Carcere, tornare alla Costituzione

24.07.2019. Roma. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha visitato la Casa Circondariale Rebibbia “Raffaele Cinotti” ed ha cenato presso il ristorante realizzato all’interno dell’Istituto Penitenziario.

25.07.2019. Roma. L’Associazione Antigone ha presentato il proprio rapporto di metà anno sulle carceri italiane.

Due notizie importanti, seppure passate in sordina, che devono essere lette in correlazione.

Dal rapporto di Antigone emerge la condizione drammatica in cui versano le persone ristrette.

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Separazione delle carriere: nuova speranza o ennesima delusione?

Dopo un recente periodo di oblio, seguito ad anni in cui è stata al centro del dibattito pubblico, si torna finalmente a parlare di separazione delle carriere tra magistratura giudicante e requirente.

Il merito è dell’Unione delle Camere Penali Italiane, del Partito Radicale e della Fondazione Luigi Einaudi che lo scorso anno hanno raccolto oltre 72.000 firme a sostegno di una proposta di legge costituzionale di iniziativa popolare per separare le carriere della magistratura inquirente e di quella giudicante.

Il tema si è rivelato ancora molto sentito tra i cittadini, come dimostra il risultato conseguito; d’altronde l’accantonamento era dovuto più ad una sorta di rassegnazione che non all’affievolirsi delle ragioni poste alla base delle istanze di separazione delle carriere. Anzi, tali necessità sono sempre più attuali e fondate.

Le alterne fortune della proposta di separazione delle carriere sono legate alle strumentalizzazioni politiche cui è sottoposta, sventolata da alcuni come la panacea di tutti i mali della Giustizia e da altri vista come un attacco all’indipendenza della magistratura. Riportare il confronto sul piano tecnico sarebbe già un primo passo importante.

Se si analizza la questione scevri da incrostazioni ideologiche e partigiane, risulta incomprensibile come la separazione delle carriere non sia stata la logica conseguenza del passaggio al sistema accusatorio del codice del 1988 e della riforma dell’art. 111 della Costituzione.

Secondo il dettato costituzionale <<la giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge. Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale>>.

Il giusto processo svolto nel contraddittorio tra le parti, poste in condizioni di parità, davanti ad un giudice terzo ed imparziale,non può non presupporre la separazione delle carriere tra la pubblica accusa ed il giudice, sull’esempio di quanto avviene negli altri sistemi accusatori: il cardine di un sistema processuale rispettoso dei principii liberali.

Nel sistema italiano, invece, i magistrati requirenti e quelli decidenti fanno parte del medesimo ordine, condividendo: accesso al ruolo (unico è il concorso di selezione); organo di autogoverno (il C.S.M.); prerogative istituzionali; logiche sindacali ed elettorali(essendo comuni l’associazione sindacale e le correnti); formazione. Inoltre, un magistrato può, nell’arco della sua carriera, ricoprire, seppure con alcuni limiti ed accorgimenti, sia funzioni decidenti che requirenti.

Viste queste premesse ci si chiede come possa un giudice essere, ma anche solo apparire, terzo e neutrale rispetto all’accusa ed alla difesa.

Non vi è solo il pregiudizio della diffusa solidarietà di corpo,il fulcro della questione risiede a livello ordinamentale e culturale.

Uno degli argomenti forti degli oppositori alla separazione delle carriere è il paventato rischio di allontanare il p.m. dalla cultura della giurisdizione. Un auspicabile effetto della separazione sarà, al contrario, quello di allontanare il giudice dalla cultura requirente.

Solo una cultura giuridica che non ha mai a pieno condiviso la svolta accusatoria può non stupirsi dinanzi ad una situazione ibrida come quella attuale del nostro ordinamento. Come possono non essere separate le carriere di due figure completamente distinte del processo penale: il p.m., che è dominus delle indagini,esercita l’azione penale, raccoglie gli elementi di prova, sostiene l’accusa in giudizio in condizioni di parità rispetto alla difesa, ed il giudice, che decide circa le richieste del p.m., dirigere il dibattimento, valuta le prove acquisite nel contraddittorio in condizione di parità tra le parti e pronuncia sentenza.

Appare evidente la necessità che le due figure abbiano un percorso formativo e carrieristico distinto e separato, affinché sia garantita la piena terzietà del giudice. Ma in un sistema in cui si sente ancora ripetere che le parti (accusa e difesa) non possono essere poste in condizioni di parità, che il processo deve accertare la verità storica e non la fondatezza di un’ipotesi accusatoria ed in cui la magistratura in toto si fa portatrice di istanze di rigenerazione sociale, è illusorio pretendere la terzietà del giudice rispetto al p.m.

L’altro argomento forte degli oppositori, il rischio di assoggettare la pubblica accusa al potere politico (come avviene in molti altri ordinamenti), è stato depotenziato dalla proposta di istituire un C.S.M. per la magistratura requirente che ne manterrebbe inalterata l’indipendenza.

Tra gli effetti positivi della separazione vi sarebbe, inoltre, la possibilità di una maggiore specializzazione e di una formazione più calibrata, rese sempre più necessarie dalla complessità del mondo contemporaneo.

Da qualche giorno la Commissione affari costituzionali della Camera dei Deputati ha iniziato l’esame della proposta di legge. Sarà interessante osservare il posizionamento degli schieramenti partitici sul tema, il nuovo scenario politico potrebbe riservaresorprese rispetto al passato.

Certo, può sembrare illusorio sostenere questa proposta in un momento storico di giustizialismo dilagante, eppure non si vede come la separazione delle carriere possa minare le istanze securitarie di parte dell’opinione pubblica: garantire un processo più giusto vuol dire garantire un diritto di tutti.

Pena di morte, l’ultimo tabù

Un incubo mi insegue da qualche mese: la tragica notizia di una morte violenta che conquista le prime pagine dei quotidiani, l’indignazione generale che monta, un personaggio pubblico che invoca la reintroduzione della pena di morte.

Il rifiuto della pena capitale è ormai l’ultimo tabù rimasto in piedi del Diritto penale liberale.

La presunzione d’innocenza, i diversi gradi di giudizio, il diritto di difesa, la funzione risocializzante della pena, il divieto di reformatio in peius, il principio di legalità, la prescrizione, il divieto di tortura, sono già stati diversamente messi in discussione, concretamente o teoricamente.

Una volta che si minano le fondamenta di un ordinamento è inevitabile che prima o poi crolli l’intera struttura. In un momento storico in cui prospera una visione autoritaria e forcaiola della Giustizia, il sospettato è già considerato colpevole, le garanzie della difesa vengono percepite come seccature formali, il diritto dell’individuo soccombe dinanzi al bene della collettività, si invocano pene certe ed esemplari e si fomentano politiche securitarie e carcerocentrice, risulta quasi logico invocare l’esecuzione capitale: la pena più certa ed esemplare che ci sia, che asseconda e placa la sete di giustizia (o vendetta).

Perciò non meravigliamoci quando accadrà, manca sempre meno, anzi forse è già successo.

Dopo la tragica vicenda della giovane Desirée un uomo di spettacolo (Francesco Facchinetti) ha citato il Ministro Salvini in un tweet in cui ha invocato “pene definitive ed esemplari per questi individui che non meritano di vivere”. Facile che il pensiero corra alla pena di morte, trattandosi di individui che non meritano di vivere. Il Ministro ha risposto con un tweet in cui ha ringraziato per l’attenzione, definendo come semplice buonsenso e non populismo le parole di Facchinetti, promettendo infine che, nonostante in 4 mesi abbiano già fatto cose buone, il meglio deve ancora venire.

Si obietterà: Salvini non ha invocato la pena di morte. Vero, forse il mio incubo peggiore non si è ancora realizzato, resta però l’ambiguità di quel tweet che asseconda gli istinti peggiori. Questa è forse la cifra della politica comunicativa degli esponenti dell’attuale maggioranza di Governo: abbattere ogni tabù, assecondare le richieste irrealizzabili degli elettori con dichiarazioni social, sapendo benissimo di non poterle poi realizzare, solo per mostrare la vicinanza alle presunte istanze del “popolo”.

Una reintroduzione della pena di morte è, ad oggi, altamente improbabile. La pena capitale è stata bandita dal nostro ordinamento ed è esclusa dalla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo sottoscritta dall’Italia (l’inutile baraccone europeo come l’ha definita lo stesso Ministro Salvinia). D’altronde, di pena di morte in passato si parlava solo al bar sport, adesso i social network hanno dato risonanza agli istinti inconfessabili un tempo esclusi dal dibattito pubblico. Basta leggere i commenti alle notizie di cronaca nera: una sfilza di invocazioni della pena di morte e della tortura.

Quel che più spaventa non è la remota possibilità che la pena capitale venga reintrodotta nel nostro Paese ma la stessa caduta del tabù, il dato di fatto che nel dibattito pubblico se ne parli. Ancor più preoccupante è che si invochi la pena di morte in un momento storico in cui i reati sono in calo e non vi è alcuna reale emergenza sicurezza, se non quella percepita e fomentata dai media, quando non si è ricorsi a tali rimedi nemmeno durante le fasi più buie della Repubblica.

Il vero problema è il boia che si annida in ognuno di noi.

P.S. Un consiglio utile per i sovranisti: ricordate che l’Italia è la Patria di Cesare Beccaria.

«Parmi un assurdo che le leggi, che sono l’espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l’omicidio, ne commettono uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini dall’assassinio, ordinino un pubblico assassinio» (Dei delitti e delle pene, cap. XXVIII).

 

Prescrizione? L’ennesimo caso di populismo penale

Nel corso del suo intervento dinanzi alle Commissioni Giustizia della Camera e del Senato, il Ministro della Giustizia Bonafede ha illustrato le linee programmatiche del Governo in materia. Tra i punti ve ne è uno di particolare interesse: la riforma della disciplina della prescrizione. L’intenzione enunciata dal ministro è di sospendere la prescrizione dopo la sentenza di primo grado.

Sul punto, il Governo del Cambiamento dimostra di operare in continuità con i governi che l’hanno preceduto. Già il precedente governo, infatti, con la riforma Orlando (Legge 103 del 2017), aveva modificato la disciplina della prescrizione (sospendendone il corso, nel giudizio di primo grado, dal termine per il deposito delle motivazioni della sentenza di condanna sino alla pronuncia del dispositivo della sentenza di appello; nel giudizio di appello, dal termine per il deposito delle motivazioni della sentenza di condanna sino alla pronuncia del dispositivo della sentenza di Cassazione. Periodo di sospensione non superiore a un anno e sei mesi).

La riforma avrebbe di fatto l’unico effetto di rendere ancora più arduo il maturare del termine prescrizionale. Proprio questo è l’obiettivo perseguito, dietro la motivazione di accrescere il grado di fiducia dei cittadini nella giustizia. Se ne desume che il principale problema della giustizia penale sia la prescrizione dei reati e che questa sia anche la priorità per i cittadini.

Ma è davvero così? Secondo i dati forniti dallo stesso ministro, nel 2017 è sopraggiunta la prescrizione del reato nel 9,4% dei procedimenti penali. Un dato già di per sé fisiologico e non eclatante. Inoltre, il ministro non ha precisato come la maggior parte di queste prescrizioni sia maturata durante la fase delle indagini preliminari, casi sui quali la riforma non inciderebbe.

Non vi è, quindi, alcuna emergenza che imponga di trattare quale priorità (il ministro l’ha definita “priorità irrinunciabile”) la riforma della prescrizione. Siamo dinanzi all’ennesimo caso di populismo penale, un allarme sociale indotto sulla base di qualche caso patologico che ha avuto risonanza mediatica.

Tale ricostruzione è confermata da un’intervista rilasciata dal ministro Bonafede a “La Notizia”, in cui motiva la riforma con l’esigenza di impedire che «qualcuno, con responsabilità accertate, possa pensare di farla franca. Penso alla strage di Viareggio e ai reati che verranno dichiarati prescritti all’inizio dell’appello. Per questo abbiamo deciso di chiamare la riforma della prescrizione la “legge Viareggio”, così che ogni volta ci si possa ricordare del dolore dei familiari e della ragione che sta dietro al provvedimento».

Populismo penale puro, strumentalizzazione di un caso di cronaca e delle vittime del reato, svilimento della presunzione di innocenza, in quanto si considerano accertate le responsabilità dopo il solo primo grado di giudizio.

Quale sarà il vero risultato della riforma annunciata?

In attesa di conoscere i dettagli della proposta, l’effetto certo sarà quello di allungare ulteriormente il tempo dei processi, già troppo spesso irragionevole (questa sì vera emergenza). Il novello legislatore non coglie che non è la prescrizione la causa delle lungaggini processuali, pertanto allungarne i termini non ridurrà i tempi, anzi.

Terapia errata che si basa su una diagnosi altrettanto infondata. I tempi eccessivi dei processi penali, infatti, non sono causati, come troppo spesso si vuol far credere, da presunti atteggiamenti ostruzionistici della difesa dell’imputato, bensì da problematiche organizzative legate all’eccessiva mole di lavoro e alle carenze strutturali.

Se queste sono le cause, il rimedio non può certo essere la riforma della prescrizione, bensì diminuire il carico dei procedimenti e dei processi: procedendo ad una incisiva depenalizzazione, incentivando il ricorso ai riti alternativi al dibattimento, migliorando e razionalizzando la macchina organizzativa.

Peccato che molte proposte annunciate dai partiti della maggioranza governativa vadano in senso contrario: aumento delle fattispecie di reato; abolizione degli istituti deflattivi introdotti negli ultimi anni; modifica della disciplina del rito abbreviato, tale da scoraggiarne la scelta.

L’incombere della prescrizione funge di fatto da stimolo al rapido svolgimento dei procedimenti, il suo depotenziamento avrà inevitabili effetti negativi.

L’equivoco di fondo sta nel considerare la prescrizione quale un’inaccettabile via di fuga in favore dei colpevoli. L’istituto, invece, è un caposaldo del diritto penale liberale, una garanzia in favore dell’indagato e dell’imputato (presunto innocente, necessita ormai ricordarlo) nei confronti del potere punitivo dello Stato e del suo possibile abuso.

Un cittadino non può rimanere sospeso per anni e anni nel limbo di un processo in corso, con tutte le conseguenze pregiudizievoli che ne derivano. Così come resterebbero insoddisfatte le esigenze della vittima (che pure sembrano essere la priorità del ministro). Il processo diviene esso stesso una pena come diceva Carnelutti. La Costituzione e le norme sovranazionali garantiscono il diritto alla ragionevole durata del processo.

Dopo un lasso di tempo eccessivo viene meno la pretesa punitiva dello Stato, essendo cessato l’allarme sociale provocato dal reato e perché la pena colpirebbe una persona totalmente diversa da quella che ha commesso il reato. Il trascorrere del tempo rende, inoltre, più complicata la corretta ricostruzione dei fatti.

Se la priorità è avere un processo giusto in tempi ragionevoli, la riforma della prescrizione non è certo quel che serve.