Grottesco scilinguagnolo

Il problema non è che l’aggiornamento dei conti governativi smentisca totalmente i dati fissati appena quattro mesi addietro, è che il modo in cui avviene e le indicazioni che se ne traggono tolgono al governo italiano quale che sia credibilità. Il Fondo monetario internazionale ha definito l’Italia “zavorra d’Europa”, purtroppo questo modo di procedere è la pietra al collo che strangola un corpo produttivo forte il cui sistema nervoso è affetto da allucinazioni.
Con la legge di bilancio il governo aveva garantito che il debito pubblico, qualsiasi cosa accadesse, sarebbe sceso. Una certezza cui era ragionevole non credere. Difatti sale al 132.7%. Scenderà dall’anno successivo, il 2020, naturalmente. Con la stesa affidabilità vistasi per l’anno in corso. La garanzia governativa era avvalorata da quella che il ministro dell’economia, Giovanni Tria, chiamò “clausola di salvaguardia al contrario”: se i conti dovessero disallinearsi rispetto alle previsioni scatteranno tagli automatici alla spesa pubblica, capaci di riportarli in carreggiata. I conti sono disallineati fin dai primi giorni del 2019, non scatta alcuna correzione (anzi, paradossalmente si continua a negarla), sicché quanto scritto nella legge di bilancio è da considerarsi pura declamazione mendace. Il che, già di per sé, toglie credibilità a quant’altro potrà essere aggiunto.

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Trionfo dell’incoscienza

Il dato, fonte Istat, dice tutto: dal 2000 al 2016 la produttività oraria del lavoro è cresciuta, in Italia, dello 0.4%; nello stesso periodo è aumentata del 15% in Francia, Uk e Spagna; del 18.3% in Germania. Inutile chiedersi perché cresciamo meno degli altri. E, per la precisione, siamo fermi.
Dentro quel dato c’è la scarsa formazione della forza lavoro, le dimensioni troppo piccole delle aziende italiane, la latitanza della cultura manageriale, i mancati investimenti in innovazione, la satanica pressione fiscale, previdenziale e burocratica. E altre cose ancora, che descrivono le sbarre con cui è costruita la gabbia in cui si è chiusa l’Italia.
A fronte di questo di che discutiamo? Di come si fa ad andare in pensione prima e a guadagnare senza lavorare, cioè di come aggravare quella condizione miseranda, gravando di ulteriori costi l’Italia che, nonostante tutto, cammina e corre. Perché esiste, naturalmente, ma di quella nessuno si cura, se non per spremerla. Come se il successo e il guadagno fossero delle colpe.
Mentre questo accade, e in coerenza con l’impostazione irreale del discorso pubblico, il debito pubblico, che in valore assoluto non ha mai smesso di crescere, ha preso a correre a un ritmo doppio rispetto all’immediato passato. Questo senza che sia stato speso un centesimo in investimenti, che, naturalmente, tutti dicono di volere e tutti, a turno, tagliano per ricavare maggiori spazi alla spesa corrente. La novità consiste nel fatto che, ora, di bloccare i lavori programmati ci si fa un vanto, anziché sentirne la vergogna.
Il veleno non è solo la continua, fastidiosa, ossessiva campagna elettorale, ma il fatto che sia condotta su piani irreali, fuggendo dalla urticante chiarezza di quei dati, illudendo e illudendosi che prevalere sull’avversario cambi qualche cosa del quadro in cui ci muoviamo. Una specie di simposio dell’insipienza e trionfo dell’incoscienza.

Siamo tutti sullo stesso bus

Questa storia si fa stucchevole, da diversi punti di vista. Oramai la faziosità è divenuta così arrogante da supporre di potere prevalere su ogni cosa. Su un bus abbiamo visto viaggiare l’Italia, nel suo meglio e nel suo peggio. Potremmo correggere il vecchio detto, per osservare che: siamo tutti sullo stesso bus.
Crema: un immigrato che ha ottenuto la cittadinanza sposando un’italiana, da cui ha avuto due figli, salvo poi separarsi, è alla guida. 51 bambini a bordo, due insegnanti e una bidella. L’autista minaccia, concretamente, di ammazzarli tutti, per, dice il terrorista, ricordare i bimbi immigrati morti in mare. Figli di immigrati sono anche diversi di quei 51, che lui vuole ammazzare. Sapete come è andata: la bidella, che abbandonerà per ultima il bus in fiamme (bravissima) lega loro le mani, come ordinato dal terrorista, ma non troppo. Ritira i telefoni, ma non tutti. I bambini in fondo chiamano i Carabinieri (bravissimi). La tragedia è evitata. I bambini, tutti bravissimi, coprono, facendo rumore e urlando, i compagni che chiamano. Questi ultimi sono due figli d’immigrati. Subito dopo un coro propone di dare loro la cittadinanza. Come gesto di fraternità, perché l’avrebbero avuta alla maggiore età. Come abbraccio e festa. Giusto. Subito appresso le polemiche, stancamente uguali.
A Trento, sulla meravigliosa Piazza Duomo, si affaccia la casa diroccata (restauratela) di Cesare Battisti. Si studi il perché è ancora una figura complicata, da gestire. A Bolzano ho visto due scolaresche di piccini che s’incrociavano e salutavano festosamente variopinte, in tutti i sensi. Nel Sud Tirolo o Alto Adige fino a poco tempo si sparava, fra vicini di casa. Ora è diverso. I problemi ci saranno sempre, come i confini, salvo potere essere regolarmente oltrepassati con infinita convenienza, e l’immigrazione è un problema che va gestito. Ma quando si usa il buon senso, quando si parla alle e di persone, anziché a masse e per proclami, non importa da che parte lanciati, le cose vanno per il meglio. Siamo tutti sullo stesso bus.

La trappola di seta

Sulla Via della Seta qualcuno pensa di metterci un frutto molto particolare del Made in Italy: il debito pubblico. Qui da noi si fa finta di non immaginarlo neppure, ma il Financial Times lo ha messo in prima pagina: “Italy weighs loan from China-led bank to ease fears over joining Belt and Road”. Si sta valutando un prestito dal sistema cinese, il che farebbe meglio digerire l’adesione alla Via della Seta.

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Chi decide cosa

L’arte, qualche volta, ha capacità divinatorie. A Giorgio Gaber capitò ripetutamente di sapere guardare avanti. Chi lo ama lo sa. Epperò ci sono cose che stupiscono. Un monologo del 1998, intitolato “La democrazia”, nella raccolta “Un’idiozia conquistata a fatica”, recitava: “Il referendum, per esempio, è una pratica di democrazia diretta (…). Solo che se mia nonna deve decidere sulla variante di valico Barberino-Roncobilaccio ha effettivamente qualche difficoltà. Anche perché è di Venezia. Per fortuna deve solo dire sì se vuole dire no e no se vuole dire sì. In ogni caso ha il 50% delle probabilità di azzeccarla”.

Venti anni dopo qualcuno parla di referendum per risolvere la questione del Trasporto ad alta velocità. Fare o non fare il traforo? Completare o meno? Non entro nel merito, qui m’interessa la forma democratica. Cosa c’è di più democratico che far decidere il popolo? Già, ma quale? Votano solo quelli della Valle? Votano i piemontesi? Votano gli italiani tutti, visto che l’opera è interesse collettivo? Cambia, e molto, a seconda di quale corpo elettorale si sceglie. Posto che neanche si sa come si potrebbe scegliere.

Poi c’è il dilemma della nonna: come faccio a dare una risposta avveduta su una questione che non conosco, se non, nel migliore dei casi, per sentito dire? La democrazia delegata non è una democrazia minore, ma un sistema nel quale delego altri, in cui ripongo un qualche affidamento, a studiare la faccenda al mio posto. Li pago anche. Quando una decisione sarà presa i contrari potranno protestare, ma il metodo sarà stato comunque democratico. E se una decisione non si riesce a prendere? In quel caso devo prendere atto che ho delegato soggetti inabili a decidere o a gestire la pratica che ancora evita ci si scanni per strada: quella del compromesso.

Soddisfatti e arrabbiati

Dovendo dare un voto alla propria vita gli italiani assegnano un 7 (ma il 41.4% va dall’8 al 10). E per il livello economico? Soddisfatto il 53%, contro il 50.5 del 2017. Le famiglie che si considerano economicamente stabili salgono dal 59.5 del 2017 al 62.5, mentre per l’8.1 i soldi sono di più. Sicché il 59% si dichiara soddisfatto della propria situazione economica, mentre un anno prima era il 57.3. Molto o abbastanza soddisfatto del proprio lavoro il 76.7% (le donne il 77.6, più degli uomini 76.1).

Tutto questo è rilevato dall’Istat nei primi sei mesi del 2018. Quand’è che ci siamo distratti e non ci siamo accorti che gli italiani sono contenti? Come è possibile che una larga maggioranza di soddisfatti poi corra alle urne per cambiare radicalmente gli indirizzi politici del Paese? La spiegazione sta nella distanza fra il personale e il collettivo.

Se si chiede della propria vita personale si risponde avendo in mente le proprie reali capacità economiche, i legami familiari e amicali. Se si chiede dell’Italia si risponde avendo in mente una raffigurazione che, da anni, è continuamente negativa, salvo che nella bocca di chi governa, secondo cui le cose vanno dal bene al meraviglioso. Poco credibile. Insomma: a me le cose vanno benino o bene, ma a noi italiani vanno male.

Un solo dato: nel 1970 il patrimonio medio delle famiglie italiane era pari a 3 volte il reddito annuo, come quelle tedesche; oggi le tedesche sono arrivate a 6 volte, mentre le italiane a 9. Abbiamo un enorme debito pubblico, ma il patrimonio è cresciuto. Il che consente d’essere, contemporaneamente, contenti e arrabbiati. Si pensa che il patrimonio sia cresciuto per merito proprio e il debito per demerito altrui. Attenzione, perché a forza di prendersi in giro il debito non si perde, il resto sì.

Pubblicato da Formiche.net

Proibizione, 6 risposte ai legalizzatori

In risposta all’articolo di Dario Berti

1) Non, non era una risposta ad un intervento qui fatto, ma un pezzo scritto autonomamente. Il tema del “proibito” che per ciò stesso è attraente ricorre da lustri, esiste e, pertanto, chi lo nega (come me) ha il dovere di non cancellarlo.

2) Le statistiche sul consumo di quel che è proibito hanno un difetto: non misurano i consumi accertati, ma quelli presunti. Somigliano a quelle sull’evasione fiscale (basate sul contestato e, difatti, sideralmente lontane dal riscosso) o sulla corruzione (basate sul percepito).

Se sapessimo esattamente quanta sostanza illecita è stata venduta e acquistata sapremmo anche dove, come e da chi. Non è così. Valse, però, per l’alcool quel che vale per la droga: i consumatori sanno dove approvvigionarsi, difficile credere che gli indirizzi non siano noti anche agli altri. Difatti, allora come oggi: il proibizionismo è tale solo di nome.

3) Non dico affatto che legalizzare le droghe significa arrendersi alle mafie. Intanto perché dico che legalizzarle: a. non serve a niente; b. non è neanche lontanamente possibile, perché ci saranno sempre sostanze e potenziali consumatori (minorenni) esclusi. Liberalizzare significa prendere il posto delle mafie. Un po’ diverso.

4) La risposta immaginata (alla domanda: perché non è bene che lo Stato venda droga?) è sbagliata. Nel senso che non è la mia. Non lo escludo perché “fanno male”, ma perché tolgono la libertà. La libertà di vita e di scelta. Talune (sintetiche) tolgono anche, direttamente e immediatamente, la libertà di far funzionare correttamente il cervello.

Non è che facciano ingrassare o intossichino: cancellano una cosa preziosa come la libertà e la capacità di scegliere. Lo Stato che proibisce non compie una scelta etica al posto dell’individuo, ma preserva la sua possibilità di compiere scelte.

5) Circa tabacco e alcool: sono anni che trovo soggetti che suppongono di avere la verità, alcuni facendo riferimento alla “scienza”, degradandola da galileiana a setta. Bene: quando mi mostrerete un consumatore di eroina o un impasticcatore di sintetiche che ne sorbisce al giorno come un vino pasteggiando, un sigaro o delle sigarette, conservando intatta la propria lucidità e capacità di autodeterminazione ne parleremo.

Fino a quel giorno, per cortesia, tenete le verità e le falsità per il reparto mistico. A questo punto scatta la pretesa distinzione fra droghe leggere e pesanti. Salvo poi accorgersi che tale distinzione nega le premesse dei legalizzatori (che comunque sbagliano), giacché presuppone che lo Stato continui a proibire. Sebbene altro.

6) Non sono in grado di capire cosa l’ottimo interlocutore chiede in chiusura, circa il concetto di libertà. Serve la citazione di Popper?