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	<title>comunismo Archivi - Einaudi Blog</title>
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	<description>Il blog della Fondazione Luigi Einaudi</description>
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	<title>comunismo Archivi - Einaudi Blog</title>
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		<title>Ritorno al futuro passato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Giannubilo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Mar 2023 18:00:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[comunismo]]></category>
		<category><![CDATA[francesco giannubilo]]></category>
		<category><![CDATA[palmiro togliatti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Da Togliatti alla Schlein: il loop tragico e grottesco dei comunisti in Italia &#160; Non è, né vuole essere un ossimoro quello contenuto del titolo. È semplicemente l’immagine di una aspettativa palingenetica coltivata nei primi decenni di questa Repubblica dall’allora Partito comunista, ma successivamente &#8211; irrimediabilmente condannata dalla Storia &#8211; del tutto abbandonata; ora, invece, [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>Da Togliatti alla Schlein: il loop tragico e grottesco dei comunisti in Italia</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Non è, né vuole essere un ossimoro quello contenuto del titolo. È semplicemente l’immagine di una aspettativa palingenetica coltivata nei primi decenni di questa Repubblica dall’allora Partito comunista, ma successivamente &#8211; irrimediabilmente condannata dalla Storia &#8211; del tutto abbandonata; ora, invece, sembra essere tornata drammaticamente in auge a guisa di spettro ricomparso dal profondo degli inferi. E tutto ciò per via di inaspettati elementi fattuali disfunzionalmente partoriti nell’ambito scomposto della sinistra postcomunista, paracomunista e comunista <em>tout court</em> in questo nostro incuboso Paese, in una visione, di cui si è fatta paladino il suo nuovo <em>conducator</em> Elly Schlein, quasi ché centrata sull’attesa di un nuovo evento catastrofico-palingenetico a seguito del quale sorgerà, sulle macerie di una vecchia società, una nuova comunità rigenerata e purificata soprattutto dalle perniciose idee della destra meloniana e affini, un nuovo regno di pace e giustizia.</p>
<p>Di certo, tale narrazione è un quadro volutamente caricaturale, eppure la crociata di questo inedito “Cavaliere nero”, intrisa di neo-profetismo, assume marcati caratteri escatologici, un’ambigua, agghiacciante prospettazione, una sorta di inaspettata esplosione chiliastica: un novello Lohengrin di wagneriana memoria, dunque, postosi alla guida di un processo anaciclotico, che intende riprendere l’iniziale sviluppo di quella fase politica, giunta ora all’ultimo stadio di deterioramento.</p>
<p>Insomma, una nuova fase di <em>politica escatologica</em>, il ritorno ad una mitologia idonea a convertire il sovraccarico depressivo della moltitudine criptocomunista odierna, racchiusa in una lugubre identità irrisolta &#8211; che ben si riflette in una penosa, schizofrenica dissociazione cognitiva a difesa di miti e simboli, rivisitati e adattati all’attualità &#8211; di una storia mai chiusa del tutto e incapace di uscire dalla prigionia di un’appartenenza sospesa, in cui il riformismo rimane solo una pura suggestione, una sorta di schermo utile a coprire una memoria essenzialmente di segno contrario.</p>
<p>Questo “totalmente altro”, improvvisamente materializzatosi come aspirazione suprema attraverso un processo di negazione e di inversione, ha finito comunque per vanificare del tutto il tentativo &#8211; ancorché esperito per lo più in modo ambiguo e contraddittorio &#8211; posto in essere in questi decenni dalla sinistra postcomunista, con una sofferta rielaborazione concettuale, di un riposizionamento non dottrinario rispetto ad obiettivi consoni ad una liberaldemocrazia, seppure in modo imperfetto.</p>
<p>In definitiva, questo “partito nuovo”, ora paranoicamente impegnato, per via del suo novello condottiero, in una lotta finale &#8211; l’<em>Armagheddon &#8211; </em>contro le “perverse potenze” del Male, rappresentate dall’odierna compagine governativa “filofascista, razzista e sessista”, continua ad occupare lo spazio &#8211; peraltro da sempre detenuto dal maggior partito comunista dell’Occidente &#8211; nel quale si collocano, negli altri Paesi europei, le grandi formazioni socialdemocratiche e riformiste.</p>
<p>Cosicché, se in Italia è abortito, a differenza di altre nazioni ideologicamente più coese, il passaggio cruciale tra liberalismo e liberaldemocrazia, allo stesso modo è fallito quello altrettanto risolutivo tra comunismo e socialdemocrazia, ciò che peraltro sarebbe stato determinante per traghettare il Paese verso lo sviluppo di una compiuta democrazia liberale. Ma così non è stato, e così non è.</p>
<p>Se è vero, dunque &#8211; così come è vero &#8211; che, secondo l’impostazione liberale, diversamente da quella deterministica di derivazione marxista, la Storia è un tunnel di cui non si vede la luce, è come essere stati improvvisamente risucchiati in fondo ad esso, senza più nemmeno quell’incerto chiarore che pur fiocamente si intravedeva in lontananza. L’aspettativa riposta, dunque, in una evoluzione, di certo irta di non indifferenti difficoltà, della sinistra nostrana verso forme di politica liberale come regolamentazione di conflitti è ora definitivamente tramontata per l’instaurarsi di colpo di una concezione politica <em>escatologica </em>come redenzione dai conflitti, in vista dell’annientamento degli agenti responsabili della <em>governance</em>, conservatrice e retrograda, in atto. Insomma ci troviamo di fronte ad una sorta di neo giacobinismo dotatosi di un programma sostanzialmente pantoclastico, che riprende trucemente temi che pensavamo essere stati definitivamente sepolti nella non esaltante storia di questa Repubblica, che ha “bruciato” la sua esistenza esclusivamente nella mitologia antifascista, resistenziale e antimonarchica, e che ora rischia il decisivo avvelenamento psicologico oltre che una vera e propria agonia esistenziale in un rinnovato clima da “guerra di liberazione”.</p>
<p>E i fantasmi del passato &#8211; un “Passato che mai passa”, come ebbi pure a scrivere in altra occasione &#8211; tornano come spettri, come le ombre del mito della Caverna di Platone, a oscurare questo Paese.</p>
<p>Si è così finalmente disvelata la vera fisionomia del comunismo italiano, impersonata nel Partito comunista che via via mutava il nome in Pds, Ds e Pd, una riproduzione metastatica ora riapprodata ad una risoluzione giacobina, settaria e di puro sciacallaggio politico nei confronti di un’Autorità governante legittimamente eletta e che sta concretamente attuando principi e metodi tipici della democrazia liberale, ancorché compito assai arduo in questa degradata Repubblica: il comunista di oggi, incarnato nel suo nuovo leader, che ha issato il vessillo della “liberazione degli oppressi”, contornato perlopiù ipocritamente da “scarafaggi” al suo servizio, non è che il giacobino del 1793!</p>
<p>Cosicché è tornata in gran rispolvero la strategia di lotta politica di togliattiana memoria, di quel Palmiro Togliatti “impresario” culturale della rivoluzione, a cui fu attribuito il soprannome de “Il Migliore”, ciò che assunse un significato ironico nel contesto della lunga fase stalinista della tradizione rivoluzionaria marxista-leninista in Italia, trasfusa ora in un “partito nuovo”, così come nelle intenzioni del suo “moderno Principe”, che, con la sua anima disperata e tragica, in un rinverdito clima da “guerra civile”, mostra di coltivare un folle disegno affatto destabilizzante degli assetti sociali e politico-istituzionali in atto. E’ dunque il ritorno in auge dello zoccolo più duro della subcultura comunista, che nulla ha che vedere con i valori dello Stato di diritto, della cultura e della tradizione liberaldemocratica: dunque, una sorta di rinnovato progetto leninista-marxista, non dissimile da quello veicolato da Gramsci nel pensiero di Togliatti, grazie al quale quest’ultimo riuscì ad essere il perfetto stalinista, e tale rimase fino alla fine. Un programma, proposto come “l’abbandono della disperazione”, che giunge al termine di una lugubre linea rossa che si dipana dalla “svolta di Salerno” del 1944 e che descrive tutto l’itinerario del Partito comunista italiano, con le sue strategie di lotta e di infiltrazione profonda nel mondo della cultura e della società, che ha finito per occupare tutto lo spazio che gli ha finora consentito l’indulgenza collettiva, avendone in sostanza metabolizzata l’aspirazione rivoluzionaria; di certo attenuatasi questa &#8211; ma senza con ciò pervenire a più coerenti modelli di sviluppo nei termini di una compiuta socialdemocrazia &#8211; dopo la caduta dell’Unione Sovietica nel 1991, allorquando Stalin fu presentato come un folle criminale e accusato di essere il peggior omicida di massa. Purtuttavia, ancorché l’icona suprema del marxismo giacesse ormai calpestata nella polvere, è continuata la ricerca di un’icona sostitutiva, una delirante aspirazione che &#8211; scartati i Mao, i Castro, ecc. &#8211; solo oggi sembra finalmente essersi avverata.</p>
<p>Ma tutto ciò, vale a dire il ritorno ad una polarizzazione ideologica, oscillante tra la mistificazione e il ridicolo, un nuovo <em>avatar </em>della concezione giacobina verso una imprescindibile rivoluzione purificatrice dall’esistente &#8211; uomini, istituzioni, idee e valori &#8211; inquadrato <em>sic et simpliciter </em>come “fascismo mascherato”, non significa l’abbandono della gramsciana “teoria dell’egemonia” come strategia ossidionale finalizzata alla costruzione di un Ordine Nuovo; talché l’attesa dell’elemento catastrofico-palingenetico si sposa con la strategia di lungo tempo dell’assedio all’<em>establishment </em>in atto, con una instancabile, logorante guerra psicologica e ideologica, condotta con estrema faziosità.</p>
<p>Un “Partito nuovo”, dunque, che, rigeneratosi come appassionato “tribuno della plebe” e che ricorre al terrorismo morale contro coloro che sono schierati a difesa dell’odierno “Stato fascista”, rimane improntato ad un gramscianesimo militante, a suo tempo promosso vigorosamente da Togliatti come essenza di massima espressione della tradizione marxista in Italia, con i suoi “intellettuali organici” &#8211; mondo della scuola, dell’informazione, del cinema, delle case editrici, e dei premi letterari &#8211; i quali, raggruppati in una sorta di fortezza ideologica, si presentano come i vessilli di un rinnovato proletariato controegemonico. Le componenti, quella gramsciana e quella zdanoviana, cardini dell’egemonica teoria culturale marxista-leninista, ben presenti nella mente di Togliatti, continuano ad avere una funzione di trasformazione della società borghese verso radiosi traguardi.</p>
<p>Avevo, invero, già paventato nel precedente scritto “L’ITALIA ALLA SUA SVOLTA?”, risalente a qualche giorno prima delle passate elezioni politiche, siffatto cupo scenario, per un rispolvero, da parte della sinistra nostrana, in piena “crisi di nervi”, di obsoleti schemi neofrontisti come nel secondo dopoguerra, scaricando addosso all’aggregazione di Centrodestra insensati odi e veleni, una vera e propria opera di sciacallaggio, tesa soltanto ad eccitare passioni ideologiche in un rinnovato clima di strisciante guerra civile, da “ultima crociata” contro “forze del male” in agguato.</p>
<p>E, come una “Cassandra” con lo sguardo rivolto al cavallo acheo che vide entrare dalle Porte Scee, era il mio un accorato auspicio per formare una Grande Destra, capace di porsi in modo vigoroso contro il rullo compressore dell’assassina <em>clacque</em> sinistroide. Ma il peggio è ancora di là da venire!</p>
<p>Già, non v’è chi non veda come la drammatica riscoperta, come in un incubo risalente da un fosco passato, di un “assassino” ideologico, un truce condottiero che ora capeggia, in un’ondata di pazzia collettiva, schiere idolatranti il drappo rosso, ha tutte le sembianze di una “prova d’orchestra” per lo <em>start</em> di una nuova stagione terroristica di brigate ultrasinistre, determinate a trasformare di nuovo questo Paese in un enorme mattatoio. Non dissimile dalla gramsciana pedagogia dell’intolleranza, risolventesi &#8211; così come ho dato cenno in un precedente scritto &#8211; nella teorizzazione di un presidio che fornisce “le armi necessarie e sufficienti per sopprimere gli avversari”, il tutto condito con insulti e offese volgari, feroci denigrazioni e calunnie, ridicolizzazioni e demonizzazioni, minacce di sterminio ed esaltazione della violenza rivoluzionaria. Ciò che poi, in prosieguo, unito ad altri fattori, ha rappresentato il terreno di coltura per la genesi della tragica stagione del terrorismo.</p>
<p>Non vi e dubbio infatti che, se il risveglio del marxismo-leninismo, traducentesi in un ampio fronte di dissenso identificato nella sinistra extraparlamentare, dopo la denuncia di Krusciov e l’invasione dell’Ungheria, si trascinò fino agli anni Sessanta e Settanta &#8211; trovando in Adriano Sofri, direttore del sovversivo giornale “Lotta Continua”, uno dei suoi personaggi principali &#8211; allo stesso modo oggi, l’affermazione di un sistema politico di Centrodestra riporta giovani studenti, adusi ormai ad un linguaggio giovanile sempre più demenziale, all’adesione infantile a ricordi anarco-sindacalisti. Ma il fatto grave è che questa sinistra sta subdolamente ponendo in atto il tentativo di trasformare i nostri studenti in agitatori rivoluzionari professionali per creare lo strumento umano occorrente ad una nuova rivoluzione sociale: se la tattica è quella leninista, l’ideologia è tornata ad essere maoista e cheguevariana allo stesso tempo. Purtroppo, recenti episodi, verificatisi nei licei e nelle Università, sono sintomatici di siffatta situazione di estrema pericolosità, sebbene questi studenti inneggino ad una società inesistente per mezzo di una ribellione cieca, che nasce da confusione mentale e che si svolge all’interno di un ambiente troppe volte affetto da una succube vigliaccheria.</p>
<p>Mi sembra assai consona alla situazione in atto ciò che la giornalista Gianna Preda ebbe a scrivere ne “il Borghese” nel ’68 in merito alle contestazioni studentesche allora in atto, osservando quelle “brave” ragazze: “<em>Spettinate, con grinte truci e rabbiose, dipinte come baldracchette di borgata, vestite in taluni casi con una sciatteria indecorosa, becere stimolatrici di giovanotti criniti e dall’occhio ebete….eccitate fino alla morbosità da quella loro avventura “barricadera”, sguaiate e nevrotiche, e con le facce impudenti e sbeffeggianti rivolte ai tutori dell’ordine</em>”.</p>
<p>Il nostro Paese sta dunque per affacciarsi nuovamente nel baratro degli anni Settanta, allorquando nacque a Milano quel gruppo rivoluzionario con il nome tristemente famoso di “Brigate Rosse”. In siffatto contesto, queste godettero delle coperture dell’allora Partito Comunista &#8211; così come avviene ora nei confronti degli odierni pidocchietti e fighetti rossi e loro compagne come innanzi dipinte &#8211; nonché del colpevole silenzio della stampa di sinistra, che, invece, enfatizzava le stragi e le trame riconducibili all’estremismo di destra, tant’è che per alcuni anni i brigatisti rossi furono definiti come “sedicenti” e “fantomatici” e le loro azioni ricondotte all’eversione nera. Soltanto dopo l’uccisione del presidente della DC Aldo Moro, questa stampa smise di fare disinformazione, fermo restando che, come scrisse Rossana Rossanda nel 1978 su “Il Manifesto”, le Br appartenevano all’album di famiglia del Pci, un album che sta lugubremente per riaprirsi ora con nuovi adepti.</p>
<p>Ho volutamente omesso, attenendomi in tal modo ad uno schema di analisi critica a carattere storico-politico, di citare le pressanti attuali problematiche &#8211; dall’invasione mediterranea in atto da parte di incontrollabili orde di migranti agli obblighi di sicurezza, dalle questioni fiscali a quelle del lavoro, ecc. &#8211; che ci dividono profondamente dalla sinistra, con la sua azione tesa al disfacimento sociale e al disconoscimento della stessa identità nazionale in nome di un’idea quartomondista.</p>
<p>È appunto sul terreno putrido della fatuità e dell’invettiva che questo <em>monstrum </em>sinistroide, un cerbero assetato di “sangue” e di vendetta, sta giocando rancorosamente la sua partita, cosicché, riducendo il dibattito nazionale, anche sulle urgenti riforme da attuare, ad una sterile, strumentale controversia tra fascismo e antifascismo, sta ponendo in atto un fosco disegno <em>ad destruendum</em>.</p>
<p>È a tutto questo pattume che ci viene scaricato addosso, a questa valanga di immondizia che rischia di ricoprirci tutti, che dobbiamo reagire con forza a difesa dello Stato liberale e dei suoi incrollabili valori e batterci <em>unguibis et rostris</em>, non “gialli” di paura e di vergogna, come in “difesa delle mura”: la “protezione” della libertà e il recupero di valori identitari sono la nostra “linea del Piave”.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Francesco Giannubilo" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2021/01/francesco-giannubilo-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/francesco-giannubilo/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Francesco Giannubilo</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Francesco Giannubilo, laurea Scienze Politiche ed ex dirigente della P.A., si occupa di studi storico-politici dell’età contemporanea. Pubblicista su testate provinciali e su “l’Opinione delle Libertà” nazionale, dopo la ricerca “Aspetti della politica italiana 1920-1940” (2013), il saggio “DALLA DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA ALLA DEMOCRAZIA LIQUIDA (O LIQUEFATTA?)” (2015).</p>
<p>Ha pubblicato: “L’ITALIA CHE (NON) CAMBIA (2010), assieme di considerazioni etico &#8211; politiche sull’impossibilità del riformismo in Italia; “1848-1870 IL RISORGIMENTO INCOMPIUTO” (2011), una riflessione sullo sviluppo storico in Italia in termini di continuità con il processo risorgimentale; “1939-1940 IL MONDO CATTOLICO ALLA SUA SVOLTA?” (2012), un profilo critico sugli atteggiamenti del mondo cattolico dagli inizi del Novecento fino all’entrata in guerra dell’Italia.</p>
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		<title>Comunisti, Fascisti e Nazisti fuori dall’Europa. Decisione e necessità politica.</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/comunisti-fascisti-e-nazisti-fuori-dalleuropa-decisione-e-necessita-politica/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Angelo Lucarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Aug 2022 15:18:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Diritto]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[angelo lucarella]]></category>
		<category><![CDATA[comunismo]]></category>
		<category><![CDATA[fascismo]]></category>
		<category><![CDATA[nazismo]]></category>
		<category><![CDATA[parlamento europeo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Avete mai sentito parlare della decisione del Parlamento Europeo del 19 settembre del 2019[1]? Si tratta di una decisione politica di portata storica: condanna unanime a livello comunitario di quel che sono stati il comunismo, il fascismo e il nazismo. Il tratto è chiaro: non solo rafforzare l’importanza della memoria per il futuro dell&#8217;Europa, ma [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Avete mai sentito parlare della decisione del Parlamento Europeo del 19 settembre del 2019<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>?</p>
<p>Si tratta di una decisione politica di portata storica: condanna unanime a livello comunitario di quel che sono stati il comunismo, il fascismo e il nazismo.</p>
<p>Il tratto è chiaro: non solo rafforzare l’importanza della memoria per il futuro dell&#8217;Europa, ma soprattutto eradicare i fenomeni totalitaristici partendo da un riconoscimento quasi continentale.</p>
<p>La risoluzione, infatti, inizia con una presa d’atto solenne <em>“visti i principi universali dei diritti umani e i principi fondamentali dell&#8217;Unione europea in quanto comunità basata su valori comuni” </em>nonché<em> “vista la Dichiarazione universale dei diritti dell&#8217;uomo delle Nazioni Unite adottata il 10 dicembre 1948”.</em></p>
<p>Una premessa che non lascia ombre di dubbio su ciò che contraddistingue l’identità europea come spazio di libertà e democrazia anti-totalitaristico.</p>
<p>D’altronde il passaggio sul perché occorra una risoluzione comunitaria è esplicativo di come l’Unione Europa in sé voglia spronare (perché la risoluzione è atto politico a vincolatività debole<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>) gli Stati membri a darsi da fare per rendere gli ordinamenti interni effettivamente denocciolati da qualsivoglia nomenclatura o reviviscenza di matrice comunista e nazi-fascista.</p>
<p>Mentre in Italia esiste una legge contro la ricostituzione dei partiti nazisti/fascisti (c.d. Legge Scelba<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a> n. 645/1952 e successive modifiche), non c’è ancora una normazione apposita per quelli di radice comunista.</p>
<p>È questa una lacuna politico-giuridica che il nostro sistema ordinamentale si porta dietro dai tempi della Costituente e della Carta costituzionale<a href="#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a> stessa che pur non enunciando, espressamente, l’anticomunismo ne ha perimetrato la sua fuoriuscita programmatica e programmata nei principi fondamentali. Ciò al contrario della disposizione transitoria in ordine al fascismo: <em>“XII. È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista. In deroga all’articolo 48, sono stabilite con legge, per non oltre un quinquennio dall’entrata in vigore della Costituzione, limitazioni temporanee al diritto di voto e alla eleggibilità per i capi responsabili del regime fascista”.</em></p>
<p>Il perché risiede in una triplice valutazione:</p>
<ul>
<li>primo perché i comunisti italiani erano legatissimi (se non quasi sottoposti) al comunismo sovietico stalinista uscito vincitore dalla Seconda guerra mondiale;</li>
<li>secondo perché i comunisti, dietro la vittoria bellica, si vollero intestare unanimemente la liberazione del Paese dai fascisti e dai nazisti;</li>
<li>terzo per una ragione di risultato in quanto tale ovvero che rimasero dalla parte dei vincitori.</li>
</ul>
<p>La verità è, però, che l’Italia è stata liberata dagli Alleati e dalla coraggiosa attività dei partigiani nonché dei resistenti tutti i quali non erano connotabili come omogeneamente comunisti o di sinistra. Erano semplicemente patrioti, persone che tenevano alla rinascita del Paese sotto un nuovo cappello di Stato: libero e democratico.</p>
<p>Che poi a questa “liberazione del Paese” possono aver partecipato anche comunisti filo-sovietici ben venga, ma si dia atto e per assodato che le ragioni di quest’ultimi erano ben altre ideologicamente: sostituire un regime con un altro. Dal fascismo al comunismo.</p>
<p>Ed è stato grazie, appunto, al fronte di liberazione ed agli Alleati che l’Italia ha conseguito il risultato di una Costituzione e di una Repubblica democratica (non socialista o comunista &#8211; vedasi la Cina).</p>
<p>Allora, cerchiamo con serietà di affermare che oltre al fascismo ed al nazismo dobbiamo impegnarci come Paese a scremare definitivamente richiami totalitaristici e partecipazioni alla vita del Paese di dette cellule aggregative di filo-sovietismo 4.0.</p>
<p>Si faccia una legge o una modifica costituzionale che conclami il rifiuto dei totalitarismi ideologici e storici.</p>
<p>E basti leggere un altro passo della risoluzione europea del 2019 per comprendere il grande passo in avanti che sul piano sovranazionale si sta compiendo con non poco sforzo: <em>“dopo la sconfitta del regime nazista e la fine della Seconda guerra mondiale, alcuni paesi europei sono riusciti a procedere alla ricostruzione e a intraprendere un processo di riconciliazione, mentre per mezzo secolo altri paesi europei sono rimasti assoggettati a dittature, alcuni dei quali direttamente occupati dall&#8217;Unione sovietica o soggetti alla sua influenza, e hanno continuato a essere privati della libertà,</em></p>
<p><em>della sovranità, della dignità, dei diritti umani e dello sviluppo socioeconomico”.</em></p>
<p>Ma è la ferma condanna tutte le manifestazioni e la diffusione di ideologie totalitarie all&#8217;interno dell&#8217;Unione (come il nazismo e lo stalinismo) l’elemento essenziale della decisione politica assunta a livello comunitario.</p>
<p>Ciò stando a significare che quando qualcuno nelle piazze, online, ecc. chiede ai cittadini di sostenere una lotta comunista o di firmare per consentire di presentare una lista elettorale “falce e martello”, ecc. ci si soffermi e si pensi bene; sareste complici di un’attività che, seppure non illecita ad oggi (salvo altra interpretazione giuridica), è pur sempre un fare contro Costituzione.</p>
<p>Sapete il motivo?</p>
<p>Perché <em>“L’Italia è una Repubblica democratica” </em>(art.1 Cost.).</p>
<p>Concetto, quest’ultimo, che non significa semplicemente “tutti possono partecipare”, ma che tutti possono e devono farlo (se si pensa anche all’art. 4, co. 2, Cost.) se si riconoscono, per rovescio della medaglia, nell’antifascismo, nell’antinazismo e nell’anticomunismo.</p>
<p>Tre ideologie condannate dalla storia ed al livello europeo. Cioè da tutti coloro a cui piacciono libertà, eguaglianza e democrazia.</p>
<p>Non basta, quindi, uno statuto (ci si riferisce ai movimenti ed ai partiti politici) in cui si dichiari di volere la democrazia se la propria base ideologica, l’attivismo che ne deriva e la propaganda che se ne fa, indirizzano al fine di volerla controllare, occupare, egemonizzare per sottrarla al giusto, logico e necessario principio di alternanza politica in una dimensione pluralistica.</p>
<p>Come avrebbe detto il saggio Berlinguer, non si può volere che un solo partito abbia il 51% dei voti del Paese: finirebbe la democrazia.</p>
<p><em>Per aspersa ad astra. </em></p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> <a href="https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/TA-9-2019-0021_IT.html">https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/TA-9-2019-0021_IT.html</a></p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> <a href="https://www.questionegiustizia.it/articolo/la-risoluzione-del-parlamento-europeo-del-19-sette_23-09-2019.php">https://www.questionegiustizia.it/articolo/la-risoluzione-del-parlamento-europeo-del-19-sette_23-09-2019.php</a></p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> <a href="https://www.normattiva.it/atto/caricaDettaglioAtto?atto.dataPubblicazioneGazzetta=1952-06-23&amp;atto.codiceRedazionale=052U0645&amp;atto.articolo.numero=0&amp;atto.articolo.sottoArticolo=1&amp;atto.articolo.sottoArticolo1=10&amp;qId=26879b29-7b8e-48c1-9470-80b7952dc7a3&amp;tabID=0.8572127959541542&amp;title=lbl.dettaglioAtto">https://www.normattiva.it/atto/caricaDettaglioAtto?atto.dataPubblicazioneGazzetta=1952-06-23&amp;atto.codiceRedazionale=052U0645&amp;atto.articolo.numero=0&amp;atto.articolo.sottoArticolo=1&amp;atto.articolo.sottoArticolo1=10&amp;qId=26879b29-7b8e-48c1-9470-80b7952dc7a3&amp;tabID=0.8572127959541542&amp;title=lbl.dettaglioAtto</a></p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> <a href="https://www.quirinale.it/allegati_statici/costituzione/costituzione.pdf">https://www.quirinale.it/allegati_statici/costituzione/costituzione.pdf</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Angelo Lucarella" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2020/10/angelo-lucarella-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/angelo-lucarella/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Angelo Lucarella</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Avvocato, saggista, già vice presidente coord. della Commissione Giustizia del Ministero dello Sviluppo Economico.<br />
Delegato italiano (under 40) al G20 Amburgo 2022 industria, imprese e sviluppo economico organizzato da compagini industriali/imprese dei Paesi partecipanti con Ministero economia tedesco.</p>
<p>Docente aggiunto a.c. in Diritto tributario dell&#8217;impresa e Diritto processuale tributario &#8211; Dipartimento Economia, Management, Istituzioni presso l&#8217;Università degli studi di Napoli Federico II.<br />
Componente di cattedra in &#8220;Diritto e spazio pubblico&#8221; &#8211; Facoltà di Scienze Politiche presso Università degli studi internazionali di Roma.<br />
Componente del tavolo di esperti per gli studi sul “reddito universale” &#8211; Dipartimento di Scienze Politiche Università internazionale per la Pace dell&#8217;ONU (sede di Roma).<br />
Direttore del Dipartimento di studi politici, costituzionali e tributari &#8211; Università Federiciana popolare.</p>
<p>Consigliere della &#8220;Commissione Etica ed Affari Legali&#8221; in seno al Comitato tecnico legale della Federazione Italiana E-Sports.<br />
Componente del comitato scientifico della rivista @Filodiritto per l&#8217;area &#8220;socio-politica&#8221;.<br />
Founder di @COLTURAZIONE</p>
<p>Pubblicazioni principali:<br />
&#8211; &#8220;Opere edilizie su suolo privato e suolo pubblico. Sanzioni penali e profili costituzionali&#8221; (Altalex editore, 2016);<br />
&#8211; &#8220;I sistemi elettorali in Italia: profili evolutivi e critici&#8221; (Pubblicazioni Italiane, 2018 &#8211; testo in collettanea);<br />
&#8211; &#8220;L&#8217;inedito politico costituzionale del contratto di governo&#8221; (Aracne editrice, 2019);<br />
&#8211; &#8220;Dal contratto di governo al governo da contatto&#8221; (Aracne editrice, 2020);<br />
&#8211; &#8220;Nessuno può definirci. A futura memoria (il tempo del coraggio). Analisi e riflessioni giuridiche sul D.d.l. Zan&#8221; (Aracne editrice, 2021 &#8211; testo coautoriale);<br />
&#8211; &#8220;Amore e Politica. Discorso sulla Costituzione e sulla Dignità dell&#8217;Uomo&#8221; (Aracne editrice, 2021);<br />
&#8211; &#8220;Draghi Vademecum. La fine del governo da contatto. Le sfide del Paese tra dinamiche politiche e districamenti sul fronte costituzionale&#8221; (Aracne editrice, 2022).</p>
<p>Ultima ricerca scientifica &#8211; &#8220;La guerra nella Costituzione ucraina&#8221; &#8211; pubblicata su Alexis del GEODI (Centro di ricerca di Geopolitica e Diritto Comparato dell&#8217;Università degli studi internazionali di Roma).</p>
<p>Scrive in borderò per Italia Oggi e La Ragione ed è autore su La Voce di New York (columnist), Il Riformista, Affari italiani (editoriali), Formiche, Il Sole 24 Ore, Filodiritto (curatore della rubrica Mondovisione), Cercasi un Fine e sul blog di Fondazione Luigi Einaudi.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/comunisti-fascisti-e-nazisti-fuori-dalleuropa-decisione-e-necessita-politica/">Comunisti, Fascisti e Nazisti fuori dall’Europa. Decisione e necessità politica.</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>Ideologie e pseudoscienze. Il Caso Lysenko</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Elio Cappuccio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Jan 2022 08:56:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[comunismo]]></category>
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<p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/ideologie-e-pseudoscienze-il-caso-lysenko/">Ideologie e pseudoscienze. Il Caso Lysenko</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L’idea che il socialismo fosse una “scienza”, come sostenne Friedrich Engels, rafforzò negli intellettuali e nei militanti, la convinzione che i principi del materialismo dialettico possedessero la stessa validità delle leggi della fisica. La dogmatica marxista non ha seguito il cammino del metodo scientifico, che si nutre di dubbi, ma si è trincerata dietro i rassicuranti meccanismi di difesa dell’ideologia. Nella sua commemorazione di Marx, Engels mise in rilievo che, come Darwin aveva scoperto le leggi dell’evoluzione delle specie, Marx aveva individuato le leggi della storia. Questa analogia nascondeva, in realtà, molteplici insidie, che non avrebbero tardato a manifestarsi.</p>
<p>Dalla Rivoluzione scientifica in poi, lo scienziato non si accosta ai fenomeni che studia per coglierne l’essenza, ma per misurarli. Al centro della sua indagine, non è quindi il che cosa, ma il come. Non si propone, inoltre, di trovare leggi ferree, ma elabora congetture.  Questo sapere congetturale caratterizza in modo più evidente l’ambito delle scienze storiche e sociali.  L’analisi marxista può allora delineare i modelli di una società socialista, ma non può essere in grado di dimostrare che la storia si concluderà con la rivoluzione, il crollo del capitalismo e la proprietà sociale dei mezzi di produzione. Si attribuirebbe, in questo caso, valore di dimostrazione incontrovertibile a una filosofia teologizzata della storia, in cui, come ha sostenuto Karl Popper, alla previsione si sostituisce la profezia.</p>
<p>Nelle concezioni scientifiche che dubitavano della possibilità di comprendere pienamente la realtà o di fornirne una fedele ricostruzione, Lenin intravide lo spettro dell’immaterialismo di Berkeley, il filosofo dell’esse est percipi, che si stupiva dell’“opinione stranamente diffusa tra gli uomini che le case, le montagne, i fiumi, insomma tutti gli oggetti sensibili, abbiano un’esistenza naturale o reale, distinta dal loro essere percepiti dall’intelletto”.</p>
<p>Non è difficile cogliere il disagio di un rivoluzionario come Lenin, di fronte a quegli scienziati che, nel Novecento, hanno preso le distanze dalle forme consuete del materialismo. Se i corpi, scriveva, sono “complessi di sensazioni”, come dice Ernst Mach, o “combinazioni di sensazioni”, come diceva Berkeley, “ne consegue inevitabilmente che tutto il mondo non è che una mia rappresentazione. Partendo da questa premessa, non si può ammettere l’esistenza di altri uomini all’in fuori di se stessi: questo è il più puro solipsismo”, concludeva Lenin. Come si può trasformare il mondo e fare la rivoluzione, sembra dirci Lenin, se non si è in grado di dare una dimostrazione della sua realtà effettiva?</p>
<p>Le leggi della dialettica, sono, per Engels, “leggi reali dell’evoluzione della natura […] valide anche per la ricerca scientifica teorica”. Se queste leggi sono comuni alla società, alla natura e al pensiero, il pensiero stesso non può che riflettere in modo fedele la realtà.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ciò spiega, come scrive Jacques Monod, “l’accanimento dei dialettici materialistici nel ripudiare ogni specie di epistemologia critica […], irrimediabilmente qualificata idealistica e kantiana”. Per tale ragione Lenin attaccava Mach; Andrej Zdanov metteva in guardia i fisici e i filosofi sovietici dalla teoria quantistica e dalle “diavolerie kantiane della scuola di Copenaghen”; Trofim Lysenko si scagliava contro la genetica “borghese”, colpevole, secondo lui, di contraddire i dogmi del materialismo dialettico. Se l’approccio probabilistico alla fisica veniva accusato di idealismo, la genetica mendeliana era considerata come una assolutizzazione metafisica. All’idealismo e alla metafisica “borghesi”, doveva allora contrapporsi la scienza proletaria.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Rispetto alle difficoltà poste dai modelli probabilistici, che si stavano affermando in seno alla fisica teorica, l’evoluzionismo darwiniano poteva rappresentare, più concretamente, un ponte tra le scienze e il materialismo dialettico. Si possono sicuramente cogliere delle consonanze fra la darwiniana lotta per la sopravvivenza, intesa come una dialettica che alimenta l’evoluzione delle specie, e la lotta di classe, che, dialetticamente, condurrà all’avvento del socialismo. Tali consonanze, che attraversano gli scritti di Engels, generano però delle evidenti contraddizioni.</p>
<p>Le leggi genetiche, che sono alla base dell’evoluzionismo, divennero infatti motivo di scontro nell’ambito della scolastica marxista-leninista, dal momento che l’invarianza del gene configgeva con la volontà di creare l’uomo nuovo socialista, l’homo sovieticus. L’idea che i caratteri acquisiti influissero sul patrimonio genetico, sostenuta da Lysenko, era invece coerente con l’impianto ideologico del socialismo sovietico. Come ha evidenziato Monod, la questione non verteva, infatti, sulla biologia sperimentale, ma “esclusivamente sull’ideologia, o piuttosto sulla dogmatica. L’argomento essenziale (il solo in definitiva), instancabilmente ripreso da Lysenko e dai suoi sostenitori contro la genetica classica, era la sua incompatibilità col materialismo dialettico”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nel luglio del 1948, presso l’Accademia sovietica di scienze agrarie “Lenin”, di cui era stato nominato presidente da Stalin, Lysenko aveva difeso le tesi del botanico Ivan Vladimirovic Miciurin, dell’Accademia delle scienze dell’URSS, che, ispirandosi a Lamarck, aveva rifiutato la genetica mendeliana. Nella certezza che le condizioni ambientali potessero influire sui caratteri ereditari, Miciurin riteneva, contro Mendel, che zoologi e botanici erano in grado di apportare modifiche ereditariamente trasmissibili negli animali e nelle piante. Si scelse così di seguire il metodo della vernalizzazione, che consisteva nel coltivare le piante in condizioni di particolare umidità e temperatura. Questo procedimento avrebbe comportato una selezione di determinate specie che, ereditando le qualità acquisite, avrebbero contribuito ad aumentare considerevolmente la produzione agricola, anche in condizioni climatiche ostili.</p>
<p>La grande attenzione che fu riservata alle tesi di Miciurin e di Lysenko fu anche legata all’esigenza di porre rimedio, in tempi brevi, alle crisi alimentari, che avevano già prodotto tragiche carestie. A questo programma “progressista”, si contrapponeva l’impostazione, descritta come “reazionaria” e deterministica, della genetica mendeliana. All’assenza di significative verifiche sperimentali, faceva riscontro una imponente legittimazione ideologica di queste teorie, che furono accolte con entusiasmo dalle gerarchie del Pcus e suscitarono l’interesse dello stesso Stalin. I genetisti che proseguirono le loro ricerche in sintonia con i metodi della comunità scientifica internazionale furono considerati reazionari e fascisti, e vennero imprigionati o ridotti al silenzio. Nokolaj Vavilov, che era stato insignito del premio Lenin e aveva diretto l’Istituto di genetica dell’Accademia delle scienze, fu accusato di boicottaggio per aver difeso la genetica mendeliana e per essersi opposto al lamarckismo improvvisato di Lysenko. Dopo la condanna a morte, fu imprigionato nel 1940 e morì in carcere nel 1943. Fu infine riabilitato nel 1955.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In Italia, il genetista Adriano Buzzati Traverso apostrofò come “assurda verità” la teoria di Lysenko, attirandosi le ire di alcuni biologi che gravitavano nell’orbita del Pci. Nello Ajello racconta che, nell’inverno del 1948-’49, si tenne, in casa di Emilio Sereni, responsabile della Commissione cultura del Pci dal 1948 al 1951, un incontro su questo tema e il microbiologo Luigi Silvestri fu molto duro nel condannare l’orientamento che Lysenko stava imprimendo alla genetica sovietica. Nel ricostruire la discussione, Silvestri scrive che, di fronte ai dubbi che affioravano anche in coloro che avevano definito Buzzati Traverso uno “scienziato da salotto”, Sereni, la cui profonda erudizione non gli impediva di aderire fideisticamente all’ortodossia sovietica, sostenne “il carattere partitico della scienza”. Tutto si ridusse così a “una questione di fedeltà verso l’URSS”.  La posizione critica di Silvestri comportò, poco dopo, la sua espulsione dal Pci, non tanto per la sua avversione a Lysenko, scrive Ajello, “ma per indisciplina, avendo disobbedito al divieto di discutere l’argomento nelle sezioni del Pci”. Gli scienziati che militavano nel partito scelsero prevalentemente, per fedeltà ideologica, di non manifestare il proprio dissenso. “Non potevamo non roderci dentro”, scrisse poi il patologo Massimo Aloisi, ricordando che i biologi Giuseppe Montalenti e Pietro Omodeo furono definiti “reazionari e lacché dell’imperialismo per la loro opposizione a Lysenko”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Fra gli scienziati che si trovarono ad operare nei totalitarismi vi fu chi si collocò in una zona grigia, chi aderì in modo incondizionato alla neolingua delle pseudoscienze di regime, chi, in rari casi, manifestò la sua opposizione. Nella Germania nazista, figure ben più autorevoli rispetto a Lysenko si trovarono coinvolte nell’ambiguità di questo clima.  Werner Heisenberg, che fu insignito del premio Nobel nel 1932, pur non riconoscendosi nel nazismo, collaborò ai progetti di fissione nucleare finalizzati alla creazione di armi atomiche. Nel 1941, quando la Danimarca subiva l’occupazione nazista, si recò a Copenhagen, da Niels Bohr. Non è tuttora chiaro se intendesse proporgli di collaborare col Terzo Reich, che voleva precedere gli americani nella produzione della bomba atomica. Di fatto, la loro amicizia, nata venti anni prima, quando il giovane fisico tedesco aveva frequentato l’istituto di ricerca del più anziano Maestro danese, giunse a termine. Bohr, che aveva ricevuto il Nobel per la fisica nel 1922, e che, insieme a Werner Heisenberg e a Max Planck, aveva posto le basi della fisica quantistica, scelse la via dell’esilio. Dopo un periodo vissuto in Inghilterra, si stabilì negli Stati Uniti, dove collaborò al Progetto Manhattan.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Philipp von Lenard e Johannes Stark, due fisici insigniti del Nobel, nazisti della prima ora e difensori della Deutsche Physik, attaccarono aspramente la “fisica ebraica” di Albert Einstein, non risparmiando critiche a  Planck,  che, a loro avviso, doveva la sua posizione di privilegio nella comunità scientifica all’attenzione manifestata verso le teorie fisiche “giudaiche”. Sia Planck che Heisenberg furono poi apostrofati come “ebrei bianchi” dai “fisici ariani”, che li accusavano di non prendere le distanze da Einstein.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La contrapposizione tra fisica ariana e fisica giudaica, nella Germania di Hitler, appare speculare, sotto molti aspetti, alla contrapposizione tra genetica reazionaria borghese e genetica progressista, nell’ URSS di Stalin, come speculari appaiono le ideologie totalitarie, che hanno preteso di riscrivere la storia e di sostituire il metodo scientifico con le pseudoscienze. Nelle diverse declinazioni, il pensiero totalitario segue fideisticamente le sue indimostrabili premesse, e, obbedendo a una rigida e inesorabile logica paranoica, rifiuta, come scrisse Hannah Arendt, “gli insegnamenti della realtà”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Testi citati</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Berkeley, <em>Trattato sui principi della conoscenza umana</em>, trad. it., in G. Berkeley, <em>Opere filosofiche</em>, U.T.E.T., Torino, 1996.</p>
<p>J. Lenin, <em>Materialismo ed empiriocriticismo</em>, trad. it., Editori Riuniti, Roma, 1973.</p>
<p>Engels, <em>Dialettica della natura</em>, trad. it., Edizioni Rinascita, Roma, 1950.</p>
<p>Monod, <em>Il caso e la necessità. Saggio sulla filosofia naturale della biologia contemporanea</em>, trad. it., Edizioni scientifiche e tecniche Mondadori, Milano, 1972.</p>
<p>Ajello, Intellettuali e PCI 1944-1958, Laterza, Roma-Bari, 1979.</p>
<p>Arendt, <em>Le origini del totalitarismo</em>, trad. it., Edizioni di Comunità, Milano, 1967.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Elio Cappuccio" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2022/10/elio-cappuccio.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/elio-cappuccio/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Elio Cappuccio</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>È presidente del Collegio Siciliano di Filosofia. Insegna Storia della filosofia moderna e contemporanea presso l’Istituto superiore di scienze religiose San Metodio. Già vice direttore della Rivista d’arte contemporanea Tema Celeste, è autore di articoli e saggi critici in volumi monografici pubblicati da Skira e da Rizzoli NY. Collabora con il quotidiano Domani e con il Blog della Fondazione Luigi Einaudi.</p>
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		<title>Budapest, novembre 1956.  A 65 anni dall’invasione sovietica e dal brindisi di Togliatti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Elio Cappuccio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Dec 2021 19:13:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 25 febbraio del 1956, dopo la conclusione del XX Congresso del Pcus, Krusciov pronunciò la sua requisitoria antistaliniana. Nel celebre rapporto segreto, Stalin viene accusato di aver alimentato il culto della personalità, snaturando lo spirito del marxismo-leninismo. Si attribuisce al dittatore la responsabilità di aver indebolito il partito e le forze armate, eliminando, in [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il 25 febbraio del 1956, dopo la conclusione del XX Congresso del Pcus, Krusciov pronunciò la sua requisitoria antistaliniana. Nel celebre rapporto segreto, Stalin viene accusato di aver alimentato il culto della personalità, snaturando lo spirito del marxismo-leninismo. Si attribuisce al dittatore la responsabilità di aver indebolito il partito e le forze armate, eliminando, in seguito ad accuse infondate, un gran numero di dirigenti e di ufficiali. La sua inadeguatezza come comandante viene considerata, inoltre, la causa principale delle gravi perdite subite durante la Grande guerra patriottica. Il rapporto rimane “segreto” fino al 4 giugno, quando viene pubblicato dal <em>New York Times</em>.</p>
<p>La svolta kruscioviana provocò una crisi profonda nel movimento comunista internazionale e in particolare nel Pci, in cui il culto staliniano era largamente diffuso. Una testimonianza evidente di questa liturgia ideologica si può trovare nelle parole con cui Palmiro Togliatti commemorò il dittatore sovietico, alla Camera dei Deputati, in occasione della sua morte. Lo descrisse come “un gigante del pensiero”.  Ogni volta che si compie un atto che può assicurare la pace, proseguì, “ivi troviamo Stalin”. In quella stessa occasione, L<em>’Unità</em> apriva con questo titolo: “E’ morto l’uomo che più ha fatto per la liberazione del genere umano<em>”</em>.</p>
<p>Togliatti, che aveva preso la cittadinanza sovietica ed era stato vicesegretario del Comintern, aveva sempre dimostrato la sua fedeltà alle direttive del Pcus. Quando, al suo rientro in Italia, dà un nuovo volto al partito, con la “Svolta di Salerno”, esprime in realtà un orientamento concordato con lo stesso Stalin.  Come ha scritto Silvio Pons, le decisioni assunte dal Pci, tra il 1944 e il 1948, furono “subordinate alla politica estera dell’Urss”. Al non intervento delle potenze occidentali nell’Europa dell’Est, lasciata sotto il rigido controllo sovietico, non poteva che corrispondere, infatti, un non intervento sovietico in Europa occidentale, come sarà definito nella Conferenza di Jalta, nel 1945.</p>
<p>Dopo la morte di Stalin, nel marzo del 1953, il potere fu retto da Malenkov, Krusciov e Berija. L’eliminazione di quest’ultimo e l’allontanamento di Malenkov, consentirono a Krusciov di assumere il pieno controllo del partito. Ebbe inizio, così, un processo che avrebbe condotto al XX Congresso. Le “aperture” di Krusciov alimentarono nel mondo socialista speranze “liberali”, che non tardarono a dar luogo a manifestazioni in cui si richiedeva a gran voce una maggiore partecipazione alla vita politica, al di là dei rigidi protocolli di partito. Dopo i disordini che si verificarono a Budapest, in seguito alla morte di Stalin, nel 1953, la dirigenza sovietica decise di affidare allo stalinista Rakosi la guida del partito e di chiamare al governo un moderato, come Nagy. Le sue scelte politiche, accusate di introdurre metodi liberali, comportarono però, nel 1955, un ritorno all’ortodossia, con la nomina di Hegedus.</p>
<p>Dopo il XX Congresso, le proteste popolari si diffusero e da più parti fu richiesto un processo nei confronti dello stalinista Rakosi e dei dirigenti del partito. Fu inoltre invocato il ritorno di Nagy. Il 23 ottobre, durante uno sciopero di solidarietà per gli insorti polacchi, venne abbattuta la statua di Stalin e fu assaltata la sede della radio. L’intervento militare sembrava la soluzione più prossima, ma prevalse la linea della mediazione. Nagy viene allora richiamato, ma la sua scelta di essere solidale con la protesta e di dimostrarsi favorevole al multipartitismo non può rassicurare il Pcus. Per i sovietici, ha scritto Tony Judt, la vera minaccia non era rappresentata dalla liberalizzazione dell’economia o dalla attenuazione della censura. Ciò che il Cremlino non poteva tollerare era la rinuncia al “ruolo guida del partito”, perché ciò sarebbe divenuto “un cuneo democratico”, fatale per tutti i paesi del blocco socialista, favorevoli, infatti, all’intervento, a parte la Polonia.</p>
<p>Il 30 ottobre prende vita un governo che vede, insieme ai comunisti, anche i socialdemocratici e altre piccole formazioni. Dai documenti attualmente disponibili, dopo l’apertura degli archivi sovietici, emerge, hanno scritto Elena Aga Rossi e Viktor Zaslavsky, che il 30 ottobre il Presidium del Comitato Centrale aveva deciso, all’unanimità, di non intervenire militarmente e di adottare, come sosteneva Krusciov, “il corso del ritiro delle truppe e dei negoziati al posto del corso militare”. Fu allora accolta con sorpresa la scelta dello stesso Krusciov di riconvocare il Presidium il 31, sostenendo la necessità di “restaurare l’ordine in Ungheria”.</p>
<p>Nel rapido mutamento di opinione da parte di Krusciov pesò sicuramente, secondo Aga Rossi e Zaslavsky, la posizione di alcuni leader del blocco comunista favorevoli all’intervento ed ebbe un ruolo non secondario un telegramma di Togliatti. Togliatti, definito dai due storici uno stalinista moderato, non condivideva il rigido stalinismo di Molotov, ma non si identificava neanche con quei “riformatori” che, come Krusciov, “stavano minando le fondamenta del blocco comunista internazionale”. Questa sua posizione “lo rendeva un interlocutore privilegiato all’interno della dirigenza poststaliniana”. Nel suo telegramma, inviato il 30 ottobre, le vicende ungheresi venivano descritte come “rivolta controrivoluzionaria”. Per evitare che i disordini alimentassero una deriva reazionaria, si rendeva necessario, a suo avviso, assumere una posizione netta. Le divisioni che, a causa dei “Fatti d’Ungheria”, si stavano creando all’interno del Pcus, del Pci e degli altri partiti comunisti, rischiavano, secondo Togliatti, di compromettere l’unità del movimento.</p>
<p>Nella risposta del Presidium a Togliatti, del giorno dopo, si esprime una totale condivisione con la sua analisi, e si evidenzia che non esistevano contrasti nella leadership del Pcus, che “unanimemente valuta la situazione e unanimemente prende le decisioni opportune”. In Unione sovietica, commentano Aga Rossi e Zaslavsky, il telegramma di Togliatti fu utilizzato in chiave propagandistica, per legittimare la soluzione militare. Quando, il 4 novembre, i sovietici entrano in Ungheria, il Pci si schiera a fianco dell’Urss, ritenendo che la rivolta avrebbe condotto alla guerra civile se non fosse stata prontamente sedata. Dopo l’invasione sovietica, Nagy, che si era rifugiato presso l’ambasciata jugoslava, fu prelevato dai sovietici il 22 novembre, nonostante Kadar gli avesse garantito un salvacondotto. Sarà poi impiccato nel 1958.</p>
<p>Il 4 novembre del 1956 è il giorno della rielezione di Eisenhower. Alla Casa Bianca, la questione viene presa in esame solo tre giorni dopo, ed è subito collocata in un quadro internazionale segnato, in quel momento, dalla crisi di Suez. L’opinione generale, ha scritto Judt in <em>Postwar</em>, “da Eisenhower in giù, era che fosse stata tutta colpa dei francesi e degli inglesi. Se, infatti, non avessero invaso l’Egitto, l’Urss non avrebbe avuto l’opportunità di muoversi contro l’Ungheria. L’amministrazione americana aveva la coscienza pulita” e gli equilibri della guerra fredda non sarebbero stati alterati.</p>
<p>Il tono del telegramma di Togliatti esprimeva un orientamento largamente condiviso nel partito. Giancarlo Pajetta scrive il 28 ottobre, su L’<em>Unità</em>, che era necessario reprimere gli attacchi al socialismo, per difendere i principi senza cui il capitalismo e il fascismo avrebbero trionfato.  Il 30, sempre su L’<em>Unità</em>, Togliatti riconosce che i dirigenti non hanno compreso adeguatamente il disagio di ampi settori delle società socialiste, ma ciò non può giustificare la violenza dei “controrivoluzionari” di Budapest.</p>
<p>Non mancarono, tuttavia, le posizioni critiche, come dimostra il dissenso del segretario della Cgil Giuseppe Di Vittorio.  Il 27 ottobre, su L’<em>Unità</em>, veniva infatti pubblicato un documento in cui, pur accogliendo la tesi togliattiana, secondo cui si potevano ravvisare, negli eventi ungheresi di quelle giornate, infiltrazioni reazionarie, la Cgil deplorava l’intervento militare. Le rivendicazioni dei ribelli, considerate di carattere sociale, venivano descritte come richieste di libertà e di indipendenza, che non potevano affatto essere viste come tentativi di restaurazione del regime fascista dell’ammiraglio Horhy. Il dissenso da Mosca e dalla linea togliattiana non riguardò, ovviamente, solo la Cgil.  Antonio Giolitti ed Eugenio Reale, ad esempio, abbandonarono il partito e autorevoli rappresentanti del mondo della cultura espressero il loro dissenso nel <em>Manifesto dei 101</em>, in cui sostennero che i partiti comunisti avevano il compito di promuovere la democrazia e di condannare dunque lo stalinismo.  Tra i <em>101</em> troviamo Asor Rosa e Melograni, Sapegno e Spriano, Colletti e Caracciolo, solo per fare qualche nome.</p>
<p>Il documento, diffuso dall’ANSA, produce scompiglio in casa comunista e gli eretici vengono convocati da Pajetta, da Bufalini, da Alicata, perché si convincano a tornare sui loro passi, come avviene nel caso di Spriano o di Cafagna, e di quanti prenderanno le distanze da quelle posizioni. Nella serata del 29 ottobre quattordici dei firmatari, ricorda Nello Ajello, inviano una lettera all’<em>Unità</em>, in cui dichiarano che chi ha fornito a “un’agenzia di stampa borghese” il testo della dichiarazione, finalizzata a “un dibattito interno al partito”, ha carpito la loro “buona fede”. Tra i fedelissimi, che si schierano a difesa di Togliatti, si distinse il latinista Concetto Marchesi, il quale, riguardo all’insurrezione ungherese, scrisse che un popolo non può rivendicare la libertà “tra gli applausi della borghesia capitalistica”.</p>
<p>In un suo articolo su <em>la Repubblica</em> del 2 febbraio 1996, <em>Il brindisi di Togliatti, </em>Gianni Rocca scriveva che il Migliore aveva scelto la “fedeltà a oltranza” con “il centro propulsivo” della rivoluzione mondiale, seguendo l’antico riflesso condizionato dello stalinismo senza riserve. Aggiungeva poi che Pietro Ingrao, allora direttore de L’<em>Unità</em>, ricordava, a quarant’anni di distanza, di essere rimasto “turbato” quando seppe dell’invasione e di aver sentito il bisogno di condividere con Togliatti il suo stato d’animo. Il turbamento dovette però divenire più intenso, quando si sentì rispondere dal suo segretario: “Io invece, oggi, ho bevuto un bicchiere di vino in più”.</p>
<p>Una opposizione particolarmente dura si ebbe da parte di un gruppo di collaboratori della Casa editrice Einaudi, che propose di sostituire, alla segreteria del partito, Togliatti con Di Vittorio o Giolitti, per segnare una frattura netta con i metodi stalinisti, che avevano caratterizzato una linea politica asservita a Mosca. L’VIII Congresso del Pci, del dicembre del 1956, diede agli eretici l’opportunità di esprimere in modo chiaro il proprio dissenso. Abbandonarono così il partito Calvino, Caracciolo, Melograni, De Felice, Mieli e altri. Il pentimento di Napolitano sulla tomba di Nagy, come i ripensamenti di Ingrao e di tanti altri, hanno rappresentato certamente l’esigenza di rileggere in maniera critica le vicende ungheresi. Hanno però confermato, al tempo stesso, l’incapacità di aprirsi, in quel momento, all’opzione socialdemocratica, incapacità che ha congelato le grandi potenzialità presenti nel Pci. È emblematico che ciò non fosse ancora chiaro nel 1981, quando, di fronte alla crisi irreversibile del socialismo reale, che avrebbe condotto al crollo del 1989, Enrico Berlinguer si limitava a commentare che la capacità propulsiva di rinnovamento delle società socialiste era “venuta esaurendosi”.</p>
<p>Testi citati</p>
<p>Judt, <em>Postwar. La nostra storia</em>, trad. it., Laterza, Roma-Bari, 2017.</p>
<p>A. Rossi- V. Zaslavsky, <em>Togliatti e Stalin. Il PCI e la politica estera staliniana negli archivi di Mosca</em>, il Mulino, Bologna, 1997.</p>
<p>Pons, <em>L’Urss e il Pci nel sistema internazionale della guerra fredda</em>, in R. Gualtieri (a cura di), <em>Il Pci nell’Italia repubblicana, 1943-1991</em>, Carocci, Roma, 2001.</p>
<p>Ajello, <em>Intellettuali e PCI. 1944/1958</em>, Laterza, Roma-Bari, 1979.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Elio Cappuccio" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2022/10/elio-cappuccio.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/elio-cappuccio/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Elio Cappuccio</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>È presidente del Collegio Siciliano di Filosofia. Insegna Storia della filosofia moderna e contemporanea presso l’Istituto superiore di scienze religiose San Metodio. Già vice direttore della Rivista d’arte contemporanea Tema Celeste, è autore di articoli e saggi critici in volumi monografici pubblicati da Skira e da Rizzoli NY. Collabora con il quotidiano Domani e con il Blog della Fondazione Luigi Einaudi.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/budapest-novembre-1956-a-65-anni-dallinvasione-sovietica-e-dal-brindisi-di-togliatti/">Budapest, novembre 1956.  A 65 anni dall’invasione sovietica e dal brindisi di Togliatti</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>Il primato comunista del potere buono</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giancristiano Desiderio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Nov 2017 13:31:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[comunismo]]></category>
		<category><![CDATA[italia]]></category>
		<category><![CDATA[stato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Angelo Panebianco ha scritto, in un articolo sul Corriere della Sera, che il sistema politico italiano è, da sempre, una specie di macchina che produce partiti antisistema ai quali si deve contrapporre, per forza di cose, un argine e il suo Guardiano della diga. L’ultimo guardiano è stato Matteo Renzi ma anche l’attuale presidente del [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Angelo Panebianco ha scritto</strong>, <a href="http://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-rinascita-di-silvio-berlusconi-fara-risorgere-lantiberlusconismo/">in un articolo sul <em>Corriere della Sera</em></a>, che il sistema politico italiano è, da sempre, una specie di macchina che produce partiti antisistema ai quali si deve contrapporre, per forza di cose, un argine e il suo Guardiano della diga. L’ultimo guardiano è stato Matteo Renzi ma anche l’attuale presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, svolge questo ruolo mentre la forza antisistema è il M5S.</p>
<p><strong>Però, ultimamente il sistema</strong> non sembra più funzionare e la diga presenta più di qualche crepa. Il governo Berlusconi è finito in un pericoloso naufragio al quale ha posto rimedio Mario Monti che poi è finito nel fare la parte di san Sebastiano, ma anche lo stesso governo Renzi che pur ha ottenuto dei risultati o se li è trovati davanti è finito in mare e il Pd, che era visto come un’ultima spiaggia, ha fatto naufragio nel mare di Sicilia.</p>
<p><strong>Non sembra che vi sia una via d’uscita</strong> e si gira in tondo, tanto che il naufrago di ieri – Berlusconi – è tornato ad essere il Guardiano di oggi, se non della diga almeno del faro.</p>
<p><strong>Il sistema politico italiano</strong> non ha mai conosciuto la democrazia dell’alternanza e ha sempre funzionato come una macchina che produce forze antisistema. L’Italia stessa è nata così. La prima forza antisistema fu quella cattolica con Pio IX e il non expedit che impediva la partecipazione dei cattolici alla vita pubblica.</p>
<p><strong>Non si fece in tempo a risolvere</strong> la “questione cattolica” che era già nata la “questione socialista” che fu una delle cause, e non la minore, che portò al fascismo nel cui Ventennio – va da sé – il problema della forza antisistema fu “risolto” alla radice nel passaggio dalla libertà alla dittatura.</p>
<p><a href="http://3.122.244.34/wp-content/uploads/2017/11/blog-1.png"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone wp-image-945 size-full" src="http://3.122.244.34/wp-content/uploads/2017/11/blog-1.png" alt="" width="1200" height="300" srcset="https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2017/11/blog-1.png 1200w, https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2017/11/blog-1-300x75.png 300w, https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2017/11/blog-1-768x192.png 768w, https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2017/11/blog-1-1024x256.png 1024w" sizes="auto, (max-width: 1200px) 100vw, 1200px" /></a></p>
<p><strong>Con la repubblica il problema rispuntò</strong> tale e quale moltiplicato per cento: in Italia c’era il più grande partito comunista dell’Occidente e la democrazia, prima di sfociare nel consociativismo in cui il partito d’opposizione era socio di minoranza del partito di governo, era una “democrazia bloccata” o imperfetta caratterizzata dal fattore K.</p>
<p><strong>Con la fine della Prima repubblica</strong> si sperava, illudendosi, nella nascita finalmente della democrazia dell’alternanza e, invece, venne al mondo la democrazia dell’altalena in cui le due forze politiche che diedero vita al bipolarismo si delegittimavano scambievolmente, l’una indicando l’altra come una forza eversiva, e in un pendolo micidiale in cui si altalenavano al governo e all’opposizione producevano l’effetto ottico del movimento mentre l’Italia era perfettamente immobile.</p>
<p><strong>L’identità delle loro differenze</strong> era ed è lo statalismo e la conseguente occupazione del potere del quale, una volta impadronitosene, non sanno cosa farsene perché in un sistema statalista il potere non basta mai anche se è senza limiti.</p>
<p><strong>Il sistema politico italiano</strong>, con il Guardiano della diga, è però anche la soluzione di un più ampio problema europeo che ha la sua origine nientemeno che nella Rivoluzione francese. I francesi tagliando la testa al Re diedero vita a un problema per molti versi insolubile: crearono un sistema assembleare incapace di legittimare nuovamente il potere. Tagliando la testa al sovrano la tagliarono anche alla sovranità.</p>
<p><strong>Gli inglesi, invece</strong>, che fecero la loro “gloriosa rivoluzione” un secolo prima conservarono la Corona e riuscirono a costituzionalizzare il potere con una sovranità, appunto, limitata. In Italia e in Europa, invece, per avere un potere limitato si è dovuto far ricorso ad una diga o ad un argine o ad una forza di Centro che, per dirla con Cavour, eliminasse da un lato la reazione e dall’altro la rivoluzione. Non sempre, però, il gioco riesce. Le forze antisistema, infatti, sono molto forti proprio perché hanno un’idea molto diversa del potere.</p>
<p><strong>Alla fine con la morte del comunismo</strong> ha vinto – non sembri un paradosso – il modello del potere comunista che non vuole un potere limitato ma un potere buono e il potere è buono se è comunista o statalista. Ecco perché è necessaria la conquista del Palazzo d’Inverno: con essa si eliminano i nemici che sono cattivi e ignoranti e il potere diventa buono e siccome è buono può essere illimitato.</p>
<p><strong>Questo modello della conquista del Palazzo</strong> è oggi il modello di tutti e tutti si presentano come i salvatori della patria in cui non essendoci un limite a questa pretesa di salvezza si è finiti in quello che Saverio Vertone chiamava l’ultimo manicomio. Lo schema è semplice: ogni forza vuole la conquista del governo-stato per imporre se stessa in modo assoluto.</p>
<p><strong>Il governo-stato diventa così</strong> qualcosa di più di un governo: un organo di conoscenza con cui governare su ogni cosa. Una tipica forma di politica statalista con cui le forze politiche, di sistema e di antisistema, interpretano il sentimento degli italiani i quali chiedono a gran voce che la politica e lo Stato entrino nelle loro vite come tutori e risolutori di ogni problema e garanti di ogni sicurezza.</p>
<p><strong>È la tipica cultura</strong> – come illustro nel mio ultimo saggio che ha proprio questo titolo – de <em>L’individualismo statalista</em> con cui gli italiani credendo di salvarsi si dannano perché danno vita ad una macchina statale mostruosa che si nutre del loro stesso sangue.</p>
<p><strong>Al contrario di quanto si tende a credere</strong>, non è il potere che corrompe gli italiani ma sono gli italiani che corrompono il potere. Proprio perché gli attribuiscono poteri salvifici che non ha. La domanda che c’è nel sistema politico italiano è falsa: chi deve governare? In una democrazia mediamente decente, invece, la domanda è un’altra: quanto si deve governare?</p>
<p><strong>La risposta è</strong>: poco, non molto, in modo limitato perché ogni governo che va oltre un certo limite è un cattivo governo. Ma è una risposta perdente. Il primato comunista, che si è imposto grazie alla morte del comunismo e alla vittoria del consumismo rendendo ormai inutile la differenza tra sistema e antisistema, diga ed eversione, esige la conquista del potere per renderlo <em>buono</em>.</p>
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		<title>Le vecchi zie non ci salveranno dalla stupidità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giancristiano Desiderio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Jul 2017 10:14:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Alle votazioni del 1948 ci salvarono le vecchie zie, come disse Longanesi. Da cosa? Dal comunismo. Ma i comunisti, a loro dire, salvarono l’Italia dal fascismo. C’è qualcosa che non quadra. E continua a non quadrare perfino oggi giacché l’Italia ha avuto la democrazia in dono dagli eserciti stranieri degli anglo-americani ma la repubblica ha [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Alle votazioni del 1948 ci salvarono le vecchie zie, come disse Longanesi</strong>. Da cosa? Dal comunismo. Ma i comunisti, a loro dire, salvarono l’Italia dal fascismo.</p>
<p><strong>C’è qualcosa che non quadra</strong>. E continua a non quadrare perfino oggi giacché l’Italia ha avuto la democrazia in dono dagli eserciti stranieri degli anglo-americani ma la repubblica ha conosciuto la egemonia culturale del Pci che con il modello dell’antifascismo ideologico scomunicava chiunque provasse ad esprimere una cultura diversa.</p>
<p><strong>Fosse dipeso dagli intellettuali</strong>, che tradirono una seconda volta (quasi) in massa, avremmo perso la libertà e infatti, <strong>Benedetto Croce</strong>, che rifiutò di sottomettersi, dopo la caduta di Mussolini, alla nuova chiesa totalitaria del Pci di Togliatti, disse: “Beneditele quelle beghine perché senza il loro voto oggi noi non saremmo liberi”.</p>
<p><strong>Se oggi in Italia, dove vigono non poche leggi del fascismo</strong>, si può ancora pensare di trasformare opinioni, folklore, cimeli in reati di propaganda fascista è perché non abbiamo avuto e non abbiamo ancora una cultura politica antitotalitaria.</p>
<p><strong>Ancora una volta torna utile Marx</strong>: la storia si presenta la prima volta come tragedia, la seconda come farsa. Ma qui siamo ben oltre anche la farsa: l’antifascismo più cretino della storia ora vede un fascismo con pinne, fucili ed occhiali sulla spiaggia di Chioggia e Laura Boldrini, nientemeno che presidente della Camera, pensa che bisognerebbe rimuovere i monumenti del ventennio mussoliniano.</p>
<p><strong>Le vecchie zie ci salvarono dal comunismo</strong> ma dalla stupidità o ci salviamo da soli o meritiamo di affogare nell’idiozia.</p>
<p><strong>Se il cretino trionfa</strong> è perché i problemi storici e culturali sono stati rimossi e mitizzati. Norberto Bobbio diceva una cosa semplice: tutti i democratici sono antifascisti ma non tutti gli antifascisti sono democratici.</p>
<p>Il problema degli italiani con le dittature non è stato unico ma doppio: <strong>fascismo e comunismo</strong>. Per sviluppare una decente cultura democratica non si può essere anti a metà.</p>
<p><strong>L’antifascismo non basta</strong>. È necessario anche l’anticomunismo e, purtroppo, in Italia l’anticomunismo non è ancora un valore diffuso e pienamente legittimo. Lo stesso Bobbio, in buoni rapporti con Mussolini, ebbe sempre problemi a dirsi anticomunista.</p>
<p><strong>All’anatra zoppa della cultura politica corrisponde l’anatra zoppa della storiografia</strong>. Cattiva coscienza teoretica e cattiva coscienza politica si danno la mano. L’antifascismo, che è una categoria politica, è stato trasformato in una categoria storiografica sulla cui base interpretare tutto il Novecento che così viene manipolato e si giunge alle scemenze della eliminazione dei monumenti: quindi abbattiamo la Garbatella, via la stazione di Milano, riallarghiamo le valli di Comacchio e così con le paludi pontine eccettera eccetera.</p>
<p><strong>Tutto finisce veramente in un carnevale di stupidità</strong> e lo stesso dibattito balneare sul fascismo, nato sulla spiaggia di Chioggia, è una pessima idea per unire la sinistra intorno al suo rancore e alle sue falsità.</p>
<p><strong>Una tristezza infinita</strong> che riesce persino a mancare di rispetto allo stesso antifascismo ideologico che ha dentro di sé storie tragiche di chi pagò con la vita, di chi fece il doppio gioco quando i giochi erano pericolosi, di chi divenne maestro di antifascismo dopo aver preso la cattedra a qualche docente ebreo che la dovette lasciare in seguito alle leggi razziali.</p>
<p><strong>Questo è il paese</strong> – il nostro paese – che non si sa guardare allo specchio, non sa raccontarsi la verità senza idiote strumentalizzazioni politiche, non sa crescere nella libertà e coltiva dentro sé demoni e stupidaggini.</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Giancristiano Desiderio" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2020/06/desiderio-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/giancristiano-desiderio/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Giancristiano Desiderio</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"></div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/le-vecchi-zie-non-ci-salveranno-dalla-stupidita/">Le vecchi zie non ci salveranno dalla stupidità</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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