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	<title>Democrazia Archivi - Einaudi Blog</title>
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	<description>Il blog della Fondazione Luigi Einaudi</description>
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	<title>Democrazia Archivi - Einaudi Blog</title>
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		<title>I comizi con “IO” e il finale del “NON” voto.  Il “neo” linguaggio della democrazia.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Angelo Lucarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 31 Dec 2022 17:15:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[angelo lucarella]]></category>
		<category><![CDATA[cicerone]]></category>
		<category><![CDATA[Democrazia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Cicerone ci ricorda le quattro virtù che l’espressione deve possedere (virtutes elocutionis): aptum (appropriatezza), puritas (correttezza lessicale e grammaticale), perspicuitas (chiarezza) e ornatus (eleganza). Se guardiamo indietro nel tempo, specie nella prima repubblica, una regola non scritta in politica era evitare il più possibile l’utilizzo della parola “Io” durante un comizio. Regola non scritta che diventava divieto assoluto [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/i-comizi-con-io-e-il-finale-del-non-voto-il-neo-linguaggio-della-democrazia/">I comizi con “IO” e il finale del “NON” voto.  Il “neo” linguaggio della democrazia.</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Cicerone ci ricorda le quattro virtù che l’espressione deve possedere (<em>virtutes elocutionis</em>): <em>aptum </em>(appropriatezza), <em>puritas</em> (correttezza lessicale e grammaticale), <em>perspicuitas</em> (chiarezza) e <em>ornatus</em> (eleganza).</p>
<p>Se guardiamo indietro nel tempo, specie nella prima repubblica, una regola non scritta in politica era evitare il più possibile l’utilizzo della parola “Io” durante un comizio. Regola non scritta che diventava divieto assoluto per l’attacco del discorso da offrire alla popolazione accorsa all’ascolto comiziale.</p>
<p>Pare assurdo pensare come questo modo di comportarsi politicamente, oggi costituisce invece uno dei principi cardine della comunicazione efficace.</p>
<p>A ben vedere si tratta di qualcosa che dai tempi di Cicerone (ma anche nel mondo socratico) si trascina sino alla contemporaneità. Si specifica la parola: si trascina.</p>
<p>Il motivo sta nell’evoluzione della lingua pubblica, non quella corrente (sono concetti differenti), dettata dall’approssimata educazione alla politica.</p>
<p>Senza sfociare nell’empirismo, è percepibile come (generazionalmente parlando) sia cambiata e mutata la qualità di <em>elocutio</em> della massa degli attori politici soprattutto: palpabile tutto ciò da quando i partiti hanno abdicato alla funzione formativa della classe dirigente, all’educazione civica dei sostenitori, all’essere d’ammirevole contenitore di sapere per chi volesse chiedere lumi circa qualcosa.</p>
<p>L’esempio classico che viene in mente è quando al termine dei comizi, Aldo Moro veniva avvicinato dalla folla non solo per una stretta di mano ma soprattutto per chiedere di “quel problema” che ci può dire Onorevole? Si creavano così le interazioni politico-cittadine il cui linguaggio del comiziante doveva esser forbito ma puntare a trasmettere un concetto semplice; cosa che, invece, la contemporaneità ci consegna in segno discutibile: la democrazia si sta abituando al banalismo del “non dire” cioè “all’IO sono come TE”.</p>
<p>Questo processo d’immedesimazione tra politico e cittadino è dannoso per due motivi: il primo perché non genera ammirazione tra il delegante (chi vota) e il delegato (chi si impegna a rappresentare); il secondo perché il politico, in quanto presumibilmente più industriato alla risoluzione dei problemi che il cittadino non può solo, deve aggiudicarsi la stima quale elemento durevole del rapporto elettorale.</p>
<p>La volatilità dei partiti, l’aleatorietà delle maggioranze, l’incertezza dell’impegno politico delle persone ha generato lo scemare dei processi di stima che sono relazioni necessarie sociologicamente per il fine elettorale stesso.</p>
<p>Il risultato di questa falla del linguaggio è il come si sia giunti a legittimare e considerare attendibile un impianto politico basato sul monovocabolismo: il memorabile “vaffa”.</p>
<p>Il pensiero, se vaffalogico, non è più tale, ma diventa la predizione politica del “NON voto” nella misura in cui esso ha rappresentato e rappresenta proprio quel distacco voraginoso tra chi va sul palco e chi dal palco trae consapevolezza per andare a votare.</p>
<p>Il retroterra di quest’ultimo passaggio consiste nel fatto che quando nessuno più va ai comizi (social a parte), quando nessuno più si affaccia in una sede di partito, quando nessuno più chiede conto alla politica di quel determinato problema, ma solamente si sfoga su di essa come se fosse ad un incontro di boxe, allora, non ha perso il linguaggio, ma hanno perso le relazioni umane.</p>
<p>D&#8217;altronde il linguaggio, anche in politica, è o non è funzionale se esistono le relazioni? Gli elettori di oggi sono affamati di ascolto? La politica di oggi è affamata di persuasione?</p>
<p>Sono domande complementari perché essere politicamente affamati è cosa diversa dall’aver fame politica. Nel primo caso la parola buona è il perno, nel secondo caso subentra la corruzione mentale: cioè il monovocabolismo docent.</p>
<p>Torna utile, su questo concetto, Cicerore (<em>De Oratore</em> 3, 14, 53):</p>
<p><em>“Quale oratore suscita un brivido negli uomini? </em></p>
<p><em>Quale oratore è osservato con ammirato stupore? </em></p>
<p><em>Quale oratore strappa grida di ammirazione? </em></p>
<p><em>Quale oratore è ritenuto un dio tra gli uomini? </em></p>
<p><em>L’oratore i cui discorsi sono chiari, ordinati, copiosi, splendidi sia per contenuto sia per forma; l’oratore che anche nella prosa crea un ritmo quasi poetico: questo è lo stile che io chiamo ornato.</em></p>
<p><em>L’oratore che pronuncia la sua orazione adeguandosi all’importanza dei fatti e delle persone merita lode per quel genere di dote che io chiamo convenienza e congruenza”.</em></p>
<p>Ecco, che democrazia siamo diventati per aver ammirato un Vaffa?</p>
<p>L’immedesimazione politica ha ucciso il linguaggio della democrazia, nella democrazia, per la democrazia. Toccando così la pancia del popolo.</p>
<p>Per questo, una volta, i partiti avevano il ruolo cosciente e consapevole (che dovrebbero avere tuttora come vuole la Costituzione) di dover addolcire il malessere, di dover disinnescare le micce repulsive nella società fungendo da figure di traduzione tra il bisogno e il normabile.</p>
<p>Perché quando le norme diventano l’oggetto del bisogno stesso possiamo stare certi che la corsa elettorale non è più a chi ha il programma migliore e davvero fattibile, ma a chi la spara più grossa.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Angelo Lucarella" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2020/10/angelo-lucarella-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/angelo-lucarella/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Angelo Lucarella</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Avvocato, saggista, già vice presidente coord. della Commissione Giustizia del Ministero dello Sviluppo Economico.<br />
Delegato italiano (under 40) al G20 Amburgo 2022 industria, imprese e sviluppo economico organizzato da compagini industriali/imprese dei Paesi partecipanti con Ministero economia tedesco.</p>
<p>Docente aggiunto a.c. in Diritto tributario dell&#8217;impresa e Diritto processuale tributario &#8211; Dipartimento Economia, Management, Istituzioni presso l&#8217;Università degli studi di Napoli Federico II.<br />
Componente di cattedra in &#8220;Diritto e spazio pubblico&#8221; &#8211; Facoltà di Scienze Politiche presso Università degli studi internazionali di Roma.<br />
Componente del tavolo di esperti per gli studi sul “reddito universale” &#8211; Dipartimento di Scienze Politiche Università internazionale per la Pace dell&#8217;ONU (sede di Roma).<br />
Direttore del Dipartimento di studi politici, costituzionali e tributari &#8211; Università Federiciana popolare.</p>
<p>Consigliere della &#8220;Commissione Etica ed Affari Legali&#8221; in seno al Comitato tecnico legale della Federazione Italiana E-Sports.<br />
Componente del comitato scientifico della rivista @Filodiritto per l&#8217;area &#8220;socio-politica&#8221;.<br />
Founder di @COLTURAZIONE</p>
<p>Pubblicazioni principali:<br />
&#8211; &#8220;Opere edilizie su suolo privato e suolo pubblico. Sanzioni penali e profili costituzionali&#8221; (Altalex editore, 2016);<br />
&#8211; &#8220;I sistemi elettorali in Italia: profili evolutivi e critici&#8221; (Pubblicazioni Italiane, 2018 &#8211; testo in collettanea);<br />
&#8211; &#8220;L&#8217;inedito politico costituzionale del contratto di governo&#8221; (Aracne editrice, 2019);<br />
&#8211; &#8220;Dal contratto di governo al governo da contatto&#8221; (Aracne editrice, 2020);<br />
&#8211; &#8220;Nessuno può definirci. A futura memoria (il tempo del coraggio). Analisi e riflessioni giuridiche sul D.d.l. Zan&#8221; (Aracne editrice, 2021 &#8211; testo coautoriale);<br />
&#8211; &#8220;Amore e Politica. Discorso sulla Costituzione e sulla Dignità dell&#8217;Uomo&#8221; (Aracne editrice, 2021);<br />
&#8211; &#8220;Draghi Vademecum. La fine del governo da contatto. Le sfide del Paese tra dinamiche politiche e districamenti sul fronte costituzionale&#8221; (Aracne editrice, 2022).</p>
<p>Ultima ricerca scientifica &#8211; &#8220;La guerra nella Costituzione ucraina&#8221; &#8211; pubblicata su Alexis del GEODI (Centro di ricerca di Geopolitica e Diritto Comparato dell&#8217;Università degli studi internazionali di Roma).</p>
<p>Scrive in borderò per Italia Oggi e La Ragione ed è autore su La Voce di New York (columnist), Il Riformista, Affari italiani (editoriali), Formiche, Il Sole 24 Ore, Filodiritto (curatore della rubrica Mondovisione), Cercasi un Fine e sul blog di Fondazione Luigi Einaudi.</p>
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		<title>Individualismo e democrazia in Whitman ed Emerson</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Elio Cappuccio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Jan 2022 16:56:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[aristotele]]></category>
		<category><![CDATA[Democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[elio cappuccio]]></category>
		<category><![CDATA[individuo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nella cultura americana è sempre stata viva l’esigenza di coniugare la difesa delle libertà individuali con l’uguaglianza, come dimostrano i versi di Walt Whitman, che rappresentano la più alta espressione poetica dell’ethos democratico.  Tutto è per gli individui, scriveva in Presso la riva dell’Ontario azzurro, “tutto è per te, / nessuna condizione è interdetta, né [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Nella cultura americana è sempre stata viva l’esigenza di coniugare la difesa delle libertà individuali con l’uguaglianza, come dimostrano i versi di Walt Whitman, che rappresentano la più alta espressione poetica dell’<em>ethos</em> democratico.  Tutto è per gli individui, scriveva in <em>Presso la riva dell’Ontario azzurro</em>, “tutto è per te, / nessuna condizione è interdetta, né solo di Dio o di altri”. Nella democrazia Whitman riconosce “In fondo a tutto, individui”. Il patto americano, scrive, “è in senso assoluto con gli individui, / il solo governo è quello che prende nota degli individui” e l’intera concezione dell’universo converge su “di un singolo individuo – precisamente su Te “.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’identificazione whitmaniana dell’America con lo spirito democratico, condivisa da John Dewey, è stata messa in luce anche da Richard Rorty, secondo cui la democrazia era, per Whitman, una parola la cui storia “rimane ancora da scrivere, perché quella storia dev’essere ancora messa in scena”.  In questa direzione Whitman incontra la filosofia hegeliana della storia, che diviene “la temporalizzazione di ciò che Platone, e ancora Kant, cercavano di eternizzare”. Come ha evidenziato ancora Rorty, Whitman sosteneva che le opere di Hegel, intese come un “un preludio alla saga americana”, avrebbero meritato di essere “raccolte e rilegate sotto il titolo, in bella evidenza, <em>Indicazioni per l’uso del Nord America e della democrazia in essa</em>”.</p>
<p>L’interesse per Hegel non poteva condurre Whitman verso lo Stato etico, incompatibile con l’individualismo liberaldemocratico, ma saranno state alcune pagine delle <em>Lezioni sulla filosofia della storia </em>ad attirare la sua attenzione. Qui Hegel, delineando i progressi della libertà, indica, infatti, l’America come il luogo del futuro, “il paese dell’avvenire”, verso cui “si rivolgerà l’interesse della storia universale”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Quel che conta, per Whitman, al di sopra dei diversi sistemi filosofici, è, secondo Martha Nussbaum, “l’amore umano e la nostra capacità di esprimerlo”. Ripercorrendo un cammino che da Platone lo ha condotto a Hegel, Whitman riconosce infatti che il rapporto empatico con gli altri deve prevalere sulla riflessione teoretica e anche sulla religione.  Oltre Cristo, scrive, “il divino io vedo, \ il tenero amore dell’uomo per il suo camerata, l’attrazione dell’amico per l’amico, \ del marito e della moglie bene assortiti, dei figli e dei genitori \ della città per la città, del paese per il paese”. In questi versi, scrive Nussbaum, si esprime la volontà di Whitman di considerare la sua metafisica dell’amore come “l’autentica base della metafisica religiosa”. Nel solco della tradizione   filosofica greca e cristiana, conclude Nussbaum, Whitman cercherebbe così di creare “un cosmo alternativo, democratico, in cui alle gerarchie delle anime si sostituisce il corpo democratico degli Stati Uniti, che egli definisce un immenso poema”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In questo <em>corpo democratico</em> convergono le vite e le passioni dei singoli individui. Withman, come sostiene Nadia Urbinati, “estese la democrazia alla sfera del privato, alla psicologia e alla morale. Nessuno era escluso dai suoi canti, e a tutte le emozioni, i caratteri, gli stati mentali, le passioni egli concedeva <em>un voto</em>. Elencandoli, affastellandoli l’uno accanto all’altro, Withman di fatto dichiarava che tutti erano degni di uguale rispetto, gli atti eroici e virtuosi quanto quelli banali, comuni, sordidi”.</p>
<p>Nella capacità empatica del poeta di <em>vedere dentro</em>, Martha Nussbaum trova la ricchezza che l’immaginazione letteraria può offrire al mondo della politica per affrontare il disagio sociale e le diverse forme di esclusione. In <em>Il canto di me stesso</em> Whitman propone, in versi, il suo “lasciapassare della democrazia” : “ Non accetterò nulla di cui tutti non possano avere il \ corrispettivo alle stesse condizioni”, scrive, proponendosi di dare espressione alle  “molte voci a lungo silenti, \ voci dell’interminabile generazione di prigionieri e di schiavi \ voci degli ammalati, dei disperati, dei ladri, […]   voci proibite, \ voci di sessi e lussurie”.  Ecco perché può dire di sé “Io son quegli che attesta la simpatia”, e può svelare la sofferenza che il silenzio spesso nasconde.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In questi versi, commenta Martha Nussbaum, Whitman identifica la sua missione di poeta con la democrazia: “E’ una missione -scrive- che comporta immaginazione, immedesimazione, simpatia, voce. Il poeta è lo strumento per mezzo del quale le <em>molte voci a lungo silenti</em> degli esclusi rimuovono il velo e vengono alla luce”. Solo l’immaginazione poetica può offrire allora una visione corretta della realtà delle loro vite, divenendo “un tramite decisivo per l’uguaglianza democratica”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La filosofa americana ritiene che l’immaginazione poetica di Whitman sia essenziale per la formazione di una razionalità pubblica, tanto sul piano etico-politico quanto sul piano giuridico, dal momento che “la simpatia dello spettatore imparziale, da sola, non detta alcun esito specifico in alcuna particolare causa legale”. La nozione whitmaniana di <em>giustizia poetica</em> potrebbe allora venire incontro, secondo Nussbaum, ai limiti di una concezione esclusivamente formale del diritto. Un giudice che si aprisse a questo approccio potrebbe allora, come Whitman, vedere “nei fili d’erba la pari dignità di tutti i cittadini”. Se fantasia ed empatia non avranno diritto di cittadinanza nelle aule di tribunale, prosegue Nussbaum, “le voci <em>a lungo</em> <em>silenti</em> che cercano di farsi sentire per mezzo della loro giustizia rimarranno silenti, e l’<em>alba </em>del giudizio democratico rimarrà <em>velata</em>. Se manca questa capacità, l’<em>interminabile generazione di prigionieri e di schiavi</em> continuerà a soffrire intorno a noi e avrà minori speranze di libertà”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Queste considerazioni rinviano a un passo di Aristotele, che, nella <em>Retorica</em>, utilizza il concetto di equità per indicare una forma di giustizia “che va oltre alla legge scritta”. Essere equi, scrive il filosofo greco, “significa essere indulgenti verso i casi umani, cioè badare “non alla lettera della legge, ma allo spirito del legislatore; e non all’azione ma al proponimento, e non alla parte ma al tutto, e non a come è ora l’imputato, ma come è stato sempre e per lo più”.  Solo la capacità intuitiva ed empatica del giudice può cogliere, come ha rilevato Nussbaum, la complessità del mondo interiore del cittadino.  L’individualismo di Whitman non si pone dunque a fondamento di un culto aristocratico, ma si apre alla dimensione sociale, senza cedere ai richiami del comunitarismo, in cui il singolo rischia di annullarsi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>È facile vivere nel mondo accettando l’opinione della moltitudine, scrive Ralph Waldo Emerson, o vivere in solitudine rimanendo coerenti con le proprie convinzioni, “ma l’uomo grande è quello che nel bel mezzo della mischia mantiene con perfetta serenità l’indipendenza della solitudine”.</p>
<p>Se, per Emerson, dobbiamo renderci autonomi da ogni forma di soggezione nei confronti dell’autorità o della tradizione, dobbiamo anche essere capaci di rimettere in discussione noi stessi. Quando le nostre decisioni saranno libere, “saranno armoniche, per quanto dissimili esse possano sembrare” e, viste a distanza, mostreranno “una sola tendenza che le unisce tutte. […]  La rotta della nave migliore è una linea a zig zag di centinaia di piccole deviazioni. Guardate la sua linea da una distanza sufficiente, ed essa si raddrizzerà nella tendenza media”. Un’azione genuina si spiegherà se stessa, sostiene Emerson, mentre il conformismo “non spiegherà niente”. Insisti su te stesso, ammoniva, “non imitare mai”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questa scelta di radicale autonomia richiede personalità forti, ma non Super-uomini. Nell’immagine della nave che segue una rotta a zig zag, si riconosce lo spirito critico del pensiero di Emerson, e la sua fiducia nell’individuo, che può essere libero solo in quanto il suo agire non è eterodiretto.</p>
<p>L’antidoto all’uniformità non può allora essere costituito per Emerson, come per Whitman, dal rifugio in una dimensione comunitaria pre-moderna. L’unione è perfetta, scriveva Emerson, “soltanto quando tutti gli aderenti sono isolati. È l’unione degli amici che vivono in quartieri o città diverse. Chi tenta di unirsi ad altri, scopre di essere diminuito nelle sue proporzioni; e più stretta è l’unione più egli è piccolo e pietoso”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Non ci sono fatti sacri né profani per Emerson, che dichiara di scegliere “una ricerca senza fine, senza un passato alle spalle”. Ogni atto finale è, per lui, “solo il primo di una nuova serie, ogni legge generale soltanto un fatto particolare di qualche legge più generale che sta per dischiudersi. Perché non abbiamo esterno, non abbiamo mura che ci racchiudono, non abbiamo circonferenza”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Queste tesi di Emerson sono dunque in netto contrasto con chi, come Alasdair MacIntyre, colloca in primo piano l’appartenenza “a questo clan, a quella tribù, a questa nazione”, contrapponendosi all’individualismo che, a suo avviso, vorrebbe liberarsi dal retaggio della tradizione. Tradizione che potrebbe sopravvivere, secondo MacIntyre, solo in piccoli gruppi, simili alle comunità monastiche medioevali. Emerson vide nelle espressioni dell’associazionismo forme di <em>self-government</em>, piuttosto che segni di appartenenza o nostalgici ritorni al Medioevo. L’individualismo rappresentò per lui, come per Withman, una difesa dell’autodeterminazione dei singoli, con finalità non utilitaristiche o solipsistiche, ma inclusive.</p>
<p>.</p>
<p>Nelle democrazie, ha scritto Nadia Urbinati, “fazioni, sette, mode, conformità ci attirano a sé e ci chiedono il nostro consenso, la nostra arrendevole identificazione. La <em>fiducia in se stessi</em> presuppone una condizione di adesione e di disimpegno a un tempo, di ricettività ma anche di distacco e distanza”.  Ripensare oggi la <em>Fiducia in sé stessi </em>di Emerson può consentirci di difenderci dalle nuove forme di omologazione, nella consapevolezza che solo cittadini che possiedano la capacità di autodeterminarsi sono in grado di dar vita a quel <em>Corpo democratico </em>che animava la poesia civile  di Walt Whitman.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Testi citati</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Whitman, <em>Foglie d’erba</em>, trad. it., Einaudi, Torino, 1965.</p>
<p>Rorty, <em>Una sinistra per il prossimo secolo. L’eredità dei movimenti progressisti americani nel Novecento</em>, trad. it., Garzanti, Milano, 1999.</p>
<p>W. F. Hegel, <em>Lezioni sulla filosofia della storia</em>, 4 voll., trad. it. La Nuova Italia, Firenze, 1975, vol. I.</p>
<p>Nussbaum, <em>Il giudizio del poeta. Immaginazione letteraria e vita civile</em>, trad. it., Feltrinelli, Milano, 1995.</p>
<p>Id., <em>L’intelligenza delle emozioni</em>, trad. it., Il Mulino, Bologna, 2011.</p>
<p>Aristotele, <em>Retorica</em>, trad. it. in<em> Opere</em>, 4 voll., vol. IV, Laterza, Roma-Bari, 1973.</p>
<p>Urbinati, <em>L’individualismo democratico. Emerson, Dewey e la cultura politica americana</em>, Donzelli, Roma, 2009.</p>
<p>W. Emerson, <em>Saggi</em>, Boringhieri, Torino, 1962.</p>
<p>Id., <em>Il trascendentalista e altri saggi scelti</em>, Mondadori, Milano, 1989.</p>
<p>MacIntyre, <em>Dopo la virtù. Saggio di teoria morale</em>, trad. it., Armando, Roma, 2007.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Elio Cappuccio" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2022/10/elio-cappuccio.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/elio-cappuccio/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Elio Cappuccio</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>È presidente del Collegio Siciliano di Filosofia. Insegna Storia della filosofia moderna e contemporanea presso l’Istituto superiore di scienze religiose San Metodio. Già vice direttore della Rivista d’arte contemporanea Tema Celeste, è autore di articoli e saggi critici in volumi monografici pubblicati da Skira e da Rizzoli NY. Collabora con il quotidiano Domani e con il Blog della Fondazione Luigi Einaudi.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/individualismo-e-democrazia-in-whitman-ed-emerson/">Individualismo e democrazia in Whitman ed Emerson</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<item>
		<title>L’ombra lunatica di una democrazia in ostaggio</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/lombra-lunatica-di-una-democrazia-in-ostaggio/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Giannubilo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Oct 2021 21:32:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni]]></category>
		<category><![CDATA[francesco giannubilo]]></category>
		<category><![CDATA[italia]]></category>
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		<category><![CDATA[sinistra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La sinistra italiana dalla rivoluzione sognata alla rivoluzione possibile E’ di questi giorni un fantasmagorico gongolare della sinistra nostrana, eccitata da un insperato successo elettorale nelle appena passate consultazioni amministrative, ascrivibile soprattutto ad un accentuato astensionismo, che di certo ha interessato in modo particolare l’area di centrodestra, alla scelta di candidati forse non sempre all’altezza [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>La sinistra italiana dalla rivoluzione sognata alla rivoluzione possibile</strong></em></p>
<p>E’ di questi giorni un fantasmagorico gongolare della sinistra nostrana, eccitata da un insperato successo elettorale nelle appena passate consultazioni amministrative, ascrivibile soprattutto ad un accentuato astensionismo, che di certo ha interessato in modo particolare l’area di centrodestra, alla scelta di candidati forse non sempre all’altezza delle situazioni, all’ondeggiare di alcune politiche, in particolar modo in tema di pandemia o di <em>green pass</em>, probabilmente non del tutto condivisibili da tanti elettori, e via dicendo. Ma, posto che non rientra nelle finalità di questo scritto indagare su tale versante, v’è che la cultura liberal-democratica, di cui la mentalità provinciale e mediocre dell’Italia contemporanea ha un disperato bisogno, continua ad essere evocata, però resta sempre minoritaria.</p>
<p>Alla flessione, peraltro anche psicologica, dell’area di centrodestra nel suo complesso, fa dunque da contraltare una sinistra compiaciuta, esultante e tracotante più che mai, una sinistra che ha descritto l’intero itinerario del Partito comunista italiano, che via via mutava soltanto la sua etichetta e il cui gradualismo, che si risolveva nella formula della togliattiana “democrazia progressiva”, mirava in realtà alla realizzazione di una radicale trasformazione sociale in una democrazia di marca leninista.  Una sinistra che, con le sue strategia di lotta, metabolizzata ormai la fine del sogno rivoluzionario in termini di rivoluzione mancata e/o di rivoluzione tradita, ha dipanato, sin dal dopoguerra, un lungo, macabro filo rosso, che in tutti questi decenni  l’ha portata subdolamente ad infiltrarsi in tutti gli ambiti del potere, del sottopotere e di tutti i suoi recessi, dello Stato e di tutti i suoi apparati &#8211; amministrativi, giudiziari, burocratici &#8211; lo specchio fedele di un’Italia in disfacimento, della cultura e della società civile. Ma, al presente, tutto ciò non le basta più! Al compimento della sua spettrale traiettoria rivoluzionaria, una vera e propria galleria degli orrori, si pone ora la pretesa del possesso delle coscienze di tutti, la realizzazione di un sogno ovvero la instaurazione di una democrazia totalitaria perfetta, che trova la sua vera ragion d’essere fondamentalmente nel marchio d’infamia apposto sulla destra, con l’incessante gracidio su presunti pericoli di rigurgiti fascisti, che nulla hanno a che vedere con l’ideologia portante dell’intero schieramento di centrodestra e interessano semmai solo alcune frange estreme di stampo sostanzialmente delinquenziale piuttosto che politico. Insomma, l’imposizione <em>ex lege</em> di un “<em>politically correct</em>” che non tollera disapprovazioni e che giustifica persino provvedimenti che minacciano di restringere sempre più la libertà di opinione, di espressione e di pensiero, contro i quali si levano delle voci, ma sempre più flebili, di spiriti liberi, purtroppo poco influenti di fronte alle schiere sempre più agguerrite di politici e di intellettuali politicamente corretti. Un “<em>politically correct</em>” che non ammette dissensi sulle scellerate politiche immigratorie tanto care alla sinistra, intrise di una subcultura assassina della democrazia liberale, terzo/quartomondista, disfattista e buonista d’accatto, una sinistra che etichetta come zombi quanti non si adeguano ad una <em>civic culture </em>egemone, che poi è quella della delegittimazione dello Stato nazionale &#8211; ma gli Stati europei esistono ancora &#8211; sovrano nei suoi confini, laico e liberale: lo Stato moderno per eccellenza, liberale e laico, lo Stato che nasce appunto con la fine delle guerre di religione e la pace di Westfalia del 1648. Ma tutto ciò, senza alcuno sforzo di intelligenza della complessa questione migratoria, viene semplicemente bollato sprezzantemente come “populismo sovranista” in nome di un vertiginoso universalismo neo-illuminista che sta distruggendo la storicità come comprensione del passato, finalizzata altresì ad una più solida progettazione dell’avvenire.</p>
<p>Ma non è tutto poiché, in uno stato di lucida follia, il politicamente corretto include nuovi trend sessuali piuttosto discutibili, edulcorate immagini di integrazione sociale o nuovi archetipi scolastici o di sviluppo evanescenti o riprese economiche spesso solo leggendarie o immagini di nuove realtà sociali da prendere a modello; ad esempio, la mitteleuropea città di Milano, una nuova “Milano da bere”, guidata da un primo cittadino ispirato da un sinistroide spirito progressista, illuminato e politicamente <em>trendy</em>, la città dove dominano, a dirla con Vittorio Feltri, pidocchietti e fighetti rossi o ex rossi ora rosa, monopattini e piste ciclabili nonché qualsiasi manifestazione postsessantottina.</p>
<p>E’ su questo terreno putrido della fatuità e della disonestà intellettuale che la sinistra, dunque, pure con le sirene ormai stonate dell’antifascismo e di un presunto pericolo fascista in agguato, solo funzionale alla sua sopravvivenza e all’innesto di un terrificante biopotere, svolge la sua azione di disgregazione del tessuto sociale. E in tutto questo pidocchiume di lacchè ora diventati padroni, ogni cosa rimane come prima! Con le rivelazioni del caso Palamara, in qualsiasi altro Paese sarebbe esploso un terremoto istituzionale che avrebbe coinvolto <em>in primis</em> buona parte della Magistratura e i suoi corifei e fiancheggiatori politici: invece nulla! Cosicché questa democrazia, già di per sé fragile e malata di un popolo pur esso malato, ora più che mai, a prescindere da risultati elettorali, è tenuta in ostaggio da una sinistra in preda ad una penosa dissociazione cognitiva, una prigionia che dura da oltre mezzo secolo ma che adesso si rivela sempre più pervasiva, pervicace e pervertita. Una democrazia su cui è scesa un’evanescente ombra lunatica, ma non per questo meno insidiosa. Una democrazia in cui anche i caduti sono diventati solo stracci senza memoria ingoiati dall’oblio!</p>
<p>E’ proprio l’ambiguità, la tenebrosità dell’attuale dimensione comunitaria ad opera di questa sinistra noumenica a produrre anomia e conflittualità, a frammentare il Paese in parti non più avverse ma nemiche, a eccitare le passioni ideologiche fra persone che non si sentono più legate da vincoli ideali comuni e dal dovere di reciproca tolleranza: da “non amici”, dunque, a veri e propri nemici!</p>
<p>Ma in siffatto cupo scenario, denso di incognite, anche il percorso politico, spirituale e intellettuale della destra è stato spesso rapsodico e frammentario. Se lo psicodramma della sinistra è stato &#8211; e lo è ancora &#8211; un pezzo essenziale del dramma di questo Paese, l’insuccesso della destra ha rappresentato, come già dicevo nel precedente scritto, non soltanto una sconfitta politica, ma anche uno smacco culturale che si identifica con l’eclissi del pensiero liberale dell’Italia repubblicana e vani sono stati i tentativi, sin dai primi passi della Repubblica, di una <em>reductio ad unicum </em>di tutte le forze di destra.</p>
<p>Oggi più che mai, dunque, a fronte della tela dilacerata di questa nazione, ad opera di una <em>clacque </em>massacratrice dello Stato nazionale, e dell’irrinunciabile valenza della democrazia liberale &#8211; atteso che i valori del liberalismo, come metodo e come dottrina della libertà, sono ormai ampiamente condivisi al di là di pur sussistenti lievi differenziazioni &#8211; si rende assolutamente indispensabile un ricompattamento di tutte i partiti e movimenti di centrodestra in una “Grande Destra” che possa efficacemente reagire al pattume, alle turpi provocazioni orchestrate dal regime e al discredito continuo che le vengono scaricati addosso in uno al convincimento, riveniente da una soggezione psicologica e culturale verso la sinistra, che il nostro ruolo debba essere quello di agnelli sacrificali.</p>
<p>Un’azione politica complessiva orientata verso un “principio di realtà” contiguo all’idea di ordine, atteso che libertà e democrazia come “punto di arrivo” di una progressione non possono sussistere senza un significativo punto di partenza che risiede appunto nel concetto di ordine. Certamente il “principio di realtà”, in special modo in una società complessa e multiforme come quella attuale, impone anche di uscire dall’ iperuranio dei “principi” per calarsi nel momento arazionale che si pone dietro il confronto con i valori alti della politica: insomma, un liberalismo realistico che riesca ad assicurare la protezione della libertà, ma non quella formale bensì quella sostanziale, a fronte dell’aggressione della sinistra volta alla conquista di tutto e di tutti, persino nelle coscienze, in uno alla richiesta di estinzione delle libertà e all’elevazione di uno Stato assoluto a Moloch inesorabile.</p>
<p>Per noi liberali, atteso che l’attività politica trova fondatamente la sua premessa nello spirito etico, ne discende che essa diviene pure il suo strumento attuativo dotato di una sua moralità, ma non una moralità come concezione governamentale tipica della sinistra, la quale sta imponendo appunto una propria etica fattuale &#8211; governativa, dionisiaca e delirante &#8211; tipica di un regime solfureo e totalitario, che esclude chiunque non si lasci avvolgere dal suo biopotere, in una crociata da “nuovi mistici”.</p>
<p>Questo “sistema democratico”, dunque, pervertito e invertito, tragico e grottesco allo stesso tempo, così pervicacemente animato da una sinistra imprigionata in un’identità irrisolta, in un’appartenenza sospesa e in sue ambiguità retoriche, disancorato dal terreno solido della <em>civitas</em> &#8211; dove nascono valori e cultura, costumi e disposizioni interiori che, secondo l’etica crociana, ingenerano il rispetto delle leggi e un’etica della responsabilità che le rende efficaci &#8211; è la morte suicida della ragione.</p>
<p>Ostaggio di questa sinistra, oscurato nella sua dimensione comunitaria e slegato dai valori liberali &#8211; che costituiscono poi i fondamenti della forma di Stato di democrazia classica occidentale, nelle sue versioni di governo monarchico o repubblicano &#8211; questo sistema democratico, pertanto, è destinato a diventare autofagico e <em>in articulo mortis </em>di questa squinternata Repubblica &#8211; nata tra equivoci e contraddizioni e finita tra invettive e lacerazioni &#8211; sarà troppo tardi per invocare quel Nestore “<em>degli achei inclita luce</em>”, troppo tardi per chiederci non solo cosa abbia fatto la politica per noi ma cosa abbiamo fatto anche noi per la politica mentre la nave trasportava il cadavere della nazione. Sarà troppo tardi per spiegarci il senso di inutilità e di frustrazione di fronte alla tragedia di questa Italia!</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Francesco Giannubilo" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2021/01/francesco-giannubilo-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/francesco-giannubilo/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Francesco Giannubilo</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Francesco Giannubilo, laurea Scienze Politiche ed ex dirigente della P.A., si occupa di studi storico-politici dell’età contemporanea. Pubblicista su testate provinciali e su “l’Opinione delle Libertà” nazionale, dopo la ricerca “Aspetti della politica italiana 1920-1940” (2013), il saggio “DALLA DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA ALLA DEMOCRAZIA LIQUIDA (O LIQUEFATTA?)” (2015).</p>
<p>Ha pubblicato: “L’ITALIA CHE (NON) CAMBIA (2010), assieme di considerazioni etico &#8211; politiche sull’impossibilità del riformismo in Italia; “1848-1870 IL RISORGIMENTO INCOMPIUTO” (2011), una riflessione sullo sviluppo storico in Italia in termini di continuità con il processo risorgimentale; “1939-1940 IL MONDO CATTOLICO ALLA SUA SVOLTA?” (2012), un profilo critico sugli atteggiamenti del mondo cattolico dagli inizi del Novecento fino all’entrata in guerra dell’Italia.</p>
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		<title>La volontà popolare, ovvero dell’eterna finzione per abbattere le sfumature liberali della democrazia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Carlo Marsonet]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 Nov 2019 15:14:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Costume e società]]></category>
		<category><![CDATA[Democrazia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La più emblematica cifra della politica contemporanea è l’appello costante, esasperante, martellante al popolo. Del resto, si dirà, semplificando e anche un po’ banalizzando, non è forse la democrazia quella forma di regime politico in cui è il popolo a essere sovrano e, pertanto, spetta a lui decidere su tutto? Da sempre questo è l’argomento [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La più emblematica cifra della politica contemporanea è l’appello costante, esasperante, martellante al popolo. Del resto, si dirà, semplificando e anche un po’ banalizzando, non è forse la democrazia quella forma di regime politico in cui è il popolo a essere sovrano e, pertanto, spetta a lui decidere su tutto? Da sempre questo è l’argomento su cui si fa leva, in definitiva, per limitare la libertà individuale. Evidentemente, dacché le masse sono entrate in politica e si è così verificata quella che Mannheim chiamava la “democratizzazione fondamentale”, non si può evitare di includerle direttamente nel campo della politica.</p>
<p><span id="more-1969"></span></p>
<p>Del resto, se così non fosse, ci troveremmo ancora in un ordinamento del tipo ancien régime in cui solo una sparuta minoranza di persone conta davvero e costituisce una nazione. Fortunatamente non è più così. Epperò, non è tutto oro quel che luccica. Infatti, il processo di democratizzazione comporta un abbassamento complessivo della qualità dell’elemento umano. Per far sì che tutti più o meno raggiungano un livello accettabile di istruzione, occorre abbassare l’asticella. Ciò, come risulta piuttosto chiaro a chi vuol vedere la realtà per ciò che è, costituisce un immane problema. Infatti, il livellamento onnipervasivo indebolisce in definitiva la capacità individuale di comprensione e riflessione, elementi fondamentali per una persona, prima ancora che cittadino, in grado di fare i conti con l’effettivo funzionamento della società. Ma non solo. L’eguagliamento delle condizioni si ripercuote naturalmente sul funzionamento della politica. Essa tende a diventare lo scontro quasi esiziale tra i capricci di individui illimitati che si contendono la benevolenza della mano pubblica. Ne risulta che la democrazia liberale – costruzione estremamente imperfetta e perfettibile, come tutte le istituzioni umane – vede declinare il suo compito precipuo, ovvero la capacità di imbrigliare “passioni pronte ad esplodere”, come scrisse Aron. In un momento in cui, in altre parole, l’individuo si rende sempre più incapace di limitare le proprie aspettative e i propri desideri, i diritti che egli richiede al potere politico aumentano a dismisura, con ciò erodendo la sua capacità di resistenza allo stesso. La politica democratica, così, è diventata il terreno in cui, anziché essere tutelata la sfera dell’individuo, il potere diventa l’idolo che bisogna volgere a proprio favore. Come osservava Constant, non è corretto focalizzarsi – percependone il potenziale illiberale – sul principio di legittimità del potere, ma sull’entità, cioè a dire sull’ampiezza del potere medesimo. Se, infatti, col pretesto della volontà popolare si demanda alla politica qualsiasi compito, dal perseguimento della “giustizia sociale”, all’intervento in ogni ambito della vita socio-economica, essa si riempie di contenuti di matrice collettiva che inaridiscono l’autonomia degli individui, con ciò indebolendo la facoltà di resistenza al potere politico da parte della società. La democrazia, in tal modo, perde le sue sfumature liberali, soverchiata da un potere che gli stessi individui scevri di capacità di autolimitazione hanno contribuito ad edificare, idolatrando il potere politico, anziché esserne diffidenti e resistere alle lusinghe di una creatura che vive della smania di benefici che si vogliono ottenere in cambio, ahimè, della privazione di autonomia individuale e di libertà.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Carlo Marsonet" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2019/11/carlo-marsonet-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/carlo-marsonet/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Carlo Marsonet</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>PhD candidate, Luiss Guido Carli, Roma. Tra gli interessi di ricerca: populismo, rapporto liberalismo/democrazia, pensiero liberale classico</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/la-volonta-popolare-ovvero-delleterna-finzione-per-abbattere-le-sfumature-liberali-della-democrazia/">La volontà popolare, ovvero dell’eterna finzione per abbattere le sfumature liberali della democrazia</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>5 stelle, 2 linee, 1 governo trasformista</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Sep 2019 20:15:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[casaleggio]]></category>
		<category><![CDATA[Democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[salvini]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ciascun partito utilizza gli strumenti decisionali (parlare di “democrazia”, in certi casi, è decisamente esagerato) che preferisce. Se c’è chi crede che votare on line, utilizzando una piattaforma proprietà d’altri, abbia un senso è una trasparenza buon o mal per lui. Trattasi di atto di fede, come tale non sindacabile. Posto ciò, il responso 5 [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Ciascun partito utilizza gli strumenti decisionali (parlare di “democrazia”, in certi casi, è decisamente esagerato) che preferisce. Se c’è chi crede che votare on line, utilizzando una piattaforma proprietà d’altri, abbia un senso è una trasparenza buon o mal per lui. Trattasi di atto di fede, come tale non sindacabile. Posto ciò, il responso 5 Stelle suggerisce due considerazioni.<br />
La prima è relativa alla correttezza istituzionale. Il punto non è che sia giusto o meno attendere l’esito dell’oracolo digitale, ma che se da quello deve dipendere la decisione di fare o meno un governo con il Pd la ragionevolezza, la buona creanza e l’onestà intellettuale impongono che la consultazione avvenga prima di andare a dare questa indicazione al presidente della Repubblica. Non dopo, alla vigilia della chiusura, avendo cincischiato su questioni a dir poco imbarazzanti.</p>
<p><span id="more-1927"></span><br />
La seconda considerazione è legata alla prima: avendo scelto questa tempistica il voto on line è diventato un regolamento di conti interno. Hanno votato su sé stessi, non sul governo per l’Italia. Quel che conta sono i vertici e l’erede Casaleggio s’è trovato a sostenere una tesi diversa da quella di Grillo, che del Movimento non è stato l’inventore, ma certamente il principale e decisivo interprete. Gli altri sono dei figuranti. Gli argomenti che hanno usato delle figuracce.<br />
L’esito è noto: ha vinto il governativismo. Surreale tentazione, per chi non sa governare. Con il 79%, nella migliore tradizione plebiscitaria. La gestione trasformista dell’intera vicenda, a cominciare dalla figura più direttamente politica del Movimento, ovvero il non politico prof. Conte, ha impedito di darle un qualche significato più ampio. Del tipo: siamo il partito di maggioranza relativa, senza di noi non si può governare, usiamo la nostra forza per piegare gli alleati, posto che non ne abbiamo di fissi e lo avevamo detto anche prima. Troppo impegnati nel duello interno per riuscire a vedere il terreno esterno.<br />
In quanto a noi tutti: se ne deve penare, gioire o spallucciare? Il punto è uno solo: Salvini aveva perso la testa, reclamava i pieni poteri, ha fatto cadere il governo e s’è subito messo a dire: a. che doveva rinascere; b. che si tratta di una manovra delle forze oscure della reazione internazionale in agguato. Ove fosse vera la seconda lui ne sarebbe l’agente, mentre la prima è il noto tentativo di rimettere il dentifricio nel tubetto. Da lui, due giorni dopo avere chiesto e ottenuto la fiducia, è partito tutto. È comprensibile che altre forze abbiano colto l’occasione per approfittarne. Ma non è che, il nuovo che riavanza, per tenere incollato il risultato possa tassare o scassare l’Italia, né è ammissibile che continui la condotta fin qui seguita, ovvero proclamare delle cose e fare l’esatto contrario. Sarebbe trasformismo senza trasformazione, una pagliacciata senza manco la risata.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Davide Giacalone" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2019/11/davide-giacalone-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/davide-giacalone/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Davide Giacalone</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Giornalista e scrittore.<br />
Dal 1979 in poi, mentre continuava a crescere il numero dei tossicodipendenti, si è trovato al fianco di Vincenzo Muccioli, con il quale ha collaborato, nella battaglia contro la droga.<br />
Dal 1980 al 1986 è stato segretario nazionale della Federazione Giovanile Repubblicana.<br />
Dal luglio1981 al novembre 1982 è stato Capo della Segreteria del Presidente del Consiglio dei Ministri.<br />
Dal 1987 all&#8217;aprile 1991 è stato consigliere del Ministro delle Poste e delle Telecomunicazioni, che ha assistito nell&#8217;elaborazione dei disegni di legge per la regolamentazione del sistema radio-televisivo, per il riassetto delle telecomunicazioni e per la riforma del ministero delle Poste e Telecomunicazioni, oltre che nei rapporti internazionali e nel corso delle riunioni del Consiglio dei Ministri d’Europa.<br />
È stato consigliere d’amministrazione e membro del comitato esecutivo delle società Sip, Italcable e Telespazio.<br />
Dal 2003 al 2005 presidente del DiGi Club, associazione delle Radio digitali.<br />
Nel 2008 riceve, dal Congresso della Repubblica di San Marino, l’incarico quale consulente per il riassetto del settore telecomunicazioni e per predisporre le necessarie riforme in quel settore.<br />
Nel maggio del 2010 ha ricevuto l’incarico di presiedere l’Agenzia per la diffusione delle tecnologie dell’innovazione, dipendente dalla presidenza del Consiglio. Nel corso di tale attività ha avuto un grande successo “Italia degli Innovatori”, che ha permesso a molte imprese italiane di accedere al mercato cinese. Con le autorità di quel Paese, crea tre centri di scambio: tecnologia, design, e-government. Nel novembre del 2011 si è dimesso da tale incarico, suggerendo al governo di chiudere la parte improduttiva dell’Agenzia, anche eliminando le sovrapposizioni con altri enti e agenzie.<br />
Dal 2015 al 2016 è membro dell’Advisory Board di British Telecom Italia.</p>
</div></div><div class="saboxplugin-web "><a href="http://www.davidegiacalone.it/" target="_self" >www.davidegiacalone.it/</a></div><div class="clearfix"></div><div class="saboxplugin-socials sabox-colored"><a title="Facebook" target="_self" href="https://www.facebook.com/davidegiacaloneofficialpage" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-color"><svg class="sab-facebook" viewBox="0 0 500 500.7" xml:space="preserve" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><rect class="st0" x="-.3" y=".3" width="500" height="500" fill="#3b5998" /><polygon class="st1" points="499.7 292.6 499.7 500.3 331.4 500.3 219.8 388.7 221.6 385.3 223.7 308.6 178.3 264.9 219.7 233.9 249.7 138.6 321.1 113.9" /><path class="st2" d="M219.8,388.7V264.9h-41.5v-49.2h41.5V177c0-42.1,25.7-65,63.3-65c18,0,33.5,1.4,38,1.9v44H295  c-20.4,0-24.4,9.7-24.4,24v33.9h46.1l-6.3,49.2h-39.8v123.8" /></svg></span></a></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/5-stelle-2-linee-1-governo-trasformista/">5 stelle, 2 linee, 1 governo trasformista</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>Come salvare la democrazia e l&#8217;Occidente</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Corrado Ocone]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Jan 2019 11:42:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Democrazia]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Scansiamo subito gli equivoci. Quello di cui oggi parliamo non è l’ennesimo libro sulla crisi della democrazia. O meglio lo è, ma il tema è affrontato da una prospettiva diversa che non è quella che per lo più vige nella politologia e in genere nelle scienze sociali. Il fatto è che i tre autori, il maestro e due fra i suoi migliori allievi, hanno una forte formazione filosofica e storica che fa sentire enormemente il suo peso. Il maestro è <strong>Dario Antiseri</strong>, sicuramente uno dei più noti pensatori italiani, cattolico e liberale insieme, patrocinatore nella sua vita di una intensa attività culturale spesso “fuori dal coro” (che ha portato, fra l’altro, alla traduzione di opere e autori fondamentali come <strong>Karl Raimund Popper</strong> che la nostra cultura aveva per motivi ideologici immeritatamente messo da parte). Gli allievi, ormai anche loro solidamente inseriti nel mondo culturale e accademico (insegnano entrambi all’università del Molise), sono <strong>Enzo di Nuoscio e Flavio Felice</strong>: <em>Democrazia</em> <em>avvelenata</em> (Rubbettino, pagine 193, euro 13).</p>
<h2>Antiseri e la crisi dell&#8217;Europa</h2>
<p>I tre autori si sono equamente diviso il compito: ognuno di loro è autore di un saggio in cui il tema è declinato secondo un ordito proprio ma coerente con quello tessuto dagli altri. <strong>Il saggio di Antiseri, che apre il volume, si concentra sulla crisi dell’Europa</strong>, cioè del luogo ove è nata e da dove si è diffusa la democrazia. Essa è riportata a fattori spirituali prima che economici, che concernono per Antiseri una progressiva perdita di senso sia fra i suoi abitanti in genere sia fra le élite al potere. Si ha, per la precisione, una scarsa consapevolezza delle proprie radici storiche e della propria identità.  Le quali possono essere riassunte per Antiseri nell’efficace espressione dello scrittore spagnolo Salvador de Mariadaga: l’Europa è “socratica nella mente, cristiana nella volontà”. In un altrettanto efficace e rapido excursus storico, che raccoglie a sistema una parte significativa del suo itinerario mentale, l’autore di questa pagine mostra poi magistralmente come la discussione critica, l’argomentazione razionale o scientifica (che procede per tentativi di soluzione o risposta a problemi ed errori), sia non solo alla base della “scoperta scientifica”, e quindi dell’avanzamento dell’umanità sulla via della civiltà, ma anche del modo di essere di ognuno nell’ambiente ideale a questo avanzamento: <strong>la “società aperta”</strong>.</p>
<p>La conoscenza intanto si dà perché siamo esseri fallibili (come ci ha insegnato Popper che diceva che evitare l’errore è un moto meschino dell’animo) e (fallibili perché) ignoranti (secondo la lezione di <strong>Friedrich von Hayek</strong>, che molto ha insistito sulla dispersione delle conoscenze umane e sull’impossibilità ontologica che a qualcuno sia dato raccoglierle in un centro unico). A ciò si aggiunge, come terzo punto, quello che Antiseri (e sulla sua scia Di Nuoscio) non esita a chiamare<strong> “relativismo etico”</strong> ma che va a mio avviso più propriamente definito come “conflitto delle interpretazioni”, il risultato della necessaria individuazione (cioè farsi individuo) di ognuno di noi nella vita pratica. I riferimenti sono qui prima di tutto alla distinzione compiuta da <strong>David Hume</strong> fra “giudizi di fatto” e “giudizi di valore” ma poi anche a tutta la tradizione appunto “relativistica” che dal Max Weber del “politeismo dei valori” giunge a Raymond Aron. Non viene però qui considerata la teorizzata indisponibilità della teoria per la prassi degli “idealisti” <strong>Michael Oakeshott</strong> e <strong>Benedetto Croce</strong>, che si fonda su una base più propriamente filosofica. Che di “relativismo” non possa parlarsi risulta a mio avviso evidente anche dalle stupende pagine che Antiseri dedica al cristianesimo, che è da una parte la base morale su cui si regge (spesso inconsapevolmente) il liberalismo delle nostre democrazie, che perciò non si stagliano su un fondo casuale o “relativo”, e dall’altra è stato la base storica attraverso cui è potuta sorgere a un certo punto la modernità.</p>
<h2>Di Nuoscio e la riabilitazione delel scienze umane</h2>
<p>Seguendo le considerazioni presenti nella seconda parte di quello di Antiseri,<strong> il saggio di Di Nuoscio</strong> si propone di argomentare soprattutto attorno a un punto cruciale: <strong>lo stretto legame fra le scienze umane</strong>, ma io direi il sapere umanistico, e la democrazia. “Alla crisi della democrazia – scrive Di Nuocio &#8211;  non è certo estraneo proprio l’indebolimento delle scienze umane” ed è “abbastanza sorprendente che&#8230; questa consapevolezza sia abbastanza rara nell’ormai ampia letteratura sulla crisi della democrazia”. Il primo punto da considerare, lungo il sentiero di questa “riabilitazione” controcorrente della filosofia e delle <em>humanities</em>, è che “la filosofia serve innanzitutto a combattere alcuni dei più pericolosi nemici della democrazia”. Infatti “i regimi e le ideologie antidemocratiche, pur nella loro grande diversità, sono tutti ispirati da due principi fondamentali che soprattutto i sistemi totalitari hanno cercato di mettere in atto in modo sistematico: l’assolutismo gnoseologico e il fondazionismo etico”. Vale a dire la pretesa (ovvero la hayekiana “presunzione fatale”) di avere “una conoscenza assoluta non solo di <em>come</em> <em>vanno le cose</em> ma anche di <em>come dovrebbero andare</em>”.</p>
<p>Tutto vero, ovviamente, ma chi scrive (che a questo punto ha dedicato molte sue pagine) ritiene che oggi il problema si ponga anche in una dimensione diversa rispetto a questa che potremmo dire “novecentesca”. Senza considerare poi il fatto che non tutte le filosofie convergono su questo esito “liberale”. Oggi, a me sembra, il problema della democrazia sia la democrazia stessa. Di fronte all’esplicazione senza freni del principio democratico dell’“uno vale uno”, ci sono due forme di reazione: da una parte quella di chi invoca un governo dei “competenti” o comunque dei “migliori”; dall’altra quella di chi si pone di fronte alla democrazia dispiegata e all’iperdemocraticismo con lo stato d’animo di adesione critica e vigile che fu proprio di <strong>Alexis de Tocqueville</strong>. Se la prima via è preclusa a un liberale perché riproduce in qualche forma quel platonismo politico rispetto al quale gli autori di questo libro giustamente prendono le distanze; la seconda porta a depotenziare e desacralizzare fino in fondo e in modo compiuto l’idea di politica, restituendola a quell’orizzonte di lotta (regolata o sempre da regolare) fra gli interessi umani che è la sua essenza più propria. In quest’ottica, più che a sistemi regolistici e francamente illiberali (come è per certi aspetti il patentino deontologico prospettato dall’ultimo Popper per gli operatori della comunicazione), si farà riferimento ad un atteggiamento che si porrà di fronte all’ “uomo democratico” cercando di capirne prima di tutto le “ragioni”. Non per assecondarle ma per valutarle con maggiore pregnanza.</p>
<p>Lo stesso<strong> liberalismo</strong>, se non vuole convertirsi in una metafisica o in una teologia, più che a programmi razionalistici, deve volgere lo sguardo proprio a quel mondo delle conoscenze diffuse che tanto sta a cuore anche agli autori di questo libro. Così concepito, il principio liberale, partendo dal basso e non dall’alto, pur muovendosi in un orizzonte diverso, finisce per convergere con quello democratico, contro cui non si pone presuntuosamente come “superiore”. Viene perciò a cadere, in quest’ordine di discorso, anche un certo afflato “pedagogico” che a volte pervade queste pagine, anche perché la stessa cultura umanistica nasce come una esperienza piuttosto che per la semplice trasmissione da parte di un maestro. Una trasmissione che si vorrebbe qui invece facilitare attraverso provvedimenti legislativi ad hoc. Ho come l’impressione, voglio dire, che quel legame con la filologia, il pensiero critico e il sapere storico, che qui vengono invocati come panacea per i mali attuali della democrazia, non si diano per decreto legislativo, né semplicemente attraverso adeguate sovvenzioni statali. Un ideale astratto mi sembra anche quello della “democrazia deliberativa”, cioè dell’“agire informati”, cioè conoscendo razionalmente la soluzione preferibile ad un problema. Una sorta di “velo di ignoranza” che irrealisticamente vorrebbe tenere fuori dalla considerazione quegli interessi concreti (anche solo simbolici) che costituiscono l’anima della politica. È come se, attraverso la finestra, rientrasse qui dalla porta quell’ideale astratto del “conoscere per deliberare” che è proprio del “razionalismo in politica” e di ogni tentativo di convertire la teoria in prassi.</p>
<h2>Felice e la partecipazione nella democrazia</h2>
<p>Interessante, come tentativo di superare questa impasse, è <strong>l’ultimo saggio, quello di Flavio Felice</strong>, che, sulle orme anche di autori classici come don Luigi Sturzo e Alexis de Tocqueville, prova a dare un senso positivo a due parole che la retorica democratica ha finito col tempo per screditare: <strong>“partecipazione” e “inclusione”</strong>. Vi ricordate <strong>Giorgio Gaber</strong> che cantava “la libertà è partecipazione”? La frase a un liberale è suonata sempre un po’ ostile perché gli ricorda quel concetto di “libertà positiva” o “libertà di” che si avvicina pericolosamente agli ideali socialisti di interferenza nella vita privata dei cittadini (tutelata invece dalla “libertà negativa” o “libertà da”). Seguendo <strong>Tocqueville</strong> è però possibile intendere la partecipazione non come qualcosa che concerna in primo luogo la politica, ma come la volontà di associarsi su fini e ideali condivisi che permette alla “società aperta” di assumere quella vitalità che è linfa vitale per la sua consistenza e sopravvivenza. <strong>Sturzo</strong> ha esteso, in quest’ordine di discorso, la necessaria “poliarchia” politica che è propria delle democrazie (ove i centri di potere secondo la lezione già di Montesquieu si controllano e limitano a vicenda) fino a farla diventare una “plurarchia”, cioè la compresenza nella società di attività e gruppi di azione spesso opposti di cui quelli politici sono solo una piccola parte. Grazie ad essa, la società disperde il potere e soprattutto permette a chiunque di superare quell’egoismo o narcisismo che, isolando gli uomini, è forse uno degli aspetti dell’attuale crisi della democrazia e del mondo occidentale.</p>
<p><strong>Molte belle le pagine di Sturzo</strong>, riportate da Felice, che ricordano certe considerazioni di Immanuel Kant sulla “natura umana”: l’uomo tende “per sua natura” sia a differenziarsi dagli altri sia ad agire con loro e a cercare la loro collaborazione. La democrazia, che è il sistema più aderente a questa “naturale” imperfezione o finitudine umana, deve tener da conto di questo fatto.</p>
<p>Corrado Ocone, Il Dubbio 2 gennaio 2019</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Corrado Ocone" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2019/11/avatar-unisex-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/corrado-ocone/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Corrado Ocone</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"></div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/come-salvare-la-democrazia-e-loccidente/">Come salvare la democrazia e l&#8217;Occidente</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>Liberalismo e democrazia nella società post-industriale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Bonetti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Mar 2018 13:51:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[Liberalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Populismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mi pare insufficiente parlare di liberalismo e democrazia nel mondo contemporaneo, come qui fa Corrado Ocone, se non si fa anche un’analisi delle trasformazioni economiche e sociali delle nostre società. Nessun determinismo economico s’intende, ma se non si tiene conto che il popolo (un tempo si diceva le masse) è culturalmente diverso da quello dei [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Mi pare insufficiente parlare</strong> di liberalismo e democrazia nel mondo contemporaneo, <a href="http://www.fondazioneluigieinaudi.it/populismo-una-categoria-vuota/">come qui fa Corrado Ocone</a>, se non si fa anche un’analisi delle trasformazioni economiche e sociali delle nostre società.</p>
<p><strong>Nessun determinismo economico</strong> s’intende, ma se non si tiene conto che il popolo (un tempo si diceva le masse) è culturalmente diverso da quello dei primi settant’anni del Novecento, non si può capire molto di quello che sta accadendo.</p>
<p><strong>L’individualismo liberale</strong> non è più quello delle vecchie élite, si è trasformato nell’individualismo di milioni di individui che non intendono più riconoscere né autorità superiori al loro giudizio né maestri di sorta.</p>
<p><strong>La società post-industriale</strong> ha segnato una svolta economica irreversibile che si è poi accompagnata ad una svolta antropologica e culturale. Temo che il principio “uno vale uno” non sia più la manifestazione di una concezione scettica del sapere e realistica della società, ma la pretesa arrogante di ognuno di imporre la propria “verità”, magari fondata sull’ignoranza, come l’unica.</p>
<p><strong>Questa pretesa rischia di generare il caos sociale</strong> e la progressiva corrosione delle istituzioni della democrazia liberale che vivono di un delicato equilibrio fra autorevolezza delle élite e controllo popolare.</p>
<p><strong>Ma dobbiamo anche chiederci</strong>: chi sono oggi le élite? di che tipo di cultura sono portatrici? che genere di vita conducono? che libri leggono?</p>
<p><strong>Veramente mi sembrano del tutto lontane</strong> ed estranee alla cultura delle élite dei tempi della mia giovinezza e di quella di Dino. Nei casi migliori è una cultura di giuristi, di economisti e di altri specialisti, ma manca quella visione generale dei problemi che un tempo era data, anche in politica, dalla tradizione storico-umanistica.</p>
<p><strong>Stretta fra tecnocrazia e populismo</strong>, la democrazia liberale si fa sempre più asfittica, le élite tendono a chiudersi in se stesse, a diventare autoreferenziali, e il cosiddetto popolo (in realtà una congerie di ceti sociali con interessi contrapposti, ma uniti soltanto nello scontento e in una rivolta plebea) a rifiutare istituzioni nelle quali non vede più la garanzia delle proprie esigenze vitali.</p>
<p><strong>La vita cerca confusamente</strong> di inventare nuove forme entro cui incanalarsi.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Paolo Bonetti" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2019/11/avatar-unisex-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/alcibiade/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Paolo Bonetti</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>In memoria del Prof. Paolo Bonetti</p>
<p>1939 &#8211; 2019 †</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/liberalismo-democrazia-nella-societa-post-industriale/">Liberalismo e democrazia nella società post-industriale</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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