Caro Ferrara non sono d’accordo, sbagliato chiamare Salvini il Truce

È difficile ricordare – ha scritto Ginevra Cerrina Feroni – un tale concentrato di smisurati paragoni, di risibili esagerazioni, di attacchi forsennati fino alla psichiatrizzazione del nemico come quello in atto contro il nuovo Governo. Specificamente contro Malteo Salvini, nella sua carica istituzionale di Ministro dell’Interno e di Vicepresidente del Consiglio. Si azzardano paralleli grotteschi tra questa situazione politica e quella del nazifascismo, tra la questione dei migranti e l’olocausto (Oliviero Toscani), si assimila Salvini a Hitler e a Mussolini (Luigi De Magistris) o al nazista sterminatore Eichmann (Furio Colombo). E per non essere da mono, anche noti philosophes, attivissimi nel talk show, abbracciano lo stesso registro».

Come sul Fatto Quotidiano Silvio Berlusconi è tout court il “Pregiudicato”, così sul Foglio Salvini è “il Truce”. È uno stile “comunicativo” al quale non riesco ad abituarmi, anche se non sono un elettore di Salvini e populisti e sovranisti non fanno parte della mia mite famille spirituelle. Non della Lega e del governo gialloverde, intendo, però, parlare bensì del passaggio dell’articolo di Ferrara in cui, in polemica con Giovanni Orsina, si rivendica la lucidità nei confronti dei populisti di oggi e dell’altroieri. «In un recente editorialissimo sull’Espresso, Orsina afferma che i rivoluzionari napoletani del 1799 erano anche loro fuori della realtà, e ne patirono le conseguenze come sempre l’intellighenzia quando è disutile e non s’incontra con il popolo, come ricordò Vincenzo Cuoco nel suo famoso saggio. Giusto. Qui abbiamo pubblicato pezzi paradossali e molto borbonici del compianto Ruggero Guarini, uno che i giacubbini se li mangiava per colazione, tanto per dire che vedevamo i limiti dei democratici e liberali del ’99». L’ex comunista Ruggero Guarini era quello che scriveva a Dell’Utri: «La rivoluzione napoletana del 1799, con cui si pretende che sia incominciato il mio Risorgimento, non avvenne mai. Quel che avvenne fu una vittoria dei conquistatori francesi che dopo aver sbaragliato l’esercilo borbonico, messi in fuga il re e la regina e soffocato nel sangue la resistenza dei Lazzaroni, permisero ai giacobini locali, che non avevano mosso un dito, di fondare una repubblica fantoccio. II Risorgimento non fu, come il termine lascia credere, un movimento di popolo, ma una lunga serie di cospirazioni e sommosse, ordite da movimenti elitari, sfociate in una serie di guerre di conquista combattute e vinte dal Piemonte (col sostegno di un’esigua minoranza di “patrioti” e di alcuni Stati europei) per annettersi tutti gli altri staterelli preunitari. «Quale Italietta liberale?». Gli anni «dopo l’unità, dipinti come sereni e operosi dai suoi apologeti, furono segnati dal terrorismo di stato e dell’accresciuta miseria delle sue popolazioni più derelitte».

Non me ne voglia Ferrara se non mi associo al rimpianto per la perdita di uno dei padri spirituali di Pino Aprile, di Angela Pellicciari e della storiografia dei “panni sporchi dei garibaldini”. I miei maestri continuano ad essere – non me ne vergogno – Gaetano Salvemini, Rosario Romeo, Renzo De Felice (autore, quest’ultimo, di due saggi stupendi sulla nazione), Giuseppe Galasso, persino il “fascista” Gioacchino Volpe, un gigante della storiografia moderna. Ma de gustibus non est disputandum e ciascuno si tenga e onori i suoi santini.

Non posso non reagire, invece, come storico del pensiero politico, nel vedere messi sullo stesso piano Vincenzo Cuoco e i neoborbonici, uniti dalla critica all’astrattismo rivoluzionario. Il Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli del 1799 è il primo grande documento storico del liberalismo italiano non un processo al proto Risorgimento. Come il suo contemporaneo Benjamin Constant, Cuoco condannava il democratismo astratto alla Rousseau ma rendeva omaggio ai valori dell’89 e a quanti si erano immolati per la libertà dei popoli. «Salviamo da tanta rovina taluni esempi di virtù: la memoria di coloro che abbiamo perduti è l’unico bene che ci resta, è l’unico bene che possiamo trasmettere alla posterità. Vivono ancora le grandi anime di coloro che Speziale ha tentato invano di distruggere; e vedranno con gioia i loro nomi, trasmessi da noi a quella posterità che essi tanto amavano, servir di sprone all’emulazione di quella virtù che era runico oggetto dei loro voti. Noi abbiamo sofferti gravissimi mali; ma abbiam dati anche grandissimi esempi di virtù. La giusta posterità obblierà gli errori che, come uomini, han potuto commettere coloro a cui la repubblica era affidata: tra essi però ricercherà invano un vile, un traditore. Ecco ciò che si deve aspettare dall’uomo, ed ecco ciò che forma la loro gloria».

Che cosa tutto questo c’azzecchi con Guarini e i nostalgici dei gigli borbonici è un mistero. Il fatto è che Ferrara ha una formazione culturale che non gli consente di intendere la genesi, la natura, le funzioni civili svolte dallo stato nazionale. Ogni discorso identitario per lui puzza di orbanismo e non a caso, negli anni passati, spalancò le porte del Foglio a tutti i “revisionisti” (chiamiamoli così, l’anima di De Felice ci perdoni) della Vandea storiografica che il tema della gramsciana “conquista regia” e dei delcarriani “proletari senza rivoluzione” mischiarono con nostalgie e rimpianti per il Regno delle Due Sicilie (quello di Ferdinando II, beninteso, non quello di Carlo III che fece di Napoli una delle capitali europee dell’illuminismo).

Ognuno, ci mancherebbe altro, può pensarla come vuole ma a me sembra innegabile che queste demistificazioni del Risorgimento e dell’Italia unita abbiano contribuito a quello “sfascismo” che cancellando la memoria storica, la pietas storicistica appresa alla scuola di Benedetto Croce, ha fatto del nostro popolo qualcosa di informe, di plasmabile à merci, privo di identità e di tradizioni condivise e disposto a votare per chiunque sia disposto a fare ammuina. Forse al successo del Truce anche Ferrara ha portato il suo granello di sabbia.

I pericoli del buonismo gratuito e irresponsabile

Caro Direttore, ho letto con commossa, profonda, adesione il tuo editoriale “Hanno fucilato un negro in Calabria? Beh, che vuoi: sono cose che succedono Qualche perplessità solo sull’insistita ironia sulla frase di Matteo Salvini «è finita la pacchia». Il leader leghista non mi è congeniale, non ho mai votato per lui né prevedo di farlo in futuro, ma credo che la pacchia si riferisse agli scafisti e alle organizzazioni che hanno fatto dell’immigrazione un business.

Comunque non è questo il punto e non voglio certo fare il difensore d’ufficio (non ne ha bisogno) del ministro dell’Interno, azzannato ormai da tutti i giornali – dell’establishment e non. Vorrei invece richiamare la tua attenzione su un fatto tanto preoccupante quanto indecente ovvero sul buonismo gratuito e irresponsabile diffuso nel nostro paese – e sicuramente più a sinistra che a destra, più tra i cattolici che tra i vecchi e sopravvissuti laici non laicisti.

Siamo il paese dell’accoglienza generosa e disinteressata, della mensa del convento aperta a tutti ma poiché il liberalismo è una pianta che da noi non ha mai allignato ci guardiamo bene dal porci la domanda, fondamentale per un amico della “società aperta” «chi paga? » (Ricordi il saggio di Milton Friedman, Nessun pasto è gratis? ). Da una parte, le dottrine sociali della Chiesa – per definizione diffidenti verso ogni comunità chiusa come, indubbiamente è, e non può non essere, lo – Stato nazionale – dall’altra, il diritto cosmopolitico dei maîtres-à-penser alla Luigi Ferrajoli, hanno diffuso un’etica pubblica che demonizza ogni diritto a tutelare il proprio spazio geografico e culturale, a “chiudere le porte” agli altri.

Naturalmente fanno eccezione le porte della nostra abitazione: siamo tutti fratelli ma nella casa comune dello Stato, dove a “pagare” non siamo noi ma la “collettività”; a casa nostra entriamo solo noi. Ai poveri diseredati del continente nero, diciamo, “crescete e moltiplicatevi” e se volete venire da noi, le “ragioni umanitarie” non ci consentiranno di ricacciarvi indietro. Posto ce n’è sempre per tutti: le porcilaie sono ampie e spaziose e tra i rifiuti dell’ “uomo bianco” si trova sempre di che sfamarsi. (Quante volte, sotto casa, non ho visto extracomunitari rovistare nella spazzatura…).

Leggerezza, superficialità, irresponsabilità sembrano essere divenute le nuove qualità degli italiani, sempre pronti a indignarsi contro i paesi che regolano i flussi migratori (che fascisti gli Stati Uniti quando limitavano quello proveniente dall’Europa orientale e dall’Italia) dimenticando che, nel racconto biblico, il buon samaritano soccorreva il derelitto, curandogli le ferite, rifocillandolo, affidandolo a una casa amica. A noi, per metterci il cuore in pace, basta soltanto non impedire lo sbarco.

L’inferno che poi accoglierà le migliaia di profughi che fuggono guerre e fame di loro non ci riguarda. In un bellissimo articolo sul Foglio, “Il martire Spoumayla Sacko e noi che, dal nostro tinello, ci prendiamo la colpa e lasciamo a quelli come lui la punizione” Giuliano Ferrara ha parlato giustamente di martirio – un termine spesso abusato ma questa volta più che pertinente.

Condivido il lutto per l’episodio e vado oltre: perché in un paese in cui i monumenti ai politici rientrano nella logica del pirandelliano “Vestire gli ignudi”, non si eleva un monumento a Soumaya Sacko come a Jerry Massolo – il sindacalista nero ucciso nel 1989 a Villa Literno e che solo tu hai ricordato? Ferrara, però, chiude il suo articolo con la sua martellante polemica contro le “posizioni populiste di destra e di sinistra” che attribuiscono la tragedia calabrese “all’establishment, al sistema, alle elite”.

E qui non seguo più né il suo sarcasmo, né il tuo silenzio. E chi dovremmo incolpare della morte di Sacko se non gli apparati pubblici e i governi di oggi, di ieri e dell’altro ieri? Quando mai hanno inviato ispettori del lavoro, forze dell’ordine,funzionari Asl nei recinti calabresi, siciliani, campani dei nuovi schiavi? Cosa hanno fatto per portare davanti ai tribunali i caporali e i loro datori di lavoro? Retate di polizia e processi e condanne esemplari hanno riempito le cronache nere dei quotidiani? Quando su certi giornali si descrivono le condizioni disumane (un eufemismo!) in cui vivono migliaia di africani, c’è sempre il sottinteso: «guardate a cosa portano la logica del profitto, il mercatismo, l’auri sacra fames? »

Ci manca poco se i mali del presente non vengono riportati alla Ricchezza delle Nazioni di Adam Smith e a quel capitalismo selvaggio al quale l’Occidente avrebbe venduto la sua anima. Ai buonisti antimercatisti bisognerebbe consigliare la lettura di una straordinaria pagina delle Lezioni di politica sociale [1949] di Luigi Einaudi: «coloro i quali vanno alla fiera, sanno che questa non potrebbe aver luogo se, oltre ai banchi dei venditori i quali vantano a gran voce la bontà della loro merce, ed oltre la folla dei compratori che ammira la bella voce, ma prima vuole prendere in mano le scarpe per vedere se sono di cuoio o di cartone, non ci fosse qualcos’altro: il cappello a due punte della coppia dei carabinieri che si vede passare sulla piazza, la divisa della guardia municipale che fa tacere due che si sono presi a male parole, il palazzo del municipio, col segretario ed il sindaco, la pretura e la conciliatura, il notaio che redige i contratti, l’avvocato a cui si ricorre quando si crede di essere a torto imbrogliati in un contratto, il parroco, il uale ricorda i doveri del buon ristiano doveri che non bisogna dimenticare nemmeno sulla fiera. E ci sono le piazze e le strade, le une dure e le altre fangose che conducono dai casolari della campagna al centro, ci sono le scuole dove i ragazzi vanno a studiare. E tante altre cose ci sono, che, se non ci fossero, anche quella fiera non si potrebbe tenere o sarebbe tutta diversa da quel che effettivamente è».

Nel meridione d’Italia non ci sono né carabinieri, né guardie municipali, né pretori ovvero ci sono ma le loro mani sono legate da camorra, mafia, ndrangheta. E questa «assenza della legge e dell’ordine» a chi si deve se non «all’establishment, al sistema, alle elite» che, assieme ai sindacati -operai e padronali – hanno sgovernato e massacrato il bel paese?

Ormai termini come “populismo” e “sovranismo”, come già fascismo, stanno diventando gli spaventapasseri su cui riversare tutto il marcio che ci circonda. E lo stile ideologico italiano che non riusciremo mai a scrollarci di dosso: invece di chiederci se quanti avversiamo e certo non a torto – dai fascisti di ieri ai populisti di oggi- non abbiano, per caso, qualche buona ragione da far valere, preferiamo criminalizzarli, nel peggiore dei casi, ridicolizzarli, nel migliore, ma sempre relegandoli nella matta bestalitade da cui doverci guardare per non esserne contaminati.

Madame de Staël, genio e libertà

Figlia d’arte, Anne-Louise Germaine Necker baronessa di Staël-Holstein (Parigi, 1766-1817) visse in un ambiente culturale che dire straordinario è poco. Sua madre, Suzanne Curchod, teneva un salotto frequentato da scienziati, storici, letterati e filosofi come Buffon, Marmontel, Edward Gibbon, l’abate Raynal, François de la Harpe. Il padre Jacques, banchiere, economista e uomo di Stato, scriveva libri sull’amministrazione delle finanze, sul potere esecutivo nei grandi stati, sulla rivoluzione francese. Dio, il padre e la libertà furono i grandi amori di Germaine, la più eminente personalità femminile della sua epoca, considerata, negli ultimi anni dell’impero napoleonico, una delle tre grandi potenze europee, assieme all’Inghilterra e alla Russia.

Una sensibilità romantica e una passione inesausta per la libertà le procurarono molti nemici a destra e a sinistra. Invisa ai tradizionalisti, nostalgici dell’Ancien Régime, non lo era meno ai democratici giacobini, i cui metodi di governo calpestavano le forme della convivenza civile. Per questo dovette lasciare Parigi nel periodo del Terrore facendovi ritorno solo per qualche tempo dopo Termidoro e dopo l’ascesa politica di Napoleone, di cui fu critica implacabile. Lontana dalla capitale francese, tuttavia, nella residenza svizzera di Coppet riaprì il suo salotto letterario di Rue du Bac, dove si sarebbero incontrati i più alti ingegni della repubblica europea delle lettere, da Goethe a Schiller, da Schlegel a Constant, da Sismondi a Chateaubriand. È non poco significativo che nei suoi viaggi a Vienna, in Russia, in Svezia, in Inghilterra sia stata ricevuta con tutti gli onori riservati a un capo di Stato, a conferma di un prestigio che portò J. Christopher Herold a intitolare la biografia a lei dedicata Mistress to an Age (Amante di un secolo).

Madame de Staël, scrive Francesco Perfetti nella magistrale Prefazione alle Considerazioni sui principali avvenimenti della Rivoluzione francese riproposte ora dall’editore Aragno, era «l’incarnazione del principio della lotta contro il dispotismo, e, al tempo stesso, la bandiera di una coscienza culturale e politica dell’Europa. E lei stessa divenne non soltanto il riconosciuto alfiere del Romanticismo ma anche una specie di ideale ambasciatrice dello spirito europeo, di un’Europa che avrebbe finito per coniugare l’amore per la libertà con la scoperta o riscoperta dei valori nazionali e diventare protagonista di quella rivoluzione delle nazionalità che avrebbe interessato tutto il continente».

Madame de Staël è nota, soprattutto, per aver fatto conoscere all’Europa il romanticismo tedesco, con il libro De l’Allemagne (1810), ma come storica e teorica la sua figura appare come appiattita su quella del suo amante Benjamin Constant, il principe del liberalismo francese del primo Ottocento, erede di Montesquieu. E tuttavia leggendo le sue opere vien quasi da credere a quanto scrive la sua biografa, Lady Blennerhassett – sulla testimonianza di un ospite di Coppet, Charles-Julien Lioult de Chênedollé – che Constant non riusciva a tenerle testa se non nei suoi momenti migliori e che comunque riceveva da lei più di quanto le restituisse.

In effetti le Considerazioni ci consegnano un altissimo ingegno al quale, purtroppo, raramente è stata riservata una nicchia adeguata nella storia del liberalismo europeo. Molte sono le intuizioni geniali che vi si ritrovano, a partire dalla tesi che la Rivoluzione francese non fu un drammatico evento fortuito, bensì il risultato di secoli di dispotismo, di privilegi ingiustificati, di compressione dei diritti e delle libertà degli individui. «Quel re – scriveva di Luigi XIV – che ha pensato che le proprietà dei suoi sudditi gli appartenevano, e che si è permesso tutti i generi di atti arbitrari, non poté mai concepire che cosa fosse una nazione». Il legame tra il dispotismo dell’antico regime, il terrore giacobino e la dittatura napoleonica – sostanzialmente «la tesi della continuità centralistica della storia di Francia attraverso la rivoluzione» – sarà il tema centrale del Tocqueville de L’antico regime e la Rivoluzione, ma è la de Staël a metterlo a fuoco per prima.

Un aforisma particolarmente illuminante rivela tutta la sua profondità di pensiero: «il n’y a de vraiment détruit que ce qui est remplacé»: «si chiude davvero una fase quando se ne apre un’altra»; abbattere un regime senza sostituirlo con uno diverso significa perpetuare i mali del primo, cambiando solo le classi politiche e le retoriche ideologiche: le leggi della Convenzione contro gli emigrati hanno lo stesso carattere delle ordinanze emanate dopo la revoca dell’editto di Nantes nel 1685.

Voltare pagina davvero, per la de Staël, significava instaurare un autentico pluralismo nella società civile come nelle istituzioni, prendendo esempio dal costituzionalismo inglese e dalla saggezza americana (la de Staël guardò sempre con ammirazione a Washington ed ebbe cara l’amicizia di Thomas Jefferson), avere coscienza dei «tre poteri» che «sono nell’essenza delle cose, la monarchia, l’aristocrazia e la democrazia» ed «esistono in tutti i governi, come l’azione, la conservazione e il rinnovamento nel processo della natura». Ne derivava la necessità di una grande riconciliazione tra la Francia di Giovanna d’Arco e la Francia della Presa della Bastiglia. «Il bene – pensava – non si può operare in Francia se non per la sincera riunione dei realisti dell’antico regime con i realisti costituzionali».

Diffidente nei confronti del republicanism, dell’apologia delle virtù antiche e di una libertà garantita solo dalle lotte tra le fazioni (vedi il Machiavelli dei Discorsi sulla prima deca di Tito Livio), la de Staël rilevava, nell’opera termidoriana Sulle circostanze attuali che possono terminare la Rivoluzione, che «la maggioranza della specie umana ha bisogno di riposo per praticare la virtù» e che tutto è perduto «quando si altera l’equilibrio che la natura ha fissato tra il sacrificio e il godimento, tra il timore e la speranza».

 

La lezione dimenticata di Raymond Aron

Il Saggio sulla destra, il conservatorismo e la democrazia liberale, ora ripubblicato da Historica, a dodici anni dalla ormai introvabile prima edizione italiana (ed. Guida), può essere una buona occasione per ripensare la magistrale lezione etico-politica di Raymond Aron, in un’era segnata dall’apparente trionfo della civiltà liberale.

Il curatore delle due edizioni, Alessandro Campi, ha riproposto la sua Postfazione del 2006 facendola precedere da una densa prefazione che traccia la storia ideologica della destra italiana, a partire dalla discesa in campo di Silvio Berlusconi, con le illusioni e le speranze che aveva suscitato e che non riuscirono mai a tradursi in una nuova political culture, per le difficoltà dei tempi e l’inadeguatezza degli uomini della vecchia destra, incapaci di dar vita a un new deal democratico-conservatore.

Se avessero letto e approfondito il saggio di Aron, è la tesi di Campi, forse il destino politico del paese sarebbe stato diverso. In effetti, le pagine scritte da un pensatore considerato tra i più lucidi del Novecento, sono un invito alla tolleranza, alla comprensione delle ragioni degli altri, all’esercizio critico della ragione, che cerca di non lasciarsi sopraffare dai pregiudizi e delle passioni nell’osservare quanto accade in questo nostro pianeta «bello e terribile», come lo definì un tormentato Paolo VI.

È una lucidità che si manifesta soprattutto in uno stile malinconicamente ironico, scettico ma non cinico, che porta a far giustizia dei miti radical chic. «Non credo scriveva ad esempio- che l’uomo di sinistra, in quanto tale, sia più intelligente, generoso o disinteressato di quello di destra. Mi viene risposto che l’intellettuale di sinistra assume la difesa dei poveri e degli oppressi. A ciò ribatto affermando che egli difende soprattutto una categoria di vittime (…). Per l’intellettuale di oggi, la protesta contro le ingiustizie non comporta alcun rischio. Anzi: comunisti e progressisti fanno carriera nella stampa o in ambito universitario».

Se dovessi indicare l’insegnamento più prezioso che si ricava dal Saggio non esiterei a porlo nella messa in guardia dalla tentazione di poter restaurare l’autorità del passato e rafforzare l’unità nazionale ricorrendo ai sistemi totalitari. Che il fascismo sia la negazione della democrazia è un’ovvietà ma che esso rappresenti un pericolo mortale per gli stessi valori tradizionali non è altrettanto scontato. «Sfortunatamente, nelle società moderne il rifiuto opposto a elezioni, istituzioni rappresentative e libera discussione in materia di politica è, per sua stessa natura, responsabile dell’estremismo(…). è nei regimi rappresentativi, piuttosto che in quelli a partito unico, che esistono maggiori possibilità di realizzare i valori autentici che invocano i conservatori».

Debbo dire, però, che le tesi di Aron non sempre convincono.

Trovo corretta la critica a Russell Kirk, per il quale l’essenza del conservatorismo è «la salvaguardia delle antiche tradizioni morali dell’umanità» giacché, in tal modo, una sensibilità etica e un’attitudine politica diventano quasi delle ipostasi ontologiche; mentre mi lascia perplesso la critica rivolta a René Rémond che, in un’opera fondamentale sulle destre in Francia, aveva distinto tre destre, quella tradizionalista e controrivoluzionari, quella orleanista liberalconservatrice e quella democratico-autoritaria: una distinzione, a mio avviso di grande utilità, che aiuta, tra l’altro, a comprendere i diversi destini storici delle tre famiglie spirituali.

«Destra e sinistra – scrive Campi in linea con Aron – non si sono mai presentate, se non in particolari circostanze e per ragioni momentanee, come realtà omogenee e unitarie, sono state invece attraversate da contrasti politico-ideologici interni per molti versi insuperabili. Il che implica due conseguenze: la prima è la necessità, dal punto di vista dell’analisi storica, di parlare delle destre e delle sinistre, rigorosamente al plurale e non tutte compatibili tra di loro; la seconda, è la consapevolezza che la vera linea di demarcazione politico-ideologica non passa, genericamente, tra destra e sinistra (e nemmeno tra le destre e le sinistre, globalmente e genericamente considerate), ma tra gli estremisti e i moderati (ovvero tra i radicali e i riformisti) presenti all’interno dei rispettivi blocchi».

Può essere vero ma perché allora definiamo fenomeni pur molto diversi destre e analogamente altri fenomeni sinistre? Come altri autori, Aron ritiene che la distinzione destra-sinistra non aiuti a capire la realtà giacché i temi che si credevano caratteristici dell’una o dell’altra -a cominciare dal patriottismo che da idealità rivoluzionaria diventa la bandiera di una destra nazionalista spesso cambiano campo, sennonché, a ben riflettere, è il destino di tutti i valori umani: verità e onestà non si sono riempiti nei secoli di contenuti diversi e forse per questo diventano problematici?
Le radici, la comunità, l’etica del destino, che impone doveri che non sono oggetto di una scelta libera e razionale saranno sempre (per quanto rimossi dallo scientismo illuministico) un’insopprimibile dimensione dell’umano.

Il problema è trovare forme di convivenza civile che non consentano all’appartenenza di degenerare in tribalismo razzista e allo scientismo tecnocratico di realizzare la distopia orwelliana del 1984. È l’equilibrio tra comunità e società, tra tradizione e innovazione, tra fedeltà e libertà che spiega il successo dei popoli anglosassoni.

Gli aroniani sarebbero sicuramente d’accordo ma dovrebbero guardarsi dalla tentazione di fare del «conservatorismo bene inteso» il famulus della democrazia liberale. L’incontro tra i valori è fecondo di risultati quando ciascuno conserva la forza delle proprie ragioni e la mette al servizio della comunità politica. Non è la tradizione della libertà che fa grande l’Occidente ma è la libertà nella tradizione ovvero la libertà radicata nel terreno della storia, dei costumi, dei beni preziosi trasmessi dagli antenati.

 

È morto Ostellino, voce del “liberalismo quotidiano”

Piero Ostellino sarà ricordato non solo come un grande giornalista – della razza di Giovanni Ansaldo, Indro Montanelli, Enzo Bettiza, Alberto Ronchey – ma, altresì, come una delle figure più eminenti del liberalismo italiano dell’ultimo Novecento.

Non a caso nel 2009, a Santa Margherita Ligure, gli fu assegnato dal Centro Internazionale di Studi Italiani dell’Università di Genova, il Premio Isaiah Berlin che era stato conferito a prestigiose personalità della cultura come Amartya Sen, Giuseppe Galasso, Ralf Dahrendorf, Benedetta Craveri, Mario Vargas Llosa.

“Liberalismo quotidiano”

Ad assicurare a Ostellino un capitolo importante nella storia dei difensori della società aperta non sono soltanto i suoi libri, dai reportage sulla Russia e sulla Cina, dove era stato corrispondente del Corriere della Sera dal ’73 all’80 – vedi soprattutto Vivere in Russia, del ’77, e Vivere in Cina, dell’81, entrambi editi da Rizzoli, che nulla hanno da invidiare alle analisi classiche di Michel Tatu, di Arrigo Levi, di Hélène Carrère d’Encausse – ai due ultimi, Il dubbio. Politica e società in Italia nelle riflessioni di un liberale scomodo (Rizzoli, 2003) e Lo Stato canaglia. Come la cattiva politica continua a soffocare l’Italia (Rizzoli, 2009) – ma, soprattutto, una particolare cifra pubblicistica che potrebbe definirsi «liberalismo quotidiano».

Con tale espressione mi riferisco alla vocazione più autentica di Piero che era quella di mostrare come i liberali classici – da Montesquieu all’amatissimo David Hume, da Luigi Einaudi a Friedrich von Hayek – fossero, anche nella società tecnologica di massa, delle guide imprescindibili per comprendere i vizi e le virtù non degli uomini, ma dei sistemi politici e degli assetti economici che condizionano, in positivo o in negativo, la loro vita. In questo era davvero figlio del vecchio Piemonte.

Ricordo con quanto compiacimento mi diceva che, passando da Torino, si era fermato al Ristorante del Cambio, a Piazza Carignano, quello preferito dal Gran Conte. Quel luogo era il simbolo dei suoi grandi amori, il Risorgimento – nel quale, a differenza di tanti suoi amici liberisti, trovava le sue radici – e l’Italia liberale, appunto, quella che ci aveva ricongiunto, per dirla con Carlo Cattaneo, all’Europa vivente.

Einaudi aveva spiegato che cos’è il liberalismo in economia in articoli, esemplari per la loro chiarezza, che partivano dal mercatino di Dogliani per illustrare la complessità dello scambio di beni e di servizi in una società complessa. Ostellino è andato oltre, ha insegnato a vedere, in una prospettiva liberale, le più diverse esperienze del vissuto quotidiano.

Non c’è campo, dalla politica al diritto, dall’economia all’etica sociale, dallo sport al mondo dello spettacolo, dalla religione alla scienza, che non abbia attivato la sua attenzione e la sua inesausta curiosità e voglia di capire e di far capire.

Col risultato di iscriversi d’autorità tra gli implacabili dissacratori dei costumi di casa degli italiani, del senso comune costruito ad arte dagli ingegneri delle anime, dei miti che hanno segnato la political culture della Repubblica nata dalla Resistenza e dall’antifascismo.

Ostellino e la Costituzione

Ostellino non è mai stato tenero con la Costituzione più bella del mondo. Soprattutto ne Lo Stato canaglia, l’ha definita un «papocchio» nato da un compromesso tra le due Resistenze, quella democratica e quella comunista. «Una Costituzione che riconosce i diritti individuali ma li subordina all’utilità sociale, al benessere collettivo, cioè a una serie di astrazioni ideologiche che non sono nemmeno affermazioni di carattere giuridico».

Si tratta di rilievi non nuovi, ma Ostellino, sempre controcorrente, ha accompagnato alla critica liberale della Costituzione la difesa intransigente di un liberalismo inteso come teorica delle libertà e non dei diritti, a cominciare dalla libertà d’impresa impensabile senza la proprietà privata.

«La libertà individuale non può sopravvivere senza la proprietà protettiva, ma può sopravvivere senza la proprietà produttiva (capitalistica e di investimento). (…) E ai fini della libertà politica non occorre il benessere: si può essere liberi in povertà». Sono tesi di Giovanni Sartori che Ostellino non avrebbe mai potuto condividere. Così come non avrebbe mai potuto condividere la parola d’ordine «più Europa».

La Costituzione proposta dagli europeisti che «auspicano una severa governance dell’Unione europea che rimetta in rigo i poco virtuosi stati membri», scriveva otto anni fa, «ripropone il modello delle Costituzioni programmatiche del Novecento, che non regolavano proceduralmente poteri e compiti dello Stato, ma si proponevano di cambiare gli uomini».

E cambiare gli uomini era per lui, come per Croce, un «peccato contro lo Spirito».

Meno Stato più governo. Ecco la ricetta per l’Italia e l’Europa

In Tre storie, una storia. Italia, Europa, Mondo (Ed. Mauro Pagliai, pagg. 160, euro 12, con una prefazione di Danilo Breschi), Zeffiro Ciuffoletti ci offre una meditata diagnosi dei nostri mali, sullo sfondo di una crisi che investe non solo l’Italia ma anche il Vecchio Continente e gli Stati Uniti.

Il mondo multipolare, avverte lo storico fiorentino, non è «un paradiso, come invece sognano o fanno credere i sempiterni antiamericani che l’Europa e, in particolar modo, l’Italia si portano in grembo. L’esperienza storica insegna infatti che un sistema internazionale multipolare può anche degenerare in quella forma di anarchismo degli Stati-nazione che fu propria dell’Europa negli anni precedenti allo scoppio del primo conflitto mondiale».

E non sarà certo l’attuale Unione Europea in grado di fronteggiare le sfide della globalizzazione e l’epocale trasmigrazione di popoli dei nostri anni. L’Europa, infatti, soffre di un deficit di democrazia dovuto alla mancanza di un grande progetto: priva di «un collante identitario e istituzionale» si riduce oggi a «un ring di continue contrattazioni tra gli Stati nazionali» invece di essere «il luogo in cui si condividono ideali e valori comuni».

Nella sezione dedicata all’Italia e al suo sistema politico, l’autore mette bene a fuoco i nostri grandi problemi irrisolti: la continuità fascismo/antifascismo; l’antica conflittualità ideologica tra le diverse Italie; l’endemica debolezza dei governi.

«Lo Stato italiano, nato con la repubblica, è Stato antifascista nell’ideologia fondante del sistema dei partiti, ma non c’è stata rottura col regime fascista nel rapporto tra cittadino e amministrazione, che è rimasto, nella sostanza, uno scambio, non importa se mediato da più partiti o da un solo partito, tra consenso ed elargizione di diritti e privilegi».

Di qui il trionfo scontato, in ogni confronto elettorale, del partito unico del debito pubblico che genera il paradosso «troppo Stato e poco governo 150 anni 121 esecutivi».

Tutti chiedono tutto allo Stato e, in tal modo, ne aumentano l’obesità ma senza riconoscersi nell’etica pubblica che ne sta alla base. Ma è la debolezza dell’esecutivo il problema dei problemi.

Avremmo bisogno di «un governo dotato degli stessi poteri attribuiti agli esecutivi dei maggiori paesi europei. Senza un rafforzamento dei poteri del premier (sfiducia costruttiva); senza il potere di veto su leggi o emendamenti che comportino nuovi oneri per le finanze pubbliche e senza la facoltà di attivare la clausola di supremazia statale, che esiste ad esempio in Germania per opere pubbliche di rilevanza nazionale o internazionale, non sarà possibile sperare di risolvere i gravi problemi che deve affrontare l’Italia».

Sono convinto, però, che un fattore di debolezza del nostro sistema politico stia in quella mancanza di spina dorsale etica che fa sempre rimuovere e condonare.

Ciuffoletti, trattando delle Regioni, rileva drasticamente che «nella gestione di servizi con enti, società partecipate e miste, gli enti locali sono riusciti a moltiplicare costi, poltrone e procedure. Praticamente un disastro».

In un’altra pagina, annota che «l’unica riforma istituzionale attuata – e cioè quella del titolo V della Costituzione (2001) – non ha fatto che aumentare la conflittualità e la sovrapposizione di competenze fra i diversi livelli dello Stato: comuni, province e regioni, sono stati tutti messi sullo stesso piano per concorrere fra loro sulle più varie materie, con il risultato di un aumento impressionante della spesa pubblica».

D’accordo, ma occorre pure chiedersi: chi ha pagato per quei disastri? E non è forse vero che i loro autori – col conforto di giuristi e giornalisti d’area – continuano a essere considerati «risorse della Repubblica»?

Abbiamo una classe dirigente che si salva sempre con l’autocritica o fondando nuovi partiti. Quando la buonanima di Marco Pannella parlava di «regime» forse non aveva tutti i torti.

La mancata interiorizzazione dell’ethos democratico in Italia

In un articolo molto spiritoso, Massimo sconforto, pubblicato venerdì 24 novembre u.s., Il Foglio ricorda che il Corriere della Sera in un anno ha riservato ben quattro interviste a Massimo D’Alema («ma c’è ancora un mesetto di tempo per il conteggio definitivo»).« Il principale quotidiano italiano che spesso critica giustamente la politica per essere lontana dalle esigenze e dai desideri dei cittadini, dovrebbe tenere conto del peso politico e della capacità di rappresentare la società degli intervistati», scrive l’anonimo articolista. D’Alema è «solo uno dei tanti dirigenti – con P.L. Bersani, a Roberto Speranza e Arturo Scotto – di un piccolo partito, l’Mdp (leader Pietro Grasso), che non arriva al 3%.

La Repubblica non è stata da meno con l’ampio spazio concesso a Giuliano Pisapia il cui Campo progressista conta ancor meno dell’Mdp. I due quotidiani hanno pressoché ignorato, invece, Giorgia Meloni, che ha visto il suo candidato, Nello Musumeci, governatore della Sicilia e che con i suoi ‘Fratelli d’Italia’ è arrivata al ballottaggio ad Ostia. «È accreditata al 5%, più dei voti di D’Alema e Pisapia messi insieme. Ma fa la metà delle interviste».

È una vecchia storia, verrebbe da commentare. Sennonché quanto denuncia Il Foglio, con divertita ironia, non é solo un fatto di (mal) costume politico ma rinvia a qualcosa «d’antico», ovvero alla mancata interiorizzazione, nella political culture del nostro paese, dell’ethos democratico.

Corrado Ocone, su Formiche del 26 novembre u.s., ha scritto, senz’ombra di panglossismo, che «la democrazia ha vinto» e che «oggi, soprattutto nei paesi occidentali ma non solo» siamo «nell’epoca del suo pieno dispiegamento, nel tempo della democrazia trionfante o dell’iperdemocrazia. Già solo che possa passar per la testa che “uno vale uno”, che siamo o dobbiamo essere tutti uguali, che non ci siano differenze fra i generi, che tutti possono avere il loro quarto d’oro di celebrità e raccontar le loro frottole quotidiane, non è espressione di un iperdemocraticismo diffuso ed esasperato?». Ho qualche dubbio.

In realtà, se la democrazia è il riconoscimento dei diritti del ‘numero’, dei più, a rendere visibili le loro richieste e nel metterle all’o.d.g. dell’agenda governativa, in Italia al discorso pubblico sulla democrazia ‘reale’ se n’è sempre affiancato uno, per così dire, ‘privato’ di ben differente tenore. Quest’ultimo , in ogni epoca si può dire, ha contrapposto alla ‘quantità’ la ‘qualità’ e ha preteso dai giornali e dai mass media in genere che compensassero i successi immeritati della prima portando in primo piano i prodotti pregiati, appunto, della seconda. Di qui la visibilità maggiore riservata al ‘prestigio’, allo ‘stile’, alla ‘tradizione’ di contro al disprezzo per chi proviene da storie non esaltanti (o perché sospette di fascismo, o perché inquinate dal populismo).

D’Alema viene dal PCI di Gramsci e di Togliatti, dal partito che ha dato il maggior contributo di uomini alla Resistenza e all’antifascismo e che era il depositario ufficiale di un’ideologia alla quale si richiamavano Unione Sovietica e Cina, Cuba e mezza Europa. Giorgia Meloni sembra uscita da un mercatino del Testaccio, è priva di classe, è decisamente plebea: le va già di lusso se sui grandi quotidiani ogni tanto si parla di lei.

D’altra parte, si consideri la presenza de Il Manifesto alla Rai o in certe trasmissioni radiofoniche come Prima Pagina. Chi non conosce il quotidiano fondato da Luigi Pintor, da Rossana Rossanda, da Aldo Natoli? Un’alta scuola di giornalismo, si continua a dire, che si è sempre distinta per il suo coraggioso non conformismo all’interno della sinistra di classe.

Già, proprio così: erano filocinesi, contro la direzione nazionale del PCI filosovietica – ai milioni di vittime di Stalin preferivano i milioni di vittime di Mao; erano terzomondisti alla Franz Fanon e persino polpotisti, esaltavano Che Guevara,  si trovavano in prima fila in tutte le rivendicazioni dei diritti dei diversi – che, in qualche modo, facessero crollare le mura di Gerico della rispettabilità borghese e vittoriana- ma, soprattutto, erano i principali importatori di un antioccidentalismo intransigente, quello della Monthly Review, di Edward Said, dei nemici implacabili del mercato.

Posizioni legittime, beninteso: in una democrazia a norma tutti hanno il diritto di manifestare le loro idee e di battersi per i loro progetti politici. Non si vede, però, per quale ragione sia stato quasi istituzionalizzato il diritto/dovere di  far  conoscere al  grosso pubblico dei lettori battaglie ed opinioni di un un’area giornalistica e politica che fa capo a un quotidiano che, nell’aprile scorso, vendeva 8.354 copie mentre una coltre di silenzio (o quasi) debba calare su giornali come il Messaggero Veneto (37.054 copie) o l’Eco di Bergamo ( 22.959 copie) – giornali regionali, si dice, ma lo è anche Il Messaggero introvabile al di fuori del Lazio eppure sempre citato alla RAI e in altre reti.

È un fatto che a presentarsi, in un salotto buono della borghesia colta o semicolta, come uno «che collabora o ha collaborato a Il Manifesto» si è sicuri di ottenere un’attenzione infinitamente superiore ad un altro che presenti, nel suo biglietto da visita, la collaborazione a un qualsiasi quotidiano nazionale o blog del tutto privo di carisma culturale.

Si potrebbe ancora capire il prestigio di un periodico come Il Mondo – elitario quant’altri mai – ma solidamente ancorato nei valori ‘atlantici’ ed espressione autentica della civic culture della ‘società aperta’. Tale prestigio, comunque, non giustificherebbe alcun sostegno pubblico a compenso delle (tante) copie invendute; si comprende assai meno come, nel caso del Il Manifesto, l’argomento della ‘qualità’ possa giocare a favore di quanti (i comunisti) dovrebbero rappresentare il ‘numero’ e  per questo, secondo Aristotele, minacciare le minoranze aristocratiche custodi del Bene e del Vero.

D’altra parte, non se ne esce, lasciando il mercato arbitro delle sopravvivenze di politici, di quotidiani, di intellettuali militanti. La questione è quanto mai complessa in un paese in cui le caste fanno blocco e, a forza di vedere sul piccolo schermo, le stesse facce c’è il pericolo che a farle scomparire si registri un calo di audience.

Civiltà e costumi non sono tutti sullo stesso piano. Ecco perché

Fiumi d’inchiostro continuano ad essere versati su libri, giornali e riviste per dimostrare che noi euro-occidentali non abbiamo alcun diritto a ritenerci superiori agli altri popoli e alle altre culture dal momento che di «crimini contro l’umanità» ne abbiamo commesso a iosa – guerre, conquiste coloniali, etnocidi, massacri ideologici.

È vero, si ammette, che le altre civiltà non sono state da meno ma la nostra pretendeva di fondarsi sui diritti universali dell’uomo e quindi su una filosofia politica e giuridica che non ammetteva deroghe nei rapporti con «l’altro».

È un discorso che si sente ripetere fino alla nausea ma che non regge davanti a una semplice domanda: i diritti e le libertà civili (eguaglianza di uomo e donna, libertà di culto e di apostasia, libertà di associazione e di insegnamento, libertà d’impresa) sono valori assoluti, da difendere sempre e dovunque, o sono una caratteristica peculiare della tribù occidentale che non si può pretendere diventi «costume» anche per quanti scelgano di vivere nelle nostre contrade in cerca di un’esistenza libera dal bisogno?

Se sono valori assoluti, lasciamo agli storici e ai filosofi stabilire: se hanno a che fare più con il mondo greco-romano che con quello cristiano, più con l’illuminismo che con il romanticismo; se nel corso dei secoli, sono stati «traditi» o, almeno in parte, rispettati; e accordiamoci sul principio che rappresentano una conditio irrinunciabile di appartenenza alle nostre comunità politiche.

Ne deriva, ad esempio, che l’imporre un matrimonio a una minorenne o una mutilazione genitale dovrebbe essere seguito non solo dalla condanna penale ma dalla perdita della cittadinanza.

Rinunciamo pure a pesare le differenti etnie culturali sulla bilancia del Bene e del Male ma non confondiamo il relativismo descrittivo della realtà («esistono tanti modelli culturali») col relativismo etico («tutti i modelli culturali sono buoni») e col relativismo metodologico («per comprendere i modelli culturali bisogna comprenderne i valori specifici»).

No, le civiltà e i costumi che ne derivano non sono, per noi, tutte sullo stesso piano.

Quando si parla dell’incontro con «il diverso che ci arricchisce» si fa della retorica vacua e pericolosa. L’arricchimento ci fu quando i Romani, un popolo contadino con un forte senso del diritto, conquistò la Grecia: «Graecia capta ferum victorem cepit» scriveva Orazio (la Grecia soggiogata conquistò il feroce vincitore).

Nacque allora, insegnano gli antichisti, una civiltà millenaria, non romana ma greco-romana che tanto avrebbe segnato le arti, le lettere, le scienze, le istituzioni, la filosofia dell’Occidente.

Persino lo «scontro di civiltà» causato dalle invasioni barbariche ebbe una sua positività.

Come scriveva Montesquieu nello Spirito delle leggi, le libertà dei moderni nacquero nei boschi germanici: «Le nazioni che conquistarono l’impero romano erano molto libere».

Finché i conquistatori rimasero in Germania, tutta la nazione poteva riunirsi; dispersi nella conquista, non poterono più farlo: «Era comunque indispensabile che la nazione deliberasse sui suoi affari, come prima della conquista: lo fece con l’elezione dei rappresentanti. Questa è l’origine del governo gotico tra noi».

Invece tra i nuovi, pacifici, invasori ci sono molte persone talora persino più «civili» di noi ma, quando lo sono, lo si deve con buona pace degli «antagonisti» antropologi culturali al fatto che si sono occidentalizzati, che «sono diventati come noi», che nelle patrie di origine hanno acquisito un’educazione, delle competenze tecniche e scientifiche non inferiori alle nostre.

Non sono «figure della diversità» ma uomini che hanno preso le distanze dal loro «specifico culturale» come quei siciliani che, tanti anni fa, non si riconoscevano più nella filosofia del delitto d’onore.

Memori della lezione di Giovanni Sartori, finiamola di tessere l’apologia del multiculturalismo.

Nel mondo unificato dalla democrazia in politica e dal mercato in economia, dobbiamo tenerci caro il pluralismo non il multiculturalismo: il primo fa pensare alle differenti perle di uno stesso diadema, il secondo a unità chiuse che rivendicano la conservazione di usi, di costumi, di tradizioni che non solo intendono preservare dal precipitare dei tempi ma che, talora, pretendono di imporre all’intero pianeta per salvarlo dalla corruzione profonda in cui è precipitato per colpa di noi «crociati».

 

Oblio e mercato

Quando nel 2004 morì Gabriella Ferri alla commozione per la perdita di un’artista di talento si unì un mea culpa collettivo per il fatto che teatro, cinema, televisione l’avevano dimenticata, venendo meno ai doveri della memoria e della riconoscenza.

Qualcosa di simile era avvenuto nel 1967 quando, al Festival di Sanremo, Luigi Tenco, il cantautore genovese, si era tolta la vita, non sentendosi compreso e amato dal pubblico. Che l’interpretazione che Gabriella Ferri aveva dato, ad es., di Dove sta Zazà, con una voce rauca, dolente e insieme aggressiva, piacesse poco era irrilevante. Analogamente non apprezzare Ciao, amore ciao di Tenco significava quasi un imbarbarimento del gusto, lo stop alla musica leggera quanto affrontava temi ‘esistenziali’.

Il copione si era ripetuto col mio amatissimo Totò: i suoi ultimi film rimasero ben lontani dal successo di Totò a colori e il pubblico non comprese—il rammarico della figlia Liliana–che finalmente la grande maschera napoletana aveva trovato un regista alla sua altezza in Pier Paolo Pasolini.

In realtà, sia Uccellacci e uccellini (1966) che Le streghe (1967) non solo non furono amati dal grande pubblico ma trovarono—e trovano ancora—gli esperti molto divisi. Al recente Convegno napoletano, Diagonale Totò, un benemerito degli studi decurtisiani come Ennio Bispuri si è trovato in disaccordo col prestigioso critico (non solo musicale) Paolo Isotta: all’esaltazione fatta dal primo del Totò pasoliniano s’è contrapposto il giudizio dell’altro che ne ha auspicato la dimenticanza.

Di recente la retorica dell’incomprensione e dell’oblio è ricomparsa con Paolo Villaggio, uno scrittore geniale, un attore incomparabile. Nei suoi libri, portati sullo schermo da Luciano Salce, Villaggio ha inaugurato, per così dire, il postmoderno, l’epoca de tramonto delle ideologie.

Il suo grido liberatorio: “La Corazzata Potemkin è una cacata!” ha decretato la fine di un mondo e di un’epoca, quella dei cineforum impegnati, dei miti e dei riti di una sinistra che voleva portare nelle fabbriche e nei dopolavori aziendali il grande cinema, il grande teatro, la grande musica.

L’indulgenza ironica nei confronti dei vizi antichi degli italiani — a cominciare dalla tifoseria calcistica — è stata un bagno salutare di realismo, pur se sempre venato di qualunquismo e di ribellismo tragicamente inconcludente. Un momento fondamentale della nostra entrata nell’età del disincanto.

Anche lui negli ultimi anni, è stato dimenticato — il j’accuse della figlia al funerale laico — non ha   fatto più cassetta, registi e produttori non si sono più curati di lui. Non esito ad annoverarmi  tra i colpevoli e gli ingrati che lo hanno abbandonato, avendo trovato monotoni e ripetitivi i suoi ultimi film: il catastrofismo quotidiano narrato da una voce fuori campo con toni epici — “quel giorno Fantozzi fu costretto a mangiare sette costate di vitello, otto prosciutti di San Daniele, tre forme di parmigiano reggiano…” -, la vecchia eroticamente aggressiva, i voli dei protagonisti sulle tavole imbandite,l’ignoranza della grammatica — il ‘vadi’ di Filini– etc. etc.

Forse sbaglio nel giudicare severamente il Fantozzi del dopo Salce e riconosco che qualche buona idea c’era ancora nel Superfantozzi di Neri Parente del 1986 – la storia dell’eterno sfigato dai tempi del Genesi ai nostri giorni (indimenticabile la delusione del nipote di Lazzaro che si aspettava una grossa eredità dalla morte dello zio) -, ma ritengo che, dopo i primi due/tre film della serie, il magic moment fosse finito.

Ma ammettiamo pure che nei quattro artisti ricordati la qualità della prestazione professionale non fosse mai venuta meno e che il loro oblio si dovesse soltanto all’involgarimento del pubblico.

E se così fosse? Viviamo in una società aperta dove il consumatore è sovrano e dei suoi gusti i produttori di merci debbono tener conto se vogliono far soldi.

È ingiusto tutto questo? Lo è non più della democrazia liberale, che è il pendant politico, della democrazia economica del mercato. Il popolo sovrano può affidare il timone del governo a capitani incapaci e corrotti, così come il mercato può mettere in circolazione merci scadenti.

In entrambi i casi, però, a legittimare sia la democrazia che il mercato sono le alternative.

Come la demagogia di Cleone è preferibile al dispotismo dei Trenta Tiranni, così la libertà di scelta del consumatore è preferibile all’imposizione dall’alto di prodotti culturali di (presunta) elevata qualità. Il Mincupop è finito!

PS Inviato e non piaciuto al Foglio quotidiano

Retorica e vecchi belletti

Come ha scritto Biagio de Giovanni, sul «Mattino» del 3 luglio – Insieme contro, il solito vizio della sinistra­­ – «Per l’Italia, il 4 dicembre, la bocciatura della proposta referendaria, è la data che fa da spartiacque: nessuno intendeva attribuire a quella riforma una funzione salvifica, e non era difficile vedere suoi difetti e limiti, ma là dentro c’era la possibilità di un nuovo corso politico, e magari di tensioni e conflitti ma finalmente marcati dal segno di un passaggio costituzionale e politico di grande portata».

Si può essere d’accordo o in disaccordo con lo studioso rimasto uno dei pochi cervelli pensanti della sinistra italiana ma i fatti sono inconfutabili e i fatti, dicevano gli Antichi, sono divini.

E il dato certo con cui dobbiamo oggi fare i conti è presto detto: «Dopo quel fallimento, il terreno di scontro si è ricollocato nell’alveo di un torrente limaccioso che riporta con sé tutti i detriti di una storia, la quale chiede strada a gran voce ma stenta a muoversi ostacolata dai suoi stessi detriti che più o meno inconsapevolmente incontra sul suo percorso».

Mai il sistema politico italiano era caduto così in basso, posto davanti a sfide che non possono essere fronteggiate né da solidi e strutturati partiti, né da classi dirigenti in grado di tenere la rotta nelle tempeste che si abbattono sullo stato nazionale da ogni parte – e in primis dalla questione migrantes.

Chiamato a confrontarsi con la realtà, la political culture dominante – quella che ha colonizzato media, scuole medie, Università, enti artistici, case editrici etc. – come sta reagendo, quali nuove categorie e metodi di osservazione dei processi sociali, politici ed economici sta allestendo nei suoi vecchi laboratori di analisi e di ricerca?

È desolante constatare che, ancora una volta, l’intellighenzia italica non fa luce sul cammino da percorrere, non spiega la crisi che da anni si è abbattuta sul bel paese perché è essa stessa un momento, o un fattore, di quella crisi: non è l’occhio della mente che esamina il dente cariato ma è essa stessa uno dei denti cariati.

Ne sono conferma due articoli, di diverso tenore, pessimista l’uno, ottimista l’altro, che mi è capitato di leggere in questi giorni. Il primo, Sinistra-destra o destra-destra?, dell’amico Paolo Bagnoli, capofila degli ‘storici delle coscienze integerrime’, è uscito sul quindicinale post azionista (sic!), «Nonmollare», il 3 giugno; il secondo, di Nadia UrbinatiLe bandiere della società civile, è uscito lo stesso giorno su «Repubblica» [NdR l’articolo è ripubblicato e consultabile su «Libertà e Giustizia»].

Entrambi gli autori ‘traggon gli auspici’, per un riscatto della sinistra così profondamente umiliata da Matteo Renzi, da due icone del Pantheon nazionale antifascista: Stefano Rodotà (Bagnoli) e Lelio Basso (Urbinati). Del giurista giacobino, recentemente scomparso, viene citata una civilissima riflessione: «Basta con questa storia che non c’è più distinzione tra destra e sinistra!

La distinzione c’è, eccome, per me al centro della politica ci sono la dignità, l’uguaglianza, i diritti, la ridistribuzione delle risorse. Non è sinistra, questa?». Del Grande Vecchio, Lelio Basso, viene ricordato il discorso all’Assemblea Costituente del 6 marzo 1947: «Finché non sarà garantito a tutti il lavoro, non vi sarà veramente democrazia politica; o noi realizziamo interamente questa Costituzione, o noi non avremo realizzata la democrazia in Italia».

È desolante pensare che in quelle due citazioni si racchiude, ormai, tutta la filosofia della sinistra e che tale filosofia sia posta alla base del «proliferare di movimenti a sinistra del Partito democratico, voci che emergono dalla società civile e aspirano a proporre visioni politiche».

«Questo movimento plurale nella sfera pubblica è positivo – scrive un’eccitata Urbinati – è il segno di una società non apatica, ricca di potenzialità, insoddisfatta del corso attuale del partito di governo e del governo stesso e preoccupata del persistente astensionismo elettorale».

Se lo sbocco di tutto questo atavismo ideologico fosse solo la ricomparsa in campo dei reduci degli anni formidabili, non ce ne dovremmo preoccupare molto. Sennonché è la mens totalitaria sottesta a questo (auspicato ma improbabile) revival che spaventa.

Se la sinistra significa «la dignità, l’uguaglianza, i diritti, la ridistribuzione delle risorse», la destra che a quei valori è ritenuta estranea, non si vedrà negare, almeno moralmente, ogni diritto di cittadinanza politica?

E se lavoro e cittadinanza non stanno insieme (ed è difficile tenerli insieme se lo stato non si assume la direzione di tutto l’apparato economico e produttivo…), quanti esaltano la ‘società di mercato’ – produttrice di ineguaglianze – non dovrebbero essere tenuti lontani dalla cabina di comando, dove si decide la rotta assegnata alla nave dello Stato?

Già si è distribuita nelle scuole la Lettera a una professoressa di don Lorenzo Milani, resta solo il passo successivo, quello di proibirvi l’entrata, ad es., di Verso la servitù di Fr. A. Hayek, giacché se la filosofia della Scuola austriaca (che, peraltro, non è la mia) dovesse prendere piede a livello di massa, ci potremmo trovare al governo partiti non disposti a costituzionalizzare i ‘diritti sociali’, anche se favorevoli alle ‘leggi sociali’, ovvero alle risorse date ai meno abbienti quando la ricchezza è diffusa e l’economia tira.

La sinistra non farà mai un serio esame di coscienza tornando a Stefano Rodotà o a Lelio Basso ma solo prendendo atto della «realtà effettuale» e chiedendosi, ad es., perché a Genova e a Sesto San Giovanni si sono rotte le righe. Con la retorica – solo in apparenza buonista – non si va da nessuna parte.

Da Paradoxa Forum