Breviario liberale per salvarsi dal pensiero conformista

E tu di che liberalismo sei? Classico come Locke o metodologico come Hayek? Sei per la «mano invisibile» di Smith o per la «mano pubblica» di Keynes? Per lo scetticismo di Hume o per l’imperativo di Kant? Per il costituzionalismo di Constant o per l’utilitarismo di Mill? Sei con Montesquieu o con Tocqueville? Con Einaudi o con Croce? L’elenco potrebbe continuare così per tutto l’articolo perché i liberalismi sono tanti ma accomunati da una cultura liberale che li rende diversi da ideologie e sociologismi. Il modo migliore per capire cosa sia il liberalismo è distinguerlo dal socialismo e da quella scuola marxista e comunista che da qui discendono.

Infatti, il socialismo è una dottrina ideologica escogitata da philosophes e intellettuali per prendere il potere e instaurare uno stato ottimale valido per tutti gli uomini con la pretesa di aver scoperto la formula magica per l’eliminazione del male e imporre così la pace perpetua che molto spesso nella storia ha preso le sembianze dell’eterno riposo dei cimiteri. Il liberalismo, invece, non è una dottrina né una scuola e nasce dalla vita, dalla storia, dalle lotte civili il cui obiettivo è quello di limitare il potere – tutti i poteri, non solo quello politico – per garantire agli uomini libertà, scelte, errori senza i quali non c’è né libertà né verità. Ecco perché i liberalismi, nascendo nel cuore della lotta che non disarma mai, sono tanti ma la cultura liberale è una giacché tutti mirano a mostrare che il potere assoluto e l’abuso di potere sono illegittimi perché non c’è un sapere né assoluto né ordinario che li possa giustificare. La cultura liberale, dunque, esprime una sensibilità in cui, per dirla con Isaiah Berlin, il legno storto dell’umanità rende impossibile che qualcuno – uno Stato, un Partito, un Capo, una Chiesa – possa dire di sacrificare noi stessi per il bene dell’umanità come, invece, hanno pensato e hanno fatto i socialismi reali e irreali che si sono succeduti nella storia degli ultimi due secoli.

L’ultimo libro di Corrado Ocone s’intitola La cultura liberale. Breviario per il nuovo secolo (Giubilei Regnarli Editore). Il libro è l’esatto contrario di un esercizio di indottrinamento e attraverso tre capitoli – uno che fa una sorta di storia del liberalismo, uno che delinea una teoria o, meglio, una sensibilità liberale, e uno che si sofferma sulla contemporaneità – mette in luce come, per dirla con Einaudi e con Croce, la bellezza della lotta della vita e della cultura libera si offrono all’uomo smarrito del XX secolo come una bussola per navigare in un mare che non è più quello del «secolo breve» che Ocone definisce «secolo rosso». Perché? Per il tanto sangue versato in due guerre mondiali, una soluzione finale e svariati stermini di massa? Perché, per dirla in questo caso con Robert Conquest, il «secolo delle idee assassine» ha avuto il tono del marxismo e Ocone, non senza riecheggiare il revisionismo di Nolte, sostiene che è stata la rivoluzione sovietica, dopo la Grande guerra, ad aver generato la reazione del fascismo prima e il nazionalsocialismo poi che hanno sì combattuto il marxismo e il leninismo ma pur ne hanno introiettato alcuni caratteri sociali e industriali, intellettuali e propagandistici. La stessa cosa è avvenuta nella seconda metà del secolo nel rapporto, ancora più importante, tra democrazie e comunismo e così nel secolo che riteniamo di avere alle spalle la lotta c’è stata proprio tra liberalismo e socialismo. Alla fine, come sappiamo, il liberalismo ha vinto ma, come capita a tutti i vittoriosi, al prezzo odierno di aver perduto un po’ se stesso.

Lo sforzo di Corrado Ocone di dar fuori un breviario della cultura liberale è lodevole e necessario. Lo è perché intorno al liberalismo si addensano i problemi della filosofia e dell’Occidente. Liberalismo e filosofia sono la stessa cosa: il primo conduce la seconda ad essere verità storica e la seconda libera il primo dalla tirannia del determinismo, della metafisica, dello scientismo. Il caposaldo della cultura liberale è la santa distinzione tra pensiero e azione. Siamo volontà libere che scelgono come vivere perché nessun pensiero può racchiudere in sé un senso unico della vita. Il secondo caposaldo della cultura liberale è la insuperabilità del conflitto: se non c’è conflitto non c’è libertà e il rimedio proposto – una società senza conflitto – è falso e peggiore del presunto male. Il terzo caposaldo, molto caro giustamente a Ocone, è che non c’è libertà senza realismo politico proprio perché il liberalismo viene al mondo per limitare i poteri.

Giancristiano Desiderio, Il Giornale 20 novembre 2018

La propaganda di Matteo Salvini

Prima o poi doveva accadere. È accaduto. Matteo Salvini, ministro degli Interni, è stato contestato nel quartiere San Lorenzo a Roma. La folla gli ha gridato “sciacallo, sciacallo” mentre altri, in tono minore e meno numerosi, hanno apprezzato la sua visita e si sono rivolti al ministro chiedendo aiuto. Salvini avrebbe voluto portare una rosa sul luogo dove è stata ritrovata morta Desiree Mariottini, drogata e violentata da un branco, ma a causa della contestazione non c’è riuscito e ha promesso o minacciato: “Ritornerò con la ruspa”. Dov’è l’errore? Nel tempo.

Che il quartiere San Lorenzo stia messo male lo sanno tutti e che lì si sopravviva in uno stato di abbandono in cui tutto può succedere, pure che una ragazzina di 16 anni venga violentata e sia uccisa come è accaduto con la povera Desiree, anche questo lo sanno tutti. Le violenze subìte e la fine dell’adolescente sono quello che è stato già definito un “delitto annunciato”. Ma proprio per questo: se ci troviamo davanti alla cronaca di una tragedia annunciata, perché il ministro degli Interni è andato lì?

Matteo Salvini è responsabile del Viminale da circa sei mesi. Non un tempo lungo, ma neanche un tempo brevissimo. I famosi 100 giorni, con i quali si giudicano il passo e il carattere di qualunque amministrazione, sono trascorsi da un pezzo e cosa ha fatto il ministro Salvini? Una sola cosa: propaganda. Dal primo giorno in cui si è insediato al Viminale, il leader della Lega ha continuamente soffiato sul fuoco dei cattivi sentimenti e si è proposto come la voce del popolo venuta al mondo per vendicare il popolo non si capisce da chissà che cosa. Se avesse dedicato non metà ma anche un quarto della sua giornata non alla propaganda sulla questione degli immigrati ma a considerare le situazioni rischiose che vi sono in alcuni quartieri delle grandi città – Milano, Roma, Napoli, Bari, Palermo – avrebbe fatto il suo dovere e, chissà, forse ora Desiree sarebbe ancora viva. Chiariamoci subito: nessuno gli accolla il “delitto annunciato” ma con altrettanta chiarezza gli va detto che a San Lorenzo doveva andarci prima, prima e non dopo. Perché dopo è troppo comodo. Dopo sa di sceneggiata e di speculazione e chi lo ha contestato sarà anche stato di un’altra parte politica rispetto alla sua ma la rabbia popolare, della quale proprio Salvini vuole essere un ruspante interprete, non va per il sottile e, legittima o no, questa volta proprio il ministro Salvini se l’è sentita addosso.

I ministri degli Interni non sono fatti per portare fiori e nemmeno per ritornare con la ruspa. No. I ministri degli Interni sono fatti per essere discreti, per apparire poco e garantire ordine senza propaganda ma con il lavoro quotidiano della vigilanza occhiuta (è davvero curioso ma è bene ricordare a Matteo Salvini che un ministro degli Interni di tal fatta fu Roberto Maroni, tanto che il suo ministero è, dati alla mano, quello che ha maggiormente ottenuto risultati positivi nei confronti della criminalità organizzata: si veda il libro La mafia si può vincere di Giacomo Ciriello).

I ministri degli Interni non generano disordine e se ciò accade vuol dire che sono inadatti al ruolo. Certamente Salvini oggi è stato inadatto e fuori luogo. Ha sbagliato tutto: gesto, parole, tempi. Strano per uno come lui che passa per essere un drago della comunicazione. Però, succede, sì, succede anche questo quando sei al governo da un po’ di tempo e invece di governare seriamente continui a fare propaganda, cerchi alibi e inventi nemici e, proprio tu che hai dato dell’ubriaco a Jean-Claude Juncker, sei ubriaco delle tue stesse parole e non distingui più tra finzione e realtà e ti ritrovi a tua insaputa – naturalmente – come in un film in cui la gente, il popolo, ti urla “sciacallo”. Oggi per Salvini è stato il giorno dello “sciacallo”.

Il principio di tutte le cose? L’Aperol

Io devo confessarvi che mi sta sul cazzo praticamente tutto e sono infastidito da tutto. Siamo in una di quelle situazioni che si dicono di merda, in cui ci metti cinque minuti a distruggere ciò che è stato fatto in cinquant’anni. Ma che ci posso fare? Niente. Così hanno voluto gli italiani, così ha voluto la mia generazione che è fatta di gente fraccomoda che osanna i diritti e odia i doveri e peggio è fatta la generazione successiva che ritiene che lo Stato sia come l’albero che il Gatto e la Volpe dissero a Pinocchio che sarebbe spuntato al campo dei miracoli nella città Acchiappacitrulli se il burattino avesse interrato le sue quattro monete d’oro. I finti dibattiti televisivi, gli articoli arruffati, la propaganda infinita, la cialtroneria e l’ignoranza ostentate senza vergogna, tutto mi mette di malumore e mi dà un senso di nausea fino ai conati di vomito. Non avrei mai immaginato che le condizioni morali e intellettuali del tempo italiano mi avrebbero gettato in questo sconforto che una volta sarebbe passato con una risata liberatoria e ora, invece, sembra uno stato d’animo permanente subìto senza via d’uscita per mancanza di un avversario decente.

È come se il mondo fosse impazzito e tutti gli adolescenti, i ragazzini, i fanciulli, i bulli fossero scappati di casa a prendere i posti lasciati vacanti dagli adulti. Ormai ognuno può fare e dire ciò che gli pare perché le parole e il pensiero sono state svincolate dal principio di non contraddizione, mentre le intenzioni e le azioni possono fare a meno delle condizioni date e dell’obbligo di produzione. L’altro giorno, in un momento in cui il malumore mi dava un po’ di tregua, si parlava con un giovane studente di filosofia greca e di quello strano principio – l’arché – dal quale i grandi disoccupati della storia antica facevano discendere tutte le cose. Secondo Anassimandro l’Apeiron, ossia l’illimitato, è il principio di tutte le cose limitate che si manifestano nella nostra esperienza. Il ragazzo, alle prime armi negli studi della vita spericolata, mi ha detto che secondo Anassimadro il principio di tutte le cose è l’Aperol. Non ci avevo mai pensato ma una lettura alcolica della storia della conoscenza potrebbe essere più corrispondente alla verità. Senz’altro ci darebbe la possibilità di capire meglio questa Italia in cui la filosofia sarebbe il proprio tempo appreso con un Campari e un Punt e Mes nell’happy hour dell’orrida Apericena.

È probabile che abbiate lasciato la lettura di questo articolo, scritto con il fegato più che con la testa, al terzo rigo. Avete fatto bene. Ma allora per chi cazzo sto scrivendo? Per me stesso. Siate fedeli alla massima caustica di Karl Kraus: “Ma dove troverò mai il tempo per non leggere tante cose?”. Purtroppo, abbiamo esagerato. E non perché non si legga più ma per due altri motivi: perché non si sa più leggere e perché, non sapendo più leggere, si leggono solo cose che sono già morte prima di nascere. Edmondo Berselli prima di morire, in quella sua breve vita in cui riuscì a mettere da parte tante cose che ci sono utili se sapessimo ancora leggere, diceva che gli piaceva tutto ciò che era popolare e, quindi, il calcio, le canzonette, il cinema e si spingeva a dire che difficilmente il popolo sbaglia; invece – aggiungeva – la sinistra non pensa al popolo, bensì ai miti popolari: a Benigni a Baricco, ai totem culturali delle professoresse democratiche.

Io devo confessarvi che mi sta sul cazzo praticamente tutto ma non è il caso di farne un dramma, meglio ridere su questa Italia da piangere. Happy hour.

C’è poco da fare, serve una nuova forza liberale

Qual è il problema italiano? Questo. Al governo ci sono forze sociali, prima che politiche, che credono che la ricchezza di una nazione non dipenda dal lavoro e dalla capacità di produrre bensì da uno Stato magico che deve garantire stipendi senza mansioni, pensioni senza contributi, tasse senza servizi. All’opposizione ci sono ex forze politiche che un tempo ebbero l’occasione di rimettere in ordine le cose, dando priorità al lavoro all’impresa al rischio alla libertà, ma non fecero niente per non scontentare gli Italiani sempre così fedeli alla massima che le riforme sono tanto belle ma bisogna iniziare a farle con il vicino di casa e con l’altra corporazione. Così con il passare del tempo e un governo inconcludente dopo l’altro, con un ceto politico sempre più squalificato e propagandistico si è arrivati alla rivolta popolare via social che ha portato al potere non la fantasia ma direttamente l’ignoranza. Chi crede che questa situazione cambi senza traumi è un illuso.

Le forze di opposizione, che sarebbero Forza Italia e il Pd, credono, un po’ per convenienza e un po’ per viltà, che il governo durerà poco. Berlusconi da una parte e Renzi dall’altra sono due mirabili cornuti. Il primo, suo malgrado, è un cornuto felice e attende che la moglie, la Lega, dopo essere scappata con l’amante, ritorni a casa per fare un nuovo governo di centrodestra. Il secondo, anche lui suo malgrado, è cornuto e mazziato perché gran parte della sinistra non solo è pronta ma è già accasata con il M5S del quale è così succube da continuare a farsi mettere le corna e farsi bastonare. Ma credere che il governo si sfasci e che le forze, prima politiche e poi elettorali, si scompongano per poi ricomporsi secondo il vecchio schema del passato è la Grande Illusione. Il ritorno del passato è solo il frutto immaginativo della debolezza del presente che cerca una consolazione o un rifugio per le proprie paure e per l’inarrestabile mutamento.

Le forze della maggioranza sommano al loro interno tanto il realismo quanto la demagogia, sia il governo sia l’opposizione. Lo possono fare perché giocano in splendida solitudine. Così andranno avanti vita natural durante o almeno fino a quando continuerà ad esistere uno straccio di Stato indebitato fino al collo e una cosa strana chiamata non si sa più perché Italia. Potrà sembrare curioso, ma sono proprio le forze estreme che sono al governo a costituire il centro mentre le opposizioni moderate, nutrendo comode speranze e false illusioni, si sono auto-relegate ai margini e hanno condannato le loro intenzioni liberali alla sconfitta permanente.

Una nuova situazione bipolare non nascerà fino a quando le forze più o meno liberali, di destra e di sinistra, continueranno ad essere suggestionate dall’idea comoda e irreale di ritorno al passato. Perché nasca una cosa nuova è necessario fare un passo avanti e non due indietro: è giocoforza prendere coraggio e unire i liberali da destra a sinistra nella consapevolezza che si dovranno contrapporre ai demagoghi. Solo quando si uniranno coloro che credono nello Stato di diritto, nella società aperta, nel mercato, nella crescita e nel lavoro, si avrà un contraccolpo nel campo di Agramante che ora, causa disperazione e demagogia imperante, tiene insieme interessi contrastanti.

Il patto del Nazareno, che fu fatto per finta e con vergogna, va fatto seriamente. Ma le facce di ieri non possono essere le facce di domani. Il rinnovamento passa inevitabilmente per un ricambio degli uomini che devono essere disposti a mettere al centro due cose: verità e lavoro. L’Italia non si risolleverà fino a quando non ci sarà qualcuno disposto a dire in spirito di verità che è necessario ritornare a lavorare e sacrificarsi tralasciando tutele che sono privilegi, garanzie che sono comodità, tasse che sono furti.

Il mondo è cambiato da molto tempo. L’Italia è cambiata peggiorando perché ha creduto di potersi difendere dal mondo amministrando le risorse esistenti, vendendo i debiti e aspettando la fine della tempesta. La classica stasi che produce o la reazione o l’avventura. O, peggio, entrambe con un governo che per abolire la povertà ci condannerà alla miseria sociale.

Salvini? Per certi versi, siamo noi

Il duro scontro in atto tra ministro degli Interni e procura di Agrigento ripropone, ancora una volta, il conflitto tra la politica e i giudici. Non bisogna, però, ricondurre lo scontro di oggi a quanto avveniva ieri. I governi Berlusconi, infatti, quelli contro i quali le toghe rosse hanno dato il meglio di sé, erano “corrotti” e “ingiusti” per definizione e, dunque, la crociata giudiziaria era sacrosanta. Il governo Renzi era una sorta di succedaneo dei governi Berlusconi e il tentativo, da parte di Renzi, di usare a sinistra le ragioni della destra, limitando anche il giustizialismo quale arma politica illegittima usata e abusata dalla sinistra, si è scontrato sia con i magistrati sia con il giacobinismo del M5S che ha portato al massimo grado di perfezione la demagogia giustizialista.

Lo scontro in atto, dunque, non ubbidisce allo schema tanto semplice quanto falso di buoni e cattivi, onesti e disonesti bensì a quello tra giusti e giusti, onesti e onesti. Il ministero della Lega e del M5S si è autodefinito “governo del cambiamento” o “governo sovranista” o “governo degli onesti” o “governo dei cittadini” che sono tutte espressioni che oltre a non dire nulla intendono dire che ora gli italiani – gli italiani onesti e giusti – hanno preso il potere e sono intoccabili perché fanno per definizione solo cose oneste e giuste. Qualunque esse siano. Insomma, il governo della Lega e del M5S è l’esecutivo con cui il giustizialismo è andato al potere e può fare giustizia di tutto perché è inarrestabile. Questo è il fondamento della stupida Terza repubblica.

Questa differenza tra ieri e oggi è non solo importante ma decisiva se si vuole capire cosa sta accadendo e a cosa siamo destinati. Il governo giustizialista, infatti, avendo introiettato la logica giudiziaria pensa e agisce secondo colpe, reati, imputazioni, ingiustizie. I ministri non ritengono di essere amministratori e uomini di azione fallibili come tutti noi, ma superuomini di pensiero e di azione che sono infallibili perché le loro scelte da una parte condannano le colpe di chi ha governato fino a ieri e dall’altra sono legittimate dalla illimitata sovranità popolare. Non a caso le prime parole di Matteo Salvini rivolte alla procura agrigentina sono state: “Non mi fermo, possono arrestare me, ma non la voglia di cambiamento 60 milioni di italiani” (esagerazione grossolana dovuta sia alla megalomania sia alla emozione del momento).

Se le cose stanno così, allora, l’intervento della magistratura oggi è da un lato vano e dall’altro lato è diverso rispetto al passato. È vano perché la magistratura per il troppo uso è diventata politica e la politica ha creato il governo giustizialista; è diverso perché il magistrato vuole porre un argine o un limite all’azione del ministro che crede di poter agire senza limiti. Noi oggi – tutti noi, una nazione intera al cospetto dell’Europa e del mondo – stiamo toccando con mano l’importanza liberale dei limiti che per troppa tracotanza politica, giudiziaria, intellettuale, non abbiamo voluto comprendere in passato pensando che ci siano governi giusti e governi ingiusti e basta stare dalla parte giusta per risolvere tutto. Questo è tribalismo. Come se ne esce? Non lo so. Non senza pazienza, non senza sacrifici, non senza pagare il prezzo degli errori.

Il problema che abbiamo davanti non è solo quello di fermare Salvini ma quello più ampio di capire come limitare l’idea del governo senza limiti. Per certi versi, Salvini siamo noi allo specchio (mi ci metto pure io, anche se sono un sopravvisuto). Proprio così: in Salvini si specchiano anche i suoi oppositori, gli antirazzisti, gli umanitari, i buoni, quelli che con i loro tenerissimi sentimenti di giustizia politica hanno armato il sovranista governo giustizialista.

La infelice vita pubblica italiana diventerà un po’ più decente quando qualcuno dirà la verità in pubblico: il governo, qualunque esso sia, non può fare tutto e, anzi, deve governare il meno possibile. Il governo sovranista in questo è esemplare: gode di poteri illimitati che sono meravigliosamente inutili. Anzi, più sono illimitati e più sono dannosi. Il caso della nave Diciotti e degli immigrati sta qui a dimostrarlo. Opporsi al ministro degli Interni sul piano umanitario non ha molto senso giacché il problema che crea Salvini è politico: non ha risultati e con la logica del capro espiatorio va alla ricerca del colpevole di turno che ora è l’Europa, ora è il Pd. Lo stesso meccanismo è all’opera con i vaniloqui di Luigi Di Maio che va a caccia di imputati e non conosce l’abc della sua materia ministeriale. La soluzione unica che il governo sovranista-giustizialista ha per tutto è la nazionalizzazione che, invece, è esattamente l’origine dei problemi nei quali ci dimeniamo perché nazionalizzare significa dare a uno il potere di tutti per intervenire nelle nostre vite senza poter far ricorso alle libere scelte.

Purtroppo, molti di coloro che si oppongono all’acefalo governo Conte ne condividono lo spirito statalista e credono in maniera feticista che statale è meglio di privato, che la redistribuzione è giusta e la produzione è ladra, che il pubblico ci salva e l’economia di mercato ci danna. Cambiano i colori e le fazioni e gli schieramenti e gli insulti ma la cultura politica arcaica e illiberale rimane la stessa con il solito ritornello: lo Stato ci deve salvare.

Con queste idee siamo arrivati fin qui: a pensare di creare un potere illimitato per la soluzione dei nostri problemi. Per uscirne dobbiamo essere disposti a pensare il contrario: volere un governo limitato che lavori su poche cose certe e lasciare a noi stessi la libertà di governare la nostra vita senza risentimento per i fallimenti propri e i successi altrui.

Vacanze, 5 libri da leggere sotto il solleone

Sotto il solleone, c’è il tipo da spiaggia perfetto che legge il suo libretto. Legge un po’ per noia, un po’ per posa, un po’ per capire perché la temperatura politica sia più calda dell’afa di Ferragosto.

Ma cosa leggere per intendere questa contemporaneità che, dice Cesare Cremonini, si chiama mondo? Beh, qualcosa da leggere che non sia il chiacchiericcio da talk-show c’è.

Ad esempio, il libro di Gianni Orsina, La democrazia del narcisismo (Marsilio) è utile per specchiarsi e capire come siamo arrivati fin qui; il libro di Jacopo Iacoboni, L’esperimento (Laterza), è un’inchiesta sul Movimento 5 stelle e ci illustra molto bene quello che è a tutti gli effetti non solo un esperimento politico ma anche di ingegneria sociale con una sua spiccata natura totalitaria; oppure il libro di Mattia Feltri, Novantatré (Marsilio) ossia l’anno del Terrore di Mani Pulite in cui la tragicommedia della «rivoluzione italiana», come la chiamò pomposamente Giorgio Bocca, prese avvio. In fondo, non è mai finita perché il risentimento e il giustizialismo hanno trasformato ogni coscienza in una procura.

Per spiegare noi a noi, forse, niente è meglio de La ribellione delle masse (edizioni SE) di José Ortega y Gasset: un libro che si legge come un romanzo di formazione, solo che a formarsi non è l’uomo moderno ma il suo fratello malato: l’uomo-massa. Qui Ortega mostra come l’uomo-massa non sia un «tipo» di una determinata classe sociale ma viva in ognuno di noi ed emerga appieno quando, preso il potere, pretende affermare la sua mezza cultura e la sua volgarità come fossero i valori della civiltà che, invece, ne manifestano il declino: l’uomo-massa vuole che tutto sia nello Stato e per lo Stato e dallo Stato. In questa mentalità distorta e poltrona, come diceva Einaudi, non ci vedete il problema del nostro tempo?

Da una ribellione all’altra: La ribellione delle élite (Neri Pozza) di Christopher Lasch. Questo libro, un classico, mette in luce come le classi dirigenti possano venir meno al loro primo dovere – governare – per intraprendere nel tempo un modo di vivere che le rende quasi fisicamente separate rispetto al «popolo» che così diventa facile preda dei «populismi».

 

Cruijff e Spinoza, perché calcio e filosofia vanno a braccetto

Chissà quante volte, guardando una partita di pallone, avete pensato che il calcio è una rappresentazione della vita.

Ora la vostra intuizione ha la sua dimostrazione. Infatti, è vero che Jean-Paul Sartre amava dire che «il calcio è la metafora della vita», ma è tempo di capovolgere la frase del filosofo de L’essere e il nulla per dire che la vita è la metafora del calcio. Perché quando tra amici e persino nemici si danno quattro calci a un pallone, in gioco vi è nientemeno che la condizione umana.

Il calcio ci fornisce la chiave di volta per capire la nostra libertà. I regimi totalitari del ‘900 – la Germania nazionalsocialista di Hitler, l’Unione sovietica di Stalin, l’Ungheria del socialismo reale di Ràkosi – usarono il calcio per dimostrare la superiorità delle loro dittature sul mondo libero e capitalistico ma persero la partita perché non capirono che il controllo assoluto del pallone è la fine del gioco, come il controllo assoluto della vita è la fine della libertà.

Johan Cruijff, il Pelè bianco, è stato un grande calciatore olandese ma anche un grande filosofo come il suo connazionale Spinoza. Si deve proprio a Cruijff la migliore definizione del calcio: «Il calcio è saper ricevere la palla e saper passare la palla». Lo possiamo dire con una formula: il calcio è controllo e abbandono. Per poter giocare, infatti, è necessario controllare la palla. Tuttavia, è questa solo la prima regola alla quale segue la seconda: la palla va abbandonata, passata, calciata, insomma va giocata.

La definizione di Cruijff ci dà quell’intelligenza della vita che lo stesso Spinoza intuì solo geometricamente: la vita, proprio come il pallone, va controllata e abbandonata. Il controllo finalizzato a se stesso va bene per la caserma o per l’ospedale ma nessuno di noi vuol vivere in una caserma o in clinica. La filosofia, come sapere della vita, si basa su regole calcistiche: non solo per filosofare è necessario mettere la vita in gioco ma per vivere liberamente bisogna prendere atto che nessuno – uno Stato, un Partito, una Chiesa, un Intellettuale – può essere il padrone assoluto della Vita e del Pallone, altrimenti non si può vivere, non si può giocare.

Il calcio è un fenomeno anti-totalitario che mette in fuori-gioco il potenziale totalitario che è insito nel rapporto tra politica e verità. C’è sempre qualcuno che vuole mettere le mani sul pallone o per cancellare la partita o per giocare con la pretesa di avere la vittoria in tasca. È accaduto in passato ma è successo anche ieri.

L’Argentina di Messi avrebbe dovuto giocare un’amichevole con Israele a Gerusalemme ma dopo le proteste e le minacce dei palestinesi la partita non è stata disputata. A dimostrazione che il calcio è un gioco pericoloso. Infatti, se il calcio è praticato in un regime democratico, è ciò che tutti considerano semplicemente un gioco, uno sport, un divertimento. Se è praticato in un regime dispotico rivela la sua carica umana. Se è praticato in un regime totalitario diventa a tutti gli effetti un gioco pericoloso.

Messi doveva scendere in campo. Doveva giocare. Perché aveva ragione Bill Shankly, grande allenatore del Liverpool, quando disse: «Alcuni pensano che il calcio sia una questione di vita o di morte. Non sono d’accordo. È molto, molto di più». Il «molto di più» è la critica del potere che non solo si pensa ma si vede anche in atto – in gioco – guardando una partita di calcio.

Perché il gioco non ha padroni e nasce solo là dove c’è pluralità ed esperienza dei singoli giocatori. Solo chi è ridicolamente affetto da un delirio di onnipotenza può credere di controllare il gioco. Ecco perché Vladimir Putin, che una certa propensione al controllo totale ce l’ha, non sa che diavolo si è messo in casa con i Mondiali di calcio.

L’affinità che c’è tra calcio e filosofia trova la sua spiegazione nel tentativo, a volte disperato, dei filosofi di coniugare verità e libertà. Il calcio, come si è visto con il profeta del gol Cruijff, ha da sempre in sé questo segreto. Ecco perché i filosofi, da Heidegger a Derrida, da Wittgenstein a Merleau-Ponty fino a Giovanni Paolo II che giocava in porta con gli ebrei, amano il calcio, amano giocare.

 

Le dittatura informatica e illiberale del governo M5s

Sembra incredibile, ma siamo giunti a toccare gli zoccoli duri della storia e della umana condizione. In tanti hanno invocato la ribellione dell’uomo-massa affinché, destatosi dal suo naturale torpore mentale, prendesse il sopravvento e così alla fine l’uomo-massa li ha accontentati: vestito come un democristiano della domenica è arrivato con la sua mezza cultura con la quale tratta le cose delicate e sacre della nostra esistenza con la faciloneria della sua incompetente competenza.

Il governo del M5S – perché di questo si tratta, la Lega è una minoranza non solo numerica ma anche ideale – ancora non è nato ma ha già assunto una serie di posizioni anticostituzionali che mirano con protervia e saccenteria a svalutare la democrazia rappresentativa a vantaggio di una democrazia popolare che di fatto è una tirannia.

Le idee e le posizioni illiberali sono davvero tante per ritenere che si tratti solo di casualità: il contratto, il vincolo di mandato, il comitato di conciliazione, la consultazione con l’applicazione Rousseau, il governo del popolo, il premier-esecutore. Sono tutte pratiche anticostituzionali che svuotano le istituzioni e assoggettano il Parlamento ad una dittatura informatica le cui fila sono tenute dalla Casaleggio.

Come siamo arrivati fin qui? La via è lunga e tortuosa ma anche abbastanza nota. Le responsabilità sono diffuse e trasversali e tra queste vi sono anche quelle degli intellettuali e delle anime belle che hanno trasformato la Costituzione – “la più bella del mondo”, secondo una retorica bolsa e nauseante – in totem, tabù e dogma invece di nutrire una cultura costituzionale che è sempre la sana e necessaria premessa pre-politica posta a difesa delle libere scelte delle parti, degli interessi e dei singoli.

Gli intellettuali e i politici, che hanno nodi adolescenziali irrisolti, hanno il vizio antico di filosofare sul non-filosofabile e invece di rendersi conto che la democrazia rappresentativa è il frutto istituzionale della filosofia che ha salvaguardato le nostre scelte e le nostre fallibilità, giocano sempre a fare i rivoluzionari da salotto immaginando mondi migliori con un’etica compassionevole, piuttosto che officiare i doveri della vita operosa o meno che sia.

Alla fine accade che qualcuno raccatti davvero per strada la rivoluzione e siccome, come diceva Longanesi, la rivoluzione è un’idea che non ha trovato posto a tavola, ecco che l’uomo-massa ha la possibilità di elevare il suo stomaco a criterio di giudizio nientemeno che della mitologica giustizia sociale.

Io sono soltanto un sopravvissuto. Mentre altri giocavano a fare i rivoluzionari con la tastiera del computer, io per quel che potevo scrivevo che l’obiettivo del M5S era colpire al cuore la democrazia rappresentativa e gli stessi parlamentari superstiti – già nel 2013 – erano destinati a scomparire e si agitavano e si muovevano come quel personaggio dell’Ariosto che lottava e non sapeva di esser morto.

Ma ora siamo alla fine della farsa e sta per iniziare il dramma. Sì, perché di questo si tratta, anche se sotto le immancabili vesti dell’eterna commedia all’italiana in cui la rivoluzione prende posto a tavola con Garinei e Giovannini.

Quando guardo Luigi Di Maio non mi viene in mente niente, per parafrasare il celebre incipit di Karl Kraus. Tuttavia, le idee del cittadino Di Maio – nessuno ha più idee dell’uomo di mezza cultura – non vanno prese sottogamba perché è proprio lì che si consuma il dramma. Il “contratto di governo” non è solo una trovata propagandistica ma un modo per sterilizzare la libertà politica e la stessa azione di governo e legarle ad un’applicazione informatica che ha il compito di formare e diffondere il consenso.

La politica – nelle sue varie e graduali forme: lo Stato, le istituzioni, l’amministrazione – è un’attività umana e in quanto tale non è sopprimibile ma la cultura di massa del M5S, forte della sua componente internettiana e algoritmica del nostro tempo, mira proprio a questo: a rimpiazzarla con un’App. Non a caso il premier è concepito come un esecutore o un applicatore o uno sviluppatore che altro non dovrebbe fare che sviluppare processi di calcolo. In questo caso il governo sarebbe un non-governo perché la materia prima che giustifica la sua esistenza – la realtà dei fatti, sempre dura a morire – non rientrerebbe nei suoi “programmi”. Il capo del governo dovrebbe così avere una facoltà divina: la capacità di sospendere la realtà.

Naturalmente, la realtà non si può sospendere ma si può ignorare perché si può sospendere la facoltà di giudizio. Il vincolo di mandato, che giustamente Luigi Einaudi, chiamava mandato imperativo, mira esattamente a questo. Un Parlamento in cui i deputati sono sottoposti al vincolo di mandato non è un Parlamento perché i deputati non sarebbero più deputati ma ambasciatori o emissari o soldati di una forza o più forze politiche che in quanto tali non potrebbero neanche più essere considerate repubblicane o nazionali perché sarebbero straniere benché autoctone. Per poter essere nazionali, infatti, hanno bisogno di poggiare sulla comune libera patria ossia su quella libertà lottante e liberatrice che unicamente ci accomuna.

La rozzezza ruttante dell’uomo-massa, che per giunta offende il ragionier Ugo Fantozzi con la sua birra, sostiene che il vincolo di mandato evita il trasformismo, i tradimenti, la pratica del voltagabbana ma è evidente che si tratta del solito imbecille al quale non puoi indicare la luna perché guarderebbe il dito. Il trasformismo – che pure ha le sue ragioni che le ragioni del fanatismo illiberale non conosce – non si evita con la tirannide ma con la politica che per i mezzi uomini e i compassionevoli sarà sempre un affare sporco dal quale, però, dipende la loro stessa possibilità di essere mezzi uomini dai buonissimi sentimenti e dalle mani pulite.

I parlamentari del M5S il vincolo di mandato già lo hanno adottato e se lo sono auto-imposto e domani e domenica saranno nelle piazze per illustrare il Contratto e per avere il nostro consenso alla cancellazione del loro dissenso. Una cretinata tale è stata fatta passare per una geniale rivoluzione. Vanno perdonati cristianamente perché non sanno ciò che fanno? Non tutti.

Il M5S della Casaleggio si nutre di “utili idioti” e ne ha bisogno per fare l’ultimo passo che ha in “programma” nel suo esperimento di ingegneria sociale: il governo del popolo. Il concetto di “governo del popolo” è uno di quei concetti che si dice ma non si pensa perché il “governo del popolo” non esiste in nessun luogo della terra e del cielo se non nella mente cretina dell’uomo-massa che lavora alacremente per la sua sottomissione. Non c’è mai – mai – alcun governo che possa essere espressione o manifestazione della volontà popolare o elettorale.

Il “governo del popolo” è solo una tirannia, la peggiore. Attenzione.

Il M5S e quell’idea ingegneristica della politica

Il M5S non ha ancora governato e ha già fallito. Si tratta di un record imbattibile. Il motivo del fallimento è semplice da spiegare: il M5S, ideato voluto e fondato dall’informatico Gianroberto Casaleggio, è un movimento anti-politico che ha come suo scopo la fine della politica e siccome la politica nei suoi limiti è un momento insostituibile della realtà ne deriva che il M5S in un regime anche vagamente liberale, come l’italiano, è destinato al fallimento.

La goffaggine di Luigi Di Maio, manifestata nelle trattative per la formazione del governo ne è una prova provata. La goffaggine, infatti, non è il frutto del caso ma del progetto di ingegneria sociale che caratterizza la creatura di Casaleggio e di Grillo di cui i deputati con le stellette sono solo gli interpreti, le controfigure, le maschere. Di Maio è goffo perché ha il 32 per cento dei consensi. Dategli il 51 o la maggioranza parlamentare e sarà uno splendido Applicatore o Sviluppatore e l’Ingegnere delle anime.

È sbagliato vedere la figura di Di Maio come quella di un ragazzino capriccioso e ambizioso che vuole a tutti i costi diventare presidente del Consiglio. Tutto sommato proprio l’ambizione è un tratto personale – umano, a volte troppo – che è l’unico elemento politico della maldestra interpretazione del deputato di Pomigliano d’Arco. Il profilo particolare della recita di Di Maio, che ne manifesta la natura anti-politica, è il tentativo quasi compulsivo e maniacale di “contrattualizzare” la politica e il governo. Qui anche il paragone del celebre “contratto con gli italiani” di Silvio Berlusconi non regge perché la trovata retorico-televisiva di Berlusconi era rivolta all’intesa occhiuta con gli elettori mentre il contratto dell’azienda-partito delle Cinque Stelle è rivolta agli altri partiti nel tentativo di vincolare ad un’amministrazione l’azione dell’esecutivo (a sua volta poi il caso del governo tedesco, troppe volte richiamato, è semplicemente fuor di luogo).

Il convincimento della necessità della stipula di un contratto con le altre forze politiche non è un’idea di Di Maio ma della Casaleggio Associati che mira così ad introdurre il primato della tecnica e dell’amministrazione e soprattutto dell’informatica sull’azione politica sottoponendo in tal modo la democrazia rappresentativa alla sudditanza verso l’ordinamento giudiziario, la dirigenza ministeriale e l’occhio tecnologico.

Questa idea ingegneristica della politica – da sempre presente nell’azienda di Casaleggio – è, purtroppo, in linea non solo con la forza delle burocrazie e delle magistrature sulla debolezza parlamentare ma anche con quella mezza cultura della società di massa che da un lato beneficia delle libertà e delle produzioni della “società aperta” e dall’altro crede che sia necessario governarla ricorrendo ad una malintesa idea di Stato amministrativo che si lascia catturare da tecniche di controllo come l’informatica, la magistratura, l’amministrazione.

Per questo motivo il fenomeno del movimento di Casaleggio e di Grillo non è un’avventura di passaggio ma è l’aria che si respira e, dunque, non è destinato a finire in tempi brevi nonostante le ripetute prove fallimentari. Del resto, visto così il M5S non è la Terza Repubblica ma il frutto senile della Seconda o, se si vuole, la estrema degenerazione della Prima svuotata del primato politico della partitocrazia e orfana di una seria riforma di sistema. Non è per nulla un caso che la cultura politica delle Cinque Stelle sia nella sostanza contraria all’economia di mercato mentre si sposa con lo statalismo in cui lo Stato sotto forma ora di giudice e ora di dirigente diventa la soluzione di ogni problema economico, politico e morale mentre proprio lì, nello Stato quale forma monopolistica della violenza e dei permessi e dei divieti e delle concessioni e delle licenze, si annidano i problemi della nostra fragile società libera o aperta.

La politica altro non è che un’azione posta a salvaguardia delle nostre libertà. Sta a noi non chiedere alla politica ciò che essa non può dare pena la perdita della sovranità individuale. La versione contrattualistica della politica delle Cinque Stelle – che scimmiotta i concetti più equivoci di un filosofo giacobino e tendenzialmente totalitario come Rousseau – mira esattamente a questo: a ridurre, sulla scorta di una concezione amministrativa dello Stato, la nostra libertà con il nostro consenso.

Ecco perché chi entra nel M5S deve vincolarsi mani piedi e anima all’azienda -partito e se dissente – cioè esercita la libertà – ne è espulso con un processo farsa in cui è indicato come un traditore della Causa. È evidente il potenziale totalitario dell’azienda-partito-movimento di Casaleggio che è in conflitto con la democrazia liberale.

Fino a quando le nostre libertà istituzionali e civili sono in piedi, il M5S è destinato a fallire proprio perché è messo alla prova; ma è una prova – bisogna esserne consapevoli – che conferma il pericolo antidemocratico di un movimento politico-informatico che mira ad essere l’Ingegnere delle anime.

Colletti, il filosofo che ebbe 3 vite

Lucio Colletti ebbe almeno tre vite filosofiche.

Colletti 1

La giovinezza, quando fu allievo di Pio Albertelli, antifascista e liberale sulle orme di Croce.

Colletti 2

La seconda vita, quando entrò nel Pci, fu allievo di Galvano Della Volpe, divenne interprete del marxismo e critico della democrazia borghese. La maturità, quando nel 1974 con l’Intervista politico-filosofica disse addio a Marx e ritornò a essere liberale fino a entrare in Parlamento nel 1996 con Forza Italia.

Un percorso filosofico e politico che sembra quasi lo scherzo di quella dialettica hegeliana che lui stesso smontò e irrise: tesi, antitesi e sintesi. Dei tre Colletti, ho studiato il primo, ho evitato il secondo, ho conosciuto il terzo. Ora, grazie alla pubblicazione del libro Lezioni di filosofia politica, a cura di Luciano Albanese per Rubbettino (pagg. 244, euro 18), che raccoglie lezioni inedite tenute all’Istituto Gramsci nel 1958, si ha la possibilità di meglio conoscere il Colletti marxista.

Le lezioni hanno al loro centro Kant e lo Stato di diritto. Al primo è contrapposto Rousseau e al secondo Marx e la rivoluzione.

La «contraddizione» che il Colletti professore cerca di far emergere nella concezione liberale e kantiana del diritto è quella classica sulla quale lo stesso Marx lavorò senza trovare una vera soluzione: all’eguaglianza legale non corrisponde l’eguaglianza reale. Al diritto non corrisponde la società e così – come vuole il marxismo – il diritto altro non è che una «sovrastruttura» con cui la classe dominante, la borghesia, copre i suoi interessi e il suo potere.

Cosa c’è da fare? Superare la «contraddizione» con la «volontà generale» di Rousseau e la rivoluzione di Marx e dar vita a una democrazia degli eguali. Una «contraddizione» che il terzo Colletti nel 1974 dichiarò essere non una contraddizione logica, ma un contrasto reale che va mediato volta per volta proprio con quel metodo parlamentare della democrazia borghese che Marx voleva abbattere.

Colletti 3

Il terzo Colletti, diventato ormai un liberale maturo, capì molto bene che il rimedio individuato da Marx era peggiore del (presunto) male: la toppa peggio del buco. Lo incontravo negli ultimi anni della sua vita in Parlamento e si conversava passeggiando: «Lascia perdere la filosofia – mi diceva – ormai la scienza vale per tutti, tieniti stretta la libertà e leggi Kant».

«Lei lo legge?». «Non più, ora leggo I miei primi quarant’anni di Marina Ripa di Meana».

Io lo incalzavo provocandolo sul passato marxismo e lui non si lasciava incastrare: «La contraddizione che i marxisti credono di trovare nel sistema capitalistico è una scemenza».

Una volta camminando sotto braccio in Transatlantico incontrammo Ciriaco De Mita e lui lo fermò e disse: «Ecco, Ciriaco è un vero filosofo peripatetico della Magna Grecia, autentico seguace di Aristotele e della sua politica». E De Mita: «Sì, ma di Arisdodile, con la i». Al che mi strattonò e riprese a camminare dicendomi: «Te lo avevo detto che è veramente filosofo».

Piero Melograni pronunciò il 6 novembre 2001, nella Sala del Cenacolo, l’orazione funebre «In memoria di Lucio Colletti».

Iniziò così: «Ironico, scettico, caustico e potremmo continuare con aggettivi consimili, Lucio Colletti sarebbe stato il primo a sorridere e a contestarci rumorosamente nel vederci qui riuniti oggi, a salutarlo o, peggio ancora, a commemorarlo».

Aveva ragione Melograni perché in fondo Colletti era «mordace e tagliente» prima di tutto con se stesso. Amava sorprendere e spiazzare. Lo fece anche uscendo di scena.

Morì come un filosofo antico, tuffandosi nelle calde acque di un lago etrusco, dopo aver ancora una volta sfidato la vita con uno sberleffo e una scomoda verità.