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	<title>stato Archivi - Einaudi Blog</title>
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	<description>Il blog della Fondazione Luigi Einaudi</description>
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	<title>stato Archivi - Einaudi Blog</title>
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		<title>Europa “Supernazione” o Europa delle Nazioni? Realtà dello Stato nazionale nel tessuto dell’Unione Europea</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Giannubilo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Oct 2022 13:27:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si assiste sempre più, in uno schema di imperante politically correct, ad una proliferazione di studi e ricerche da parte degli euroentusiasti, ancorché pur essi secondo una graduazione che va dagli ardents tout court a quelli più ragionevolmente moderati nell’ardore pro-istituzioni europee, il cui slogan in ogni caso si sostanzia meramente in “più Europa!”, un [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Si assiste sempre più, in uno schema di imperante <em>politically correct</em>, ad una proliferazione di studi e ricerche da parte degli <strong><em>euroentusiasti</em></strong>, ancorché pur essi secondo una graduazione che va dagli <em>ardents tout court </em>a quelli più ragionevolmente moderati nell’ardore pro-istituzioni europee, il cui slogan in ogni caso si sostanzia meramente in “più Europa!”, un logo dal sapore quasi “mitologico”, a guisa di inedito piedistallo emotivo di massa dopo i tanti nel passato. Siffatti studi, in svariati casi pur pregevoli, inappuntabili e tecnicamente perfetti nel raffigurare i meccanismi tecno-strutturali e la loro operatività, sono privi di quella connotazione storico-politico-filosofica di altissimo profilo che dovrebbe caratterizzare tale istituzione, un Ordinamento che coinvolge un intero continente, la cui genesi risale se non proprio all’Impero romano quantomeno all’Europa carolingia, il <em>Sacro Romano Impero</em> di Carlo Magno, incoronato nella notte di Natale dell’800 imperatore di un’Europa cristiana. Tutto ciò delinea un’immagine così poderosa e coerente da imporsi per secoli come valore identitario nella coscienza collettiva dei popoli europei, una indiscussa identità di elevatissimo valore umano e cristiano, a cui fa riferimento “Il progetto europeo” ideato nel 1950 da Jean Monnet e accolto con entusiasmo dai Padri fondatori, Schumann, De Gasperi e Adenauer.</p>
<p>Sovente questi euroentusiasti concludono i loro paludati studi lanciando anatemi e strali verso gli <strong><em>euro</em></strong>&#8211;<strong><em>critici</em></strong>, ben diversi dagli euroscettici e più numerosi, sol perché, come le rane della favola di Esopo, questi si muovono vicino alla “terra” di cui scrutano trappole e pericoli, guardando tutto da vicino in un’Europa che non sempre ha dato buona prova di sé, così come anche in qualche circostanza attuale. Questi temono, a ragion veduta, il debordare del <em>dirigismo</em> europeo, diffidano di decisioni prese esclusivamente dall’alto, temono il ruolo prorompente del diritto comunitario a fronte di quello dei singoli Stati dell’Unione, le diseguaglianze tra Stati forti e quelli ad economie più deboli, le manipolazioni speculative dell’alta finanza sul debito pubblico degli Stati e le sorti dell’euro. Una finanza questa, che, dopo Maastricht, ha fatto correre il denaro come non mai verso Stati, vecchi e nuovi, sempre meno preoccupati dell’aumento vertiginoso del loro debito pubblico nazionale, dato che &#8211; si pensava &#8211; l’inflazione avrebbe ridimensionato nel tempo quei debiti, esposizioni debitorie che invece hanno alimentato il grande gioco finanziario, che è diventato per le grandi banche d’affari un illimitato <em>business </em>planetario, una specie di capestro per le economie più deboli. Ma temono anche la progressiva scomparsa dello Stato nazionale! Prima di addentrarci però su tale versante, occorre svolgere alcune pregnanti considerazioni sulla sua configurazione giuridica e politica nonché sui suoi meccanismi di funzionamento onde delineare un quadro più realistico a fronte di svariate nebulosità, che, però, vengono propagate come assiomi indiscussi e indiscutibili.</p>
<p>Di certo, malgrado le aspettative dei suoi fondatori e gli sforzi profusi da giuristi e studiosi vari, v’è che l’identità dell’Unione Europea, sebbene sia riconoscibile a livello internazionale, rimane ancora parecchio incerta: sicuramente non assomiglia né al Sacro Romano Impero, né al federalismo degli Stai Uniti d’America, né al Commonwealth britannico con la sua struttura a cerchi concentrici, né alla Federazione russa, né alla Confederazione elvetica e neppure ad una nuova versione della Lega delle Nazioni. Insomma, tuttora rimane ancora una fumosa unità politica quella che anima il continente che &#8211; abolito l’antico principio legittimistico divino, perito con la decapitazione del Monarca francese nel 1793, e quello dinastico dal 1815 &#8211; ha inventato la modernità, vale a dire il costituzionalismo liberale nelle sue forme di governo monarchico e repubblicano. Cosicché l’Unione Europea, nonostante la sottomissione degli ordinamenti statuali a quello comunitario permane incompiuta, in bilico tra implosione &#8211; sintomatica la Brexit britannica &#8211; e federazione. La mancata ratifica del Trattato costituzionale, formulato da una Convenzione di delegati anziché da una vera e propria Assemblea costituente, da parte di alcuni popoli, ha altresì reso vano il tentativo di dotare di una vera Costituzione l’Unione. Certamente è uno schema giuridico anomalo quello che allo stato configura l’Unione Europea: è una confederazione non costituzionale di Stati <em>sui generis</em>? Una wilsoniana Lega delle Nazioni o una semplice libera associazione di Stati legati da trattati internazionali a sovranità limitata per effetto di quei trattati? E in ogni caso, quali sono i limiti al potere legislativo dei singoli Stati o ai loro poteri in materia fiscale, finanziaria, energetica, di immigrazione? Si tratta in realtà di limiti cogenti posti da un “sovrano” concorrente, ma prevalente?</p>
<p>E ancora: non si presenta oggi l’Unione ai cittadini europei come uno Stato, ma senza esserlo? Può un Parlamento di natura pattizia legiferare per Stati nazionali pienamente sovrani? Cosicché in tale quadro complessivo, denso di dubbi, di incertezze ed anche di ambiguità, probabilmente non colte dalla maggioranza e soprattutto dagli euroentusiasti,  v’è che risoluzioni, minute direttive e sanzioni hanno spesso suscitato polemiche all’interno degli Stati membri: queste, unite a crisi economiche e finanziarie, a comportamenti non sempre consoni con lo spirito dell’Unione e/o poco solidali da parte di alcuni Stati, così come è dato constatare anche in questi ultimi tempi soprattutto in materia energetica, nonché ad asimmetrie presenti nell’eurozona, hanno spesso alimentato in alcuni gruppi politici nazionali la tentazione di gettare via il bambino assieme all’acqua del bagno.</p>
<p>Pur non essendovi dubbio, per quanto essa fuoriesca dai paradigmi noti della scienza politica, che l’Unione Europea abbia un <em>corpus </em>internazionalmente riconosciuto &#8211; ciò che fatto ritenere ad alcuni studiosi che abbia ormai raggiunto una sua sovranità <em>de facto</em>, una sorta di sovranità senza Stato di una surrettizia, inedita “Super-Nazione”- di certo trattasi di una costruzione giuridica anomala, cosicché non è, non può essere un intoccabile monumento, un moloch a cui “offrire in sacrificio” ogni possibile idea critica, dovendosi invece fideisticamente credere in esso sempre e comunque.</p>
<p>Si sa che, in siffatto conformistico, untuoso contesto come quello attuale, parlar male dell’Europa, o anche solo tiepidamente pronunciarsi su alcune sue aberrazioni, è come parlar male di Manzoni!</p>
<p>Ma non saremmo liberali se, gialli di paura e rossi di vergogna, ancorché sicuramente non da ricomprenderci nel novero degli euroscettici, rinunciassimo alla nostra “anima” critica, ciò che ha invece poderosamente qualificato la prassi e la teoria liberale &#8211; la <em>teoria della limitazione del potere </em>&#8211; in almeno un sessantennio di questa striminzita, collassante Repubblica. Una Repubblica generata dapprima da un non specchiato esito referendario istituzionale e poi consolidatasi, tra ambiguità, sospetti e contraddizioni, in un compromesso nell’ambito dell’esarchia ciellenistica: ma non nel senso profondo di un accordo sull’<em>idem sentire de Republica</em>, bensì un compromesso negativo, altamente deteriore, dato che i partiti che avevano dato luogo al CLN, ad eccezione del Partito liberale, erano lontani o addirittura antitetici al liberalismo classico. Da qui gli equivoci della nostra democrazia, solo apparentemente liberale, ma nata in realtà da una sconfitta del liberalismo storico, vivacchiante in una conflittuale Repubblica che, nonostante i tanti fallimenti che l’hanno segnata, continua ad abbandonarsi soltanto alla sua esaltazione mitopoietica resistenziale e costituzionale.</p>
<p>In realtà, quella di cui si è dotata l’Unione non è che una sovranità <em>sui generis</em>, talché ci si chiede se la sua legiferazione possa <em>sic et simpliciter </em>avere immediati effetti diretti, così come previsto dai trattati, sovrapponendosi ai parlamenti degli Stati membri. Dare affrettatamente risposta positiva a tale quesito implica un sempre più pregnante orientamento verso un assolutismo del diritto comunitario, ciò che potrebbe configurarsi come una riproduzione dell’antico <em>monismo </em>politico, il che per potrebbe comportare per alcuni Stati anche gravi e inconciliabili strappi costituzionali.</p>
<p>Siamo sicuri che possa ritenersi pienamente sufficiente, ai fini della legittimazione democratica del potere del Parlamento europeo, il requisito dell’elezione a suffragio universale dei rappresentanti degli Stati membri partecipanti alle decisioni comunitarie? Siamo sicuri che l’obiettivo di una piena integrazione sia perseguibile soltanto con una progressiva “espropriazione” della sovranità dei Parlamenti nazionali da parte di una istituzione centralizzata, che si comporta come uno Stato, a favore di una fantomatica <em>Rule of Law </em>europea, piuttosto che integrare con gradualità negli ordinamenti nazionali i principi derivanti dai trattati e dalle direttive della Commissione Europea?</p>
<p>Di certo, l’esperienza di questi ultimi tempi ha messo in mostra incoerenze e patologie in vari campi &#8211; politica estera, immigrazione, sicurezza, cittadinanza, giustizia, difesa comune, ecc. &#8211; che appaiono assai difficili da sanare e che rendono gravosi i processi di integrazione; anzi, il timore è che siffatte dissimmetrie e dissonanze possano avere gravi effetti disintegrativi anziché integrativi.</p>
<p>La tanto esaltata creazione dell’eurosistema come <em>step</em> importante verso la realizzazione dell’unità politica della UE, in realtà ha avuto effetti negativi sull’economia reale e sulla finanza pubblica di Paesi strutturalmente più deboli &#8211; Italia, Spagna Portogallo e Grecia &#8211; cosicché questi sono entrati in varie forme recessive, perdendo sempre più competitività anche per effetto di un ciclo economico negativo, la così detta <em>hard economy </em>legata alle speculazioni della finanza mondiale, originata negli Stati Uniti e più tardi intervenuta anche nell’eurozona, cosicché il debito pubblico, di per sé già elevato, dei Paesi mediterranei legati all’euro ha continuato spropositatamente a lievitare.</p>
<p>In siffatto scenario, già di per sé estremamente problematico e sempre più orientato verso ideologie internazionaliste, globaliste, tecno-economiste e imbevute anche di suggestioni neo-terzomondiste, si situa prepotentemente, <em>ratione materiae</em>, la complessa questione della sussistenza dello Stato nazionale e della connessa controversia immigratoria, che, in una sinistroide spirale ideologica suicidaria, sta minando le stesse fondamenta della civiltà europea.</p>
<p>Si assiste, dunque, ad una progressiva rimozione di ciò che ha rappresentato lo Stato nazionale nella storia di molti Paesi europei, soprattutto in Italia, dove il ripudio dell’idea stessa di nazione &#8211; rinunciando in tal modo anche alla sua definitiva attuazione &#8211; assume spesso deprecabili forme teratologiche di esterofilia autodenigratoria e autodistruttiva; ciò nell’ambito di un “politicamente corretto” che con disinvoltura bolla sprezzantemente il tutto &#8211; senza distinzioni tra posizioni critiche più sfumate e posizioni  più oltranziste &#8211; <em>sic et simpliciter </em>come “populismo sovranista”, sol perché questo reputa necessario recuperare la sovranità politica del proprio Stato nazionale come titolare <em>pleno iure</em> di ogni legittimità politica, pur doverosamente compatibilizzata con il contesto europeo.</p>
<p>Una rimozione che ha spezzato la catena base dello Stato-nazione, lo Stato moderno per eccellenza, fondato sul principio della nazionalità e sovrano nei propri confini, liberale e laico: quello Stato laico, appunto, che nasce con la fine delle guerre di religione e la pace di Westfalia del 1648, che si scioglie da ogni legame con fedi religiose e si dota di un’intima e profonda eticità, l’unica che, in definitiva, sostiene la sua legittimità e anima la sua legalità. Certamente, da ragionevoli <em>euro-critici</em>, ben lontani dunque dagli euroscettici sostenitori ad oltranza dello Stato nazional-nazionalista, non intendiamo essere gli arcigni difensori di un nazionalismo ormai sorpassato, ben consci che la modernità nella sua evoluzione storica ha giustamente ridimensionato il concetto di sovranità ereditato dal passato ed ha squarciato la “corazza” dell’universalismo westfaliano, territoriale, forte del suo carattere sovrano nazionale ed esclusiva; neppure però possiamo assistere inermi al declino di questo nostro Stato, uno <em>spatium terminatum </em>nato dal Risorgimento e governato a lungo dalla Corona e da una élite liberale, provato dal fascismo e dalla guerra e definitivamente crollato sotto la scure dei due partiti usciti vincitori nel dopoguerra, estranei alle vicende risorgimentali.</p>
<p>V’è dunque, che nel “tempio” dello Stato-nazione ora non c’è più posto per “l’Arca santa” della legittimità politica, risiedendo ormai questa in un’Europa come quella innanzi tratteggiata, spesso ambigua &#8211; Potenze europee che da un lato non esitano a perseguire propri interessi particolari o che dall’altro si arrogano persino uno <em>ius ad vigilare </em>sulla democraticità delle istituzioni di altri Stati membri &#8211; che ha reciso anche le sue radici cristiane, rinunciando in tal modo a darsi un’anima e scegliendo <em>de facto</em> di recitare la parte di guardiana degli interessi dei suoi abitanti. Anzi, con le sue accoglienti opzioni terzomondiste e panislamiste, ha finito per abbandonare pure quella!</p>
<p>Già, come pure dicevo in altra sede, oggi l’Europa deve sdebitarsi verso il mondo islamico perché colpevole delle Crociate, delle vittorie di Lepanto nel 1571 e di Vienna nel 1683, dell’imperialismo e del colonialismo nei confronti dell’Islam, colpevole anche per aver favorito la nascita di Israele!</p>
<p>Cosicché il dramma immigratorio, che sta finendo per acquistare i contorni di una “invasione” mediterranea, passa in second’ordine e i vari trattati pur stipulati in proposito, a volte solo delle vere e proprie manifestazioni di volontà da “operetta triste”, finiscono per fare esclusivamente da scudo protettivo per Stati membri ben più agguerriti su tale fronte e disposti a non farsi travolgere dalle ondate immigratorie, che rischiano di oscurare del tutto la già morente civiltà europea. Così gli Stati deboli, come il nostro, vengono lasciati da soli a fronteggiare “l’assedio” di indiscriminate masse di migranti provenienti da territori mediterranei ed asiatici, comprendenti anche tanti che sicuramente nutrono sogni di rinascita dell’impero islamico anche in Europa. Tutto ciò per colpa di attori regionali spesso attinenti alla categoria degli idioti e troppo deboli per essere portatori del destino europeo, cosicché l’Europa sta vivendo una forma di pseudomorfosi e il senso finale della sua avventura è ancora destinato a restare ambiguo. Ma ciò nonostante, si ostenta tuttora, in special modo a Sinistra, un euroentusiasmo, senza un pur minimo senso critico, oscillante tra mistificazione e ridicolo. Ci si erge così a paladini di questa Europa che, se non reagisce, rischia di diventare un continente insignificante sotto ogni profilo. Dobbiamo dunque chiederci se sia proprio ineluttabile che una nuova società internazionale debba fondarsi sul dissolvimento dello Stato-nazione e se l’Italia debba sommare all’incompiutezza nazionale anche il suo asservimento. In cambio di nulla!</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Francesco Giannubilo" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2021/01/francesco-giannubilo-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/francesco-giannubilo/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Francesco Giannubilo</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Francesco Giannubilo, laurea Scienze Politiche ed ex dirigente della P.A., si occupa di studi storico-politici dell’età contemporanea. Pubblicista su testate provinciali e su “l’Opinione delle Libertà” nazionale, dopo la ricerca “Aspetti della politica italiana 1920-1940” (2013), il saggio “DALLA DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA ALLA DEMOCRAZIA LIQUIDA (O LIQUEFATTA?)” (2015).</p>
<p>Ha pubblicato: “L’ITALIA CHE (NON) CAMBIA (2010), assieme di considerazioni etico &#8211; politiche sull’impossibilità del riformismo in Italia; “1848-1870 IL RISORGIMENTO INCOMPIUTO” (2011), una riflessione sullo sviluppo storico in Italia in termini di continuità con il processo risorgimentale; “1939-1940 IL MONDO CATTOLICO ALLA SUA SVOLTA?” (2012), un profilo critico sugli atteggiamenti del mondo cattolico dagli inizi del Novecento fino all’entrata in guerra dell’Italia.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/europa-supernazione-o-europa-delle-nazioni-realta-dello-stato-nazionale-nel-tessuto-dellunione-europea/">Europa “Supernazione” o Europa delle Nazioni? Realtà dello Stato nazionale nel tessuto dell’Unione Europea</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>La semplificazione amministrativa, ovvero se il rimedio è peggiore del male</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Bovi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 May 2020 09:17:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Diritto]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
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		<category><![CDATA[pubblica amministrazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La prima fase dell’epidemia si è caratterizzata per l’apprensione generale relativa non solo alla situazione del Nord Italia, ma anche al timore per ciò che sarebbe potuto succedere se il virus fosse esploso altrove; molto semplicemente, chiunque era al corrente della debolezza e della probabile inadeguatezza di gran parte dell’apparato sanitario nel far fronte ad [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La prima fase dell’epidemia si è caratterizzata per l’apprensione generale relativa non solo alla situazione del Nord Italia, ma anche al timore per ciò che sarebbe potuto succedere se il virus fosse esploso altrove; molto semplicemente, chiunque era al corrente della debolezza e della probabile inadeguatezza di gran parte dell’apparato sanitario nel far fronte ad una situazione analoga a quella del settentrione.<span id="more-2320"></span></p>
<p>A ben vedere, superata (sembrerebbe) la fase umanamente più drammatica, ci si appresta ad affrontare quella della conta dei danni e, soprattutto, della ripresa. Possibilmente, allora, sarebbe opportuno che ogni azione sia positivamente spronata da un’altra inquieta presa di coscienza: la debolezza e la probabile inadeguatezza del nostro sistema amministrativo nel far fronte agli sforzi economici che ci aspettano, soprattutto in ottica concorrenziale. Ecco perché del discorso del Presidente del Consiglio di sabato 17 maggio, l’ultimo (si spera) dell’era lockdown, personalmente, quello che più di altri ha attirato la mia attenzione, è il passaggio relativo agli sforzi che verranno dedicati, “senza tregua”, alla semplificazione amministrativa. Viene in mente, allora, a quando ad inizio mese, a meno di due anni dall’ignobile disastro che costò la vita a 43 persone, è stato inaugurato il nuovo ponte di Genova (che sarà intitolato al compositore Paganini, per intenderci colui che negò a Sua Maestà il Re Carlo Felice la ripetizione di un concerto) e, nel tipico sensazionalismo italico, si è detto, tra l’altro, che la ricostruzione del ponte è la dimostrazione del fatto che lo Stato non abbia mai abbandonato Genova; vero, ma non troppo. In realtà è, sotto certi aspetti, innegabile che il miracolo-ponte di Genova sia avvenuto proprio in ragione del fatto che lo Stato abbia accettato in qualche modo di farsi da parte o, per dirla un po&#8217; più alla “democristiana”, di essere stato presente in maniera diversa rispetto a quanto non accada generalmente. La vera chiave di svolta è stata, infatti, il “commissariamento in deroga” (sui cui dettagli rimando all’eccellente analisi presente in questo blog <a href="https://www.einaudiblog.it/la-necessaria-riforma-del-codice-degli- appalti-richiede-un-intervento-normativo-meditato-ed-organico/">La necessaria riforma del Codice degli Appalti</a>), strumento che oggettivamente ha consentito di smarcarsi da una serie indefinita di zavorre che avrebbero reso impossibile la realizzazione di un’opera simile in quelle tempistiche. Da questo punto di vista quello ottenuto è, dunque, successo frutto del ripudio della procedimentalizzazione estrema simbolo dell’attività pubblica ad ogni livello e grado italiana; di fatto, una vittoria ottenuta non tanto per presenza, bensì per autonegazione dello Stato e di molti principi su cui esso stesso fonda la propria azione. Altrettanto innegabile, infatti e purtroppo, è constatare che ciò non sia altro che l’ovvia conseguenza che bisogna affrontare quando si fanno i conti, più che con un cattivo governo, con una cattiva burocrazia, di quella che “fa nascere la diffidenza fra le entrate e le uscite, ed infine inventa i fili lillipuziani che incatenano il paese[&#8230;]” e che lentamente radica “la mediocrità dell’amministrazione [&#8230;]”, che è “interamente composta da spiriti meschini”; quella burocrazia, insomma, che ostacola “la prosperità del paese, ritarda(va) di sette anni nei suoi scartafacci il progetto di un canale che avrebbe stimolato la riduzione di un’intera provincia, si spaventa(va) di ogni cosa, perpetua(va) le lungaggini rendendo eterni quegli abissi che a loro volta la rendeva(no) perpetua ed eterna. [&#8230;] e per finire, soffoca(va) quegli uomini di talento tanto arditi da voler camminare senza di lei o da impegnarsi per metterne in luce gli errori”. A leggere tali parole si potrebbe pensare ad una forse troppo accorata sintesi parafrasata di una relazione annuale sullo status della P.A. di qualche autorità indipendente, ed invece non è altro che un passaggio del romanzo “Gli impiegati”, scritto da Honorè de Balzac nel lontano 1837.<br />
Balzac, in meno di mezza pagina, quasi due secoli fa fotografava i rischi e le conseguenze nocive e sistemiche che una burocrazia acritica e dissennata reca con sé. Della fatalità di tali conseguenze l’Italia ne è, d’altra parte, decisamente consapevole; basti pensare, per rimanere in tema epidemia, al pasticcio creato sulle certificazioni per dispositivi DPI, alle singolari procedure regionali e/o statali e/o locali-fai da te necessarie per l’accreditamento di tamponi o test sierologici, ma più in generale non si osi immaginare a quanti disastri idrogeologici si sarebbero potuti evitare&#8230; se i fondi destinati alla messa in sicurezza degli argini del fiume X non fossero stati bloccati da qualche firma del responsabile d’area Y non apposta per mancato visto rilasciato dall’ente certificatore Z perché momentaneamente sospeso dalle proprie attività in attesa dell’esito del ricorso amministrativo per asserita illegittimità dei criteri di scelta dell’ente certificatore stesso. Trattasi di esempi assolutamente non esaustivi e il cui numero è pressoché impossibile da determinare.<br />
Tuttavia, più insidiosa di una burocrazia scriteriata è una riforma scriteriata della stessa e anche di ciò l’elenco di esempi tutto italiano è drammaticamente lungo; si pensi ai numerosi propositi di sterminio di massa di leggi, come il celebre “taglia-leggi” del 2005 presentato da un autentico falò di faldoni appiccato dall’allora Ministro proponente cui seguì, però, un decisamente meno pirotecnico decreto “salva-leggi” emanato in fretta e furia poco dopo per impedire l’inevitabile crash normativo, o alle varie eliminazioni di enti pubblici decise senza alcuna riprogrammazione delle competenze lasciate scoperte (si fa riferimento, ad esempio, alla Riforma delle Province siciliane del 2015) o ancora alle innumerevoli riforme che hanno toccato l’ambito della trasparenza amministrativa, tutte quante caratterizzate da uno strano gusto per l’horror vacui tale da limitarsi di volta in volta a bombardare di dati e/o informazioni di ogni genere le aree opache dell’operato burocratico, con un unico ed evidente “effetto stordimento” per chiunque intenda avvalersene.<br />
Si dice che la via dell’inferno è lastricata di buone intenzioni e d’altra parte di riforme sulla semplificazione amministrativa se ne fanno periodicamente da quasi un secolo (la prima di esse porta la firma del Ministro Ivanoe Bonomi ed è datata 1921&#8230;sic!), però se la situazione attuale è quella che è, significa che qualcosa sicuramente è andata storta. Questo per dire che il Paese non ha bisogno di improbabili “burocracy- free zones” né di scriteriati disboscamenti normativi, in breve, non si ha bisogno di mere bandieruole elettorali travestite da maxi-decretoni rivoluzionari; ma al contrario di una sburocratizzazione, certosina, ponderata, e soprattutto armonizzata, che abbia al centro sia (ovviamente) una ragionata eliminazione delle norme superflue con conseguente diluizione del procedimentalismo imperante, ma anche una completa revisione ab imis dei modelli organizzativi, compreso il ruolo del personale a partire dallo status di dipendente pubblico e soprattutto dalla sua formazione, ancora troppo dottrinaria e nozionistica ed incredibilmente poco pratica e tecnica.<br />
D’altra parte, se si è sfruttato lo stato d’eccezione (che è cosa ben diversa dallo stato di emergenza) per limitare, come mai prima, diritti e libertà fondamentali, sarebbe ora il caso di ugualmente sfruttarlo ma, ora, per darsi quel colpo di reni al livello nazionale (così come quello, invece, avvenuto in ambito europeo nonostante da un lato, le incertezze e lo scetticismo inziali, dall’altro il contradditorio e discutibile contegno tenuto da molti esponenti politici nostrani, ennesima dimostrazione dell’ormai insostenibile peso di propagandisti, professionisti da campagna elettorale e populisti vari che affollano la comunità politica italiana) e riformare dalle fondamenta i principi macroscopicamente farraginosi che governo l’azione pubblica nel suo complesso.<br />
Tuttavia, come Paganini, le cui composizioni erano spesso frutto di geniale improvvisazione e quindi irripetibili, si chiede al Governo e/o al Legislatore di non ripetere le riforme del passato, il più delle volte anch’esse improvvisate e, per ciò stesso (ça va sans dire), altrettanto irripetibili. Diversamente, il prezzo da pagare non potrebbe che essere quello della stagnazione economica con conseguente gioco al massacro di imprese e di ricchezza nazionale in generale, il tutto con risvolti sociali e politici assolutamente imprevedibili e con il rischio della tenuta stessa dell’ordinamento e dello Stato di diritto.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Giovanni Bovi" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2019/11/giovanni-bovi-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/giovanni-bovi/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Giovanni Bovi</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Romano di nascita, radici in Calabria. Laureato in giurisprudenza, mi piace il diritto, quello giusto</p>
</div></div><div class="clearfix"></div><div class="saboxplugin-socials sabox-colored"><a title="Facebook" target="_self" href="https://www.facebook.com/giovanni.bovi.3" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-color"><svg class="sab-facebook" viewBox="0 0 500 500.7" xml:space="preserve" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><rect class="st0" x="-.3" y=".3" width="500" height="500" fill="#3b5998" /><polygon class="st1" points="499.7 292.6 499.7 500.3 331.4 500.3 219.8 388.7 221.6 385.3 223.7 308.6 178.3 264.9 219.7 233.9 249.7 138.6 321.1 113.9" /><path class="st2" d="M219.8,388.7V264.9h-41.5v-49.2h41.5V177c0-42.1,25.7-65,63.3-65c18,0,33.5,1.4,38,1.9v44H295  c-20.4,0-24.4,9.7-24.4,24v33.9h46.1l-6.3,49.2h-39.8v123.8" /></svg></span></a><a title="Instagram" target="_self" href="https://instagram.com/gvnn_bv" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-color"><svg class="sab-instagram" viewBox="0 0 500 500.7" xml:space="preserve" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><rect class="st0" x=".7" y="-.2" width="500" height="500" fill="#405de6" /><polygon class="st1" points="500.7 300.6 500.7 499.8 302.3 499.8 143 339.3 143 192.3 152.2 165.3 167 151.2 200 143.3 270 138.3 350.5 150" /><path class="st2" d="m250.7 188.2c-34.1 0-61.6 27.5-61.6 61.6s27.5 61.6 61.6 61.6 61.6-27.5 61.6-61.6-27.5-61.6-61.6-61.6zm0 101.6c-22 0-40-17.9-40-40s17.9-40 40-40 40 17.9 40 40-17.9 40-40 40zm78.5-104.1c0 8-6.4 14.4-14.4 14.4s-14.4-6.4-14.4-14.4c0-7.9 6.4-14.4 14.4-14.4 7.9 0.1 14.4 6.5 14.4 14.4zm40.7 14.6c-0.9-19.2-5.3-36.3-19.4-50.3-14-14-31.1-18.4-50.3-19.4-19.8-1.1-79.2-1.1-99.1 0-19.2 0.9-36.2 5.3-50.3 19.3s-18.4 31.1-19.4 50.3c-1.1 19.8-1.1 79.2 0 99.1 0.9 19.2 5.3 36.3 19.4 50.3s31.1 18.4 50.3 19.4c19.8 1.1 79.2 1.1 99.1 0 19.2-0.9 36.3-5.3 50.3-19.4 14-14 18.4-31.1 19.4-50.3 1.2-19.8 1.2-79.2 0-99zm-25.6 120.3c-4.2 10.5-12.3 18.6-22.8 22.8-15.8 6.3-53.3 4.8-70.8 4.8s-55 1.4-70.8-4.8c-10.5-4.2-18.6-12.3-22.8-22.8-6.3-15.8-4.8-53.3-4.8-70.8s-1.4-55 4.8-70.8c4.2-10.5 12.3-18.6 22.8-22.8 15.8-6.3 53.3-4.8 70.8-4.8s55-1.4 70.8 4.8c10.5 4.2 18.6 12.3 22.8 22.8 6.3 15.8 4.8 53.3 4.8 70.8s1.5 55-4.8 70.8z" /></svg></span></a></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/la-semplificazione-amministrativa-ovvero-se-il-rimedio-e-peggiore-del-male/">La semplificazione amministrativa, ovvero se il rimedio è peggiore del male</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>Note a margine degli otto punti: da numero a formula per la ripresa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Brunella Bruno]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Apr 2020 21:33:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Diritto]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[nazionalizzazioni]]></category>
		<category><![CDATA[stato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nell’emergenza provocata dalla pandemia di Covid 19, tra le ineludibili difficoltà di gestione sanitaria, sociale ed economica e le preoccupazioni sulle prospettive di futuro, si colgono dai più diversi contesti segnali potenti della volontà di una ripresa che possa essere occasione di un rinnovamento del sistema valoriale in una visione, personalistica e solidaristica, che ponga [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Nell’emergenza provocata dalla pandemia di Covid 19, tra le ineludibili difficoltà di gestione sanitaria, sociale ed economica e le preoccupazioni sulle prospettive di futuro, si colgono dai più diversi contesti segnali potenti della volontà di una ripresa che possa essere occasione di un rinnovamento del sistema valoriale in una visione, personalistica e solidaristica, che ponga al centro l’uomo ed i suoi bisogni.<span id="more-2104"></span></p>
<p>A questi segnali, resi più preziosi dall’estrema difficoltà della contingenza, si può guardare come a punti di luce, di per sé piccoli ma capaci, se valorizzati e aggregati, di segnare una traiettoria che conduca oltre il buio di questa crisi, inducendoci a confidare in quel paradosso che spesso vede le scintille di un positivo cambiamento generate proprio dalle vicende storiche più drammatiche.</p>
<p>In questo quadro, tra i contributi più autorevoli, si inseriscono gli otto punti elaborati dalla Fondazione Einaudi, che muovono, coerentemente con il fondamento dell’istituzione, dalla necessità di sostenere il tessuto economico e produttivo con misure urgenti ed efficaci, preservando la possibilità stessa della ripresa.</p>
<p>La formulazione della proposta reca riferimento all’esigenza di scongiurare un ritorno massiccio alle nazionalizzazioni, evocando un dibattito, invero mai del tutto sopito, che ha ripreso di recente vigore in concomitanza con crisi di grandi imprese, nell’ambito di più approfondite riflessioni sull’obiettivo di una crescita economica non disgiunto dal soddisfacimento dei bisogni fondamentali della persona, nel rispetto dei fondamentali principi di solidarietà ed eguaglianza cristallizzati nella Costituzione.</p>
<p>E’ opinione condivisa che nelle trame della nostra Carta costituzionale si sia voluto definire non un modello economico ma un quadro costituzionale di riferimento, stante anche la posizione di minoranza in seno all’Assemblea dei sostenitori del libero mercato,  nel quale il punto di equilibrio è stato individuato nella realizzazione dei fini di utilità sociale, con legittimazione dell’intervento del soggetto pubblico al fine di rimuovere ostacoli di ordine economico e sociale e di assicurare il soddisfacimento di determinati bisogni della collettività. Ed è proprio questa capacità nella elaborazione del Titolo III di costituire, come efficacemente affermato, un “ponte lanciato verso il futuro”, che ha consentito, a costituzione invariata, di attuare, in diverse epoche, differenti modelli in funzione delle esigenze avvertite come prioritarie.</p>
<p>A prescindere ed oltre le differenze ideologiche, proprio la gravità della crisi provocata dalla pandemia può consentire di individuare un metodo comune, anteponendo i fatti alle considerazioni, con una diversità di approccio che miri ad obiettivi fondamentali, riconoscendo un valore intrinseco ad idee e proposte per orientare le azioni nella direzione più efficace, con l’auspicio che questi contributi possano arricchire e appassionare chi quelle azioni deve compiere. E’ a valere in ogni contesto la considerazione che si inizia a ragionare quando diventa indifferente avere ragione. Ed è questa una formula nella quale gli otto punti si prestano ad essere inseriti quali strumenti non solo condivisibili e da condividere ma capaci di sollecitarne altri che pure possono concorrere nella stessa direzione.</p>
<p>In tale prospettiva, quale contributo di riflessione nella logica di una propulsione di idee, si potrebbero valutare anche i seguenti punti:</p>
<ul>
<li>rendere più vantaggioso l’investimento in equity delle società quotate e non, attraverso misure di detassazione di dividendi e capital gain, purché le somme vengano reinvestite, in una percentuale ed entro un termine previsti;</li>
<li>prevedere una più ampia fiscalizzazione degli oneri sociali a favore delle imprese che mantengano determinati indici di occupazione, magari finanziando la misura con bond europei a nove anni (da sostenere fortemente);</li>
<li>prevedere l’emissione di un titolo, sempre a nove anni, del Tesoro o di CDP, ma riservata ai risparmiatori italiani e destinata a finanziare progetti di crescita, prevedendo la deducibilità dell’acquisto.</li>
</ul>
<p>Plurime ragioni, peraltro, inducono ad escludere un “ritorno” alle nazionalizzazioni per come le stesse si caratterizzarono nel dopoguerra. Vi ostano ragioni giuridiche, legate all’attuale assetto ordinamentale sia eurounitario che nazionale, nel quale, anzi, la scelta operata con i d. lgs. n. 50 del 2016 e n. 175 del 2016, ritenuta pienamente conforme al diritto europeo (Corte di Giustizia, sez. IX, ord. 6 febbraio 2020, nelle cause riunite C-89/19 e C-91/19), è stata nel senso di limitare la partecipazione societaria pubblica e lo stesso ricorso all’in house attraverso oneri motivazioni rafforzati. Ostano ragioni economiche, legate all’esiguità delle risorse pubbliche, in termini tali da rendere una opzione radicalmente orientata su quel modello praticamente irrealizzabile. Osta, ancora, il mutato quadro mondiale, nel quale le dinamiche della globalizzazione ne minano in premessa le prospettive di successo, in specie in settori strategici che sono stati aperti alla liberalizzazione e che producono effetti condizionanti su tutti gli altri.</p>
<p>Il riferimento è, a tal riguardo, al settore delle comunicazioni, nel quale è fortemente avvertita l’esigenza di un quadro regolatorio chiaro e completo, inserito in una pianificazione reale, coerente ed unitaria e supportato da un coordinamento imprescindibile nella definizione, gestione e sviluppo infrastrutturale, con il rafforzamento di forme di collaborazione pubblico privato nella combinazione di modelli differenti, necessariamente integrati, ma con una regia unitaria capace di superare le asimmetrie dei diversi operatori anche attraverso l’attribuzione di un potere sostitutivo da azionare ove necessario. L’attuazione di tale progetto costituisce l’insostituibile detonatore per promuovere un virtuosismo, in primis, tra economia della conoscenza ed economia dei servizi a beneficio dell’intera collettività, assurgendo a primo fondamentale punto di una strategia di ripresa e, anzi, a premessa ineludibile, in assenza della quale ogni iniziativa si esaurirebbe entro i ristretti margini della gestione della contingenza.</p>
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<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Brunella Bruno" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2020/04/brunella-bruno-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/brunella-bruno/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Brunella Bruno</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"></div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/note-a-margine-degli-otto-punti-da-numero-a-formula-per-la-ripresa/">Note a margine degli otto punti: da numero a formula per la ripresa</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>Il problema non sono i voucher, il problema è lo Stato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Elena Vigliano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Jul 2018 14:29:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[stato]]></category>
		<category><![CDATA[tasse]]></category>
		<category><![CDATA[voucher]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Perchè i Voucher lavoro hanno avuto un enorme successo? È presto spiegato. In Italia un dipendente costa 31mila euro e ne guadagna 16mila. Cioè la differenza tra il costo sostenuto dal datore di lavoro e la retribuzione netta del lavoratore è al 47%, ovvero l&#8217;azienda versa allo Stato 15mila euro, tanto quanto guadagna il dipendente. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div dir="auto">
<div dir="auto">Perchè i Voucher lavoro hanno avuto un enorme successo? È presto spiegato.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">In Italia un dipendente costa 31mila euro e <strong>ne guadagna 16mila</strong>. Cioè la differenza tra il costo sostenuto dal datore di lavoro e la retribuzione netta del lavoratore è al 47%, ovvero l&#8217;azienda versa allo Stato 15mila euro, tanto quanto guadagna il dipendente. Il datore, dunque, ha due dipendenti da pagare: uno vero, il lavoratore, e uno finto, lo Stato.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">Con i voucher un dipendente che costa 31mila euro <strong>ne guadagnerebbe 23.250</strong> netti cioè circa 8mila euro in più di retribuzione netta. Per rimettere le cose a posto basterebbe riportare ad un livello ragionevole il cuneo fiscale/contributivo,<strong> cioè dall&#8217;attuale 47% al 25%</strong>, che è il cuneo previsto dai voucher lavoro. In questo modo la differenza di aliquota, cioè il 22%, potrebbe essere equamente ripartita a vantaggio tra datore di lavoro e lavoratore, per diminuire il costo del lavoro alle aziende e per  aumentare la retribuzione netta al lavoratore.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto"><strong>Facciamo un esempio pratico</strong>: la retribuzione netta dei voucher è ora di 7,50; potrebbe essere portata a 9,15, cioè 1.537 euro netti al mese, invece di 1.260. In questo modo l&#8217;azienda avrebbe un costo del lavoro di 24.981, superiore a quelllo del voucher ma inferiore a quello del costo del lavoro ordinario. Quindi un dipendente che, con le aliquote ordinarie, guadagnava 16mila, <strong>ne guadagerà 20mila</strong> e l&#8217;azienda avrà un costo del lavoro non più di 31mila euro ma di 27.200. Lo Stato incasserebbe invece di 15mila, la metà, cioe circa 7500 euro.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto"><strong>Per poter fare questo</strong> è assolutamente necessario realizzare la riforma previdenziale con la fiscalizzazione della pensione minima affiancata dalla pensione integrativa volontaria libera e privata e la riduzione della pressione fiscale.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">Il problema non sono i voucher lavoro, il problema è lo Stato.</div>
</div>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Elena Vigliano" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2019/11/elena-vigliano-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/elena-vigliano/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Elena Vigliano</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Dottore in Economia, Consulente del Lavoro e Commercialista, Consulente Tecnico del Giudice Tribunale di Roma</p>
</div></div><div class="clearfix"></div><div class="saboxplugin-socials sabox-colored"><a title="Facebook" target="_self" href="https://www.facebook.com/elena.vigliano.5" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-color"><svg class="sab-facebook" viewBox="0 0 500 500.7" xml:space="preserve" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><rect class="st0" x="-.3" y=".3" width="500" height="500" fill="#3b5998" /><polygon class="st1" points="499.7 292.6 499.7 500.3 331.4 500.3 219.8 388.7 221.6 385.3 223.7 308.6 178.3 264.9 219.7 233.9 249.7 138.6 321.1 113.9" /><path class="st2" d="M219.8,388.7V264.9h-41.5v-49.2h41.5V177c0-42.1,25.7-65,63.3-65c18,0,33.5,1.4,38,1.9v44H295  c-20.4,0-24.4,9.7-24.4,24v33.9h46.1l-6.3,49.2h-39.8v123.8" /></svg></span></a></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/il-problema-non-sono-i-voucher-il-problema-e-lo-stato/">Il problema non sono i voucher, il problema è lo Stato</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>Alfie? Lo Stato doveva tenersi lontano</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/alfie-lo-stato-doveva-tenersi-lontano/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Corrado Ocone]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 May 2018 06:39:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Costume e società]]></category>
		<category><![CDATA[alfie]]></category>
		<category><![CDATA[stato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Lo Stato è una costruzione artificiale, il dispositivo di potere per antonomasia dell’età moderna. Esso è una “finzione”, un “costrutto mentale”, che ha, rispetto agli individui che lo fanno essere, essi sì concreti uomini in carne ed ossa, un fine strumentale: nasce per servire i loro obiettivi non per “entificarsi” e anteporsi ad essi come [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/alfie-lo-stato-doveva-tenersi-lontano/">Alfie? Lo Stato doveva tenersi lontano</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Lo Stato è una costruzione artificiale</strong>, il dispositivo di potere per antonomasia dell’età moderna. Esso è una “finzione”, un “costrutto mentale”, che ha, rispetto agli individui che lo fanno essere, essi sì concreti uomini in carne ed ossa, un fine strumentale: nasce per servire i loro obiettivi non per “entificarsi” e anteporsi ad essi come fine in sé. In ogni momento gli individui che lo hanno messo in essere possono farlo morire se esso non serve più ai loro fini.</p>
<p><strong>Allo Stato tutto è permesso</strong>, avendo il monopolio esclusivo e “legittimo” della forza sul territorio di sua competenza, ma solo in vista del raggiungimento di certi fini prestabiliti e “contrattualizzati”, solo come “mezzo per”. L’estensione di questi fini extrastatali si allarga sempre di più man mano che ci si sposta dalle concezioni assolutiste a quelle liberali dello Stato. Anche però nella forma paradigmatica delle prime, quella che si trova nel <strong><em>Leviatano</em> di Hobbes</strong>, lo Stato ha come fine quello di garantire e preservare la vita dei suoi cittadini la qualità della cui vita non spetta a lui giudicare. Lo Stato, cioè la legge, non può perciò in nessun caso mettere a morte un suo cittadino innocente, neanche per il “suo bene”. Chiunque viva sotto la sua potestà, semplicemente in quanto uomo e in quanto tale degno di vivere, deve sentirsi garantito in questo principio assoluto che è la sua vita.</p>
<p><strong>Lo sviluppo della medicina</strong> mette sempre di più oggi di fronte a situazioni limite in cui un individuo che ha perso coscienza non è in grado di decidere se accettare o meno il cosiddetto <strong>“accanimento terapeutico”</strong>: è una situazione che, fermo restando il principio che non può essere lo Stato a decidere in sua vece, si è tentato di regolamentare, con tutti i limiti del caso, con il cosiddetto “testamento biologico”.</p>
<p>Quella del “testamento” potrebbe anche essere considerata una scelta saggia, non limitandosi ad altro lo Stato se non a certificare una volontà acquisita precedentemente. Essa però di fatto <strong>si accompagna a tutta una retorica</strong> sulla “vita che è degna di essere vissuta” che di fatto pone la scelta di vita e quella di morte su un piano asimmetrico di accettazione sociale.</p>
<p><strong>Lo Stato da artificio nato per garantire la vita</strong>, dovrebbe per alcuni convertirsi in dispensatore di morte. Si badi “garantire la vita”, non “una vita degna di essere vissuta” o “normale”, le cui caratteristiche nessuno, men che meno lo Stato, può arrogarsi il diritto di definire per gli altri.</p>
<p><strong>Il caso di Alfie, da questo punto di vista, è alquanto diverso</strong>: l’individuo non era in grado di giudicare non per aver perso coscienza ma per non averla ancora acquisita in quanto in tenerissima età. Chi doveva decidere per lui? Lo Stato o le persone più prossime e preposte ad allevarlo, cioè i suoi genitori?</p>
<p><strong>Poiché nelle nostre società i figli</strong> non vengono sottratti ai genitori e affidati all’educazione in comune come nell’<strong>antica Sparta</strong>, mi sembra evidente che fra la volontà dello Stato, o dei medici di un ospedale, e quella dei genitori, sia quest’ultima a dover prevalere.</p>
<p>Certo, i genitori si possono dimostrare non all’altezza, come dice<strong> Laura Zambelli Del Rocino</strong>, ma, a parte che non era questo il caso dei genitori di Alfie, lo standard comportamentale non può certo essere deciso da un’entità terza ed astratta che è nata solo per garantire la vita di chi è ad essa sottomesso e che comunque non può stabilire a priori, in base a inesistenti canoni “oggettivi” o “scientifici”, se il livello di vita di un essere umano debba considerarsi o meno appropriato.</p>
<p>Mi sembra che, così posta la questione, da un punto di <strong>vista liberale</strong> non possano esserci dubbi su chi spettasse la decisione nel caso di Alfie, e soprattutto a chi non spettasse proprio. Lo Stato dovrebbe tenersi lontano il più possibile dalle decisioni di coscienza o che pertengono all’ambito etico, semplicemente perché non è nato per questo.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Corrado Ocone" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2019/11/avatar-unisex-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/corrado-ocone/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Corrado Ocone</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"></div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/alfie-lo-stato-doveva-tenersi-lontano/">Alfie? Lo Stato doveva tenersi lontano</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>Alfie, questa volta ha ragione lo Stato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Laura Zambelli Del Rocino]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Apr 2018 10:07:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Costume e società]]></category>
		<category><![CDATA[Liberalismo]]></category>
		<category><![CDATA[stato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Premetto che sono una liberale istintiva non allineata a dogmi e ideologie. Individuo prima di tutto e Stato ridotto ai minimi termini: servizi necessari, regole di convivenza per non scannarci, tutela da violenze e ingiustizie. In quest&#8217;ultima rientra anche la tutela dei minori qualora i genitori non siano all&#8217;altezza del compito. Ritenere genitori, insegnanti e [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Premetto che sono una liberale istintiva</strong> non allineata a dogmi e ideologie. Individuo prima di tutto e Stato ridotto ai minimi termini: servizi necessari, regole di convivenza per non scannarci, tutela da violenze e ingiustizie. In quest&#8217;ultima rientra anche la tutela dei minori qualora i genitori non siano all&#8217;altezza del compito.</p>
<p><strong>Ritenere genitori, insegnanti e &#8220;società&#8221; </strong>la culla della buona educazione è l&#8217;allegra utopia che dilata i confini del liberalismo a tutti i costi. Perché peggio dello Stato e di chi lo rappresenta a volte ci sono i cittadini, e tra questi molti genitori. Esisterebbero altrimenti i servizi sociali e l&#8217;attenzione giuridica per famiglie disastrate e ingiustizie subite da creature innocenti?</p>
<p><strong>Il 70% della pedofilia</strong> viene consumata in famiglia, le dipendenze da droghe e alcol non sono prerogativa dei figli, i testimoni di Geova e i naturalisti arrivano a uccidere i propri bambini con l&#8217;omeopatia pur di non far ricorso a chemioterapie e sostanze &#8220;nocive&#8221;, i novax fanno di peggio, creano presupposti ex ante affinché si ammalino anche se nati sani.</p>
<p><strong>&#8220;Chi decide non deve essere mai lo Stato&#8221;</strong> è un&#8217;asserzione fondamentalista che non tiene conto dell&#8217;oggetto: su cosa verte la decisione. &#8220;Il figlio è mio e lo gestisco io&#8221; trova un confine naturale nella salvaguardia della vita stessa del piccolo. Poi gli si legga pure Cappuccetto Rosso procurandogli notti insonni col lupo che sbuca dall&#8217;armadio, fatti dei genitori se lo educano male, ma se non sono in grado di gestire un&#8217;emergenza vitale, è giusto che lo Stato si sostituisca all&#8217;ignoranza e all&#8217;arroganza, che spesso vanno a braccetto.</p>
<p><strong>Alfie non era più e forse non era mai stato un bambino</strong>, nell&#8217;accezione della completezza umana, forse non era solo in stato vegetativo, in quanto ciucciava e muoveva le braccine. Lascio a laicisti, eticisti, scientisti e religiosi vari marcare il confine terminologico, ma su un fatto erano tutti quanti d&#8217;accordo: il bimbo era condannato.</p>
<p>Il problema si spostava dunque sul &#8220;come&#8221; arrivare al termine.</p>
<p><strong>E qui apro una parentesi</strong>, perché da ciò che leggo e ascolto, mi pare un isterismo collettivo ideologico e scollato dalla realtà. <strong>A mio padre, 65 anni, fu negata la possibilità</strong> anche solo di iscriversi nelle liste per il trapianto di cuore. Premetto che il precedente quintuplo bypass effettuato dal prof Senning a Zurigo prevedeva una aspettativa di vita di 6-7 anni, quando invece lui ne visse altri 18. Ma per il trapianto gli dissero chiaro e tondo, in Svizzera e in Germania, che le priorità sanitarie prevedevano precisi limiti di età.<br />
Gli fu quindi negata la possibilità di tentare di prolungarsi la vita, nonostante fosse senziente, sano per il resto e cosciente di essere altrimenti condannato.</p>
<p><strong>Mio marito trascorse 8 giorni tra la vita e la morte</strong> dopo un delicato intervento, ma il primo giorno i medici svizzeri riunirono la nostra famiglia per premettere che avrebbero fatto il possibile per salvarlo ma che avrebbero escluso l&#8217;accanimento terapeutico di qualsiasi tipo e che in merito avevano un&#8217;autorità superiore rispetto a quella della famiglia stessa.</p>
<p><strong>Queste e altre tristi storie</strong> le vivono milioni di persone ogni giorno in ogni parte del mondo occidentale &#8220;civilizzato&#8221;. Che il problema siano le priorità legate all&#8217;economia sanitaria o altro, poco importa, è una realtà che noi malati, lì al momento, non possiamo cambiare.</p>
<p><strong>Ma ciò che trovo scandaloso è la propaganda liberale</strong>, anti UK, anti Stato di principio, anti umanità che ruota intorno a un bimbo che avrebbe dovuto essere spostato a casa o addirittura nel vaticanissimo Bambin Gesù con annesse prediche bergogliane e cittadinanza italiana regalata (alla faccia del fatto che non avremmo un governo), quando per Alfie, non senziente e sedatissimo, morire in ospedale o in casa o in Germania, Italia, Polonia (tutti Paesi sponsor di umanità pur dichiarando di non poterlo curare ma solo farlo morire) non cambiava assolutamente nulla!</p>
<p><strong>E i poveri genitori? Già</strong>. Sono sicura che non fosse sete di pubblicità, poveracci, solo una disperazione che ha trovato nella condivisione mondiale un po&#8217; di sollievo. Ciascuno reagisce come può.<br />
L&#8217;unico Stato che si è preso le sue tristi responsabilità dribblando gli sciacalli ideologici e mediatici è stato UK, guarda caso la culla del liberalismo&#8230;</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Laura Zambelli Del Rocino" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2019/11/avatar-unisex-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/laura-zambelli-del-rocino/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Laura Zambelli Del Rocino</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"></div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/alfie-questa-volta-ha-ragione-lo-stato/">Alfie, questa volta ha ragione lo Stato</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>Meno Stato più governo. Ecco la ricetta per l&#8217;Italia e l&#8217;Europa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Dino Cofrancesco]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Feb 2018 09:02:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[stato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In Tre storie, una storia. Italia, Europa, Mondo (Ed. Mauro Pagliai, pagg. 160, euro 12, con una prefazione di Danilo Breschi), Zeffiro Ciuffoletti ci offre una meditata diagnosi dei nostri mali, sullo sfondo di una crisi che investe non solo l&#8217;Italia ma anche il Vecchio Continente e gli Stati Uniti. Il mondo multipolare, avverte lo storico [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>In <em><strong>Tre storie, una storia</strong></em><em><strong>. Italia, Europa, Mondo</strong> </em>(Ed. Mauro Pagliai, pagg. 160, euro 12, con una prefazione di Danilo Breschi), Zeffiro Ciuffoletti ci offre una meditata diagnosi dei nostri mali, sullo sfondo di una crisi che investe non solo l&#8217;Italia ma anche il Vecchio Continente e gli Stati Uniti.</p>
<p>Il mondo multipolare, avverte lo storico fiorentino, non è «un paradiso, come invece sognano o fanno credere i sempiterni antiamericani che l&#8217;Europa e, in particolar modo, l&#8217;Italia si portano in grembo. <strong>L&#8217;esperienza storica insegna infatti che un sistema internazionale multipolare</strong> può anche degenerare in quella forma di anarchismo degli Stati-nazione che fu propria dell&#8217;Europa negli anni precedenti allo scoppio del primo conflitto mondiale».</p>
<p><strong>E non sarà certo l&#8217;attuale Unione Europea</strong> in grado di fronteggiare le sfide della globalizzazione e l&#8217;epocale trasmigrazione di popoli dei nostri anni. L&#8217;Europa, infatti, soffre di un deficit di democrazia dovuto alla mancanza di un grande progetto: priva di «un collante identitario e istituzionale» si riduce oggi a «un ring di continue contrattazioni tra gli Stati nazionali» invece di essere «il luogo in cui si condividono ideali e valori comuni».</p>
<p><strong>Nella sezione dedicata all&#8217;Italia e al suo sistema politico</strong>, l&#8217;autore mette bene a fuoco i nostri grandi problemi irrisolti: la continuità fascismo/antifascismo; l&#8217;antica conflittualità ideologica tra le diverse Italie; l&#8217;endemica debolezza dei governi.</p>
<p>«<strong>Lo Stato italiano, nato con la repubblica</strong>, è Stato antifascista nell&#8217;ideologia fondante del sistema dei partiti, ma non c&#8217;è stata rottura col regime fascista nel rapporto tra cittadino e amministrazione, che è rimasto, nella sostanza, uno scambio, non importa se mediato da più partiti o da un solo partito, tra consenso ed elargizione di diritti e privilegi».</p>
<p><strong>Di qui il trionfo scontato, in ogni confronto elettorale</strong>, del partito unico del debito pubblico che genera il paradosso «troppo Stato e poco governo 150 anni 121 esecutivi».</p>
<p><strong>Tutti chiedono tutto allo Stato</strong> e, in tal modo, ne aumentano l&#8217;obesità ma senza riconoscersi nell&#8217;etica pubblica che ne sta alla base. Ma è la debolezza dell&#8217;esecutivo il problema dei problemi.</p>
<p><strong>Avremmo bisogno</strong> di «un governo dotato degli stessi poteri attribuiti agli esecutivi dei maggiori paesi europei. Senza un rafforzamento dei poteri del premier (sfiducia costruttiva); senza il potere di veto su leggi o emendamenti che comportino nuovi oneri per le finanze pubbliche e senza la facoltà di attivare la clausola di supremazia statale, che esiste ad esempio in Germania per opere pubbliche di rilevanza nazionale o internazionale, non sarà possibile sperare di risolvere i gravi problemi che deve affrontare l&#8217;Italia».</p>
<p><strong>Sono convinto, però, che un fattore di debolezza</strong> del nostro sistema politico stia in quella mancanza di spina dorsale etica che fa sempre rimuovere e condonare.</p>
<p><strong>Ciuffoletti, trattando delle Regioni, rileva</strong> drasticamente che «nella gestione di servizi con enti, società partecipate e miste, gli enti locali sono riusciti a moltiplicare costi, poltrone e procedure. Praticamente un disastro».</p>
<p>In un&#8217;altra pagina, annota che «l&#8217;unica riforma istituzionale attuata &#8211; e cioè quella del <strong>titolo V della Costituzione (2001)</strong> &#8211; non ha fatto che aumentare la conflittualità e la sovrapposizione di competenze fra i diversi livelli dello Stato: comuni, province e regioni, sono stati tutti messi sullo stesso piano per concorrere fra loro sulle più varie materie, con il risultato di un aumento impressionante della spesa pubblica».</p>
<p><strong>D&#8217;accordo, ma occorre pure chiedersi</strong>: chi ha pagato per quei disastri? E non è forse vero che i loro autori &#8211; col conforto di giuristi e giornalisti d&#8217;area &#8211; continuano a essere considerati «risorse della Repubblica»?</p>
<p><strong>Abbiamo una classe dirigente</strong> che si salva sempre con l&#8217;autocritica o fondando nuovi partiti. Quando la buonanima di Marco Pannella parlava di «regime» forse non aveva tutti i torti.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Dino Cofrancesco" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2019/11/avatar-unisex-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/dino-cofrancesco/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Dino Cofrancesco</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"></div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/meno-piu-governo-la-ricetta-litalia-leuropa/">Meno Stato più governo. Ecco la ricetta per l&#8217;Italia e l&#8217;Europa</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>Il primato comunista del potere buono</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giancristiano Desiderio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Nov 2017 13:31:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[comunismo]]></category>
		<category><![CDATA[italia]]></category>
		<category><![CDATA[stato]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Angelo Panebianco ha scritto, in un articolo sul Corriere della Sera, che il sistema politico italiano è, da sempre, una specie di macchina che produce partiti antisistema ai quali si deve contrapporre, per forza di cose, un argine e il suo Guardiano della diga. L’ultimo guardiano è stato Matteo Renzi ma anche l’attuale presidente del [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Angelo Panebianco ha scritto</strong>, <a href="http://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-rinascita-di-silvio-berlusconi-fara-risorgere-lantiberlusconismo/">in un articolo sul <em>Corriere della Sera</em></a>, che il sistema politico italiano è, da sempre, una specie di macchina che produce partiti antisistema ai quali si deve contrapporre, per forza di cose, un argine e il suo Guardiano della diga. L’ultimo guardiano è stato Matteo Renzi ma anche l’attuale presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, svolge questo ruolo mentre la forza antisistema è il M5S.</p>
<p><strong>Però, ultimamente il sistema</strong> non sembra più funzionare e la diga presenta più di qualche crepa. Il governo Berlusconi è finito in un pericoloso naufragio al quale ha posto rimedio Mario Monti che poi è finito nel fare la parte di san Sebastiano, ma anche lo stesso governo Renzi che pur ha ottenuto dei risultati o se li è trovati davanti è finito in mare e il Pd, che era visto come un’ultima spiaggia, ha fatto naufragio nel mare di Sicilia.</p>
<p><strong>Non sembra che vi sia una via d’uscita</strong> e si gira in tondo, tanto che il naufrago di ieri – Berlusconi – è tornato ad essere il Guardiano di oggi, se non della diga almeno del faro.</p>
<p><strong>Il sistema politico italiano</strong> non ha mai conosciuto la democrazia dell’alternanza e ha sempre funzionato come una macchina che produce forze antisistema. L’Italia stessa è nata così. La prima forza antisistema fu quella cattolica con Pio IX e il non expedit che impediva la partecipazione dei cattolici alla vita pubblica.</p>
<p><strong>Non si fece in tempo a risolvere</strong> la “questione cattolica” che era già nata la “questione socialista” che fu una delle cause, e non la minore, che portò al fascismo nel cui Ventennio – va da sé – il problema della forza antisistema fu “risolto” alla radice nel passaggio dalla libertà alla dittatura.</p>
<p><a href="http://3.122.244.34/wp-content/uploads/2017/11/blog-1.png"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone wp-image-945 size-full" src="http://3.122.244.34/wp-content/uploads/2017/11/blog-1.png" alt="" width="1200" height="300" srcset="https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2017/11/blog-1.png 1200w, https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2017/11/blog-1-300x75.png 300w, https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2017/11/blog-1-768x192.png 768w, https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2017/11/blog-1-1024x256.png 1024w" sizes="auto, (max-width: 1200px) 100vw, 1200px" /></a></p>
<p><strong>Con la repubblica il problema rispuntò</strong> tale e quale moltiplicato per cento: in Italia c’era il più grande partito comunista dell’Occidente e la democrazia, prima di sfociare nel consociativismo in cui il partito d’opposizione era socio di minoranza del partito di governo, era una “democrazia bloccata” o imperfetta caratterizzata dal fattore K.</p>
<p><strong>Con la fine della Prima repubblica</strong> si sperava, illudendosi, nella nascita finalmente della democrazia dell’alternanza e, invece, venne al mondo la democrazia dell’altalena in cui le due forze politiche che diedero vita al bipolarismo si delegittimavano scambievolmente, l’una indicando l’altra come una forza eversiva, e in un pendolo micidiale in cui si altalenavano al governo e all’opposizione producevano l’effetto ottico del movimento mentre l’Italia era perfettamente immobile.</p>
<p><strong>L’identità delle loro differenze</strong> era ed è lo statalismo e la conseguente occupazione del potere del quale, una volta impadronitosene, non sanno cosa farsene perché in un sistema statalista il potere non basta mai anche se è senza limiti.</p>
<p><strong>Il sistema politico italiano</strong>, con il Guardiano della diga, è però anche la soluzione di un più ampio problema europeo che ha la sua origine nientemeno che nella Rivoluzione francese. I francesi tagliando la testa al Re diedero vita a un problema per molti versi insolubile: crearono un sistema assembleare incapace di legittimare nuovamente il potere. Tagliando la testa al sovrano la tagliarono anche alla sovranità.</p>
<p><strong>Gli inglesi, invece</strong>, che fecero la loro “gloriosa rivoluzione” un secolo prima conservarono la Corona e riuscirono a costituzionalizzare il potere con una sovranità, appunto, limitata. In Italia e in Europa, invece, per avere un potere limitato si è dovuto far ricorso ad una diga o ad un argine o ad una forza di Centro che, per dirla con Cavour, eliminasse da un lato la reazione e dall’altro la rivoluzione. Non sempre, però, il gioco riesce. Le forze antisistema, infatti, sono molto forti proprio perché hanno un’idea molto diversa del potere.</p>
<p><strong>Alla fine con la morte del comunismo</strong> ha vinto – non sembri un paradosso – il modello del potere comunista che non vuole un potere limitato ma un potere buono e il potere è buono se è comunista o statalista. Ecco perché è necessaria la conquista del Palazzo d’Inverno: con essa si eliminano i nemici che sono cattivi e ignoranti e il potere diventa buono e siccome è buono può essere illimitato.</p>
<p><strong>Questo modello della conquista del Palazzo</strong> è oggi il modello di tutti e tutti si presentano come i salvatori della patria in cui non essendoci un limite a questa pretesa di salvezza si è finiti in quello che Saverio Vertone chiamava l’ultimo manicomio. Lo schema è semplice: ogni forza vuole la conquista del governo-stato per imporre se stessa in modo assoluto.</p>
<p><strong>Il governo-stato diventa così</strong> qualcosa di più di un governo: un organo di conoscenza con cui governare su ogni cosa. Una tipica forma di politica statalista con cui le forze politiche, di sistema e di antisistema, interpretano il sentimento degli italiani i quali chiedono a gran voce che la politica e lo Stato entrino nelle loro vite come tutori e risolutori di ogni problema e garanti di ogni sicurezza.</p>
<p><strong>È la tipica cultura</strong> – come illustro nel mio ultimo saggio che ha proprio questo titolo – de <em>L’individualismo statalista</em> con cui gli italiani credendo di salvarsi si dannano perché danno vita ad una macchina statale mostruosa che si nutre del loro stesso sangue.</p>
<p><strong>Al contrario di quanto si tende a credere</strong>, non è il potere che corrompe gli italiani ma sono gli italiani che corrompono il potere. Proprio perché gli attribuiscono poteri salvifici che non ha. La domanda che c’è nel sistema politico italiano è falsa: chi deve governare? In una democrazia mediamente decente, invece, la domanda è un’altra: quanto si deve governare?</p>
<p><strong>La risposta è</strong>: poco, non molto, in modo limitato perché ogni governo che va oltre un certo limite è un cattivo governo. Ma è una risposta perdente. Il primato comunista, che si è imposto grazie alla morte del comunismo e alla vittoria del consumismo rendendo ormai inutile la differenza tra sistema e antisistema, diga ed eversione, esige la conquista del potere per renderlo <em>buono</em>.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Giancristiano Desiderio" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2020/06/desiderio-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/giancristiano-desiderio/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Giancristiano Desiderio</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"></div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/primato-comunista-del-potere-buono/">Il primato comunista del potere buono</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>Più tasse, più povertà. Perché la ridistribuzione non funziona</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/piu-tasse-piu-poverta-perche-la-ridistribuzione-non-funziona/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Elena Vigliano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Oct 2017 16:50:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[stato]]></category>
		<category><![CDATA[tasse]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In Italia poveri assoluti nel 2011 erano circa 3,5 milioni. Ora sono 4,7 milioni cioè oltre 1,2 milioni in più. Che è successo? Come è possibile? Le tasse sono aumentate, il gettito è passato da 410 miliardi a 450 miliardi: 40 miliardi in più. La ridistribuzione della ricchezza non ha funzionato? No, non ha funzionato. Ha [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>In Italia poveri assoluti nel 2011 erano circa 3,5 milioni</strong>. Ora sono 4,7 milioni cioè oltre 1,2 milioni in più. Che è successo? Come è possibile?</p>
<p><strong>Le tasse sono aumentate</strong>, il gettito è passato da 410 miliardi a 450 miliardi: 40 miliardi in più.</p>
<p>La ridistribuzione della ricchezza non ha funzionato?</p>
<p><strong>No, non ha funzionato</strong>. Ha provocato più poveri, meno imprese, più disoccupazione, più debito pubblico, per oltre 400 miliardi.</p>
<p><strong>Per ridurre il numero dei poveri</strong> è necessario abbassare le tasse, favorendo la crescita delle imprese e dell&#8217;occupazione. Un abbassamento della pressione fiscale <strong>generalizzata</strong>, cioè per ogni contribuente, orizzontalmente senza inseguire classi, categorie e blocchi sociali, spazzando via la giungla intricata di regimi speciali, agevolazioni, settoriali, detrazioni, deduzioni, bonus, le c.d. tax expenditures; <strong>strutturale</strong>, cioè stabile, non una tantum, che permette una programmazione di lungo periodo e investimenti con la certezza dell&#8217;esborso fiscale futuro.</p>
<p><a href="http://3.122.244.34/wp-content/uploads/2017/10/POVERTA-2.png"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone wp-image-806 size-large" src="http://3.122.244.34/wp-content/uploads/2017/10/POVERTA-2-1024x512.png" alt="" width="750" height="375" srcset="https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2017/10/POVERTA-2.png 1024w, https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2017/10/POVERTA-2-300x150.png 300w, https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2017/10/POVERTA-2-768x384.png 768w, https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2017/10/POVERTA-2-700x350.png 700w" sizes="auto, (max-width: 750px) 100vw, 750px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Ridurre la spesa pubblica corrente e nel contempo riqualificarla</strong>, per indirizzarla verso la spesa per infrastrutture e ricerca.</p>
<p><strong>La spesa investimenti in infrastrutture di base</strong> (reti stradali, ferroviarie, digitali, di telecomunicazioni, oleodotti, ponti, dighe, centrali energetiche) necessarie all&#8217;esercizio delle attività imprenditoriali e dei cittadini è in grado do produrre PIL.</p>
<p><strong>Gran parte degli studi in materia</strong> riportano una relazione positiva e statisticamente significativa fra infrastrutture e crescita economica. In Giappone è proprio la spesa pubblica dedicata in gran parte agli investimenti per infrastrutture e ricerca che permette di avere il terzo PIL del mondo.</p>
<p><strong>L&#8217;Italia è ultima per produttività del lavoro negli ultimi 20 anni</strong>, la produttività totale dal 1995 al 2015, è diminuita ad un tasso medio annuo dello 0,1%:  la produttività rappresenta il rapporto tra la quantità di output e le quantità di uno o più input utilizzati per la sua produzione, tipicamente capitale e lavoro. quindi a parità di ore lavorate e di loro costo (input) o si aumenta la quantità di beni o servizi (output) oppure a parità di produzione (output) si diminuisce il costo del lavoro, sia come ore lavorate che come costo delle stesse (input).</p>
<p><strong>È questo il grande problema italiano</strong>: cosa fare per aumentare la produttività?</p>
<p>Attraverso l’innovazione di processo, ottenuto attraverso gli investimenti in ricerca e sviluppo che permette di fare di più con lo stesso numero di ore, è ampiamente dimostrato da studi ed analisi condotti in lungo ed in largo nel globo, che l&#8217;innovazione di prodotto, generando per l&#8217;impresa una quota addizionale di domanda, mette in condizione l&#8217;impresa medesima di aumentare il livello di produzione e occupazione.</p>
<p><strong>L’insufficiente investimento italiano in R&amp;S</strong> è dimostrato dalla modesta quota di brevetti italiani depositati all’ufficio brevetti europeo: l’8% circa contro il 45% circa della Germania, il 18% della Francia, il 14% del Regno Unito.</p>
<p><strong>Nel lungo periodo è la produttività del lavoro</strong>: ogni individuo può acquistare tanti più beni e servizi quanto più è grande la sua capacità di essere produttivo.&#8221;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Elena Vigliano" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2019/11/elena-vigliano-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/elena-vigliano/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Elena Vigliano</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Dottore in Economia, Consulente del Lavoro e Commercialista, Consulente Tecnico del Giudice Tribunale di Roma</p>
</div></div><div class="clearfix"></div><div class="saboxplugin-socials sabox-colored"><a title="Facebook" target="_self" href="https://www.facebook.com/elena.vigliano.5" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-color"><svg class="sab-facebook" viewBox="0 0 500 500.7" xml:space="preserve" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><rect class="st0" x="-.3" y=".3" width="500" height="500" fill="#3b5998" /><polygon class="st1" points="499.7 292.6 499.7 500.3 331.4 500.3 219.8 388.7 221.6 385.3 223.7 308.6 178.3 264.9 219.7 233.9 249.7 138.6 321.1 113.9" /><path class="st2" d="M219.8,388.7V264.9h-41.5v-49.2h41.5V177c0-42.1,25.7-65,63.3-65c18,0,33.5,1.4,38,1.9v44H295  c-20.4,0-24.4,9.7-24.4,24v33.9h46.1l-6.3,49.2h-39.8v123.8" /></svg></span></a></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/piu-tasse-piu-poverta-perche-la-ridistribuzione-non-funziona/">Più tasse, più povertà. Perché la ridistribuzione non funziona</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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