflitto in atto ha anche il dovere di garantire i diritti fondamentali alla popolazione civile di Gaza.</p>
<p>Nelle società occidentali il passato coloniale e il postcolonialismo sono da tempo oggetto di una severa riflessione critica, in cui si avverte anche un forte senso di colpa. Federico Rampini ha sottolineato  il 2 novembre su <em>Repubblica</em> come nei campus americani è diffusa la convinzione che Israele incarni una nuova forma di colonialismo ai danni dei palestinesi, con la complice solidarietà dei paesi occidentali. In questo quadro l’azione di Hamas viene considerata in molti casi alla stregua di una legittima “lotta di resistenza”. Nel prendere in esame i corsi di storia di diverse  università americane ed europee,  si può rilevare che alla denuncia del colonialismo occidentale non corrisponde una adeguata considerazione del colonialismo degli imperi arabo e ottomano, che in vaste aree del Medio Oriente hanno imposto la lingua e la religione. Né i monarchi sauditi né Erdogan -scrive Rampini- hanno mai accennato a scusarsi<strong> </strong>con i popoli sottomessi dai loro imperi, o per il ruolo avuto nella storia dello schiavismo. Non risulta  poi che dei leader africani abbiano mai preteso queste scuse, mentre le esigono dai leader occidentali.</p>
<p>Tutto ciò ha una ricaduta politica, come dimostra il fatto che negli Stati Uniti 15 parlamentari della sinistra del partito democratico non hanno votato al Congresso la condanna nei confronti di Hamas. In una lettera aperta cento docenti della Columbia University di New York hanno inoltre definito l’attentato di Hamas «la risposta militare di un popolo che ha sofferto l’oppressione e la violenza di Stato da parte di una potenza d’occupazione».</p>
<p>Il 1° novembre, in un’intervista al TG1, il Papa ha  ripreso il tema dei “due popoli, due Stati”.  Un progetto, questo, che dal 1947 ad oggi viene evocato senza però che si possano nutrire concrete speranze di vederlo realizzato. In quell’anno, infatti, l&#8217;Assemblea Generale dell&#8217;Onu votò la Risoluzione 181, che prevedeva la suddivisione della Palestina tra uno Stato arabo e uno ebraico, ma il progetto non fu accettato dai Paesi arabi, che nel maggio del 1948 non riconobbero il nuovo  Stato di Israele ed entrarono in guerra per annientarlo. Le conseguenze di tale posizione radicalmente ostile a Israele pesarono sulla popolazione palestinese, che, non potendosi costituire come Stato, visse in una condizione di identità indefinita.</p>
<p>A vent’anni dalla guerra del Kippur del 1973 s<strong>i giunse  agli Accordi di Oslo</strong> tra Yitzhak Rabin e Yasser Arafat, e l’Autorità Nazionale Palestinese poté esercitare una forma limitata di autogoverno in Cisgiordania e a Gaza. Il Vertice di  Camp David nel 2000, in cui Israele propose di cedere ai palestinesi circa il 91% dei territori, la <em>Road Map for Peace</em><em> nel</em> 2002, sostenuta da Stati Uniti, Russia, Unione Europea e Onu, non riuscirono ad operare una svolta significativa. Nel 2005 Ariel Sharon prese la decisione  del ritiro israeliano da Gaza. La delegittimazione dell’OLP era tuttavia in atto da tempo, e Hamas, forte di un cospicuo consenso elettorale, fece prevalere una strategia che mirava all’annientamento di Israele dimostrando, la sua radicale ostilità alla soluzione “due popoli due Stati”.</p>
<p>Quanto è accaduto dimostra che se Giordania, Egitto e Arabia Saudita non  terranno a freno Hamas e se Israele non promuoverà una leadership alternativa a Netanyahu e ai fondamentalisti che lo sostengono, non potrà esserci una soluzione al conflitto<em>.</em><em> Si tratta di un percorso accidentato, che solo classi politiche moderate potranno intraprendere, affrontando grandi difficoltà. La strage del 7 ottobre ha rappresentato la reazione di Hamas al processo di distensione che si stava avviando tra Israele e Arabia Saudita, un processo visto con grande sospetto. Si teme infatti che gli accordi tra i Paesi arabi e Israele facciano passare in secondo piano la causa dei palestinesi, che sentono di subire non solo l’occupazione israeliana, ma anche il disinteresse di Egitto e Giordania nei loro confronti.  </em><em> </em><em>La sconfitta di Hamas non sarà in ogni caso totale e risulta arduo ipotizzare che l’Autorità Nazionale Palestinese, senza aprirsi a figure del mondo laico e moderato non compromesse col malgoverno di Fatah, possa trovare consensi a Gaza. Ogni possibile opzione dovrà inoltre collocarsi  all’interno dell’attuale quadro geopolitico, segnato dal conflitto in Ucraina e dalla posizione di Paesi  come la Russia, la  Cina, la Turchia, l’Iran, che in un nuovo scenario da guerra fredda si contrappongono a Israele, agli Stati Uniti e all’Unione Europea. </em></p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Elio Cappuccio" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2022/10/elio-cappuccio.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/elio-cappuccio/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Elio Cappuccio</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>È presidente del Collegio Siciliano di Filosofia. Insegna Storia della filosofia moderna e contemporanea presso l’Istituto superiore di scienze religiose San Metodio. Già vice direttore della Rivista d’arte contemporanea Tema Celeste, è autore di articoli e saggi critici in volumi monografici pubblicati da Skira e da Rizzoli NY. Collabora con il quotidiano Domani e con il Blog della Fondazione Luigi Einaudi.</p>
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		<title>Le alture del Golan, una scuola di geopolitica</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/le-alture-del-golan-una-scuola-di-geopolitica/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Maddalena Pezzotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Jul 2019 15:07:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Diritto]]></category>
		<category><![CDATA[Geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[golan]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le alture del Golan sono un altopiano roccioso, a nord-est di Israele, fra i 1.000 e i 1.200 metri di altezza, con una superficie totale di circa 1.800 chilometri quadrati. Delimitate dal monte Hermon a nord, dal fiume Yarmuk a sud, da un suo ramo stagionale e colline degradanti a est, e dal fiume Giordano [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Le alture del Golan sono un altopiano roccioso, a nord-est di Israele, fra i 1.000 e i 1.200 metri di altezza, con una superficie totale di circa 1.800 chilometri quadrati. Delimitate dal monte Hermon a nord, dal fiume Yarmuk a sud, da un suo ramo stagionale e colline degradanti a est, e dal fiume Giordano e dal mare di Galilea a ovest, sono di enorme calibro strategico-militare, in quanto forniscono un ampio dominio visivo su Israele, Siria, Giordania, e Libano. Appartengono de iure alla Siria e de facto a Israele. <span id="more-1831"></span></p>
<p>La prossimità a Damasco, situata a circa sessanta chilometri di distanza, ha un valore simbolico, ponendo il centro nevralgico del potere siriano a facile portata dell’esercito israeliano. La loro vigilanza innalza anche il grado di sicurezza della baia di Haifa sulla costa mediterranea, aumentando la distanza dalle posizioni siriane &#8211; circa novanta chilometri, dei due porti principali di Israele, un fiorente distretto industriale e il triangolo Gerusalemme-Haifa-Genera, che conta con la quasi totalità dell’infrastruttura del paese.</p>
<p>In un contesto contraddistinto da una relativa aridità, si aggiungono interessi nelle riserve di acqua e i campi fertili dell’altipiano, ragion per cui è stato oggetto di controversie dall’antichità. L’area ospita il bacino di drenaggio del fiume Giordano, il lago di Tiberiade, il fiume Yarmuk e ricche falde da cui Israele estrae un terzo del proprio fabbisogno. Nel 2015, sono poi stati scoperti giacimenti petroliferi con il potenziale di produrre miliardi di barili. Secondo la compagnia Afek Oil and Gas, una sussidiaria dell’americana Genie, che sta trivellando in svariati pozzi, lo strato del giacimento sarebbe dieci volte più spesso della media mondiale, e potrebbe rendere Israele energeticamente autosufficiente (al momento consuma 270 mila barili al giorno).</p>
<p>Stime recenti indicano che la popolazione è composta da 50 mila persone, 27.000 arabi del gruppo etno-religioso druso, di derivazione musulmana sciita, e coloni israeliani. La provincia è stato siriana fino al 1967, quando venne soggiogata da Israele nella guerra dei sei giorni. I drusi, diminuiti di un terzo nel corso dell’occupazione, hanno sempre rifiutato la nazionalità israeliana e conservato una forte connessione con la Siria. L’annessione del parlamento, avvenuta nel 1981, durante il mandato del primo ministro Menachem Benin, non è stata sostenuta internazionalmente, e la risoluzione 497 del consiglio di sicurezza la definisce nulla, e priva di fondamento ed effetto giuridico, e chiede a Israele di arretrare.<br />
Dalla vetta del monte Hermon è possibile una penetrazione profonda nell’uso di sorveglianza elettronica, dalla quale deriva un’alta capacità di prevenzione di attacchi. Le caratteristiche dell’avamposto forniscono una superiore acquisizione di target attraverso coordinate visuali, fondamentali nell’impiego di munizioni guidate di precisione. Nemmeno le alternative offerte da sistemi aerei o satellitari possono competere con una topografia di questo tipo. I primi sono condizionati dalla vulnerabilità delle monumentali antenne, i tempi di volo e le condizioni atmosferiche. I secondi sono limitati dal produrre perlopiù informazioni su obiettivi statici che non sono utili per l’intelligence tattica. Le colline situate a est, invece, con le loro strozzature, costituiscono una tutela migliore contro un assalto convenzionale da terra, consentendo a un piccolo reparto di bloccare un contingente maggiore, in attesa di rinforzi. Nella spedizione siriana dell’ottobre del 1973, la configurazione del terreno ha permesso che 177 carri armati israeliani ne fermassero 1.500 del nemico. Per tutto contrario, un eventuale ritiro, ovvero l’indietreggiamento alla linea già conquistata da Israele nel 1949, implicherebbe trovarsi a 200 metri al di sotto del livello del mare, con un impervio scarto di 750 metri per approssimarsi a un vantaggio di tiro.<br />
Critici della geopolitica hanno sostenuto, in anni recenti, che le tecnologie belliche contemporanee hanno sottratto rilevanza politica alla dimensione geografica, che i vantaggi offerti dagli aspetti territoriali, a loro volta, hanno perso di significato nell’era missilistica nucleare, e che la salvaguardia dei confini sarebbe dunque divenuta anacronistica. Nondimeno i vantaggi della scienza sono sempre temporanei e il bilancio fra gli strumenti di offesa e di difesa non è il fattore primario di un risultato. Lo è, piuttosto, la complessa interazione fra questi e la strategia, dove la natura del teatro gioca un ruolo determinante.<br />
<img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-1836 aligncenter" src="http://3.122.244.34/wp-content/uploads/2019/07/golan-heights_map.jpg" alt="" width="255" height="197" /><br />
L’avallo di Trump della sovranità di Israele sulle alture del Golan di marzo, siglato in un documento firmato alla Casa Bianca, durante la visita di Benjamin Netanyahu, al tempo prossimo alle elezioni politiche e con lo spettro di un procedimento legale, ha rovesciato decadi di politica estera statunitense che non aveva voluto condonare l’invasione israeliana e aveva sempre sostenuto che la disputa dovesse essere risolta per via diplomatica. Qualche settimana fa, per onorare questo provvedimento, Netanyahu gli ha intitolato un insediamento illegale, fondato nel 1991, che ora si chiama Rabat Trump. D’altra parte, la tendenza a normalizzare gli atteggiamenti più estremi di Israele era iniziata nel 2017, con il riconoscimento degli Stati Uniti della contesa città di Gerusalemme come capitale di Israele. Nonostante la condanna dell’assemblea generale dell’Onu, l’ambasciata americana è stata spostata da Tel Aviv, e gli aiuti ai rifugiati palestinesi sospesi. L’anno passato, gli Stati Uniti avevano inoltre votato contro la rituale risoluzione di condanna delle Nazioni Unite per la continua usurpazione delle alture del Golan.<br />
Malgrado tutto, il Golan è rimasto abbastanza tranquillo a paragone di altre frontiere dello stato di Israele. Persino il confronto fra unità israeliane e siriane nell’arena libanese nel 1982 non arrivò a estendersi all’altopiano. Le armate sono oggi separate da 400 chilometri quadrati di zona smobilizzata. Per alcuni analisti, la decisione è una compensazione dell’allontanamento delle truppe americane dalla Siria che lascia Israele più esposto a provocazioni. Di sicuro, manda un segnale chiaro rispetto al fatto che gli Stati Uniti sono ancora un attore nella regione e quali sono i suoi alleati per frenare le ambizioni dell’Iran. Ex-diplomatici statunitensi considerano che l’azione di Trump possa infiammare una questione rimasta a lungo dormiente. Il ministro degli affari esteri russo l’ha condannata definendola una diretta violazione delle deliberazioni delle Nazioni Unite che scavalca il consiglio di sicurezza. E il governo siriano ha rilasciato una dichiarazione nella quale si annuncia intenzionato a liberare le alture del Golan con ogni mezzo.<br />
Tuttavia, l’evacuazione dei duecento chilometri del Sinai, che ha avuto un effetto stabilizzatore sulle relazioni israelo-egiziane, non è replicabile nei venticinque chilometri a disposizione nell’ovest del Golan. Nel Sinai, la distanza creata fra i due stati è idonea per anticipare un’incursione a sorpresa da entrambi i lati. Viceversa sulle alture del Golan non sarebbe sufficiente per una reazione tempestiva. Sul lato est non è realistico intervenire dovuto alla vicinanza di Damasco e all’improbabilità che la Siria la lasci scoperta. Il controllo delle alture del Golan sembra essere un gioco a somma zero.<br />
Sin dagli anni novanta, i due paesi hanno intrattenuto colloqui segreti, facilitati dagli Stati Uniti, per convenire la fine dell’occupazione. Nel 2000, in prossimità di un’intesa, la trattativa sfumò; negoziati di pace ripresero più avanti, con la mediazione della Turchia, il cui impegno entrò in cortocircuito con la campagna israeliana nella Striscia di Gaza del 2008, e vennero poi interrotti nel 2011, con l’inizio della violenza in Siria, per quanto Netanyahu abbia sempre negato l’esistenza di patteggiamenti. Israele lo ha quindi mantenuto come cuscinetto, adducendo il conflitto come una dimostrazione palese di questa necessità. Il timore è che l’Iran, alleato di Bashar al-Assad nello scontro civile in Siria, si insedi con hezbollah in maniera permanente sul lato siriano, punto privilegiato per osteggiare il paese.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-1840 aligncenter" src="http://3.122.244.34/wp-content/uploads/2019/07/golan-heights_israeli-buffer-zone-in-syria.jpg" alt="" width="270" height="187" /></p>
<p>Il proposito di Israele nel cedere le alture del Golan era tessuto intorno alla supposizione che un accordo di pace avrebbe spezzato l’asse Siria-Iran-hezbollah. Questa si rivelò fallace e Hafez al-Assad, padre di Bashar, e i suoi diplomatici, parteciparono in forma riluttante, cercando di ostruire il processo, anziché contribuirvi. Del resto, dal trattato israelo-egiziano, la Siria si era rivolta all’Iran per contrastare l’ingerenza di Israele e questa alleanza si è rivelata una delle più salde. L’esito complessivo è comunque andato a favore di Israele. Il futuro siriano non è chiaro e, ancorché un governo più amichevole dovesse essere instaurato, le sue chance di sopravvivenza nelle sabbie del Medio Oriente rimarrebbero incerte. Dal punto di vista israeliano, in una regione contraddistinta da volatilità, assicurarsi confini fisici solidi è preferibile che confidare in consensi con leadership politiche che potrebbero dileguarsi in tempi brevi. Tra l’altro, la Siria è legata oggi più che mai all’Iran che, con l’intervento della guardia rivoluzionaria e le milizie di hezbollah, ha salvato Bashar al-Assam dalla disfatta. Anche se Israele non si è schierato nella guerra siriana, ha condotto operazioni contro le formazioni filo-iraniane in Siria con il fine di contrastare il consolidamento di un arsenale missilistico &#8211; 100 mila testate, in mano a hezbollah sul proprio limite a sud. Il tentativo di creare un nuovo fronte sulle alture del Golan è stato sventato, ma se la vicinanza ai centri urbani israeliani inibisce un’escalation, questa è pure un ostacolo per la distruzione totale delle installazioni.<br />
Quantunque gli Stati Uniti non dovessero essere seguiti da altri, la mossa di Trump sancisce lo status quo. Gli annunci di resistenza al giogo israeliano sono rimasti lettera morta. Fin quando non cambierà il differenziale di perizia offensiva fra Israele e Siria, questa seguirà con una postura pragmatica. Di fronte alla pressione internazionale, nel 2005, ha ripiegato in buon ordine dal Libano; confrontata con la superiorità militare della Turchia, ha rinunciato a reclamare la provincia di Alexandretta, cinque volte più grande del Golan; e con attendibilità concorderà la decurtazione di suolo sempre della Turchia durante il conflitto interno. La Siria ha uno scarso capitale diplomatico per ingaggiare la comunità internazionale in uno sforzo per obbligare Israele a retrocedere; e nella regione, la sua influenza è scemata a causa della guerra civile. In sostanza, il regime alawita di Damasco utilizza la carta delle alture del Golan per le credenziali di patriottismo arabo che questa ancora gli concede.<br />
Nella congiuntura attuale, alcune cerchie delle élite arabe covano nervosismo riguardo alla relazione della Siria con l’Iran, e l’ascesa di quest’ultimo in Medio Oriente, e cominciano a intravedere in Israele un associato circostanziale contro una temibile potenza nucleare, che aspira a creare un corridoio sciita, dal golfo Persico, attraverso l’Iraq e la Siria, fino al mare Mediterraneo, nel Libano e la Giordania. La presenza di Israele nel Golan, dove risiede la demarcazione nord della Giordania con la Siria, riduce la fattibilità di un sovvertimento della corona hashemita. Se ridotta a stato satellite come il Libano o la Siria, connetterebbe l’Iran con l’Autorità Palestinese, e lo avvicinerebbe all’Arabia Saudita. Invero, la Giordania è l’unico intercapedine fra Israele e una serie di paesi filo-iraniani fino al Pakistan.<br />
Per gli Stati Uniti, l’integrazione delle alture del Golan a Israele ricopre un’importanza nodale per la sicurezza e la stabilità in Medio Oriente. La veste di Israele come forza deterrente si irrobustisce, ma quello che preoccupa i più è che potrebbe spianare la strada all’estensione della supremazia di Israele in Cisgiordania e la Striscia di Gaza. In un recente rapporto sui diritti umani del dipartimento di stato americano, l’amministrazione ha cambiato la terminologia da “territori occupati” a “territori controllati da Israele”. Tutti i membri del Consiglio di Sicurezza, con o senza facoltà di veto, hanno definito la scelta di Trump, contraria ai principi dell’Onu. Netanyahu si è appellato al presunto carattere difensivo dell’azione militare di Israele del 1967, sebbene non esista alcuna norma che preveda che uno stato possa rivendicare la sovranità su un territorio conquistato, se non tramite un accordo tra gli stati coinvolti o l’approvazione della comunità internazionale.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-1842 aligncenter" src="http://3.122.244.34/wp-content/uploads/2019/07/golan-heights_girl-child.jpg" alt="" width="296" height="171" /><br />
Diversi giornalisti hanno sollecitato a Pompeo di chiarire in che modo l’annessione israeliana delle alture del Golan sia diversa da quella della Crimea, sanzionata da Stati Uniti e Unione Europea. Secondo il segretario di stato americano, i due casi non sono assimilabili: nel primo l’offensiva sarebbe stata uno strumento cautelativo, mentre nel secondo non vi era minaccia imminente. Bisogna dire che Mosca si è giustificata con gli stessi argomenti, sostenendo che la numerosa comunità russa locale fosse discriminata dal governo di Kiev e, analogamente con le alture del Golan, l’unico governo che deteneva la sovranità era quello russo.<br />
D’altro canto, adottare la stessa politica nei territori occupati non sembra essere nei piani di Netanyahu, perché un’annessione significherebbe accettare la nascita di uno stato israeliano bi-nazionale con concessione di diritti ai palestinesi e la costante disciplina di vaste fette di cittadinanza ostile. Le politiche adottate solo un anno fa da Israele vanno bensì nella direzione di uno stato della nazione ebraica, dove non c’è posto per la diversità o la condivisione. In questi giorni, Netanyahu ha dichiarato di voler “riportare la calma” nella Striscia di Gaza con una nuova manovra su larga scala. In concreto, il conflitto israelo-palestinese non muta.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Maddalena Pezzotti" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2022/06/maddalena-pezzotti.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/maddalena-pezzotti/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Maddalena Pezzotti</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Esperta internazionale in inclusione sociale, diversità culturale, equità e sviluppo, con un&#8217;ampia esperienza sul campo, in diverse aree geostrategiche, e in contesti di emergenza, conflitto e post-conflitto. In qualità di funzionaria senior delle Nazioni Unite, ha diretto interventi multidimensionali, fra gli altri, negli scenari del Chiapas, il Guatemala, il Kosovo e la Libia. Con l&#8217;incarico di manager alla Banca Interamericana di Sviluppo a Washington DC, ha gestito operazioni in ventisei stati membri, includendo realtà complesse come il Brasile, la Colombia e Haiti. Ha conseguito un Master in Business Administration (MBA) negli Stati Uniti, con specializzazione in knowledge management e knowledge for development. Senior Fellow dell&#8217;Università Nazionale Interculturale dell&#8217;Amazzonia in Perù, svolge attività di ricerca e docenza in teoria e politica della conoscenza, applicata allo sviluppo socioeconomico. Analista di politica estera per testate giornalistiche. Responsabile degli affari esteri ed europei dell&#8217;associazione di cultura politica Liberi Cittadini. Membro del comitato scientifico della Fondazione Einaudi, area relazioni internazionali. Ha impartito conferenze, e lezioni accademiche, in venti paesi del mondo, su migrazioni, protezione dei rifugiati, parità di genere, questioni etniche, diritti umani, pace, sviluppo, cooperazione, e buon governo. Autrice di libri e manuali pubblicati dall&#8217;Onu. Scrive il blog di geopolitica &#8220;Il Toro e la Bambina&#8221;.</p>
</div></div><div class="saboxplugin-web "><a href="http://www.iltoroelabambina.it/" target="_self" >www.iltoroelabambina.it/</a></div><div class="clearfix"></div><div class="saboxplugin-socials sabox-colored"><a title="Facebook" target="_self" href="https://facebook.com/www.iltoroelabambina.it/" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-color"><svg class="sab-facebook" viewBox="0 0 500 500.7" xml:space="preserve" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><rect class="st0" x="-.3" y=".3" width="500" height="500" fill="#3b5998" /><polygon class="st1" points="499.7 292.6 499.7 500.3 331.4 500.3 219.8 388.7 221.6 385.3 223.7 308.6 178.3 264.9 219.7 233.9 249.7 138.6 321.1 113.9" /><path class="st2" d="M219.8,388.7V264.9h-41.5v-49.2h41.5V177c0-42.1,25.7-65,63.3-65c18,0,33.5,1.4,38,1.9v44H295  c-20.4,0-24.4,9.7-24.4,24v33.9h46.1l-6.3,49.2h-39.8v123.8" /></svg></span></a><a title="Instagram" target="_self" href="https://www.instagram.com/iltoroelabambina/" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-color"><svg class="sab-instagram" viewBox="0 0 500 500.7" xml:space="preserve" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><rect class="st0" x=".7" y="-.2" width="500" height="500" fill="#405de6" /><polygon class="st1" points="500.7 300.6 500.7 499.8 302.3 499.8 143 339.3 143 192.3 152.2 165.3 167 151.2 200 143.3 270 138.3 350.5 150" /><path class="st2" d="m250.7 188.2c-34.1 0-61.6 27.5-61.6 61.6s27.5 61.6 61.6 61.6 61.6-27.5 61.6-61.6-27.5-61.6-61.6-61.6zm0 101.6c-22 0-40-17.9-40-40s17.9-40 40-40 40 17.9 40 40-17.9 40-40 40zm78.5-104.1c0 8-6.4 14.4-14.4 14.4s-14.4-6.4-14.4-14.4c0-7.9 6.4-14.4 14.4-14.4 7.9 0.1 14.4 6.5 14.4 14.4zm40.7 14.6c-0.9-19.2-5.3-36.3-19.4-50.3-14-14-31.1-18.4-50.3-19.4-19.8-1.1-79.2-1.1-99.1 0-19.2 0.9-36.2 5.3-50.3 19.3s-18.4 31.1-19.4 50.3c-1.1 19.8-1.1 79.2 0 99.1 0.9 19.2 5.3 36.3 19.4 50.3s31.1 18.4 50.3 19.4c19.8 1.1 79.2 1.1 99.1 0 19.2-0.9 36.3-5.3 50.3-19.4 14-14 18.4-31.1 19.4-50.3 1.2-19.8 1.2-79.2 0-99zm-25.6 120.3c-4.2 10.5-12.3 18.6-22.8 22.8-15.8 6.3-53.3 4.8-70.8 4.8s-55 1.4-70.8-4.8c-10.5-4.2-18.6-12.3-22.8-22.8-6.3-15.8-4.8-53.3-4.8-70.8s-1.4-55 4.8-70.8c4.2-10.5 12.3-18.6 22.8-22.8 15.8-6.3 53.3-4.8 70.8-4.8s55-1.4 70.8 4.8c10.5 4.2 18.6 12.3 22.8 22.8 6.3 15.8 4.8 53.3 4.8 70.8s1.5 55-4.8 70.8z" /></svg></span></a></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/le-alture-del-golan-una-scuola-di-geopolitica/">Le alture del Golan, una scuola di geopolitica</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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