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	<title>unione europea Archivi - Einaudi Blog</title>
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	<description>Il blog della Fondazione Luigi Einaudi</description>
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	<title>unione europea Archivi - Einaudi Blog</title>
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	<item>
		<title>Ecco il Rapporto Draghi</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/ecco-il-rapporto-draghi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Antonio Longo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Oct 2024 09:40:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[antonio longo]]></category>
		<category><![CDATA[competività]]></category>
		<category><![CDATA[mario draghi]]></category>
		<category><![CDATA[unione europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L&#8217;ex premier ha stilato un documento sulla competitività dell&#8217;Europa Lo scorso anno il presidente della commissione Europea, Ursula Von der Leyen, chiese a Mario Draghi uno studio-rapporto sulla competitività europea, al fine di attrezzare l’Unione di fronte alle nuove sfide economiche, sociali e politiche. Il Rapporto è stato terminato prima delle elezioni europee, ma presentato [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/ecco-il-rapporto-draghi/">Ecco il Rapporto Draghi</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>L&#8217;ex premier ha stilato un documento sulla competitività dell&#8217;Europa</em></p>
<p>Lo scorso anno il presidente della commissione Europea, Ursula Von der Leyen, chiese a Mario Draghi uno studio-rapporto sulla competitività europea, al fine di attrezzare l’Unione di fronte alle nuove sfide economiche, sociali e politiche. Il Rapporto è stato terminato prima delle elezioni europee, ma presentato solo il 9 settembre. Esso consta di circa 400 pagine e indica circa 170 obiettivi (qui sotto una nostra sintesi). È strutturato intorno a cinque punti chiave.</p>
<p>&#8211; Colmare il divario di innovazione;</p>
<p>&#8211; Combinare decarbonizzazione e competitività;</p>
<p>&#8211; Rafforzare la sicurezza e ridurre la dipendenza;</p>
<p>&#8211; Finanziamento degli investimenti;</p>
<p>&#8211; Rafforzare la governance.</p>
<p><strong>Introduzione</strong></p>
<p>Il Rapporto delinea subito, con rapide pennellate, il quadro della situazione.</p>
<p>L’Europa ha un problema di rallentamento della crescita dall’inizio di questo secolo. Si è aperto un ampio divario nel PIL tra l’UE e gli Stati Uniti. La produttività in Europa si è ridotta. Dal 2000 il reddito disponibile reale, su base pro-capite, è cresciuto quasi il doppio negli USA rispetto all’UE. L’era della rapida crescita del commercio mondiale sembra passata, le aziende dell’UE si trovano ad affrontare sia una maggiore concorrenza sia un minore accesso ai mercati esteri. L’Europa ha perso bruscamente il suo più importante fornitore di energia, la Russia. Ed è emerso il problema della sicurezza, finora garantita dagli USA. Per la prima volta la crescita europea non sarà sostenuta dall’aumento della popolazione. Entro il 2040, si prevede che la forza lavoro si ridurrà di quasi 2 milioni di lavoratori all’anno. Dovremo fare maggiore affidamento sulla produttività per guidare la crescita.<br />
Per garantire la crescita, la decarbonizzazione e la sicurezza occorrono investimenti fino a circa 800 miliardi per anno. L’alternativa – drammatica – è dover scegliere tra una di queste opzioni: esser leader nelle nuove tecnologie oppure un faro della responsabilità climatica oppure un attore indipendente sulla scena mondiale. E non saremo in grado di finanziare il nostro modello sociale. Si tratta, dunque, di una sfida esistenziale. I valori fondamentali dell’Europa sono la prosperità, l’equità, la libertà, la pace e la democrazia in un ambiente sostenibile. L’UE esiste per garantire che gli europei possano sempre beneficiare di questi diritti fondamentali. Se l’Europa non è più in grado di fornirli ai suoi cittadini – o se deve scambiare l’uno con l’altro – avrà perso la sua ragione d’essere. L’unico modo per affrontare questa sfida è crescere e diventare più produttivi, preservando i nostri valori di equità e inclusione sociale. E l’unico modo per diventare più produttivi è che l’Europa cambi radicalmente.</p>
<p><strong>Tre aree d’intervento</strong></p>
<p><strong>Crescita e innovazione</strong>: l’Europa deve riorientare profondamente i suoi sforzi collettivi per colmare il divario di innovazione con gli Stati Uniti e la Cina. Non c’è nessuna azienda UE con una capitalizzazione di mercato superiore a 100 miliardi di euro che sia stata creata da zero negli ultimi cinquant’anni, mentre tutte le sei aziende USA con una valutazione superiore a 1.000 miliardi di euro sono state create in questo periodo. L’Europa spende meno in ricerca e innovazione (270 miliardi di euro in meno rispetto agli USA nel 2021). Solo quattro delle 50 aziende tecnologiche più importanti al mondo sono europee. In Europa non mancano idee o ambizione. L’innovazione è bloccata nella fase successiva, quella della commercializzazione. Le aziende innovative sono ostacolate in ogni fase da normative incoerenti e restrittive. Molti imprenditori europei preferiscono cercare finanziamenti sul mercato americano. Tra il 2008 e il 2021, quasi il 30% delle startup con più di 1 miliardo di dollari hanno trasferito la loro sede all’estero, la maggior parte negli USA. Tecnologia e inclusione sociale devono andare di pari passo. L’Europa dovrebbe puntare a eguagliare gli Stati Uniti in termini di innovazione, dall’altro potremmo superarli nella formazione, offrendo buoni posti di lavoro per tutti, per tutta la durata della vita.</p>
<p><strong>Decarbonizzazione e competitività</strong>: se gli ambiziosi obiettivi climatici dell’Europa saranno accompagnati da un piano coerente per raggiungerli, la decarbonizzazione sarà un’opportunità per l’Europa. Ma se non riusciamo a coordinare le nostre politiche, c’è il rischio che la decarbonizzazione sia contraria alla competitività e alla crescita. Nel medio termine, la decarbonizzazione aiuterà a spostare la produzione di energia verso fonti energetiche pulite sicure e a basso costo. Ma i combustibili fossili continueranno a svolgere un ruolo centrale nella determinazione dei prezzi dell’energia, almeno per il resto di questo decennio. Senza un piano per trasferire i benefici della decarbonizzazione agli utenti finali, i prezzi dell’energia continueranno a pesare sulla crescita. L’UE deve affrontare un possibile compromesso. Una maggiore dipendenza dalla Cina può offrire il percorso più economico ed efficiente per raggiungere i nostri obiettivi di decarbonizzazione. Ma la concorrenza statale cinese rappresenta anche una minaccia per le nostre industrie produttive di tecnologia pulita e automobilistica. La decarbonizzazione deve avvenire per il bene del nostro pianeta. Ma affinché diventi anche una fonte di crescita per l’Europa, avremo bisogno di un piano congiunto che abbracci le industrie che producono tecnologia pulita e l’industria automobilistica.</p>
<p><strong>Sicurezza e riduzione delle dipendenze</strong>: la sicurezza è un prerequisito per la crescita sostenibile. L’aumento dei rischi geopolitici aumenta l’incertezza e frena gli investimenti: questo è un rischio per la crescita e la libertà. L’Europa è particolarmente esposta. Ci affidiamo a una manciata di fornitori per le materie prime critiche, soprattutto la Cina. Dipendiamo enormemente dalle importazioni di tecnologia digitale. Se l’UE non agisce, rischiamo di essere vulnerabili. Abbiamo bisogno di una vera e propria “politica economica estera” per mantenere la nostra libertà. L’UE dovrà coordinare gli accordi commerciali preferenziali e gli investimenti diretti con le nazioni ricche di risorse, creare scorte in aree critiche selezionate e creare partnership industriali per garantire la catena di approvvigionamento di tecnologie chiave. Solo insieme possiamo creare la leva di mercato necessaria per fare tutto questo.<br />
La pace è il primo e principale obiettivo dell’Europa. Le minacce alla sicurezza sono in aumento e dobbiamo prepararci. L’UE è collettivamente il secondo Paese al mondo per spesa militare, ma questo non si riflette nella forza della nostra capacità industriale di difesa, che è troppo frammentata e che ostacola la sua capacità di produrre su scala; soffre di una mancanza di standardizzazione e interoperabilità delle attrezzature, che indebolisce la capacità dell’Europa di agire come una potenza coesa. Ad esempio, in Europa vengono prodotti dodici diversi tipi di carri armati, mentre gli Stati Uniti ne producono solo uno.</p>
<p><strong>Che cosa ostacola?</strong></p>
<p>A) All’Europa manca la concentrazione. Definiamo obiettivi comuni, ma non li sosteniamo indicando priorità chiare o dando seguito ad azioni politiche congiunte. Il nostro Mercato Unico è frammentato, con oneri normativi alle aziende. Senza un mercato dei capitali che finanzi gli investimenti, gli europei perdono l’opportunità di diventare più ricchi. Anche se le famiglie dell’UE risparmiano di più rispetto a quelle americane, la loro ricchezza è cresciuta solo di un terzo dal 2009.<br />
B) L’Europa sta sprecando le sue risorse comuni. Abbiamo una grande capacità di spesa collettiva, ma la diluiamo in molteplici strumenti nazionali e comunitari. Non favoriamo le aziende europee competitive nel settore della difesa. Tra la metà del 2022 e la metà del 2023, il 78% della spesa totale per gli acquisti è stata destinata a fornitori extra-UE, di cui il 63% negli USA. ll settore pubblico dell’UE spende in R&#038;I circa quanto gli Stati Uniti come quota del PIL, ma solo un decimo di questa spesa avviene a livello europeo.<br />
C) L’Europa non si coordina dove è importante. Le strategie industriali oggi combinano molteplici politiche (fiscali, commerciali ed economiche estere) per garantire le catene di approvvigionamento. Collegarle richiede un alto grado di coordinamento tra sforzi nazionali e comunitari. A causa del suo processo decisionale lento e disaggregato, l’UE non è in grado di produrre una risposta di questo tipo. Le decisioni vengono prese questione per questione, con molteplici veti lungo il percorso. Il risultato è un processo legislativo con un tempo medio di 19 mesi per approvare nuove leggi, dalla proposta della Commissione alla firma dell’atto adottato, senza contare la fase attuativa negli Stati membri.</p>
<p><strong>Prime considerazioni</strong>. Le proposte non sono delle aspirazioni: la maggior parte di esse sono pensate per essere attuate rapidamente. In molte aree, l’UE può ottenere molto compiendo un gran numero di passi più piccoli, ma in modo coordinato. In altre aree, è necessario un piccolo numero di passi più grandi – delegando a livello europeo compiti che possono essere svolti solo lì. In altre aree ancora, l’UE dovrebbe fare un passo indietro, applicando il principio di sussidiarietà in modo più rigoroso e riducendo l’onere normativo che impone alle aziende europee.</p>
<p>La domanda chiave che si pone è come l’UE dovrebbe finanziare i massicci investimenti che la trasformazione dell’economia comporterà. Anche con un mercato europeo dei capitali, il settore privato avrà bisogno, per gli investimenti, del sostegno del settore pubblico. Inoltre, quanto più l’UE è disposta a riformarsi per generare un aumento della produttività, tanto più aumenterà lo spazio fiscale e sarà più facile per il settore pubblico fornire questo sostegno.<br />
Dovremmo infine abbandonare l’illusione che procrastinando le scelte si possa preservare il consenso. In realtà, procrastinare ha prodotto solo una crescita più lenta, e di certo non ha ottenuto più consenso. Siamo arrivati al punto in cui, senza un’azione, dovremo compromettere il nostro benessere, il nostro ambiente o la nostra libertà.</p>
<p>1) ll punto di partenza: un nuovo paesaggio per l’Europa</p>
<p>Sono venute meno tre condizioni esterne – nel commercio, nell’energia e nella difesa – che avevano sostenuto la crescita in Europa dopo la fine della Guerra Fredda. È finita la fase della crescita ininterrotta del commercio mondiale che la globalizzazione garantiva. È finita la fase del gas naturale a buon mercato (dipendenza russa). È finita sicurezza politica, militare ed economica che un tempo l’egemonia americana garantiva.<br />
Aumentare la competitività dell’UE è dunque necessario per rilanciare la produttività e sostenere la crescita in questo mondo in continua evoluzione. La competitività non si identifica con la difesa dei “campioni nazionali” che possono soffocare la concorrenza e l’innovazione, o con l’uso della repressione salariale per abbassare i costi relativi. La competitività oggi è meno legata al costo relativo del lavoro e più all’innovazione.</p>
<p>Verso una risposta europea</p>
<p>L’Europa deve porre rimedio al rallentamento della crescita della produttività colmando il divario di innovazione (tecnologica e scientifica). In secondo luogo, l’Europa ha bisogno di un piano comune per la decarbonizzazione e la competitività. Questo piano dovrà garantire che all’ambiziosa domanda di decarbonizzazione corrisponda una leadership sulle tecnologie che la forniranno. Dovrà abbracciare le industrie che producono energia, quelle che aprono la strada alla decarbonizzazione (tecnologia pulita e industria automobilistica) e le industrie che utilizzano intensamente l’energia e che difficilmente ne potrebbero diminuire il consumo. In terzo luogo, l’Europa deve aumentare la sicurezza e ridurre le dipendenze. l’UE dovrà sviluppare una vera e propria “politica economica estera” che coordini accordi commerciali preferenziali e investimenti diretti con i Paesi ricchi di risorse, costituzione di scorte in aree critiche selezionate e creazione di partenariati industriali per garantire la catena di approvvigionamento delle tecnologie chiave.<br />
Per far ciò occorre: a) piena attuazione del Mercato unico; b) politiche industriali, commerciali e di concorrenza, che si intersecano profondamente e devono essere allineate come parte di una strategia globale; c) finanziamento delle principali aree di intervento (fabbisogno di investimenti pari a € 800 mld l’anno); d) riformare la governance dell’UE, aumentando il coordinamento e riducendo gli oneri normativi.</p>
<p>In molti settori, l’UE può ottenere importanti risultati compiendo un gran numero di piccoli passi, allineando tutte le politiche all’obiettivo comune. In altre aree, è necessario un numero ridotto di passi più ampi, delegando all’UE compiti che possono essere svolti solo a questo livello; in altri settori l’UE dovrebbe fare di meno, applicando il principio di sussidiarietà in modo più rigoroso e mostrando un maggiore “autocontrollo”. Per cominciare, si dovrebbe apportare un piccolo numero di cambiamenti istituzionali mirati e generali, senza la necessità di modificare il Trattato.</p>
<p>Salvaguardare l’inclusione sociale</p>
<p>Se l’UE deve avvicinarsi all’esempio americano in termini di crescita della produttività e di innovazione, dall’altro deve salvaguardare il suo modello di coesione sociale. Siamo in presenza della diminuzione della popolazione in età lavorativa. Lo Stato sociale europeo sarà quindi fondamentale per fornire servizi pubblici solidi, protezione sociale, alloggi, trasporti e assistenza all’infanzia durante questa transizione</p>
<p>L’UE deve garantire che un maggior numero di città e regioni possa partecipare ai settori che guideranno la crescita futura, basandosi su iniziative esistenti come Innovation Valleys Net, Zero Acceleration Valleys e Hydrogen Valleys. Ciò richiederà nuovi tipi di investimenti nella coesione e nelle riforme a livello subnazionale. In particolare, le politiche di coesione dovranno essere riorientate su settori quali l’istruzione, i trasporti, gli alloggi, la connettività digitale e la pianificazione, che possono aumentare l’attrattiva di una serie di città e regioni diverse.<br />
L’Europa dovrebbe imparare dagli errori commessi nella fase di “iperglobalizzazione” e prepararsi a un futuro in rapida evoluzione. L’idea che la globalizzazione abbia esacerbato le disuguaglianze si è infiltrata nella percezione pubblica, mentre i governi sono stati visti come indifferenti. I responsabili politici dovrebbero imparare da questa esperienza per riflettere su come la società cambierà in futuro e su come garantire che lo Stato sia percepito dalla parte dei cittadini e attento alle loro preoccupazioni. Una parte fondamentale di questo processo sarà l’emancipazione delle persone.</p>
<p>2) Colmare il divario d’innovazione</p>
<p>La sfida della produttività in Europa</p>
<p>L’Europa ha bisogno di una crescita più rapida della produttività per mantenere tassi di crescita sostenibili a fronte di una situazione demografica sfavorevole. La produttività del lavoro nell’UE era nel 1995 il 95% di quella americana, ora è sotto l’80%.<br />
Il fattore chiave dell’aumento del divario è stata la tecnologia digitale, attualmente l’Europa sembra destinata a rimanere ancora più indietro. Mentre per alcuni settori digitali probabilmente si è già “persa l’occasione”, l’Europa ha ancora l’opportunità di capitalizzare le future ondate di innovazione digitale. L’IA – e in particolare l’IA generativa – è una tecnologia in evoluzione in cui le aziende dell’UE hanno ancora l’opportunità di ritagliarsi una posizione di leadership in segmenti selezionati. L’integrazione dell’IA “verticale” nell’industria europea sarà un fattore critico per sbloccare una maggiore produttività</p>
<p>Principali ostacoli all’innovazione in Europa</p>
<p>Alla radice della posizione debole dell’Europa nella tecnologia digitale c’è una struttura industriale statica che produce un circolo vizioso di scarsi investimenti e scarsa innovazione. Non ci sono abbastanza istituzioni accademiche che raggiungono i massimi livelli di eccellenza e il percorso dall’innovazione alla commercializzazione è debole. La spesa pubblica per la ricerca e l’innovazione in Europa è carente e non è sufficientemente focalizzata sull’innovazione pionieristica. La frammentazione del mercato unico impedisce alle imprese innovative che raggiungono la fase di crescita di espandersi nell’UE, il che a sua volta riduce la domanda di finanziamenti. Le barriere normative all’espansione sono particolarmente onerose nel settore tecnologico, soprattutto per le aziende giovani la mancanza di un vero mercato unico impedisce inoltre ad un numero sufficiente di aziende nell’economia più ampia di raggiungere dimensioni sufficienti per accelerare l’adozione di tecnologie avanzate. La posizione dell’UE in altri settori innovativi come quello farmaceutico sta diminuendo a causa delle stesse sfide legate ai bassi investimenti in ricerca e innovazione e alla frammentazione normativa.</p>
<p>Un programma per affrontare il deficit di innovazione</p>
<p>a) Affrontare le debolezze dei programmi comuni di ricerca e innovazione; b) Migliore coordinamento della ricerca e innovazione pubblica tra gli Stati membri; c) Istituire e consolidare le istituzioni accademiche europee in prima linea nella ricerca globale; d) Rendere più semplice per gli “inventori diventare investitori” e facilitare l’espansione delle iniziative di successo; e) Promuovere un contesto finanziario migliore per l’innovazione dirompente, le start-up e le scale-up ; f) Ridurre i costi di diffusione dell’IA aumentando la capacità computazionale e mettendo a disposizione la sua rete di computer ad alte prestazioni; g) Promuovere il coordinamento intersettoriale e la condivisione dei dati per accelerare l’integrazione dell’IA nell’industria europea.</p>
<p>Colmare le lacune di competenze</p>
<p>L’Europa soffre di divari di competenze in tutta l’economia, rafforzati da una forza lavoro in calo.</p>
<p>Poichè l’istruzione e la formazione sono di competenza nazionale, gli investimenti dell’UE hanno prodotto risultati relativamente scarsi. L’UE dovrebbe rivedere il proprio approccio alle competenze, rendendolo più strategico, orientato al futuro e focalizzato sulle carenze emergenti di competenze.</p>
<p>3. Un piano congiunto di decarbonizzazione e competitività</p>
<p>Gli obiettivi di decarbonizzazione dell’UE sono anche più ambiziosi di quelli dei suoi concorrenti, creando costi aggiuntivi a breve termine per l’industria europea. L’Europa deve confrontarsi con alcune scelte fondamentali su come perseguire il suo percorso di decarbonizzazione, preservando al tempo stesso la posizione competitiva della sua industria. È improbabile che le soluzioni in bianco e nero abbiano successo nel contesto europeo. Emulare l’approccio statunitense di escludere sistematicamente la tecnologia cinese probabilmente ostacolerebbe la transizione energetica e quindi imporrebbe costi più elevati sull’economia dell’UE. Sarebbe anche più costoso per l’Europa attivare tariffe reciproche: più di un terzo del PIL manifatturiero dell’UE viene assorbito al di fuori dell’UE, rispetto a solo circa un quinto per gli Stati Uniti. Tuttavia, è improbabile che un approccio laissez-faire abbia successo in Europa data la minaccia che potrebbe rappresentare per l’occupazione, la produttività e la sicurezza economica.</p>
<p>L’Europa dovrà adottare una strategia mista che combini diversi strumenti politici e approcci per diversi settori. Sebbene l’Europa sia leader mondiale nell’innovazione delle tecnologie pulite, sta sprecando i vantaggi ottenuti nella fase iniziale a causa delle debolezze del suo ecosistema di innovazione. I trasporti possono svolgere un ruolo fondamentale nella decarbonizzazione dell’economia dell’UE, ma se si riveleranno un’opportunità per l’Europa dipenderà dalla pianificazione. Il settore automobilistico è un esempio chiave della mancanza di pianificazione dell’UE, dell’applicazione di una politica climatica senza una politica industriale.</p>
<p>Un piano congiunto per la decarbonizzazione e la competitività</p>
<p>Il primo obiettivo chiave per il settore energetico è abbassare il costo dell’energia per gli utenti finali trasferendo i benefici della decarbonizzazione. Ciò è possibile con politiche volte a dissociare meglio il prezzo del gas naturale dall’energia pulita. Il secondo obiettivo chiave è accelerare la decarbonizzazione in modo efficiente in termini di costi, sfruttando tutte le soluzioni disponibili attraverso un approccio tecnologicamente neutro. Parallelamente, l’UE dovrebbe sviluppare la governance necessaria per una vera Unione dell’energia in modo che le decisioni e le funzioni di mercato di rilevanza transfrontaliera siano prese a livello centrale. Mentre le industrie “difficili da abbattere” trarranno beneficio dalla riduzione dei prezzi dell’energia, l’UE dovrebbe adottare un approccio pragmatico alla decarbonizzazione per mitigare i potenziali compromessi. L’Europa dovrebbe riorientare il proprio sostegno alla produzione di tecnologie pulite, focalizzando l’attenzione sulla politica commerciale per combinare decarbonizzazione e competitività, proteggere le catene di approvvigionamento, far crescere nuovi mercati. Nell’ambito della sua strategia di decarbonizzazione, l’UE dovrebbe sviluppare un piano d’azione industriale per il settore automobilistico. La strategia più ampia dell’UE verso l’integrazione transfrontaliera e modale e il trasporto sostenibile deve pianificare la competitività e non solo la coesione.</p>
<p>4. Aumentare la sicurezza e ridurre le dipendenze</p>
<p>L’Europa è vulnerabile sia alla coercizione sia alla frammentazione geo-economica. Il deterioramento delle relazioni geopolitiche crea anche nuove esigenze di spesa per la difesa e la sua industria. Diventare più indipendenti crea un “costo assicurativo” per l’Europa, ma questi costi possono essere mitigati dalla cooperazione.</p>
<p>Ridurre le vulnerabilità esterne</p>
<p>L’Europa è in ritardo nella corsa globale per garantire la sicurezza delle catene di approvvigionamento. Le dipendenze strategiche si estendono anche alle tecnologie cruciali per la digitalizzazione dell’economia europea. Per ridurre le sue vulnerabilità, l’UE deve sviluppare una vera “politica economica estera” basata sulla garanzia di risorse critiche. L’UE deve anche sfruttare il potenziale delle risorse nazionali attraverso l’estrazione mineraria, il riciclaggio e l’innovazione nelle fonti di materiali alternativi.</p>
<p>Per le industrie strategiche, l’UE dovrebbe perseguire una strategia coordinata per rafforzare la capacità produttiva nazionale e proteggere le principali infrastrutture di rete.</p>
<p>Rafforzare la capacità industriale per la difesa e lo spazio</p>
<p>L&#8217;industria europea della difesa è frammentata, il che ne limita le dimensioni e ostacola l&#8217;efficacia operativa sul campo; soffre anche di una mancanza di attenzione allo sviluppo tecnologico. Sia per l’industria della difesa che per quella spaziale, l’insufficiente aggregazione e coordinamento della spesa pubblica aggrava la frammentazione industriale. In assenza di una spesa comune europea, le azioni politiche per il settore della difesa devono concentrarsi sull’aggregazione della domanda e sull’integrazione delle risorse industriali di difesa. Occorre rafforzare la cooperazione e la condivisione delle risorse per la ricerca e lo sviluppo nel settore della difesa a livello dell’UE.</p>
<p>5. Finanziamento degli investimenti</p>
<p>Il fabbisogno finanziario necessario affinché l’UE raggiunga i suoi obiettivi è enorme. L’UE può soddisfare queste esigenze di investimento senza sovraccaricare le risorse dell’economia europea, ma il settore privato avrà bisogno del sostegno pubblico per finanziare il piano. Una delle ragioni principali della minore efficienza dell’intermediazione finanziaria in Europa è che i mercati dei capitali rimangono frammentati e i flussi di risparmio verso i mercati dei capitali sono inferiori. L’immagine speculare è che l’UE fa eccessivo affidamento sui finanziamenti bancari, che sono meno adatti a finanziare progetti innovativi e devono affrontare numerosi vincoli. Allo stesso tempo, il sostegno dell’UE agli investimenti sia pubblici che privati è limitato dalle dimensioni del bilancio dell’UE, dalla sua mancanza di concentrazione e da un atteggiamento troppo conservatore nei confronti del rischio. Un finanziamento congiunto degli investimenti a livello UE è necessario per massimizzare la crescita della produttività, nonché per finanziare altri beni pubblici europei</p>
<p>Per sbloccare il capitale privato, l’UE deve costruire un’autentica Unione dei mercati dei capitali (CMU).</p>
<p>Per aumentare la capacità di finanziamento del settore bancario, l’UE dovrebbe mirare a rilanciare la cartolarizzazione e completare l’Unione bancaria.</p>
<p>Il bilancio dell’UE dovrebbe essere riformato per aumentarne la focalizzazione e l’efficienza, oltre ad essere meglio sfruttato per sostenere gli investimenti privati. Infine, l’UE dovrebbe procedere verso l’emissione regolare di safe asset per consentire progetti di investimento congiunti tra gli Stati membri e per contribuire a integrare i mercati dei capitali.</p>
<p>6- Rafforzare la governance</p>
<p>Una nuova strategia industriale per l’Europa non avrà successo senza cambiamenti paralleli all’assetto istituzionale e al funzionamento dell’UE. Il rapporto raccomanda di istituire un nuovo “quadro di coordinamento della competitività” per promuovere il coordinamento a livello dell’UE nei settori prioritari, sostituendo altri strumenti di coordinamento sovrapposti. Il consolidamento dei vari meccanismi di coordinamento dell’UE dovrebbe essere accompagnato dal consolidamento delle sue priorità strategiche in termini di risorse di bilancio, con obiettivi, governance e finanziamenti ben definiti.</p>
<p>Le votazioni del Consiglio (dei Ministri) soggette a voto a maggioranza qualificata (MQ) dovrebbero essere estese a più settori, ad es. utilizzando la clausola passerelle” (con la quale il Consiglio europeo autorizza il Consiglio a votare a votare a maggioranza qualificata) oppure ricorrendo al sistema delle cooperazioni rafforzate.</p>
<p><strong>Articolo pubblicato su <a href="https://www.prealpina.it/pages/ecco-il-rapporto-draghi-352573.html">La Prealpina.it</a></strong></p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Antonio Longo" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2024/04/antonio-longo.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/antonio-longo/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Antonio Longo</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Manager nella ex Banca Commerciale Italiana (Milano &#8211; Servizio Organizzazione e Divisione Banca d’Affari), sin dal Liceo (Genova), membro del Movimento Federalista Europeo (MFE), con vari ruoli a livello nazionale ed europeo: Segretario nazionale della sua rete giovanile (Gioventù Federalista Europea), Direttore del Circolo di cultura politica “Altiero Spinelli” di Milano (2007/2011), Direttore de L’Unità Europea, organo del MFE (2015/2019). Nel 2020 ha fondato la rivista online in lingua inglese The Ventotene Lighthouse, A Federalist Journal for World Citizenship www.theventotenelighthouse.eu. È co-fondatore della rivista (2023) Territori del federalismo – www.territoridelfederalismo.eu<br />
Autore di diversi saggi e articoli sul processo di unificazione europea, sotto l’aspetto politico ed economico.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/ecco-il-rapporto-draghi/">Ecco il Rapporto Draghi</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>L’unificazione europea alla prova di un’elezione decisiva</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/lunificazione-europea-alla-prova-di-unelezione-decisiva/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Antonio Longo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 07 Apr 2024 20:44:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[antonio longo]]></category>
		<category><![CDATA[federalismo europea]]></category>
		<category><![CDATA[unione europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un passo in avanti su fatti, principi e valori. Premessa L’elezione del Parlamento europeo è ormai un fatto politico di rilevanza assoluta. Un tempo erroneamente considerato come una prova (o verifica) di quella nazionale, con le ultime tornate ha assunto, via via, una rilevanza sempre crescente. L’esito elettorale di giugno 2024 avrà un impatto mondiale, [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Un passo in avanti su fatti, principi e valori.</em></p>
<p><em>Premessa</em></p>
<p>L’elezione del Parlamento europeo è ormai un fatto politico di rilevanza assoluta. Un tempo erroneamente considerato come una prova (o verifica) di quella nazionale, con le ultime tornate ha assunto, via via, una rilevanza sempre crescente. L’esito elettorale di giugno 2024 avrà un impatto mondiale, per la molteplicità di crisi internazionali in corso, tutte precipitate addosso all’Europa: dalle guerre in Ucraina e in Medio-Oriente (misurazione di capacità politica), alla questione climatica e alla rivoluzione digitale (misurazione di leadership sull’innovazione) fino ai rapporti con gli altri global players (misurazione del proprio ruolo nel Mondo). Un esito con un impatto, nel bene e nel male, anche su quella americana del prossimo novembre.</p>
<p><strong><em>L’Unione Europea, una questione aperta</em></strong></p>
<p>Cosa sia oggi l’Unione Europea è domanda che presenta molteplicità di risposte. Per definirla, sono utilizzati criteri interpretativi diversi, da parte della politica e dell’accademia, come pure degli stessi movimenti europeisti e federalisti.  Generalmente e sinteticamente, sono formulate definizioni attorno a due principali ordini di problemi.</p>
<p>Il primo ruota attorno alla differenza tra federazione e confederazione. Non ci addentriamo nelle infinite disquisizioni dottrinarie al riguardo, anche tenuto conto che nel mondo esistono diversi modelli federali , peraltro diversi tra di loro <a href="#_ftn1" name="_ftnref1"><sup>[1]</sup></a>.  Si può, empiricamente, osservare che l’Unione Europea funziona come una federazione quando c’è la co-decisione legislativa tra il Parlamento e il Consiglio, cioè quando quest’ultimo vota a maggioranza qualificata nelle materie di competenza esclusiva o concorrente dell’Unione, come indicate nei Trattati. Funziona, invece, come una confederazione nei casi in cui non si applica questo metodo (politica estera, difesa e diversi aspetti della fiscalità).</p>
<p>Il secondo criterio interpretativo ruota attorno alla differenza tra “Europa del mercato” e<em> “</em>Europa politica”. Appare, in verità, difficile stabilire là dove finisca il mercato e dove cominci l’unione politica. Brexit docet: non volendo sottostare a vincoli politici di qualsiasi natura e temendo di andare verso un’entità politica europea che le avrebbe sottratto il controllo su molte altre materie (<em>let’s take back the control,</em> dicevano i brexiteers), il Regno Unito ha dovuto abbandonare anche il mercato unico. È risultato, alla fine, che non si poteva andar via dall’Unione e restare dentro il mercato europeo. Queste due cose non sono divisibili perché il mercato è già parte dello “stato”, è già cosa politica, è il risultato di regole e leggi, votate, emanate e garantite da istituzioni che sono politiche (il Parlamento, la Commissione, il Consiglio UE). E come fatto politico, il mercato agisce, chiudendosi o aprendosi al mondo. Basti vedere il recente dibattito sul neo-protezionismo americano ed europeo attorno alla questione degli “aiuti di stato” sulla transizione energetica. Le scelte strategiche sul “mercato” sono, dunque, politiche, fatte da attori politici, nella loro veste politica, istituzionale ed europea.</p>
<p>Appare, allora, più utile esaminare l’Unione Europea sul terreno del suo concreto <strong>divenire </strong>storico, politico e istituzionale, cercando di individuare i caratteri peculiari di questo svolgimento. E allora si vedrà che siamo di fronte ad un “<strong>processo di unificazione</strong>”, in corso di svolgimento politico, istituzionale, economico e sociale dal lontano 9 maggio 1950 (Dichiarazione Schuman).<a href="#_ftn2" name="_ftnref2"><sup>[2]</sup></a></p>
<p>Processo è parola-chiave, coglie l’elemento dinamico della storia dell’unificazione europea. Significa svolgimento continuo, non ripetitivo, di una realtà politica, istituzionale, economica, sociale e culturale che si modifica in base alle risposte (o non risposte) che le politiche dell’Unione hanno dato (e continuano a dare) alle sfide e alle crisi ricorrenti<strong>. </strong> La famosa espressione di Jean Monnet “<em>L’Europa si farà nelle crisi e sarà la somma delle soluzioni apportate a queste crisi<strong>” </strong></em>significa, appunto, questo: <strong>l’Europa è il risultato di un processo</strong>.</p>
<p>Questo processo si è sviluppato come una continua risposta alle “crisi” degli stati nazionali, posti sempre di fronte all’alternativa tra risolvere assieme un problema comune, con politiche e istituzioni comuni, o non risolverlo affatto. Queste risposte hanno dato luogo a <strong><em>fatti</em></strong> concreti: la politica agricola, commerciale, la libera circolazione delle persone, delle merci, servizi e capitali, l’elezione diretta del Parlamento europeo, la moneta unica, l’allargamento dell’Unione, i piani di sviluppo dell’economia. Da questi fatti sono emersi <strong><em>principi</em></strong> di natura costituzionale: il primato del diritto europeo, l’economia sociale di mercato, la cittadinanza europea, l’indipendenza della moneta dalla politica, il controllo del debito pubblico e dell’inflazione, la solidarietà  legata al controllo europeo sulle risorse. Infine, dalla correlazione tra i fatti e i principi sono emersi i <strong>valori</strong> sui quali si basa oggi la nostra Unione: la pace (come valore fondante su cui nasce il processo di unificazione, esplicitamente indicata nella Dichiarazione Schuman), la democrazia sovrannazionale<strong>, </strong>la sostenibilità nelle sue diverse forme (ambientale, economica, sociale e territoriale).</p>
<p>Il processo di unificazione ha, dunque, prodotto  fatti, sviluppato principi e affermato valori, concatenandoli coerentemente in politiche e istituzioni via via diverse.   Si può, allora, formulare un principio generale, che può essere espresso nel modo seguente: nella politica finora considerata normale (quella nazionale) ciò che resta fisso sono le istituzioni e ciò che cambia continuamente è il processo politico (come lotta per il controllo del potere nazionale). Con l’unificazione europea vale il contrario: ciò che è costante è il processo e ciò che cambiano sono le istituzioni<strong>. </strong></p>
<p>È questa la logica che sta alla base del processo di unificazione, che si manifesta come “gradualismo costituzionale” <a href="#_ftn3" name="_ftnref3"><sup>[3]</sup></a>, vale a dire come la costruzione, nel tempo, delle architravi costituzionali  della “cattedrale-Europa”<a href="#_ftn4" name="_ftnref4"><sup>[4]</sup></a>  e che da vita a un potere statuale  sovrannazionale  e democratico.   È nata, così, una <em>statualità</em> europea<a href="#_ftn5" name="_ftnref5"><sup>[5]</sup></a>, assai diversa da quella giacobina-napoleonica che ha segnato la vita dello stato-nazione. Essa è fatta d’istituzioni sovrannazionali e di regole comuni, mutevoli, ma nella costanza del processo e che si sono consolidate nel tempo, accrescendo la logica federale iniziale, già presente nelle prime istituzioni comunitarie. L’Unione europea si basa su un sistema bicamerale di rappresentanza dei Popoli (Parlamento) e degli Stati (Consiglio), su un esecutivo (Commissione), una presidenza collegiale (Consiglio europeo), una Corte europea di Giustizia, una moneta propria e una Banca centrale (BCE),  una Corte dei Conti, propri organi consultivi (Comitato economico-sociale e comitato delle regioni), una propria banca per gli investimenti (BEI). E con una strutturazione precisa dei poteri e delle competenze tra l’Unione e gli Stati, come pure dei meccanismi decisionali; con un proprio sistema d’intervento, di coordinamento e di controllo da parte dell’esecutivo sui governi nazionali; con un proprio bilancio e con proprie risorse, sia pur ancora limitate. <a href="#_ftn6" name="_ftnref6"><sup>[6]</sup></a> E tutto ciò, pur in <em>assenza </em>di <em>principi comuni </em>che possano determinare una politica estera e di difesa europea.  È questa la debolezza dell’Unione nell’attuale fase del processo. Cui occorre porre rimedio. Il momento è questo.</p>
<p><strong><em>L’Europa di oggi e il Mondo</em></strong></p>
<p>Quale politica estera dovrebbe fare oggi l’Unione Europea? Generalmente si risponde a questa domanda evocando le immagini, alternative, di Europa come “hard power” (o Europa-potenza) oppure di “soft power” (Europa, come faro di principi e valori). Gli slogan non servono. Anche in tal caso è necessario procedere individuando fatti, principi e valori.</p>
<p>I fronti sui quali è necessario un ruolo più attivo dell’UE sono diversi e crescenti. A titolo esemplificativo: questione ambientale, guerre e tensioni internazionali, migrazioni, sanità, disparità economico-sociali tra le diverse aree del Mondo e altri ancora. I <strong>valori</strong> che possono ispirare l’azione dell’UE nel Mondo sono quelli insiti nel proprio DNA: la <strong>pace</strong> come risultato di un sistema normativo sovrannazionale (la <em>res publica universalis)</em>, la <strong>sostenibilità</strong> come modello economico-sociale, la <strong>democrazia sovrannazionale </strong>come sviluppo della cittadinanza, con l’impronta delle lotte storiche di progresso per la libertà, la democrazia e l’uguaglianza.  Sono questi i valori che differenziano l’Unione Europea rispetto agli altri grandi attori politici nel Mondo.</p>
<p>Su quali <strong>principi</strong> va fondata la politica estera dell’Unione Europea? Questi principi, per essere efficaci, devono, valere non più solo per l’Europa, ma anche per il Mondo. Questo è già un <strong><em>nuovo principio</em></strong> che rivoluziona il tradizionale approccio nella politica estera degli Stati, che è determinato, ancor oggi, dal principio della ‘ragion di stato’<a href="#_ftn7" name="_ftnref7"><sup>[7]</sup></a>.  Il federalismo, nella sua prospettiva mondiale, consente di superare questa ‘ragione’ (nazionale) che troverebbe, invece, nel diritto sovrannazionale le regole della propria sicurezza.</p>
<p>Si possono, dunque, formulare, in via generale, i seguenti principi per una politica estera europea, in assenza dei quali sarà difficile formulare politiche comuni, come pure modifiche ai Trattati esistenti.</p>
<ul>
<li>La ricerca della “<strong><u>sicurezza internazionale</u></strong>”. Si basa sul principio che, in un mondo globalizzato, uno Stato è veramente sicuro se anche gli altri lo sono, se la sicurezza dell’uno è anche quella dell’altro. L’opposto degli attuali principi (io sono più sicuro se tu sei più debole). Ciò si traduce nella capacità di regolare &#8211; partendo da alcuni beni pubblici globali<strong> (</strong>ambiente, sanità, commercio internazionale, moneta, digitale, migrazioni e altro<strong>) &#8211; </strong>i rapporti tra gli stati sulla base di regole garantite da istituzioni sovrannazionali, non più dalla forza o dalla violenza (Kant)<strong>. L</strong>a guerra in Ucraina, ad esempio, ci mostra che si fronteggiano due principi radicalmente opposti. Il primo è quello rappresentato dalla Russia: si può attaccare un altro Stato perché siamo tutti Stati a sovranità assoluta, ci riconosciamo come tali (principio di Westfalia), dunque possiamo usare la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. All’opposto, i Paesi UE sono Stati a “sovranità relativa” perché la loro azione è condizionata dalle istituzioni sovrannazionali alle quali si sono sottoposti, dunque, i loro rapporti sono ormai basati sul diritto e non più sulla violenza. Questa differenza è radicale. Uno dei due principi finirà per imporsi, <em>tertium non datur. <a href="#_ftn8" name="_ftnref8"><sup><strong>[8]</strong></sup></a></em>L’Ucraina ha deciso di aderire all’UE, dunque di rinunciare alla sovranità assoluta che deriva da questa scelta. Tocca ora alla Russia effettuare un’analoga rinuncia, se l’UE sarà chiara nell’affermare il principio (alla base del suo progetto)  secondo il quale “<strong><em>la sicurezza  di uno Stato non può essere data da un ampliamento – operato con la forza &#8211; dei suoi confini, perché questo vuol dire meno sicurezza per gli altri”. </em></strong>Occorre invece creare assieme le strutture istituzionali di una sicurezza in Europa.  Si tratterà, in tal caso, con la fine della guerra, di avviare accordi tra una “nuova” Russia e UE sulle politiche concrete: transizione energetica, regole sul commercio, la libera circolazione (persone, merci, servizi e capitali) e l’interfaccia tra i nostri due mercati, con un’Ucraina europea, ma anche “ponte” con le realtà politiche e culturali che compongono la federazione russa.   Questo esempio del rapporto UE-Russia ci mostra che la “sicurezza internazionale” regolata da istituzioni comuni e sovrannazionali, può diventare il primo principio regolatore della politica estera dell’UE.</li>
<li><strong>Il concetto di sovranità<a href="#_ftn9" name="_ftnref9"><sup>[9]</sup></a> va sostituito con quello d’<em><u>interdipendenza</u></em> tra gli Stati</strong>. Con la sovranità l<em>’</em>indipendenza di ciascuno Stato è assicurata dalla sua forza, con la quale si misura il rapporto con tutti gli altri Stati. Con l’interdipendenza s’individua, invece<strong>, il punto</strong> capace di garantire una capacità autonoma, per ciascuno stato, nel concorrere al raggiungimento di un risultato comune, che s’intende condividere. Con la CECA, ad esempio, l’interdipendenza tra Francia, Germania e gli altri Stati, fu ottenuta con la creazione di un’Alta Autorità che organizzava e gestiva in comune la produzione e la distribuzione del carbone e dell’acciaio. Essa era il punto sul quale convergeva l’interesse e la sicurezza di tutti<strong>. </strong>Una soluzione analoga dovrà essere perseguita, sul piano globale, nel governo di beni pubblici mondiali. Si tratta di beni rispetto ai quali nessun Stato può essere del tutto sovrano, ma tutti sono costretti a essere interdipendenti se vogliono conseguire un risultato, controllandone l’esito</li>
<li><strong>Il <u>multilateralismo</u> è il naturale sviluppo, sul piano globale, di ciò che l’allargamento ha rappresentato per la politica estera UE nel continente europeo. </strong>I “confini” dell’Europa non sono mai stati definiti, né possono essere tali una volta per tutte.  Il processo di unificazione non punta a creare uno Stato “delimitato”, bensì ad allargare i propri confini ogni qual volta la “ragione di stato” dell’UE esprime il bisogno di una maggiore sicurezza, condividendola con gli stati vicini che cercano, anch’essi, la stessa sicurezza, attraverso istituzioni sovrannazionali comuni.  Nel processo di unificazione europea ciò che noi chiamiamo “confine” (<em>limes</em>) é in realtà la “soglia” (<em>limen</em>)<a href="#_ftn10" name="_ftnref10"><sup>[10]</sup></a>, che consente di immaginare le relazioni tra le diverse aree federali del mondo come <strong><em>open federation, </em></strong>cioè come strutture federali diverse, ma interagenti attraverso politiche d’interesse comune.</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<p>A differenza dell’esperienza storica della federazione americana, nata in un contesto storico-geografico marginale rispetto al problema del “governo del mondo” del tempo (allora rappresentato dalla sola Europa), <strong><em>l’unificazione europea s’incrocia, nello spazio e nel tempo, con il problema dell’unificazione mondiale</em></strong>.  Si pone perciò il problema di come l’unità federale (raggiunta in pratica la dimensione continentale in Europa) possa interfacciarsi con le altre grandi realtà del Mondo, per le quali vige ancora il concetto della sovranità assoluta dello Stato, cioè dello stato-potenza. L’UE deve differenziarsi da questo modello, diversamente entrerà in una logica di scontro di potere tra Stati sovrani, che ne snaturerebbe il ruolo. La sua reale forza sta nel costruire un sistema “multilaterale di stati”, volto alla creazione di “comunità globali” per perseguire le politiche comuni nei vari campi in cui solo una soluzione globale può essere efficace, cioè sotto controllo comune. Queste comunità globali, nei vari settori – collegate all’ONU &#8211; rappresenteranno la transizione verso un’Unione mondiale di Stati o Federazione Mondiale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li><strong>L’Unione Europea come “<u>potenza normativa</u>”, unita a una capacità di difesa secondo il principio della  <em>dual army</em>. </strong>L’avvio del multilateralismo nella politica estera europea può passare attraverso l’arma più forte di cui l’UE dispone: la capacità di produrre regole. È ciò che fa da settant’anni al proprio interno, avendo unificato, con l’arma del diritto, i cittadini dei suoi stati: nel consumo, nel commercio, nei trasporti, nella tutela dell’ambiente, nella gestione della moneta, nella tutela e nello sviluppo dei diritti umani, di cittadinanza e altro ancora. Sono le regole comuni che hanno creato, passo dopo passo, il cemento della nostra Unione, dunque l’unità politica. Su questo l’UE è “potenza” perché in nessun altro Paese del mondo si è sviluppato un processo simile di unificazione. Questo suo DNA, può essere utile (e vincente) per costruire l’unità mondiale. Perché con la costruzione di regole comuni dovranno fare i conti anche gli altri grandi player (USA, Cina, Russia, India …) che hanno lo svantaggio di non aver mai (o quasi mai) “giocato” a costruire regole comuni, bensì a imporle con la propria forza. Ora, se la pura forza militare non servirà più a risolvere i problemi del mondo, allora servirà <em>l’Europa delle regole</em>. La recente sentenza del Tribunale Penale Internazionale, fortemente voluto dall’UE (mandato d’arresto per Putin) ci mostra  questa “potenza” dell’Europa.</li>
</ul>
<p>Anche sulla questione militare la soluzione europea del “dual army” (eserciti nazionali territoriali, a difesa dei singoli stati, più forza militare federale di rapido intervento) può rappresentare un modello per un mondo in marcia verso la sua unità. L’arma nucleare deve essere bandita, ciascun stato deve mantenere una propria difesa territoriale (come avvenne nell’esperienza americana), mentre ci deve essere una forza globale (al servizio dell’ONU) di intervento in caso di crisi regionali. L’UE dovrebbe dichiarare che la sua forza militare “federale” di rapido intervento sarà posta al servizio dell’ONU, come primo nucleo di una polizia mondiale.</p>
<p>Con questi principi sarà così possibile:</p>
<ul>
<li>procedere alla trasformazione della Nato in una <em>equal partnership</em>, una condizione che, peraltro, costituirebbe la garanzia (per la Russia) che la fine della guerra in Ucraina non determinerà un rafforzamento del potere americano in Europa, bensì la nascita di una vera autonomia europea, condizione per costruire una effettiva “casa comune europea” tra UE e Russia. Questo è un passaggio cruciale perché mostrerà che l’UE non è più junior partner nel campo Occidentale, evitando così anche la pericolosa deriva della Russia verso la condizione di junior partner della Cina. C’è invece la necessità che il “nuovo ordine mondiale” si basi su un sistema multilaterale in cui, oltre a USA, UE, Cina e Russia, ci siano altri pilastri, di sostanziale simile forza politica, quali India, America Latina e Unione Africana.</li>
<li>costituire <em>agenzie o comunità mondiali</em> (di natura federale, come fu la CECA) per ambiente, sanità, commercio, controllo nucleare, digital frame, migrazioni etc. dotate di istituzioni e poteri d’intervento reali. Saranno proprio queste comunità specifiche a creare il primato del diritto universale su quello dei singoli Stati, da una parte; e quell’unità di fatto tra interessi globali che è necessaria per porre le basi di una democrazia universale, dall’altra. Anche sotto quest’aspetto il processo di unificazione europea costituisce un modello importante di riferimento.</li>
<li>avviare una riforma dell’ONU, con un Consiglio di sicurezza aperto alle grandi aree del mondo, il superamento del potere di veto e la nascita di un Parlamento mondiale.</li>
</ul>
<p>La <strong>sicurezza reciproca</strong> <strong>multilaterale</strong>, basata sul principio d’interdipendenza, è il nuovo obiettivo che dovrà ispirare la politica dell’UE, per essere leader nella realizzazione della pace come valore globale. <strong>L’interdipendenza </strong>tra diverse entità politiche statuali è, allora, il reale fondamento del federalismo nel suo aspetto istituzionale, sia sul piano globale, sia nel rapporto tra il governo federale e i singoli governi nazionali in Europa (e, un domani, nelle altre aree del mondo), sia ancora a livello sub-statale, nel rapporto tra i diversi livelli di governo delle comunità locali (federalismo territoriale).</p>
<p><strong>Fatti,</strong> come risultati dell’azione politica, <strong>principi</strong>, come guide che rendono possibili le politiche, <strong>valori, </strong>come portato di fatti e di principi, hanno dato corpo allo sviluppo del processo di unificazione europea. Non si può escludere che sarà così anche per il processo di unificazione mondiale, se si avvierà sul principio del diritto e non della violenza.</p>
<p><em>Conclusioni.</em></p>
<p>L’elezione europea del giugno 2024 può rappresentare una tappa importante nel cammino dell’Unione verso una più netta configurazione politica, se quest’elezione si manifesterà come una netta “scelta di campo” tra due opzioni fondamentali: o un’Unione più solida, più forte politicamente e istituzionalmente, dunque capace di agire, oppure un aumento del disordine mondiale. Ciò dipenderà essenzialmente dalla lotta delle forze politiche in campo, a condizione che: a) sappiano configurarsi come “partiti europei” di fatto; b) lottino come tali per conquistare la presidenza della Commissione europea, promuovendola come il “governo federale” dell’Unione. Perché è la lotta per il potere europeo che determinerà, in ultima istanza, la nascita di un potere europeo capace di agire ed autonomo rispetto a quello dei singoli Stati membri.</p>
<p>Occorrono, allora, programmi chiari e differenziati, sui temi della sicurezza e dello sviluppo, i due beni pubblici principali che determinano la fisionomia fondamentale di uno Stato. E occorrono leader che li sappiano interpretare e rappresentare. Sarà il sale di una democrazia europea compiuta, da cui far nascere un governo europeo reale, capace di avviare un nuovo corso per un Mondo in marcia verso la propria unità.</p>
<p>&nbsp;</p>
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<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1"><sup>[1]</sup></a> Kenneth C.Wheare, <em>Del Governo Federale, </em>Il Mulino, Biblioteca federalista, 1997, prende in considerazione e analizza le differenze tra Stati uniti d’America, Svizzera, Canada e Australia e un modello “quasi-federale”, la Repubblica federale tedesca.</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2"><sup>[2]</sup></a> Dal punto di vista teorico e d’idealità politica il processo di unificazione europea affonda le proprie radici in diversi documenti nati nel corso della Resistenza al nazi-fascismo. Tra questi, il più famoso è il “Manifesto per un’Europa libera e unita”, passato alla storia come il Manifesto di Ventotene, scritto da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, con il contributo di Eugenio Colorni. S’indicava nella federazione europea l’alternativa alla secolare guerra tra gli stati, al suo modello (lo stato-nazione) e all’ideologia del nazionalismo. Analoghe indicazioni venivano già, negli anni Venti e Trenta dello scorso secolo, dallo stesso Luigi Einaudi (che criticava, sul Corriere della Sera, l’impotenza della Società delle Nazioni) e dagli intellettuali inglesi di <em>Federal Union</em> (Lord Lothian, William Beveridge, Lionel Robbins, Barbara Wootton e altri).</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3"><sup>[3]</sup></a> Per un’analisi del concetto cfr. “Il gradualismo costituzionale” (Antonio Longo)  in Il Federalista, 2011, nr. 3 <a href="https://www.thefederalist.eu/site/index.php/it/interventi/857-il-gradualismo-costituzionale">https://www.thefederalist.eu/site/index.php/it/interventi/857-il-gradualismo-costituzionale</a></p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4"><sup>[4]</sup></a> A. Padoa-Schioppa – Perché l’Europa. dialogo con un giovane lettore – Ledizioni, 2018</p>
<p><a href="#_ftnref5" name="_ftn5"><sup>[5]</sup></a> In tal senso cfr. M. Albertini – <em>L’ago della bilancia è la moneta – </em>1990 – in “Tutti gli scritti” – vol. IX – Il Mulino. Detto diversamente, l’unità europea assomiglia più al processo rivoluzionario che, nel corso di ottant’anni, plasmò il costituzionalismo inglese nel XVII secolo, piuttosto che al singolo atto ‘rivoluzionario’ della Pallacorda, da cui nacque lo Stato-nazione. È scritto anche nella Dichiarazione Schuman: “<em>L&#8217;Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto</em><em>”</em>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="#_ftnref6" name="_ftn6"><sup>[6]</sup></a> Malgrado i difetti, siamo in presenza di <em>uno Stato di Stati</em> (<em>Ein Staat der Staaten), </em>secondo la mirabile espressione con la quale i ragazzi della “Rosa Bianca” definirono, nel quarto volantino (1942), la loro idea dell’unità europea: non gerarchica (secondo la propaganda del tempo), bensì federale, come poi scrissero nel quinto volantino (cfr. <em>La Rosa Bianca quarant’anni dopo </em>(A. Longo) <em>–</em>in Il Federalista<em>, </em>Anno XXVIII, 1986, Numero 2-3,</p>
<p><a href="#_ftnref7" name="_ftn7"><sup>[7]</sup></a> Il concetto impiegato fa riferimento ai teorici del “sistema europeo degli Stati” quali Friedrich Meinecke e Ludwig Dehio. L’Unione europea, in un Mondo ancora diviso in Stati sovrani, è anch’essa soggetta al principio della “ragion di stato”. L’aggressione russa all’Ucraina, ad esempio, ha minacciato la sua sicurezza, spingendola a sostenere attivamente la resistenza ucraina. Sempre la ragion di stato spinge gli USA a sostenere l’Ucraina, per evitare un vuoto di potere in Europa che finirebbe per rafforzare la ripresa dell’espansionismo russo.</p>
<p><a href="#_ftnref8" name="_ftn8"><sup>[8]</sup></a>  L’esito del conflitto ucraino vedrà, da un punto di vista meramente teorico, due possibili conclusioni alternative: 1) un negoziato sulla spartizione dei territori occupati e di confine: in tal caso, sarà chiaro che l’aggressione russa, alla fine, avrà pagato; 2) l’implosione/sconfitta dell’attuale regime di Mosca e l’accettazione, da parte di una nuova Russia, di entrare a far parte di un sistema di sicurezza in Europa, governato da istituzioni comuni. Così come la sconfitta di tutti gli Stati europei (vincitori e vinti) fu la condizione necessaria per avviare il processo di unificazione europea (è questa una precisa indicazione contenuta nel Manifesto di Ventotene), allo stesso modo la sconfitta politica di questa Russia costituisce la condizione per l’avvio di una fase nuova nel sistema dei rapporti internazionali.</p>
<p><a href="#_ftnref9" name="_ftn9"><sup>[9]</sup></a> Il termine ‘sovranità’ non sta più in relazione con il nuovo mondo basato sull’interdipendenza tra gli Stati. È  termine assai antico che rimanda al potere del monarca assoluto e del sistema westfaliano degli Stati che postulava il riconoscimento reciproco degli Stati sulla base della loro indipendenza da ogni vincolo superiore (imperatore o Chiesa). È il modello che si è affermato con lo Stato-nazione, burocratico e accentrato. Il federalismo si basa sul principio opposto: il potere politico non è unico e indivisibile, ma si articola su diversi livelli di governo, ciascuno con le proprie prerogative di poteri e di competenze. In un mondo globalizzato nessuno Stato, neanche il più potente, è “sovrano”, nessuno può risolvere i problemi da solo, tutti sono “interdipendenti”, costretti a cooperare. La stessa “capacità di agire” degli stati (altra vecchia definizione della sovranità) non sta più solo nel potere di fare le leggi, di prendere iniziative o effettuare scelte politiche, bensì richiede anche la “<em>capacità di controllare l’esito di ciò che si è deciso</em>” (Mario Draghi). Se, infatti, non si è in grado di controllare gli esiti delle scelte politiche effettuate, in realtà non si è “sovrani”. Di fronte alle grandi sfide cui l’umanità si trova, questa “capacità di controllare l’esito delle scelte effettuate coincide con il livello in cui l’interdipendenza istituzionalizzata tra gli Stati è massima, cioè con la federazione mondiale.</p>
<p><a href="#_ftnref10" name="_ftn10"><sup>[10]</sup></a> Sulla sostanziale differenza cfr. <strong>Mediterraneo: limes o limen? </strong> (Annamaria Campanale) &#8211;  <a href="https://www.juragentium.org/forum/horchani/it/campanal.htm">https://www.juragentium.org/forum/horchani/it/campanal.htm</a></p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Antonio Longo" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2024/04/antonio-longo.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/antonio-longo/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Antonio Longo</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Manager nella ex Banca Commerciale Italiana (Milano &#8211; Servizio Organizzazione e Divisione Banca d’Affari), sin dal Liceo (Genova), membro del Movimento Federalista Europeo (MFE), con vari ruoli a livello nazionale ed europeo: Segretario nazionale della sua rete giovanile (Gioventù Federalista Europea), Direttore del Circolo di cultura politica “Altiero Spinelli” di Milano (2007/2011), Direttore de L’Unità Europea, organo del MFE (2015/2019). Nel 2020 ha fondato la rivista online in lingua inglese The Ventotene Lighthouse, A Federalist Journal for World Citizenship www.theventotenelighthouse.eu. È co-fondatore della rivista (2023) Territori del federalismo – www.territoridelfederalismo.eu<br />
Autore di diversi saggi e articoli sul processo di unificazione europea, sotto l’aspetto politico ed economico.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/lunificazione-europea-alla-prova-di-unelezione-decisiva/">L’unificazione europea alla prova di un’elezione decisiva</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>L&#8217;architettura della pace</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/larchitettura-della-pace/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Maddalena Pezzotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Jul 2023 21:33:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[maddalena pezzotti]]></category>
		<category><![CDATA[pace]]></category>
		<category><![CDATA[unione europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La diplomazia multilivello, e il pensiero di specialisti come Lederach, hanno permeato la logica del peacebuilding, entrando a far parte del linguaggio dell&#8217;Onu, dell&#8217;Unione Europea (Ue), di importanti organismi regionali e di singoli governi nazionali.  Questa metodica plurisettoriale e interdisciplinaria, attraverso il ricorso a binari eterogenei, o track, in chiave di rete dinamica, contribuisce a [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La <a href="https://www.iltoroelabambina.it/2023/04/17/la-diplomazia-multilivello/">diplomazia multilivello</a>, e il pensiero di specialisti come Lederach, hanno permeato la logica del <em>peacebuilding</em>, entrando a far parte del linguaggio <span style="color: #333333;">dell&#8217;Onu, dell&#8217;Unione Europea (Ue), di importanti organismi regionali e di singoli governi nazionali. </span></p>
<p>Questa metodica plurisettoriale e interdisciplinaria, attraverso il ricorso a binari eterogenei, o <em>track</em>, in chiave di rete dinamica, contribuisce a promuovere la pace nel mondo in &#8220;una maniera olistica e inclusiva&#8221; (Dudouet, Eshaq et al., 2018), in negoziazioni formali che vanno oltre il tradizionale intervento esclusivo di parti armate ed <em>élite</em> politiche. La compresenza dell&#8217;attivismo di base, la comunicazione, l&#8217;accademia, l&#8217;impresa, le autorità religiose, favorisce, inoltre, una maggiore interconnessione di intenti (Paffenholz, 2013). Soprattutto, garantisce una più ampia rappresentatività di interessi per la definizione di soluzioni solide e durature e, in molti frangenti, ha generato piattaforme che si sono rivelate fondamentali per sollevare questioni neglette, o sbloccare <em>impasse</em> scaturiti da posizioni e alleanze determinate da affari economici o blocchi geopolitici, a scapito della sicurezza e la vita delle persone.</p>
<p>In tempi recenti, la riflessione sulla diplomazia multilivello ha indotto a una revisione strategica su larga scala dei processi governati dalle Nazioni Unite. La <em>Sustaining peace policy,</em> redatta a partire da un&#8217;investigazione trasversale del 2015, incaricata a una commissione di esperti, sull&#8217;impatto delle missioni politiche e le operazioni di mantenimento della pace, le seguenti risoluzioni del 2016, approvate dal consiglio di sicurezza (S/Res/2282), e dall&#8217;assemblea generale (A/Res/70/262), e il rapporto del 2017 sulle attività a supporto della mediazione del segretario-generale, fra altri elementi di cambio, elevano il ruolo giocato dal pacifismo strutturato &#8211; con accento sulle donne e i giovani -, il settore privato e le organizzazioni regionali, a quello del <em>peacemaking</em> e il <em>peacekeeping</em> canonici, auspicando opportune <em>partnership</em> a diversi livelli. Gli stessi rimarcano la necessità di finanziamenti per appoggiarne nel lungo termine le attività di prevenzione, mediazione e ricostruzione del tessuto democratico. Riconoscendo e facilitando l&#8217;apporto paritario di tali figure, la nuova architettura della pace rappresenta una svolta concettuale e pragmatica di spessore. Pone, infatti, a disposizione della società civile strumenti per potenziarne azione e incidenza, in un contesto integrato e coerente per la gestione dei conflitti globali.</p>
<p>Sulla stessa linea, si trova <em>Pathways for peace</em>, pubblicato nel 2018, dalle Nazioni Unite e la Banca Mondiale. Lo studio muove dall&#8217;enorme costo sociale ed economico degli scontri bellici contemporanei, la cui complessità vede il coinvolgimento di gruppi non statali, attori regionali e internazionali, sfide globali come quella climatica e, ancora, la criminalità organizzata transnazionale, e analizza alcuni casi di successo nella loro risoluzione. Le raccomandazioni che ne derivano sono imperniate nell&#8217;imprescindibilità della dialettica fattiva tra stato e società, alla quale si attribuisce rilevanza nell&#8217;identificazione tempestiva e la circoscrizione efficace, attraverso un lavoro di diplomazia vera e propria, di quei fenomeni di esclusione dall&#8217;accesso a beni e opportunità, dalla partecipazione e il potere decisionale, che potrebbero sfociare in tensioni, antagonismi militanti e prolungate contrapposizioni violente. In questo modo, la società civile assume centralità nel nesso fra le aree dello sviluppo e la sicurezza delle comunità e i paesi.</p>
<p>Numerosi esperti hanno suggerito all&#8217;Ue, in forma esplicita e ripetuta, di &#8220;rendere operativo un approccio <em>multi-track</em>&#8221; (<span style="color: #333333;">Herrberg, Gündüz et al. 2009). In risposta, nella <em>Global Strategy</em> del 2016, questa si è impegnata ad assumerlo a livello locale, nazionale, regionale e globale. Dal canto suo, la Comunità economica degli stati dell&#8217;Africa Occidentale (Ecowas per la sigla in inglese), in linee guida operative del 2017, ha evidenziato l&#8217;urgenza di &#8220;forgiare alleanze e coordinamento fra <em>track</em>&#8220;. Ed è proprio in questo continente che si rendono evidenti i vincoli intrinseci fra <em>peacekeeping</em> e sviluppo e l&#8217;importanza delle dimensioni sociali ed economiche che acuiscono e perdurano le situazioni conflittuali. L&#8217;Ecowas e l&#8217;Autorità intergovernativa per lo sviluppo (Igad per la sigla in inglese), formata dai paesi del Corno d&#8217;Africa, in origine istituite con l&#8217;obiettivo di promuovere l&#8217;integrazione economica, hanno visto espandere il proprio mandato a funzioni di sicurezza regionale, con alterni successi e fallimenti. Malgrado all&#8217;inizio si sia privilegiato un criterio in prevalenza militare, che si è rivelato un rischio per le economie nazionali e i programmi di integrazione, le iniziative successive sono state progressivamente orientate nella direzione del <em>soft power</em> e del <em>peacebuilding</em>. </span></p>
<p>Anche gli stati hanno adottato i concetti e i dettami della diplomazia multilivello in politica estera. Per esempio, la politica per la pace della Svezia enfatizza il pregio e il peso dell&#8217;inquadramento della società civile negli ambiti del <em>peacebuilding</em> e lo <em>statebuilding</em>. Nella <em>Strategy for Sustainable Peace</em>, il governo sottolinea il proprio sostegno a &#8220;stadi critici di <em>peacebuiding</em> che devono includere la partecipazione locale&#8221;. Il Ministero degli affari esteri tedesco, nel documento marco sulla mediazione per la pace, del 2019, asserisce che &#8220;gli approcci multilivello o i dialoghi nazionali incrementano la fattibilità di raggiungere soluzioni comprensive e durature&#8221;. La Svizzera proietta una visione in cui si valorizza la prassi <em>bottom-up</em> nei processi di pace, per la quale afferma di trovarsi in una posizione privilegiata in merito a competenze acquisite.</p>
<p>Ciò nondimeno, <span style="color: #333333;">la poliedricità dei conflitti e la loro frammentazione richie</span>dono ulteriore ponderazione sull&#8217;uso effettivo di questa infrastruttura per la pace (Preston MacGhie, 2019) e lo scarto fra il discorso e la pratica degli stati e le organizzazioni internazionali. Mentre già esiste dal lato dell&#8217;accademia un corpo di ricerca teorica ed empirica che punta a un adeguamento critico del <em>peacebuilding </em>mirato a spostarne l&#8217;asta più in alto (<span style="color: #333333;">Lidén, Mac Ginty et al., 2009; Hellmüller, 2018 e 2019), la sua applicazione e riuscita sulla trasformazione dei conflitti restano insoddisfacenti, complici mentalità retrive sulle condizioni per la sicurezza, che priorizzano l&#8217;opposizione militare, alla cooperazione, l&#8217;integrazione e lo sviluppo; la rendita della manipolazione del mercato, e delle economie di guerra, per i paesi con maggiore potere finanziario, tecnologico e industriale; e i vantaggi legati all&#8217;allargamento delle sfere di influenza di quelle nazioni con ambizioni egemoniche nell&#8217;ordine mondiale.</span></p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Maddalena Pezzotti" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2022/06/maddalena-pezzotti.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/maddalena-pezzotti/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Maddalena Pezzotti</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Esperta internazionale in inclusione sociale, diversità culturale, equità e sviluppo, con un&#8217;ampia esperienza sul campo, in diverse aree geostrategiche, e in contesti di emergenza, conflitto e post-conflitto. In qualità di funzionaria senior delle Nazioni Unite, ha diretto interventi multidimensionali, fra gli altri, negli scenari del Chiapas, il Guatemala, il Kosovo e la Libia. Con l&#8217;incarico di manager alla Banca Interamericana di Sviluppo a Washington DC, ha gestito operazioni in ventisei stati membri, includendo realtà complesse come il Brasile, la Colombia e Haiti. Ha conseguito un Master in Business Administration (MBA) negli Stati Uniti, con specializzazione in knowledge management e knowledge for development. Senior Fellow dell&#8217;Università Nazionale Interculturale dell&#8217;Amazzonia in Perù, svolge attività di ricerca e docenza in teoria e politica della conoscenza, applicata allo sviluppo socioeconomico. Analista di politica estera per testate giornalistiche. Responsabile degli affari esteri ed europei dell&#8217;associazione di cultura politica Liberi Cittadini. Membro del comitato scientifico della Fondazione Einaudi, area relazioni internazionali. Ha impartito conferenze, e lezioni accademiche, in venti paesi del mondo, su migrazioni, protezione dei rifugiati, parità di genere, questioni etniche, diritti umani, pace, sviluppo, cooperazione, e buon governo. Autrice di libri e manuali pubblicati dall&#8217;Onu. Scrive il blog di geopolitica &#8220;Il Toro e la Bambina&#8221;.</p>
</div></div><div class="saboxplugin-web "><a href="http://www.iltoroelabambina.it/" target="_self" >www.iltoroelabambina.it/</a></div><div class="clearfix"></div><div class="saboxplugin-socials sabox-colored"><a title="Facebook" target="_self" href="https://facebook.com/www.iltoroelabambina.it/" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-color"><svg class="sab-facebook" viewBox="0 0 500 500.7" xml:space="preserve" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><rect class="st0" x="-.3" y=".3" width="500" height="500" fill="#3b5998" /><polygon class="st1" points="499.7 292.6 499.7 500.3 331.4 500.3 219.8 388.7 221.6 385.3 223.7 308.6 178.3 264.9 219.7 233.9 249.7 138.6 321.1 113.9" /><path class="st2" d="M219.8,388.7V264.9h-41.5v-49.2h41.5V177c0-42.1,25.7-65,63.3-65c18,0,33.5,1.4,38,1.9v44H295  c-20.4,0-24.4,9.7-24.4,24v33.9h46.1l-6.3,49.2h-39.8v123.8" /></svg></span></a><a title="Instagram" target="_self" href="https://www.instagram.com/iltoroelabambina/" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-color"><svg class="sab-instagram" viewBox="0 0 500 500.7" xml:space="preserve" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><rect class="st0" x=".7" y="-.2" width="500" height="500" fill="#405de6" /><polygon class="st1" points="500.7 300.6 500.7 499.8 302.3 499.8 143 339.3 143 192.3 152.2 165.3 167 151.2 200 143.3 270 138.3 350.5 150" /><path class="st2" d="m250.7 188.2c-34.1 0-61.6 27.5-61.6 61.6s27.5 61.6 61.6 61.6 61.6-27.5 61.6-61.6-27.5-61.6-61.6-61.6zm0 101.6c-22 0-40-17.9-40-40s17.9-40 40-40 40 17.9 40 40-17.9 40-40 40zm78.5-104.1c0 8-6.4 14.4-14.4 14.4s-14.4-6.4-14.4-14.4c0-7.9 6.4-14.4 14.4-14.4 7.9 0.1 14.4 6.5 14.4 14.4zm40.7 14.6c-0.9-19.2-5.3-36.3-19.4-50.3-14-14-31.1-18.4-50.3-19.4-19.8-1.1-79.2-1.1-99.1 0-19.2 0.9-36.2 5.3-50.3 19.3s-18.4 31.1-19.4 50.3c-1.1 19.8-1.1 79.2 0 99.1 0.9 19.2 5.3 36.3 19.4 50.3s31.1 18.4 50.3 19.4c19.8 1.1 79.2 1.1 99.1 0 19.2-0.9 36.3-5.3 50.3-19.4 14-14 18.4-31.1 19.4-50.3 1.2-19.8 1.2-79.2 0-99zm-25.6 120.3c-4.2 10.5-12.3 18.6-22.8 22.8-15.8 6.3-53.3 4.8-70.8 4.8s-55 1.4-70.8-4.8c-10.5-4.2-18.6-12.3-22.8-22.8-6.3-15.8-4.8-53.3-4.8-70.8s-1.4-55 4.8-70.8c4.2-10.5 12.3-18.6 22.8-22.8 15.8-6.3 53.3-4.8 70.8-4.8s55-1.4 70.8 4.8c10.5 4.2 18.6 12.3 22.8 22.8 6.3 15.8 4.8 53.3 4.8 70.8s1.5 55-4.8 70.8z" /></svg></span></a></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/larchitettura-della-pace/">L&#8217;architettura della pace</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>Europa “Supernazione” o Europa delle Nazioni? Realtà dello Stato nazionale nel tessuto dell’Unione Europea</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Giannubilo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Oct 2022 13:27:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[francesco giannubilo]]></category>
		<category><![CDATA[nazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si assiste sempre più, in uno schema di imperante politically correct, ad una proliferazione di studi e ricerche da parte degli euroentusiasti, ancorché pur essi secondo una graduazione che va dagli ardents tout court a quelli più ragionevolmente moderati nell’ardore pro-istituzioni europee, il cui slogan in ogni caso si sostanzia meramente in “più Europa!”, un [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Si assiste sempre più, in uno schema di imperante <em>politically correct</em>, ad una proliferazione di studi e ricerche da parte degli <strong><em>euroentusiasti</em></strong>, ancorché pur essi secondo una graduazione che va dagli <em>ardents tout court </em>a quelli più ragionevolmente moderati nell’ardore pro-istituzioni europee, il cui slogan in ogni caso si sostanzia meramente in “più Europa!”, un logo dal sapore quasi “mitologico”, a guisa di inedito piedistallo emotivo di massa dopo i tanti nel passato. Siffatti studi, in svariati casi pur pregevoli, inappuntabili e tecnicamente perfetti nel raffigurare i meccanismi tecno-strutturali e la loro operatività, sono privi di quella connotazione storico-politico-filosofica di altissimo profilo che dovrebbe caratterizzare tale istituzione, un Ordinamento che coinvolge un intero continente, la cui genesi risale se non proprio all’Impero romano quantomeno all’Europa carolingia, il <em>Sacro Romano Impero</em> di Carlo Magno, incoronato nella notte di Natale dell’800 imperatore di un’Europa cristiana. Tutto ciò delinea un’immagine così poderosa e coerente da imporsi per secoli come valore identitario nella coscienza collettiva dei popoli europei, una indiscussa identità di elevatissimo valore umano e cristiano, a cui fa riferimento “Il progetto europeo” ideato nel 1950 da Jean Monnet e accolto con entusiasmo dai Padri fondatori, Schumann, De Gasperi e Adenauer.</p>
<p>Sovente questi euroentusiasti concludono i loro paludati studi lanciando anatemi e strali verso gli <strong><em>euro</em></strong>&#8211;<strong><em>critici</em></strong>, ben diversi dagli euroscettici e più numerosi, sol perché, come le rane della favola di Esopo, questi si muovono vicino alla “terra” di cui scrutano trappole e pericoli, guardando tutto da vicino in un’Europa che non sempre ha dato buona prova di sé, così come anche in qualche circostanza attuale. Questi temono, a ragion veduta, il debordare del <em>dirigismo</em> europeo, diffidano di decisioni prese esclusivamente dall’alto, temono il ruolo prorompente del diritto comunitario a fronte di quello dei singoli Stati dell’Unione, le diseguaglianze tra Stati forti e quelli ad economie più deboli, le manipolazioni speculative dell’alta finanza sul debito pubblico degli Stati e le sorti dell’euro. Una finanza questa, che, dopo Maastricht, ha fatto correre il denaro come non mai verso Stati, vecchi e nuovi, sempre meno preoccupati dell’aumento vertiginoso del loro debito pubblico nazionale, dato che &#8211; si pensava &#8211; l’inflazione avrebbe ridimensionato nel tempo quei debiti, esposizioni debitorie che invece hanno alimentato il grande gioco finanziario, che è diventato per le grandi banche d’affari un illimitato <em>business </em>planetario, una specie di capestro per le economie più deboli. Ma temono anche la progressiva scomparsa dello Stato nazionale! Prima di addentrarci però su tale versante, occorre svolgere alcune pregnanti considerazioni sulla sua configurazione giuridica e politica nonché sui suoi meccanismi di funzionamento onde delineare un quadro più realistico a fronte di svariate nebulosità, che, però, vengono propagate come assiomi indiscussi e indiscutibili.</p>
<p>Di certo, malgrado le aspettative dei suoi fondatori e gli sforzi profusi da giuristi e studiosi vari, v’è che l’identità dell’Unione Europea, sebbene sia riconoscibile a livello internazionale, rimane ancora parecchio incerta: sicuramente non assomiglia né al Sacro Romano Impero, né al federalismo degli Stai Uniti d’America, né al Commonwealth britannico con la sua struttura a cerchi concentrici, né alla Federazione russa, né alla Confederazione elvetica e neppure ad una nuova versione della Lega delle Nazioni. Insomma, tuttora rimane ancora una fumosa unità politica quella che anima il continente che &#8211; abolito l’antico principio legittimistico divino, perito con la decapitazione del Monarca francese nel 1793, e quello dinastico dal 1815 &#8211; ha inventato la modernità, vale a dire il costituzionalismo liberale nelle sue forme di governo monarchico e repubblicano. Cosicché l’Unione Europea, nonostante la sottomissione degli ordinamenti statuali a quello comunitario permane incompiuta, in bilico tra implosione &#8211; sintomatica la Brexit britannica &#8211; e federazione. La mancata ratifica del Trattato costituzionale, formulato da una Convenzione di delegati anziché da una vera e propria Assemblea costituente, da parte di alcuni popoli, ha altresì reso vano il tentativo di dotare di una vera Costituzione l’Unione. Certamente è uno schema giuridico anomalo quello che allo stato configura l’Unione Europea: è una confederazione non costituzionale di Stati <em>sui generis</em>? Una wilsoniana Lega delle Nazioni o una semplice libera associazione di Stati legati da trattati internazionali a sovranità limitata per effetto di quei trattati? E in ogni caso, quali sono i limiti al potere legislativo dei singoli Stati o ai loro poteri in materia fiscale, finanziaria, energetica, di immigrazione? Si tratta in realtà di limiti cogenti posti da un “sovrano” concorrente, ma prevalente?</p>
<p>E ancora: non si presenta oggi l’Unione ai cittadini europei come uno Stato, ma senza esserlo? Può un Parlamento di natura pattizia legiferare per Stati nazionali pienamente sovrani? Cosicché in tale quadro complessivo, denso di dubbi, di incertezze ed anche di ambiguità, probabilmente non colte dalla maggioranza e soprattutto dagli euroentusiasti,  v’è che risoluzioni, minute direttive e sanzioni hanno spesso suscitato polemiche all’interno degli Stati membri: queste, unite a crisi economiche e finanziarie, a comportamenti non sempre consoni con lo spirito dell’Unione e/o poco solidali da parte di alcuni Stati, così come è dato constatare anche in questi ultimi tempi soprattutto in materia energetica, nonché ad asimmetrie presenti nell’eurozona, hanno spesso alimentato in alcuni gruppi politici nazionali la tentazione di gettare via il bambino assieme all’acqua del bagno.</p>
<p>Pur non essendovi dubbio, per quanto essa fuoriesca dai paradigmi noti della scienza politica, che l’Unione Europea abbia un <em>corpus </em>internazionalmente riconosciuto &#8211; ciò che fatto ritenere ad alcuni studiosi che abbia ormai raggiunto una sua sovranità <em>de facto</em>, una sorta di sovranità senza Stato di una surrettizia, inedita “Super-Nazione”- di certo trattasi di una costruzione giuridica anomala, cosicché non è, non può essere un intoccabile monumento, un moloch a cui “offrire in sacrificio” ogni possibile idea critica, dovendosi invece fideisticamente credere in esso sempre e comunque.</p>
<p>Si sa che, in siffatto conformistico, untuoso contesto come quello attuale, parlar male dell’Europa, o anche solo tiepidamente pronunciarsi su alcune sue aberrazioni, è come parlar male di Manzoni!</p>
<p>Ma non saremmo liberali se, gialli di paura e rossi di vergogna, ancorché sicuramente non da ricomprenderci nel novero degli euroscettici, rinunciassimo alla nostra “anima” critica, ciò che ha invece poderosamente qualificato la prassi e la teoria liberale &#8211; la <em>teoria della limitazione del potere </em>&#8211; in almeno un sessantennio di questa striminzita, collassante Repubblica. Una Repubblica generata dapprima da un non specchiato esito referendario istituzionale e poi consolidatasi, tra ambiguità, sospetti e contraddizioni, in un compromesso nell’ambito dell’esarchia ciellenistica: ma non nel senso profondo di un accordo sull’<em>idem sentire de Republica</em>, bensì un compromesso negativo, altamente deteriore, dato che i partiti che avevano dato luogo al CLN, ad eccezione del Partito liberale, erano lontani o addirittura antitetici al liberalismo classico. Da qui gli equivoci della nostra democrazia, solo apparentemente liberale, ma nata in realtà da una sconfitta del liberalismo storico, vivacchiante in una conflittuale Repubblica che, nonostante i tanti fallimenti che l’hanno segnata, continua ad abbandonarsi soltanto alla sua esaltazione mitopoietica resistenziale e costituzionale.</p>
<p>In realtà, quella di cui si è dotata l’Unione non è che una sovranità <em>sui generis</em>, talché ci si chiede se la sua legiferazione possa <em>sic et simpliciter </em>avere immediati effetti diretti, così come previsto dai trattati, sovrapponendosi ai parlamenti degli Stati membri. Dare affrettatamente risposta positiva a tale quesito implica un sempre più pregnante orientamento verso un assolutismo del diritto comunitario, ciò che potrebbe configurarsi come una riproduzione dell’antico <em>monismo </em>politico, il che per potrebbe comportare per alcuni Stati anche gravi e inconciliabili strappi costituzionali.</p>
<p>Siamo sicuri che possa ritenersi pienamente sufficiente, ai fini della legittimazione democratica del potere del Parlamento europeo, il requisito dell’elezione a suffragio universale dei rappresentanti degli Stati membri partecipanti alle decisioni comunitarie? Siamo sicuri che l’obiettivo di una piena integrazione sia perseguibile soltanto con una progressiva “espropriazione” della sovranità dei Parlamenti nazionali da parte di una istituzione centralizzata, che si comporta come uno Stato, a favore di una fantomatica <em>Rule of Law </em>europea, piuttosto che integrare con gradualità negli ordinamenti nazionali i principi derivanti dai trattati e dalle direttive della Commissione Europea?</p>
<p>Di certo, l’esperienza di questi ultimi tempi ha messo in mostra incoerenze e patologie in vari campi &#8211; politica estera, immigrazione, sicurezza, cittadinanza, giustizia, difesa comune, ecc. &#8211; che appaiono assai difficili da sanare e che rendono gravosi i processi di integrazione; anzi, il timore è che siffatte dissimmetrie e dissonanze possano avere gravi effetti disintegrativi anziché integrativi.</p>
<p>La tanto esaltata creazione dell’eurosistema come <em>step</em> importante verso la realizzazione dell’unità politica della UE, in realtà ha avuto effetti negativi sull’economia reale e sulla finanza pubblica di Paesi strutturalmente più deboli &#8211; Italia, Spagna Portogallo e Grecia &#8211; cosicché questi sono entrati in varie forme recessive, perdendo sempre più competitività anche per effetto di un ciclo economico negativo, la così detta <em>hard economy </em>legata alle speculazioni della finanza mondiale, originata negli Stati Uniti e più tardi intervenuta anche nell’eurozona, cosicché il debito pubblico, di per sé già elevato, dei Paesi mediterranei legati all’euro ha continuato spropositatamente a lievitare.</p>
<p>In siffatto scenario, già di per sé estremamente problematico e sempre più orientato verso ideologie internazionaliste, globaliste, tecno-economiste e imbevute anche di suggestioni neo-terzomondiste, si situa prepotentemente, <em>ratione materiae</em>, la complessa questione della sussistenza dello Stato nazionale e della connessa controversia immigratoria, che, in una sinistroide spirale ideologica suicidaria, sta minando le stesse fondamenta della civiltà europea.</p>
<p>Si assiste, dunque, ad una progressiva rimozione di ciò che ha rappresentato lo Stato nazionale nella storia di molti Paesi europei, soprattutto in Italia, dove il ripudio dell’idea stessa di nazione &#8211; rinunciando in tal modo anche alla sua definitiva attuazione &#8211; assume spesso deprecabili forme teratologiche di esterofilia autodenigratoria e autodistruttiva; ciò nell’ambito di un “politicamente corretto” che con disinvoltura bolla sprezzantemente il tutto &#8211; senza distinzioni tra posizioni critiche più sfumate e posizioni  più oltranziste &#8211; <em>sic et simpliciter </em>come “populismo sovranista”, sol perché questo reputa necessario recuperare la sovranità politica del proprio Stato nazionale come titolare <em>pleno iure</em> di ogni legittimità politica, pur doverosamente compatibilizzata con il contesto europeo.</p>
<p>Una rimozione che ha spezzato la catena base dello Stato-nazione, lo Stato moderno per eccellenza, fondato sul principio della nazionalità e sovrano nei propri confini, liberale e laico: quello Stato laico, appunto, che nasce con la fine delle guerre di religione e la pace di Westfalia del 1648, che si scioglie da ogni legame con fedi religiose e si dota di un’intima e profonda eticità, l’unica che, in definitiva, sostiene la sua legittimità e anima la sua legalità. Certamente, da ragionevoli <em>euro-critici</em>, ben lontani dunque dagli euroscettici sostenitori ad oltranza dello Stato nazional-nazionalista, non intendiamo essere gli arcigni difensori di un nazionalismo ormai sorpassato, ben consci che la modernità nella sua evoluzione storica ha giustamente ridimensionato il concetto di sovranità ereditato dal passato ed ha squarciato la “corazza” dell’universalismo westfaliano, territoriale, forte del suo carattere sovrano nazionale ed esclusiva; neppure però possiamo assistere inermi al declino di questo nostro Stato, uno <em>spatium terminatum </em>nato dal Risorgimento e governato a lungo dalla Corona e da una élite liberale, provato dal fascismo e dalla guerra e definitivamente crollato sotto la scure dei due partiti usciti vincitori nel dopoguerra, estranei alle vicende risorgimentali.</p>
<p>V’è dunque, che nel “tempio” dello Stato-nazione ora non c’è più posto per “l’Arca santa” della legittimità politica, risiedendo ormai questa in un’Europa come quella innanzi tratteggiata, spesso ambigua &#8211; Potenze europee che da un lato non esitano a perseguire propri interessi particolari o che dall’altro si arrogano persino uno <em>ius ad vigilare </em>sulla democraticità delle istituzioni di altri Stati membri &#8211; che ha reciso anche le sue radici cristiane, rinunciando in tal modo a darsi un’anima e scegliendo <em>de facto</em> di recitare la parte di guardiana degli interessi dei suoi abitanti. Anzi, con le sue accoglienti opzioni terzomondiste e panislamiste, ha finito per abbandonare pure quella!</p>
<p>Già, come pure dicevo in altra sede, oggi l’Europa deve sdebitarsi verso il mondo islamico perché colpevole delle Crociate, delle vittorie di Lepanto nel 1571 e di Vienna nel 1683, dell’imperialismo e del colonialismo nei confronti dell’Islam, colpevole anche per aver favorito la nascita di Israele!</p>
<p>Cosicché il dramma immigratorio, che sta finendo per acquistare i contorni di una “invasione” mediterranea, passa in second’ordine e i vari trattati pur stipulati in proposito, a volte solo delle vere e proprie manifestazioni di volontà da “operetta triste”, finiscono per fare esclusivamente da scudo protettivo per Stati membri ben più agguerriti su tale fronte e disposti a non farsi travolgere dalle ondate immigratorie, che rischiano di oscurare del tutto la già morente civiltà europea. Così gli Stati deboli, come il nostro, vengono lasciati da soli a fronteggiare “l’assedio” di indiscriminate masse di migranti provenienti da territori mediterranei ed asiatici, comprendenti anche tanti che sicuramente nutrono sogni di rinascita dell’impero islamico anche in Europa. Tutto ciò per colpa di attori regionali spesso attinenti alla categoria degli idioti e troppo deboli per essere portatori del destino europeo, cosicché l’Europa sta vivendo una forma di pseudomorfosi e il senso finale della sua avventura è ancora destinato a restare ambiguo. Ma ciò nonostante, si ostenta tuttora, in special modo a Sinistra, un euroentusiasmo, senza un pur minimo senso critico, oscillante tra mistificazione e ridicolo. Ci si erge così a paladini di questa Europa che, se non reagisce, rischia di diventare un continente insignificante sotto ogni profilo. Dobbiamo dunque chiederci se sia proprio ineluttabile che una nuova società internazionale debba fondarsi sul dissolvimento dello Stato-nazione e se l’Italia debba sommare all’incompiutezza nazionale anche il suo asservimento. In cambio di nulla!</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Francesco Giannubilo" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2021/01/francesco-giannubilo-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/francesco-giannubilo/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Francesco Giannubilo</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Francesco Giannubilo, laurea Scienze Politiche ed ex dirigente della P.A., si occupa di studi storico-politici dell’età contemporanea. Pubblicista su testate provinciali e su “l’Opinione delle Libertà” nazionale, dopo la ricerca “Aspetti della politica italiana 1920-1940” (2013), il saggio “DALLA DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA ALLA DEMOCRAZIA LIQUIDA (O LIQUEFATTA?)” (2015).</p>
<p>Ha pubblicato: “L’ITALIA CHE (NON) CAMBIA (2010), assieme di considerazioni etico &#8211; politiche sull’impossibilità del riformismo in Italia; “1848-1870 IL RISORGIMENTO INCOMPIUTO” (2011), una riflessione sullo sviluppo storico in Italia in termini di continuità con il processo risorgimentale; “1939-1940 IL MONDO CATTOLICO ALLA SUA SVOLTA?” (2012), un profilo critico sugli atteggiamenti del mondo cattolico dagli inizi del Novecento fino all’entrata in guerra dell’Italia.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/europa-supernazione-o-europa-delle-nazioni-realta-dello-stato-nazionale-nel-tessuto-dellunione-europea/">Europa “Supernazione” o Europa delle Nazioni? Realtà dello Stato nazionale nel tessuto dell’Unione Europea</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>La grande battaglia dell’energia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maddalena Pezzotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 Jul 2022 14:54:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[energia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La crisi ucraina ha provocato il caos nel mercato energetico, con un incremento del costo del petrolio, del gas, e del carbone, fino al doppio del loro valore precedente, e una corsa scomposta ad alternative di approvvigionamento. Questa situazione ha messo in risalto la necessità, evidente da decenni, di stabilire politiche di lungo termine, in [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/la-grande-battaglia-dellenergia/">La grande battaglia dell’energia</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La crisi ucraina ha provocato il <em>caos</em> nel mercato energetico, con un incremento del costo del petrolio, del gas, e del carbone, fino al doppio del loro valore precedente, e una corsa scomposta ad alternative di approvvigionamento. Questa situazione ha messo in risalto la necessità, evidente da decenni, di stabilire politiche di lungo termine, in modo da guadagnare livelli di autonomia,<em> vis-à-vis</em> condizioni e variabili geostrategiche, e contribuire alla preservazione dell’equilibrio ambientale, con il superamento del modello fossile. Del resto, le penalizzazioni inflitte da Stati Uniti ed Europa contro la Russia, manterranno i prezzi alti e volatili per molto tempo, con conseguenze significative, fra gli altri, in termini di inflazione, per i cittadini europei e dei paesi poveri.</p>
<p>Nel contesto dato, si è ampliato l’interesse per il nucleare, che già procura il 25 per cento dell’elettricità nell’Unione Europea. A differenza di molte fonti rinnovabili, come quella solare ed eolica, grazie a questa tecnologia si possono, infatti, realizzare ingenti volumi senza squilibri stagionali. Tuttavia, una virata in tale direzione, nell’immediato, non affrancherebbe il continente. La Russia detiene quasi la metà della capacità globale di arricchimento dell’uranio e una grande fetta del mondo ne è dipendente per la generazione di energia. La stessa Europa è vincolata alla Russia, e i sui alleati Kazakhstan e Uzbekistan, per il 40 per cento del nucleare prodotto. Da questi tre proviene, anche, circa il 10 per cento del totale dell’elettricità degli Stati Uniti, equivalente al 50 per cento delle sue installazioni, ragione per cui Washington ha escluso l’uranio dalle sanzioni, dando ulteriore prova che l’operazione in atto per indebolire la Russia viene pagata, in larga misura, dalla cassa europea.</p>
<p>La Russia, inoltre, domina il campo della costruzione di centrali e delle esportazioni, in economie emergenti, a essa ormai legate per alcuni lustri, riguardo a materiali e servizi. Negli ultimi vent’anni, è diventata il primo fornitore e manutentore per reattori, includendo aspetti finanziari e di formazione del personale. Dal 2000, ha firmato accordi bilaterali di cooperazione con 47 nazioni, sta fabbricando impianti in Bangladesh, Bielorussia, e Turchia, ed è coinvolta in progetti importanti in Africa, Asia, Medio Oriente e Sudamerica. Washington e i suoi alleati si sono dimostrati pronti a usare ogni mezzo per vincere la lotta intrapresa contro l’egemonia energetica della Russia. Basti pensare che i mercati, anticipando future restrizioni al nickel russo, indispensabile per le batterie dei veicoli elettrici, hanno fatto volare il prezzo alle stelle. E pur se l’obiettivo dovesse essere raggiunto, la Cina, affacciatasi con assertività nello scenario, si appresta a occupare la seconda posizione nel <em>gotha</em> nucleare. Non a caso, l’amministrazione americana, dal 2021, ha dato inizio a una tattica sanzionatoria, a partire dal settore privato cinese di energia solare.</p>
<p>La superiorità sino-russa potrebbe, invece, essere superata con lo sviluppo di una solida concorrenza, a fronte di una domanda crescente, e parte di un’agenda condivisa sul clima. Nondimeno, le visioni in Europa sono discordi e contraddittorie. Da un lato, il Regno Unito ha optato per il nucleare, all’indomani della seconda guerra mondiale, con il fine di sostenere il settore industriale; la Francia e la Svezia, in seguito all’<em>embargo</em> del petrolio degli anni settanta, hanno investito in infrastruttura, per ridurre la loro subordinazione al Medio Oriente; e il Belgio si è, di recente, impegnato a puntare su questo tipo di energia. Dall’altro, l’Italia, dall’essere, nel 1966, la terza potenza elettronucleare, dopo Stati Uniti e Gran Bretagna, con i due <em>referendum</em> del 1987, vi ha messo fine, impiegando combustibili fossili per oltre la metà del proprio fabbisogno e, al contempo, acquisendo quote di energia nucleare; la Finlandia ha sciolto un contratto con la Russia per un termopropulsore di 1.200 megawatt senza un piano alternativo; e la Germania fermerà le ultime tre centrali, entro la fine dell’anno, sebbene abbia acquistato dalla Russia 10 mila miliardi di euro di energia fossile dall’inizio del conflitto.</p>
<p>Per di più, la pressione di Washington si è intensificata. La Romania ha disdetto una collaborazione favorevole per due reattori con la Cina. La Repubblica Ceca ha escluso da una gara d’appalto internazionale la Russia e la Cina a processo avviato, cambiando le regole stabilite e contro il proprio interesse economico. Il Regno Unito sta cercando di estromettere gli investitori cinesi da un programma nucleare avviato. Una società statunitense, cofinanziata da Bill Gates, ha dovuto cancellare un progetto di sperimentazione in Cina, a causa dei divieti commerciali imposti dal proprio governo. Nonostante ciò, l’industria nucleare occidentale è rimasta in stallo e le compagnie europee e americane si trovano in difficoltà nel trovare alternative adeguate all’offerta russa e cinese. Per mettersi alla pari, si dovrebbero svecchiare le strategie energetiche, iniettare risorse nella capacità manifatturiera della catena del <em>supply</em>, e immettere nuove tecnologie nel circuito internazionale. L’operazione non è né facile né priva di oneri, ma l’innovazione derivata rappresenterebbe una sfera di competizione virtuosa, rispetto alla coercizione geopolitica, la distorsione del libero mercato e il confronto bellico.</p>
<p>La grande battaglia per l’energia ha un suo foco nevralgico nel territorio oggetto dell’allargamento dell’Alleanza Atlantica, e a traino dell’Unione Europea, ovvero nell’area di influenza della ex-Unione Sovietica. Tutti i paesi a ovest della Russia, tranne la Bielorussia e l’Ucraina, sono diventati membri della Nato, che è arrivata a sembrare un apparato offensivo, in cambio di un meccanismo di stabilizzazione. Il prolungamento delle ostilità in Ucraina, intanto che miete vite, distrugge l’economia nazionale e impoverisce le famiglie europee, arricchisce gli Stati Uniti, con l’aumento delle esportazioni di gas &#8211; il paese era alla ricerca di compratori &#8211; e dei profitti del complesso industriale militare, il rafforzamento del dollaro e l’attrazione di capitali, nonché l’ampliamento della vendita, in Polonia, Romania, Repubblica Ceca e Slovenia, di sistemi modulari o grandi reattori, delle statunitensi NuScale Power, Exelon e Westinghouse. In aggiunta, ad aprile, il dipartimento di stato ha annunciato che metterà a disposizione aiuti alla Latvia per montare una logistica nucleare, così come era stato fatto per l’Ucraina, allo scopo di separarla dalla distribuzione russa di gas naturale.</p>
<p>Mentre la tendenza, sulla spinta della politica estera americana, si muove verso un isolazionismo energetico, per blocchi da guerra fredda, la lezione appresa sinora è che i moderni assetti di produzione sono complessi e interconnessi, in special maniera quelli che utilizzano minerali critici, non presenti con uniformità intorno al globo. La strada dell’autocrazia in questo ambito non è praticabile e, piuttosto, dovrebbe essere promossa un’interdipendenza funzionale ed efficace, a favore del pianeta. In questo senso, il patto energetico globale coinciderebbe con una tregua, vicina alla pace.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Maddalena Pezzotti" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2022/06/maddalena-pezzotti.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/maddalena-pezzotti/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Maddalena Pezzotti</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Esperta internazionale in inclusione sociale, diversità culturale, equità e sviluppo, con un&#8217;ampia esperienza sul campo, in diverse aree geostrategiche, e in contesti di emergenza, conflitto e post-conflitto. In qualità di funzionaria senior delle Nazioni Unite, ha diretto interventi multidimensionali, fra gli altri, negli scenari del Chiapas, il Guatemala, il Kosovo e la Libia. Con l&#8217;incarico di manager alla Banca Interamericana di Sviluppo a Washington DC, ha gestito operazioni in ventisei stati membri, includendo realtà complesse come il Brasile, la Colombia e Haiti. Ha conseguito un Master in Business Administration (MBA) negli Stati Uniti, con specializzazione in knowledge management e knowledge for development. Senior Fellow dell&#8217;Università Nazionale Interculturale dell&#8217;Amazzonia in Perù, svolge attività di ricerca e docenza in teoria e politica della conoscenza, applicata allo sviluppo socioeconomico. Analista di politica estera per testate giornalistiche. Responsabile degli affari esteri ed europei dell&#8217;associazione di cultura politica Liberi Cittadini. Membro del comitato scientifico della Fondazione Einaudi, area relazioni internazionali. Ha impartito conferenze, e lezioni accademiche, in venti paesi del mondo, su migrazioni, protezione dei rifugiati, parità di genere, questioni etniche, diritti umani, pace, sviluppo, cooperazione, e buon governo. Autrice di libri e manuali pubblicati dall&#8217;Onu. Scrive il blog di geopolitica &#8220;Il Toro e la Bambina&#8221;.</p>
</div></div><div class="saboxplugin-web "><a href="http://www.iltoroelabambina.it/" target="_self" >www.iltoroelabambina.it/</a></div><div class="clearfix"></div><div class="saboxplugin-socials sabox-colored"><a title="Facebook" target="_self" href="https://facebook.com/www.iltoroelabambina.it/" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-color"><svg class="sab-facebook" viewBox="0 0 500 500.7" xml:space="preserve" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><rect class="st0" x="-.3" y=".3" width="500" height="500" fill="#3b5998" /><polygon class="st1" points="499.7 292.6 499.7 500.3 331.4 500.3 219.8 388.7 221.6 385.3 223.7 308.6 178.3 264.9 219.7 233.9 249.7 138.6 321.1 113.9" /><path class="st2" d="M219.8,388.7V264.9h-41.5v-49.2h41.5V177c0-42.1,25.7-65,63.3-65c18,0,33.5,1.4,38,1.9v44H295  c-20.4,0-24.4,9.7-24.4,24v33.9h46.1l-6.3,49.2h-39.8v123.8" /></svg></span></a><a title="Instagram" target="_self" href="https://www.instagram.com/iltoroelabambina/" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-color"><svg class="sab-instagram" viewBox="0 0 500 500.7" xml:space="preserve" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><rect class="st0" x=".7" y="-.2" width="500" height="500" fill="#405de6" /><polygon class="st1" points="500.7 300.6 500.7 499.8 302.3 499.8 143 339.3 143 192.3 152.2 165.3 167 151.2 200 143.3 270 138.3 350.5 150" /><path class="st2" d="m250.7 188.2c-34.1 0-61.6 27.5-61.6 61.6s27.5 61.6 61.6 61.6 61.6-27.5 61.6-61.6-27.5-61.6-61.6-61.6zm0 101.6c-22 0-40-17.9-40-40s17.9-40 40-40 40 17.9 40 40-17.9 40-40 40zm78.5-104.1c0 8-6.4 14.4-14.4 14.4s-14.4-6.4-14.4-14.4c0-7.9 6.4-14.4 14.4-14.4 7.9 0.1 14.4 6.5 14.4 14.4zm40.7 14.6c-0.9-19.2-5.3-36.3-19.4-50.3-14-14-31.1-18.4-50.3-19.4-19.8-1.1-79.2-1.1-99.1 0-19.2 0.9-36.2 5.3-50.3 19.3s-18.4 31.1-19.4 50.3c-1.1 19.8-1.1 79.2 0 99.1 0.9 19.2 5.3 36.3 19.4 50.3s31.1 18.4 50.3 19.4c19.8 1.1 79.2 1.1 99.1 0 19.2-0.9 36.3-5.3 50.3-19.4 14-14 18.4-31.1 19.4-50.3 1.2-19.8 1.2-79.2 0-99zm-25.6 120.3c-4.2 10.5-12.3 18.6-22.8 22.8-15.8 6.3-53.3 4.8-70.8 4.8s-55 1.4-70.8-4.8c-10.5-4.2-18.6-12.3-22.8-22.8-6.3-15.8-4.8-53.3-4.8-70.8s-1.4-55 4.8-70.8c4.2-10.5 12.3-18.6 22.8-22.8 15.8-6.3 53.3-4.8 70.8-4.8s55-1.4 70.8 4.8c10.5 4.2 18.6 12.3 22.8 22.8 6.3 15.8 4.8 53.3 4.8 70.8s1.5 55-4.8 70.8z" /></svg></span></a></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/la-grande-battaglia-dellenergia/">La grande battaglia dell’energia</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>Amazon vs Commissione EU: 1 a 0 e palla al centro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gabriele Iuvinale]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 May 2021 17:59:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Diritto]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[amazon]]></category>
		<category><![CDATA[commissione europea]]></category>
		<category><![CDATA[gabriele iuvinale]]></category>
		<category><![CDATA[Tribunale]]></category>
		<category><![CDATA[unione europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Vinta la causa dinanzi il Tribunale dell&#8217;Unione europea. Non c&#8217; è stato nessun aiuto di stato illegittimo in favore della filiale lussemburghese del gruppo statunitense per 250 milioni di euro Amazon esce totalmente vittoriosa nei giudizi contro la Commissione Europea. Per il momento, non dovrà versare i 250 milioni di tasse al Lussemburgo. Sono state, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Vinta la causa dinanzi il Tribunale dell&#8217;Unione europea. Non c&#8217; è stato nessun aiuto di stato illegittimo in favore della filiale lussemburghese del gruppo statunitense per 250 milioni di euro</em></p>
<p>Amazon esce totalmente vittoriosa nei giudizi contro la Commissione Europea. Per il momento, non dovrà versare i 250 milioni di tasse al Lussemburgo. Sono state, infatti, annullate <a href="https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/ip_17_3701">entrambe le decisioni della Commissione EU</a> del 2007 secondo cui l&#8217;accordo fiscale tra il Gruppo USA ed il Granducato, intercorso nel 2003 e prorogato nel 2011, ritenuto contrario alle norme comunitarie antitrust, avrebbe consentito ad Amazon di pagare, illegittimamente, tasse sostanzialmente inferiori rispetto ad altre aziende.<br />
Secondo il Tribunale ( cause <a href="https://curia.europa.eu/juris/documents.jsf?num=T-318/18">T-816/17</a> e <a href="https://curia.europa.eu/juris/documents.jsf?num=T-318/18">T-318/18</a> ), dunque, la Commissione non ha dimostrato, in modo giuridicamente adeguato, che vi sia stata un’indebita riduzione dell’onere fiscale.</p>
<p><strong>Il fatto</strong><br />
A partire dal 2006, il gruppo Amazon ha proseguito le sue attività commerciali in Europa attraverso due società con sede in Lussemburgo, segnatamente la LuxSCS e la LuxOpCo, quest&#8217;ultima interamente controllata dalla prima.<br />
Tra il 2006 e il 2014, LuxSCS era la società che deteneva i beni immateriali necessari per le attività del gruppo Amazon in Europa. A tal fine, aveva stipulato vari accordi con talune entità americane del gruppo Amazon, in particolare accordi di licenza e di cessione di diritti di proprietà intellettuale preesistenti con Amazon Technologies, Inc. (ATI), nonché un accordo di ripartizione dei costi relativo al programma di sviluppo di tali beni immateriali con ATI e con una seconda entità, A.9.com, Inc.<br />
Attraverso questi accordi, LuxSCS aveva ottenuto il diritto di sfruttare alcuni diritti di proprietà intellettuale relativi, sostanzialmente, alla tecnologia, ai dati dei clienti e ai marchi, nonché di concedere in sub-licenza i beni immateriali in questione. A questo proposito, LuxSCS ha stipulato, in particolare, un accordo di licenza con LuxOpCo, in qualità di principale operatore delle attività commerciali del gruppo Amazon in Europa. In forza di tale accordo, LuxOpCo si è impegnata a pagare una royalty a LuxSCS quale contropartita per l&#8217;utilizzo dei beni immateriali.<br />
Il 6 novembre 2003, le autorità fiscali lussemburghesi hanno concesso al gruppo Amazon, in seguito a una richiesta di quest&#8217;ultimo, un ruling fiscale anticipato (tax ruling). Questa richiesta mirava ad ottenere la conferma del trattamento riservato a LuxOpCo e LuxSCS ai fini dell&#8217;imposta lussemburghese sul reddito delle società. Riguardo, più in particolare, alla determinazione del reddito imponibile annuale di LuxOpCo, il gruppo Amazon aveva proposto di effettuare il calcolo dell&#8217;importo cosiddetto di «libera concorrenza» della royalty dovuta da LuxOpCo a LuxSCS secondo il metodo del margine netto della transazione adottando LuxOpCo come «parte sottoposta a test»(tested party).<br />
l ruling fiscale confermava, da un lato, che LuxSCS non era soggetta all&#8217;imposta lussemburghese sul reddito delle società a causa della sua forma societaria e avallava, dall&#8217;altro, il metodo di calcolo dell&#8217;importo della royalty annuale dovuta da LuxOpCo a LuxSCS a titolo del suddetto accordo di licenza.<br />
Nel 2017, la Commissione europea ha dichiarato che, nella misura in cui aveva avallato il carattere di «libera concorrenza» del metodo di calcolo dell’importo della royalty dovuta da LuxOpCo a LuxSCS, il ruling fiscale, nonché l’attuazione annuale dello stesso dal 2006 al 2014, costituivano un aiuto di Stato ai sensi dell’articolo 107 TFUE e, precisamente, un aiuto incompatibile con il mercato interno.</p>
<p><strong>Il giudizio del Tribunale</strong><br />
Il Tribunale ricorda, innanzitutto, la giurisprudenza costante secondo la quale, ai fini dell’esame delle misure fiscali alla luce delle norme dell’Unione in materia di aiuti di Stato, l’esistenza stessa di un vantaggio può essere accertata soltanto rispetto a un livello di tassazione definito «normale».<br />
Per accertare se sussista un vantaggio fiscale, occorre quindi confrontare la situazione del beneficiario derivante dall’applicazione della misura in questione con quella dello stesso che si avrebbe in assenza della misura stessa ed in applicazione delle regole normali d’imposizione fiscale.<br />
A questo proposito, il Tribunale osserva che, quando una società fa parte di un gruppo, i prezzi delle operazioni infragruppo non sono stabiliti a condizioni di mercato. Tuttavia, quando le società integrate e le società autonome sono soggette all&#8217;imposta sulle società alle stesse condizioni in base al diritto nazionale, si può ritenere che tale diritto intenda tassare l’utile realizzato da tale società integrata come se esso derivasse da operazioni effettuate a prezzi di mercato.<br />
Inoltre, il Tribunale sottolinea che, nell&#8217;esaminare il metodo di calcolo dell&#8217;utile imponibile realizzato da una società integrata avallato da un ruling fiscale, la Commissione può dichiarare l&#8217;esistenza di un vantaggio solo se è in grado di dimostrare che eventuali errori metodologici, i quali, a suo parere, incidono sul calcolo dei prezzi di trasferimento, non hanno permesso di<br />
pervenire ad un&#8217;approssimazione affidabile di un risultato di libera concorrenza, ma, al contrario, ad una riduzione dell&#8217;utile imponibile della società interessata rispetto all&#8217;onere fiscale risultante da regole normali d’imposizione.<br />
Proprio alla luce di questi principi, il Tribunale arriva a censurare integralmente la validità dell&#8217;analisi compiuta dalla Commissione, concludendo che gli elementi di prova presentati dalla Commissione a titolo principale non consentivano di dichiarare che l&#8217;onere fiscale di LuxOpCo era stato artificiosamente ridotto a causa di una sovrastima della royalty.</p>
<p><strong>La reazione della Commissione Europea</strong><br />
La decisione del Tribunale non è stata presa favorevolmente dalla Commissione UE che, prontamente, ha affidato alla vicepresidente, Margrethe Vestager, una risposta ufficiale.<br />
“Tutte le aziende dovrebbero pagare la loro giusta quota di tasse. I vantaggi fiscali concessi solo a società multinazionali selezionate danneggiano la concorrenza leale nell&#8217;UE. Privano anche le casse pubbliche dei cittadini europei di fondi per investimenti tanto necessari per riprendersi dalla crisi del coronavirus e cogliere le doppie transizioni&#8221;<br />
<em>Come finirà la vicenda giudiziaria?</em><br />
Oggi è il primo tempo di una lunga partita. Se ci dovesse essere l&#8217;appello, si dovrà attendere il successivo vaglio della Corte di Giustizia Europa per chiudere definitivamente il match.<br />
Per il momento, però, 1 a 0 e palla al centro.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Gabriele Iuvinale" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2021/05/gabriele-iuvinale-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/gabriele-iuvinale/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Gabriele Iuvinale</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Avvocato, blogger. Si occupa di diritto, economia e politica.</p>
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		<title>La sveglia è squillata a Karlsruhe</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Raffaello Morelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 May 2020 16:46:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Diritto]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La sentenza della <strong>Corte Costituzionale tedesca</strong> di Karlsruhe emessa il 5 maggio sugli acquisti di titoli di stato effettuati del 2015 dalla BCE (il famoso Quantitative Easing introdotto da Draghi anni fa), ha come ovvio un forte impatto in Germania. Ma soprattutto è una sveglia per i sogni di quegli europeisti di facciata che, da decenni, vanno illudendo gli europei col dire che l’UE avrebbe una struttura costituzionale ad oggi inesistente. <span id="more-2239"></span></p>
<p>Infatti, al di là delle considerazioni di stretto ambito economico, la Corte Costituzionale tedesca ha sancito che in Germania spetta al Governo e al Parlamento verificare (sotto il definitivo giudizio che essa ne darà) se la BCE ha ben calcolato le conseguenze sul sistema degli acquisti che decide. Lo ha sancito dando alla BCE tre mesi di tempo per esplicitare il tipo di calcolo fatto e renderlo valutabile.</p>
<p>La sentenza di Karlsruhe qualche giorno dopo ha trovato una chiara conferma in un Comunicato Stampa della <strong>Corte di Giustizia UE (CURIA)</strong> . Sentendosi chiamata in causa perché accusata di non avere adeguatamente valutato la medesima materia in un giudizio del 2018, la CURIA ha proclamato di essere l’unica competente a constatare se un atto di un’istituzione dell’Unione sia contrario al diritto dell’Unione. Trascurando, in apparenza, che la critica della Corte di Karlsruhe è dal punto di vista del diritto tedesco. </p>
<p>Posto che, per un organo di un tale livello, sarebbe gravissimo non essersene resa conto, ciò testimonia un altro genere di errore. Ai massimi gradi dell’<strong>UE</strong> ci si è davvero convinti   che gli Stati membri siano obbligati a garantire la piena efficacia del diritto dell’UE. Solo che questo obbligo non c’è nelle decisioni costitutive assunte in tanti anni dai membri della CEE e poi dell’UE. E principalmente non c’è perché, da Maastricht (1992) in poi, si è scelta la frenesia del compiere atti analoghi a quelli fatti dagli Stati di una volta. Ai tempi in cui o le Costituzioni non c’erano proprio oppure erano concesse dalla magnanimità del Capo. Il voto dei cittadini non era previsto. Come non è stato davvero previsto nella frenesia UE dei decenni del dopo Maastricht. La sentenza di Karlsruhe ha detto basta e messo all’angolo gli europeisti di facciata.</p>
<p>‪L&#8217;UE o riprende ad essere una costruzione modellata sulla maturazione culturale dei cittadini europei e sulle loro conseguenti decisioni oppure diviene la solita ripetizione degli Stati quali sono esistiti nei secoli, quando contavano solo la forza e il potere. Il diritto europeo sovranazionale oggi non esiste, è solo un&#8217;invenzione delle elites che governano con le scorciatoie, nascondendo la realtà ai cittadini. La sentenza di Karlsruhe può servire a mettere tutti i 27 di fronte alla scelta ineludibile di cessare di fare i sudditi dediti al sogno e all&#8217;ossequio a quello che vogliono tutte le varie istituzioni elitarie che nessuno davvero elegge. ‬‬</p>
<p>Ed oggi, dopo l&#8217;evento Covid19, va preteso di adottare un criterio per cui ognuno dovrà contribuire alla libertà degli altri, in quanto le libertà sono materialmente interdipendenti seppur nella rispettiva autonomia. Per ottenere ciò occorre il tempo per far maturare la consapevolezza civile ed il lavoro politico culturale per esprimere di continuo una paziente determinazione. </p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2020/05/Morelli-e1475170558755.png" width="100"  height="100" alt="" itemprop="image"></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/raffaello-morelli/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Raffaello Morelli</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Nel corso dei decenni, ha svolto e scritto migliaia di interventi pubblici  ed articoli, ed è pure autore, da solo o quale coordinatore di gruppi più ampi,  di numerose pubblicazioni a carattere politico culturale, infine si è anche impegnato nella direzione de La Nuova Frontiera editrice, che, per un quarto di secolo, ha diffuso periodici e  volumi su tematiche liberali, e successivamente, in altre iniziative analoghe, tra cul la rivista Libro Aperto. Quanto si volumi più organici da lui curati, vi sono  “Cultura e politica  nell’impegno dei goliardi  indipendenti”  scritto insieme a Giuliano Urbani (1963), “43 tesi per una Presenza Liberale” (1968) redatto per il dibattito congressuale PLI,   “Il dissenso liberale è l’infaticabile  costruttore del sistema delle garanzie” (1970), molti documenti  del PLI in vista di Congressi , in particolare  “La Società aperta” (1986) che divenne parte integrante dello Statuto prima del PLI  e dopo della Federazione dei Liberali, relazioni introduttive alle Assemblee Nazionali FDL, il discorso introduttivo del Convegno  “La ricerca, un progetto per l’Italia” (2003) e negli anni più recenti  tre volumi, “Lo sguardo lungo” 2011 (manuale su vicende storiche, ragioni concettuali e prospettive attuali del separatismo Stato religioni),  “Le domande ultime e il conoscere nella convivenza” del 2012 , e infine “Per introdurre il tempo fisico nella logica della matematica e nelle strutture istituzionali” del 2016, gli ultimi due volumi inerenti radici e significato della metodologia politica individuale come strumento cardine nella convivenza tra diversi.</p>
<p><span>Ed inoltre ha pubblicato nel 2019 “Progetto per la Formazione delle Libertà” e  nel 2022  “Un’esperienza istruttiva”. In generale i suoi scritti ed interventi si trovano sul sito  </span><a target="_blank" rel="noopener" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?q=http://www.losguardolungo.it/biblioteca/&amp;source=gmail&amp;ust=1708787447634000&amp;usg=AOvVaw3Nn8N0xsxgMhrKu6ppwr2v">www.losguardolungo.it/biblioteca/</a></p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/la-sveglia-e-squillata-a-karlsruhe/">La sveglia è squillata a Karlsruhe</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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