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	<title>Costume e società Archivi - Einaudi Blog</title>
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	<description>Il blog della Fondazione Luigi Einaudi</description>
	<lastBuildDate>Sat, 04 Oct 2025 21:43:05 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Costume e società Archivi - Einaudi Blog</title>
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		<title>Free spech e vecchi media. Un conflitto aperto</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/free-spech-e-vecchi-media-un-conflitto-aperto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Enea Franza]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Oct 2025 21:43:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Costume e società]]></category>
		<category><![CDATA[Diritto]]></category>
		<category><![CDATA[enea franza]]></category>
		<category><![CDATA[free speech]]></category>
		<category><![CDATA[social]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nell’epoca digitale la libertà di espressione sta assumendo una dimensione più complessa e articolata, caratterizzata da tensioni profonde che investono non solo aspetti etici e giuridici, ma anche rilevanti dinamiche economiche. In questo contesto, sta emergendo una nuova cultura, la c.d. del free speech, intesa come la richiesta di una libertà assoluta e senza compromessi [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Nell’epoca digitale la libertà di espressione sta assumendo una dimensione più complessa e articolata, caratterizzata da tensioni profonde che investono non solo aspetti etici e giuridici, ma anche rilevanti dinamiche economiche.</p>
<p>In questo contesto, sta emergendo una nuova cultura, la c.d. del <em>free speech</em>, intesa come la richiesta di una libertà assoluta e senza compromessi nel parlare, opinare e condividere contenuti, che a nostro modo di vedere si inserisce in un ecosistema mediale dominato da interessi economici divergenti, modelli di business innovativi e algoritmi che orientano e condizionano la visibilità e la diffusione dei messaggi.</p>
<p>Da questo punto di vista la libertà di espressione si configura non soltanto come un diritto civile o politico, ma anche (e più che nel passato) come un asset economico di enorme rilievo, che diviene terreno di scontro tra attori eterogenei coinvolti nella produzione, selezione, distribuzione e consumo di contenuti. In particolare, secondo il nostro modo di vedere, la cultura del <em>free speech</em> è sempre più mobilitata da operatori con finalità economiche e di potere, in un confronto che oppone media tradizionali e nuovi media, ciascuno con i propri interessi e strategie.</p>
<p>Invero, il mutamento radicale dell’ecosistema informativo, grazie alla digitalizzazione e all’affermazione delle piattaforme online, ha abbattuto le barriere di ingresso nella produzione di contenuti, dando la possibilità a chiunque di accedere a strumenti di comunicazione digitale come blog, social network, canali video e podcast, fenomeno ben analizzato da Yochai Benkler in <em>The Wealth of Networks</em>, che evidenzia come la comunicazione si sposti da una produzione industriale a una rete distribuita, sociale e partecipativa. Tuttavia, tale democratizzazione presenta anche una faccia problematica di natura economica: l’abbondanza di produttori moltiplica la competizione per l’attenzione di un pubblico limitato, facendo dell’attenzione stessa la principale merce scambiata nelle piattaforme digitali. Gli algoritmi, infatti, selezionano e amplificano contenuti in base all’engagement, privilegiando spesso post virali, polarizzanti o sensazionalistici, come sottolineato dagli studi sull’economia dell’attenzione, un paradigma secondo cui l’attenzione umana rappresenta una risorsa scarsa e preziosa da monetizzare.</p>
<p>In effetti, a ben vedere, il successo economico delle piattaforme e dei singoli creator dipende dalla capacità di attrarre visibilità attraverso like, condivisioni, commenti e interazioni che, a loro volta, generano ricavi da pubblicità, sponsorizzazioni, donazioni e abbonamenti. Come abbiamo in passato già avuto modo di evidenziare questo modello evidenzia disuguaglianze significative: la monetizzazione rimane concentrata nelle mani di pochi soggetti dotati di grande audience, mentre i produttori marginali affrontano difficoltà economiche e reputazionali che ne limitano la libertà reale di espressione. Parallelamente, i media tradizionali, costituiti da stampa, radio e televisione, affrontano una crisi strutturale dovuta alla perdita di lettori e spettatori, alla frammentazione dell’audience e alla crescente concorrenza dei nuovi media digitali. I loro tradizionali modelli economici, basati su investimenti ingenti, infrastrutture complesse e contenuti prodotti da redazioni professionali, risultano ormai insostenibili di fronte alla disponibilità di contenuti gratuiti e facilmente accessibili online. In tale scenario, i media tradizionali tentano di ristrutturare la propria offerta introducendo modelli ibridi che comprendono paywall, abbonamenti, contenuti esclusivi e iniziative multimediali, con l’obiettivo di preservare la propria credibilità e autorevolezza come fattori distintivi in un mercato altamente competitivo. Inoltre, essi esercitano una forte pressione sul piano regolatorio, denunciando la proliferazione di fake news e la perdita di qualità dell’informazione, e promuovendo norme volte a responsabilizzare gli editori e a contrastare la disinformazione.</p>
<p>In questa dialettica, la cultura del <em>free speech</em> assume una duplice funzione: da un lato rappresenta una strategia retorica che legittima e rafforza la posizione morale di chi si pone come alternativa ai media istituzionali percepiti come censori o parziali, dall’altro diventa un terreno di competizione commerciale, poiché la rivendicazione di una libertà espressiva assoluta attrae segmenti di pubblico diffidente e desideroso di accedere a fonti “non filtrate”. La ricerca condotta da WPP che indica come i contenuti generati dagli utenti sui social media supereranno nel 2025 per ricavi pubblicitari quelli dei media tradizionali è indicativa di uno spostamento decisivo del baricentro economico nell’ambito dell’informazione digitale.</p>
<p>Tuttavia, il modello basato sul <em>free speech</em> come opportunità economica presenta limiti strutturali. La monetizzazione è infatti vincolata a regole imposte dalle piattaforme, che tramite le loro politiche di demonetizzazione, moderazione e gestione algoritmica influenzano in modo determinante i contenuti ammessi e premiati. Inoltre, gli inserzionisti mantengono un ruolo cruciale, poiché essi preferiscono non associare i propri marchi a contenuti estremi, polarizzanti o che potrebbero generare controversie legali e danni reputazionali. Tale condizione determina una selezione indotta che privilegia contenuti ad alto tasso di engagement, spesso provocatori o meno rigorosi dal punto di vista informativo, a discapito di quelli più ponderati e socialmente utili. Questa dinamica alimenta fenomeni di polarizzazione e sensazionalismo, in un circolo vizioso che premia l’emotività e il conflitto rispetto alla qualità del discorso pubblico.</p>
<p>Le piattaforme digitali si configurano così non soltanto come spazi neutri di diffusione, ma come attori economici dotati di poteri regolatori e decisionali, che implementano regole e algoritmi con l’obiettivo di massimizzare il coinvolgimento degli utenti, tutelare i rapporti commerciali con inserzionisti e partner, e minimizzare rischi legali e controversie politiche. L’operato di queste piattaforme genera dunque un vincolo economico e reputazionale alla libertà di espressione, rendendo quest’ultima condizionata e mediata da meccanismi di mercato e regolatori non sempre trasparenti.</p>
<p>La cultura del <em>free speech</em> può inoltre essere interpretata come una strategia economica volta a differenziarsi nel mercato dell’informazione, costruendo un marchio identitario fondato sulla rivendicazione di una libertà di parola “senza filtri”. Tale posizionamento genera un pubblico fedele, asset economico fondamentale per chi produce contenuti, ma comporta anche un incremento delle provocazioni e delle sfide ai limiti, esponendo i creatori a rischi reputazionali, pressioni regolatorie e perdite economiche, come dimostrano fenomeni di demonetizzazione e shadow banning.</p>
<p>Da un punto di vista teorico, questa situazione richiama la teoria del <em>market for loyalties</em> formulata da Monroe Price, che evidenzia come i poteri politici e monopolistici tentino di controllare i media attraverso regolamentazioni e costrizioni indirette, influenzando la fedeltà dell’audience più che la proprietà diretta. Questa interpretazione sottolinea come la libertà di espressione, lungi dall’essere un bene assoluto, sia soggetta a dinamiche di potere economico e politico che ne determinano l’effettiva realizzazione. Inoltre, la selezione dei contenuti all’interno dell’economia digitale, guidata da criteri quantitativi di visibilità e interazioni, si traduce in una contraddizione intrinseca tra la purezza ideale del discorso libero e le logiche di mercato che ne premiano esclusivamente gli elementi più virali e polarizzanti, con evidenti implicazioni per la qualità della democrazia e del dibattito pubblico.</p>
<p>A ciò si aggiunge la questione del potere concentrato nelle mani di poche grandi piattaforme globali, quali Google, Meta, TikTok e YouTube, che detengono il controllo su infrastrutture essenziali, algoritmi proprietari e regole di moderazione, determinando in modo decisivo quali contenuti possano emergere e quali vengano marginalizzati o esclusi. Questa concentrazione accentua i rischi di esclusione delle voci alternative e marginali, limitando ulteriormente la pluralità e la diversità del discorso pubblico. Sul piano regolamentare, la crescente consapevolezza di questi fenomeni ha portato a iniziative normative, in particolare nell’Unione Europea, volte a imporre trasparenza sugli algoritmi, responsabilità delle piattaforme, obblighi di moderazione e misure contro la disinformazione. Tali interventi, va osservato, comportano costi rilevanti per gli operatori e rischiano di produrre un effetto di irrigidimento delle politiche di contenuto, accentuando ulteriormente le limitazioni alla libertà espressiva, specie in ambiti controversi.</p>
<p>In conclusione, si osserva come la libertà di espressione nell’ecosistema informativo digitale sia soggetta a una negoziazione continua e complessa tra diritti fondamentali e interessi economici. Conseguentemente la cultura del <em>free speech </em>è (come quella dei media tradizionali) profondamente intrecciata con dinamiche economiche che ne condizionano la concreta attuazione: visibilità, monetizzazione, regole di piattaforma e normative governative configurano un quadro in cui la libertà di espressione non è mai pura o totale, ma sempre mediata da fattori economici e di potere che ne plasmano le modalità, i limiti e le possibilità.</p>
<p>E’ chiaro spero adesso come il conflitto attuale che contrappone l’Europa regolatrice ad una America trumpiana fortemente aperta, non è un semplice confronto ideologico tra difensori e detrattori della libertà di parola, bensì un complesso gioco di interessi economici e strategici che definiscono quali voci emergano e quali restino marginalizzate nel panorama mediatico contemporaneo.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Enea Franza" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2020/04/enea-franza-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/enea-franza/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Enea Franza</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Dal 2016 dirigente Responsabile Ufficio Consumer Protection e dal 2012 a tutt’oggi, Responsabile Ufficio Camera di conciliazione ed arbitrato presso la Consob.</p>
<p>Membro del Comitato Tecnico Scientifico della ”Agenzia per il controllo e la qualità dei servizi pubblici di Roma-Capitale”, via San Nicola da Tolentino, 45, 00187 Roma;</p>
<p>Membro del Comitato Scientifico della “Fondazione Einaudi-Onlus”, Via della Conciliazione, 10 –  Roma;</p>
<p>Membro del Comitato Scientifico “’Unione Cristiana Imprenditori e Dirigenti – UCID”,  Via delle Coppelle,35 Roma</p>
<p>Membro del Comitato Scientifico della “Fondazione Vittime del Fisco” – Milano;</p>
<p>Membro del Comitato Scientifico della rivista scientifica “Osservatorio sull’uso dei sistemi ADR” – Caos- Editoriale – Roma.</p>
<p>Docente di “Economia e finanza etica” – Dipartimento Economia presso la Delegazione italiana dell’”Università Internazionale per la Pace – ONU (Costa Rica), via Nomentana n.54 – Roma;</p>
<p>Docente di Economia Politica – Dipartimento di Criminologia” dell’”Università Popolare Federiciana – UniFedericiana”;</p>
<p>Docente a contratto e Direttore scientifico per i Master di I livello in “Economia e diritto degli intermediari Finanziari” (edizioni 2016-2017, 2018-2019) presso “Università degli Studi Niccolò Cusano – Unicusano”, via Don Gnocchi, 1- Roma;</p>
<p>Docente di “Economia e finanza”, nonché membro del Senato accademico dell”’Università Cattolica Joseph Pulitzer di Budapest” dal 2018.</p>
<p>Cavaliere di Merito dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme;</p>
<p>Cavaliere di Merito del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio</p>
<p>Per una biografia più dettagliata vi invitiamo a visitare il sito della <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/profilo/enea-franza/">Fondazione Luigi Einaudi</a></p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/free-spech-e-vecchi-media-un-conflitto-aperto/">Free spech e vecchi media. Un conflitto aperto</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>I ritmi vitali nel mondo social e in quello reale</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/i-ritmi-vitali-nel-mondo-social-e-in-quello-reale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Raffaello Morelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Jul 2024 21:32:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Costume e società]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[raffaello morelli]]></category>
		<category><![CDATA[social]]></category>
		<category><![CDATA[tecnologia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In linea di massima tutti avvertiamo superficialmente che questi ritmi non sono i medesimi. Ma non riflettiamo davvero sul significato. Eppure si tratta del pernio del cambiamento nei rapporti civili derivante dal prorompente diffondersi dei cellulari negli ultimi trentanni. In generale, i cellulari sono un enorme passo avanti tecnologico nella capacità di esprimersi individuale e [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>In linea di massima tutti avvertiamo superficialmente che questi ritmi non sono i medesimi. Ma non riflettiamo davvero sul significato. Eppure si tratta del pernio del cambiamento nei rapporti civili derivante dal prorompente diffondersi  dei cellulari negli ultimi trentanni. </p>
<p>In generale, i cellulari sono un enorme passo avanti tecnologico nella capacità di esprimersi individuale e nella possibilità di interrelazione tra diversi soggetti, oltretutto ad una velocità elevata. Peraltro portano anche a problematiche inesplorate, come sempre avviene con le grandi invenzioni.</p>
<p>All’epoca delle onde radio avviata da Guglielmo Marconi, questo specifico problema non si pose. La grande innovazione consentiva per la prima volta contatti a grande distanza senza fili. Pur tuttavia, date le condizioni strumentali di allora, ancora ridotte rispetto ad oggi, tali contatti in pratica potevano  svolgersi  tra una sola fonte trasmittente alla volta e una larghissima platea di ascoltatori. Dunque non smantellavano la logica dell’antica pratica delle assemblee in piazza e dei proclami. Nei decenni successivi, l’enorme successo di quella duttile tecnologia radiofonica originò la formazione di grandi organizzazioni nazionali per esercitare quel servizio, seguita nei vari paesi da serrati dibattiti sul come regolarle in modo che esercitassero al meglio la loro funzione all’interno  delle istituzioni e dei rapporti tra pubblico e privato. Non molto dopo la nascita della radiofonia, un percorso analogo venne ripetuto dalla nuova tecnologia TV . In ambedue i settori si finì per arrivare (dopo vive controversie) ad una ampia e fattiva coesistenza  tra le reti a proprietà pubblica e quelle dell’iniziativa privata.  Tutte e due le tipologie mantenevano peraltro la stessa struttura di un solo grande emittente per volta, ciascuno con una più o meno vasta platea di utenti.</p>
<p>L’uso del cellulare ha impresso una  svolta. Il protagonista indiscusso è divenuto il singolo utente, che, seguendo i vari canali sul video del proprio cellulare,  riceve e spedisce messaggi ad altri utenti, dando vita ad una rete fittissima. Per lo più lo fa molto alla svelta, talvolta con frenesia, non di rado instaurando un legame ipnotico con lo stare sui social. Sempre manifestando di slancio convinzioni ed emozioni, senza riflettere abbastanza e soprattutto senza esercitare il proprio spirito critico. Un simile atteggiamento determina nei social una esasperazione dei toni ed un livello eccitato , che confliggono con la possibilità di dare notizie oggettive e di arrivare a confronti ragionati sugli argomenti discussi. Soprattutto, inibisce un aspetto cardine del mondo reale: la necessità di soppesare quanto si osserva attraverso il far maturare lo spirito critico di ciascuno.</p>
<p>Il punto è decisivo. Da quasi quattro secoli la conoscenza avanza in modo forte e continuativo adoperando il metodo sperimentale (con effetti assai positivi anche sul convivere). E il metodo sperimentale si incardina appunto sullo spirito critico nell’osservare, nel fare ipotesi per risolvere i problemi e nel valutare i risultati via via ottenuti. Di conseguenza, il fatto che una parte crescente dei conviventi diminuisca parecchio l’uso dello spirito critico fino a soffocarlo, arreca una ferita grave al sistema sperimentale. Il quale non si fonda solo sui comportamenti degli addetti al ramo, bensì richiede un coerente clima nel vivere di tutti i giorni.</p>
<p>Oltretutto, le schiere a sostegno dei social, di per sé già folte, vengono ancora infoltite dall’uso che dei social fanno i giornalisti. Citano ripetutamente una mole di notizie trovate on line, senza sottoporle prima ad una valutazione di effettiva fondatezza. E siccome la libera informazione dei cittadini è il presupposto cardine per mantenerli a conoscenza degli avvenimenti e dare la capacità di giudizio che è l’anima della libertà, risulta assai negativo che la libera informazione sia intaccata alla radice, sia nelle fonti che nella diffusione acritica delle notizie.  Pertanto urge limitare – meglio far regredire – l’innaturale espandersi nel mondo reale dei ritmi dei social.</p>
<p>Tale obiettivo esige un serio  impegno culturale, diffuso e coerente, per evitare un utilizzo distorto dell’innovazione epocale che è il cellulare. Principalmente da parte di chi, come i liberali, è stato ed è il solo fautore italiano del ruolo centrale dell’individuo in una crescita del Paese equilibrata ed innovativa.  </p>
<p>Innanzitutto occorre rendere consapevole ogni cittadino che il cellulare non è uno strumento di totalitarismo conformista ma all’opposto uno strumento di libertà che favorisce le relazioni tra i cittadini individui e gli scambi tra di loro d’ogni tipo. Insomma un ricupero di cultura realistica nel convivere tra diversi. Perciò chi  usa  il cellulare deve evitare con cura la trappola di pensare che il mondo dei social  possa essere  alternativo a quello reale. Occorre restare consapevoli che il ritmo dell’immediatezza nei social non può nascere a scapito di altri caratteri della personalità di cui, nella vita umana, non è possibile fare a meno , a cominciare dall’esercizio dello spirito critico. Tale esercizio, a parte le differenze tra gli individui, richiede  tempi fisici  di riflessione di per sé insopprimibili. Dunque l’uso del cellulare non può far dimenticare che si è arrivati a disporne attraverso l’approfondita comprensione delle condizioni fisiche complessive della realtà, le quali restano un vincolo imprescindibile. E’ un illudersi assurdo tentare di traslocare in un teorico mondo parallelo fatto a piacimento e privo dei vincoli del materiale vivere tra diversi.</p>
<p>Il secondo grande impegno spetta ai giornalisti fedeli alla  professionalità storica. Devono esser l’esempio perché i rispettivi prodotti editoriali non diffondano la cultura invasata dei social. Devono  insegnare ai colleghi esaltati a rifuggire la frenesia dei social e a riscoprire l’antica lezione del controllare in partenza le notizie date agli utenti. Si tratta di un fattore essenziale per riallineare il giornalismo ai ritmi della vita scrollandosi di dosso l’ospite dispettoso del comunicare frenetico sui cellulari.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img decoding="async" src="https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2020/05/Morelli-e1475170558755.png" width="100"  height="100" alt="" itemprop="image"></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/raffaello-morelli/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Raffaello Morelli</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Nel corso dei decenni, ha svolto e scritto migliaia di interventi pubblici  ed articoli, ed è pure autore, da solo o quale coordinatore di gruppi più ampi,  di numerose pubblicazioni a carattere politico culturale, infine si è anche impegnato nella direzione de La Nuova Frontiera editrice, che, per un quarto di secolo, ha diffuso periodici e  volumi su tematiche liberali, e successivamente, in altre iniziative analoghe, tra cul la rivista Libro Aperto. Quanto si volumi più organici da lui curati, vi sono  “Cultura e politica  nell’impegno dei goliardi  indipendenti”  scritto insieme a Giuliano Urbani (1963), “43 tesi per una Presenza Liberale” (1968) redatto per il dibattito congressuale PLI,   “Il dissenso liberale è l’infaticabile  costruttore del sistema delle garanzie” (1970), molti documenti  del PLI in vista di Congressi , in particolare  “La Società aperta” (1986) che divenne parte integrante dello Statuto prima del PLI  e dopo della Federazione dei Liberali, relazioni introduttive alle Assemblee Nazionali FDL, il discorso introduttivo del Convegno  “La ricerca, un progetto per l’Italia” (2003) e negli anni più recenti  tre volumi, “Lo sguardo lungo” 2011 (manuale su vicende storiche, ragioni concettuali e prospettive attuali del separatismo Stato religioni),  “Le domande ultime e il conoscere nella convivenza” del 2012 , e infine “Per introdurre il tempo fisico nella logica della matematica e nelle strutture istituzionali” del 2016, gli ultimi due volumi inerenti radici e significato della metodologia politica individuale come strumento cardine nella convivenza tra diversi.</p>
<p><span>Ed inoltre ha pubblicato nel 2019 “Progetto per la Formazione delle Libertà” e  nel 2022  “Un’esperienza istruttiva”. In generale i suoi scritti ed interventi si trovano sul sito  </span><a target="_blank" rel="noopener" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?q=http://www.losguardolungo.it/biblioteca/&amp;source=gmail&amp;ust=1708787447634000&amp;usg=AOvVaw3Nn8N0xsxgMhrKu6ppwr2v">www.losguardolungo.it/biblioteca/</a></p>
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			</item>
		<item>
		<title>Sul rapporto tra intelligenza artificiale e convivenza umana</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/sul-rapporto-tra-intelligenza-artificiale-e-convivenza-umana/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Raffaello Morelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Feb 2024 15:08:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Costume e società]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[intelligenza artificiale]]></category>
		<category><![CDATA[raffaello morelli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In questo articolo svolgo una rapida riflessione su un dibattito che circola parecchio ed in termini assai confusi: lo sviluppo prorompente dell’Intelligenza Artificiale costituisce una minaccia concreta per il primato della vita umana? Inizio da qualcosa di ovvio per un liberale. I cambiamenti indotti dall’IA sono essi stessi un prodotto dell’attività umana non in grado [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>In questo articolo svolgo una rapida riflessione su un dibattito che circola parecchio ed in termini assai confusi: lo sviluppo prorompente dell’Intelligenza Artificiale costituisce una minaccia concreta per il primato della vita umana?</p>
<p>Inizio da qualcosa di ovvio per un liberale. I cambiamenti indotti dall’IA sono essi stessi un prodotto dell’attività umana non in grado di riprodurre davvero la vita e quindi non possono essere una minaccia se non per i conservatori in quanto tali ostili  ai cambiamenti (ma anche i non liberali finiscono sulla medesima linea). Di fatti l’IA si configura finora solo come un meccanismo capace di elaborare dati in quantità enormi e a velocità inarrivabili dagli umani (con la tecnologia LLM, <em>large language models</em>), però senza mai esercitare sui dati  quello spirito critico che degli umani è la comprovata caratteristica evolutiva determinante. Appunto, l’IA non riproduce davvero la vita.</p>
<p>Detto in pillola, la ragione consiste nel come  l’IA è strutturata. Dispone esclusivamente di meccanismi logici e soprattutto  di dati, inseriti gli uni e gli altri dagli umani. E della vita omette un aspetto decisivo, che il neuroscienziato portoghese Antonio Damasio ha esposto  in un libretto uscito tre anni fa negli USA e tradotto da circa un anno presso l’editrice Adelphi: “Sentire e conoscere”. Sostiene che l’intera storia umana dimostra come non sia possibile, per il nostro corpo, arrivare a conoscere (cosa che, come ho scritto ripetutamente, deriva dall’osservare con lo spirito critico individuale) se prima non  sente il proprio interno e il mondo esterno. Di fatti l’universo del sentire è stato una “<em>precedente manifestazione storica di intelligenza….una sorta di passaggio intermedio per l’intelligenza superiore….. uno strumento nello sviluppo della graduale autonomia conquistata da noi esseri umani”. </em>Invece, al momento attuale, nell’IA non vi è traccia di una simile capacità di sentire (per di più non è la sola, manca anche qualsiasi riferimento al desiderio, un’altra capacità cardine del vivere,  come ha ricordato da poco il saggista Paolo Giordano).</p>
<p>Fin qui la tesi di Damasio è suffragata dall’andamento storico. Poi l’autore esprime una convinzione: che sia possibile trovare un rimedio costruendo robot in grado di sentire attraverso “<em>il dargli un corpo che per conservarsi richieda regolamenti e aggiustamenti</em>” ; insomma nella robotica “<em>dobbiamo aggiungere alla robustezza un certo grado di vulnerabilità</em>”. Ora, tale convinzione è del tutto legittima, oltre che affascinante, ma resta al semplice stadio di ipotesi tutta da verificare (lo stesso dicasi per il non occuparsi del desiderio). E siccome pare chiaro che i tempi di queste innovative ricerche saranno lunghissimi  – di certo al di là di un orizzonte umano prevedibile oggi – mi pare non valga la pena di arrovellarsi sugli scenari della concorrenza tra IA e vita reale,  che non si  sa se e come potrebbero aprirsi. Riassumendo, non esiste alcuna concreta minaccia da parte dell’IA sul primato della vita umana.</p>
<p>Peraltro, visto che sto trattando l’argomento rapporti tra IA e vita umana, non voglio trascurare un altro aspetto già evidente. Cioè  che, anche senza esercitare un primato, l’IA induce nella nostra quotidianità dei profondi cambiamenti. Al momento sono operanti due tipi, ma altri potrebbero attivarsi nel prossimo futuro.  Intanto i due cambiamenti sono le enormi e velocissime capacità di calcolo dell’IA che hanno già introdotto grandi novità nel maneggiare la mole di dati di cui disponiamo. Novità sempre più visibili, le quali hanno avviato senza clamore modifiche nei rapporti del nostro convivere e addirittura vanno innescando  il secondo genere di effetti percepibili in un domani non lontano.</p>
<p>Da appena più di un anno, un’applicazione dell’IA fatta dalla società OpenAI ha prodotto un software  (chiamato ChatGPT) capace di simulare le conversazioni umane, a voce o scritte, dando a chi lo adopera la possibilità di interagire con i mezzi digitali come se fossero una persona reale.<strong> </strong>Tale software si è rivelato una vera bomba.  In pochi mesi  il nuovo algoritmo è stato addestrato partendo dagli archivi esistenti presso le reti di informazione giornalistica. Ora è sufficiente fare domande e ChatGPT risponde ricorrendo ai testi degli archivi. E’ chiamata IA generativa.  Proprio l’estrema velocità del software, ha fatto però capire in alcune settimane che si stava creando un nuovo grave problema nella convivenza: quello del diritto d’autore sui testi usati. Infatti è naturale che il proprietario dell’algoritmo guadagni per  il merito di averlo creato, ma non è accettabile che assorba anche il merito degli autori dei testi trattati dall’algoritmo. Detto altrimenti, le risposte fornite dal software ChatGPT non sono frutto esclusivo del suo funzionamento quale IA,  siccome inglobano pure la qualità di chi ha scritto i testi ed è titolare del relativo diritto di autore.  Da sottolineare inoltre che un simile ragionamento non si applica solo ai testi giornalistici ma vale per qualunque testo in qualsiasi settore e per  ogni collaborazione.</p>
<p>In pratica, approfondire il tema IA smantella il mito illiberale della presunta gratuità di internet. E’ gratuito (visto che i costi delle trasmissioni hanno un’altra copertura) il reciproco semplice contattarsi, mentre non sono gratuiti moltissimi dei contenuti usati nei contatti, che hanno un loro valore autonomo incomprimibile in ogni rapporto di libertà. Concetti che i liberali non possono eludere. Per di più, il problema ora descritto con ChatGPT  tende ad ampliarsi parecchio, dato che le società che ne dispongono si stanno ingegnando per personalizzarlo con l’agganciarlo ai gusti e alle abitudini degli utenti. In tal modo i produttori legheranno l’IA direttamente al dispositivo in uso, facendone un assistente personalizzato per ciascuno.</p>
<p>Basta soffermarsi su questo aspetto molto curato da diverse grosse imprese e da una serie di Stati (con investimenti economici impressionanti), per capire che presto si porranno tanti problemi di formazione e di sicurezza specie privata. Di formazione nel senso che è sempre più urgente mettere in grado ogni cittadino di capire come funzionano e cosa significano le tecnologie che lui utilizza. Il che accelera il tramonto della concezione dell’istruzione limitata al precedere la vita adulta. Perché per evitare che l’IA ci trasformi in suo strumento, è indispensabile che l’istruzione accompagni la vita senza interruzione. E problemi di sicurezza specie privata, nel senso che  è sempre più urgente rendere ogni cittadino consapevole della necessità di essere estremamente attento al dotare di continuo le proprie attività di una protezione dei dati privati il più possibile impenetrabile dagli estranei, inclusi i gestori dei sistemi di sicurezza. Il che attribuisce una dimensione nuova alla pratica del proprio ambito privato.  Confermandolo come il fattore decisivo di distinzione della convivenza occidentale in termini non religiosi e non ideologici.</p>
<p>Appunto sui due problemi, la formazione e la sicurezza, verte il Regolamento varato  i primi di dicembre ‘23 in sede UE, d’intesa tra Commissione, Parlamento e Consiglio d’Europa, denominato IA Act, al termine di un dibattito quasi triennale. Questo è stato solo il punto di partenza (dovranno seguire approvazioni formali e  Gazzetta Ufficiale UE, si spera entro la conclusione della legislatura), poi verrà  l’entrata in vigore dal 2026 e nel 2029 i produttori dovranno adeguarsi. In ogni caso l’IA Act   affronta il problema per la prima volta al mondo. Le intenzioni sono ottime, il risultato più  incerto.</p>
<p>Le ottime intenzioni stanno nel voler analizzare e classificare l’uso dell’IA in base al rischio per i suoi utenti, per poi valutare i  diversi livelli necessari di maggiore o minore regolamentazione. I rischi inaccettabili sono la manipolazione comportamentale e cognitiva delle persone, la classificazione sociale in base al livello socio-economico e alle caratteristiche personali, i sistemi di identificazione biometrica in tempo reale  a distanza. I rischi alti emergeranno dall’esame delle specifiche modalità di funzionamento  dell’IA  in determinati settori quali istruzione, gestione dei lavoratori, servizi privati essenziali, servizi pubblici, forze dell’ordine, asilo e controllo delle frontiere, applicazione  della legge.  In generale l’IA generativa dovrà funzionare in modo  trasparente (cominciando dal dichiararsi presente quando lo è e dal rendere noti i diritti di autore usati per addestrarsi) e non potrà creare mai  contenuti illegali. Infine  l’IA dovrà lasciar libero  l’utente di continuare o meno ad adoperarla</p>
<p>L’incertezza sul risultato dell’IA Act  non consiste tanto nelle preoccupazioni di chi diffida del cambiamento e teme le regole che lo favoriscono, siccome pensa che porre qualunque  limite al mercato sia un onere per quanti lavorano e producono, soprattutto quando i limiti vengono posti per la prima volta (persona assimilabile a chi vorrebbe affievolire  anche il diritto di autore, senza rendersi conto che farlo comprimerebbe i contributi individuali al convivere). L’incertezza vera circa il risultato dell’IA Act  nasce dall’aver scorto, dissimulata nel suo processo di genesi, l’idea che questo regolamento UE possa  essere una regola definitiva per risolvere i portati dell’usare l’IA. Ma ciò è estremamente improbabile. Come ogni prodotto umano, anche l’IA è soggetta a continui revisioni e adattamenti, che rendono assai problematico predeterminarne un sistema di controllo fisso (cosa che è bene ricordi  anche il G7 a presidenza italiana, che ha già sul tavolo il tema IA).</p>
<p>Il fulcro del problema sta sul fatto che aver introdotto l’IA generativa avvia nella convivenza umana un ulteriore cambiamento epocale:   muta capacità e velocità di computare e quindi il modo  di produrre. Allora si dice che tale innovazione minaccerebbe i posti di lavoro umani.  Ma è una diceria sbagliata. Occorre almeno  delimitare,   solo quelli concepiti nella chiave rigida del ripetersi di un’organizzazione tradizionale del lavoro restia ad evolversi e a riflettere sul modo di procedere. Nella storia, l’umanità si è sempre sforzata  di migliorare le condizioni produttive innovandole e sostituendo via via la fatica fisica (ancor più netta è forse  l’innovazione dell’IA). Il fatto è che solo quando l’umano che si organizza prevale sull’organizzazione, la riflessione sulle procedure produttive è fisiologica per apprezzare i vantaggi, spesso assai consistenti, del nuovo modo di produrre. Il quale abbassa sì il numero di lavoratori necessari in quello   specifico compito,  però contestualmente da spazio a nuove opportunità di impiegare la forza lavoro in attività perfino impensabili fuori dell’IA.</p>
<p>Dunque, chi si preoccupa dell’avvento dell’IA (specie le elites) non lo fa perché l’IA riduce i posti di lavoro, bensì perché l’IA smantella gli assetti tradizionali di una società incline alla staticità. E’ questa la prospettiva che non accetta chi sostiene dl volere il bene comune ma in realtà vuol conservare così come sono i ruoli e i privilegi esistenti negli assetti in corso.  In pratica si ingegna per rifiutare la realtà della vita che  procede. L’opposto del comportarsi da liberali. Per tutto ciò, è indispensabile non cercare di bloccare l’IA, bensì proseguire costantemente l’impegno a valutarne l’impatto, in particolare in tema di trasformazioni nel campo del lavoro. E ciò confligge con la pretesa di un sistema di controllo  fisso.</p>
<p>Concludendo, l’IA non avrà il primato sull’umanità quanto meno ancora assai a lungo. Eppure, anche così, riflettere sull’IA  porta  l’attenzione  sui carattere essenziale del convivere umano. Affrontare le sfide del tempo tramite l’evoluzione. Il che significa non cedere mai all’antica illusione di sognare l’eterno e di prevedere il futuro, pensando di avere sempre le risposte per tutte le domande. Saggiamente, lo scrittore israeliano  Etwar Keret ammonisce che l’IA dovrebbe tener conto dell’esserci domande alle quali dare una risposta definitiva e unica sarebbe riduttivo e impoverente. Perché la strada nella vita può  derivare  solo dal confrontarsi, in base ai risultati nel tempo, della miriade di iniziative degli individui conviventi in istituzioni costruite  sulle libertà individuali, sulle diversità di ognuno e sulla tolleranza tra tutti.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img decoding="async" src="https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2020/05/Morelli-e1475170558755.png" width="100"  height="100" alt="" itemprop="image"></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/raffaello-morelli/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Raffaello Morelli</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Nel corso dei decenni, ha svolto e scritto migliaia di interventi pubblici  ed articoli, ed è pure autore, da solo o quale coordinatore di gruppi più ampi,  di numerose pubblicazioni a carattere politico culturale, infine si è anche impegnato nella direzione de La Nuova Frontiera editrice, che, per un quarto di secolo, ha diffuso periodici e  volumi su tematiche liberali, e successivamente, in altre iniziative analoghe, tra cul la rivista Libro Aperto. Quanto si volumi più organici da lui curati, vi sono  “Cultura e politica  nell’impegno dei goliardi  indipendenti”  scritto insieme a Giuliano Urbani (1963), “43 tesi per una Presenza Liberale” (1968) redatto per il dibattito congressuale PLI,   “Il dissenso liberale è l’infaticabile  costruttore del sistema delle garanzie” (1970), molti documenti  del PLI in vista di Congressi , in particolare  “La Società aperta” (1986) che divenne parte integrante dello Statuto prima del PLI  e dopo della Federazione dei Liberali, relazioni introduttive alle Assemblee Nazionali FDL, il discorso introduttivo del Convegno  “La ricerca, un progetto per l’Italia” (2003) e negli anni più recenti  tre volumi, “Lo sguardo lungo” 2011 (manuale su vicende storiche, ragioni concettuali e prospettive attuali del separatismo Stato religioni),  “Le domande ultime e il conoscere nella convivenza” del 2012 , e infine “Per introdurre il tempo fisico nella logica della matematica e nelle strutture istituzionali” del 2016, gli ultimi due volumi inerenti radici e significato della metodologia politica individuale come strumento cardine nella convivenza tra diversi.</p>
<p><span>Ed inoltre ha pubblicato nel 2019 “Progetto per la Formazione delle Libertà” e  nel 2022  “Un’esperienza istruttiva”. In generale i suoi scritti ed interventi si trovano sul sito  </span><a target="_blank" rel="noopener" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?q=http://www.losguardolungo.it/biblioteca/&amp;source=gmail&amp;ust=1708787447634000&amp;usg=AOvVaw3Nn8N0xsxgMhrKu6ppwr2v">www.losguardolungo.it/biblioteca/</a></p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/sul-rapporto-tra-intelligenza-artificiale-e-convivenza-umana/">Sul rapporto tra intelligenza artificiale e convivenza umana</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>La rimozione del video di Antonio Martino. Alcune utili informazioni per farsi un&#8217;opinione.</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/la-rimozione-del-video-di-antonio-martino-alcune-utili-informazioni-per-farsi-unopinione/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Jacopo D'Andreamatteo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Mar 2023 21:16:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Costume e società]]></category>
		<category><![CDATA[Diritto]]></category>
		<category><![CDATA[censura]]></category>
		<category><![CDATA[jacopo d'andreamatteo]]></category>
		<category><![CDATA[libertà di espressione]]></category>
		<category><![CDATA[youtube]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ha provocato certamente tanto clamore la notizia diffusa dalla Fondazione Luigi Einaudi, per voce del suo Presidente Benedetto, circa la sospensione per sette giorni dell’account Youtube della fondazione e la contestuale rimozione di un video estratto della lezione tenuta da Antonio Martino l’anno scorso. Ma andiamo con ordine, perché leggo alcuni ragionamenti certamente rispettabili ma [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Ha provocato certamente tanto clamore la <a href="https://twitter.com/fleinaudi/status/1638433510082985985?s=20" target="_blank" rel="noopener">notizia diffusa dalla Fondazione Luigi Einaudi</a>, <a href="https://twitter.com/fleinaudi/status/1637867638905790478?s=20" target="_blank" rel="noopener">per voce del suo Presidente Benedetto</a>, circa la sospensione per sette giorni dell’account Youtube della fondazione e la contestuale rimozione di un video estratto della lezione tenuta da Antonio Martino l’anno scorso.</p>
<p>Ma andiamo con ordine, perché leggo alcuni ragionamenti certamente rispettabili ma frutto di notizie e dati incompleti, anche con un pizzico di malizia.</p>
<p>Il 24 febbraio 2022, quindi pochi giorni prima della sua scomparsa avvenuta il 5 marzo, il prof. Antonio Martino, paladino del liberalismo italiano e inequivocabilmente amato e rispettato da tutti i liberali e non solo, tiene la prima lezione della Scuola di Liberalismo dal titolo “Cenni sul futuro del liberalismo in Italia”, introdotta dal Direttore Scientifico della Fondazione prof.ssa Emma Galli e dalla Responsabile della Scuola di Liberalismo dott.ssa Ottavia Munari.</p>
<p>Nel suo stile provocatorio e certamente autenticamente libertario, che io personalmente apprezzo e non ho mai nascosto, ha ipnotizzato gli ascoltatori raccontando dei suoi incontri con Milton Friedman e altri aneddoti che hanno caratterizzato la sua vita accademica e politica.</p>
<p>Sul finire della lezione ha esposto chiaramente &#8211; e senza che nessuno lo interrompesse &#8211; le sue critiche legittime e rispettabilissime sulla gestione.</p>
<p>Alcuni iscritti alla scuola hanno altrettanto liberamente e legittimamente criticato alcune affermazioni del prof. Martino all’interno della chat integrata nel software della videoconferenza utilizzato per la trasmissione della lezione. C’è stato l’intervento di chi moderava la lezione che ha precisato come nella diversità di opinioni anche non condivise ci debba essere sempre il rispetto. Mi dispiace per chi si meraviglia ma nella casa dei liberali certe abitudini rimangono.</p>
<p>E poi veniamo a giorni più recenti e al 22 dicembre quando la lezione viene integralmente caricata sul noto portale di streaming.</p>
<p>Qualche mese dopo, precisamente il 3 marzo, viene realizzato un estratto video della lezione, anche questo caricato su Youtube. Poi tre giorni fa la notizia inattesa della rimozione di quest’ultimo video e la sospensione dell’account.</p>
<p>Ad essere rimosso è stato l’estratto e non la lezione integrale – <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/scuola-di-liberalismo-2022-antonio-martino-cenni-sul-futuro-del-liberalismo-in-italia/" target="_blank" rel="noopener">tutt’ora disponibile</a> &#8211; ed è il fatto più assurdo di questa storia. L’ottusa scelta di eliminare un video per presunte violazioni delle &#8220;<a href="https://www.youtube.com/intl/ALL_it/howyoutubeworks/policies/overview/">norme e linee guida</a>&#8221; non mi stupisce ma se come credo il video sia stato eliminato in conseguenza di una segnalazione la vicenda è preoccupante perché pone ogni utente al rischio di una segnalazione mossa da chi non rispetta la libertà di espressione e da chi certamente non ha visto il video integrale della lezione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Jacopo D&#039;Andreamatteo" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2019/11/jacopo-dandreamatteo-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/jacopo-d-andreamatteo/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Jacopo D&#039;Andreamatteo</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Curatore Einaudiblog.it &#8211; Responsabile Social Media della Fondazione Luigi Einaudi</p>
</div></div><div class="saboxplugin-web "><a href="http://www.jacopodandreamatteo.it" target="_self" >www.jacopodandreamatteo.it</a></div><div class="clearfix"></div><div class="saboxplugin-socials sabox-colored"><a title="Twitter" target="_self" href="https://twitter.com/jdandreamatteo" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-color"><svg class="sab-twitter" id="Layer_1" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" viewBox="0 0 24 24">
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</svg></span></a></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/la-rimozione-del-video-di-antonio-martino-alcune-utili-informazioni-per-farsi-unopinione/">La rimozione del video di Antonio Martino. Alcune utili informazioni per farsi un&#8217;opinione.</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>L&#8217;aumento del valore di mercato di AI, VR e AR entro il 2030: il ruolo dell’economia nel decennio digitale</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/laumento-del-valore-di-mercato-di-ai-vr-e-ar-entro-il-2030-il-ruolo-delleconomia-nel-decennio/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Carlotta Casolaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Feb 2023 16:34:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Costume e società]]></category>
		<category><![CDATA[carlotta casolaro]]></category>
		<category><![CDATA[intelligenza artificiale]]></category>
		<category><![CDATA[metaverso]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La stretta connessione tra la realtà aumentata (AR), realtà virtuale (VR) e intelligenza artificiale (AI) ha portato alla più recente considerazione che, entro il 2030, l&#8217;economia potrebbe convergere nella direzione delle competenze digitali. È quello che afferma L&#8217;Institute for the Future, stimando che, dal 2020, la percentuale dell&#8217;economia digitale aumenterà fino a sette volte entro [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/laumento-del-valore-di-mercato-di-ai-vr-e-ar-entro-il-2030-il-ruolo-delleconomia-nel-decennio/">L&#8217;aumento del valore di mercato di AI, VR e AR entro il 2030: il ruolo dell’economia nel decennio digitale</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La stretta connessione tra la realtà aumentata (AR), realtà virtuale (VR) e intelligenza artificiale (AI) ha portato alla più recente considerazione che, entro il 2030, l&#8217;economia potrebbe convergere nella direzione delle competenze digitali.</p>
<p>È quello che afferma L&#8217;Institute for the Future, stimando che, dal 2020, la percentuale dell&#8217;economia digitale aumenterà fino a sette volte entro il 2030. Numeri come il 6% di utilizzo della VR toccheranno picchi del 50% e non solo: il dato più eclatante è che nel commercio digitale delle AR (per intenderci, il metaverso) e delle AI verranno investiti in meno di dieci anni ben 1,8 trilioni di dollari.</p>
<p>Lo stesso Osservatorio metaverso di Ipsos, nato nel 2022 con lo scopo di divulgare notizie che riguardano la realtà aumentata del metaverso e in particolare l&#8217;approccio degli italiani verso questo tipo di AR, ha stimato per il 56% degli intervistati un interesse verso l&#8217;acquisizione di nuove competenze. Se consideriamo l&#8217;andamento dei settori nel 2021, tutti i settori del mercato digitale hanno riscontrato un andamento in crescita, grazie alla ripresa degli investimenti e alla crescente esigenza di adeguare i processi e i servizi ai nuovi modelli operativi.</p>
<p>Il settore bancario, ad esempio, ha segnato una ripresa degli investimenti in beni e servizi digitali che si è tradotta in una crescita dell’8,2% della spesa, per un valore di 8,64 miliardi di euro. L&#8217;obiettivo è, entro il 2030, quello di potenziare l&#8217;economia digitale, adattando il mercato alle forme più fruibili di realtà virtuale.</p>
<p>Il punto è che il mondo viene da sempre considerato come un contenitore dove si scambiano beni e servizi tra le diverse economie, ecco perché le maggiori perplessità nascono attorno al fatto che questo contenitore possa mutare drasticamente servizi erogati e valute (basti pensare ai meta-coin). Negli ultimi anni, infatti, lo scambio di beni e servizi è sempre più superato dall’interconnessione di informazioni e di conoscenze, sia incorporate nei beni e servizi sia svincolate da queste.</p>
<p>Il mercato dei servizi digitali ha assunto una crescente importanza non solo rispetto a quello dei prodotti e dei semilavorati, ma anche ai servizi più globalizzati come quelli di tipo finanziario. Se la caratteristica principale di questo mercato è la sua fluidità, tanto da rappresentare il 50% del commercio internazionale di servizi, resta da capire se questa transizione digitale sarà in grado di arginare anche la sua dispersione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Carlotta Casolaro" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2023/02/carlotta-casolaro.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/carlotta-casolaro/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Carlotta Casolaro</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Nata e cresciuta a Foggia, dopo aver studiato scienze giuridiche si è dedicata negli anni a collaborazioni con svariate testate giornalistiche come Insider Italia, TPI (The Post Internazionale) e Alley Oop de Il Sole 24 Ore. Crede fortemente nel potere delle parole e dell&#8217;impatto comunicativo di esse che genera informazione, responsabilità e soprattutto scambio culturale. La sua missione è decifrare le regole della comunicazione per arginare le differenze sociali in materia di diritto.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/laumento-del-valore-di-mercato-di-ai-vr-e-ar-entro-il-2030-il-ruolo-delleconomia-nel-decennio/">L&#8217;aumento del valore di mercato di AI, VR e AR entro il 2030: il ruolo dell’economia nel decennio digitale</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>I deliri ideologici sull&#8217;abolizione del merito</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/i-deliri-ideologici-sullabolizione-del-merito/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico Marri]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Oct 2022 13:57:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Costume e società]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[federico marri]]></category>
		<category><![CDATA[governo meloni]]></category>
		<category><![CDATA[libertà]]></category>
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		<category><![CDATA[ministero istruzione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo l’aggiunta del termine “Merito” al Ministero dell’Istruzione, una certa area della sinistra ha intonato la mai dismessa nenia avversa al concetto di merito. Chiariamo subito una questione fondamentale: discutere in cosa debba consistere il merito non è il fine di questo articolo, e rappresenta una domanda separata da quella che tratterò, che è la [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/i-deliri-ideologici-sullabolizione-del-merito/">I deliri ideologici sull&#8217;abolizione del merito</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo l’aggiunta del termine “Merito” al Ministero dell’Istruzione, una certa area della sinistra ha intonato la mai dismessa nenia avversa al concetto di merito.</p>
<div>Chiariamo subito una questione fondamentale: discutere in cosa debba consistere il merito non è il fine di questo articolo, e rappresenta una domanda separata da quella che tratterò, che è la seguente: la società umana può a fare a meno del merito? Perché esiste il merito? Nonostante gli uomini abbiano parlato di merito in ogni epoca, qualche fantasioso professore ha sostenuto che il concetto di merito sia nato negli anni ’70, a causa di una <a href="http://(https://www.illibraio.it/news/scuola/ministero-dellistruzione-e-del-merito-1429248/amp/)">sbagliata interpretazione di un romanzo distopico</a>. Tanto per fare un esempio, Smith parla di merito già nel 1759 proprio così come lo intendiamo noi. Ma gli esempi sono ben più numerosi.</div>
<div>Comunque, non ci chiederemo chi o cosa debba essere riconosciuto meritevole (per esempio: un calciatore che guadagna moltissimi soldi è più meritevole di un dipendente “tradizionale” che svolge egregiamente il suo lavoro?). Siccome le lamentele provenienti da sinistra sembrano suggerire che dovremmo fare a meno del merito, perché merito “significa legittimare le disuguaglianze sociali”, &#8220;merito è una costruzione politica per prevaricare”, merito è lasciare indietro chi è meno bravo, &#8220;costringere al fallimento chi non è adeguato&#8221;, ci chiederemo qui se possiamo abbandonare il merito e fare sì che non ci sia fallimento alcuno o frustrazione.</div>
<div>Spoiler: il merito non è uno strumento di dominio sociale, ma l&#8217;inevitabile conseguenza della libertà di scelta, e non ne possiamo fare a meno.</div>
<div>Ogni volta che scegliamo qualcosa prodotta da qualcuno, rispetto a qualcos&#8217;altro prodotto da qualcun altro, assegniamo implicitamente a ciò che preferiamo l’etichetta di più meritevole. I nostri soldi sono la ricompensa per chi noi abbiamo ritenuto più meritevole.</div>
<div></div>
<div>
<p>Innanzitutto, che cos’è la meritocrazia? Un contesto meritocratico si ha quando chi è meritevole viene premiato per il suo merito. E chi decide chi è meritevole? Dipende. A titolo di esempio, in uno Stato fortemente autoritario e centralizzato, un gruppo di amministratori potrebbe stilare dei parametri in base ai quali creare delle classi sociali di più o meno meritevoli. Meritevole potrebbe essere chi ha gli occhi azzurri, chi è obbediente, chi fa la dieta vegana.</p>
<div>Nel sistema del libero mercato sono i consumatori a decidere chi è meritevole. Gli esseri umani si incontrano per scambiarsi cose di cui hanno reciprocamente bisogno e per facilitare gli scambi utilizzano la moneta. Chi vende più cose, soddisfa più bisogni, e guadagna più moneta. Ossia, nel sistema del libero mercato è più meritevole chi soddisfa maggiormente i desideri consumatori. La ricompensa è il denaro dei consumatori. In questo sistema può accadere che un uomo venga ritenuto meritevolissimo (guadagni milioni) per dare dei calci ad un pallone. Se sia giusto che un calciatore guadagni più di altri non è, come già dicevamo, lo scopo di questo articolo. Semplicemente, si voleva così far notare che il merito, nel libero mercato, consiste nell’apprezzamento dei consumatori: milioni di persone si riuniscono davanti alla TV, nei pub e allo stadio perché godono a guardare il calcio, quindi i calciatori guadagnano tanto. Il merito, all’interno del libero mercato, altro non è che un principio democratico. Se tante persone in un determinato momento apprezzano di più il calcio rispetto al ping pong, o il rock rispetto al Jazz, i produttori dei generi più apprezzati saranno più meritevoli (guadagneranno di più).</div>
<div>
<p>Questo non è un articolo sulla metafisica del merito, né tantomeno un articolo per criticare o glorificare i gusti dei consumatori. L’esempio del libero mercato è stato inserito al fine di mostrare come e da dove nasca il merito.</p>
<div>Infatti, è il principio tanto ovvio quanto naturale per cui l’uomo vuole per sé ciò che ritiene più conveniente, a creare il concetto di merito.</div>
<div>
<p>Che significa?</p>
<div>Quando acquistiamo un album musicale per le composizioni che più ci aggradano, implicitamente scegliamo un’artista più meritevole, che riceve i nostri soldi. Quando compriamo un’automobile scegliamo i designer che hanno disegnato la forma più attraente, o gli ingegneri che hanno prodotto il motore più prestante, o qualsiasi cosa potremmo mai desiderare. Quando camminiamo su un ponte vogliamo che sia il più sicuro possibile, ossia che sia stato costruito dagli ingegneri migliori. Insomma, ogni volta che scegliamo qualcosa, creiamo il concetto di merito. Il merito è quello che succede quando scegliamo A rispetto a B: chi ha prodotto A viene implicitamente riconosciuto meritevole e gode i benefici del suo merito (che consiste nel soddisfare i <strong>nostri</strong> desideri).</div>
<div>Rinunciare all’idea che possa esserci un gelataio meritevole, ed uno meno meritevole, significa semplicemente rinunciare alla possibilità di mangiare il gelato nel luogo che preferiamo.</div>
<div>Il punto, quindi, non è cosa desideriamo, ma se desideriamo. Ovviamente l’uomo desidera, ed ha determinati set di preferenze. Non desiderare significherebbe abbandonarsi aleatoriamente a ciò che succede: non dovremmo avere gusti di alcun tipo. Il cibo, il lavoro, la poesia, l’amore, dovrebbero esserci tutti indifferente.</div>
<div>Chi chiede di abolire il merito, non si rende conto di chiedere allo stesso modo di abolire le preferenze, i gusti, i desideri, la libera scelta.</div>
<div>Gli esseri umani possiedono diverse capacità, e che le migliori capacità siano applicate e possano sfruttare tutto il loro potenziale permette al lato opposto della medaglia, ossia ai consumatori, di godere dei frutti di queste capacità. Mentre il calciatore meritevole, l’ingegnere meritevole, il rapper meritevole, l’avvocato meritevole si arricchiscono e sembrano aumentare le diseguaglianze sociali, quello che sfugge alla sinistra è che anche le controparti godono: godono nel vedere un calciatore segnare per cui decidono liberamente di pagare, nell’essere serviti da un avvocato preparato e così via per ogni bene o servizio di cui hanno bisogno .</div>
<div>
<p>Che i Maneskin guadagnino milioni non è la conseguenza di un assetto politico volto a legittimare le disuguaglianze sociali, ma semplicemente la necessaria conseguenza della nostra possibilità di scegliere la musica che più ci aggrada. Ovviamente, quando alcune persone riescono a soddisfare tantissime persone, possono arricchirsi enormemente. Mentre si arricchiscono e godono del loro merito, tutti i consumatori che acquistano i loro prodotti sono a loro volta soddisfatti dall’aver potuto godere della musica che ritenevano più meritevole. Per 4 Maneskin che si arricchiscono a dismisura ed alimentano il lamento della diseguaglianza, ci sono milioni (milioni!) di persone che ogni giorno provano sollievo nell’ascoltare i loro pezzi. Il ristoratore che offre, rispetto ad un concorrente, la stessa qualità del cibo ma ad un prezzo maggiore, fallirà, non perché vogliamo legittimare il fallimento o la delusione, ma perché vogliamo essere liberi di scegliere il ristorante migliore per noi.</p>
<div>Quindi scegliamo in massa di ascoltare Fedez, o di vedere il Milan allo stadio, ed il frutto delle nostre preferenze, ossia il nostro pagare per ciò che preferiamo, crea una gerarchia di meriti.</div>
</div>
<div>Si nota, in questa sinistra di belle anime, la solita tendenza a non proporre alcuna soluzione pratica.</div>
<div>Quale dovrebbe essere la negazione teorica del merito? Un mondo dove basta volere per avere? Chi vuole può essere premio Nobel, campione di scacchi, grande poeta? Un’allocazione casuale delle occupazioni? Dovremmo forse decidere con la roulette chi deve progettare gli edifici A, B, C?</div>
<div>In sostanza, la sinistra vede solo un lato della medaglia. Così, per esempio, immaginiamoci un appassionato ristoratore, Giovanni, che apra il suo primo ristorante. Costui progetta un menù super innovativo, studia per anni, chiede un finanziamento, dedica anima e corpo al suo ristorante lavorando giorno e notte. Tuttavia, all’apertura il ristorante non va bene e dopo qualche anno di stenti Giovanni è costretto a chiudere. Questa storia evoca, giustamente, sensazioni spiacevoli che vorremmo poter evitare. Tutti sono dispiaciuti per Giovanni, e tutti ritengono lo scenario in cui Giovanni ha un ristorante che va a gonfie vele uno scenario migliore. La sinistra vede che per ogni meritevole creato dalla libertà di scelta dei consumatori, allo stesso tempo vengono creati dei non meritevoli, e si lamenta. A ben dire, perché a nessuno piace l’idea che ci siano dei fallimenti, delle frustrazioni, delle difficoltà. Per ogni vincitore del disco di platino, ci sono schiere di musicisti che non sono stati ammessi ad X Factor, per ogni vincitore del Pallone d’oro ci sono schiere di calciatori ritirati, per ogni ristorante 3 Stelle Michelin ci sono ristoratori che hanno dovuto chiudere per non essere riusciti ad attrarre abbastanza clienti. E’ bello? No, certamente. Ma l’alternativa è che ognuno rinunci a scegliere qualsiasi cosa. Che è peggio.</div>
</div>
</div>
</div>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Federico Marri" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2021/02/federico-marri-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/federico-marri/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Federico Marri</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Nato il 28/04/1999, laureando in Economia e Finanza, prossimamente Laurea Magistrale in Economia e Scienze Sociali.<br />
Ho frequentato il quarto anno di liceo negli Stati Uniti, in Illinois.<br />
Sono attivo politicamente e, seguendo l&#8217;approccio di Hannah Arendt, credo che la politica debba occuparsi di allargare lo spazio di libertá degli individui.<br />
La mia frase preferita è di Benedetto Croce: &#8220;per l’autoritarismo al quale è costretto ad appigliarsi[…], per l’inevitabile inclinazione a soffocare la varietà delle tendenze, gli spontanei svolgimenti e la formazione della personalità, il socialismo incontra l’ostilità della concezione liberale.&#8221;<br />
Amo Edmund Burke.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div><div class="saboxplugin-socials sabox-colored"><a title="Twitter" target="_self" href="https://twitter.com/federico_marri?s=08" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-color"><svg class="sab-twitter" id="Layer_1" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" viewBox="0 0 24 24">
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</svg></span></a></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/i-deliri-ideologici-sullabolizione-del-merito/">I deliri ideologici sull&#8217;abolizione del merito</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>A lezione di Pandemia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Claudio Donini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Dec 2021 20:12:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Costume e società]]></category>
		<category><![CDATA[claudio donini]]></category>
		<category><![CDATA[covid19]]></category>
		<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[pandemia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se c’è una cosa che mi ha insegnato la pandemia è come una buona parte della popolazione non sia in grado di comprendere un evento tecnico-scientifico. Non si tratta solo di un fatto di cultura in genere, sto parlando di sapere scientifico. Perché una situazione di questa natura e cioè la gestione, il coordinamento e [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div>Se c’è una cosa che mi ha insegnato la pandemia è come una buona parte della popolazione non sia in grado di comprendere un evento tecnico-scientifico.</div>
<div></div>
<div>Non si tratta solo di un fatto di cultura in genere, sto parlando di sapere scientifico. Perché una situazione di questa natura e cioè la gestione, il coordinamento e la esegesi del fenomeno, questo è: un evento che si può comprendere solo con gli occhiali della scienza e dove qualche base di statistica, di logica, di organizzazione fa la differenza fra essere in balia della propaganda e avere una minima autonomia di opinione cioè fra la critica e la polemica.</div>
<div></div>
<div>Se devo dire il vero mi ero intimamente convinto che l’innegabile aumento della cultura media compiuto dalla scuola negli ultimi decenni avesse contribuito ad allargare la capacità di giudizio dei singoli, rispetto almeno alle generazioni della guerra, predisponendo cioè la mente ad un utilizzo più ampio, razionale e logico dei fatti.  Mi sono invece sbagliato.</div>
<div></div>
<div>L’immagine che emerge dalla recente indagine del Censis, come anche dai social in generale e, soprattutto, dalla parentesi della pandemia, mi danno torto. Pregiudizio, chiusura mentale, negazione della realtà la fanno ancora da padrone in una parte significativa della popolazione, come nei periodi più bui della nostra storia.</div>
<div></div>
<div>Certo, rispetto a qualche decennio fa è cambiato radicalmente il contesto, sia in termini di complessità che di comunicazione. I media si sono trasformati in un gigantesco “Bar Sport” globale allargando cioè a dismisura il pubblico, con l’aggravante dell’anonimato che ha alimentato arroganza e aggressività.  Il regno incontrastato della propaganda professionale insomma, da cui è difficile difendersi e, declamare Dante in una società complessa e fortemente polarizzata non è sufficiente. Piuttosto è indispensabile capire che, se esiste una correlazione non significa che esista anche un nesso di causalità o che, singoli casi e piccoli campioni, spesso non rappresentano l’intera popolazione.</div>
<div></div>
<div>Queste sono le chiavi che ogni uomo della strada deve avere nella cassetta degli attrezzi per smontare le architetture del qualunquismo, per evitare le trappole per topi che i professionisti della propaganda disseminano volutamente nella comunicazione al fine di distorcere la realtà secondo i loro scopi personali, trappole che sono peraltro difficili da evitare senza un equipaggiamento adeguato ma che delimitano il confine fra un terrapiattista, magari laureato e un cittadino, fra una vittima e un uomo libero.</div>
<div></div>
<div>Lungi da me l’idea di denigrare o svalutare la cultura umanistica classica, ci mancherebbe, ma costruire il tetto di una casa senza avere buone fondamenta non funziona. E nelle organizzazioni complesse le fondamenta sono nella scienza.</div>
<div></div>
<div>E’ pur vero che un certo atteggiamento di sfiducia nella conoscenza non è una prerogativa solo del nostro paese ma di sicuro le materie scientifiche non sono il fiore all’occhiello dei nostri ragazzi, basti pensare che siamo agli ultimi posti in Europa per laureati in questo ambito nonostante in realtà sono proprio quelle specializzazioni ad offrire le migliori opportunità di carriera. Bene quindi l’aggiunta nel Piano nazionale resistenza e resilienza (Pnnr) di 3,5 Miliardi di euro per ricerca ed istruzione ma è altrettanto importante che la coscienza collettiva tutta si renda consapevole della importanza del tema poiché, come ebbe a dire A. Einstein, “<em>tutta la nostra scienza, commisurata alla realtà è primitiva ed infantile ma è la cosa più preziosa che abbiamo</em>”.</div>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Claudio Donini" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2021/09/claudio-donini-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/claudio-donini/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Claudio Donini</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Da oltre trent’anni si occupa di direzione aziendale soprattutto nell’ambito Operations per multinazionali del settore beni durevoli e automotive. Ha acquisito significativa esperienza nel turnaround aziendale da procedure fallimentari, in joint venture internazionali nonché reengineering di processi organizzativi volti all’eccellenza. Laurea in Ingegneria e MBA scrive articoli di lavoro, industria, strategia, società e libri per Franco Angeli.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/a-lezione-di-pandemia/">A lezione di Pandemia</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>I risultati di un sistema scolastico reso mediocre</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Cesare Giussani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Jul 2021 18:18:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Costume e società]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[alunni]]></category>
		<category><![CDATA[cesare giussani]]></category>
		<category><![CDATA[cittadini]]></category>
		<category><![CDATA[insegnanti]]></category>
		<category><![CDATA[lingua italiana]]></category>
		<category><![CDATA[scuola]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’insoddisfazione per i risultati delle nostra scuola è generale. Ma forse c’è da domandarsi che cosa abbiamo noi chiesto alla scuola. Avevamo una scuola borghese che si basava sulla disciplina degli allievi e sul rispetto dell’autorità degli insegnanti. Creava emulazione tra gli studenti sottoponendoli a sforzi intellettuali e ad apprendimenti, anche mnemonici, di metodi e [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>L’insoddisfazione per i risultati delle nostra scuola è generale. Ma forse c’è da domandarsi che cosa abbiamo noi chiesto alla scuola. Avevamo una scuola borghese che si basava sulla disciplina degli allievi e sul rispetto dell’autorità degli insegnanti. Creava emulazione tra gli studenti sottoponendoli a sforzi intellettuali e ad apprendimenti, anche mnemonici, di metodi e di nozioni. Il sistema di valori richiedeva il rispetto del prossimo ma anche la prevalenza, come in agone sportivo, delle capacità intellettuali dimostrate; in sostanza si affermava quotidianamente nei voti l’esistenza di una disuguaglianza, voluta dalla natura o dalle origini familiari, tra i risultati dei diversi allievi.<br />
Questa scuola non piaceva più. Mi vengono immediatamente alla memoria tre nomi: don Lorenzo Milani, Maria Montessori e Gianni Rodari. Con la spinta ideale di questi tre personaggi, abbiamo scoperto che la scuola doveva mirare al recupero di tutti gli allievi, che il treno della classe si doveva adattare al vagone più lento. Quindi via le materie difficili: ad esempio la traduzione in latino, che imponeva preliminarmente l’analisi logica del periodo, necessaria per qualsiasi corretta esposizione in italiano (e poi siamo stupiti delle scarse capacità espositive anche nella lingua italiana). Poi abbiamo detto che bisognava valorizzare la creatività: ne conseguiva il mancato rispetto delle convenzioni, dell’autorità dell’insegnante, della disciplina; non possiamo meravigliarci di chi oggi non crede nelle indicazioni della scienza ed è convinto che uno vale uno. Infine abbiamo sostenuto che si dovevano eliminare le disuguaglianze e le competizioni che alle stesse conducono; il risultato è una scuola di amichevoli compagnoni, in attesa di andare in discoteca ma non certo di giovani pronti al sacrificio per raggiungere risultati e al rischio. Ferma restando la garanzia del reddito di cittadinanza, nessuno aspira a posizioni che possano essere oggetto di invidia sociale, se non nello sport e nello spettacolo.<br />
Concluderei dicendo che la scuola ci sta offrendo ciò che le abbiamo chiesto. Prima formava competenze e quadri in una organizzazione borghese della società. Ora mette a disposizione della società una collettività di uguali senza stimoli competitivi e con competenze più modeste, dovute al minor impegno richiesto dai corsi di apprendimento; in questo disegno, si affermano comunque coloro che sono particolarmente dotati dalla natura, che proseguono isolati, nonostante l’invidia dei compagni, nel campo della ricerca o dell’imprenditoria.<br />
Se vogliamo risultati diversi, soprattutto per conservare il ruolo del nostro paese nei confronti internazionali, dobbiamo reintrodurre autorevolezza del docente, difficoltà nelle materie studiate e selezione degli allievi: i principi che abbiamo cancellato. Il pensiero dei tre personaggi sopra citati deve essere reso compatibile e subordinato a questi principi.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Cesare Giussani" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2019/11/avatar-unisex-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/cesare-giussani/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Cesare Giussani</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>In Banca d’Italia dal 1965, prima ai Servizi di Vigilanza sulle aziende di credito, poi, da dirigente, con responsabilità di gestione delle strutture organizzative, dell’informatica e del personale; dal 1996 Segretario Generale della Banca, con responsabilità del personale, delle relazioni sindacali, dell’informatica, delle rilevazioni statistiche e ad interim della consulenza legale. Cessato dal servizio nel 2006.</p>
<p>Già rappresentante italiano dal 1989 presso l’Istituto monetario europeo (Basilea) e poi presso la Banca Centrale Europea (Francoforte) per i problemi istituzionali e l’organizzazione informatica. Inoltre rappresentante sempre a partire dal 1989 presso il G20, Banca dei Regolamenti Internazionali, come esperto informatico.</p>
<p>Autore e coautore di pubblicazioni sull’ordinamento bancario, sulle economie di scala e sugli effetti dell’informatizzazione. Ha organizzato presso la Fondazione nel gennaio 2015 il convegno sulla situazione carceraria in Italia.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/i-risultati-di-un-sistema-scolastico-reso-mediocre/">I risultati di un sistema scolastico reso mediocre</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>La persona umana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Caterina Calabrese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 18 Apr 2021 20:59:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Costume e società]]></category>
		<category><![CDATA[Religione]]></category>
		<category><![CDATA[caterina calabrese]]></category>
		<category><![CDATA[umanità]]></category>
		<category><![CDATA[uomo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#60;&#60;Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissate, che cosa è l’uomo perché te ne ricordi e il figlio dell’uomo perché te ne curi? Eppure lo hai fatto poco meno di un dio, di gloria e di onore lo hai coronato&#62;&#62;. (salmo 8). L’uomo, inteso [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>&lt;&lt;Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissate, che cosa è l’uomo perché te ne ricordi e il figlio dell’uomo perché te ne curi? Eppure lo hai fatto poco meno di un dio, di gloria e di onore lo hai coronato&gt;&gt;. (salmo 8). L’uomo, inteso come genere umano, è dunque vertice della creazione (cfr. Gen 1,28), posto in cima alle creature e secondo solo a Dio. Ciò sottolinea che la persona umana ha una dignità inalienabile, come si legge in <em>Gaudium et Spes</em> al cap.1. Inoltre, la legge morale che è in noi, riconosce e spinge verso il rispetto reciproco tra le persone. Con queste attuali, minuziose differenziazioni sembra che torni in auge la filosofia del “<em>homo</em> <em>somaticus</em>” che riguarda cioè la dimensione corporea dell’uomo. Ma la dignità dell’uomo deve necessariamente comprendere anche tutte le altre dimensioni contemplando anche ”<em>homo sapiens</em>” “<em>homo vivens</em>” “<em>homo religiosus</em>”. Quasi tutti i grandi filosofi hanno fatto delle riflessioni sul corpo ma esclusivamente in rapporto con l’anima. Ci piace qui ricordare come Platone abbia addirittura tripartito l’anima connettendola al <em>soma </em>così da avere una anima razionale (cervello) che attiene al pensiero, una irascibile (cuore) che attiene ai sentimenti, e una concupiscible (visceri) che attiene ai bisogni del corpo. Ora la frantumazione dei generi porta a formulare leggi sempre più specifiche che circoscrivono e sottolineano la diversità. Dette leggi, ancora in itinere, tentano di difendere piccole porzioni di diritto estrapolando il particolare dall’universale col rischio di prevaricare e annichilire il diritto universale. Anzi, universalizzando il particolare si prevarica tutto ciò che esula dal particolare stesso. Il rimedio quindi risulterebbe peggiore del male. Il rispetto dovuto alla persona umana nella sua totalità deve contemplare tutti gli ambiti del “gioiello della creazione”: l’uomo. Se si tenesse presente questo semplice principio non ci sarebbero prevaricazioni contro cui combattere. Perché non è meno grave una violenza verbale e fisica nei confronti del genere femminile, come gli orrendi e inarginabili “femminicidi” o nei confronti della vita nascente, ma anche nei riguardi dei bambini già nati ma abusati e finanche uccisi. Oppure il disonorevole, squallido commercio delle persone umane, ridotte a “cose”, dove la dignità sembra perduta per sempre.  Se per ogni tipologia di sopruso, purtroppo esistente, è necessaria una nuova legge che differenzia anche le pene, istituendole ad hoc, allora la persona umana nella sua specifica totalità ha conosciuto i suoi giorni ed ora non gli si accorda più il rispetto dovuto. Al di sopra delle norme, occorre promuove il rispetto profondo per la persona umana, altrimenti imbocchiamo la strada del labirinto delle Leggi ed è fatale incontrare il minotauro ivi racchiuso… .</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Caterina Calabrese" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2021/04/caterina-calabrese-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/caterina-calabrese/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Caterina Calabrese</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Laureata in Tecnologia alimentare e in scienze religiose. Giornalista freelance dal 1990, scrive per diverse testate nazionali. Con il marito, ha scritto <em>La dieta dei vostri bambini </em>(Piemme, 1991), <em>La dieta in gravidanza</em> (Sperling &amp; Kupfer, 1997), <em>Bambini, a tavola!</em> (Piemme, 2000), <em>La dieta del Terzo Millennio</em> (La Stampa, 2001),<em> Cibo etico – Cibo dietetico</em> (Piemme, 2007).</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/la-persona-umana/">La persona umana</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>L’ambiguità della giustizia sociale e i pericoli per la libertà. Alberto Mingardi su Hayek e il tribalismo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Carlo Marsonet]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 20 Dec 2020 00:17:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Costume e società]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’espressione “giustizia sociale” è tanto pervasiva quanto si presta a molteplici usi (e abusi). Sotto tale ombrello, infatti, è possibile farci stare un po’ tutto: un rimedio per ingiustizie e diseguaglianze economiche, discriminazioni di genere, di appartenenza razziale e financo violazioni della dignità della propria religione. Insomma, qualsiasi presunto torto subito da un individuo, ma [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L’espressione “giustizia sociale” è tanto pervasiva quanto si presta a molteplici usi (e abusi). Sotto tale ombrello, infatti, è possibile farci stare un po’ tutto: un rimedio per ingiustizie e diseguaglianze economiche, discriminazioni di genere, di appartenenza razziale e financo violazioni della dignità della propria religione. Insomma, qualsiasi presunto torto subito da un individuo, ma ancor più da un gruppo, in nome della giustizia sociale si invoca l’intervento di un’autorità volta a redimerlo, andando così incontro alla lesione della classica idea di giustizia come possesso della propria legittima proprietà. Per dirla con Kenneth Minogue, «la classica definizione di giustizia “dare a ciascuno ciò che gli è dovuto” si riferisce in termini giuridici alla proprietà. Ma estendendo il significato della parola “dovuto”, la formula può diventare, sotto l’etichetta di giustizia sociale, la base per qualunque forma di redistribuzione, secondo i principi di equità che più aggradano all’oratore. Nella maggior parte di questi significati derivativi – continua il teorico politico neozelandese – l’espressione giustizia sociale è dunque l’esatto contrario del significato elementare di giustizia. I termini che si prestano così facilmente all’auto-contraddizione sono meravigliosi strumenti di retorica».</p>
<p>Com’è noto, il dibattito su tale etichetta non è nuovo a livello accademico. John Rawls, pubblicando nel 1971 <em>A Theory of Justice</em>, ha dato inizio – o forse ha solo sistematizzato un pensiero radicato ma non ben strutturato – a quelle pretese di gruppi, più che di individui, ad aver diritto a riparazioni di origine primariamente economica. Col cosiddetto “principio di differenza”, infatti, si sarebbe legittimato l’interventismo statale per riparare le ingiustizie economiche ai danni dei più svantaggiati. In poche parole, il <em>welfare state </em>si affermava con forza prorompente. Qualche anno dopo, nel 1974, a Robert Nozick spettò la replica con <em>Anarchy, State, and Utopia</em>. In buona sostanza, i principi universalmente ritenuti giusti e razionali, giacché scelti da tutti sotto un “velo d’ignoranza”, comportano il fatto che si voglia modellare il risultato finale del “gioco” cooperativo: ogni esito della cooperazione sociale cozzerà coi principi di giustizia e, quindi, argomenta Nozick, si dovrà continuamente intervenire per appianare le ingiustizie create.</p>
<p>Oggi, scrive Alberto Mingardi in <em>Contro la tribù. Hayek, la giustizia sociale e i sentieri di montagna </em>(Marsilio 2020), il campo di applicazione delle riparazioni considerate come dovute, poiché violano i principi di giustizia fondamentali, sono andate sempre più allargandosi. Lo scienziato sociale austriaco al centro del volume, nota Mingardi, s’inserisce in tale dibattitto solo di lato e in modo particolare. Non va dimenticato infatti che egli era un economista e solo nel prosieguo della sua attività accademica virerà sulla teoria politica (cui approderà soprattutto con la pubblicazione di <em>The Constitution of Liberty</em>, nel 1960). Hayek cercava di capire cosa si celasse dietro una tale espressione, quali mentalità ad essa era sottesa e cosa ciò causasse poi nel concreto. Alla fine, giungerà a dire Hayek in <em>Law, Legislation and Liberty</em> (1982, volume unico sebbene composto da tre volumi originariamente usciti nel 1973, 1976 e 1979) giustizia sociale è un’espressione «del tutto vuota e senza significato». In una società libera in cui ciascuno cerca di migliorare la propria condizione e vige il processo di mercato, giusta o ingiusta può essere considerata l’azione di un individuo ma non l’esito del processo che deriva da un fitto e imperscrutabile intreccio di azioni individuali.</p>
<p>L’idea che il mercato ponga in essere esiti ingiusti, diseguaglianze insopportabilmente sbagliate deriva dal fatto che si ritiene vi sia qualcuno responsabile di un siffatto risultato – per non parlare dell’atavismo che vuole la cooperazione sociale come un gioco a somma zero. Alla base di ciò vi è lo stesso errore costruttivistico secondo cui qualcuno è in grado di riportare le lancette dell’orologio indietro al fine di riparare i danni subiti da questo o quel gruppo. Una sorta di presunzione razionalistica, nutrita da un “individualismo falso” per dirla con Hayek, secondo cui dietro a ogni evento, fatto o conseguenza vi è sempre qualcuno che l’ha scientemente pensato e posto in essere. Epperò, ci ricorda Hayek, la realtà sociale è complessa. Essa è costituita da molteplici istituzioni che sono il frutto dell’evoluzione tendenzialmente spontanea. Al pari dell’organismo umano, le società sono evolute secondo una legge che, per riprendere Herbert Spencer – di cui Mingardi è un fine studioso e di cui fruisce copiosamente: si rammarica, tuttavia, del fatto che Hayek, in merito al concetto di evoluzione delle istituzioni e delle norme sociali, non vi abbia fatto ricorso, pur forti le consonanze con i moralisti scozzesi, forse per lo stigma di darwinista sociale –, caratterizza qualsiasi progresso: «la legge del progresso organico». La società in cui viviamo è l’ennesima creazione di molteplici cambiamenti evolutivi, che hanno visto il passaggio da società idealtipicamente “militari”, gerarchiche, corporative, statiche, a conoscenza centralizzata e facenti capo a un <em>telos </em>imposto dall’alto, a quelle “industriali”, ovvero ordini aperti, nati per evoluzione spontanea dal basso, pluralistici e policentrici, caratterizzati da alta divisione del lavoro  e conoscenza, nonché basati su norme astratte: per riprendere la terminologia che Hayek prese a prestito da Michael Oakeshott, i primi possono essere definiti come ordinamenti “teleocratici”, mentre i secondi come ordini “nomocratici”.</p>
<p>Il mercato, sostiene Hayek, dà vita a risultati che sono solo marginalmente meritocratici: il caso gioca il ruolo preponderante. E così, se un’economia aperta crea disordine e caos, giacché non vive di esiti certi e dati una volta per tutte, ma solo di regole giuridiche impersonali e astratte, la tentazione, innata in qualche modo, di aspettarsi – poco importa che sia una mera illusione: ciò che conta è <em>credere</em> che possa inverarsi un tale desiderio – qualcosa di ben definito e dotato di contorni netti e immediatamente percepibili crea le condizioni per rigurgiti corporativi, che rinviano a ordinamenti tipicamente chiusi. La critica alla giustizia sociale operata dall’allievo di Mises, scrive lo storico del pensiero, «è in realtà soprattutto l’identificazione di uno straordinario e diffusissimo errore cognitivo». L’idea è che un’economia di mercato è «un mondo innaturale, ingiusto, inumano, che deve essere superato» per recuperare quel senso di certezza e controllo che, però, solo un ordinamento statico, a carattere corporativo e pure gerarchico può (ingannevolmente) dare. Come sosterrà poi Hayek in <em>The Fatal Conceit </em>(1988), «se la civiltà è il risultato di cambiamenti graduali e non voluti nella moralità, allora, per quanto si possa essere riluttanti ad accettarlo, nessun sistema universale valido di etica può essere da noi conosciuto».</p>
<p>«Le invocazioni alla giustizia sociale si spiegano così. Si cerca, attraverso una determinazione di premi e punizioni estranea al gioco del mercato, di compensare il ruolo che il caso gioca nelle vicende umane», asserisce Mingardi. Si anela, in altre parole, ad emendare la lotteria naturale che vede tutti coinvolti sulla base di principi che di volta in volta possono essere rivisti, aggiornati, ampliati: ogni rivendicazione che va in tal senso implica un intervento arbitrario che lede la certezza del diritto, manomette il processo di mercato, inibendo così i prerequisiti della cooperazione volontaria che crea ricchezza. Le norme impersonali di cui una Grande società necessita servono a tenere a bada quegli istinti morali innati che hanno visto svilupparsi l’uomo nel piccolo gruppo. Ripristinare norme non valide <em>erga omnes</em> ma mutevoli a piacimento serve esattamente a trasformare «la democrazia in un ordinamento teleocratico», per citare Raimondo Cubeddu.</p>
<p>A ben vedere, alla fine, un tale mentalità tribale serve a ripristinare quel potere nelle mani di pochi che così tanto ha nuociuto alla libertà di tutti. Il benessere e la felicità, che dipendono dalla possibilità di ciascuno di liberamente realizzarsi, tornano ad essere privilegi che i decisori politici dispensano in cambio di consenso a questo o quel gruppo. «Per Hayek – scrive lo storico del pensiero – la giustizia sociale è un’invocazione che sottende la nostalgia della tribù: di una società organica, dove tutto stava al suo posto, libera dalla difficoltà, dalla delusioni, dalla paure del cambiamento». Hayek, ricorda Mingardi, non ha mai nascosto quanto perigliosa e irta di ostacoli fosse la via verso la libertà (un <em>cosmos</em>, per dirla con l’Austriaco), quasi un sentiero di montagna, lentamente sedimentatosi, ma soggetto a essere ora dimenticato dalle persone, ora consumato dalle intemperie. Molto più facile da prendere è l’autostrada che porta alla schiavitù (una <em>taxis</em>): essa distrugge quel poco di progresso fin qui raggiunto, mediante quel razionalismo costruttivistico che alimenta la «fallacia animistica» descritta dall’economista Thomas Sowell.</p>
<p>Le buone idee ancora una volta sono essenziali per la precaria tenuta della società libera, intrinsecamente fragile: «idee sbagliate di ciò che è razionale, giusto e buono possono cambiare i fatti e le circostanze in cui viviamo; esse possono distruggere, forse per sempre, non soltanto gli individui evoluti, gli edifici, l’arte e le città (che noi sappiamo da lungo tempo essere vulnerabili ai poteri distruttivi di morali e di ideologie di vario tipo), ma anche le tradizioni, le istituzioni e le interrelazioni senza le quali tali creazioni non sarebbero potute venire alla luce», ammoniva Hayek in <em>The Fatal Conceit</em>.</p>
<p>(Pubblicato su “Istituto di Politica”, 14/12/2020)</p>
<p>Carlo Marsonet, PhD candidate in “Politics: History, Theory, Science”, Luiss Guido Carli, Roma</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Carlo Marsonet" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2019/11/carlo-marsonet-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/carlo-marsonet/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Carlo Marsonet</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>PhD candidate, Luiss Guido Carli, Roma. Tra gli interessi di ricerca: populismo, rapporto liberalismo/democrazia, pensiero liberale classico</p>
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