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	<title>giustizia Archivi - Einaudi Blog</title>
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	<description>Il blog della Fondazione Luigi Einaudi</description>
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	<title>giustizia Archivi - Einaudi Blog</title>
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		<title>Giustizia e capitale:la separazione come fondamento del futuro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ulderico Di Giancamillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Nov 2025 22:14:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ogni sistema, anche il più maturo, arriva a un punto in cui deve riscrivere le proprie fondamenta. L’Italia ci arriva, come sempre, un po’ in ritardo. Ma il referendum sulla giustizia è una di quelle rare occasioni in cui la politica, per errore o per destino, sfiora una questione strutturale: come un Paese produce fiducia. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Ogni sistema, anche il più maturo, arriva a un punto in cui deve riscrivere le proprie fondamenta. L’Italia ci arriva, come sempre, un po’ in ritardo. Ma il referendum sulla giustizia è una di quelle rare occasioni in cui la politica, per errore o per destino, sfiora una questione strutturale: come un Paese produce fiducia. La giustizia non è solo un insieme di norme o di procedure; è una componente del capitale istituzionale, la forma concreta della fiducia. Un sistema giuridico efficiente riduce il rischio, abbassa i costi di transazione, attrae investimenti, incentiva l’innovazione. Quando invece la giustizia è lenta, ambigua o autoreferenziale, diventa una tassa occulta sul capitale produttivo. Le imprese non innovano, gli investitori non rischiano, il credito si contrae. Il risultato non è solo stagnazione economica, ma una forma più profonda di paralisi: quella che erode la fiducia nei meccanismi stessi della crescita. La separazione delle carriere tra chi accusa e chi giudica non è una questione corporativa o di potere, ma una riforma di ingegneria istituzionale. Serve a eliminare ambiguità, conflitti d’interesse e zone grigie che, in ogni sistema complesso, si traducono in inefficienza. È lo stesso principio economico che regola la separazione tra politica monetaria e politica fiscale, tra auditing e management, tra chi prende rischio e chi lo regola. Le economie più solide non sono quelle dove i poteri collaborano di più, ma quelle dove i poteri si controllano meglio. Nessuno può essere al tempo stesso arbitro e giocatore. Le opposizioni hanno ragione a leggerla come un fatto politico; la maggioranza ha ragione a rivendicarne il valore simbolico. Ma la vera posta in gioco è più profonda: la credibilità istituzionale come capitale nazionale. La fiducia non è un sentimento, è un asset. E nel mondo globale, la fiducia ha un tasso di rendimento misurabile: nei tassi d’interesse, nei flussi di capitale, nella propensione al rischio degli operatori economici. Dove la giustizia è prevedibile, i mercati scontano meno rischio; dove è arbitraria, il capitale pretende una rendita di sicurezza. È in questo senso che la giustizia è già economia. Le civiltà non crollano quando finiscono le risorse, ma quando si consuma la fiducia nei meccanismi che le distribuiscono. Roma non è caduta per mancanza d’oro, ma perché l’oro aveva smesso di avere un valore condiviso. È lo stesso limite che oggi attraversa le democrazie mature: la difficoltà di garantire che la legge resti più credibile del potere. Nell’epoca in cui la blockchain promette di rendere la fiducia automatica, la giustizia è l’ultima architettura umana che difende l’idea di equità come scelta, non come algoritmo. Separare le carriere, in fondo, significa proteggere questa possibilità: che la fiducia resti umana, e quindi reale. Ogni volta che il sistema giudiziario perde credibilità, il Paese paga un differenziale di sfiducia, come uno spread istituzionale. Un giudice che non decide o un processo che dura vent’anni non danneggiano solo l’imputato o la vittima: danneggiano il valore del tempo in un’economia. E il tempo, oggi, è la moneta più preziosa. Il tempo di una decisione giusta è il tempo della crescita. La politica deve giocare il proprio gioco, perché ogni riforma passa per il consenso e ogni consenso per il conflitto.<br />
Ma la posta in gioco, questa volta, è più alta della politica. Riguarda la capacità del Paese di allinearsi ai principi che regolano il mondo: chiarezza dei ruoli, responsabilità individuale, trasparenza dei processi. Le grandi economie non funzionano perché sono più morali, ma perché hanno istituzioni che trasformano la fiducia in produttività. E questo è, in fondo, ciò che la separazione delle carriere promette: restituire alla giustizia la sua funzione economica, quella di rendere prevedibile l’imprevedibile. La riforma non risolverà tutto, ma può essere un punto di discontinuità. Un segnale al mondo che l’Italia non accetta più di vivere nel limbo dell’ambiguità, dove la giustizia non giudica e il capitale non investe. In un’epoca in cui la competizione tra Stati è competizione di fiducia, la giustizia non è un valore astratto: è un’infrastruttura della crescita. E come ogni infrastruttura, va progettata con ingegneria, non con ideologia. La politica può permettersi di essere<br />
partigiana. L’economia, no. Perché i mercati non votano: misurano. E ciò che oggi misurano, silenziosamente, è se il Paese ha ancora la forza di distinguere i ruoli, e quindi di meritare fiducia.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Ulderico Di Giancamillo" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2025/10/ulderico-di-giancamillo.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/ulderico-di-giancamillo/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Ulderico Di Giancamillo</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Si è laureato in Banking and Finance presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, da molti anni lavora nel mondo della finanza tra Londra, Milano e Parigi. È membro del BNP Innovators Program, iniziativa dedicata allo sviluppo di progetti di innovazione tecnologica nel settore bancario. Appassionato di economia, tecnologia e politiche pubbliche, partecipa attivamente a iniziative di volontariato e di partecipazione politica.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/giustizia-e-capitalela-separazione-come-fondamento-del-futuro/">Giustizia e capitale:la separazione come fondamento del futuro</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>&#8220;L’eutanasia della democrazia. Il colpo di mani pulite&#8221; di Giuseppe Benedetto (ed. Rubbettino)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Consonni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Nov 2021 20:56:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Diritto]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>“<i>La riforma dell&#8217;art. 68 ha reso i deputati e i senatori succubi della connivenza tra Procure e macchina dei media: il noto circuito mediatico giudiziario. Da un lato, non vi è più alcuna cintura protettiva che garantisca l&#8217;esercizio della funzione più importante per la vita della cittadinanza e, dall&#8217;altro, continua a primeggiare l&#8217;idea di una fiducia cieca nella neutralità del magistrato. L&#8217;errore commesso è figlio della deriva culturale di cui si è più volte fatta menzione: per punire una classe dirigente rea di condotte inadeguate si è in realtà umiliato il ruolo stesso del rappresentante politico, i cui giudizi di valore sono spesso rimessi al giudice. I partiti, formazioni sociali centrali secondo l&#8217;architettura costituzionale, sono divenuti per l&#8217;opinione pubblica centri di potere autoreferenziali, dannosi per gli interessi dei cittadini. Mortati, Calamandrei, Einaudi e gli altri Padri della Repubblica vollero attribuire all&#8217;elettore la valutazione insindacabile dell&#8217;operato del politico. È, purtroppo, evidente la discrasia tra ciò che doveva essere e ciò che è stato.</i>” (pp. 96-97)</p>
<p>Ne ho scritto spesso di come vissi con profonda insofferenza l&#8217;epoca di Mani Pulite. Avevo solo 13-14-15 anni ma non gradivo quello che stava accadendo nel Paese. Non mi piacevano i lanci di monetine, i cappi sventolati in Parlamento, il clima giacobino e forcaiolo, le manette, le incarcerazioni, i servizi scandalistici, le dirette fuori dai tribunali. Piansi per i suicidi. Piansi nel vedere mio nonno, piccolo albergatore, partigiano, sentirsi dare del ladro solo perché non gradiva quel clima (è un ricordo molto intimo che mi spezza il cuore). Certo che allora erano necessari dei cambiamenti, erano crollati il Muro e il blocco sovietico, ma non certo con quelle forme e coi suoi disgustosi risultati. Da allora sono passati quasi trent&#8217;anni ma l&#8217;insofferenza per quei giorni, quei ghigni non mi ha mai lasciato e fra i lasciti peggiori di quella stagione infame c&#8217;é per me, ma so che in tantissimi l&#8217;approvano pure oggi e anzi si augurano misure ancora peggiori, rivoluzionarie, al servizio del “popolo”, l&#8217;abolizione dell&#8217;autorizzazione a procedere per i membri del Parlamento, all&#8217;interno della riforma costituzionale dell&#8217;articolo 68 della Costituzione.</p>
<p>So bene di far parte di una ristretta minoranza che spesso viene sbeffeggiata e considerata elitaria, snob, amica dei ladri, dei mafiosi, di quelli che vivono nei Palazzi ma non smetto giorno di ritrovarmi nelle visioni politiche di Marco Pannella e in queste sue parole: “<i>Il nostro compito, per non essere antipopolari, è di essere semmai impopolari in alcuni momenti. Viva la Costituzione repubblicana! Viva l&#8217;articolo 68! Viva il Parlamento che sarà difenderlo!</i>”</p>
<p>In questi giorni ho letto e riletto in alcuni punti il bellissimo saggi di <a href="https://www.store.rubbettinoeditore.it/catalogo/leutanasia-della-democrazia/">Giuseppe Benedetto, avvocato e presidente della Fondazione Luigi Einaudi, “L&#8217;eutanasia della democrazia. Il colpo di mani pulite” (Rubbettino, prefazione di Sabino Cassese)</a> che ripercorre con grande chiarezza e senza mai annoiare tutte le tappe, i dibatti, gli scontri che portarono alla nascita dell&#8217;articolo 68 della Costituzione e alla sua successiva modifica, avvenuta nel 1993 sotto la spinta delle piazze forcaiole e grazie anche alla debolezza/complicità della classe politica, che ha comportato gravissime frattute all&#8217;interno dell&#8217;ordine democratico i cui effetti sono visibili fin da oggi, quando anche solo una notifica di reato, un&#8217;inchiesta giornalistica, una prima pagina diventano già una richiesta di dimissioni.</p>
<p>Il saggio di Giuseppe Benedetto è un&#8217;opera molto interessante e soprattutto utile nell&#8217;offrire spunti di riflessione e confronto perché amplia lo spettro di indagine al resto delle Costituzioni dei Paesi occidentali (personalmente sogno di avere un ordinamento di stampo anglosassone), al funzionamento delle guarentigie parlamentari ma anche sugli equilibri fra i poteri legislativi, esecutivo e giudiziario. Certo che non si potrà tornare al passato, come fa bene notare Sabino Cassese, ma il ritorno a forme di garanzie per i parlamentari e il ripristino di un equilibrio fra i poteri (come non pensare alla tanto osteggiata riforma della Giustizia con la separazione dei poteri&#8230; sto male se penso solo a quanto accadde al tentativo di riforma del ministro Biondi) è qualcosa di assolutamente necessario per uscire da una situazione, evidente ormai, di ricatto, stallo e veti continui da una parte della magistratura e di gran parte dell&#8217;informazione.</p>
<p>Un saggio questo che è un atto d&#8217;accusa sferzante a quanto accaduto in questi ultimi trent&#8217;anni, compreso lo scellerato taglio dei parlamentari, all&#8217;incapacità cronica italiana di attuare riforme costituzionali (e non) che siano strutturali, armoniche e con una visione del futuro e che non rispondano ai veti di corporazioni intoccabili, all&#8217;urla di movimenti politici che vivono di click o di ridicoli slogan come “uno vale uno” o della caciara di talk show televisivi e giornali che sono diventati ormai aule di tribunale e casse di risonanza dei peggiori istinti popolari.</p>
<p>“L&#8217;eutanasia della democrazia” è un atto d&#8217;amore fuori dagli schemi e non allineato alla vulgata attuale, che sarà probabilmente poco ascoltato e magari anche sbeffeggiato ma che faccio completamente mio, rivolto alla Costituzione, al Parlamento, al ruolo tanto vituperato dei Parlamentari e a quella parola, sventolata da una parte e dall&#8217;altra spesso solo per meri ritorni personali, chiamata Garantismo.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Andrea Consonni" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2019/11/avatar-unisex-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/andrea-consonni/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Andrea Consonni</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"></div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/leutanasia-della-democrazia-il-colpo-di-mani-pulite-di-giuseppe-benedetto-ed-rubbettino/">&#8220;L’eutanasia della democrazia. Il colpo di mani pulite&#8221; di Giuseppe Benedetto (ed. Rubbettino)</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>Alcune osservazioni sulla giustizia italiana</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/alcune-osservazioni-sulla-giustizia-italiana/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Enea Franza]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 30 May 2021 10:22:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Diritto]]></category>
		<category><![CDATA[diritto]]></category>
		<category><![CDATA[enea franza]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[malagiustizia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Premessa La giustizia è un servizio pubblico di fondamentale importanza che lo Stato ha il dovere di garantire a tutti i cittadini per il mantenimento della pace sociale. Il livello di efficienza della giustizia, inoltre, è un fattore determinante per la crescita di un Paese. Un sistema processuale non tempestivo, infatti, produce effetti dannosi sul [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/alcune-osservazioni-sulla-giustizia-italiana/">Alcune osservazioni sulla giustizia italiana</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<ol>
<li><strong> Premessa</strong></li>
</ol>
<p>La giustizia è un servizio pubblico di fondamentale importanza che lo Stato ha il dovere di garantire a tutti i cittadini per il mantenimento della pace sociale. Il livello di efficienza della giustizia, inoltre, è un fattore determinante per la crescita di un Paese. Un sistema processuale non tempestivo, infatti, produce effetti dannosi sul piano sociale. La giustizia italiana sta purtroppo attraversando (e questo oramai accade da troppi anni) un periodo di profonda crisi.</p>
<p>Da questo punto di vista l’Italia sembra essere il fanalino di coda dei Paesi occidentali. I ritardi e le lungaggini del processo specialmente di quello civile, sono un’eredità del passato e non sono di agevole soluzione nemmeno negli altri Paesi europei come emerge dagli incontri organizzati dalla Rete dei Presidenti delle Corti Supreme dell’Unione europea. Ma nel nostro Paese sono tanti i problemi da affrontare e delicati i nodi da sciogliere per consentire ai cittadini di ottenere risposte rapide ed efficaci. Lo scontro politico ed istituzionale ancora in atto contribuisce a rallentare una riforma della giustizia per noi non più dilazionabile.  Il carico di lavoro, in molte sedi giudiziarie, è diventato da tempo assolutamente ingovernabile e, per fronteggiarlo, è inevitabile ricorrere alla creazione di sistemi alternativi di risoluzione delle controversie che facciano da filtro alla giustizia ordinaria.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="2">
<li><strong> Inefficienza della giustizia e sviluppo economico: La questione.</strong></li>
</ol>
<p>Il problema del peso dell’inefficienza della giustizia, in particolare di quella civile sulla crescita dell’economia italiana va riproposto con forza in ogni sede istituzionale. Gli indici economici mostrano, infatti, che l’Italia arranca nell’agganciare la ripresa economica dei partner europei e, un utile (quanto necessario) contributo deve arrivare sul fronte della macchina amministrativa della giustizia. I dati dimostrano come ci sia molto da fare. Le cause pendenti relative a fallimentare, contenzioso, lavoro, famiglia e volontaria giurisdizione sono al 31.12.2016 oltre 3,8 milioni (di cui 570.208 relativi ad esecuzioni fallimentari).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Inoltre, sono necessari circa 1.600 giorni (4,3 anni)  per una sentenza definitiva<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>. Il governatore della Banca d’Italia nelle sue “Considerazioni finali”<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>ha attribuito alla lunghezza dei processi civili la perdita di oltre un punto di Pil per la nostra economia.</p>
<p>Uno studio del Cer-Eures “Giustizia civile, imprese e territori”, dell’ottobre del 2017, presentato da Confesercenti ha calcolato che questa Giustizia “lumaca” fa perdere all’Italia circa 40 miliardi di euro penalizzando le imprese in termini di competitività. In termini generali, la lentezza dei processi ed il malfunzionamento dei tribunali costano all’Italia circa 40 miliardi di euro, cifra che corrisponde a 2,5 punti del Pil. La questione è stata posta anche dalla Commissione Europea ed il Consiglio che, nel formulare le raccomandazioni per l’Italia in adempimento della Strategia Europa 2020, hanno asserito: <em>“… La lunghezza delle procedure nell’esecuzione dei contratti rappresenta un ulteriore punto debole del contesto imprenditoriale italiano. (….) Si raccomanda di (…) introdurre misure per aprire il settore dei servizi a un’ulteriore concorrenza, in particolare nell’ambito dei servizi professionali (…) e ridurre la durata delle procedure di applicazione del diritto contrattuale</em>”<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a>.</p>
<p>Le analisi ricordate evidenziano come l’Italia segna il passo rispetto agli altri paesi avanzati sotto diversi aspetti: dal punto di vista dei <strong>tempi,</strong> come dimostrano le analisi della durata media in giorni dei processi civili legati ad inadempimento contrattuale (peraltro gli indicatori di efficienza – capacità di smaltimento dell’arretrato e durata media dei processi – segnano grandi differenze tra i Tribunali della Penisola, con i migliori generalmente posti al Nord ed i peggiori al Sud); in quello dei <strong>costi</strong> per l’assistenza legale legati al procedimento (in proporzione al valore del contendere) e di accesso alla giustizia civile nonché circa il costo (sempre storicamente più alto) per il recupero di una garanzia (quasi un terzo del bene); per quanto riguarda la questione delle <strong>differenti</strong> pronunce tra diversi Tribunali per fattispecie simili.</p>
<p>I commenti  pubblici sulla stampa e nel parlamento non sembrano tener conto della questione e  dibattono invece su fatto se sia vero o meno che i tempi biblici dei nostri processi civili giocano un ruolo determinante in questa preoccupante <em>performance</em> o se sia vero che le aziende non crescono e non innovano per via di un problema che nella coscienza comune sembra interessare più il vivere civile che le scelte d’impresa.</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> <a href="http://www.giustizia.it">www.giustizia.it</a>.</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> www.bancaditalia.it</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> Vedi, inoltre, lo studio dell’Ufficio parlamentare di bilancio dell’agosto  2016 “L’efficienza della giustizia civile e la performance economica”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Le domande, tuttavia, trovano risposta solida nei frequenti <em>report</em> della Banca Mondiale, ed evidenziano che una giustizia lenta rende più difficoltoso ottenere il credito bancario e deprime il livello degli investimenti<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>. In particolare, quanto alle difficoltà per le banche di erogare prestito a causa di un sistema legale inadeguato, la ragione va ricercata nel fatto che le banche tradizionalmente hanno temuto di dover spendere troppo e attendere troppo a lungo prima di poter pignorare le garanzie, in caso di default; dunque le banche tendono a essere restie nel prestare ed erogare alle imprese gli investimenti necessari a farle crescere. Oggi il problema si palesa in tutta evidenza, se si considera la questione dei crediti deteriorati  nella pancia di molte grandi e piccole banche italiane (questione degli NPL) il cui basso valore è imputabile anche al  tempo di smaltimento dei crediti, che ne abbassa di molto il valore di carico.</p>
<p>Ma oltre il problemi citati ci sono quelli distorsivi indotti nel sistema. Infatti, il sistema economico  e le imprese “<em>hanno reagito a questa profonda inefficienza, tutta italiana, attraverso l’alterazione di comportamenti, scelte, strutture aziendali volti a minimizzare il rischio di incorrere in giudizio</em>”<strong>, </strong>considerando tra l’altro che <strong>i</strong>l processo civile non interessa soltanto il “<em>funerale</em>” di un contratto, ma anche il modo in cui è inizialmente concepito: una giustizia inefficiente compromette il potere di minaccia necessario alla regolarità delle transazioni e induce le imprese a preferire partner commerciali che offrono prodotti a prezzi più elevati, contro maggiori garanzie di adempimento.</p>
<p>Gli effetti sul sistema economico sono vari, ma sinteticamente si possono riassumere nella: 1)  la riduzione della natalità delle imprese; 2)  in un generale rigido sistema di fedeltà di <em>partnership</em> nei rapporti commerciali, a scapito di una migliore concorrenzialità sul prezzo dei beni e servizi; 3)  nel prevalere di forme o di aggregazioni d’impresa – quali le imprese familiari o i distretti industriali – in cui i contratti sono resi sicuri da forme di sanzione alternative alla giustizia civile.</p>
<p>Poiché le scelte non sono soltanto orientate da criteri di efficienza economica, ma anche dalla necessità di evitare le conseguenze di una disfunzione del sistema, il risultato complessivo è quello di una perdita di competitività del sistema Italia.</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Per il primo aspetto, fonte Banca Mondiale, Doing Business in 2006, in <a href="http://www.doingbusiness.org">www.doingbusiness.org</a>., e per il resto: Banca Mondiale, Doing Business in 2005, in <a href="http://www.doingbusiness.org">www.doingbusiness.org</a>.</p>
<p>Del dissesto della nostra giustizia civile non vi è uno specifico colpevole, ovvero, possono individuarsi più responsabili. La logica, infatti, della massimizzazione dell’interesse individuare che guida i comportamenti umani trova nelle regole vigenti un percorso che conduce inevitabilmente verso una perdita netta del benessere collettivo. Si tratta dunque di rivedere le regole del gioco, per gli attori. In primo luogo avvocati e magistrati e, dunque, anche per utenti finali del servizio giustizia.</p>
<p>Dunque, a nostro modo di vedere, non sono colpevoli, evidentemente, gli avvocati, chiamati a utilizzare i mezzi previsti dall’ordinamento per tutelare i propri clienti o i magistrati, chiamati ad applicare leggi con ampia delega a loro rimessa, gli utenti del servizio quando ne abusano ricorrendo in giudizio non per risolvere una questione giuridica incerta, ma per spuntare una dilazione di pagamento o una transazione favorevole. La radice del problema (e la sua soluzione) dovrebbero essere ricercati nel complesso degli incentivi a condotte distorte attualmente prodotti dall’insieme delle regole che ruotano intorno al processo e, dunque, in norme che adeguatamente governino gli interessi contrapposti indirizzandoli verso comportamenti virtuosi.</p>
<p>Le vie da percorrere dipendono, in primo luogo, da una scelta fondamentale: se si vuole o meno mantenere l’ampio livello di garanzie che attualmente il nostro sistema offre a chi va in giudizio o se, viceversa, siamo disposti a ridurle. La riduzione delle garanzie dovrebbe necessariamente passare per i magistrati su cui incidere con incentivi, policy e così via, trasformandoli di fatto in dominus esclusivi del processo.  Se, viceversa, si voglia conservare il sistema di garanzie, allora gli avvocati sono la chiave di volta su cui operare. Considerato che loro hanno “gli strumenti più efficaci” per filtrare le richieste delle parti e far sì che delle garanzie si faccia uso e non abuso, uno degli strumenti praticabili è quello della formula di compenso a forfait, certamente il modo più neutro ed efficace (dal punto di vista dell’economista) di premiare i comportamenti che vanno nella direzione giusta.</p>
<p>Sta di fatto che, oggi, se un avvocato usa in modo misurato le garanzie offerte al cliente, alleggerisce il fascicolo e porta a casa una rapida vittoria, viene pagato di meno e lo stesso accade se raggiunge una rapida transazione, mentre “allungare” il processo può permettere un compenso maggiore.</p>
<p>Anche qui si può prendere a prestito l’esperienza di altri paesi come il caso della Germania, ma anche da quella parte dei processi italiani del lavoro in cui l’assistenza legale è offerta dal sindacato, che, per prassi, ha accordi con l’assistito di tipo forfettario. Per altro verso, per rendere più efficiente il rapporto tra giustizia ed imprese, la Confesercenti ha proposto di lavorare su due fronti: per snellire i procedimenti, sarebbe utile separare i giudici che si occupano di contenzioso giuslavoristico da quelli, invece, dedicati al contenzioso previdenziale mentre, per limitare gli abusi dei contratti pirata, sarebbe necessario coinvolgere il Cnel e l’Ispettorato Nazionale del Lavoro, con il primo destinato ad avere un potere  “certificatorio” sulla rappresentatività delle organizzazioni sindacali e datoriali, mentre il secondo quello di sanzionare i soggetti che non applicano i Ccnl sottoscritti dalle organizzazioni più rappresentative.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="3">
<li><strong> Un diverso approccio</strong></li>
</ol>
<p>Ma sono interventi sufficienti quegli interventi riformatori del “sistema giustizia” che si concentrino sullo smaltimento dell’arretrato e sulla ragionevole durata del processo?</p>
<p>Per non complicarci troppo la vita, limiterei le nostre argomentazioni alla sola giustizia civile, per via del minore impatto sui diritti più “profondi” che coinvolgono la natura umana.  Oggi la giustizia viene comunemente interpretata come equità, equilibro tra interessi diversi e contrapposti. Se cosi stanno le cose, conseguentemente, è naturale pretendere che l&#8217;amministrazione della stessa si adegui a tale principio.</p>
<p>Mi spiego meglio, e per farlo, riprendo un esempio tratto dal  libro di John Rawls, il padre del c.d. neo-contrattualismo, dal titolo emblematico: “<em>una teoria della giustizia</em>”<a href="#_ftn1" name="_ftnref1"><sup>[1]</sup></a>. Il filosofo immagina un gruppo di individui, privati di qualsiasi conoscenza, ovvero, in una posizione originaria e sotto un velo d&#8217;ignoranza. In condizioni simili, sostiene Rawls, anche se gli individui fossero  totalmente disinteressati gli uni rispetto alla sorte degli altri, le parti sarebbero costrette a scegliere una società gestita secondo criteri equi. Dice Rawls: <em>“ogni persona ha un uguale diritto alla più estesa libertà fondamentale, compatibilmente con una simile libertà per gli altri&#8221;</em> ed in secondo luogo, <em>“le ineguaglianze economiche e sociali sono ammissibili soltanto se sono per il beneficio dei meno avvantaggiati”. </em> Dati tali principi originari lo scontro  porterebbe ad un risultato equo: nella società nessuno avrebbe né troppo, né troppo poco. Se questa è la situazione ottimale cui tende la natura umana, allora la giustizia per soddisfare tutti deve essere tale da garantire l&#8217;equità, senza scontentare troppi individui della collettività.  Ad approfondire tale concezione, per la verità, sono tanti i dubbi che rimangono. Uno per tutti: se la collettività è la somma degli individui e se gli individui percepiscono l’equità in relazione alla educazione, anche in tale società l’equilibrio sarà mutevole e anche le ineguaglianze tollerabili dipenderanno dal momento storico.</p>
<p>Insomma, non esisterebbe comunque un criterio universale e condiviso, ma – a voler essere accondiscendenti con tale impostazione – un semplice criterio di massima cui ispirarsi. Ma facendo nostre, per spirito di semplificazione, l’idea di giustizia giusta sopra abbozzata, torniamo adesso al fulcro del discorso, ovvero, al non funzionamento della giustizia civile Italia.   Ritorniamo dunque alla premessa da cui eravamo partiti.</p>
<p>Delle tante possibili cause &#8211; a sentire gli esperti &#8211; la principale sembra derivare dall’alto numero delle istruttorie che pendono nei tribunali italiani. Tali giacenze, hanno generato, per via della difficoltà di un rapido smaltimento, ulteriori ricorsi ingenerati proprio da tale lentezza. Insomma la causa del tracollo sembrerebbe la lentezza nella trattazione delle cause, che spinge chi è in torto a preferire la via del giudizio civile, invece che pagare il proprio debito.</p>
<p>L’idea è che alla fine, male che vada, si pagherà meno del dovuto<a href="#_ftn2" name="_ftnref2"><sup>[2]</sup></a>.  Spieghiamoci meglio con un esempio. Supponiamo un debitore Antonio che per comodità chiamiamo A ed un creditore Bruno (ovvero, B) ed un danno del valore pari ad un capitale (C) pari a 20 e supponiamo che A sia consapevole che la somma C sia equa e dovuta a B.</p>
<p>Dunque, le scelte possibili di A sono: 1. ammettere il debito e pagare la somma; 2. negare il debito ed indurre B a citarlo in giudizio. Nel caso 2 si possono verificare due scenari: 2a. il processo si chiude con una condanna al pagamento della somma C a carico di B; 2b. il processo termina senza sentenza perché A e B si accordano per una somma inferiore a C oppure perché B abbandona la causa. Di fronte alle alternative si ha: &#8211; se A sceglie la prima alternativa, paga tutta la somma C e perde gli interessi di mercato sulla somma C per tutto il tempo della durata del processo.  Le alternative, se A nega il debito, sono ricordiamolo due. Ebbene se sceglie 2a paga tutta la somma C, gli interessi al tasso legale della somma C per tutta la durata del processo e una parte delle spese processuali di B. Ora, se gli operatori hanno come obbiettivo la massimizzazione del loro profitto,  A preferirà 1 a meno che la differenza tra il tasso di interesse di mercato e quello legale non è tale da rendere il costo opportunità di 1 uguale o superiore al costo atteso di 2°. Se sceglie 2b, A paga parte della somma C o nulla. A preferirà 2b a meno che la probabilità che B accetti un accordo o rinunci alla causa sia inferiore alla probabilità che si arrivi ad una condanna al pagamento di tutta la somma C con gli interessi legali della somma per la durata del processo.</p>
<p>Dato che non è possibile prevedere esattamente se si verificherà lo stato 2a oppure lo stato 2b le alternative possibili restano 1 e 2. Comunque sia la scelta  è in funzione del tasso di interesse di mercato e della probabilità delle due alternative possibili. L&#8217;incertezza è connessa alle previsioni che A deve formulare sulla durata del processo, all&#8217;andamento delle variabili rilevanti per decidere ed alla stima delle previsioni di B in merito alle medesime variabili. Il valore delle probabilità associate agli eventi è in funzione della forza contrattuale di B che, a sua volta, dipende da quattro variabili: 1. la quota delle spese processuali che gli vengono rimborsate da A, 2. il tasso di interesse legale, 3. il tasso di interesse di mercato, 4. la durata attesa del processo.</p>
<p>Tra queste la maggiore incertezza per A è data dalle attese di B sull&#8217;andamento del tasso di interesse di mercato; un alto grado di imprevedibilità circa l&#8217;andamento dei tassi di mercato, per il periodo di durata della causa, introduce un&#8217;elevata incertezza circa le previsioni della controparte in merito alle perdite e ai guadagni legati al termine del giudizio, rendendo lo spazio di contrattazione talmente ampio da precludere l&#8217;accordo tra le parti.  Proseguendo in questa analisi di può dimostrare che vi è una soglia di durata dei processi oltre la quale il mercato non può sopravvivere poiché nessuno ritiene profittevole adempiere ai contratti.</p>
<p>Proseguendo in questa analisi di può dimostrare che vi è una soglia di durata dei processi oltre la quale il mercato non può sopravvivere poiché nessuno ritiene profittevole adempiere ai contratti. Bene capito come la questione sia potuta degenerare, occorre affrontare adesso il problema principale.</p>
<p>Ma perché si è creato l’ingolfo, e cioè, qual è la causa originaria sulla base della quale si è innestato il circolo pernicioso ?</p>
<p>Una idea noi ce l’abbiamo, ma non coincide con le varie analisi condotte, che fanno derivare la causa delle disfunzioni civili nell’estrema litigiosità dei cittadini italiani, sempre pronti a chiedere giustizia per ogni questione facendo appello ai Tribunali. Noi, invece, riteniamo che il problema stia nella complessità e nella sovrapposizione delle norme prodotte dai vari legislatori e dalla complessità del sistema italiano.</p>
<p>In effetti, dal punto di vista della normazione, l&#8217;Italia ha molti primati negativi: il numero delle leggi vigenti è molto più alto di quelli degli altri paesi europei, la dimensione delle singole leggi arriva a livelli parossistici, le contraddizioni tra diverse norme sono continue, la durata in vigore è a volte ridotta a pochi giorni<a href="#_ftn3" name="_ftnref3"><sup>[3]</sup></a>. Le leggi hanno una vita disordinata, anche per via delle anomalie dei processi normativi, che determinano distorsioni rispetto al normale ordine delle competenze e delle procedure: come il sostanziale esautoramento del Parlamento o il fatto che, nonostante l&#8217;eccesso di leggi, i giudici sono costretti a risolvere questioni importanti, come quelle di bioetica, che il legislatore non riesce ad affrontare. L&#8217;inflazione normativa e i difetti della legislazione sono da tempo lamentati e studiati.</p>
<p>Secondo Normattiva<a href="#_ftn4" name="_ftnref4"><sup>[4]</sup></a>, un progetto della Presidenza del Consiglio dei Ministri, del Senato e della Camera dei Deputati – in collaborazione con la Corte Suprema di Cassazione, l’Agenzia per l’Italia Digitale e l’Istituto poligrafico della Zecca dello Stato – che ha, proprio, l’obiettivo di classificare e rendere accessibile al cittadino la normativa vigente, nel 2009, in Italia, il <em>corpus</em> normativo statale dei provvedimenti numerati (leggi, decreti legge, decreti legislativi, altri atti numerati), dalla nascita dello Stato unitario poteva essere valutato in “circa 75.000″ unità.</p>
<p>Ricordiamo tutti i tentativo successivi al 2009<a href="#_ftn5" name="_ftnref5"><sup>[5]</sup></a> di semplificazione che hanno abrogato decine di migliaia di vecchie leggi, decreti e regi decreti<a href="#_ftn6" name="_ftnref6"><sup>[6]</sup></a>, ma ricordiamo che per avere un quadro di tutte le norme che regolano la vita di un cittadino e di un’impresa, occorrerebbe aggiungere quelle di matrice regionale, i provvedimenti comunali oltre ai regolamenti di un’interminabile sequenza di enti ed Autorità di regolamentazione e i provvedimenti delle tante autorità indipendenti.</p>
<p>In definitiva, né la Presidenza della Repubblica, né il Governo, né il Parlamento dispone di una banca dati, né un altro qualsiasi strumento di ricerca che consenta ad un cittadino o ad un’impresa di conoscere quanti e quali sono gli atti – non importa di che livello – dei quali si debba tener conto prima di porre in essere una qualsiasi condotta o avviare una qualsiasi attività.</p>
<p>A questo si aggiunge  l’assenza di una funzione chiarificatrice che non è svolta a sufficienza (almeno a stare ai risultati) dagli alti vertici della magistratura.</p>
<p>Ma restiamo alle ipotesi ufficiali, ovvero, degli italiani troppo litigiosi<a href="#_ftn7" name="_ftnref7"><sup>[7]</sup></a>.</p>
<p>I passati governi, e l&#8217;attuale non sembra avere sposato un linea diversa, ha scelto di affrontare il problema imboccando diretto la strada di smaltire l’enorme arretrato della giustizia civile aprendo la via della conciliazione obbligatoria, prima di addivenire ad un processo vero e proprio. L’intento della conciliazione è di far incontrare le parti e ottenere un accordo fuori giudizio, che levi lavoro ai tribunali. Si può pensare che  il legislatore abbia fatto proprio  il consiglio dato da Benjamin Franklin, “<em>il tempo è denaro</em>” nel suo “<em>Suggerimenti necessari per quanti desiderano diventare ricchi</em>” del 1736<a href="#_ftn8" name="_ftnref8"><sup>[8]</sup></a>.</p>
<p>Cosa aspettarsi? Forse alcuni italiana accoglieranno il consiglio dei conciliatori accontentandosi di arrivare ad un onorevole compromesso, ma c’è da scommettere che non saranno in pochi quelli che continueranno nella lite, finché giustizia trionfi? Se così andranno le cose la conciliazione sarà – come sostengono non a torto gli avvocati &#8211; un ulteriore appesantimento.  Ma è un altro il punto che mi interessa far rilevare. E’ quello che la strada della conciliazione porta ad consegnare la giustizia ai privati, privandola del carattere di sacralità che, secondo una parte considerevole degli operatori, essa riveste, e spostando la relazione della giustizia come   equità in giustizia  come rapida<a href="#_ftn9" name="_ftnref9"><sup>[9]</sup></a>.</p>
<p>Bene, mi basta cogliere tale punto sulla questione e il fatto non può non ricordare per il profondo contrasto tra questo modo di richiamarci alla giustizia, quel che, invece, diceva Sant’Agostino: <em>“Finché dunque, esuli e lontani dal Signore, cammineremo in stato di fede e non ancora di visione, per cui è scritto: Il giusto vivrà per la sua fede, la nostra giustizia durante lo stesso esilio consiste in questo: che alla perfezione e pienezza della giustizia, dove nella visione dello splendore di Dio sarà ormai piena e perfetta la carità, noi presentemente tendiamo con la dirittura e la perfezione dello stesso correre, cioè castigando il nostro corpo e costringendolo a servire , facendo lietamente e cordialmente le opere di misericordia, sia nel prodigare benefici, sia nel perdonare i peccati commessi contro di noi, e attendendo incessantemente alle orazioni  e compiendo tutto questo nella sana dottrina, sulla quale si basa l&#8217;edificio della fede retta, della speranza ferma, della carità pura. Questa è per adesso la nostra giustizia con la quale corriamo affamati e assetati verso la perfezione e la pienezza della giustizia per esserne poi saziati</em>”<a href="#_ftn10" name="_ftnref10"><sup>[10]</sup></a>.</p>
<p>Come si vede facilmente due mondi, due visioni del vivere separati in modo oramai non più riconciliabile. Dalla prima forte discontinuità (ovvero, la giustizia come equità) alla giustizia civile che assume il denaro (nell’aspetto conciliatorio<a href="#_ftn11" name="_ftnref11"><sup>[11]</sup></a>) unico strumento di compensazione ed elemento capace di integrare l’idea del giusto.</p>
<p>Si rinuncia, infatti, ad avere giustizia, chiedendo meno denaro di quello che in realtà sarebbe stato giusto e ciò a causa di una inefficienza dello Stato<a href="#_ftn12" name="_ftnref12"><sup>[12]</sup></a>. Forse adesso sarà più chiaro il tortuoso cammino che abbiamo scelto per dimostrare che se dovessimo sacrificare l’stanza di giustizia ci ritroviamo su una strada insidiosa che può portare con facilità verso una completa equivalenza tra giustizia e risarcimento del danno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> John Rawls – “Una teoria della giustizia” – Feltrinelli, Milano, 2008.</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Cfr.: <a href="http://www.fermareildeclino.it/far-funzionare-la-giustizia-ecco-come">www.fermareildeclino.it/far-funzionare-la-giustizia-ecco-come</a> in cui è stato esattamente notato che: <em>“Fino a quando ricorrere o resistere in giudizio sapendo di avere torto conviene, i tribunali continueranno ad essere polo di attrazione per cause pretestuose, o facilmente risolvibili diversamente, a danno di quelle serie che invece richiedono l’intervento del magistrato. In Italia vengono iscritte a ruolo 3.958 cause per 100.000 abitanti, il doppio della Germania e il 43% in più della Francia. L’obbiettivo è di avvicinarsi alla media dei Paesi aderenti al Consiglio d’Europa di 2.738 cause per 100.000 abitanti. L’abuso dello strumento processuale non solo rallenta le cause reali ma ingolfa tutto il sistema rendendo inefficienti le procedure e poco produttivi i magistrati sommersi dai fascicoli”.</em></p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a>In tal senso cfr.: Bruno Aprile e la democrazia diretta – <a href="http://www.brunoaprile.ucoz.com/publ/%20quante_%20leggi%20_ci_sono_in_italia/1-1--03">www.brunoaprile.ucoz.com/publ/ quante_ leggi _ci_sono_in_italia/1-1&#8211;03</a>; G. Scorsa  –  Internet e istituzioni: quante sono le leggi in Italia ? meglio chiederlo a Google che a “Normattiva” – <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/08/28/...il...leggi/1101193/">www.ilfattoquotidiano.it/2014/08/28/&#8230;il&#8230;leggi/1101193/</a>. La fiera delle leggi – <a href="http://www.rivisteweb.it/download/article/10.1402/22621">www. rivisteweb.it/download/article/10.1402/22621</a>.</p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a>Normattiva, entrato in funzione nel marzo 2010, è  una banca dati pubblica, al sito www.normattiva.it, che si pone l&#8217;obbiettivo di raccogliere l&#8217;intero corpus normativo in vigore nello Stato Italiano.</p>
<p><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a> Il decreto legislativo 1 dicembre 2009, n. 179 c.d. “salva-leggi” (Disposizioni legislative statali anteriori al 1° gennaio 1970, di cui si ritiene indispensabile la permanenza in vigore, a norma dell&#8217;articolo 14 della legge 28 novembre 2005, n. 246) rappresenta l’ultimo atto di una strategia di politica legislativa che prende avvio con la legge 28 novembre 2005, n. 246 (Semplificazione e riassetto normativo per l’anno 2005) e che si è arricchita, nel corso degli ultimi anni, di aspetti problematici e complessità ulteriori.</p>
<p><a href="#_ftnref6" name="_ftn6">[6]</a> A fine 2010  sono stati cancellati circa 37500 atti normativi ormai inutili o desueti e il numero delle leggi vigenti è stato portato a circa 10000 ( la media europea  si attesta intorno a 5000).</p>
<p><a href="#_ftnref7" name="_ftn7">[7]</a> In tal senso, da ultimo, il Dr. Gianfranco Ciani, Procuratore Generale presso la Cassazione  in una lettera al Direttore del Corriere della Sera del marzo 2014<em>”..  in Italia il problema della Giustizia è reso praticamente irrisolvibile dal numero dei procedimenti che ogni anno si abbattono sui Tribunali. In campo penale si cercherà di risolvere con la depenalizzazione di una serie di illeciti, e sicuramente l&#8217;eliminazione sia della Fini -Giovanardi (che eliminava la distinzione tra droghe leggere e droghe pesanti) che della Bossi-Fini (reato d&#8217;immigrazione clandestina) saranno d&#8217;aiuto. In campo civile ? Si spera che col tempo gli italiani diventino anglosassoni e si risolvano le beghe da sé, mediando</em>&#8220;.</p>
<p><a href="#_ftnref8" name="_ftn8">[8]</a> Per un’edizione più recente cfr. Benjamin Franklin &#8211; Consigli per diventare ricco – Hints to become rich, IBIS 2009.</p>
<p><a href="#_ftnref9" name="_ftn9">[9]</a> In senso conforme cfr. G. Lemme – La crisi della giustizia civile, una minaccia per la ripresa – secondo cui <em>“è proprio la lentezza della giustizia ad alimentare le liti: si subiscono le cause, perché questo è un modo per procrastinare per mesi se non per anni il momento in cui si sarà costretti ad adempiere ad un’obbligazione”</em>. Secondo l’autore introdurre forme di mediazione obbligatorie non può risolvere il problema, ma rischia addirittura di aggravarlo in quanto la scarsa tendenza conciliativa degli italiani fa sì che la lite sia vista proprio come lo strumento idoneo a posticipare l’adempimento di un’obbligazione. La mediazione obbligatoria, quindi, si risolve in un ulteriore allungamento dei termini per arrivare alla sentenza e finisce per alimentare il contenzioso invece che deflazionarlo.</p>
<p><a href="#_ftnref10" name="_ftn10">[10]</a>  Cfr. <a href="http://www.frasicelebri.it/frasi-di/agostino-dippona">www.frasicelebri.it/frasi-di/agostino-dippona</a>; <a href="http://www.agustinus.it/varie/frasi/frasi3.htm">www.agustinus.it/varie/frasi/frasi3.htm</a>. Sulla questione etica si sono espresso anche il primo presidente della Corte di cassazione, Giorgio Santacroce e il procuratore generale, Gianfranco Ciani in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario 2015. Nella relazione del primo presidente si legge: <em>“Il pericolo più grave è rappresentato dalla possibilità che la politica sia asservita alle scelte economiche e che l’economia assurga al ruolo di vera e unica guida delle scelte politiche diventando l’unico parametro di riferimento”</em>, con la conseguenza che il criterio economico penalizzi <em>“l’effettiva tutela dei diritti della persona” </em>garantiti dalla Costituzione. Il procuratore generale, invece, ha sottolineato che, sparite le ideologie, si è arrivati al paradosso di identificare la morale con il diritto penale nel senso che <em>“si passi immediatamente da ciò che è reato a ciò che è lecito in quanto non delitto”</em>. La mancanza di valori autonomi di etica socio-politica dà vita a fenomeni degenerativi per cui è solo il delitto a stabilire il comportamento illecito da quello lecito, con la conseguenza che, tutto ciò che non è penalmente illecito, è corretto. La sfera della responsabilità morale coincide esattamente con quella della responsabilità penale.</p>
<p><a href="#_ftnref11" name="_ftn11">[11]</a> Vedasi,  “Analisi del Contratto di denaro dato a frutto e conciliazione &#8211;  delle opinioni della giustizia del medesimo” , Del Canonico, Venezia 1814, tipografia Armena di S. Lazzaro</p>
<p><a href="#_ftnref12" name="_ftn12">[12]</a> Torna in mente il titolo del film del regista Roberto Schoepflin “<em>Pochi maledetti e subito”</em> o, il detto popolare <em>“meglio un uovo oggi che una gallina domani”</em>.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Enea Franza" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2020/04/enea-franza-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/enea-franza/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Enea Franza</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Dal 2016 dirigente Responsabile Ufficio Consumer Protection e dal 2012 a tutt’oggi, Responsabile Ufficio Camera di conciliazione ed arbitrato presso la Consob.</p>
<p>Membro del Comitato Tecnico Scientifico della ”Agenzia per il controllo e la qualità dei servizi pubblici di Roma-Capitale”, via San Nicola da Tolentino, 45, 00187 Roma;</p>
<p>Membro del Comitato Scientifico della “Fondazione Einaudi-Onlus”, Via della Conciliazione, 10 –  Roma;</p>
<p>Membro del Comitato Scientifico “’Unione Cristiana Imprenditori e Dirigenti – UCID”,  Via delle Coppelle,35 Roma</p>
<p>Membro del Comitato Scientifico della “Fondazione Vittime del Fisco” – Milano;</p>
<p>Membro del Comitato Scientifico della rivista scientifica “Osservatorio sull’uso dei sistemi ADR” – Caos- Editoriale – Roma.</p>
<p>Docente di “Economia e finanza etica” – Dipartimento Economia presso la Delegazione italiana dell’”Università Internazionale per la Pace – ONU (Costa Rica), via Nomentana n.54 – Roma;</p>
<p>Docente di Economia Politica – Dipartimento di Criminologia” dell’”Università Popolare Federiciana – UniFedericiana”;</p>
<p>Docente a contratto e Direttore scientifico per i Master di I livello in “Economia e diritto degli intermediari Finanziari” (edizioni 2016-2017, 2018-2019) presso “Università degli Studi Niccolò Cusano – Unicusano”, via Don Gnocchi, 1- Roma;</p>
<p>Docente di “Economia e finanza”, nonché membro del Senato accademico dell”’Università Cattolica Joseph Pulitzer di Budapest” dal 2018.</p>
<p>Cavaliere di Merito dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme;</p>
<p>Cavaliere di Merito del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio</p>
<p>Per una biografia più dettagliata vi invitiamo a visitare il sito della <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/profilo/enea-franza/">Fondazione Luigi Einaudi</a></p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/alcune-osservazioni-sulla-giustizia-italiana/">Alcune osservazioni sulla giustizia italiana</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>Qualche calcolo può aiutare la giustizia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Enea Franza]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 May 2021 07:08:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Non è la prima volta che torno sui problemi della giustizia per rappresentare come l’attuale sistema delle sanzioni, in particolare quelle penali, risultano essere spesso irrazionali e, in una logica “costi-benefici”, spiegano la scelta, moralmente riprovevole ma razionalmente giustificata, di delinquere. Gli esempi non mancano e vi propongo, per farvi meglio intendere cosa voglio dire, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Non è la prima volta che torno sui problemi della giustizia per rappresentare come l’attuale sistema delle sanzioni, in particolare quelle penali, risultano essere spesso irrazionali e, in una logica “costi-benefici”, spiegano la scelta, moralmente riprovevole ma razionalmente giustificata, di delinquere. Gli esempi non mancano e vi propongo, per farvi meglio intendere cosa voglio dire, un modello di scelta razionale in una mente deviata.</p>
<p>Ipotizziamo la scelta delinquenziale di <em>“… se è meglio rubare in un appartamento, ovvero, un auto, oppure, alzare la posta e decidere per una rapina, magari in abitazione</em>”. Premettiamo che, rispettivamente, il vigente codice penale prevede, nel primo caso, da uno a sei anni di reclusione, nel secondo da 6 mesi a 3 anni e, infine, per la rapina, da 4 a 20 anni. Adesso, scorrendo le statistiche che il Ministero della Giustizia annualmente pubblica sui reati degli italiani, abbiamo che la probabilità di successo (e quindi di farla franca) per il delinquente è nell’ipotesi di furto in appartamento di circa il 94 %, mentre  per il furto d’auto addirittura del 97%; invece, nel caso di rapina in appartamento, le percentuali di successo si abbassano in modo vertiginoso fino ad un 24%.  Peraltro, è noto, in particolare ai ladri, che esiste un buon mercato per le auto rubate, mentre è più complesso, in caso di furto in casa, riuscire a prelevare contante e, a meno di avere notizie certe sull’esistenza di una cassaforte accessibile, di solito il ricavato del furto in un appartamento si limita a pochi contanti ed a qualche gioiello (in genere, orecchini, collane, anelli, orologi, o argenteria, ecc.) preziosi che, per la verità, vengono venduti con difficolta e con qualche rischio, molto al di sotto del prezzo di mercato. Altra storia sono i furti su commissione che, comunque, rappresentano una componente minoritaria. Ne segue che il guadagno ipotizzabile da un furto d’auto è generalmente pressoché equivalente a quello di un furto in casa.  Molto maggiore si presume il ricavo da una rapina in appartamento; la presenza della famiglia dà, infatti, la possibilità di accedere prontamente alla cassaforte e di prelevare oggetti di valore nonché di estorcere denaro ai presenti in vario modo.</p>
<p>Ciò premesso, ipotizzando un costo per la perdita della libertà del ladro pari a circa 25 euro al giorno, possiamo facilmente calcolare  quale dei possibili reati ipotizzati massimizza il <em>pay off</em>;  in altri termini, l’illecito più redditizio.  Concentriamoci prima sul prezzo della libertà.  Esso, per l’ingiusta detenzione,  è calcolato generalmente in circa 250 euro; tuttavia, qui stiamo valutando altra cosa, ovvero, se conviene delinquere o lavorare.  Ora, se per un giovane il prezzo medio del lavoro è all’incirca di 700 euro (quindi  circa 25 euro al giorno), possiamo convenire che  il denaro di cui ci si priva quando si è reclusi e, quindi della sua libertà, vale almeno circa 25 euro al mese.  Adesso, con un semplice prodotto  tra la probabilità di finire in prigione ( rispettivamente il 6%, il 7% ed il 66%), il mancato guadagno lecito (i 25 euro giornalieri) ed ipotizzando che al <em>reo</em> sia applicata la pena detentiva media (dunque: per il furto in casa 3,5 anni; 1,3 anni per il furto di auto; e, infine, di 12 anni per la rapina) si ha l’importo a cui si rinuncia per la detenzione.  Razionalmente il ladro sceglie il tipo di furto che gli assicura di massimizzare il suo guadagno, nel nostro esempio, sembra che rubare macchine abbia un “costo” di soli 356 euro, mentre un furto in appartamento di circa 1.916 euro; molto di più per le rapine in appartamento, dove il costo sale a 83.220 euro.</p>
<p>Ora per verificare quale reato conviene commettere, tra quelli prefigurati, occorre confrontare il costo trovato con il possibile beneficio. Se poniamo che il ricavato di una rapina in appartamento sia grosso modo simile a quello del furto di un’automobile e diciamo che possa portare rispettivamente ad un ricavo di 5.000 euro e 4.000 euro, mentre per la rapina ipotizziamo un ricavo di 30.000 euro, abbiamo un <em>pay off</em> rispettivamente di  3.644 euro, di 3.084 euro ed una perdita di ben 53.220 euro nel caso di rapina. Si tratta naturalmente di valutazioni costi benefici, ma che ci evidenziano che, a conti fatti, conviene rubare autovetture.  Perché?  Bene, tutto considerato, e confrontato il possibile ricavo con il costo della perdita di libertà,  il furto d’auto  assicura un beneficio di 560 euro rispetto all’attività di rubare in casa. Addirittura, nonostante il ricavo di ben 30.000 per una rapina a casa, il costo della probabile detenzione distrugge ogni guadagno. Naturalmente, la ripetizione del reato non modifica sostanzialmente il discorso.</p>
<p>Il legame cosi costruito tra probabilità di scontare la pena, costo della perdita della libertà e detenzione media, può portare ad interessanti e non proprio banalissime considerazioni utili, a nostro modo di vedere, ad impostare una graduazione corretta degli interventi in tale settore. In primo luogo, analizziamo quella che sembra la più ovvia considerazione da fare: in effetti se aumento la pressione delle forze dell’ordine per il perseguimento dei reati citati, in particolare, per i furti d’auto ed in appartamento posso immaginare un aumento della probabilità di scontare la pena prevista dal codice penale, fino a circa il 100%. In tal caso, il valore della libertà per un ladro di auto passa da 356 euro a 11.863 euro. Un formidabile incremento che taglia fuori molti dei possibili guadagni da un furto d’autovettura. Ed, infatti, per ottenere un <em>pay off</em> positivo, il furto dovrà necessariamente concentrarsi su un <em>target</em> molto elevato, probabilmente già sotto il controllo di organizzazioni criminali ben organizzate, e di cui il ladro potrà solo essere un mero esecutore materiale. Per i furti in appartamento il valore cresce da 1.916 euro fino a 31.938 euro; un valore effettivamente troppo alto per un ricavo dal furto in abitazioni ordinarie e, invece, riservato agli appartamenti di lusso che, tuttavia, dispongono di sistemi d’allarme assai sofisticati e non affrontabili, se non da parte di persone di elevata competenza e professionalità. Impensabile poi compiere una rapina in appartamento che passa a 109.500 euro.  Ma intensificare i controlli di polizia fino ad avvicinarsi a un tasso del 100% di soluzione positiva e quindi cattura del colpevole non è a costo zero, ma un ha costi molto alti, legati alla spese per le indagini e la cattura dei responsabili, cosa che si traduce in un incremento sostanzioso della spesa a favore, in primo luogo delle forze di polizia e della magistratura.</p>
<p>Teoricamente più a buon mercato sarebbe intervenire su un’altra componente della formula che stiamo analizzando, ovvero, la misura della pena astrattamente prevista. Infatti se si arrivasse a prescrivere il massimo della pena per i reati citati, il costo della libertà aumenterebbe (in senso crescente), rispettivamente: per i furti di auto fino a 822 euro, per furti in appartamento fino a 3.285 euro e, per le rapine in appartamento, fino a 138.700 euro. Dunque, salvo probabilmente che per le rapine, il costo raddoppia, ma non arriva ad un limite tale da disincentivare il furto, dato che i <em>pay off</em> per i reati di furto sono comunque positivi, ed eventualmente nel caso presentato si osserva che vengono ad essere incentivati maggiormente i furti di auto rispetto a quelli di autovetture, passando da 560 euro a 1.393 euro. Tuttavia, ci piace alla fine dare un’ulteriore indicazione sulla potenza della  formuletta indicata. In effetti, se immaginiamo di raddoppiare lo stipendio minimo dalle 700 euro mensili a 1.400 e quindi di passare ad un costo giornaliero della perdita della libertà da 25 euro a 50 euro, otteniamo dei risultati che a nostro avviso sono molto interessanti. In effetti, si ottiene 712 euro in luogo dell’iniziale 356 euro per i furti d’auto, 3832 euro in luogo di 1.916 euro per i furti in appartamento e, 166.440 euro in luogo di 83.220 euro. E, ancora una volta abbiamo dimostrato come la “miseria” sia un fattore determinante per la convenienza a delinquere.</p>
<p>La storia raccontata, che immagino sia comunque ben presente al legislatore, non sembra, tuttavia, colpire più di tanto se, in effetti, si continua a normare secondo una modalità assolutamente slegata dalle necessità del Paese ed incline, piuttosto, a seguire le mode che, di volta in volta, infiammano l’opinione pubblica.  Eppure, i modi oggettivi per scegliere la “giusta pena” c&#8217;è ne sono; in altri termini, anche decidere di essere ladro è una scelta economica, e se, nel comminare le pene, il legislatore fa i giusti calcoli può contribuire a ridurre il numero dei reati.</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Enea Franza" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2020/04/enea-franza-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/enea-franza/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Enea Franza</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Dal 2016 dirigente Responsabile Ufficio Consumer Protection e dal 2012 a tutt’oggi, Responsabile Ufficio Camera di conciliazione ed arbitrato presso la Consob.</p>
<p>Membro del Comitato Tecnico Scientifico della ”Agenzia per il controllo e la qualità dei servizi pubblici di Roma-Capitale”, via San Nicola da Tolentino, 45, 00187 Roma;</p>
<p>Membro del Comitato Scientifico della “Fondazione Einaudi-Onlus”, Via della Conciliazione, 10 –  Roma;</p>
<p>Membro del Comitato Scientifico “’Unione Cristiana Imprenditori e Dirigenti – UCID”,  Via delle Coppelle,35 Roma</p>
<p>Membro del Comitato Scientifico della “Fondazione Vittime del Fisco” – Milano;</p>
<p>Membro del Comitato Scientifico della rivista scientifica “Osservatorio sull’uso dei sistemi ADR” – Caos- Editoriale – Roma.</p>
<p>Docente di “Economia e finanza etica” – Dipartimento Economia presso la Delegazione italiana dell’”Università Internazionale per la Pace – ONU (Costa Rica), via Nomentana n.54 – Roma;</p>
<p>Docente di Economia Politica – Dipartimento di Criminologia” dell’”Università Popolare Federiciana – UniFedericiana”;</p>
<p>Docente a contratto e Direttore scientifico per i Master di I livello in “Economia e diritto degli intermediari Finanziari” (edizioni 2016-2017, 2018-2019) presso “Università degli Studi Niccolò Cusano – Unicusano”, via Don Gnocchi, 1- Roma;</p>
<p>Docente di “Economia e finanza”, nonché membro del Senato accademico dell”’Università Cattolica Joseph Pulitzer di Budapest” dal 2018.</p>
<p>Cavaliere di Merito dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme;</p>
<p>Cavaliere di Merito del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio</p>
<p>Per una biografia più dettagliata vi invitiamo a visitare il sito della <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/profilo/enea-franza/">Fondazione Luigi Einaudi</a></p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/qualche-calcolo-puo-aiutare-la-giustizia/">Qualche calcolo può aiutare la giustizia</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>La relazione tra libertà e grado di complessità normativa. Il rischio giustizialista e il ruolo della Costituzione italiana.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Angelo Lucarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Oct 2020 14:01:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Diritto]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[angelo lucarella]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[luigi einaudi]]></category>
		<category><![CDATA[magistratura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Giustizia non esiste là ove non vi è libertà”. La frase del compianto Presidente della Repubblica Luigi Einaudi oggi torna attuale più che mai. Un concetto lucido, chiaro, Costituente fino all’ultima lettera. A giusta ragione d’altronde. Come può esserci giustizia senza libertà? Domanda di assoluto valore e di timbro profondo. Profondità tipica di chi nelle [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/la-relazione-tra-liberta-e-grado-di-complessita-normativa-il-rischio-giustizialista-e-il-ruolo-della-costituzione-italiana/">La relazione tra libertà e grado di complessità normativa. Il rischio giustizialista e il ruolo della Costituzione italiana.</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>“Giustizia non esiste là ove non vi è libertà”.</em></p>
<p>La frase del compianto Presidente della Repubblica Luigi Einaudi oggi torna attuale più che mai.</p>
<p>Un concetto lucido, chiaro, Costituente fino all’ultima lettera.</p>
<p>A giusta ragione d’altronde.</p>
<p>Come può esserci giustizia senza libertà?</p>
<p>Domanda di assoluto valore e di timbro profondo.</p>
<p>Profondità tipica di chi nelle parole traferisce più di quanto esse siano visibili come forma.</p>
<p>Soffermarsi sull’Einaudi pensiero, invertendo per un attimo l’ordine delle parole utilizzate (che poi ritroviamo nel principio della negazione della verità in <em>“Prediche inutili”</em>), è necessario per percepirne la portata d’attualità incredibile.</p>
<p>Senza libertà può esserci vera giustizia?</p>
<p>La prima è, oggettivamente, prerequisito della seconda perché solo se un sistema è ordinato all’affermazione del Giusto può dirsi, effettivamente, garante dello spazio di ognuno.</p>
<p>Il punto di riflessione è, certamente, come è possibile ordinare un sistema in tale direzione: la regola è, con ogni probabilità, una risposta attendibile.</p>
<p>L’Uomo, però, è libero solo nella regola?</p>
<p>Non è un parolone retorico, anzi la regola è modernità ciclica.</p>
<p>Quest’ultima, immaginata specificamente come una sorta di “livella”, a sua volta deve essere partorita incline al garantismo: non per volere soggettivo del legislatore, ma in <em>primis</em> per ossequio al dettato Costituzionale.</p>
<p>Quando un legislatore non utilizza questo parametro succede che il frutto normativo non abbia forza ed equilibrio. Ha, invece, in sé tutto l’opposto. Diventa dirompente e distruttiva. Si pone, la norma, come arma di parte.</p>
<p>E quando una “parte” ha più armi si gioca impari.</p>
<p>È qui che la regola fallisce il proprio scopo etimologico, sociale, giuridico.</p>
<p>Da qui passa la percezione (effettiva) della libertà e la sua affermazione nella vita reale: dal rapporto di eguaglianza.</p>
<p>Cosa accede, però, se l’intervento della “Giustizia” è inficiato da uno sbilanciamento tale da invalidare o, quantomeno, mettere in discussione la fiducia riposta dal cittadino nei confronti dell’Istituzione (rappresentata, ovviamente, dal magistrato)?</p>
<p>Questione delicata la cui risoluzione è data proprio dall’intensità valoriale con cui si è iniziata questa breve dissertazione.</p>
<p>Nel nostro paese, norme alla mano, esistono giudizi che fanno stato (cioè sentenze) in cui un Magistrato dell’Ufficio di Pubblico Ministero può svolgere, al contempo, il ruolo di membro del Collegio Giudicante nel processo tributario.</p>
<p>Non solo.</p>
<p>Nel nostro paese, dopo anni ancora, non si riesce a comprendere che la separazione delle carriere, nel sistema penale, non si traduce per forza di cose in <em>deficit</em> di potere del giurisdizionale. Tutto l’opposto. Rafforzerebbe la credibilità dell’intero sistema, soprattutto, se è vero come è vero che il P.M. “siede difronte” al Giudicante e, al contempo, si pone “al lato dell’imputato e delle parti civili”.</p>
<p>Inoltre, nel nostro paese, il dramma dei tempi della giustizia non è una questione di poco conto: è specificamente il conto da pagare giorno per giorno.</p>
<p>Saldo che si riversa, direttamente, su investimenti, su capacità attrattiva del sistema-paese, ma molto di più sui cittadini italiani ai quali, più di tutti, questo ritardo riformatore pesa.</p>
<p>Il bivio è davanti a noi: o si va verso il becero giustizialismo oppure si ha il coraggio di rinfrescare la cultura del garantismo.</p>
<p>Il “come” possiamo farlo cercando di contemperare le cose con la necessità di contrastare le illegalità, condannando il soggetto reo (tendendo al suo recupero sociale, anzitutto, formandolo) od assolvendo il cittadino con tutta la serenità e certezza di buon diritto.</p>
<p>Compito assai delicato a cui, però, non può rinunciarsi per comodità giuridica.</p>
<p>Ecco, il problema della comodità giuridica è il fulcro dell’Einaudi pensiero poiché con essa, velatamente, si insinuano le flotte di illegalità.</p>
<p>È giusto condannare un Uomo mediante l’applicazione di una norma sbagliata ed incostituzionale?</p>
<p>È giusto assolvere un Uomo, invece intimamente reo, mediante l’applicazione di una norma sbagliata che non prevede punibile la specifica condotta del cittadino?</p>
<p>Qui veniamo al dunque: cioè verificare se la libertà passa dal come il legislatore scrive le regole del gioco affinché il sistema “Giustizia” sia quanto più equo, credibile, stabile, funzionale alle garanzie Costituzionali (di eguaglianza, difesa effettiva, imparzialità/terzietà del giudicante, ecc.).</p>
<p>È giusto farsi giudicare da chi, nello stesso momento, ricopre il ruolo di accusatore (riferimento al processo tributario)?</p>
<p>È giusta l’incriminazione e poi il giudizio di chi siede solo per forma su banchi diversi da chi decide (riferimento a sistema penale)?</p>
<p>Chiaro che i magistrati non hanno, grossomodo, colpe ordinamentali se il legislatore italiano non attua in tutte le sue sostanze i c.d. <em>“Principi di Giusto Processo” </em>che in Costituzione si stadiano all’art. 111.</p>
<p>Però, non può assolversi pienamente lo stesso “giurisdizionale” laddove non ha coraggio (almeno questo) di sollevarne questione d’illegittimità costituzionale per l’appunto.</p>
<p>Per questo motivo non si può esser concordi con chi dice che la magistratura comanda nel paese.</p>
<p>No la magistratura è succube di un pensiero politico-legislativo-giurisdizionale di matrice giustizialista insinuatosi nel tempo tramite correnti deviate.</p>
<p>Qui si nasconde, ancora una volta, l’insidia vera per il nostro paese.</p>
<p>Insidia che Einaudi ben identifica nel perimetrare il concetto di “libertà effettiva” in relazione al come la Giustizia opera e si afferma al cospetto del cittadino.</p>
<p>Preoccupazione che anche Aldo Moro condivise quando ebbe a descrivere che <em>“la libertà si vive faticosamente tra continue insidie”.</em></p>
<p>Purtroppo la variabile (più indecifrabile che mai) funzionale a questo tipo di derivazioni politico-istituzionali è costituita proprio dal tipo di legislatore che, volta per volta, ci si ritrova.</p>
<p>Non è un caso che leggendo il rapporto dell’Osservatorio sulla legislazione italiana<a href="#_ftn1" name="_ftnref1"><sup>[1]</sup></a> della Camera dei Deputati, al 2018 (primo anno della Legislatura XVIII), si possa constatare come, nonostante fossimo in periodo pre-Covid, la complessità normativa sia aumentata percentualmente rispetto allo stesso periodo della legislatura XVII.</p>
<p>Inclinazione dettata anche da un forte decisionismo di Governo che, di fatto, ha spiazzato il Parlamento; ciò se da una parte può segnare un punto positivo nella scelta dell’esecutivo, dall’altra parte può tradursi in limitazione della discussione politica in sede (genetico) naturale legislativa (d’altronde si ricordi che il Governo può utilizzare solo Decreti legge e Decreti legislativi per normare).</p>
<p>Il risultato è che l’alimentazione del dibattito sui termini da inserire in legge, sulle necessità del paese, sulle finalità e sugli equilibri di cui la “regola” deve farsi portatrice è praticamente immatura ed acerba (se non quasi inesistente laddove in sede di conversione dei decreti legge, ad esempio, si dovesse porre la fiducia ripetutamente).</p>
<p>Nel 2020 questo problema di complessità normativa è stato ulteriormente decifrato nel lavoro pubblicato con il quarto fascicolo<a href="#_ftn2" name="_ftnref2"><sup>[2]</sup></a>, sempre dall’Osservatorio di cui innanzi, relativo all’esame del <em>“Comitato per la legislazione”</em>. <em> </em></p>
<p>Sicché, nel gioco delle parti, dinanzi a tale evidenza ci si pone un ultimo punto di riflessione.</p>
<p>Perché il Parlamento, data la complessità normativa maggiormente alimentata nell’ordinamento ove vi sia intervento del Governo, non legifera in via ordinaria con le discussioni, anche accese, di cui la democrazia necessita?</p>
<p>Un minor costo della democrazia equivale a un maggior grado di complessità sistemica.</p>
<p>Questo è il risultato.</p>
<p>E se a tale dato si aggiunge anche il grado di complessità economica del sistema-paese che l’OEC (Observatory of Economic Complexity) ha stadiato per l’Italia a 1,31 (altissimo rispetto ad altre potenze mondiali) è chiaro che ci si trova dinanzi a due facce della stessa medaglia.</p>
<p>Ecco come regole più snelle e meno macchinose, meno sbilanciate e più in equilibrio, meno legiferanti (in quanto tali) e più riformatici, potrebbero migliorare la capacità di sviluppo del paese liberandolo dalla complessità, ormai, dilagante.</p>
<p>Ne va della certezza del diritto; ne va del crescente potere delle burocrazie legate ai governi.</p>
<p>Questo tempo di marcia però è dettato, come ogni ciclico periodo sociale, da cosa il Popolo vuole e dal come lo vuole.</p>
<p>L’Italia vuole o meno riformare la Giustizia partendo dall’assumersi la responsabilità di avere coraggio perché serve coraggio? Mi si perdoni il gioco di parole.</p>
<p>Relegare quest’attività ad una mera delega ai Governanti, invece, di maturare un senso sociale sulla questione è una fuga in avanti in cui resta indietro il Parlamento. Cioè tutti noi.</p>
<p>Se oltre al taglio della democrazia vi sarà, poi, anche quello del giurisdizionale cosa ci si deve aspettare? Che la politica temporalmente occupante il potere esecutivo detti anche le sentenze per decidere chi è colpevole e chi no?</p>
<p>Si sa che “<em>Quando la politica entra nella giustizia, la giustizia esce dalla finestra”.</em></p>
<p>Lo diceva, anche questo, Luigi Einaudi.</p>
<p>Un monito, quest’ultimo, che se dimenticato non ci porterà che verso il giustizialismo totalitario in cui anche i magistrati saranno soggiogati al potere esecutivo al pari del popolo.</p>
<p>Il tutto a causa di regole che non puntano alla libertà quale condizione di esistenza dell’Uomo, ma al controllo di quest’ultimo.</p>
<p>Umanamente ingiusto.</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1"><sup>[1]</sup></a> Accessibile liberamente al seguente link <em>https://www.camera.it/leg18/397?documenti=1137</em></p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2"><sup>[2]</sup></a> Datato 04 marzo 2020 ed anch’esso liberamente accessibile al seguente link <a href="https://documenti.camera.it/leg18/dossier/pdf/CL004.pdf?_1583505427550"><em>https://documenti.camera.it/leg18/dossier/pdf/CL004.pdf?_1583505427550</em></a> &#8211; si noti che il rapporto è basato sull’analisi di due leggi ed un decreto legge a campione.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Angelo Lucarella" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2020/10/angelo-lucarella-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/angelo-lucarella/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Angelo Lucarella</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Avvocato, saggista, già vice presidente coord. della Commissione Giustizia del Ministero dello Sviluppo Economico.<br />
Delegato italiano (under 40) al G20 Amburgo 2022 industria, imprese e sviluppo economico organizzato da compagini industriali/imprese dei Paesi partecipanti con Ministero economia tedesco.</p>
<p>Docente aggiunto a.c. in Diritto tributario dell&#8217;impresa e Diritto processuale tributario &#8211; Dipartimento Economia, Management, Istituzioni presso l&#8217;Università degli studi di Napoli Federico II.<br />
Componente di cattedra in &#8220;Diritto e spazio pubblico&#8221; &#8211; Facoltà di Scienze Politiche presso Università degli studi internazionali di Roma.<br />
Componente del tavolo di esperti per gli studi sul “reddito universale” &#8211; Dipartimento di Scienze Politiche Università internazionale per la Pace dell&#8217;ONU (sede di Roma).<br />
Direttore del Dipartimento di studi politici, costituzionali e tributari &#8211; Università Federiciana popolare.</p>
<p>Consigliere della &#8220;Commissione Etica ed Affari Legali&#8221; in seno al Comitato tecnico legale della Federazione Italiana E-Sports.<br />
Componente del comitato scientifico della rivista @Filodiritto per l&#8217;area &#8220;socio-politica&#8221;.<br />
Founder di @COLTURAZIONE</p>
<p>Pubblicazioni principali:<br />
&#8211; &#8220;Opere edilizie su suolo privato e suolo pubblico. Sanzioni penali e profili costituzionali&#8221; (Altalex editore, 2016);<br />
&#8211; &#8220;I sistemi elettorali in Italia: profili evolutivi e critici&#8221; (Pubblicazioni Italiane, 2018 &#8211; testo in collettanea);<br />
&#8211; &#8220;L&#8217;inedito politico costituzionale del contratto di governo&#8221; (Aracne editrice, 2019);<br />
&#8211; &#8220;Dal contratto di governo al governo da contatto&#8221; (Aracne editrice, 2020);<br />
&#8211; &#8220;Nessuno può definirci. A futura memoria (il tempo del coraggio). Analisi e riflessioni giuridiche sul D.d.l. Zan&#8221; (Aracne editrice, 2021 &#8211; testo coautoriale);<br />
&#8211; &#8220;Amore e Politica. Discorso sulla Costituzione e sulla Dignità dell&#8217;Uomo&#8221; (Aracne editrice, 2021);<br />
&#8211; &#8220;Draghi Vademecum. La fine del governo da contatto. Le sfide del Paese tra dinamiche politiche e districamenti sul fronte costituzionale&#8221; (Aracne editrice, 2022).</p>
<p>Ultima ricerca scientifica &#8211; &#8220;La guerra nella Costituzione ucraina&#8221; &#8211; pubblicata su Alexis del GEODI (Centro di ricerca di Geopolitica e Diritto Comparato dell&#8217;Università degli studi internazionali di Roma).</p>
<p>Scrive in borderò per Italia Oggi e La Ragione ed è autore su La Voce di New York (columnist), Il Riformista, Affari italiani (editoriali), Formiche, Il Sole 24 Ore, Filodiritto (curatore della rubrica Mondovisione), Cercasi un Fine e sul blog di Fondazione Luigi Einaudi.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/la-relazione-tra-liberta-e-grado-di-complessita-normativa-il-rischio-giustizialista-e-il-ruolo-della-costituzione-italiana/">La relazione tra libertà e grado di complessità normativa. Il rischio giustizialista e il ruolo della Costituzione italiana.</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>Recovery</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Cesare Giussani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Aug 2020 15:54:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[cesare giussani]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Infrastrutture, ambiente, scuola, giustizia, sanità, digitale. Sono le aree di lavoro che si ritiene necessario attivare per dare modo al nostro paese di riprendere un cammino di crescita abbandonato da oltre dieci anni. Quale il ruolo dello Stato e quale il ruolo degli attori privati? È indubbio che lo Stato debba creare i presupposti e [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Infrastrutture, ambiente, scuola, giustizia, sanità, digitale. Sono le aree di lavoro che si ritiene necessario attivare per dare modo al nostro paese di riprendere un cammino di crescita abbandonato da oltre dieci anni. Quale il ruolo dello Stato e quale il ruolo degli attori privati?<br />
È indubbio che lo Stato debba creare i presupposti e le regole; nel campo delle infrastrutture e della sanità lo Stato è un primo attore e deve assicurare investimenti efficaci, controllati nei costi e celeri nei tempi di esecuzione.<br />
Giustizia e scuola sono sotto la diretta responsabilità dello Stato. Per la giustizia civile occorre provvedere allo snellimento delle procedure e all&#8217;adeguamento degli organici nelle corti d’appello; qui basta volere. Per la scuola la questione è più delicata: si va dalle esigenze di edilizia a quelle di arredo, a quelle di dotazioni informatiche. Ma soprattutto il problema è nei contenuti. La cultura dei docenti formatisi negli anni Sessanta e settanta ha portato da almeno trent’anni a questa parte a generare allievi adatti a socializzare, con grande spirito di gruppo, ma spesso privi delle capacità critiche e delle conoscenze linguistiche necessarie per progredire nella evoluta società contemporanea. L’investimento pubblico dovrebbe riguardare quindi la riconversione dei docenti (se possibile e se non condizionata ideologicamente) e la riqualificazione dei programmi, con maggior peso alla matematica e all&#8217;analisi logica. Sull&#8217;argomento ricordo che, cinquant’anni or sono, le traduzioni dall&#8217;italiano in latino costringevano l’alunno a comprendere la sintassi; ogni traduzione presupponeva la lettura logica del testo. I mediocri maestri della scuola di oggi sperano invece in modo approssimativo che l’alunno in gruppo intuisca quello che legge. Lo sforzo da fare sulla scuola è a mio avviso più impegnativo degli altri, forse sarà più facile trovare adattamenti nella scuola privata, mentre immagino forti resistenze nella scuola pubblica.<br />
Per ambiente-clima e digitale bisogna creare gli incentivi (o i disincentivi) fiscali per andare nella giusta direzione. Nessuno mette in dubbio la necessità di operare per fermare il processo di riscaldamento globale e l’economia digitale si presenta, anche nella pandemia, come una soluzione efficace per un ampio spettro di esigenze. Credo che lo Stato debba auspicare in questi campi un forte ruolo dell’iniziativa privata, più adatta ad esplorare e a rischiare in aree di innovazione.<br />
Per tutto ciò bisogna creare un clima nel quale l’iniziativa privata che deriva dalle promozioni pubbliche si svolga con il consenso collettivo e con la giusta remunerazione del rischio. Nell&#8217;opinione prevalente nei tempi più recenti quanto svolto dai privati è stato considerato negativamente: dopo i riconoscimenti degli anni 50 e 60, dalla fine degli anni 60 i nostri imprenditori sono stati oggetto di sistematico ostracismo culturale. Il nostro dizionario culturale dovrebbe cancellare certi termini ricorrenti, quali “disuguaglianza da combattere”, e riscoprire termini fin qui combattuti, quali “giusto profitto” da conseguire. Il compito dello Stato in questa prospettiva non è quello di concepire fantastici Gosplan o di organizzare tavoli di governo dell’economia ma quello di dare sicurezza a chi lavora, garantire il rispetto della legalità nonché osservare e fare osservare i contratti stipulati.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Cesare Giussani" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2019/11/avatar-unisex-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/cesare-giussani/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Cesare Giussani</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>In Banca d’Italia dal 1965, prima ai Servizi di Vigilanza sulle aziende di credito, poi, da dirigente, con responsabilità di gestione delle strutture organizzative, dell’informatica e del personale; dal 1996 Segretario Generale della Banca, con responsabilità del personale, delle relazioni sindacali, dell’informatica, delle rilevazioni statistiche e ad interim della consulenza legale. Cessato dal servizio nel 2006.</p>
<p>Già rappresentante italiano dal 1989 presso l’Istituto monetario europeo (Basilea) e poi presso la Banca Centrale Europea (Francoforte) per i problemi istituzionali e l’organizzazione informatica. Inoltre rappresentante sempre a partire dal 1989 presso il G20, Banca dei Regolamenti Internazionali, come esperto informatico.</p>
<p>Autore e coautore di pubblicazioni sull’ordinamento bancario, sulle economie di scala e sugli effetti dell’informatizzazione. Ha organizzato presso la Fondazione nel gennaio 2015 il convegno sulla situazione carceraria in Italia.</p>
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		<title>Giustizia fiscale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Cesare Giussani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 Aug 2020 09:02:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Diritto]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[cesare giussani]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In questi giorni drammatici nei quali è incerto il futuro della nostra società civile, colpita da virus e da recessione, vengono prodotti studi e segnalate iniziative di riforma del sistema fiscale volti a farlo divenire più giusto. Si debbono fare alcune considerazioni. La prima riguarda il concetto di giustizia. Come tutti i valori primari (buono, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>In questi giorni drammatici nei quali è incerto il futuro della nostra società civile, colpita da virus e da recessione, vengono prodotti studi e segnalate iniziative di riforma del sistema fiscale volti a farlo divenire più giusto.<br />
Si debbono fare alcune considerazioni. La prima riguarda il concetto di giustizia. Come tutti i valori primari (buono, bello, giusto) ha un significato assoluto, ma in concreto il suo significato è relativo al sistema di valori che culturalmente e storicamente ciascuno di noi porta con se’. L’astratta giustizia che vogliamo nel nostro intimo si traduce nella vita nella legalità contingente (il ministero della giustizia dovrebbe denominarsi della legalità). I promotori di riforme non perseguono dunque un valore assoluto, ma propongono un disegno politico della società che dovrebbero chiarire a monte del progetto.<br />
Indipendentemente da queste valutazioni di fondo, ritengo in secondo luogo che pretendere, in questo momento di transizione, di sapere quale giustizia fiscale deve diventare la nostra legalità fiscale è davvero inopportuno. La proposta del legislatore demiurgo è sempre da respingere, ma tanto più ora, quando i cambiamenti della nostra organizzazione di vita possono prendere le più varie direzioni, in funzione dell’evoluzione sanitaria.<br />
Si deve dare atto invece che come la natura è ingiusta altrettanto lo è il sistema fiscale, opera imperfetta dell’uomo. Come alla natura ci siamo adattati, così ci siamo adattati, nelle scelte di lavoro e generalmente economiche, al sistema fiscale. Questi riformatori produrrebbero sulla nostra vita, in nome di una astratta giustizia, gli effetti di una catastrofe naturale. E non è detto che la loro idea di giustizia sia la migliore. Sarebbe necessario dopo il loro intervento riprogrammare orientamenti professionali e investimenti; sarebbe da rieducare tutta la struttura dedicata alla riscossione e al controllo delle imposte. Il tutto con il vincolo di mantenere inalterato il gettito.<br />
In conclusione, meglio rinunciare alle grandi riforme. Facciamo se necessari piccoli aggiustamenti. Se vogliamo fare un po’ di politica economica, agiamo su esenzioni transitorie nelle aree da incentivare. E basta così.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Cesare Giussani" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2019/11/avatar-unisex-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/cesare-giussani/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Cesare Giussani</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>In Banca d’Italia dal 1965, prima ai Servizi di Vigilanza sulle aziende di credito, poi, da dirigente, con responsabilità di gestione delle strutture organizzative, dell’informatica e del personale; dal 1996 Segretario Generale della Banca, con responsabilità del personale, delle relazioni sindacali, dell’informatica, delle rilevazioni statistiche e ad interim della consulenza legale. Cessato dal servizio nel 2006.</p>
<p>Già rappresentante italiano dal 1989 presso l’Istituto monetario europeo (Basilea) e poi presso la Banca Centrale Europea (Francoforte) per i problemi istituzionali e l’organizzazione informatica. Inoltre rappresentante sempre a partire dal 1989 presso il G20, Banca dei Regolamenti Internazionali, come esperto informatico.</p>
<p>Autore e coautore di pubblicazioni sull’ordinamento bancario, sulle economie di scala e sugli effetti dell’informatizzazione. Ha organizzato presso la Fondazione nel gennaio 2015 il convegno sulla situazione carceraria in Italia.</p>
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		<title>Tanti dubbi sul blocco della prescrizione ma un altro processo ( più veloce) è possibile</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Bartolomeo Romano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Nov 2019 18:57:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Diritto]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La discussione sulla prescrizione è diventata ( o, forse, lo è sempre stata) una occasione di continua polemica politica, un campo di confronto tra opposte visioni della giustizia: quasi tra garantisti e giustizialisti, tra innocentisti e forcaioli. Ma non dovrebbe essere così. Nel mio precedente intervento, pubblicato sul Dubbio del 15 novembre, ho cercato di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="left">La discussione sulla prescrizione è diventata ( o, forse, lo è sempre stata) una occasione di continua polemica politica, un campo di confronto tra opposte visioni della giustizia: quasi tra garantisti e giustizialisti, tra innocentisti e forcaioli. Ma non dovrebbe essere così. Nel mio precedente intervento, pubblicato sul Dubbio del 15 novembre, ho cercato di indicare le ragioni per le quali la prospettata sospensione ( <i>rectius,</i> abolizione) della prescrizione dopo il primo grado di giudizio, a far data dal 1° gennaio 2020, addirittura pure in caso di assoluzione, non sia una soluzione ragionevole e, dal mio punto di vista, costituzionalmente legittima.</p>
<p align="left">Lo ribadisco nuovamente, per evitare che letture superficiali possano fraintendere e strumentalizzare la mia posizione: quando interviene la prescrizione si verifica una sconfitta per lo Stato, una mancata tutela per le persone offese, un grave danno per tutti i soggetti indagati o imputati, non colpevoli ( articolo 27, comma secondo, Cost.) o innocenti ( articolo 6, comma secondo, della Convenzione europea dei diritti dell’uomo), sino alla ( eventuale) sentenza definitiva di condanna.</p>
<p align="left">Ma i rischi per la libertà personale e le stesse libertà politiche di tutti noi sono troppo grandi e concreti per immaginare di eliminare, semplicisticamente, la prescrizione. Inoltre, e forse soprattutto, tale “rimedio” non cura la malattia, ma ne elimina esclusivamente gli effetti più evidenti. Mi spiego meglio. La riforma Bonafede incide solo sulla fase successiva all’intervenuta decisione di primo grado: ma, in realtà, la prescrizione che interviene, oggi, dopo tale fase ( e senza che abbia ancora dispiegato i suoi effetti la riforma Orlando, che ha aumentato, di fatto, la prescrizione di tre anni dopo la sentenza di condanna di primo grado), è una piccolissima parte di tutte le prescrizioni che riguardano i reati.</p>
<p align="left">Infatti, secondo i dati forniti dallo stesso ministero della Giustizia, nel 2018 i procedimenti penali prescritti in Corte d’appello e Cassazione ( per cui opererebbe il blocco) sono stati 29.862: certo, comunque troppi. Ma la fase nella quale si concentra il maggior numero di prescrizioni è quella delle indagini preliminari ( circa il 41%), e il 75% delle prescrizioni matura entro il primo grado di giudizio: non verrebbe, quindi, toccato dalla riforma.</p>
<p align="left">Peraltro, il blocco della prescrizione dopo il primo grado avrebbe conseguenze molto differenti sul territorio nazionale, perché la percentuale di prescrizione cambia molto da una Corte d’appello all’altra: dal 40% ( circa) a Roma, Catania, Venezia, Torino, al 10% ( circa) di Milano, Lecce, Palermo, Trieste, Caltanissetta e Trento. Con la conseguenza, paradossale, che chi è lento lo sarebbe ancora di più, poiché su quelle realtà si affastellerebbero circa 30.000 procedimenti in più ogni anno, con un vulnus evidente al principio costituzionale di eguaglianza ( articolo 3 Cost.), che la Repubblica dovrebbe, invece, garantire, rimuovendo gli ostacoli alla sua affermazione.</p>
<p align="left">Cosa fare, allora? Per quanto riguarda gli aspetti riconducibili al diritto penale sostanziale, credo che la via maestra per abbreviare i tempi del processo possa essere rappresentata dalla riduzione della sfera del penalmente rilevante: è evidente che la macchina giudiziaria non regge il carico. Ma deve essere il legislatore a effettuare le opzioni di fondo, con la abrogazione o con la depenalizzazione; altrimenti, ci si deve affidare alle discrezionali scelte del pubblico ministero, in materia di selezione del materiale, e del giudice, con gli sdrucciolevoli istituti della sospensione del processo con messa alla prova e, soprattutto, della “particolare tenuità del fatto”. Poi ( come già sostengo da anni) ci si potrebbe limitare, per evitare un eccessivo favor rei nel quadro di un istituto già mitigatore, quale la continuazione di reati nel nostro Paese, a tornare alla disciplina di decorrenza del termine della prescrizione vigente prima della modifica dovuta alla ex Cirielli nel 2005, in modo che il termine della prescrizione decorra dal giorno in cui è cessata la continuazione ( e non più, come oggi, dalla consumazione del singolo reato): su questo punto, la mia proposta coincide con quella prevista dalla legge del 2019, a testimonianza, credo, del fatto che le mie non sono scelte ideologiche.</p>
<p align="left">Nel campo processuale, si potrebbero ( tra le varie misure possibili) prevedere sempre notifiche telematiche, imponendo a tutti i soggetti comunque coinvolti nel procedimento penale – quindi, persone informate sui fatti, testimoni, consulenti – di attivare, dopo la prima notifica, una Pec ( magari a spese dello Stato). Inoltre, si dovrebbe limitare ulteriormente il dibattimento ai soli casi di ampia valutazione, incentivando in misura più decisa l’accesso ai riti alternativi. In tal senso, forse occorrerebbe ampliare lo sconto di pena per l’accesso ai riti ( in particolare per il patteggiamento, che è “fino” a un terzo, mentre per l’abbreviato è di un terzo”) e aumentare il limite di 5 anni attualmente previsto per il ricorso al patteggiamento.</p>
<p align="left">Naturalmente, si potrebbe intervenire anche sui profili ordinamentali, gestendo cioè più razionalmente le esigue risorse esistenti, e sperabilmente sul versante della copertura di tutti gli organici ancora vuoti, sia per quel che attiene ai magistrati che per quel che concerne il personale amministrativo: ma occorrerebbe spendere, mentre, <i>more solito,</i> anche la riforma Bonafede ( articolo 1, comma 29) afferma che «dall’attuazione della presente legge non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica». Tutte queste misure mi sembra potrebbero incidere sulla durata ragionevole del processo ( articolo 111, secondo comma, Cost. e articolo 6, primo comma, Cedu), senza violare i diritti inviolabili della difesa ( articolo 24, comma secondo, Cost.).</p>
<p align="left">Ma occorrerebbe ragionare e ipotizzare riforme che offrano frutti effettivi, sebbene non immediati, e durino nel tempo… cioè non si prescrivano, come talune recenti ipotesi, nello spazio di un mattino, dopo notti insonni.</p>
<p align="left">*articolo pubblicato su <em>Il Dubbio</em> del 21.11.2019</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Bartolomeo Romano" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2019/11/bartolomeo-romano-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/bartolomeo-romano/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Bartolomeo Romano</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"></div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/tanti-dubbi-sul-blocco-della-prescrizione-ma-un-altro-processo-piu-veloce-e-possibile/">Tanti dubbi sul blocco della prescrizione ma un altro processo ( più veloce) è possibile</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>L’altolà di avvocati, studiosi, magistrati: il processo infinito è degli Stati autoritari</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Bartolomeo Romano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 Nov 2019 17:49:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Diritto]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[prescrizione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Riflettere ancora sul tema della prescrizione, dopo tutto quanto si è scritto e dopo tutto quanto si è detto, potrebbe apparire inutile. O potrebbe sembrare un tentativo di entrare nell’attuale dibattito politico mediante il cavallo di Troia di un argomento giuridico. Ma la verità è che, del tutto a prescindere dal colore del governo, e [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="left">Riflettere ancora sul tema della prescrizione, dopo tutto quanto si è scritto e dopo tutto quanto si è detto, potrebbe apparire inutile. O potrebbe sembrare un tentativo di entrare nell’attuale dibattito politico mediante il cavallo di Troia di un argomento giuridico. Ma la verità è che, del tutto a prescindere dal colore del governo, e dalle cromatiche preferenze personali, la questione colpisce il cuore della nostra democrazia, perché segna i delicati rapporti tra lo Stato e le libertà del cittadino ( anzi, di chiunque commette un reato sul territorio dello Stato: dunque, anche degli stranieri e degli apolidi).</p>
<p align="left">È bene sottolinearlo sin da subito: in linea generale, non è certamente un bene che, nel nostro Paese, un numero rilevante di procedimenti penali si concluda, purtroppo, con la dichiarazione di estinzione del reato per tale causa. Ma per risolvere, o cercare di contenere tale negativa situazione, bisognerebbe, piuttosto che dilatare a dismisura la prescrizione, tentare di studiarne le cause e cercare, conseguentemente, di porvi rimedio: è un problema che va approfondito tecnicamente, prima ancora che discusso politicamente. Un grande uomo politico italiano, ma anche grande economista, Luigi Einaudi, affermava che occorre “prima conoscere, poi discutere, poi deliberare”: ecco, mi sembra che, spesso, la prima fase, la più difficile e faticosa, la si salti a piè pari.</p>
<p align="left">Ora, chi conosce meglio il diritto ed il processo penale? Innanzitutto, avvocati, magistrati, professori universitari. E sul tema della prescrizione, pur con comprensibili sfumature, tali “esperti” sono prevalentemente orientati nel medesimo senso. Per rimanere ai fatti più significativi e recenti, il Consiglio nazionale forense ha fatto pervenire al ministro della Giustizia la richiesta di rinviare l’entrata in vigore della norma sulla prescrizione. Le Camere penali Italiane hanno svolto una ricerca, con l’ausilio di Eurispes, sulle vere ragioni della lunga durata dei processi in Italia che in nessun caso è dovuta alle attività difensive.</p>
<p align="left">Le stesse Camere penali hanno, tra l’altro, incentrato il loro recente congresso straordinario di Taormina sulla figura dell’imputato per sempre, frutto di un processo senza prescrizione, ed hanno indetto vari periodi di astensione dalle udienze e da ogni attività giudiziaria nel settore penale ( sino alla prossima dei primi giorni di dicembre, con il ricorso ad una manifestazione oratoria continua).</p>
<p align="left">E anche il Consiglio superiore della magistratura, nel parere del 19 dicembre 2018, è stato chiarissimo nel criticare la riforma, in relazione alla circostanza che la maggiore incidenza del decorso dei termini di prescrizione si registra nella fase delle indagini preliminari e che non vengono introdotte previsioni acceleratorie del processo penale.</p>
<p align="left">Inoltre, il Csm ha notato come la prescrizione sia uno dei maggiori fattori di accelerazione dei gradi di giudizio successivi al primo, essendo il rischio prescrizione uno dei criteri di priorità. ome pure, su sollecitazione dell’Ucpi, oltre 150 professori ( tra i quali, anche chi scrive) prevalentemente di Diritto e Procedura penale, hanno sottoscritto un appello al presidente della Repubblica sottolineando i profili di illegittimità costituzionale della riforma della prescrizione. Ed altri se ne sono poi aggiunti.</p>
<p align="left">Come è possibile che ci sia stata questa convergenza, da parte di diversi attori del dibattito giuridico e da differenti posizioni? Io credo perché chi conosce, studia e vive il diritto ed il processo penale, senza paraocchi ideologici, è più libero e ragiona più lucidamente: e non deve cercare il (facile) consenso.</p>
<p align="left">La verità è, infatti, che sulla prescrizione si sono spesso misurate forze e ideologie politiche, piuttosto che opzioni tecniche, con un superamento della disciplina codicistica ad opera della cosiddetta ex Cirielli nel 2005, poi con la stagione del raddoppio dei termini di prescrizione, sino alla riforma Orlando, nel 2017, con un significativo aumento dei termini, per giungere alla riforma Bonafede, nel 2019, con la prospettata sospensione ( <i>rectius,</i> abolizione) della prescrizione dopo il primo grado, a far data dal 1° gennaio 2020, addirittura pure in caso di assoluzione.</p>
<p align="left">Soprattutto tale ultima riforma mette a dura prova princìpi scolpiti nella Costituzione e negli atti internazionali: dalla presunzione di non colpevolezza ( articolo 27 Cost.) o di innocenza ( art. 6 Cedu), al diritto inviolabile di difesa, ai sensi dell’articolo 24, comma secondo, Cost.; dalla durata ragionevole del processo ( art. 111 Cost., art. 6 Cedu), sino alla stessa funzione rieducativa della pena ( art. 27 Cost.). Ma occorre considerare anche la posizione della vittima, poiché una tardiva tutela rappresenta certamente una salvaguardia cattiva ed inefficace.</p>
<p align="left">In uno stato liberale e democratico, lo Stato non può tenere sotto scacco ( e, tendenzialmente, sotto ricatto) il cittadino; viceversa, in uno Stato autoritario, il suddito è sempre nelle mani del potere, che può decidere di tenerlo in sospeso sine die. La “spada di Damocle” rappresentata dalla eventualità di essere sottoposto a processo penale o di avere inflitta una condanna tardiva, anche in relazione a reati “bagatellari”, può conculcare la libertà personale e le stesse libertà politiche.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Bartolomeo Romano" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2019/11/bartolomeo-romano-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/bartolomeo-romano/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Bartolomeo Romano</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"></div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/laltola-di-avvocati-studiosi-magistrati-il-processo-infinito-e-degli-stati-autoritari/">L’altolà di avvocati, studiosi, magistrati: il processo infinito è degli Stati autoritari</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>Prescrizione? L&#8217;ennesimo caso di populismo penale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nicola Galati]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Jul 2018 08:12:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia]]></category>
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<p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/riforma-della-prescrizione-lennesimo-caso-di-populismo-penale/">Prescrizione? L&#8217;ennesimo caso di populismo penale</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Nel corso del suo intervento dinanzi alle Commissioni Giustizia della Camera e del Senato, <strong>il Ministro della Giustizia Bonafede</strong> ha illustrato le linee programmatiche del Governo in materia. Tra i punti ve ne è uno di particolare interesse: la riforma della disciplina della prescrizione. L’intenzione enunciata dal ministro è di sospendere la prescrizione dopo la sentenza di primo grado.</p>
<p><strong>Sul punto, il Governo del Cambiamento</strong> dimostra di operare in continuità con i governi che l’hanno preceduto. Già il precedente governo, infatti, con la riforma Orlando (Legge 103 del 2017), aveva modificato la disciplina della <strong>prescrizione</strong> (sospendendone il corso, nel giudizio di primo grado, dal termine per il deposito delle motivazioni della sentenza di condanna sino alla pronuncia del dispositivo della sentenza di appello; nel giudizio di appello, dal termine per il deposito delle motivazioni della sentenza di condanna sino alla pronuncia del dispositivo della sentenza di Cassazione. Periodo di sospensione non superiore a un anno e sei mesi).</p>
<p><strong>La riforma avrebbe di fatto l’unico effetto</strong> di rendere ancora più arduo il maturare del termine prescrizionale. Proprio questo è l’obiettivo perseguito, dietro la motivazione di accrescere il grado di fiducia dei cittadini nella giustizia. Se ne desume che il principale problema della giustizia penale sia la prescrizione dei reati e che questa sia anche la priorità per i cittadini.</p>
<p><strong>Ma è davvero così?</strong> Secondo i dati forniti dallo stesso ministro, nel 2017 è sopraggiunta la prescrizione del reato nel 9,4% dei procedimenti penali. Un dato già di per sé fisiologico e non eclatante. Inoltre, il ministro non ha precisato come la maggior parte di queste prescrizioni sia maturata durante la fase delle indagini preliminari, casi sui quali la riforma non inciderebbe.</p>
<p><strong>Non vi è, quindi, alcuna emergenza</strong> che imponga di trattare quale priorità (il ministro l’ha definita “priorità irrinunciabile”) la riforma della prescrizione. Siamo dinanzi all’ennesimo caso di <strong>populismo penale</strong>, un allarme sociale indotto sulla base di qualche caso patologico che ha avuto risonanza mediatica.</p>
<p>Tale ricostruzione è confermata da un’intervista rilasciata dal ministro Bonafede a &#8220;La Notizia&#8221;, in cui motiva la riforma con l’esigenza di impedire che «<em>qualcuno, con responsabilità accertate, possa pensare di farla franca. Penso alla strage di Viareggio e ai reati che verranno dichiarati prescritti all’inizio dell’appello. Per questo abbiamo deciso di chiamare la riforma della prescrizione la “legge Viareggio”, così che ogni volta ci si possa ricordare del dolore dei familiari e della ragione che sta dietro al provvedimento»</em>.</p>
<p><strong>Populismo penale puro</strong>, strumentalizzazione di un caso di cronaca e delle vittime del reato, svilimento della presunzione di innocenza, in quanto si considerano accertate le responsabilità dopo il solo primo grado di giudizio.</p>
<p>Quale sarà il vero risultato della riforma annunciata?</p>
<p>In attesa di conoscere i dettagli della proposta, l’effetto certo sarà quello di <strong>allungare ulteriormente il tempo dei processi</strong>, già troppo spesso irragionevole (questa sì vera emergenza). Il novello legislatore non coglie che non è la prescrizione la causa delle lungaggini processuali, pertanto allungarne i termini non ridurrà i tempi, anzi.</p>
<p><strong>Terapia errata che si basa su una diagnosi altrettanto infondata</strong>. I tempi eccessivi dei processi penali, infatti, non sono causati, come troppo spesso si vuol far credere, da presunti atteggiamenti ostruzionistici della difesa dell’imputato, bensì da problematiche organizzative legate all’eccessiva mole di lavoro e alle carenze strutturali.</p>
<p>Se queste sono le cause, il rimedio non può certo essere la riforma della prescrizione, bensì <strong>diminuire il carico dei procedimenti</strong> e dei processi: procedendo ad una incisiva depenalizzazione, incentivando il ricorso ai riti alternativi al dibattimento, migliorando e razionalizzando la macchina organizzativa.</p>
<p>Peccato che molte proposte annunciate dai partiti della maggioranza governativa vadano in senso contrario: aumento delle fattispecie di reato; abolizione degli istituti deflattivi introdotti negli ultimi anni; modifica della disciplina del rito abbreviato, tale da scoraggiarne la scelta.</p>
<p>L’incombere della prescrizione funge di fatto da stimolo al rapido svolgimento dei procedimenti, il suo depotenziamento avrà inevitabili effetti negativi.</p>
<p><strong>L’equivoco di fondo sta nel considerare la prescrizione</strong> quale un’inaccettabile via di fuga in favore dei colpevoli. L’istituto, invece, è un caposaldo del diritto penale liberale, una garanzia in favore dell’indagato e dell’imputato (presunto innocente, necessita ormai ricordarlo) nei confronti del potere punitivo dello Stato e del suo possibile abuso.</p>
<p><strong>Un cittadino non può rimanere sospeso</strong> per anni e anni nel limbo di un processo in corso, con tutte le conseguenze pregiudizievoli che ne derivano. Così come resterebbero insoddisfatte le esigenze della vittima (che pure sembrano essere la priorità del ministro). Il processo diviene esso stesso una pena come diceva Carnelutti. La Costituzione e le norme sovranazionali garantiscono il diritto alla ragionevole durata del processo.</p>
<p>Dopo un lasso di tempo eccessivo <strong>viene meno la</strong> <strong>pretesa punitiva dello Stato</strong>, essendo cessato l’allarme sociale provocato dal reato e perché la pena colpirebbe una persona totalmente diversa da quella che ha commesso il reato. Il trascorrere del tempo rende, inoltre, più complicata la corretta ricostruzione dei fatti.</p>
<p>Se la priorità è avere un processo giusto in tempi ragionevoli, la riforma della prescrizione non è certo quel che serve.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2020/04/8AA66643-8D83-4E73-932E-3A52337DD936.png" width="100"  height="100" alt="" itemprop="image"></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/nicola-galati/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Nicola Galati</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"></div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/riforma-della-prescrizione-lennesimo-caso-di-populismo-penale/">Prescrizione? L&#8217;ennesimo caso di populismo penale</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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