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	<title>magistratura Archivi - Einaudi Blog</title>
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	<description>Il blog della Fondazione Luigi Einaudi</description>
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	<title>magistratura Archivi - Einaudi Blog</title>
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		<title>Il referendum sulla giustizia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Raffaello Morelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Oct 2025 14:02:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Diritto]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel periodo del prossimo fine ottobre, sarà approvato al Senato in quarta lettura il disegno di legge sulla giustizia comprendente la separazione delle carriere. Quindi diverrà una legge di riforma Costituzionale con tre aspetti principali. Primo: all’inizio carriera i magistrati dovranno fare la scelta irrevocabile di quale tipo di carriera vorranno fare, giudicante oppure requirente. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Nel periodo del prossimo fine ottobre, sarà approvato al Senato in quarta lettura il disegno di legge sulla giustizia comprendente la separazione delle carriere. Quindi diverrà una legge di riforma Costituzionale con tre aspetti principali. Primo: all’inizio carriera i magistrati dovranno fare la scelta irrevocabile di quale tipo di carriera vorranno fare, giudicante oppure requirente. Secondo: i Consigli Superiori della Magistratura diverranno due, uno per i giudici e uno per i PM. Terzo: i membri del CSM saranno nominati mediante estrazione a sorte tra magistrati, docenti universitari, avvocati e altri professionisti selezionati dal Parlamento. Dal momento che l’approvazione della legge non avverrà con una maggioranza dei due terzi, sarà possibile sottoporla a referendum confermativo ex art.138 della Costituzione. E siccome maggioranza e opposizione hanno da tempo dichiarato di volere che i cittadini si pronuncino al riguardo, tale referendum confermativo vi terrà certamente a primavera 2026.</p>
<p>Al Congresso dei Socialisti Europei ad Amsterdam nello ultimo fine settimana, la Segretaria del PD Schlein ha di fatto iniziato la campagna elettorale dichiarando che “libertà e democrazia sono a rischio con l’estrema destra al governo”. Dichiarazione che non è altro se non l’ufficializzazione al massimo livello di quanto vanno dicendo vari esponenti del PD. I capigruppo al Senato Boccia (“il referendum sulla giustizia deve fermare la Meloni che vuole i pieni poteri”)  e la capogruppo alla Camera Braga (“la riforma della giustizia è un colpo alla Costituzione nata dalla lotta antifascista”) . Ma anche la responsabile giustizia Serracchiani (“è un attacco diretto alla nostra democrazia”).</p>
<p>L’ufficializzazione della Schlein sancisce perciò quale sarà il tema portante della campagna PD contro la riforma costituzionale della giustizia. Non una critica tecnica ai contenuti della riforma del tutto legittima, forse anche per distinguersi dall’opposizione corporativa da sempre fatta dall’Associazione Magistrati; ma una critica globale all’azione del governo bollata come lesiva dell’ordinamento democratico.</p>
<p>Va detto subito con chiarezza che si tratta di una svolta pericolosa per la correttezza e l’efficacia del dibattito politico italiano. Specie per chi è liberale nei comportamenti e quindi non a parole, è scorretto un dibattito in cui una parte sostiene senza alcuna prova concreta che è violata la democrazia in caso vinca l’avversario.</p>
<p>Le disfunzioni della giustizia emergono quotidianamente e negarle nega l’esperienza. Dunque una riforma è indispensabile. E del resto è lo stesso spirito della Costituzione a suggerire che le leggi devono misurarsi con i risultati ed adeguarsi alla realtà (poiché la Costituzione non è un libro sacro intangibile). Per questo anche la riforma della giustizia va discussa nel merito costituzionale, senza impantanarsi nei tecnicismi, senza remore dovute a chi l’ha fatta e senza essere frenati dal preoccuparsi di rispettare i privilegi di cui hanno finito per godere coloro che la amministrano. Tenendo oltretutto conto che la separazione delle carriere è uno strumento diffuso negli altri paesi democratici.</p>
<p>Ora, queste rapide considerazioni dovrebbero essere di per sé sufficienti ad inquadrare il dibattito referendario in un normale confronto tra tesi contrapposte. Se invece il PD intende trasformare il dibattito referendario in una sorta di giudizio epocale sulla democrazia, compie un atto inefficace (perché annulla il confronto di merito sull’ordinamento della magistratura) e al tempo stesso scorretto (perché rifiuta il nucleo democratico che consiste appunto nell’evitare di dar ragione sempre ad una stessa parte).</p>
<p>Per di più va osservato che è un azzardo per i conviventi lo spostare di continuo il confronto politico fuori delle questioni di merito per portarlo sui supposti pericoli corsi dai meccanismi democratici. Perché qualora nel merito i cittadini concordino con le scelte in materia fatte dal Governo – il che nella fattispecie è probabile –, tale scelta si trasforma secondo il PD in approvazione di quel supposto atto antidemocratico, determinando una situazione anticamera della guerra civile.</p>
<p>Insomma, il PD, dopo tre anni, non ha ancora metabolizzato una sconfitta elettorale di cui non riesce a capacitarsi. Ed evoca troppo spesso insussistenti pericoli per la libertà e per la democrazia, invece di applicarsi a costruire una concreta alternativa al governo Meloni, fatta di proposte concrete e non di formule mediatiche, che piaccia ai cittadini, non solo alla numerosa stampa amica e alle correnti interne.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img decoding="async" src="https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2020/05/Morelli-e1475170558755.png" width="100"  height="100" alt="" itemprop="image"></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/raffaello-morelli/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Raffaello Morelli</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Nel corso dei decenni, ha svolto e scritto migliaia di interventi pubblici  ed articoli, ed è pure autore, da solo o quale coordinatore di gruppi più ampi,  di numerose pubblicazioni a carattere politico culturale, infine si è anche impegnato nella direzione de La Nuova Frontiera editrice, che, per un quarto di secolo, ha diffuso periodici e  volumi su tematiche liberali, e successivamente, in altre iniziative analoghe, tra cul la rivista Libro Aperto. Quanto si volumi più organici da lui curati, vi sono  “Cultura e politica  nell’impegno dei goliardi  indipendenti”  scritto insieme a Giuliano Urbani (1963), “43 tesi per una Presenza Liberale” (1968) redatto per il dibattito congressuale PLI,   “Il dissenso liberale è l’infaticabile  costruttore del sistema delle garanzie” (1970), molti documenti  del PLI in vista di Congressi , in particolare  “La Società aperta” (1986) che divenne parte integrante dello Statuto prima del PLI  e dopo della Federazione dei Liberali, relazioni introduttive alle Assemblee Nazionali FDL, il discorso introduttivo del Convegno  “La ricerca, un progetto per l’Italia” (2003) e negli anni più recenti  tre volumi, “Lo sguardo lungo” 2011 (manuale su vicende storiche, ragioni concettuali e prospettive attuali del separatismo Stato religioni),  “Le domande ultime e il conoscere nella convivenza” del 2012 , e infine “Per introdurre il tempo fisico nella logica della matematica e nelle strutture istituzionali” del 2016, gli ultimi due volumi inerenti radici e significato della metodologia politica individuale come strumento cardine nella convivenza tra diversi.</p>
<p><span>Ed inoltre ha pubblicato nel 2019 “Progetto per la Formazione delle Libertà” e  nel 2022  “Un’esperienza istruttiva”. In generale i suoi scritti ed interventi si trovano sul sito  </span><a target="_blank" rel="noopener" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?q=http://www.losguardolungo.it/biblioteca/&amp;source=gmail&amp;ust=1708787447634000&amp;usg=AOvVaw3Nn8N0xsxgMhrKu6ppwr2v">www.losguardolungo.it/biblioteca/</a></p>
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		<title>La relazione tra libertà e grado di complessità normativa. Il rischio giustizialista e il ruolo della Costituzione italiana.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Angelo Lucarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Oct 2020 14:01:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Diritto]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[angelo lucarella]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[luigi einaudi]]></category>
		<category><![CDATA[magistratura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Giustizia non esiste là ove non vi è libertà”. La frase del compianto Presidente della Repubblica Luigi Einaudi oggi torna attuale più che mai. Un concetto lucido, chiaro, Costituente fino all’ultima lettera. A giusta ragione d’altronde. Come può esserci giustizia senza libertà? Domanda di assoluto valore e di timbro profondo. Profondità tipica di chi nelle [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>“Giustizia non esiste là ove non vi è libertà”.</em></p>
<p>La frase del compianto Presidente della Repubblica Luigi Einaudi oggi torna attuale più che mai.</p>
<p>Un concetto lucido, chiaro, Costituente fino all’ultima lettera.</p>
<p>A giusta ragione d’altronde.</p>
<p>Come può esserci giustizia senza libertà?</p>
<p>Domanda di assoluto valore e di timbro profondo.</p>
<p>Profondità tipica di chi nelle parole traferisce più di quanto esse siano visibili come forma.</p>
<p>Soffermarsi sull’Einaudi pensiero, invertendo per un attimo l’ordine delle parole utilizzate (che poi ritroviamo nel principio della negazione della verità in <em>“Prediche inutili”</em>), è necessario per percepirne la portata d’attualità incredibile.</p>
<p>Senza libertà può esserci vera giustizia?</p>
<p>La prima è, oggettivamente, prerequisito della seconda perché solo se un sistema è ordinato all’affermazione del Giusto può dirsi, effettivamente, garante dello spazio di ognuno.</p>
<p>Il punto di riflessione è, certamente, come è possibile ordinare un sistema in tale direzione: la regola è, con ogni probabilità, una risposta attendibile.</p>
<p>L’Uomo, però, è libero solo nella regola?</p>
<p>Non è un parolone retorico, anzi la regola è modernità ciclica.</p>
<p>Quest’ultima, immaginata specificamente come una sorta di “livella”, a sua volta deve essere partorita incline al garantismo: non per volere soggettivo del legislatore, ma in <em>primis</em> per ossequio al dettato Costituzionale.</p>
<p>Quando un legislatore non utilizza questo parametro succede che il frutto normativo non abbia forza ed equilibrio. Ha, invece, in sé tutto l’opposto. Diventa dirompente e distruttiva. Si pone, la norma, come arma di parte.</p>
<p>E quando una “parte” ha più armi si gioca impari.</p>
<p>È qui che la regola fallisce il proprio scopo etimologico, sociale, giuridico.</p>
<p>Da qui passa la percezione (effettiva) della libertà e la sua affermazione nella vita reale: dal rapporto di eguaglianza.</p>
<p>Cosa accede, però, se l’intervento della “Giustizia” è inficiato da uno sbilanciamento tale da invalidare o, quantomeno, mettere in discussione la fiducia riposta dal cittadino nei confronti dell’Istituzione (rappresentata, ovviamente, dal magistrato)?</p>
<p>Questione delicata la cui risoluzione è data proprio dall’intensità valoriale con cui si è iniziata questa breve dissertazione.</p>
<p>Nel nostro paese, norme alla mano, esistono giudizi che fanno stato (cioè sentenze) in cui un Magistrato dell’Ufficio di Pubblico Ministero può svolgere, al contempo, il ruolo di membro del Collegio Giudicante nel processo tributario.</p>
<p>Non solo.</p>
<p>Nel nostro paese, dopo anni ancora, non si riesce a comprendere che la separazione delle carriere, nel sistema penale, non si traduce per forza di cose in <em>deficit</em> di potere del giurisdizionale. Tutto l’opposto. Rafforzerebbe la credibilità dell’intero sistema, soprattutto, se è vero come è vero che il P.M. “siede difronte” al Giudicante e, al contempo, si pone “al lato dell’imputato e delle parti civili”.</p>
<p>Inoltre, nel nostro paese, il dramma dei tempi della giustizia non è una questione di poco conto: è specificamente il conto da pagare giorno per giorno.</p>
<p>Saldo che si riversa, direttamente, su investimenti, su capacità attrattiva del sistema-paese, ma molto di più sui cittadini italiani ai quali, più di tutti, questo ritardo riformatore pesa.</p>
<p>Il bivio è davanti a noi: o si va verso il becero giustizialismo oppure si ha il coraggio di rinfrescare la cultura del garantismo.</p>
<p>Il “come” possiamo farlo cercando di contemperare le cose con la necessità di contrastare le illegalità, condannando il soggetto reo (tendendo al suo recupero sociale, anzitutto, formandolo) od assolvendo il cittadino con tutta la serenità e certezza di buon diritto.</p>
<p>Compito assai delicato a cui, però, non può rinunciarsi per comodità giuridica.</p>
<p>Ecco, il problema della comodità giuridica è il fulcro dell’Einaudi pensiero poiché con essa, velatamente, si insinuano le flotte di illegalità.</p>
<p>È giusto condannare un Uomo mediante l’applicazione di una norma sbagliata ed incostituzionale?</p>
<p>È giusto assolvere un Uomo, invece intimamente reo, mediante l’applicazione di una norma sbagliata che non prevede punibile la specifica condotta del cittadino?</p>
<p>Qui veniamo al dunque: cioè verificare se la libertà passa dal come il legislatore scrive le regole del gioco affinché il sistema “Giustizia” sia quanto più equo, credibile, stabile, funzionale alle garanzie Costituzionali (di eguaglianza, difesa effettiva, imparzialità/terzietà del giudicante, ecc.).</p>
<p>È giusto farsi giudicare da chi, nello stesso momento, ricopre il ruolo di accusatore (riferimento al processo tributario)?</p>
<p>È giusta l’incriminazione e poi il giudizio di chi siede solo per forma su banchi diversi da chi decide (riferimento a sistema penale)?</p>
<p>Chiaro che i magistrati non hanno, grossomodo, colpe ordinamentali se il legislatore italiano non attua in tutte le sue sostanze i c.d. <em>“Principi di Giusto Processo” </em>che in Costituzione si stadiano all’art. 111.</p>
<p>Però, non può assolversi pienamente lo stesso “giurisdizionale” laddove non ha coraggio (almeno questo) di sollevarne questione d’illegittimità costituzionale per l’appunto.</p>
<p>Per questo motivo non si può esser concordi con chi dice che la magistratura comanda nel paese.</p>
<p>No la magistratura è succube di un pensiero politico-legislativo-giurisdizionale di matrice giustizialista insinuatosi nel tempo tramite correnti deviate.</p>
<p>Qui si nasconde, ancora una volta, l’insidia vera per il nostro paese.</p>
<p>Insidia che Einaudi ben identifica nel perimetrare il concetto di “libertà effettiva” in relazione al come la Giustizia opera e si afferma al cospetto del cittadino.</p>
<p>Preoccupazione che anche Aldo Moro condivise quando ebbe a descrivere che <em>“la libertà si vive faticosamente tra continue insidie”.</em></p>
<p>Purtroppo la variabile (più indecifrabile che mai) funzionale a questo tipo di derivazioni politico-istituzionali è costituita proprio dal tipo di legislatore che, volta per volta, ci si ritrova.</p>
<p>Non è un caso che leggendo il rapporto dell’Osservatorio sulla legislazione italiana<a href="#_ftn1" name="_ftnref1"><sup>[1]</sup></a> della Camera dei Deputati, al 2018 (primo anno della Legislatura XVIII), si possa constatare come, nonostante fossimo in periodo pre-Covid, la complessità normativa sia aumentata percentualmente rispetto allo stesso periodo della legislatura XVII.</p>
<p>Inclinazione dettata anche da un forte decisionismo di Governo che, di fatto, ha spiazzato il Parlamento; ciò se da una parte può segnare un punto positivo nella scelta dell’esecutivo, dall’altra parte può tradursi in limitazione della discussione politica in sede (genetico) naturale legislativa (d’altronde si ricordi che il Governo può utilizzare solo Decreti legge e Decreti legislativi per normare).</p>
<p>Il risultato è che l’alimentazione del dibattito sui termini da inserire in legge, sulle necessità del paese, sulle finalità e sugli equilibri di cui la “regola” deve farsi portatrice è praticamente immatura ed acerba (se non quasi inesistente laddove in sede di conversione dei decreti legge, ad esempio, si dovesse porre la fiducia ripetutamente).</p>
<p>Nel 2020 questo problema di complessità normativa è stato ulteriormente decifrato nel lavoro pubblicato con il quarto fascicolo<a href="#_ftn2" name="_ftnref2"><sup>[2]</sup></a>, sempre dall’Osservatorio di cui innanzi, relativo all’esame del <em>“Comitato per la legislazione”</em>. <em> </em></p>
<p>Sicché, nel gioco delle parti, dinanzi a tale evidenza ci si pone un ultimo punto di riflessione.</p>
<p>Perché il Parlamento, data la complessità normativa maggiormente alimentata nell’ordinamento ove vi sia intervento del Governo, non legifera in via ordinaria con le discussioni, anche accese, di cui la democrazia necessita?</p>
<p>Un minor costo della democrazia equivale a un maggior grado di complessità sistemica.</p>
<p>Questo è il risultato.</p>
<p>E se a tale dato si aggiunge anche il grado di complessità economica del sistema-paese che l’OEC (Observatory of Economic Complexity) ha stadiato per l’Italia a 1,31 (altissimo rispetto ad altre potenze mondiali) è chiaro che ci si trova dinanzi a due facce della stessa medaglia.</p>
<p>Ecco come regole più snelle e meno macchinose, meno sbilanciate e più in equilibrio, meno legiferanti (in quanto tali) e più riformatici, potrebbero migliorare la capacità di sviluppo del paese liberandolo dalla complessità, ormai, dilagante.</p>
<p>Ne va della certezza del diritto; ne va del crescente potere delle burocrazie legate ai governi.</p>
<p>Questo tempo di marcia però è dettato, come ogni ciclico periodo sociale, da cosa il Popolo vuole e dal come lo vuole.</p>
<p>L’Italia vuole o meno riformare la Giustizia partendo dall’assumersi la responsabilità di avere coraggio perché serve coraggio? Mi si perdoni il gioco di parole.</p>
<p>Relegare quest’attività ad una mera delega ai Governanti, invece, di maturare un senso sociale sulla questione è una fuga in avanti in cui resta indietro il Parlamento. Cioè tutti noi.</p>
<p>Se oltre al taglio della democrazia vi sarà, poi, anche quello del giurisdizionale cosa ci si deve aspettare? Che la politica temporalmente occupante il potere esecutivo detti anche le sentenze per decidere chi è colpevole e chi no?</p>
<p>Si sa che “<em>Quando la politica entra nella giustizia, la giustizia esce dalla finestra”.</em></p>
<p>Lo diceva, anche questo, Luigi Einaudi.</p>
<p>Un monito, quest’ultimo, che se dimenticato non ci porterà che verso il giustizialismo totalitario in cui anche i magistrati saranno soggiogati al potere esecutivo al pari del popolo.</p>
<p>Il tutto a causa di regole che non puntano alla libertà quale condizione di esistenza dell’Uomo, ma al controllo di quest’ultimo.</p>
<p>Umanamente ingiusto.</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1"><sup>[1]</sup></a> Accessibile liberamente al seguente link <em>https://www.camera.it/leg18/397?documenti=1137</em></p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2"><sup>[2]</sup></a> Datato 04 marzo 2020 ed anch’esso liberamente accessibile al seguente link <a href="https://documenti.camera.it/leg18/dossier/pdf/CL004.pdf?_1583505427550"><em>https://documenti.camera.it/leg18/dossier/pdf/CL004.pdf?_1583505427550</em></a> &#8211; si noti che il rapporto è basato sull’analisi di due leggi ed un decreto legge a campione.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Angelo Lucarella" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2020/10/angelo-lucarella-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/angelo-lucarella/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Angelo Lucarella</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Avvocato, saggista, già vice presidente coord. della Commissione Giustizia del Ministero dello Sviluppo Economico.<br />
Delegato italiano (under 40) al G20 Amburgo 2022 industria, imprese e sviluppo economico organizzato da compagini industriali/imprese dei Paesi partecipanti con Ministero economia tedesco.</p>
<p>Docente aggiunto a.c. in Diritto tributario dell&#8217;impresa e Diritto processuale tributario &#8211; Dipartimento Economia, Management, Istituzioni presso l&#8217;Università degli studi di Napoli Federico II.<br />
Componente di cattedra in &#8220;Diritto e spazio pubblico&#8221; &#8211; Facoltà di Scienze Politiche presso Università degli studi internazionali di Roma.<br />
Componente del tavolo di esperti per gli studi sul “reddito universale” &#8211; Dipartimento di Scienze Politiche Università internazionale per la Pace dell&#8217;ONU (sede di Roma).<br />
Direttore del Dipartimento di studi politici, costituzionali e tributari &#8211; Università Federiciana popolare.</p>
<p>Consigliere della &#8220;Commissione Etica ed Affari Legali&#8221; in seno al Comitato tecnico legale della Federazione Italiana E-Sports.<br />
Componente del comitato scientifico della rivista @Filodiritto per l&#8217;area &#8220;socio-politica&#8221;.<br />
Founder di @COLTURAZIONE</p>
<p>Pubblicazioni principali:<br />
&#8211; &#8220;Opere edilizie su suolo privato e suolo pubblico. Sanzioni penali e profili costituzionali&#8221; (Altalex editore, 2016);<br />
&#8211; &#8220;I sistemi elettorali in Italia: profili evolutivi e critici&#8221; (Pubblicazioni Italiane, 2018 &#8211; testo in collettanea);<br />
&#8211; &#8220;L&#8217;inedito politico costituzionale del contratto di governo&#8221; (Aracne editrice, 2019);<br />
&#8211; &#8220;Dal contratto di governo al governo da contatto&#8221; (Aracne editrice, 2020);<br />
&#8211; &#8220;Nessuno può definirci. A futura memoria (il tempo del coraggio). Analisi e riflessioni giuridiche sul D.d.l. Zan&#8221; (Aracne editrice, 2021 &#8211; testo coautoriale);<br />
&#8211; &#8220;Amore e Politica. Discorso sulla Costituzione e sulla Dignità dell&#8217;Uomo&#8221; (Aracne editrice, 2021);<br />
&#8211; &#8220;Draghi Vademecum. La fine del governo da contatto. Le sfide del Paese tra dinamiche politiche e districamenti sul fronte costituzionale&#8221; (Aracne editrice, 2022).</p>
<p>Ultima ricerca scientifica &#8211; &#8220;La guerra nella Costituzione ucraina&#8221; &#8211; pubblicata su Alexis del GEODI (Centro di ricerca di Geopolitica e Diritto Comparato dell&#8217;Università degli studi internazionali di Roma).</p>
<p>Scrive in borderò per Italia Oggi e La Ragione ed è autore su La Voce di New York (columnist), Il Riformista, Affari italiani (editoriali), Formiche, Il Sole 24 Ore, Filodiritto (curatore della rubrica Mondovisione), Cercasi un Fine e sul blog di Fondazione Luigi Einaudi.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/la-relazione-tra-liberta-e-grado-di-complessita-normativa-il-rischio-giustizialista-e-il-ruolo-della-costituzione-italiana/">La relazione tra libertà e grado di complessità normativa. Il rischio giustizialista e il ruolo della Costituzione italiana.</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>Aspettando&#8230; un nuovo magistrato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosario Russo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Sep 2020 20:39:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Diritto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>«L’errore italiano è stato quello di dire sempre: “Aspettiamo le sentenze”. Se invito a cena il mio vicino di casa e lo vedo uscire con la mia argenteria nelle tasche, non devo aspettare la sentenza della Cassazione per non invitarlo di nuovo» (C. Davigo). Esempi, iperboli, metafore, guizzi intellettuali sono formidabili ordigni retorici, ma non [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>«L’errore italiano è stato quello di dire sempre: “Aspettiamo le sentenze”. Se invito a cena il mio vicino di casa e lo vedo uscire con la mia argenteria nelle tasche, non devo aspettare la sentenza della Cassazione per non invitarlo di nuovo</em><em>»</em> (C. Davigo)<em>.</em></p>
<p>Esempi, iperboli, metafore, guizzi intellettuali sono formidabili ordigni retorici, ma non sempre assurgono a principi di verità, storica o giuridica. Ce ne rendiamo subito conto a volere ipotizzare un altro caso: in pieno giorno cento persone testimoniano di avere visto un uomo mentre, a distanza ravvicinata, con una pistola sparava ripetutamente mirando al capo di un <em>clochard</em> adagiato sulla panchina di un parco pubblico. Bisogna “aspettare la sentenza”? Certamente sì, perché l’autopsia può rivelare se, prima degli spari narrati dai testimoni, il <em>clochard</em> fosse già deceduto ovvero fosse stato ucciso da un’altra arma.</p>
<p>Ma torniamo alla metafora orami famosa di Davigo. Se mi accorgessi che il mio ospite nel corso del pranzo avesse  sottratto le mie posate non solo difficilmente reitererei l’invito a pranzo, ma soprattutto avrei il diritto di invocarne la condanna; ma a questo scopo dovrei inevitabilmente “aspettare la sentenza”. Da qualche millennio ormai, infatti, Giustizia e potestà punitiva spettano alla Stato, e precisamente (da qualche secolo) all’Ordine giudiziario.</p>
<p>Di tutto ciò è sicuramente ben avvertito il dott. Davigo. Il suo messaggio va dunque correttamente interpretato. Egli intende più propriamente richiamarci ad una spontanea legalità diffusa e proattiva, senza la quale l’Ordine giudiziario resta sostanzialmente impotente, perché altrimenti occorrere (come diceva Carnelutti) che Carabinieri e Magistrati fossero in numero superiore a quello della popolazione. In teoria generale si chiama principio di effettività dell’ordinamento giuridico: perché esso correttamente funzioni è necessario che la maggior parte dei cittadini si adegui spontaneamente alla legge democraticamente emessa e se ne faccia paladino. Pertanto, se i dirigenti di un partito politico o di una istituzione pubblica abbiano sicura evidenza di un abuso o di un illecito maneggio, dovrebbero intanto essi stessi espellere le “mele marce”, senza attendere che lo faccia l’apparato punitivo. Il che ovviamente – giova aggiungere – vale a maggior ragione per la Magistratura e i magistrati. Soltanto in questo senso è plausibile affermare che fisiologicamente non dovrebbe essere necessario attendere la sanzione della sentenza (penale o disciplinare), per fare cessare l’illiceità di una condotta. In verità, com’è persino lapalissiano, se magistrati, Cittadini e Autorità lungi dal violare la legge, se ne facciano attivi paladini e custodi, di certo non sarebbero necessarie così tante (sentenze e) sanzioni.</p>
<p>Ma l’ingenuo candore di queste notazioni filologiche si dimostra inattuale nella presente congiuntura storica, perché lo scandalo delle Toghe sporche ha schiacciato quello di Mani Pulite. La ‘casa’ della giustizia, disvelata da un <em>trojan</em>, ha esibito che trame, linguaggio (<em>«la casa dell’essere</em><em>», </em>secondo Heidegger) e spregiudicatezza di molti magistrati chiamati a governare il C.S.M. non sono affatto diversi da quelli che i magistrati di Mani Pulite avevano contribuito a sanzionare, segnando addirittura una fase della nostra storia repubblicana. Nel 1992 fu colpita, ma non debellata, la pandemia etica della corruzione ambientale; nel 2019 il <em>virus</em> che ha infettato molti magistrati apicali è quello dell’ambizione sfrenata, assolutamente incompatibile con l’indipendenza dell’Ordine giudiziario.</p>
<p>Di fronte a cotale ‘disfatta’ della Giustizia (o della giustizia), non basta sostenere – come afferma Davigo &#8211; che la maggior parte dei magistrati sono onestissimi servitori dello Stato. Il che è verissimo ma non basta, sia perché costoro non sono in grado di incidere minimamente sulle decisioni del C.S.M. (che anzi il più delle volte passivamente subiscono), sia perché al postutto essi (tra cui lo scrivente) non hanno saputo scegliere i propri rappresentanti e vigilare in tanti anni sulla loro condotta.</p>
<p>Di fronte a cotale ‘disfatta’ della Giustizia (o della giustizia), allora non basta sostenere – come afferma Davigo &#8211; <em>«L’errore italiano è stato quello di dire sempre: “Aspettiamo le sentenze”</em><em>».</em> Al contrario, in questo caso non solo legittimamente aspettiamo da un anno le pertinenti e pubbliche decisioni penali e disciplinari sui protagonisti della sciagurata vicenda, ma soprattutto auspichiamo che, con umile saggezza, i magistrati tutti ripensino le ragioni della ‘disfatta’ e ne diano conto all’Utente finale della Giustizia, nel cui nome giudicano. Una crisi epocale, come quella attraversata dalla magistratura italiana, ha bisogno non di trionfali invettive, ma di una radicale e fattiva palingenesi (personale e professionale) dei magistrati tutti (invano auspicata dal Capo dello Stato), senza la quale anche le inevitabili riforme legislative sarebbero vane. Occorre una nuova Magistratura, ma soprattutto un nuovo Magistrato: umilissimo, colto, riservato, tanto solerte quanto profondo nei giudizi, consapevole e pensoso del proprio ruolo di <em>«condannato a decidere</em><em>»</em> (per dirla con F. Cordero), soprattutto impermeabile a ogni ambizione che non sia quella di applicare imparzialmente la legge e la Costituzione, agguerrito e sapiente difensore della propria indipendenza (interna ed esterna). Occorre altresì un Consiglio Superiore della Magistratura capace di interpretare ed estrinsecare la propria ‘superiorità’ nel preservare realmente l’indipendenza dei magistrati perfino dalle loro personali ambizioni. Tutto ciò aspettiamo e speriamo, mentre attendiamo &#8211; e con pari forza auspichiamo &#8211; la positiva metamorfosi anche degli esponenti politici con cui non a caso tramavamo i magistrati inquisiti.</p>
<p>Purtroppo la ‘disfatta’ della giustizia (o Giustizia) svela la crisi della legalità e perciò del sistema democratico, sancito dalla Costituzione ma smentito dal sistema spartitorio rivelato dalle intercettazioni<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>. Il diritto va preso sul serio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Sia consentito rinviare a R. RUSSO, <em>Giustizia è sfatta. Appunti per un accorato necrologio, </em>8 gennaio 2020<em>, </em>sul sito<em> Judicium.it,</em> diretto dal prof. B. Sassani.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Rosario Russo" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2019/11/avatar-unisex-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/rosario-russo/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Rosario Russo</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Classe 1947, catanese, si laurea in giurisprudenza con il massimo dei voti e la lode. Vincitore di borsa di studio, è poi docente a contratto presso l’Istituto di diritto privato etneo, diretto dal prof. G. G. Auletta. Dopo avere svolto le funzioni di Pretore, presso i Tribunali di Caltagirone e Catania si occupa di diritto civile, nonché di maxiprocessi in Corte di Assise d’appello.</p>
<p>Ha fatto parte dell’Ufficio Legislativo del Ministero della Giustizia.</p>
<p>Prima del pensionamento, ha svolto per oltre diciotto anni le funzioni (civili, penali, disciplinari e internazionali) di sostituto procuratore generale presso la Suprema Corte, intervenendo anche nelle udienze delle Sezioni Unite civili.</p>
<p>É stato formatore decentrato presso la Suprema Corte, responsabile informatico e docente presso la SSM.</p>
<p>Cultore di filosofia e politica del diritto, si è occupato dell’informatizzazione del sistema giudiziario e dei maxiprocessi. È autore di articoli e monografie di carattere prevalentemente giuridico.</p>
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		<title>Archivio perché&#8230; archivio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rosario Russo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Sep 2020 20:30:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Diritto]]></category>
		<category><![CDATA[archiviazione]]></category>
		<category><![CDATA[magistrati]]></category>
		<category><![CDATA[magistratura]]></category>
		<category><![CDATA[provvedimenti disciplinari]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Con il tacito consenso del Ministro della Giustizia, ogni anno il P.G. presso la Suprema Corte emette mediamente oltre 1200 provvedimenti d&#8217;archiviazione disciplinare, ma nessuno li può leggere Lo scandalo delle Toghe Sporche è oggetto di procedimento penale presso la Procura della Repubblica di Perugia. Inoltre, tutte le condotte dei magistrati inquisiti o coinvolti a [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Con il tacito consenso del Ministro della Giustizia, ogni anno il P.G. presso la Suprema Corte emette mediamente oltre 1200 provvedimenti d&#8217;archiviazione disciplinare, ma nessuno li può leggere</em></p>
<p>Lo scandalo delle Toghe Sporche è oggetto di procedimento penale presso la Procura della Repubblica di Perugia. Inoltre, tutte le condotte dei magistrati inquisiti o coinvolti a diverso titolo dalle intercettazioni pubblicate dalla stampa sono – o saranno –oggetto di indagine disciplinare da parte del P.G. della Suprema Corte. Infatti chi deve garantire il rispetto della legge da parte dei cittadini è tenuto innanzi tutto ad osservare i doveri sommi impostigli dal proprio statuto professionale: «Il magistrato esercita le funzioni attribuitegli con imparzialità, correttezza, diligenza, laboriosità, riserbo e equilibrio e rispetta la dignità della persona nell&#8217;esercizio delle funzioni» (art. 1 del D. lgs. n. 109 del 2006).<br />
Per legge, il P.G. ha l’obbligo di esercitare l’azione disciplinare, per prevenire che egli possa agire pro amico vel contra inimicum, mentre il Ministro della Giustizia ne ha soltanto la facoltà, che esercita in base a valutazioni sostanzialmente politiche.<br />
In realtà, a fronte di una notizia disciplinare, con motivato provvedimento il P.G. può discrezionalmente archiviare se il Ministro non si opponga espressamente, giacché, per effetto della riforma Mastella risalente al 2006, è stata abrogata la disposizione che riservava al C.S.M. la declaratoria di non luogo a procedere richiesta dal P.G. Al C.S.M., titolare del potere sanzionatorio nei confronti dei magistrati ordinari, pervengono quindi soltanto le notizie disciplinari discrezionalmente non archiviate dal P.G. È tanto palese quanto cospicua, dunque, la differenza rispetto al procedimento penale, in cui il P.M., altrettanto obbligato all’esperimento dell’azione penale, può soltanto prospettare al Giudice l’archiviazione. Per altro, in sede disciplinare il P.G. può archiviare anche in fattispecie alquanto elastiche perché, per legge, «L&#8217;illecito disciplinare non è configurabile quando il fatto è di scarsa rilevanza».<br />
Non è l’unica grave anomalia del sevizio disciplinare: malis mala succedunt. Con sentenza 6 aprile 2020 n. 2309 &#8211; in netto contrasto con lo spirito della sentenza dell’Adunanza Plenaria 2 aprile 2020, n. 10 &#8211; il C.D.S. ha statuito che l’archiviazione del P.G. è accessibile soltanto al Ministro della Giustizia, restando perciò interamente opaca per l’autore della segnalazione disciplinare e perfino per il magistrato indagato e il C.S.M. Il Giudice amministrativo ha infatti considerato ostativo all’ostensione il decreto n. 115/1996 del Ministero della Giustizia, assumendo tra l’altro che tale provvedimento «si riferisce al rapporto di “dipendenza” lavorativa presso il Ministero, non anche ad un rap-porto di dipendenza “gerarchica” del personale dall’amministrazione». È di tutta evidenza, tuttavia, che non solo il rapporto di servizio dei magistrati ordinari, ma anche il loro procedimento disciplinare sono regolati, per disposto costituzionale, da una normativa specifica, ben diversa da quella che regola i dipendenti ministeriali non investiti di funzioni giurisdizionali, sicché è quanto meno azzardato ventilare che il Magistrato ordina-rio ‘dipenda’ dal Ministro. D’altra parte, neppure il P.G. si adegua alla ricordata decisione del C.D.S., perché di regola egli, allorché l’autore dell’esposto disciplinare chieda di conoscerne l’esito, risponde che l’indagine è stata archiviata, rifiutando l’ostensione della sola motivazione. Talvolta inoltre, sfuggendo al proclamato segreto e alla decennale prassi, è dato leggere in articoli di dottrina giuridica interi stralci della motivazione dell’archiviazione disciplinare.<br />
Perché sono importanti i predetti rilievi? Perché nel periodo 2012-2018 (sette anni) risultano iscritte mediamente ogni anno n. 1380 notizie d’illecito disciplinare (segnalazioni con cui avvocati o cittadini denunciano abusi dei magistrati). Ogni anno il 91,6% di tali notizie (cioè n. 1264) è stato archiviato dal P.G. e quindi soltanto per n. 116 di esse è stata esercitata l’azione disciplinare. Consegue che mediamente ogni anno oltre 1260 archiviazioni sono destinate al definitivo oblio, sebbene conoscerne la motivazione è tanto importante quanto apprendere le ragioni (a tutti accessibili) per cui le sanzioni vengono disposte dal C.S.M. La ‘casa’ della funzione disciplinare, pilastro e primo avamposto della legalità, è dunque velata senza alcuna concreta ragione. Non è così in-fatti per altre archiviazioni. In ambito penale, se sia stata emessa l’archiviazione, qualunque interessato (indagato, terzo, denunciante o querelante) normalmente ha diritto di averne copia (art. 116 c.p.p.), essendo venute meno le ragioni della segretezza. Le archiviazioni disciplinari nei confronti degli avvocati sono d’ufficio notificate per intero al denunciante (Art. 14, 2° del Regolamento 21 febbraio 2014, n. 2); anche quelle nei con-fronti dei magistrati amministrativi sono ostese a chiunque ne abbia interesse (C.D.S. sentenza n. 1162/2012). La segretezza delle archiviazioni disciplinari del P.G. è quindi un inquietante unicum, specialmente a volere considerare che la Corte Costituzionale ha sancito da tempo «l&#8217;abbandono di schemi obsoleti, ereditati dalla legislazione anteriore e ancora attivi dopo l&#8217;entrata in vigore della Costituzione, imperniati sull&#8217;idea, che rimandava ad antichi pregiudizi corporativi, secondo cui la miglior tutela del prestigio dell&#8217;ordine giudiziario era racchiusa nel carattere di riservatezza del procedimento disciplinare» (sent. n. 497/ 2000). Anche il Consiglio Superiore della Magistratura ha sposato il principio generale della trasparenza (delibera del 5.3.2014).<br />
Le indagini penali nei confronti di taluni magistrati membri del C.S.M., coinvolti nello scandalo delle Toghe sporche, inevitabilmente hanno avuto &#8211; o avranno – anche un risvolto disciplinare. Se in qualche caso il P.G. archiviasse – com’è in suo potere &#8211; non ne sapremo mai la ragione; eventuali archiviazioni in sede penale sarebbero invece accessibili. Absurdissimum, se si considera che, in sede disciplinare (come in sede penale), per il magistrato indagato l’archiviazione rappresenta l’esito più fausto e ambito (una &#8230; medaglia al valore giudiziario), anche rispetto alla sentenza di assoluzione emessa dal C.S.M. o dalle Sezioni Unite (a tutti accessibile).<br />
Mai come in questo momento si rivela fondamentale il principio generale della trasparenza: «Dove un superiore, pubblico interesse non imponga un momentaneo segreto, la casa dell’amministrazione dovrebbe essere di vetro.» (Filippo Turati, in Atti del Parlamento italiano, Camera dei deputati, sess. 1904-1908, 17 giugno 1908, p. 22962). Dopo oltre un secolo, introdotta finalmente la legge sulla trasparenza (D. lgs. n. 33/2013), è tempo che, specialmente in questa grave contingenza storica, anche la casa dell’archiviazione disciplinare cessi di essere opaca senza alcuna plausibile ragione. Se la decisione amministrativa o giurisdizionale si distingue da «un pugno sul tavolo» soltanto in virtù della motivazione, non è ormai accettabile che, al cittadino che abbia segnalato qualche abuso dei magistrati, si risponda dicendo: archivio perché &#8230;archivio!<br />
La rinascita della magistratura, ‘disfatta’ dai recenti scandali, ne presuppone la più ampia, spontanea e convinta trasparenza.</p>
<p>&nbsp;</p>
[1] R. RUSSO, <em>Giustizia è sfatta. Appunti per un accorato necrologio, </em>8 gennaio 2020<em>, </em>in<em> Judicium.it, diretto dal prof. B. Sassani.</em></p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Rosario Russo" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2019/11/avatar-unisex-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/rosario-russo/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Rosario Russo</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Classe 1947, catanese, si laurea in giurisprudenza con il massimo dei voti e la lode. Vincitore di borsa di studio, è poi docente a contratto presso l’Istituto di diritto privato etneo, diretto dal prof. G. G. Auletta. Dopo avere svolto le funzioni di Pretore, presso i Tribunali di Caltagirone e Catania si occupa di diritto civile, nonché di maxiprocessi in Corte di Assise d’appello.</p>
<p>Ha fatto parte dell’Ufficio Legislativo del Ministero della Giustizia.</p>
<p>Prima del pensionamento, ha svolto per oltre diciotto anni le funzioni (civili, penali, disciplinari e internazionali) di sostituto procuratore generale presso la Suprema Corte, intervenendo anche nelle udienze delle Sezioni Unite civili.</p>
<p>É stato formatore decentrato presso la Suprema Corte, responsabile informatico e docente presso la SSM.</p>
<p>Cultore di filosofia e politica del diritto, si è occupato dell’informatizzazione del sistema giudiziario e dei maxiprocessi. È autore di articoli e monografie di carattere prevalentemente giuridico.</p>
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		<title>La (furba) retorica del capro espiatorio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Massimiliano Annetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 Jul 2020 21:05:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Diritto]]></category>
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		<category><![CDATA[magistratura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tra le molte strade percorrendo le quali ci si poteva avvicinare alla vicenda dei carabinieri di Piacenza l’informazione mainstream ha scelto, al solito, la più comoda. Lo schema è persino usurato. La conferenza stampa del Procuratore di turno ad ammansire con l’elenco dei buoni e dei cattivi, le frattaglie di atti di indagine sapientemente impastate [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Tra le molte strade percorrendo le quali ci si poteva avvicinare alla vicenda dei carabinieri di Piacenza l’informazione mainstream ha scelto, al solito, la più comoda.<br />
Lo schema è persino usurato. La conferenza stampa del Procuratore di turno ad ammansire con l’elenco dei buoni e dei cattivi, le frattaglie di atti di indagine sapientemente impastate per far lievitare il solito indigeribile mappazzone di sgomento, sconcerto ed indignazione et voilà il capro espiatorio è servito.<br />
Lo spartito è talmente scontato che passa pure la voglia di evocare la presunzione di non colpevolezza, ché pure il più paziente dei musici finisce per annoiarsi a forza di suonare sempre la stessa canzone.<br />
Beninteso, un poliziotto o un carabiniere delinquente, oppure solo prepotente, rappresenta una ferita intollerabile per la democrazia.<br />
Pure, però, il costante infischiarsene dell’art. 27 comma 2 della Costituzione Repubblicana e dell’art. 6 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, i quali si limitano peraltro a ribadire l’ovvietà che non possano esserci colpevoli prima e senza di un processo, significa prenderla a schiaffoni quella stessa democrazia. Con una differenza: gli odiosissimi reati dei Carabinieri sono ancora tutti da accertare, il vizio di prendere per oro colato ogni ipotesi &#8211; pure la più strampalata &#8211; che esca dalle Procure della Repubblica è conclamato.<br />
Ma, a ben vedere, non è questo il punto nodale della questione.<br />
Nell’ordinanza che ha spedito in carcere i Carabinieri si legge di “modus operandi criminale” diventato “modalità ordinaria di gestione [&#8230;] della quotidianità lavorativa”. Con un’unica esigenza: “aumentare la produttività, intesa come numero di arresti, senza correlativamente sostenere il peso di indagini articolate e complesse”.<br />
Verrebbe da chiedersi se dopo il rito ambrosiano emerso ai tempi di Tangentopoli tocchi ora fare i conti pure con il rito piacentino. Consta infatti, che la Polizia Giudiziaria continui a dipendere dai Pubblici Ministeri ed il controllo giurisdizionale continui a competere ai Giudici e, francamente, questa novella &#8211; che sia Bolzaneto o la Caserma Levante &#8211; che i cattivi facciano sempre tutto da soli comincia ad essere stucchevole.<br />
Perché, cari i miei indignati in servizio permanente effettivo, funziona così. Le Forze dell’Ordine &#8211; i Carabinieri di Piacenza non fanno eccezione &#8211; vedono il loro potere di indagine orientato, riscontrato e verificato da un Pubblico Ministero, o almeno così dovrebbe essere.<br />
Poi c’è un Giudice che deve controllare con assoluta terzietà (avete capito ora perché abbiamo questa strana fissazione della separazione delle carriere?) e pure in questo caso tocca dire almeno così dovrebbe essere.<br />
Mica è finita qui, peraltro. Perché poi c’è il processo nel quale verificare nel pubblico contraddittorio e in condizioni di assoluta parità tra Accusa e Difesa le ipotesi della prima. Pure stavolta, però, bisogna dire almeno così dovrebbe essere, perché tra patenti di credibilità privilegiata più o meno larvatamente riconosciute ai testi di Polizia Giudiziaria e il fastidio crescente di una parte della magistratura verso il giusto processo, pur costituzionalizzato all’art. 111, proprio tutti uguali di fronte alla legge non siamo.<br />
Tutto questo, cari miei sconcertati benpensanti, è avvenuto e avviene innanzitutto grazie a voi che, tanto per dirne una, vi spellate le mani quando quel Tale che sbatterebbe in gattabuia pure quelli beccati in divieto di sosta o qualche suo epigono minore vanno in televisione a dire che il processo non serve, che rito accusatorio e garanzie difensive son blandizie borghesi e che basterebbe prender subito per buono quello che scrivono gli Ufficiali di Polizia Giudiziaria per fare presto e bene.<br />
Allora, come si sul dire nelle curve calcistiche, fuori gli attributi. O abbiamo il coraggio di dire, senza infingimenti, che il sistema è marcio, per intero. O continueremo a farci indicare, ormai a cadenza settimanale, sempre nuovi capri espiatori, che siano il tatuato Appuntato Montella o l’incravattato Dottor Palamara.<br />
Se decidete di intraprendere la via più impervia fate un fischio. Altrimenti avviatevi pure da soli.<br />
Prima o poi ci ritroveremo, perché, finché il sistema resterà questo, la campana potrà suonare per chiunque, sotto forma di un collega di Montella che vi tira giù dal letto alle quattro del mattino perché qualcuno anziché Tortona ha letto Tortora e quella consonante significa anni di galera.<br />
Se del caso ci troverete sempre qui, dalla parte del torto, a difendervi, nonostante voi.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Massimiliano Annetta" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2020/05/massimiliano-annetta-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/massimiliano-annetta/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Massimiliano Annetta</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Penalista, abilitato al patrocinio dinanzi alla Suprema Corte di Cassazione, dà vita nel 2004 allo studio che porta il suo nome, incentrando la propria attività professionale esclusivamente nel campo del diritto penale, ulteriormente specializzandosi poi nelle tematiche del diritto penale dell’impresa.<br />
L’esercizio della professione non gli impedisce di continuare l’attività universitaria: conseguito il dottorato di ricerca, è stato per oltre dieci anni docente di diritto penale presso la Scuola di Specializzazione per le Professioni Legali dell’Università degli studi di Firenze.<br />
È docente a contratto di Diritto delle Prove Penali e Criminologia presso l’Università Mercatorum di Roma e Direttore e Coordinatore del Master Universitario di I livello in Anticorruzione: un nuovo modello di etica pubblica. Risposte ordinamentali e nuovi protagonisti presso la Link Campus University di Roma.<br />
Accanto alle molteplici pubblicazioni scientifiche, si segnalano numerosi convegni che lo vedono come relatore.<br />
È inserito nella rete “Penalnet” della Commissione Europea (elenco europeo degli avvocati penalisti abilitati a patrocinare dinanzi alle Corti dell’Unione Europea).<br />
E’ stato fiduciario in materia penale, su tutto il territorio nazionale, del SIULP (Sindacato Unitario Lavoratori di polizia) ed è oggi il coordinatore del Dipartimento Affari Legali della UIL Sicurezza.<br />
È il responsabile dell’Ufficio Legale di USIP – International Police Sports Union – Police Games Milano 2019.</p>
<p>Attualmente insegna Diritto Processuale Penale presso l&#8217;Università IUL.</p>
</div></div><div class="saboxplugin-web "><a href="http://www.annettaeassociati.it/" target="_self" >www.annettaeassociati.it/</a></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/la-furba-retorica-del-capro-espiatorio/">La (furba) retorica del capro espiatorio</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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