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	<title>luigi einaudi Archivi - Einaudi Blog</title>
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	<description>Il blog della Fondazione Luigi Einaudi</description>
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	<title>luigi einaudi Archivi - Einaudi Blog</title>
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		<title>Un salto in avanti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Michele Gerace]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Mar 2022 14:59:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[costituzione mondiale]]></category>
		<category><![CDATA[luigi einaudi]]></category>
		<category><![CDATA[michele gerace]]></category>
		<category><![CDATA[thomas mann]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Estratto liberamente tratto dal capitolo &#8220;Dove vogliamo andare&#8221;, paragrafo &#8220;L’opportunità di una proposta apparentemente irragionevole&#8221; del libro di Michele Gerace &#8220;Qualcosa che sfiora l&#8217;utopia&#8221; (Jouvence). &#160; Quando tutto questo sarà finito, quando la guerra sarà finita e la pace trattata in modo onorevole e giusto, quando la storia presenterà al tiranno Putin il conto della crudeltà di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Estratto liberamente tratto dal capitolo &#8220;Dove vogliamo andare&#8221;, paragrafo &#8220;L’opportunità di una proposta apparentemente irragionevole&#8221; del libro di Michele Gerace <a href="https://www.jouvence.it/catalogo/qualcosa-che-sfiora-lutopia/" target="_blank" rel="noopener" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?q=https://www.jouvence.it/catalogo/qualcosa-che-sfiora-lutopia/&amp;source=gmail&amp;ust=1648215601561000&amp;usg=AOvVaw1fG9G-bMUtrim--H3M29U7">&#8220;Qualcosa che sfiora l&#8217;utopia&#8221;</a> (Jouvence).</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Quando tutto questo sarà finito, quando la guerra sarà finita e la pace trattata in modo onorevole e giusto, quando la storia presenterà al tiranno Putin il conto della crudeltà di una guerra criminale e indiscriminata, quando ci si troverà a dover capire come ricostruire, costruire, riprendere il cammino di una umanità sospesa, dovremmo sapere mantenere alta la tensione che chiede di trovare espressione nel desiderio di una rinnovata forza di integrazione certamente economica ma soprattutto politica e molto ambiziosa che, date le circostanze, solo gli sciocchi, i cinici e gli scettici, potranno continuare ad ascrivere con superficialità agli ingenui e <em>naive</em> abitanti del paese dei campanelli.</p>
<p>Per allora sarà bene tenere a mente che per Luigi Einaudi l’elaborazione e l’integrazione politica vengono prima della teoria e dell’integrazione economica. Etica, economia e politica devono potersi complementare nei rispettivi ambiti che non sono impermeabili e che hanno bisogno di essere vissuti e agiti dall’interno a livello personale e di comunità.</p>
<p>A testimonianza della circostanza per la quale l’idea di una unità prima europea e poi mondiale fosse tanto apparentemente sconsiderata quanto in realtà dotata di più di un fondamento, c’è il lavoro di un gruppo di persone che tra una sponda e l’altra dell’atlantico hanno scritto una vera e propria costituzione per il mondo.</p>
<p>Il testo fu redatto in bozza e i lettori lo potranno leggere per intero all’interno del libro “Una costituzione per il mondo” ( A. G. Borgese, Una costituzione per il mondo, Storia e letteratura, Roma, 2013) che, nell’edizione italiana, è presentato dal grande giurista, Piero Calamandrei.</p>
<p>La premessa è a firma del celebre scrittore Thomas Mann. Nella postfazione, la meticolosa ricerca di Silvia Bertolotti offre una chiave di lettura della costituzione per il mondo, anzitutto, come documento che esiste veramente, che è stato scritto, che ha delle coordinate storiche, e che, al pari del Manifesto di Ventotene, conserva un valore attualissimo.</p>
<p>Laddove abbiamo considerato i mezzi in relazione ai fini e la politica rispetto all’economia, con il “Disegno Preliminare di Costituzione Mondiale” – questo è il nome ufficiale del documento.</p>
<p>Scrive Silvia Bertolotti: “Il Disegno Preliminare di Costituzione Mondiale è una proclamazione di principi, un organismo politico e un meccanismo giuridico, ma nel contempo rappresenta per volontà stessa dei suoi autori una proposta fatta alla Storia, un mito intriso di utopia, intendendo per mito ciò che incarnando la fede e la speranza della propria era, è un atto di mediazione tra l’ideale è il reale in grado di indirizzare l’elaborazione teorica verso la prassi dell’azione” (S. Bertolotti, postfazione al volume di G. A. Borgese, “Una costituzione per il mondo”, cit..).</p>
<p>Un mito che si presenta come un orizzonte nel quale agiscono la fede e la speranza, forze spirituali, virtù e valori, che prendono corpo nella storia, che conducono, scrive il visionario e concreto innovatore Adriano Olivetti, “verso una meta comune”(A. Olivetti, Città dell’uomo) nella quale l’avvenire coincide con l’orizzonte stesso.</p>
<p>Non comprendere questi valori, spirituali, storici, scientifici, significa ridursi ad una esistenza limitata e meschina, “disperdersi, disintegrarsi, sconnettersi in mille provvedimenti caotici, dispersivi”, portarsi agli antipodi del progresso.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Michele Gerace" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2022/03/michele-gerace.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/michele-gerace/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Michele Gerace</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Scuola “cento giovani”, avvocato, presidente dell’Osservatorio sulle Strategie Europee per la Crescita e l’Occupazione, ideatore di “Costituzionalmente: il coraggio di pensare con la propria testa”, della “Scuola sulla Complessità”, del Bar Europa e dell’omonima rubrica radiofonica al Rock Night Show su Radio Godot, responsabile del progetto “La Fondazione Luigi Einaudi per la Scuola”. Autore e conduttore delle &#8220;Letture dalla Biblioteca&#8221; della Fondazione Luigi Einaudi, della serie di conversazioni &#8220;La Repubblica del Mondo&#8221; e la &#8220;Costituzione del Mondo&#8221; realizzate in occasione del Festival della Diplomazia, e dei dialoghi &#8220;Il senso della nostra forza. Umanesimo digitale, costituzione del Mondo e cittadinanza&#8221; promossi assieme al Centro Studi Americani. In ufficio alle prese con l’innovazione, il diritto e le politiche pubbliche.</p>
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		<title>Crisi della rappresentatività e modelli deliberativi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Elio Cappuccio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 19 Mar 2022 11:58:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[alexis de tocqueville]]></category>
		<category><![CDATA[elio cappuccio]]></category>
		<category><![CDATA[giovanni sartori]]></category>
		<category><![CDATA[luigi einaudi]]></category>
		<category><![CDATA[procedura deliberativa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È fin troppo evidente che i cittadini operano spesso delle scelte poco meditate su questioni riguardo alle quali hanno una conoscenza vaga, dimostrandosi più ricettivi verso le sollecitazioni emotive che attenti alle argomentazioni razionali. Nelle trasmissioni televisive, ad esempio, che orientano il pensiero comune, “l’autorità è nella visione stessa”, come ha scritto Giovanni Sartori, perché [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>È fin troppo evidente che i cittadini operano spesso delle scelte poco meditate su questioni riguardo alle quali hanno una conoscenza vaga, dimostrandosi più ricettivi verso le sollecitazioni emotive che attenti alle argomentazioni razionali. Nelle trasmissioni televisive, ad esempio, che orientano il pensiero comune, “l’autorità è nella visione stessa”, come ha scritto Giovanni Sartori, perché la videocrazia produce opinioni eterodirette, che in apparenza rinforzano, ma in sostanza svuotano, la democrazia.</p>
<p>Dinnanzi alla crisi diffusa delle istituzioni rappresentative, il politologo americano James Fishkin  ritiene che l’adozione di forme di sondaggio deliberativo possa orientare i cittadini in modo consapevole. Tale metodo  prevede la somministrazione di un <em>test</em> preliminare a un campione casuale che rispetti la composizione socio-demografica della popolazione. In una fase successiva, una parte del campione si riunisce in un <em>week-end </em>deliberativo per consultare materiale informativo,  discutere e incontrare esperti imparziali. A questo punto viene proposto un secondo <em>test</em>, in cui sono presenti le stesse domande del precedente. Il secondo sondaggio fornisce, di solito, risposte radicalmente differenti, e sicuramente più meditate, rispetto al primo.</p>
<p>Fishkin cita un esempio particolarmente incisivo di esperimento deliberativo, realizzato negli Stati Uniti.  Nel gennaio del 2003, la società Pbs aveva realizzato un sondaggio relativo alle somme destinate dal governo americano ai paesi  in via di sviluppo. Dai risultati emergeva la convinzione che gli aiuti ai paesi poveri costituivano il 25-30%  del bilancio nazionale. In realtà si trattava solo dell’1%, ma a saperlo era solo il 19% degli intervistati. Dopo le informazioni acquisite durante il <em>week-end</em> deliberativo, la percentuale dei cittadini correttamente informati era salita al 64% e il 33% degli intervistati (a fronte del 20% iniziale) si dichiarava favorevole a un aumento dei sussidi.</p>
<p>Un sondaggio che, dopo la fase deliberativa, avrebbe sicuramente prodotto diversi risultati fu quello proposto dalla rivista <em>Time</em> sulle figure più importanti del  Novecento nei vari campi, dalla politica alla cultura e allo spettacolo. Ci si accorse così, sottolinea Fishkin, che solo Kemal Ataturk  aveva ottenuto il maggior numero di voti in ogni categoria. Il risultato era naturalmente frutto della massiccia mobilitazione della popolazione turca. Prima che la consultazione si concludesse, si ebbero delle anticipazioni e i greci riversarono i loro voti su Churchill, che consideravano l’avversario più diretto di Ataturk, senza però riuscire a ribaltare l’esito del sondaggio. Al di là della singolarità dell’esempio citato, è evidente che la volontà popolare si esprime, il più delle volte, indipendentemente da valutazioni razionali. L’opinione pubblica può svolgere un ruolo essenziale nella democrazia e operare scelte razionali, nella misura in cui è correttamente informata. Se le elezioni politiche suscitano spesso indifferenza, l’esperienza deliberativa potrebbe favorire forme di partecipazione e di civismo diffuso e rinvigorire le istituzioni democratiche.</p>
<p>La proposta di Fishkin può rappresentare, sotto molti aspetti, l’applicazione pratica, e limitata a situazioni specifiche, della concezione habermasiana della democrazia come “procedura deliberativa”. La teoria del discorso, sostenuta dal filosofo tedesco, si colloca su un piano di  intersoggettività, che si attua “per un verso nella forma istituzionalizzata dei dibattimenti parlamentari e per l’altro nella rete comunicativa delle sfere pubbliche politiche”. Nella democrazia deliberativa rivivono le esigenze di partecipazione che animarono il <em>Federalist</em> e  lo spirito di autogoverno delle contee americane descritto da Tocqueville. Stuart Mill attribuiva grande importanza a questi aspetti nella sua concezione del governo, richiamando, secondo Nadia Urbinati, la distinzione aristotelica tra democrazia buona, cioè deliberativa, e democrazia di massa, ovvero plebiscitaria. La continuità di questa linea, che da Pericle giunge a noi, si coglie oggi nell’opera dello storico della Grecia antica Mogens Herman Hansen, che illustrandoci le procedure della democrazia ateniese del IV secolo, fornisce strumenti per la realizzazione delle più recenti esperienze deliberative.</p>
<p>James Fishkin e Bruce Ackerman, propongono l’istituzione di un <em>deliberation day</em>, che prevede un “processo elettorale a doppio stadio”. In una prima fase gli elettori dovrebbero riunirsi per esaminare i diversi programmi; in una fase successiva dovrebbero rifletterci su. Dieci giorni prima della scadenza elettorale dovrebbero confrontare le diverse posizioni e, infine, procedere all’elezione vera e propria. Si avrebbe così “un processo binario, con uno stadio della ragione e uno della scelta, mentre allo stato attuale delle cose abbiamo solo un’espressione della volontà”.  Il <em>deliberation day</em>, secondo Ackerman, per la modalità con cui i vari temi sarebbero affrontati, si baserebbe sulla razionalità delle argomentazioni, piuttosto che sul carisma personale.</p>
<p>Sondaggi sull’età pensionabile, sulla sanità, sulla scuola, e, più in generale, sul <em>Welfare State</em> in Europa, potrebbero essere, secondo Ackerman, un significativo banco di prova. La capacità di associarsi e di confrontarsi su questioni pubbliche può allora divenire un correttivo nei confronti dell’indifferenza verso i partiti, senza trasformarsi in antipolitica. In queste esperienze deliberative sembra rivivere quello spirito civico che Tocqueville aveva descritto nella  <em>Democrazia in America</em>:  “L’America è il solo paese al mondo -scriveva- in cui è tratto il maggior  partito dall’associazione, e dove si è applicato questo potente mezzo d’azione a una varietà di situazioni”. La dimensione associativa promuoveva, a suo avviso,  una convergenza di sforzi verso un progetto comune, che poteva creare un legame intellettuale, ma anche dar vita a un movimento politico o a un partito.</p>
<p>In questa concezione della ragione pubblica, che si pone a salvaguardia della libertà individuale, si avverte l’eco dell’illuminismo kantiano. Pensare con la propria testa a voce alta, insieme agli altri, rappresenta infatti l’unica difesa contro l’arroganza del potere politico  e la tirannia delle maggioranze gregarie. Occorre dunque immaginare un filtro, che consenta di produrre una opinione affinata,  piuttosto che immediata ed emotiva, un conoscere per deliberare, avrebbe detto un liberale della scuola di Luigi Einaudi.  I limiti della democrazia deliberativa risiedono, come è ovvio, nel fatto che si colloca in un ambito consultivo più che propriamente decisionale, anche se i risultati di una consultazione deliberativa non possono essere ignorati dalla politica.</p>
<p>E’ particolarmente significativo rilevare che tali pratiche, sono presenti, sin dagli anni ’90, tanto nel Nord Europa e nei paesi anglosassoni, quanto in Spagna e in Francia. In Brasile, inoltre, dal 1990,  a Porto Alegre e in altre città, si è realizzato un laboratorio di bilancio partecipativo. Le esperienze di deliberazione democratica, come scriveva Luigi Bobbio, “nutrono minori ambizioni rispetto alle proposte classiche di democrazia diretta; sono più  delimitate nei tempi e nei compiti; non pretendono di sovvertire le istituzioni rappresentative, ma accettano di convivere, sia pure conflittualmente, con esse; ed hanno forse una maggiore efficacia dal momento che tendono a incidere in modo puntuale nei processi e nei contenuti del <em>policy making</em>. Rappresentano una potenziale fonte di rafforzamento della cittadinanza, dello spirito civico e del capitale sociale”.</p>
<p>Il sondaggio deliberativo  potrebbe allora consentire alle argomentazioni razionali di prevalere  sulle scelte emotive, promuovendo una cittadinanza critica che sia in grado di prendere le distanze tanto  dalla demagogia populista quanto dall’efficientismo tecnocratico.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Testi citati</p>
<p>Sartori, <em>Homo videns. Televisione e post-pensiero</em>, Laterza, Roma-Bari, 1999.</p>
<p>S. Fishkin, <em>Il sondaggio deliberativo, perché e come funziona</em>, trad. it. in G. Bosetti e S.Maffettone, (a cura di), <em>Democrazia deliberativa : cosa è</em>, Luiss University Press, Roma, 2004.</p>
<p>Habermas, <em>Tre modelli normativi di democrazia</em>, trad. it. in J. Habermas, <em>L’inclusione dell’altro. Studi di teoria politica</em>, Feltrinelli, Milano, 2008.</p>
<p>de Tocqueville, <em>La democrazia in America</em>, trad. it in A. de Tocqueville, <em>Scritti politici</em>, 2 voll., UTET, Torino, 1968, vol. II.</p>
<p>Urbinati, <em>L’ethos della democrazia. Mill e la libertà degli antichi e dei moderni</em>, Laterza, Roma-Bari, 2006.</p>
<p>H. Hansen, <em>La democrazia ateniese del IV secolo A. C.</em>, trad. it., LED, Milano, 2010.</p>
<p>Ackerman, <em>Il deliberation day, festa per informarsi e discutere</em>, trad. it in G. Bosetti e S. Maffettone, cit.</p>
<p>Kant, <em>Che cosa significa orientarsi nel pensiero</em>, trad. it., Adelphi, Milano, 1996.</p>
<p>Bobbio, <em>Le arene deliberative</em>, in <em>Rivista italiana di politiche pubbliche</em>, n. 3, 2002.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Elio Cappuccio" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2022/10/elio-cappuccio.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/elio-cappuccio/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Elio Cappuccio</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>È presidente del Collegio Siciliano di Filosofia. Insegna Storia della filosofia moderna e contemporanea presso l’Istituto superiore di scienze religiose San Metodio. Già vice direttore della Rivista d’arte contemporanea Tema Celeste, è autore di articoli e saggi critici in volumi monografici pubblicati da Skira e da Rizzoli NY. Collabora con il quotidiano Domani e con il Blog della Fondazione Luigi Einaudi.</p>
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		<title>20 luglio 1946: il sabato dell’esempio agli italiani. Quella Politica che partorì la Costituzione.</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/20-luglio-1946-il-sabato-dellesempio-agli-italiani-quella-politica-che-partori-la-costituzione/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Angelo Lucarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Feb 2022 11:26:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Diritto]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[angelo lucarella]]></category>
		<category><![CDATA[assemblea costituente]]></category>
		<category><![CDATA[costituzione]]></category>
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		<category><![CDATA[meuccio ruini]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La prima adunanza plenaria dei Costituenti fu svolta di sabato mattina. Il presidente provvisorio Giovanni Porzio, già deputato nel Regno d’Italia, diede avvio ai lavori alle ore 10:15. Fu una seduta solenne, senza perdite di tempo. Il verbale è di poche pagine[1], ma significative. Un’altezza di pensiero non comune a cui si unisce lo spessore [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La prima adunanza plenaria dei Costituenti fu svolta di sabato mattina.</p>
<p>Il presidente provvisorio Giovanni Porzio, già deputato nel Regno d’Italia, diede avvio ai lavori alle ore 10:15.</p>
<p>Fu una seduta solenne, senza perdite di tempo. Il verbale è di poche pagine<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>, ma significative. Un’altezza di pensiero non comune a cui si unisce lo spessore della concezione del “lavoro”.</p>
<p>Quel termine lavoro che, concettualisticamente parlando, si andrà poi ad inserire nel famoso primo articolo della futura Carta fondamentale dell’Italia repubblicana.</p>
<p>Porzio fu assistito per i lavori da Nilde Jotti (la più giovane dei presenti). Un uomo e una donna quindi. Quasi un segno del destino che preludeva a quel principio di parità ed eguaglianza tanto caro alla dimensione democratica che si stava andando a costruire.</p>
<p>Aleggiava in quell’aula del sabato mattina un profumo di serietà unito alla sobrietà religiosamente percepibile tra i Costituenti della commissione (i famosi 75 membri).</p>
<p>Allora si procedette al voto.</p>
<p>Tra i votanti Moro, Einaudi, Pertini, Molè, Lina Merlin, ecc.</p>
<p>Meuccio Ruini diventò presidente; anch’egli ex deputato del Regno d’Italia.</p>
<p>Dagli atti dell’assemblea costituente di questo importante sabato mattina del 46 emerge il senso profondo del “tempo nel tempo”.</p>
<p>Gli italiani aspettavano una Costituzione e il Presidente Ruini ebbe a comprendere bene la funzione del lavoro, di quel lavoro, in quel momento storico.</p>
<p>“L’abnegazione e la dedizione ricostruiscono il Paese” era il <em>leitmotiv</em> alla base.</p>
<p>Nessun proclama, nessun discorso. Solo l’invito a lavorare.</p>
<p>Basti leggere il rapporto sommario della seduta: il <em>“Presidente non intende pronunciare un discorso d’insediamento, anche perché vuole con l’esempio mostrare che qui non si devono fare discorsi, ma soltanto osservazioni e proposte concrete”.</em></p>
<p>Certamente questo passaggio, calandoci idealmente per un attimo nell’atmosfera del tempo e del luogo, ci fa immaginare come chi stesse stenografando il verbale fosse tenuto a riassumere la centralità di ciò che si stesse dicendo.</p>
<p>Ecco che il “tempo nel tempo” renderebbe, perfettamente, il come ci fosse una sensibilità determinata tra i Costituenti: il senso del dovere verso il lavoro. Non il contrario (cioè il lavoro come elemento del dovere).</p>
<p>Fu così che Ruini decise, per l’elezione avvenuta, di non ringraziare alcuno dei Colleghi della commissione costituente sebbene ne avesse molta voglia.</p>
<p>Il motivo è così di spessore intellettuale ed umano che si può comprendere bene solo leggendo, esattamente, le parole sempre del verbale di quella mattina di sabato del 46.</p>
<p>Riporta la stenografia che il Presidente <em>“comprende che questo lavoro, non solo per lui ma per tutti implica assenza di vacanze. Lavorerà molto e l’unico impegno che prende è che farà lavorare molto anche i colleghi, perché per esaurire il lavoro non si hanno che tre mesi, in quanto entro il 20 ottobre dovrà esser preparato il progetto di Costituzione”. </em></p>
<p>È da qui che si coglie un ulteriore elemento di congiunzione tra l’alto senso di responsabilità e il dovere dell’esempio nell’accezione più intrisa di serietà possibile: il rispetto del lavoro nel tempo (a prescindere dalla data di scadenza) in cui occorre espletarlo.</p>
<p>Non a caso il Presidente Ruini non interviene con un discorso e con un ringraziamento, ma nell’auto-negarsi l’uno e l’altro indica la strada di una dimensione volta all’eguaglianza, all’impegno comune, alla laboriosità senza risparmio: rispettare la fiducia dei quasi 25 milioni di italiani giunti poco prima al voto Costituente<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a> era univocamente il diktat.</p>
<p>Cosa sarebbe successo se i Costituenti non avessero rispettato quanto emerso da quel famoso 2 giugno?</p>
<p>Ruini ebbe l’intuizione di non parlare, di non ringraziare. Proprio per dare un segnale forte pur nell’equilibrio, nella sobrietà, nell’estremo contegno. Con la sfida di unire tutti i Costituenti in un’opera ardua ma con il sentimento di ripagare, ben presto, la fiducia degli italiani, appunto, con il lavoro.</p>
<p>Già, la fiducia. Che termine stupendo. Etimologicamente (dal latino <em>fidere<a href="#_ftn3" name="_ftnref3"><strong>[3]</strong></a></em>) implica avere fede, credenza e speranza verso qualcuno.</p>
<p>La fiducia come si conquista d’altronde? Con il riconoscimento del valore.</p>
<p>Allora tornano forti e attuali le parole di un illustre manager italiano come Sergio Marchionne. Quando la Fiat era in grave perdita egli si chiedeva perché mai si andasse diffusamente in vacanza ad agosto esclamando <em>“in ferie da cosa<a href="#_ftn4" name="_ftnref4"><strong>[4]</strong></a>”</em>?</p>
<p>Dobbiamo far ripartire il Paese prima di tutto dall’abnegazione. Perciò serve Politica più che mai. E siamo tutti noi. Non serve additare i partiti.</p>
<p>Pensiamo alla sfida della ripartenza come ad una proiezione della ricostruzione del Paese.</p>
<p>Come se si dovesse fare per la prima volta la Costituzione perché<em> “se non vi si riuscisse, si darebbe un pessimo esempio”</em> ai cittadini e alle generazioni del futuro.</p>
<p>Ri-Costituiamo, allora, il valore del tempo del lavoro nel tempo del dovere.</p>
<p>Non è un proclama, ma la dignità della società sulle orme di quei giganti del 20 luglio 1946.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> <a href="http://legislature.camera.it/_dati/costituente/lavori/Commissione/sed001/sed001nc.pdf">http://legislature.camera.it/_dati/costituente/lavori/Commissione/sed001/sed001nc.pdf</a></p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> <a href="https://www.settantesimo.governo.it/it/approfondimenti/l-assemblea-costituente/">https://www.settantesimo.governo.it/it/approfondimenti/l-assemblea-costituente/</a></p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> <a href="https://www.etimo.it/?term=fiducia">https://www.etimo.it/?term=fiducia</a></p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> <a href="https://video.corriere.it/marchionne-mese-agosto-sono-tutti-ferie-ma-ferie-cosa/67611e54-9a13-11e8-b29e-fbb2c6c2bbaf">https://video.corriere.it/marchionne-mese-agosto-sono-tutti-ferie-ma-ferie-cosa/67611e54-9a13-11e8-b29e-fbb2c6c2bbaf</a></p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Angelo Lucarella" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2020/10/angelo-lucarella-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/angelo-lucarella/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Angelo Lucarella</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Avvocato, saggista, già vice presidente coord. della Commissione Giustizia del Ministero dello Sviluppo Economico.<br />
Delegato italiano (under 40) al G20 Amburgo 2022 industria, imprese e sviluppo economico organizzato da compagini industriali/imprese dei Paesi partecipanti con Ministero economia tedesco.</p>
<p>Docente aggiunto a.c. in Diritto tributario dell&#8217;impresa e Diritto processuale tributario &#8211; Dipartimento Economia, Management, Istituzioni presso l&#8217;Università degli studi di Napoli Federico II.<br />
Componente di cattedra in &#8220;Diritto e spazio pubblico&#8221; &#8211; Facoltà di Scienze Politiche presso Università degli studi internazionali di Roma.<br />
Componente del tavolo di esperti per gli studi sul “reddito universale” &#8211; Dipartimento di Scienze Politiche Università internazionale per la Pace dell&#8217;ONU (sede di Roma).<br />
Direttore del Dipartimento di studi politici, costituzionali e tributari &#8211; Università Federiciana popolare.</p>
<p>Consigliere della &#8220;Commissione Etica ed Affari Legali&#8221; in seno al Comitato tecnico legale della Federazione Italiana E-Sports.<br />
Componente del comitato scientifico della rivista @Filodiritto per l&#8217;area &#8220;socio-politica&#8221;.<br />
Founder di @COLTURAZIONE</p>
<p>Pubblicazioni principali:<br />
&#8211; &#8220;Opere edilizie su suolo privato e suolo pubblico. Sanzioni penali e profili costituzionali&#8221; (Altalex editore, 2016);<br />
&#8211; &#8220;I sistemi elettorali in Italia: profili evolutivi e critici&#8221; (Pubblicazioni Italiane, 2018 &#8211; testo in collettanea);<br />
&#8211; &#8220;L&#8217;inedito politico costituzionale del contratto di governo&#8221; (Aracne editrice, 2019);<br />
&#8211; &#8220;Dal contratto di governo al governo da contatto&#8221; (Aracne editrice, 2020);<br />
&#8211; &#8220;Nessuno può definirci. A futura memoria (il tempo del coraggio). Analisi e riflessioni giuridiche sul D.d.l. Zan&#8221; (Aracne editrice, 2021 &#8211; testo coautoriale);<br />
&#8211; &#8220;Amore e Politica. Discorso sulla Costituzione e sulla Dignità dell&#8217;Uomo&#8221; (Aracne editrice, 2021);<br />
&#8211; &#8220;Draghi Vademecum. La fine del governo da contatto. Le sfide del Paese tra dinamiche politiche e districamenti sul fronte costituzionale&#8221; (Aracne editrice, 2022).</p>
<p>Ultima ricerca scientifica &#8211; &#8220;La guerra nella Costituzione ucraina&#8221; &#8211; pubblicata su Alexis del GEODI (Centro di ricerca di Geopolitica e Diritto Comparato dell&#8217;Università degli studi internazionali di Roma).</p>
<p>Scrive in borderò per Italia Oggi e La Ragione ed è autore su La Voce di New York (columnist), Il Riformista, Affari italiani (editoriali), Formiche, Il Sole 24 Ore, Filodiritto (curatore della rubrica Mondovisione), Cercasi un Fine e sul blog di Fondazione Luigi Einaudi.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/20-luglio-1946-il-sabato-dellesempio-agli-italiani-quella-politica-che-partori-la-costituzione/">20 luglio 1946: il sabato dell’esempio agli italiani. Quella Politica che partorì la Costituzione.</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>Lo statista ed il filosofo in dialogo: un confronto tra Luigi Einaudi e Benedetto Croce intorno al problema del liberismo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Simone Santamato]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Jan 2022 09:42:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[benedetto croce]]></category>
		<category><![CDATA[Liberalismo]]></category>
		<category><![CDATA[liberismo]]></category>
		<category><![CDATA[libertà]]></category>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Luigi Einaudi e Benedetto Croce sono, rinomatamente, due dei più influenti intellettuali del secolo scorso per quanto concerne il panorama politico – e non solo, Italiano: il pensiero e l’attività politica del primo, e le dottrine filosofico-politiche del secondo, hanno accompagnato l’andamento dell’Italia in modo ponderato, ed intellettualmente effervescente. Non stupisce minimamente, pertanto, come tra i due intellettuali si fosse creata un’apertura al dialogo che, per quanto spesse volte li ponesse in posizioni discordanti, portasse a conclusioni incredibilmente prolifiche per quello che fosse l’orizzonte politico italico: audaci sostenitori del valore della libertà nel contesto socio-individuale, ambedue riflettono alacremente, pervenendo a conclusioni dal grande acume, intorno alla fondatezza della libertà in quanto tale. Più specificatamente, le analisi ruotavano intorno alle modalità con le quali avrebbe dovuto esplicitarsi la libertà e, ancora aprioristicamente, se vi fossero delle modalità – dato che già pensarle avrebbe poi limitato la stessa significazione e potenza del valore. Le due posizioni, dalle premesse accostabili, ma dagli sviluppi incredibilmente repellentesi, si sviluppano attraverso vari scritti sempre inerenti il modo dell’umano nella libertà: dov’è, dapprima, la libertà, dove debba scovarsi – ed infine come debba socialmente strutturarsi affinché, pur mantenendo la sua potenza semantica, non porti a regolamentazioni di fatto coercitive.</p>
<p>Se volessimo sintetizzare brevemente quella che sia la più grande differenza intercorrente tra il pensiero di Croce ed Einaudi in poche parole, bisognerebbe, in realtà, dapprima contestualizzare adeguatamente una particolarità lessicologica tutta Italiana: nel nostro linguaggio concettuale, abbiamo due termini che, della libertà in senso assoluto, identificano due aspetti particolari e dall’equivoca co-implicazione – “liberalismo” e “liberismo”. Convenzionalmente, i due termini vengono utilizzati quando, rispettivamente, si vuole o intendere la libertà come valore meramente coscienziale, individuale, morale, oppure come avente più a che vedere con un’economia che possa fondarsi su un mercato, un commercio completamente libero dalle regolamentazioni imposte al mercato dallo stato di appartenenza. Quanto risulta più interessante, è che la differenziazione lessicale presente nella lingua Italiana sia inaspettatamente assente in tutte le altre lingue: può sicuramente parlarsi di libertà di mercato in Francia ed Inghilterra, così come in qualsiasi altra parte del mondo linguistico, eppure, si faticherà a rinvenirsi un correlativo duale simile a quello prettamente Italiano. Di fatto un’anomalia, è ciononostante quanto sostanzia gli asti intellettuali intercorrenti tra le figure di Einaudi e Croce: laddove per quest’ultimo il binarismo lessicale tra liberalismo e liberismo permette di ben separare i contesti morali da quelli freddamente economici, per il primo, nella pur riconoscenza del valore della separazione, si tenta un avvicinamento essenziale delle due parti nella misura in cui non può prospettarsi alcuna forma di libertà economica senza una visione moralmente importante. Nonostante, infatti, i presupposti concettuali dello statista e del filosofo siano sostanzialmente adiacenti ed aderenti gli uni agli altri, la grande difficoltà nel loro avvicinamento completo si radica tutta intorno alla problematicità del dovere inerire o meno la moralità alla sfera dell’economia – e quindi il liberalismo al liberismo (o viceversa).</p>
<p>Affinché questa lontananza possa risultarci maggiormente chiara e contestuale soprattutto rispetto a quelle che fossero le infrastrutture culturali di Einaudi e Croce, è doveroso dire come l’apparente gerarchia tra economia e moralità individuale che viene a conseguirsi dalla dottrina di Croce è figlia di un’aderenza ed al contempo un rifiuto da parte di questi della matrice idealistica alla quale comunque va rifacendosi: l’hegelismo fortemente presente nella dottrina di Croce, induce lapalissianamente quest’ultimo a visionare la realtà attraverso le categorie tipiche dell’idealismo hegeliano. La considerazione per la quale il liberismo non sia necessario perché possa aversi un liberalismo completo deriva, pertanto, dal modo d’intendere tipicamente idealista, per il quale l’economia e la concretezza del commercio non avrebbero necessitato di avere, di per sé, una morale che dovesse auto-fondarli, in quanto avrebbero dovuto loro stessi rifarsi a precetti di per sé assolutamente sussistenti. Croce – ed in questo si struttura la più coriacea delle linee di demarcazione che avrebbero potuto separare l’idealismo hegeliano da quello crociano –, però, seppure riporti la storia ed il suo sviluppo ad uno spirito che ricerca sé, non ritiene che, diversamente da come hegelianamente era ritenuto essere astuto, si serva degli uomini e della loro apparente libertà per trovarsi e realizzarsi in-sé; egli, viceversa, ritiene che sia proprio dello spirito il fatto di essere libero – e quindi che sia congenito alla storia il fatto di svilupparsi attraverso una narrazione assolutamente libera. La storia, pertanto, nel senso crociano, non sarà il campo di posizionamento, estrinsecazione e ritorno in sé di uno spirito antagonista e burattinaio; sarà, invece, il luogo di costruzione dinamico, vivo, vitale, diveniente, rigoglioso della libertà assoluta. La spirito è storia della Libertà.</p>
<p>Stando così le cose, non ci appare difficile comprendere come, nella realizzazione dello spirito, e nel concepire la Libertà come una forma di religione dell’assoluto, Croce aborrisca quelle che siano le istanze economicistiche nel loro prospetto morale: queste, devono sottostare a dei più aulici princìpi morali dettati loro da figure più coincidenti con la speculazione dell’assoluto. Consequenzialmente, ad una forma politica di liberalismo non dovrà necessariamente corrispondere una economia di tipo liberista: può ipoteticamente corrispondere, al liberalismo, una regolamentazione economica paradossalmente protezionistica, fintantoché è la moralità individuale a corrispondere con la Libertà dell’assoluto.</p>
<p>Un economista come Einaudi mai avrebbe potuto condividere le posizioni di Croce nella misura in cui, dall’alto comunque anche del suo ruolo politico e di sovrintendente di una nazione, era necessario che, nell’ordinamento socio-politico, si creasse un’armonizzazione tra la sfera più puramente morale dell’individualità, e quella più economicamente interessante il liberismo: un’economia libera passa attraverso una moralità che si conferma nell’economia stessa e che, aulica nel suo concetto di sé stessa, si rifletta nella sfera dell’individualità inscriventesi nel campo del socialmente collettivo. L’economia, per Einaudi, non è solamente il campo della mercanzia, della compravendita, del guadagno e della perdita del profitto, della scommessa: l’uomo è, per Luigi Einaudi, esplicitante la sua umanità libera anche nella dimensione economica e, proprio per questo, un uomo buono – un uomo libero – è necessariamente un uomo economicamente posizionato. L’economia, rispetto all’umano, dunque, non si pone né a-priori – come il marxismo ha sommessamente tentato, facendo di quella la struttura portante questa o quella possibilità dell’umano – e né a-posteriori: l’umano è umano anche nell’economia e questa, al pari della poesia, della filosofia, della letteratura, parla il linguaggio dell’umanità. L’uomo libero è, nel pensiero economico-liberale di Einaudi, economico. In questo modo, come Sergio Romano scrive nella sua prefazione ad un testo pubblicato dal Corriere della Sera per conto di RCS Quotidiani S.p.A. (Milano, 2011), <em>Liberismo e liberalismo</em>, raccogliente alcuni scritti di Croce ed Einaudi, quest’ultimo «ha avuto il merito di ricordare che nella libertà economica vi sono princìpi e virtù morali: il coraggio d’intraprendere, la voglia di un meritato successo, l’assunzione di responsabilità pubbliche, il desiderio di battere il concorrente in un campo da gioco in cui una delle due squadre non debba giocare in salita o avere il sole negli occhi, la necessità di riconoscere il merito là dove si manifesta, indipendentemente dai collegamenti sociali, dalle protezioni politiche o dal colore della pelle» (p.9). Attraverso la riflessione di Einaudi, l’uomo, affrancato dall’economia e dalle leggi non necessariamente morali del mercato in Croce, e frammentato nelle sue possibilità per questo, riacquista una sua interezza armoniosa e si ricontestualizza nel mondo con una consapevolezza di sé che massimamente possa esprimere la libertà poiché adeguatamente concepita, e non fideisticamente, estaticamente contemplata nel suo assoluto, evanescente ed idealista prospetto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Bibliografia essenziale di riferimento </em></p>
<p>Croce, <em>La religione della libertà. Antologia degli scritti politici</em>, a cura di G. Cotroneo, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2002<br />
B. Croce, <em>Filosofia, poesia, storia</em>, a cura di G. Galasso, Adelphi, Milano, 1996<br />
B. Croce, <em>La mia filosofia</em>, a cura di G. Galasso, Adelphi, Milano, 1993<br />
L. Einaudi, <em>Il buongoverno. Saggi di economia e politica</em>, a cura di E. Rossi, Laterza, Bari, 2012<br />
L. Einaudi, <em>Scritti economici, storici e civili</em>, a cura di R. Romano, Mondadori, Milano, 1983</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Simone Santamato" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2022/06/simone-santamato.jpeg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/simone-santamato/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Simone Santamato</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Nato nel 2001, attualmente studente presso la facoltà di Filosofia dell’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”; si è occupato già di Filosofia presso numerose riviste e blog. Spiccano, tra le varie, le collaborazioni con “Gazzetta Filosofica”, “Filosofia in Movimento”, “Ereticamente — Sapienza” e “Pensiero Filosofico”. È stato membro della redazione della rivista “Intellettuale Dissidente”; ivi, si è occupato dell’etichetta “Filosofia”. Ha anche pubblicato per il blog “Sentieri della Ragione” e, sulla sua pagina Facebook (“Sentieri della Filosofia”), è stato relatore, con la direttrice, di due webinar aventi riscosso soddisfacente successo. Saltuariamente, pubblica i suoi contributi sulla piattaforma accademica “Academia.edu”; qui, questi hanno ricevuto — in totale — quasi una decina di migliaia di letture. Ha collaborato con l’editorial board di “Pillole di Ottimismo”, dando, della complessa e poliedrica questione pandemica, una contestualizzazione filosofica. Ha tenuto convegni di Filosofia locali presso la sua città d’origine, Bitonto — in collaborazione con la testata giornalistica del luogo, dal titolo “La Persistenza Filosofica”. Occasionalmente, pubblica anche per il blog di psicologia Italiano, “Psiche.org”. È stato membro della redazione, occupato nell’etichetta “Filosofia”, della rivista — ormai inattiva, “nuovoumanesimo.eu”. Infine, è stato chiamato a presentare un lavoro sul testo “Mobilitazione Totale” di M. Ferraris in occasione dell’evento “Summer School di Filosofia Teoretica” (2019) intitolantesi “Pensare il Futuro/Pensare al Futuro” tenutosi in Bitonto — al quale dibattito (oltre alla presenza dell’autore) ha partecipato il filosofo B. Stiegler.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div><div class="saboxplugin-socials sabox-colored"><a title="Facebook" target="_self" href="https://www.facebook.com/profile.php?id=100014940584565" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-color"><svg class="sab-facebook" viewBox="0 0 500 500.7" xml:space="preserve" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><rect class="st0" x="-.3" y=".3" width="500" height="500" fill="#3b5998" /><polygon class="st1" points="499.7 292.6 499.7 500.3 331.4 500.3 219.8 388.7 221.6 385.3 223.7 308.6 178.3 264.9 219.7 233.9 249.7 138.6 321.1 113.9" /><path class="st2" d="M219.8,388.7V264.9h-41.5v-49.2h41.5V177c0-42.1,25.7-65,63.3-65c18,0,33.5,1.4,38,1.9v44H295  c-20.4,0-24.4,9.7-24.4,24v33.9h46.1l-6.3,49.2h-39.8v123.8" /></svg></span></a><a title="Twitter" target="_self" href="https://twitter.com/SimoneSantamat1" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-color"><svg class="sab-twitter" id="Layer_1" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" viewBox="0 0 24 24">
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</svg></span></a></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/lo-statista-ed-il-filosofo-in-dialogo-un-confronto-tra-luigi-einaudi-e-benedetto-croce-intorno-al-problema-del-liberismo/">Lo statista ed il filosofo in dialogo: un confronto tra Luigi Einaudi e Benedetto Croce intorno al problema del liberismo</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>Economia di mercato e giustizia sociale nel liberalismo di Luigi Einaudi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Elio Cappuccio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Sep 2021 15:05:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[benedetto croce]]></category>
		<category><![CDATA[elio cappuccio]]></category>
		<category><![CDATA[Ludwig Erhard]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le osservazioni di Luigi Einaudi, durante i lavori dell’Assemblea costituente, sul secondo e sul terzo comma del futuro art. 41 della Costituzione, esprimono pienamente la sua visione del rapporto tra economia e società. Il testo, poi approvato, del secondo comma, definisce i confini dell’iniziativa privata, che “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale, o [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Le osservazioni di Luigi Einaudi, durante i lavori dell’Assemblea costituente, sul secondo e sul terzo comma del futuro art. 41 della Costituzione, esprimono pienamente la sua visione del rapporto tra economia e società. Il testo, poi approvato, del secondo comma, definisce i confini dell’iniziativa privata, che “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale, o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”. Il terzo comma dello stesso articolo affida alla legge il compito di determinare “i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica, privata e pubblica, possa essere indirizzata a fini sociali”. Se risultava del tutto evidente che l’attività economica non dovesse in alcun modo compromettere la sicurezza, la libertà e la dignità delle persone, non appariva affatto chiaro a Einaudi cosa dovesse esattamente intendersi con “utilità sociale” e “fini sociali”, trattandosi di concetti che avrebbero potuto essere declinati in maniera diversa a seconda degli orientamenti politici prevalenti. Alla luce di quanto è poi accaduto, il suo timore che tutto ciò potesse dare   all’economia un’impronta dirigistica era assolutamente comprensibile.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>A tal proposito, in una delle sue <em>Prediche della domenica</em>, scriveva che la decisione dello stato di divenire imprenditore dovrebbe presupporre che gli uomini politici possiedano una “capacità inventiva economica” tale da consentir loro di privilegiare gli investimenti efficaci sulle scelte sterili o clientelari. A questo punto si chiedeva se fosse più capace di “inventare”, il privato, che rischia personalmente, o l’uomo pubblico, “che investe il denaro dei contribuenti”. Riteneva allora necessario distinguere il ruolo della politica, cui attribuiva il compito “di costruire la cornice” dell’azione economica, dal concreto operare di agricoltori, industriali e commercianti, che garantiscono lo sviluppo della società.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In ambito economico, scriveva, il primo comandamento è lo stesso che si impone sul piano spirituale. Se dunque non si può limitare la predicazione di una fede religiosa che rispetti i principi costituzionali, non si può, d’altra parte, riconoscere alcun privilegio economico “a danno della uguale libertà di tutti di lavorare, di intraprendere, di risparmiare”. E’ una “grossolana fola” considerare i liberali come i fautori dello stato assente e Adam Smith come il teorico del <em>lasciar fare</em> e del <em>lasciar passare</em>, o sostenere che il socialismo, in tutte le sue espressioni, voglia affidare allo stato la piena gestione dei mezzi di produzione. Liberali e socialisti, scrive Einaudi, sono concordi nel promuovere l’intervento dello stato, ma se “l’uomo liberale vuole porre le norme, osservando le quali risparmiatori, proprietari, imprenditori, lavoratori possono liberamente operare […] l’uomo socialista vuole soprattutto dare un indirizzo”. Se il liberale traccia i limiti, il socialista indica e ordina le maniere dell’agire economico.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Einaudi precisa, al tempo stesso, che la distinzione non è poi così categorica, potendo anche accadere che “il liberale in certi casi ordini e diriga ed il socialista consenta a chi operi di muoversi liberamente a suo talento”. Avversava il socialismo scientifico e il collettivismo russo, “in quanto schemi di organizzazione” rigida della società e apprezzava invece quel che chiamava il socialismo sentimento, “che ha fatto alzare la testa agli operai del Biellese e del porto di Genova”. Il suo “scetticismo invincibile” verso ogni soluzione paternalistica calata dall’alto, lo avvicinava a questa forma di socialismo, in cui coglieva “gli sforzi di coloro i quali vogliono elevarsi da sé e in questo sforzo, lottano, cadono, si rialzano, imparando a proprie spese a vincere e a perfezionarsi”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E’ noto che Benedetto Croce aveva sostenuto, coerentemente con la sua distinzione tra l’etico liberalismo e l’economico liberismo, che “l’idea liberale può avere un legame contingente e transitorio, ma non ha nessun legame necessario e perpetuo, con la proprietà privata della terra e delle industrie”. Nel difendere la libertà in ogni sua declinazione, Einaudi non mancò di rilevare come, per lo stesso Croce, l’affermazione morale della libertà non avrebbe potuto attuarsi pienamente in mancanza dei mezzi idonei e, tra tali mezzi, la libertà economica non poteva passare in secondo piano.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Quando il filosofo dice che la libertà morale è compatibile con qualunque ordinamento economico, “dice il vero per gli eroi, per i pensatori e per gli anacoreti”, scrive Einaudi. Il modello potrà allora essere rappresentato da Spinoza, che “sfaccettando brillanti, crea in se stesso un mondo spirituale e liberamente pensa e lega il mondo al suo pensiero”. Questa affermazione diviene però “una sentenza terribile per un’umanità composta di poveri esseri”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un pensatore può sentirsi libero anche in condizioni di schiavitù. Un operaio comunista può  considerarsi libero perché ha contribuito a dar vita ad un modello politico nel quale pienamente si riconosce, “ma pensatore ed operaio comunista diventano tiranni quando, dopo aver conquistata per sé la libertà, vogliono impedire ad altri, che non sente la gioia del pensare e del lavorare allo stesso modo, di seguire la propria via”.</p>
<p>Secondo Einaudi, le minacce alla piena espressione della libertà non sono però rappresentate solo dal bolscevismo, in quanto comunismo e capitalismo monopolistico tendono, in maniera diversa, a omologare le azioni umane e a “distruggere la gioia di vivere, che è gioia di creare”. La libertà di cui parla Einaudi non vuole essere quella che troviamo anche nelle galere, nei campi di concentramento o “fra gli eroi e i martiri; ma è la libertà pratica dell’uomo comune”. Vi sono due estremi, scrive, nei quali risulta difficile che la libertà possa esprimersi, e sono rappresentati dal monopolio privato e dal collettivismo. Entrambi, a suo avviso, “sono fatali alla libertà”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ecco perché, per Einaudi, dall’ipotesi astratta del liberismo si può passare alla “formulazione precettistica” solo quando ci si trovi dinnanzi a un problema concreto, rispetto al quale un economista ”non può essere mai né liberista, né interventista, né socialista ad ogni costo”. Un fautore dell’economia di mercato può allora proibire il lavoro notturno, o proporre il controllo delle ferrovie da parte dello stato, ritenendo dannoso il monopolio privato dei mezzi di trasporto. E’ però un imperativo morale, prima che economico, <em>non creare lavoro inutile</em>, per citare il titolo di una sua<em> Predica della domenica</em>. Che cosa produssero, si chiedeva, “le buche fatte scavare e subito fatte colmare durante la Rivoluzione francese del 1848 allo scopo di dar lavoro ai disoccupati parigini?”. Creare lavoro è dunque un puro mezzo, che diviene degno di lode solo “se lo strumento è conforme al fine vero dell’elevazione morale e materiale dell’uomo”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nel citare il celebre passo smithiano de <em>La ricchezza delle nazioni</em>, in cui il filosofo ed economista scozzese scrive che, perseguendo il proprio interesse, l’individuo è condotto, da una <em>mano invisibile</em>, verso un beneficio collettivo in modo del tutto inintenzionale, commenta che non mancano, nello stesso testo, i punti in cui si insiste sui contrasti che insorgono fra le classi come fra i singoli. La <em>mano invisibile</em>, scrive Einaudi, è una metafora, ricorda la “divina provvidenza” o la “natura”. Ha dunque un valore storico e la scienza economica, che è derivata da Adam Smith, “non ha nulla a che fare con la concezione religiosa del liberismo”. Il liberalismo tradizionale “classico, liberista”, precisava Einaudi, può esser considerato come una “invenzione” di dirigisti e socialisti, perché nessuno dei grandi classici è mai stato liberista “nel significato caricaturale dei denigratori”. Lo dimostra il fatto, sottolinea, che Smith fu favorevole alla protezione della marina mercantile, Ricardo propose la banca di emissione di stato e Mill, per la sua attenzione alla giustizia sociale, fu considerato socialista.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>A questo riguardo, Einaudi avvertiva l’esigenza di chiarire il concetto di “economia sociale di mercato”, utilizzato da Ludwig Erhard per definire la politica economica adottata in Germania dal governo Adenauer. Quanti avevano in odio il termine “liberale”, scriveva, si appigliavano al “sociale” per dimostrare che in Germania ci si stava orientando verso un superamento del liberalismo, in direzione socialista. Non era affatto così, secondo Einaudi, dal momento che la politica di mercato diviene sociale solo grazie alla concorrenza e alla limitazione dei monopoli. Si favorisce, in questo modo, “una socializzazione del progresso e del guadagno”, stimolando, al tempo stesso, lo spirito di iniziativa individuale. Siccome i politici si contentano dell’aggettivo “sociale”, commentava ironicamente, Erhard “volentieri indulge all’innocuo vezzo linguistico”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In Einaudi i singoli non sono mai concepiti in termini monadici e lo stato “non è una mera società per azioni”. Non si può concepire, egli scrive, che l’uomo, nello stato, resti “una astrazione”. Non sappiamo cosa siano, scriveva, i “Robinson Crusoe viventi in un’isola deserta”, in quanto “la <em>società </em>o <em>collettività</em> non è un che di distinto dagli uomini che la compongono”, i quali, associandosi, divengono “uomini veri”. Non deriva da ciò una condizione irenica. I rapporti sociali sono infatti costitutivamente conflittuali, perché, scrive Einaudi, “solo nella lotta, solo in un perenne tentare e sperimentare, solo attraverso vittorie e insuccessi, una società, una nazione prospera”. Quanti, in questo confronto continuo, dicono “Io so”, “Questa è la verità”, ritenendosi depositari di un sapere superiore, non comprendono che noi non conosciamo, ma cerchiamo la verità, “non siamo mai sicuri di possederla e torneremo ogni giorno a ricercarla, sempre insoddisfatti e sempre curiosi”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>A questa concezione della società si oppone l’ideologia, che ha assunto varie forme, dal nazifascismo allo stalinismo, e può ripresentarsi nell’aspetto più rassicurante dello stato-balia. In un mondo retto dall’ideologia, “il tiranno conosce e, conoscendola, afferma la verità, la verità vera, quella verità a cui tutti devono rendere omaggio”. Il tiranno potrà anche garantire sicurezza e limitare le diseguaglianze, sostituire gli imprenditori con i burocrati, trasformare gli artisti in edificanti “ingegneri delle anime”, per usare un’espressione attribuita a Stalin, ma “la sua non può non essere se non una tirannia, livida e lurida tirannia, destinata -commenta Einaudi- alla lunga alla morte del pensiero ed alla rovina della società intera”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nel 1923 Piero Gobetti gli chiese di raccogliere gli scritti che aveva pubblicato dal 1897 sui problemi del lavoro. In <em>La bellezza della lotta</em>, che apre Le<em> lotte del lavoro</em>, del 1924, Einaudi prende radicalmente le distanze rispetto al collettivismo socialista e al corporativismo fascista. L’equilibrio ottenuto attraverso discussioni e lotte è preferibile, scrive, “a quello imposto da una forza esteriore”. Per conservarlo è infatti necessario che “sia minacciato ad ogni istante di non durare”. Einaudi avrebbe potuto condividere con Karl Popper la tensione utopica verso una “libertà uguale”, ma, con il suo “scetticismo invincibile”, avrebbe anche ammesso, con lui, che tutto ciò non è nient’altro che un sogno meraviglioso, perché la libertà è più importante dell’uguaglianza. Quando infatti si perde la libertà, ha scritto Popper, con parole che potrebbero essere dello stesso Einaudi, “tra non liberi, non c’è neppure l’uguaglianza”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Testi citati</p>
<p>Einaudi, <em>Questo terzo titolo</em>, in Id., <em>In lode del profitto e altri scritti</em>, a cura di A. Giordano, IBL Libri, Torino, 2011.</p>
<p>Id., <em>Lo stato “imprenditore” e il Mezzogiorno</em>, in <em>Prediche della domenica</em>, Einaudi, Torino, 1987.</p>
<p>Id., <em>Liberalismo e socialismo</em>, in <em>Prediche inutili</em>, Einaudi, Torino, 1962.</p>
<p>Id., <em>Dell’anacoretismo economico</em>, in B. Croce-L. Einaudi, <em>Liberalismo e liberismo</em>, Riccardo Ricciardi Editore, Milano-Napoli, 1957.</p>
<p>Id., <em>Chi vuole la libertà</em>, in <em>Il Buongoverno</em>, Laterza, Bari, 1955.</p>
<p>Id., <em>Non creare lavoro inutile</em>, in <em>Prediche</em> <em>della domenica</em> &#8230;</p>
<p>Id., <em>Concludendo</em>, in <em>Prediche inutili </em>&#8230;</p>
<p>Id., <em>Ipotesi astratte e ipotesi storiche e dei giudizi di valore nelle scienze economiche</em>, in <em>Scritti economici, storici e civili</em>, a cura di R. Romano, Mondadori, Milano, 1996.</p>
<p>Id., <em>È un semplice riempitivo</em>, in <em>Prediche inutili</em> &#8230;</p>
<p>Id., <em>Il compito degli universitari</em>, in <em>Prediche inutili</em>…</p>
<p>Id., <em>In lode del profitto</em>, in <em>Prediche</em> <em>inutili</em>…</p>
<p>Id., <em>La bellezza della lotta</em>, in <em>Le lotte del lavoro</em>, Einaudi, Torino,1972.</p>
<p>Popper, <em>La ricerca non ha fine. Autobiografia intellettuale</em>, Armando Editore, Roma, 2002.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Elio Cappuccio" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2022/10/elio-cappuccio.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/elio-cappuccio/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Elio Cappuccio</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>È presidente del Collegio Siciliano di Filosofia. Insegna Storia della filosofia moderna e contemporanea presso l’Istituto superiore di scienze religiose San Metodio. Già vice direttore della Rivista d’arte contemporanea Tema Celeste, è autore di articoli e saggi critici in volumi monografici pubblicati da Skira e da Rizzoli NY. Collabora con il quotidiano Domani e con il Blog della Fondazione Luigi Einaudi.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/economia-di-mercato-e-giustizia-sociale-nel-liberalismo-di-luigi-einaudi/">Economia di mercato e giustizia sociale nel liberalismo di Luigi Einaudi</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>Einaudi e le buone pratiche da insegnare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Pileggi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Sep 2021 16:28:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Diritto]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
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<p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/einaudi-e-le-buone-pratiche-da-insegnare/">Einaudi e le buone pratiche da insegnare</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Articolo pubblicato dalla Rivista trimestrale di Culturale Liberale &#8220;Libro Aperto,  n. 106, Luglio/Settembre 2021</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Lo studio della Costituzione in Italia è abbastanza agevole quando venga praticato attraverso la lettura del testo originale elaborato e votato dai Padri e dalle Madri costituenti.</p>
<p>Ciò perché le norme costituzionali, prima dell’approvazione definitiva, sono state attentamente esaminate da esperti linguisti per renderle facilmente comprensibili a tutti. Non c’è la necessità di avere a disposizione dei giuristi per comprendere la Legge delle leggi. Specialmente nelle parti in cui siano fissati i principi fondamentali il cui insegnamento risulta particolarmente efficace se accompagnato dalla narrazione di buone pratiche e di comportamenti esemplari da parte dei vertici delle istituzioni.</p>
<p>Di recente, per rispondere all’esigenza di richiamare i valori dell’etica pubblica e in special modo il valore dell’etica della responsabilità, è stata messa in pratica una singolare “conversazione” sulla Costituzione incominciata con la lettura delle ultime due righe della Carta e, subito dopo, con la lettura del messaggio di Luigi Einaudi appena eletto Presidente della Repubblica nel maggio del 1948, quando era già entrata in vigore la Costituzione.</p>
<p>Ciò per rendere chiari i vincoli che legano tutti i cittadini all’impianto normativo che anima la Costituzione. Questi vincoli sono espressamente esposti non solo nelle ultime due righe della Carta, ma anche in altri articoli, com’è il caso degli articoli 54 e 91.</p>
<p>Attraverso la doppia lettura incentrata su normative costituzionali e su esemplari comportamenti riferibili alle stesse normative, si dà l’avvio a riflessioni improntate alla conoscenza della natura e del contenuto della Costituzione, di verità storiche, di autorevolezza delle personalità citate, di genuina e credibile passione politica.</p>
<p>Verità, credibilità e passione politica sono quanto mai necessarie perché stiamo vivendo tempi nei quali è messa in discussione la condotta scarsamente, se non per nulla affidabile di decisori politici, di partiti politici e delle stesse istituzioni democratiche.</p>
<p>Questo approccio tende a dare risposte all’esigenza di accompagnare l’astrattezza delle formule giuridiche con esempi concreti di esperienze nelle quali la credibilità sia esemplare e, quindi, assuma il significato pedagogico delle buone pratiche.</p>
<p>D’altronde il diritto costituzionale e gli insegnamenti della storia hanno un fondamentale valore pedagogico e sono determinanti per la buona o cattiva convivenza in una società.</p>
<p><strong>Alcune esperienze didattiche</strong></p>
<p>Varie sono le esperienze didattiche nello studio della Costituzione.</p>
<p>Don Milani, che fra i suoi meriti ha anche quello di aver praticato il metodo della <em>“peer education”, </em>esponeva nella sua scuola di Barbiana alcuni articoli della Costituzione nei quali fossero presenti valori, principi, diritti e indicazioni di natura storica o programmatica. Ciò allo scopo di far leva su un dialogo educativo idoneo a preparare i giovani alla cittadinanza consapevole e attiva.</p>
<p>Il grande Maestro Mario Lodi svolgeva il suo insegnamento traducendo il linguaggio giuridico della Carta costituzionale in un lessico accessibile ai bambini delle scuole elementari con gli stessi scopi educativi perseguiti nella scuola di Barbiana.</p>
<p>Luciano Corradini ha da sempre posto la Costituzione al centro del suo pensiero pedagogico tracciando percorsi didattici aventi l’obiettivo di costruire la cittadinanza attiva e ricordando, come un mantra, il famoso ordine del giorno Moro approvato all’unanimità dall’Assemblea Costituente l’11 dicembre 1947 per chiedere <em>“che la nuova Carta Costituzionale trovi senza indugio adeguato posto nel quadro didattico della scuola di ogni ordine e grado, al fine di rendere consapevole la giovane generazione delle conquiste morali e sociali che costituiscono ormai sacro retaggio del popolo italiano.”</em></p>
<p>Poiché non è stato dato in modo compiuto il seguito dovuto a quanto deliberato dall’Assemblea Costituente, oso affermare che l’ordine del giorno Moro dovrebbe essere un manifesto affisso in tutte le scuole italiane e nel Palazzo della Minerva di Viale Trastevere a Roma, dove è ubicato il Ministero della Pubblica Istruzione. Specialmente da quando le cronache politiche fanno sapere, in tempi di pandemia da Corona virus, l’esistenza dell’intenzione, da parte di alcuni decisori politici, di abbassare il diritto di voto ai sedicenni.</p>
<p>Colgo l’occasione per ricordare un fatto poco pubblicizzato dai media, ma molto importante. Nel 2006, in occasione del sessantesimo anniversario della Repubblica Italiana e a sessant’anni dall’inizio dei lavori dell’Assemblea Costituente, è stato assegnato il premio Strega speciale alla Costituzione italiana come <em>“sorgente viva e preziosa per rendere l’intero tessuto sociale e istituzionale conforme ai principi fondamentali che essa enunzia.”</em> Nella motivazione del premio si legge che <em>“la nitidezza di tali principi, rara in testi normativi, è, come sappiamo, frutto anche di un’alta tensione espressiva. Una tensione non fine a se stessa: essa ha consentito e consente alla Carta di parlare per tutte e a tutte le coscienze, come sanno fare le opere più alte della nostra letteratura.”</em></p>
<p><strong>Le ultime due righe della Costituzione e gli articoli 54 e 91</strong></p>
<p>Le ultime due righe della nostra Carta affermano chiaramente che: <em>“La Costituzione dovrà essere fedelmente osservata come Legge fondamentale della Repubblica da tutti i cittadini e dagli organi dello Stato.” </em>Cittadini e organi dello Stato pari sono nel vincolo di osservare “fedelmente” la Costituzione. L’avverbio “fedelmente”, di questa formula, assume una portata più ampia e più vincolante in altre norme.</p>
<p>Infatti l’ultimo articolo (art. 54) della prima parte della Costituzione, quella dedicata ai <em>“Diritti e doveri dei cittadini”</em>, va oltre al dovere “generico” della fedeltà e aggiunge doveri specifici per chiunque sia incaricato di funzioni pubbliche. Così recita: <em>“Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservare la Costituzione e le leggi. I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge.”</em></p>
<p>La locuzione <em>“sono affidate funzioni pubbliche” </em>ci dice chiaramente che alla base dello svolgimento di una pubblica funzione c’è un affidamento. L’affidamento, secondo le regole che l’ordinamento costituzionale prevede, è un conferimento di fiducia soggetta anche al giudizio o al ritiro della medesima fiducia da parte del titolare della sovranità, che in ultima istanza appartiene al popolo. L’affidamento non è una corona imperiale che Napoleone si mette in testa da se medesimo in virtù della forza delle armi e delle sue truppe; non è un lascito ereditario o un rapporto nepotistico o clientelare; non è una attribuzione di potere di tipo feudale o dinastico. L’affidamento è, invece, generato all’interno di regole che, fin dall’art. 1 della Costituzione, considerano la sovranità appartenente al Popolo.</p>
<p>Nella parte seconda della Costituzione, dedicata all’ordinamento della Repubblica, l’articolo 91 prevede che <em>“Il Presidente della Repubblica, prima di assumere le sue funzioni, presta giuramento di fedeltà alla Repubblica e di osservanza della costituzione dinanzi al Parlamento in seduta comune.”</em></p>
<p>L’avverbio <em>“fedelmente”</em>, l’aggettivo plurale <em>“fedeli” </em>e il sostantivo <em>“fedeltà”,</em> richiamati nelle varie  norme della Costituzione, sono intrecciati con i due sostantivi <em>“disciplina” ed “onore”</em>. C’è, in questo intreccio, la bussola dell’etica della responsabilità indispensabile e inderogabile per orientare i comportamenti di chiunque sia preposto a svolgere una pubblica funzione.</p>
<p>Le parole non sono foglie morte al vento. Sono semi che germogliano se non cadono sulla nuda roccia, ma in un terreno fertile. Il fecondo germe della libertà ha bisogno di cure fin dalla semina. E il Popolo sovrano deve saper seminare, coltivare e mietere. Quindi deve saper scegliere il terreno adatto per la semina e deve saper eliminare le erbacce cattive che infestano la buona semina.</p>
<p><strong>Giuramento e messaggio di Einaudi</strong></p>
<p>Assume valore educativo accompagnare la lettura delle norme costituzionali aventi rilievo dal punto di vista dell’etica pubblica con la lettura del verbale di <em>“Giuramento e Messaggio del Presidente della Repubblica Luigi Einaudi nella Seduta comune della Camera e del Senato della Repubblica, Mercoledì 12 Maggio 1948”.</em></p>
<p>In quel verbale c’è un insieme di storia, di educazione civica, di applicazione in concreto delle norme costituzionali, di teoria e di pratica della nobiltà dell’impegno politico. E attraverso la lettura di quel verbale si possono mettere a fuoco diversi aspetti sul contenuto, sulla natura e sulle peculiarità della Costituzione italiana.</p>
<p>Qualsiasi docente di storia e di diritto Costituzionale può trovare nelle parole di Einaudi motivi di grandissimo valore pedagogico per svolgere una o più lezioni. Ecco alcune delle più importanti parole chiave: libertà, persona umana, eguaglianza, dittatura, guerra, pace, patria, unità nazionale, Parlamento, Governo, Presidente della Repubblica, Europa.</p>
<p>Ogni frase del messaggio di Einaudi è una grande lezione di visione politica. È una lezione che resta una pietra miliare del <em>“cammino” … “di grandezza morale, di libera vita civile, di giustizia sociale e quindi di prosperità materiale”. </em>La storia certifica che le parole pronunciate da Einaudi e i suoi comportamenti sono estremamente coerenti ed autorevoli. Con il suo primo messaggio si inizia un cammino che, formalmente e sostanzialmente, è il cammino delle istituzioni democratiche e repubblicane incardinate nell’ordinamento disegnato dai Padri e dalle Madri Costituenti.</p>
<p>È certamente appassionante cominciare un dialogo sulla costituzione partendo dai primi passi del Presidente che è stato consegnato alla storia d’Italia come affidabile “tutore” della Costituzione.</p>
<p>Il suo settennio di presidenza, considerato alla luce delle sue parole e della corrispondenza tra le sue parole e i fatti concreti, è un cammino di verità, di credibilità e di stili che hanno lasciato traccia.</p>
<p>Un cammino molto importante perché la Costituzione, oltre ad essere la Legge delle leggi espressa in un corpo normativo, è accompagnata da una prassi e da riti che si sono andati via via formando attraverso concrete scelte ispirate al senso dello Stato e al sincero rispetto dei principi dell’etica pubblica.</p>
<p>Infatti il verbale inizia col giuramento solenne innanzi alle Camere riunite in seduta comune. La formula del giuramento è di dodici parole: “Giuro di essere fedele alla Repubblica e di osservarne lealmente la Costituzione”. In dodici parole, numero “magico” sotto molti aspetti (12 apostoli, dodici mesi dell’anno, etc.), ci sono quattro parole essenziali “fedeltà, “lealtà, “Repubblica” e “Costituzione”. Non c’è un testo religioso su cui giurare. L’Italia è uno Stato laico ed è stato posto nella condizione di rispettare il principio, presagito e teorizzato mirabilmente da Cavour, della libera Chiesa in libero Stato. La solennità del giuramento è consacrata dal fatto che tutto si svolge innanzi al Parlamento, Camera e Senato, in seduta comune.</p>
<p>Il Messaggio inizia con il saluto ad Enrico De Nicola, indicato come <em>“esempio luminoso” … “che per primo ha coperto con saggezza grande, con devozione piena e con imparzialità scrupolosa, la suprema magistratura della nascente Repubblica italiana”. </em></p>
<p>Il ricordo di De Nicola non è rituale, ma spiega il senso storico e politico del ruolo svolto dallo <em>“uomo insigne”</em> nella <em>“costruzione quotidiana di quell’edificio di regole e di tradizioni senza le quali nessuna Costituzione è destinata a durare”</em> e nel suo autorevole impegno rivolto ad assicurare il “trapasso” dello Stato monarchico basato sul flessibile Statuto Albertino concesso da un Re al nuovo ordinamento repubblicano basato sulla Costituzione conquistata dal popolo e rigidamente ancorata alla sovranità popolare. Tutto ciò all’interno di un disegno che ha voluto fornire <em>“al mondo la prova che il nostro Paese era ormai maturo per la democrazia; che se è qualcosa, è discussione, è lotta, anche viva, anche tenace fra opinioni diverse ed opposte; ed è, alla fine vittoria di una opinione, chiaritasi dominante sulle altre.”</em></p>
<p>Sono due i personaggi citati da Einaudi nel suo storico messaggio. Dopo De Nicola fa il nome di Giustino Fortunato che onorò il Mezzogiorno e la Camera e <em>“sempre si levò fieramente contro le calunnie di coloro i quali, innanzi al 1922, avevano in spregio il Parlamento perché in esso troppo si parlava…”</em></p>
<p>Einaudi sottolinea quale sia il suo ruolo e quali siano i compiti dei Parlamentari : …<em>”qui si palesa il grande compito affidato a voi, che avete il grave dovere di attuare i principi della Costituzione ed a me, che la legge fondamentale della Repubblica ha fatto tutore della sua osservanza.” </em></p>
<p>Il Presidente neo eletto chiarisce in modo perfetto il ruolo e la centralità del Parlamento e dei parlamentari ai quali ultimi rivolge parole significative: “<em>nelle vostre discussioni, signori del Parlamento, è la vita vera, la vita medesima delle istituzioni che noi ci siamo liberamente date; e se v’ha una ragione di rimpianto nel separarmi, per vostra volontà, da voi è questa: di non poter partecipare più ai dibattiti, dai quali soltanto nasce la volontà comune; e di non potere più sentire la gioia, una delle più pure che cuore umano possa provare, la gioia di essere costretti a poco a poco dalle argomentazioni altrui a confessare a se stessi di avere, in tutto o in parte, torto ed accedere, facendola propria, alla opinione di uomini più saggi di noi.” </em></p>
<p>La gioia è un sentimento che si può provare “insieme” ad altri. Usare il termine gioia, come ha fatto Einaudi, per spiegare il sentimento che si prova in un confronto che dà luogo alla formazione di una volontà comune è la spiegazione della vera essenza della centralità e della nobiltà della politica svolta nell’ambito parlamentare. Ed è illuminante l’enfatizzazione della funzione del luogo dove “si parla”, il luogo delle decisioni collegiali in questo terzo millennio in cui abbiamo visto un affievolimento della memoria sui gravissimi disastri per l’umanità che si verificano quando prendano il sopravvento le idee a favore del “decisionismo” dell’uomo solo al comando chiamato e invocato, a seconda del lessico, leader, capo, capitano, duce, fürher, caudillo, zar, imperatore o, per dirla con Orwell in ambito letterario, Grande Fratello.</p>
<p>Ogni qual volta il Parlamento sia minacciato di diventare, o diventi, il <em>bivacco dei manipoli</em> di un “duce” si consuma puntualmente un delitto perfetto in danno della Democrazia.</p>
<p>La semplice lettura del verbale, dall’inizio alla fine, diventa una vera e propria lezione di storia, di Costituzione e di politica. In quel verbale non c’è solo la “fotografia” di un evento passato e del passato perché nelle parole di Einaudi c’è la passione politica e, soprattutto, la “visione” politica che è stata capace di saper guardare al futuro dell’Italia e dell’Europa.</p>
<p>Nella parte finale del suo discorso Einaudi chiarisce che la Costituzione <em>“afferma due principi solenni: conservare della struttura sociale presente tutto ciò e soltanto ciò che è garanzia della libertà della persona umana contro l&#8217;onnipotenza dello Stato e la prepotenza privata; e garantire a tutti, qualunque siano i casi fortuiti della nascita, la maggiore uguaglianza possibile nei punti di partenza. A quest&#8217;opera sublime di elevazione umana noi tutti, Parlamento, Governo e Presidente siamo chiamati a collaborare.</em></p>
<p><em>Venti anni di governo dittatoriale avevano procacciato alla Patria discordia civile, guerra esterna e distruzioni materiali e morali siffatte che ogni speranza di redenzione pareva ad un punto vana. Invece, dopo aver salvata pur nelle diversità regionali e locali e pur dolorosamente mutilata, la indistruttibile unità nazionale dalle Alpi alla Sicilia, stiamo ora tenacemente ricostruendo le distrutte fortune materiali e per ben due volte abbiamo dato al mondo una prova ammirabile della nostra volontà di ritorno alle libere democratiche competizioni politiche e della nostra capacità a cooperare , uguali tra uguali, nei consessi nei quali si vuole ricostruire quell’Europa donde venuta al mondo tanta luce di pensiero e di umanità.”</em></p>
<p>In queste poche righe di verbale sono scolpiti nella pietra i principi e i valori che sono stati elaborati dai Padri e dalle Madri costituenti e che sono stati disseminati nei vari articoli che compongono la Costituzione: consistenza della libertà, principio di eguaglianza dei punti di partenza, principio di leale collaborazione tra i poteri dello Stato, verità storiche incontrovertibili sui disastri morali e materiali della dittatura e della guerra fascio-nazista, principio di unità nazionale (Italia una e indivisibile di cui art. 5 della Costituzione), ritorno alla democrazia, visione politica di dimensione europea.</p>
<p>Il curriculum vitae di Einaudi che, tra l’altro, come Padre costituente ha contribuito a scrivere alcune importanti norme della Costituzione, consente di attribuire valore e credibilità alle sue parole. Infatti, chi l’ascoltava e lo applaudiva al momento della lettura del messaggio sapeva, e noi ora a distanza di decenni sappiamo, che durante il suo settennio di Presidenza avrebbe agito, e di fatto ha agito, in perfetta sintonia con quanto da lui dichiarato nel suo messaggio di insediamento. Si pensi, per fare un solo esempio, che Einaudi fu il primo Presidente a mettere in pratica l’attuazione del disposto costituzionale concernente l’obbligo di copertura delle nuove spese (art. 81): <em>“Ogni legge che importi nuovi o maggiori oneri provvede ai mezzi per farvi fronte.”</em></p>
<p>Infatti per ben due volte rinviò alle Camere, con apposito messaggio, due leggi prive di copertura. Una prassi non sempre seguita con lo stesso rigore nel prosieguo, dopo il suo settennato, di politiche economiche che hanno visto via via crescere a dismisura il debito pubblico. Il grande economista Einaudi aveva piena consapevolezza della necessità di salvaguardare le generazioni future da politiche debitorie e di considerare l’economia dello Stato non diversa dall’economia di una famiglia.</p>
<p>Leggere un messaggio di insediamento di un qualsiasi personaggio politico non dà certezze che il dichiarato poi corrisponda ai successivi comportamenti. I messaggi di insediamento sono intenzioni che restano intenzioni, anche se buone. Ma i Responsabili delle Istituzioni, che sono e debbono essere rigorosamente vincolati all’obbligo della disciplina e dell’onore, sono quello che fanno, non quello che dicono. Contano solo i fatti perché i fatti sono fatti e non sono soggetti a contraddizioni e ad ambiguità.</p>
<p>La mia vita è il mio messaggio, diceva il Mahatma Gandhi. Anche di Luigi Einaudi possiamo dire che la sua vita è il suo messaggio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><strong>Articolo pubblicato dalla Rivista trimestrale di Culturale Liberale &#8220;Libro Aperto,  n. 106, Luglio/Settembre 2021</strong></em></p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Antonio Pileggi" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2020/09/antonio-pileggi-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/antonio-pileggi/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Antonio Pileggi</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Provveditore agli Studi e Direttore generale dell’INVALSI – Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema Educativo di Istruzione e di Formazione, ha varie esperienze di lavoro in Italia e all’estero. È impegnato nel sociale per attività di volontariato (scuola, pubblica amministrazione, avvocato di strada, etc.). È componente del Comitato Scientifico della Fondazione Luigi Einaudi, dove si occupa tra l&#8217;altro di Scuola e Formazione.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/einaudi-e-le-buone-pratiche-da-insegnare/">Einaudi e le buone pratiche da insegnare</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>Sessanta anni dalla scomparsa di Luigi Einaudi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Raffaello Morelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Jul 2021 10:05:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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<p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/sessanta-anni-dalla-scomparsa-di-luigi-einaudi/">Sessanta anni dalla scomparsa di Luigi Einaudi</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><strong>1- Il concetto cardine.</strong> Luigi Einaudi è scomparso sessanta anni or sono all’età di 87 anni e mezzo. E’ stato un uomo dallo stile modesto e parsimonioso, che ha avuto un altissimo rilievo nel panorama degli studi economici, delle cariche istituzionali, dell’informazione (oltre la cattedra, utilizzava i giornali, i libri e le riviste). E non solo in Italia. Con un unico filo conduttore attraverso i decenni, chiaro, ragionato  e convinto: che il fulcro della vita di uno Stato è la libertà del cittadino, principalmente come indipendenza attiva nell’operare. Anche lui, è ovvio, era figlio della sua epoca, ma – va constatato, tanto più a distanza – senza restare chiuso nel clima che c’era in quell’epoca. Era  consapevole che la libertà vive nel tempo e che non può ridursi ad una concezione statica e teorica. Questa consapevolezza rende ancor oggi attuale l’insegnamento einaudiano, per tutti e in specie per i liberali.</p>
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<p><strong>2- Liberismo e liberalismo.</strong> Gli scritti di Einaudi mettono  fuoco una questione tuttora essenziale nel dibattito politico economico, particolarmente nel nostro paese: il liberismo non va confuso con il liberalismo e tanto meno considerato un suo sostituto.  Se per liberismo si intende una teoria economica autonoma, allora il liberismo è di per sé una teoria talmente disattenta al parametro libertà del cittadino, dal finire, o prima o poi, per non tenerne affatto conto; e dunque è un progetto  illiberale nei principi  e nella pratica. Se invece per liberismo si intende l’applicare nell’attività economica il principio liberale della libertà, allora il liberismo è solo un derivato del liberalismo, e perciò non può mai prescindere dal tener conto di continuo del parametro libertà di ogni cittadino, quale suo fattore determinante.</p>
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<p>Capire ciò, significa cogliere il nucleo del pensiero  einaudiano. Nella vita, l’economia non è un mondo a sé stante e dipende anch’essa dagli impulsi di libertà emessi dall’iniziativa di ciascun cittadino. Fornire la garanzia che l’iniziativa economica privata sia libera (rendendo quegli impulsi di libertà effettivamente possibili) è tra le funzioni più importanti  dello Stato liberale e delle sue istituzioni.</p>
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<p><strong>3- Finalità delle istituzioni liberali.</strong>  Per Einaudi, tale funzione non può svolgerla né lo Stato   autoritario fascista né quello totalitario comunista. Ambedue asserviscono la libertà del cittadino, la prima incatenandola al conformismo del culto per il capo, la seconda dissolvendola nell’unica e compatta volontà del partito e della classe dominante. In più e in generale, quella funzione istituzionale non può essere svolta mediante politiche protezionistiche, che impediscono l’attivarsi diffuso della libera iniziativa individuale nei rapporti economici.</p>
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<p>Peraltro  tale funzione non viene esercitata nemmeno dallo stato minimo né dallo Stato che guarda senza intervenire mai. Perché lo stato minimo è un sistema che pretende di stabilire a priori la quantità di strutture utilizzabili, quindi deterministico ed estraneo alla mutevole realtà composta da una miriade di umani diversi.  Mentre lo Stato che osserva senza intervenire mai, è un sistema analogo che resta indifferente anche quando le libere relazioni civili tra i cittadini vengono soffocate o con mezzi illegali oppure approfittando della mancanza di leggi e della loro inadeguatezza. E così facendo ostacola la decisiva spinta a fare da sé, diceva Einaudi.</p>
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<p>Su tutti questi argomenti Einaudi è stato sempre coerente ed esplicito negli scritti e nei comportamenti. Tre esempi. Già nell’agosto del 1924, con due fondi sul Corriere della Sera, mise a nudo le gravi responsabilità del silenzio degli industriali acquiescenti al governo Mussolini all’indomani del delitto Matteotti. Un’acquiescenza che, dietro il motivo dell’evitare gli orrori del bolscevismo, portava  troppi industriali a prediligere l’olio di ricino, il manganello e la perdita della libertà di stampa, ritenuti un minor male. Circa i guasti indotti dal marxismo sulla libera convivenza, scrisse in molte occasioni per sottolineare che con il comunismo gli strumenti di azione economica non hanno una volontà propria, diversa e indipendente da quella dello Stato. Perché, precisava,  il comunismo non tollera ideologie concorrenti , che minerebbero l’indispensabile volontà unica del partito. E quanto al rifiuto dello Stato minimo e  non interventista, oltre ai testi scritti, è dirimente il suo comportamento.</p>
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<p>Einaudi, nel periodo in cui esercitò effettivamente la funzione di Governatore della Banca d’Italia (tra il gennaio ’45 e tutto il maggio ’47), al fine di ripristinare il mercato, aveva liberalizzato l’impiego in Italia della valuta ottenuta dagli esportatori con le vendite all’estero. Ma applicò subito la sua convinzione nel settembre 1947 (quando era da poco più di tre mesi Vice Presidente del Consiglio, Ministro del Bilancio) in una serie di atti di intervento della mano pubblica dello Stato per bloccare l’inflazione che era divenuta galoppante. Che furono inequivoci (e definiti restaurazione capitalistica dal PCI). Quali la drastica  riduzione della quantità di moneta in circolazione, soprattutto congelando il 25 per cento di tutti i depositi bancari, ma anche aumentando sia la riserva obbligatoria che, per un terzo abbondante, il  tasso di sconto.</p>
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<p>Quei provvedimenti  ottennero l’immediato  risultato di abbattere il tasso d’inflazione e di rendere stabile il valore della moneta. Il costo fu provocare sul subito una crisi nel finanziamento all’industria e un’ondata di licenziamenti. Però, rassicurati i detentori di stipendi fissi, si avviò il risanamento indispensabile per rilanciare la crescita con maggiori spese di investimento, senza pericolo dall’inflazione, per porre il mercato in grado di utilizzare gli aiuti del piano Marshall allora in corso di approvazione al Congresso americano. In pratica era la fornitura gratuita da parte USA (per un valore di 400 miliardi di lire dell’epoca) di frumento, di carbone, di combustibili liquidi e di quelle altre materie prime necessarie che l’Italia non era in grado di pagare con le sue esportazioni. Il Tesoro italiano, ricevendo il materiale, non lo doveva distribuire ma venderlo, versando l’intero ammontare ricavato in un fondo presso la Banca d’Italia, che il Parlamento ed altri organi incaricati avrebbero deciso come impiegare.</p>
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<p>Tralasciando di approfondire il tema Piano Marshall, osservo peraltro che la sua accettazione fu principalmente una scelta di linea politica e non di tecnica economica. Il governo nell’insieme, De Gasperi ed Einaudi scelsero due linee precise. La linea di confermare l’adesione al modello di vita occidentale fautore della libertà del cittadino di esprimersi, di consumare, di accedere ai beni, che era un modello contrapposto al comunismo russo (non a caso una clausola del programma European Recovery Program – lo strumento operativo del Piano Marshall – autorizzava “<em>l’ampia divulgazione di informazioni atta a sviluppare il sentimento di sforzo comune e di aiuto reciproco</em>”). E l’altra linea di mettere in moto l’economia, modernizzandola (in un’intervista Einaudi disse circa l’utilizzo dei contributi ERP: “<em>Il popolo italiano lo deciderà, ma esso dovrà necessariamente servire a opere di ricostruzione, ripristino delle ferrovie, dei porti, continuazione delle bonifiche delle strade, potenziamento e rinnovamento degli impianti industriali</em>”). Dal ’47 al ’53 la crescita  del reddito nazionale fu del 58%, ossia del 9,6 all’anno. Una crescita del genere, spalmata nei singoli anni e con bassa inflazione, è un primato tuttora esistente e non solo per l’Italia. Nel complesso, Einaudi effettuò un tipico intervento pubblico non liberista, fondato su una cornice istituzionale adeguata all’utilizzo degli spiriti imprenditoriali dei liberi cittadini secondo le indicazioni del Parlamento. Del resto non poteva essere diversamente.  Per Einaudi “<em>va confutata ancora una volta la grossolana favola che il liberalismo sia sinonimo di assenza dello stato o di assoluto lasciar fare o lasciar passare</em>”. Come liberale, ha sempre sostenuto che lo Stato è indispensabile  – sempre sino ad un punto critico – iniziando da due questioni che giudicava essenziali: la lotta contro i monopoli e l’uguaglianza nei punti di partenza tra gli individui.</p>
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<p><strong>4- Contro il monopolio</strong>. Il monopolio impedisce la concorrenza e quindi l’iniziativa individuale che è il motore della società (Einaudi afferma che “<em>i due estremi monopolismo e collettivismo sono  ambedue fatali alla libertà</em>”). Nella realtà economica quotidiana si possono formare, in via naturale oppure artificiale, concentrazioni di potere o per l’ammasso di merci o in relazione al formarsi dei prezzi. Da qui una fatale distorsione della concorrenza, che rende necessario un intervento dello Stato per rimuoverla (la lotta contro i monopoli “<em>è uno dei principali scopi della legislazione di uno stato, i cui dirigenti si preoccupino del benessere dei più e non intendano curare gli interessi dei meno</em>”).</p>
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<p>Una simile caratteristica è distintiva dello Stato liberale, che evita di mantenere monopoli in proprio, ricerca vie alternative per dissolvere quelli formatisi naturalmente e smantella quelli che sono sorti artificialmente per abusi di legge o per una sua carenza, “<em>siano monopoli dei datori di lavoro, siano dei lavoratori</em>” (scrive che “<em>la sola maniera logica di distruggere i monopoli  d’origine artificiale è di distruggere l’artificio</em>”, e siccome “<em>i monopoli devono ai dazi la loro origine, il rimedio è ridurre la protezione doganale, ridurre od abolire i dazi</em>”).</p>
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<p>Su questo tema è significativo che Einaudi, in piena coerenza, presentò alla plenaria dell’Assemblea Costituente un emendamento aggiuntivo  a quello che sarà l’art.41, per stabilire che “<em>La legge non è strumento di formazione di monopoli economici; e ove questi esistano li sottopone a pubblico controllo a mezzo di amministrazione pubblica delegata o diretta</em>”. Ebbene l’emendamento ricevette molti apprezzamenti, soprattutto dall’area DC, accompagnati però dal giudizio di essere superfluo, in quanto il suo principio era ricavabile da altre parti della Costituzione. Così, posto ai voti, venne respinto. Era il maggio del 1947. Così, per oltre 43 anni, mentre fiorivano i monopoli pubblici e privati, l’Italia non avrà una  legge antimonopolio. E quando venne varata la legge (n. 287/1990), essa recepì la legislazione antimonopolistica dell&#8217;Unione Europea (concerne  i fenomeni pregiudizievoli per la concorrenza, quali le intese, gli abusi di posizione dominante e le concentrazioni) e si pose in posizione subordinata rispetto all’UE, applicandosi la 287/90 all’Italia solo quando i fenomeni non incidano sulla concorrenza extranazionale. Dunque una norma varata quasi a forza e con molta cautela. Ad oggi, lo spirito einaudiano rimane abbastanza incompiuto.</p>
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<p><strong>5- Uguaglianza dei punti partenza.</strong> Il tema dell’uguaglianza dei punti partenza fu una proposta innovativa di Einaudi, in consonanza con il coevo progetto messo in campo in  Inghilterra da un altro grande liberale, Beveridge. Era la conseguenza del vedere il cittadino individuo come l’architrave della spinta umana ad andare avanti. Fornire ad ognuno un uguale punto di partenza è “<em>una assicurazione data a tutti gli uomini perché tutti possano sviluppare le loro attitudini</em>”. E questo, abbassando drasticamente l’importanza delle condizioni in cui ci si trova alla nascita, da rilievo alle specifiche qualità dell’individuo nel farsi strada  nella vita e nel contribuire allo sviluppo della società: “<em>la gara della vita tra gli uomini non è leale se a tutti non sia concessa la medesima opportunità di partenza per quel che riguarda l’allevamento, la educazione, la istruzione e la scelta del lavoro</em>”.</p>
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<p>Naturalmente, Einaudi era ben conscio che il considerare l’individuo l’architrave della società implica varie conseguenze strutturali. Va garantita la libertà di iniziativa del cittadino, economica e di qualsiasi altro genere, e insieme va garantito il frutto di quell’iniziativa. In questa prospettiva, Einaudi insisteva sull’abolire il valore legale del titolo di studio, che fa un duplice danno. Induce lo studente a valutare più il certificato ottenuto che il formarsi davvero nella maturazione critica, e spinge i corpi accademici ad abbassare il livello di contenuto dei titoli dottorali rilasciati per aumentare il numero degli iscritti. Quando invece “<em>la scuola di stato si salva e progredisce nella libertà</em>”. In campo strettamente economico, tale prospettiva richiede di cominciare dal divenire il proprietario del frutto dell’iniziativa presa e dal goderne il profitto ricavato. Perché “<em>il profitto è il prezzo che si deve pagare perché il pensiero possa liberamente avanzare, perché gli innovatori mettano alla prova le loro scoperte, perché gli intraprendenti possano continuamente rompere la frontiera del noto, e muovere verso l’ignoto ancora aperto all’avanzamento materiale e morale dell’umanità</em>”. Tra l’altro, quei profitti derivanti dalle iniziative di tutti i singoli cittadini, sono il nerbo dell’utilità sociale nella convivenza. E inoltre, il considerare l’individuo l’architrave implica pure la conseguenza di dover sempre preoccuparsi che chi resta troppo attardato possa rientrare nel meccanismo attivo dell’esprimere sé stesso in qualche modo. Cosa che si attua capendo il perché dell’attardarsi e proponendosi di curarlo con provvedimenti coerenti all’esprimersi individuale nel convivere.</p>
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<p>Per Einaudi, una simile attitudine a sostenere il cittadino al fine di metterlo in piena condizione di adempiere al proprio ruolo, è l‘opposto di un provvedimento assistenziale. E’ una chiave dinamica per consentire a ciascuno di esprimere la propria miglior capacità di fare. Pertanto, nel costruire la rete attuativa, va evitata ogni impostazione che possa incentivare  nel cittadino – in quello interessato e negli altri – la cultura del disinteresse operativo, della scarsa responsabilità civile, se non perfino dell’abbandonarsi all’ozio (tanto a lavorare ci pensano gli altri).</p>
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<p><strong>6- La lotta e l’equilibrio.</strong> Nell’insieme, la proposta einaudiana esprime una logica del tutto diversa da quella di dare allo Stato il compito di assistere il cittadino favorendone la pigrizia. In Italia, invece,  la logica dell’assistenza rassicurante è stata il ritornello delle politiche sociali del mondo politico cattolico e di quello socialista marxista. Ciò è  avvenuto perché è divenuta predominante, specie attraverso i mezzi di comunicazione, la cultura anti individualista,  sostenitrice che ogni umano è  uguale ben oltre i propri diritti costituzionali. Questa cultura, al di là delle intenzioni di chi la pratica, produce il ristagno dei rapporti del convivere (poiché l’effettiva realtà del mondo è la diversità di ciascun essere umano, salvo appunto lo sforzo istituzionale di dotare ciascuno di uguali diritti costituzionali). Da qui l’insistenza di Einaudi perché lo stato liberale si preoccupi di garantire l’uguaglianza giuridica dei cittadini, ma insieme intervenga con il tessere una rete finalizzata a consentire ad ogni cittadino di esprimere le proprie idee e di avviare le proprie iniziative economiche. E’ evidente che l’obiettivo non è arrivare a rendere tutti uguali nei meriti, nei beni e nei servizi (cosa impossibile perché cozza contro la realtà concreta del mondo e degli umani) , bensì ottimizzare il contributo di ogni cittadino. Einaudi rifugge l’assistenzialismo che alimenta la propensione al parassitismo (oltretutto livellando verso il basso) e punta a creare le condizioni per far esercitare al meglio le capacità insite nella diversità individuale. La socialità einaudiana non incatena il cittadino, ma fluidifica le relazioni aperte tra i cittadini per valorizzare l’operato di ciascuno.</p>
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<p>Una simile concezione delle relazioni tra i cittadini è il modo più adatto a corrispondere alla realtà del mondo concreto.  Perché l’esercizio della libertà è il metodo più efficace per ampliare la conoscenza delle cose e dei rapporti interpersonali. Non per caso, nel 1921, nell’aula del Senato Einaudi affermò “ <em>le lotte del lavoro sono feconde; e che non le lotte e le discussioni dovevano impaurire, ma la concordia ignava e la unanimità dei consensi</em>”. E nel 1925, nella prefazione all’edizione curata da Gobetti dell’opera di Stuart Mill “On liberty”, Einaudi scriveva che “<em>conformismo, concordia, leggi regressive degli abusi della stampa sono sinonimi ed indice di decadenza civile. Lotte di parte, critica, non conformismo, libertà di stampa preannunciano le epoche di ascensione dei popoli e degli Stati</em>”. Esaltava il vantaggio della discordia, facendo così emergere il senso vero delle regole del convivere date dalle istituzioni liberali: rendere possibile, depurandolo dal ricorso alla forza fisica, il conflitto tra le idee, le iniziative e gli interessi di ogni cittadino. Regole che costituiscono il metodo cornice. Perché l’esperienza storica ha mostrato, diceva, che i vincoli posti dal legislatore sono efficaci  solamente quando non  sono arbitrari. E’ indispensabile compenetrare i termini dei problemi. Detto altrimenti, si deve conoscere per deliberare. Allora, nel rispetto di quella cornice, sono fisiologici la discordia e il conflitto tra proposte differenti per metterle alla prova. Einaudi  riassumeva questa caratteristica nel concetto di bellezza della lotta.  La vita non è mai statica e i suoi equilibri non possono mai essere prestabiliti a tavolino.</p>
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<p>Non per caso Einaudi indicava quattro caratteri dell’equilibrio. Primo “<em>è preferibile l’equilibrio ottenuto attraverso a discussioni ed a lotte a quello imposto da una forza esteriore</em>”; secondo “<em>perché l’equilibrio duri, è necessario che esso sia minacciato ad ogni istante di non durare”;  </em>terzo “<em>l’equilibrio consiste in una successione di continui mai interrotti perfezionamenti, attraverso a oscillazioni, le quali attribuiscono la vittoria ora a questa, ora a quella delle forze contrastanti</em>”; quarto “l<em>a natura umana è cosiffatta da repugnare alla lunga al vivere quieto e tranquillo. Se questo dura a lungo, è la quiete della schiavitù, è la mortificazione dello spirito. Alla quiete che è morte è preferibile il travaglio che è vita</em>”.</p>
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<p>Per agevolare il crearsi nella convivenza di un equilibrio rispettoso di quei quattro criteri, le istituzioni non  dovrebbero mai intervenire andando oltre un punto critico. Quello di non indebolire la libertà del cittadino. Il che avviene quando lo Stato fuoriesce dal proprio ambito pubblico per  invadere senza motivo quello individuale, trasformando il cittadino in suddito (ad esempio quando il numero eccessivo degli impiegati e dei pensionati pubblici spinge fatalmente ad una minore reattività civile) . Mantenersi entro  il punto critico, è più agevole quando chi governa è consapevole di non volerlo superare. Questo era in sostanza il motivo per cui Einaudi dava importanza all’impegnarsi perché si  formino di continuo classi dirigenti. Servono a costruire il buongoverno dello Stato, dato che lo Stato esiste per dare buoni servizi ai cittadini e non come strumento di potere pubblico. Diceva che la maggioranza si fa orientare da una minoranza informata che ne conosce i bisogni e li rappresenta a livello decisionale : ” <em>Lo stato rappresentativo è fondato sull’esistenza di forze indipendenti e distinte dallo stato medesimo: resti di aristocrazia terriera, classi medie che traggono la loro propria vita dall’esercizio di industrie, di commerci e di professioni liberali, rappresentanti di operai organizzati di industrie non viventi di mendicità statale</em>”. Einaudi riconosceva che “<em>i grandi filosofi, i saggi ed i virtuosi di ogni tempo hanno  il potere morale e talvolta sono assai più potenti di coloro che detengono il potere politico. Costoro compongono la classe eletta</em>” . Peraltro la classe eletta non doveva mai scadere nell’autoreferenziale poiché la decisione dell’indirizzo non può che appartenere alle valutazioni dei cittadini.</p>
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<p><strong>7- Alla Consulta Nazionale e all’Assemblea Costituente.</strong> Il suo bagaglio intellettuale di dottrina e di esperienza liberali, Einaudi lo adoperò alla Consulta Nazionale (dal settembre ’45 alle elezioni per la Costituente) e poi all’Assemblea Costituente (dal 2 giugno 1946 al 31 dicembre 1947). In tutti quei mesi Einaudi, per la sua collaudata professionalità economica, era Governatore della Banca d’Italia. In quella veste venne nominato alla Consulta (composta da 400 Consultori quale espressione delle forze vive del paese, di tutte le esperienze e di tutte le competenze) mentre nell’Assemblea venne eletto dai liberali.</p>
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<p>Alla Consulta, oltre a prendere parte alla discussione sulla legge elettorale per l’Assemblea Costituente, si occupò dei lavori della Commissione Finanze e Tesoro in moltissime sedute e fu relatore per l’istituzione di un’imposta straordinaria progressiva sulle spese di lusso. All’Assemblea Costituente fece parte della Commissione dei 75 incaricata di predisporre il progetto di Costituzione che poi sarebbe stato definito nell’Assemblea plenaria. Dei suoi numerosi interventi nei due consessi, almeno alcuni vanno messi in evidenza per le questioni liberali di fondo che sollevano.</p>
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<p>Intervenendo nella discussione sull’art.1 della Costituzione, Einaudi attirò l’attenzione sulla specificità del “<em>rispetto della volontà popolare   e della sovranità popolare. Oggi effettivamente non c&#8217;è altra formula dalla quale partire, ma si tratta soltanto di una formula e non di una verità scientificamente dimostrabile. Essa appartiene al novero di quei concetti che si chiamano miti, che sono, in sostanza, formule empiriche, accettabili in vista di determinati scopi (per esempio: trovare il migliore governo, stabilire un clima di libertà, evitare qualunque tipo di tirannia) ma che possono anche cambiare</em>”. Si tratta di un aspetto di rilievo per intendere in qual senso i liberali si affidano ai cittadini. Non adottano una teoria (immutabile per definizione) bensì  una valutazione critica dei fatti che, in quanto libera, può mutare in qualcosa e ha in questa possibilità il suo vero fondamento. Ovviamente questa notazione tipicamente liberale sfuggì, e sfugge ancora, a molti che sognano la sovranità popolare svincolata da quello che accade nella realtà, mettendola sopra ai fatti e senza vitalità (facendola divenire estranea all’essenza delle libere relazioni tra i cittadini).</p>
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<p>All’art.4 Einaudi riuscì ad evitare un emendamento di Rita Montagnana (PCI) che voleva inserire le parole “un piano il quale dia il massimo rendimento per la collettività”.  Einaudi argomentò che nessuno conosceva il modo di sommare le utilità tra due individui diversi e che dunque  non è possibile sapere cosa sia un piano  indirizzato a dare il massimo di utilità sociale. Per di più, avendo già scritto prima nello stesso articolo 4  che ogni cittadino ha il dovere di svolgere una attività conformemente alla propria scelta, sarebbe  “<em>logicamente impossibile di approvare altre parole le quali dicono che la scelta deve esser fatta da qualcun altro, che è lo Stato</em>” . Inoltre Einaudi si disse  “contrario al principio generale dei piani complessivi da formularsi dallo Stato. Non <em>abbiamo bisogno di piani complicati imposti dall&#8217;alto e di assurda applicazione. Le leggi di cornice che stabiliscono limiti all&#8217;iniziativa privata favoriscono sempre l&#8217;iniziativa individuale e fanno sì che questa possa svolgersi completamente; i piani generali dall&#8217;alto la mortificano….Sono non uno strumento di elevazione sociale ed economica, ma uno strumento di oppressione politica. Noi, che vogliamo l&#8217;elevazione delle classi lavoratrici, vogliamo conservare il principio della libertà di scelta e siamo contrari all&#8217;emendamento, che questa libertà di scelta logicamente e necessariamente nega</em>”. Il richiamo riuscì nella forma ed evitò l’inserimento in Costituzione di un concetto dannoso. Ma i 73 anni trascorsi provano che la mentalità di quella proposta abortita continua ad albergare in molti, i quali, per cultura, sono restii ad affidarsi ai cittadini e preferirebbero la strada di governare dando tutto il potere ai dirigenti pubblici (per credo religioso od ideologico).</p>
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<p>In materia di autonomie locali e di regionalismo (che nella Costituzione allora varata erano l’art.5, l’art. 114 e l’art.115), Einaudi era  un antico fautore delle autonomie regionali, da lui reputate (e per l’intera vita) “<em>condizioni necessarie per rinsaldare l&#8217;unità nazionale</em>”. Per di più , nel luglio del ’44, aveva scritto, sotto lo pseudomino Junius, un articolo sulla Gazzetta Ticinese in cui auspicava con decisione che si togliesse dall’ordinamento l’istituto del prefetto, introdotto dai Borboni e proseguito da Napoleone per comprimere le libertà locali . Riporto qui dei brani molto espressivi. “<em>Il sistema prefettizio venne esteso anche a quelle parti d&#8217;ltalia, come le province ex-austriache, nelle quali la lue erasi infiltrata con manifestazioni attenuate. Si credette di instaurare libertà e democrazia e si foggiò lo strumento della dittatura. Democrazia e prefetto repugnano profondamente l&#8217;una all&#8217;altro. Non si avrà mai democrazia, finché esisterà il tipo di governo accentrato, del quale è simbolo il prefetto…. La classe politica non si forma tuttavia se l&#8217;eletto ad amministrare le cose municipali o provinciali o regionali non è pienamente responsabile per l&#8217;opera propria. Se qualcuno ha il potere di dare a lui ordini o di annullare il suo operato, l&#8217;eletto non è responsabile e non impara ad amministrare…… Il ministro dell&#8217;interno è il vero padrone della vita amministrativa e politica dell&#8217;intero stato. Attraverso i suoi organi distaccati, le prefetture, il governo centrale approva o non approva i bilanci comunali e provinciali, ordina l&#8217;iscrizione di spese di cui i cittadini farebbero a meno, cancella altre spese, ritarda l&#8217;approvazione ed intralcia il funzionamento dei corpi locali.  A volta a volta servo e tiranno dei funzionari che egli ha contribuito a far nominare con le sue raccomandazioni e dalla cui condiscendenza dipende l&#8217;esito delle pratiche dei suoi elettori, il deputato diventa un galoppino, il cui tempo più che dai lavori parlamentari è assorbito dalle corse per i ministeri e dallo scrivere lettere di raccomandazione per il sollecito disbrigo delle pratiche dei suoi elettori.”</em></p>
<p>In un quadro simile, Einaudi segnalò nel dibattito alla Costituente la centralità del problema della finanza delle autonomie territoriali, in particolare delle Regioni. Per alcuni “<em>il valore di Statuto per una Regione si deve ricercare nella Regione stessa. Ora, in sede di Consulta Nazionale, scrissi una relazione contro lo Statuto siciliano. È necessario che questi Statuti provengano direttamente da leggi che siano votate dal Parlamento. La formulazione data ai due Statuti per la Sicilia e per la Val d&#8217;Aosta, sta a significare che è distrutta l&#8217;unità italiana. Quelle determinate Regioni hanno manifestato chiaramente il desiderio di non pagare più una imposta allo Stato, pur desiderando riceverne tutti gli aiuti. Ciò significa la distruzione dello Stato italiano. Se si vuole affermare un simile principio, è necessario che sia discusso e deliberato dal Parlamento</em>”.</p>
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<p>La previsione einaudiana era stringente per dare un contenuto alla definizione di “Repubblica una e indivisibile” enunciata nell’art.5. Eppure, al di là della generica normativa costituzionale, le istituzioni non si applicarono a risolvere le concrete dinamiche finanziarie delle regioni. Così lo stesso Einaudi, a fine anni ’50 scriveva in riferimento all’esperienza delle Regioni a Statuto speciale,  che “<em>il grosso delle entrate regionali è fornito dall’erario dello stato. Enti territoriali non vivono vita sana e feconda se non hanno entrate proprie, autonome nate e volute e patite dai contribuenti locali in aggiunta e non in sostituzione delle imposte statali…. Se regioni, provincie, comuni devono ricorrere ad entrate proprie, nasce il controllo dei cittadini sulla spesa pubblica, nasce la speranza di una gestione sensata del danaro pubblico. Se gli enti territoriali minori vivono di proventi ricevuti o rinunciati dallo stato, manca l’orgoglio del vivere del frutto del proprio sacrificio e nasce la psicologia del vivere a spese altrui</em>”.  Non ci si era attrezzati  per capire cosa stava avvenendo. Così  nel 1960 Einaudi osservò in un fondo sul Corriere  della Sera che “<em>dei risultati delle quattro esperienze italiane, il meglio si possa dire è che non se ne sa nulla. Il desiderio di luce pareva onesto e parrebbe necessario soddisfarlo quando si vogliano compiere nuovi passi sulla via della applicazione del principio regionalistico.. Non si sapeva nulla e si continuava a non sapere nulla</em>”. Non solo. Non venne seguita l’impostazione di Einaudi per costituire un metro di comportamento nel legiferare in materia regionale. In pratica non si seguì neppure in seguito alcuna esperienza già maturata. Prima, nella seconda metà degli anni sessanta, venne varato l’ordinamento regionale previsto in Costituzione senza definire, ancora una volta,  praticamente niente  degli aspetti finanziari del nuovo istituto. Poi nel 2001, è stata fatta nella Costituzione una riforma dell’istituto regionale che ha moltiplicato le competenze delle Regioni (al punto di minare l’unitarietà della Repubblica) senza riferimenti sperimentali e previsioni operative.</p>
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<p>In materia di rapporti Stato Chiesa, Einaudi era un cittadino istituzionalmente molto laico e personalmente molto credente. Ma prima di tutto liberale (“<em>Lo stato liberale non è agnostico in materia di fede…. Quando lo stato si astiene dall’intervenire nelle controversie religiose e non vuole sancire la supremazia di una chiesa sulle altre, ciò fa perché sua dottrina è che al senso del divino possa elevarsi solo la coscienza individuale</em>”). Per di più, all’inizio dei lavori della Costituente a giugno ‘46, il tema inserimento dei Patti Lateranensi in Costituzione non pareva così incombente come divenne nei mesi successivi in modo crescente. La Chiesa, intesa come gli alti ambienti della Curia, nutriva prima di tutto un forte interesse alla conferma dei Patti, alla stregua di un qualunque  strumento pattizio con altri Stati. Una conferma che avrebbe rassicurato il mondo cattolico (in particolare mantenendo i vantaggi concreti) anche nella nuova struttura politica del post fascismo. Nella DC la situazione era differente. Il clima politico era ancora fluido rispetto al compattarsi della  maggioranza interna che avverrà circa un anno dopo.</p>
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<p>Vi era una corrente molto robusta, quella dei cosiddetti professorini, Dossetti, Fanfani,  Moro, La Pira, Lazzati, in parte Tupini (e forti collegamenti con Mortati),  giovani guidati dal primo che era già stato vicesegretario di De Gasperi. I professorini, forti anche di fitti rapporti con la Curia, avevano (soprattutto Dossetti) un preciso intento concernente la configurazione da dare alla Repubblica italiana. Avrebbe dovuto essere una società modellata con ampiezza sulle istanze religiose e su quanto implicavano, iniziando dal trascurare l’individuo a favore della comunità e della famiglia; perciò il Concordato non poteva essere considerato solo alla stregua di un Trattato internazionale. Naturalmente ognuno dei professorini conservava la propria personalità, ma insieme riuscivano ad essere molto influenti sul corpo DC; e in più va considerato che la parte dei costituenti laici era numericamente molto forte ma assai frastagliata in termini politico ideologici.</p>
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<p>Così Dossetti, tra l’altro docente di Diritto Canonico, tesseva la rete curiale e parlamentare insistendo in modo quasi spasmodico per introdurre i Patti Lateranensi in Costituzione. Da parte sua Moro, nel suo stile avvolgente, rassicurava in Commissione dei  75 a fine ’46, che l’obiettivo della DC dossettiana era il mantenimento della pace religiosa, “<em>nella certezza che saranno operati nel Concordato quei ritocchi che valgano a rendere i termini della pace religiosa perfettamente aderenti allo spirito liberale e democratico della nostra Costituzione</em>”.  L’impostazione di Moro, ripetuta in seguito altre volte, venne ritenuta verosimile da Einaudi, anche perché De Gasperi, nel viaggio negli Stati Uniti all’inizio  gennaio ‘47, dichiarò  che “<em>non credeva che i termini del Concordato sarebbero stati inclusi nella Costituzione</em>”, andando oltre quanto aveva dichiarato Moro e avvalorandone la sostanza. Nella seduta del 23 gennaio Einaudi, preso  atto di quanto detto da Moro circa la futura modifica dei Patti Lateranensi, si disse disponibile al voto favorevole e esemplificò  usando il caso Buonaiuti. Lo definì “<em>uno di quelli che hanno offeso di più la coscienza degli studiosi italiani. La scienza nel suo campo è per lo meno altrettanto indipendente e sovrana come la Chiesa e la religione e, quindi, quell&#8217;interferenza che vi è stata in quel caso dovrà essere eliminata attraverso una revisione bilaterale dei Patti Lateranensi</em>”.</p>
<p>Nel frattempo, però, il quadro generale  andava modificandosi profondamente. Da un lato Dossetti aveva continuato nella sua ragnatela facendo inclinare la  Curia verso la richiesta di costituzionalizzazione da lui avanzata in Commissione di 75 e altresì ottenendo la massima disponibilità di Togliatti a votarla; dall’altro lato stava emergendo, nelle settimane seguenti gli avvenimenti di gennaio (il viaggio in America e la scissione nel PSI con la nascita dei saragattiani), che De Gasperi si stava preparando all’estromettere dal governo il PCI nel nuovo quadro della guerra fredda. Tutto questo favorì la convergenza della DC e del PCI –  per motivi in realtà contrapposti ma ambedue con l’intento di accattivarsi subito il sostegno della Chiesa e in prospettiva i voti dei cattolici – sulla tesi dossettiana del mettere in Costituzione i Patti Lateranensi. Questa convergenza  tagliò fuori le possibilità del grosso fronte dei laici.  L’esito scontato del voto indusse molti, tra cui Einaudi (ma anche Gaetano Martino), a non prendere parte alla votazione (Einaudi l’aveva fatto già nel 1929 quando il Senato aveva approvato i Patti Lateranensi), nonostante il forte discorso di Croce (“<em>l’inclusione è uno stridente errore logico e uno scandalo giuridico</em>”). L’art.7 entrò in Costituzione, ma in seguito la modifica dei Patti Lateranensi non ci fu, nonostante che Moro fosse ai vertici della Repubblica per i trenta anni seguenti (il primo e insistente sollecito alla revisione venne dal Papa nella seconda metà degli anni ’60). Insomma, quelle dichiarazioni erano state un esempio genetico di  “democrazia parolaia”.</p>
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<p>All’art.47, quello sul risparmio, Einaudi presentò un emendamento aggiuntivo (“<em>A tal fine è garantito il rispetto della clausola oro</em>”), sul quale vi fu un ampio dibattito, che fu gratificato da numerosi dichiarati apprezzamenti ma che alla fine non venne approvato. Einaudi illustrò con precisione il motivo molto realistico dell’emendamento: evitare il danno dell’inflazione per quanto possibile e mantenere in ogni modo un rapporto leale tra lo Stato debitore e il suo creditore. “<em>I creditori hanno diritto di garantirsi contro le svalutazioni della moneta …… Quando si ha il diritto di pagare in unità monetarie nominali quelle sono promesse vane. Il solo contenuto concreto consiste nel consentire che tutti coloro che entrano in rapporto di credito verso privati, verso istituti o verso lo Stato, possano garantirsi contro il pericolo della svalutazione. La garanzia non può aversi se non scrivendo nella Costituzione il principio che la legge non possa mettere nel nulla la clausola oro, quando essa sia spontaneamente e volontariamente convenuta tra le parti…..È un articolo permissivo, è una disposizione non coattiva……Noi non dobbiamo pregiudicare con incerte promesse il risparmio, dobbiamo mantenere i nostri impegni verso tutti i risparmiatori indistintamente. Se noi lisciamo il pelo per il suo verso al capitalista, l&#8217;effetto che si ottiene (che è il vero effetto che noi vogliamo ottenere) è quello della riduzione del saggio di interesse……La clausola permissiva che io propongo non impone nulla allo Stato. ….. Ma, non ci vogliamo nascondere le sue conseguenze. Essa sarà un esempio per lo Stato; e sarà ben difficile che, una volta che essa si sia generalizzata, ci possano ancora essere privati, enti o lo Stato stesso, che possano sottrarsi all&#8217;obbligo morale di sottoporsi alla clausola permissiva. Il risultato dell&#8217;osservanza generalizzata della clausola sarà che i rapporti di credito e di debito istituiti entro di essa condurranno ad un saggio di interesse notevolmente minore del saggio di interesse per gli altri rapporti di debito e di credito istituiti in moneta nominale</em>”. Qualora la restituzione nominale “valga  la decima o la ventesima parte di ciò che valeva all&#8217;atto in cui è avvenuta la <em>promessa da parte dello Stato, è evidente che lo Stato solo per forma mantiene gli impegni suoi ed in realtà li viola. Non è assai preferibile invece che lo Stato apertamente dichiari che non è per il momento in condizioni di far fronte? Solo il debitore onesto, anche se impotente, conserva onore e credito. Allora soltanto lo Stato sarà un debitore onorato e i creditori serberanno fiducia in lui, ..quando lo Stato, in casi straordinari, dirà apertamente di non poter far fronte a tutti i suoi impegni e ne spiegherà le ragioni, lo Stato non perderà credito ma ne acquisterà…..Quanto più leale questa condotta di quell&#8217;altra ipocrita che si ha affermando di voler pagare, ed in realtà pagando in una moneta di dimensioni reali minori di quella convenuta.</em>”.</p>
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<p>La reiezione di questo emendamento di Einaudi mette in luce una tipica mentalità conservatrice, diffusa al centro, a sinistra e in ambienti dell’avvocatura. Al di là delle belle parole e delle promesse usate da chi governa le istituzioni, non esiste una considerazione effettiva del ruolo del cittadino e viene praticata l’abitudine  tendenziale di raggirarlo, che alla loro epoca gli stati assolutisti adoperavano di continuo. Per tale motivo non poteva venire accolta la proposta di Einaudi, che pareva tecnica ma introduceva un forte cambiamento politico nei rapporti tra Stato e cittadini, improntato alla trasparenza e alla valorizzazione del rispetto dovuto al cittadino dalle istituzioni. Alla luce del rifiuto della Costituente, sono semplicemente ridicole le accuse fatte solo qualche mese dopo ad Einaudi, divenuto Ministro del Tesoro, di perseguire con la svalutazione il blocco dell’inflazione a danno delle classi lavoratrici.</p>
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<p>L’Art.81 è quello in cui è stata più forte l‘impronta  di Einaudi (ovviamente mi riferisco al testo della Costituzione del ’48 e non alla versione riformata nell’aprile 2012, che è molto distorta dal punto di vista einaudiano). Come noto, l’articolo tratta della legge di bilancio dello Stato ed Einaudi, intervenendo alla riunione  della seconda Sottocommissione dei 75, propose di introdurre un quarto comma in base ad una valutazione chiara. Disse che “<em>l&#8217;esperienza ha dimostrato che è pericoloso riconoscere alle Camere tale iniziativa (in materia finanziaria), perché, mentre una volta erano esse che resistevano alle proposte di spesa da parte del Governo, negli ultimi tempi spesso è avvenuto che proprio i deputati, per rendersi popolari, hanno proposto spese senza nemmeno rendersi conto dei mezzi necessari per fronteggiarle. Così stando le cose, si prospettano due soluzioni: o negare ai deputati delle due Camere il diritto di fare proposte di spesa, ovvero obbligarli ad accompagnarle con la proposta correlativa di entrata a copertura della spesa, così che la proposta abbia un&#8217;impronta di serietà</em>”. Sulla spinta di questo intervento, venne concordata tra lo stesso Einaudi, Mortati e Vanoni la dizione che diverrà, salvo ritocchi lessicali, il testo del quarto comma dell’art.81 nella Costituzione del ’48, formalmente connesso al comma precedente sul bilancio: “<em>Ogni altra legge che importi nuove o maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte</em>”.</p>
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<p>Per comprendere la portata distorsiva della riforma del 2012 in chiave einaudiana, è opportuno partire dal richiamare con ampiezza la valutazione dell’art.81 fatta dallo stesso Einaudi a dicembre del ’48 in una lettera al Ministro Pella. Dopo aver svolto un ragionamento analitico molto dettagliato, procede ponendo una serie di quesiti: “<em>in tempi straordinari, ci si può contentare di un equilibrio formalmente determinato in un bilancio in cui il pareggio non esista. Si può, pur in siffatte circostanze straordinarie, dimenticare che se in un certo momento fu giocoforza al parlamento approvare un bilancio che fosse lontano dal pareggio, lo sforzo di tutti deve tendere verso la meta del pareggio?&#8230; Finché non si verifichi l’atto formale di una nota di variazione, la convenienza porterebbe infatti a trarre partito dagli incrementi naturali delle entrate per coprire le spese lasciate scoperte nel bilancio di previsione; intervenuto l’atto formale della variazione di bilancio, altra potrebbe essere la destinazione delle maggiori entrate medesime. Dipenderebbe, cioè, dalla volontà del governo e del parlamento di destinare le maggiori entrate a coprire il disavanzo di bilancio (silenzio) ovvero nuove o maggiori spese (nota di variazione dell’entrata)</em>.</p>
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<p><em>L’articolo 81 della costituzione costituisce il baluardo rigoroso ed efficace voluto dal legislatore costituente allo scopo di impedire che si facciano nuove o maggiori spese alla leggera, senza aver prima provveduto alle relative entrate. Quando il legislatore costituente ha introdotto nella costituzione una norma tanto giustamente rigida, è forse partito dal presupposto che essa potesse essere interpretata nel senso di lasciar perpetuarsi un disavanzo preesistente? Forse, a cosiffatte gravi domande, non si può dare una risposta perentoria, valida in tutti i casi. La soluzione da darsi al problema della utilizzazione degli incrementi di entrata non sembra che possa essere sempre la stessa. La norma posta dall’articolo 81 non vieta esplicitamente che l’incremento di entrata possa essere devoluto a coprire nuove spese; ma non obbliga a seguire siffatta regola</em>.”</p>
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<p>Si tratta di un tipico modo di ragionare di Einaudi, rigoroso nell’esaminare i fatti e nel proporre ipotesi di comportamento, e insieme consapevole a fondo che la realtà creata dalla miriade di cittadini può distaccarsi da ciò che in anticipo può apparire la  linea da seguire.  Il rigore praticato da Einaudi non è mai impositivo, proprio perché è liberale. Non confonde mai l’opportunità di praticare una valutazione, che di per sé sembra corretta, con la sicurezza che un’assemblea la pratichi effettivamente, tenendo conto anche di altri punti di vista   per giungere al frutto di una discussione aperta. Ed erano questi lo spirito e la logica dell’art.81 originario ispirato da Einaudi.</p>
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<p>La riforma costituzionale del 2012 segue un registro tutto diverso ed assai lontano dal metodo liberale. Infatti,  con la riscrittura completa, il vecchio quarto comma viene eliminato. E’ sostituito da un quadro nel complesso molto più vincolante per il Parlamento, e in particolare da previsioni rigide, corrispondenti alla convinzione di poter definire per legge quale sia un comportamento virtuoso. Si pongono stringenti condizioni per ricorrere all’indebitamento (nuovo secondo comma), regole fisse per l’aspetto economico di qualsiasi legge (nuovo terzo comma), principi definiti con legge costituzionale per redigere il bilancio dello Stato, l’equilibrio nelle pubbliche amministrazioni e la sostenibilità del debito (nuovo sesto comma). A parte il fatto che a distanza di anni ancora mancano questi principi prescritti dal sesto comma, in ogni caso l’intero meccanismo economico risulta ingessato e contrapposto alla logica duttile di quello einaudiano.</p>
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<p>E’ altresì necessario  sottolineare, seppure al volo, che ciò non è avvenuto per caso. La riscrittura completa dell’art. 81 è avvenuta in una stagione quasi drammatica delle condizioni economico finanziarie dell’Italia. All’epoca a livello europeo, siccome un forte debito pubblico nazionale non è compatibile con un mercato unico dotato di  moneta unica, si  scelse di varare  la cooperazione rafforzata in tema economico (Fiscal Compact). A parte che questa linea di liberismo rovesciato (dallo stato assente in economia, allo stato che fissa i comportamenti del mercato) tradottasi nell’austerità, in generale  non ha (era prevedibile) raggiunto in seguito i risultati voluti, in Italia si accettò questa impostazione realizzandola con la riscrittura di due articoli della Costituzione (perché non c’è solo l’art.81). E ciò pone un non piccolo problema di coerenza nella struttura istituzionale italiana quanto a libertà civile.</p>
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<p>Di fatti la procedura di controllo del Fiscal Compact è istituita tra i paesi aderenti all’Euro con le regole di un trattato internazionale (non di quelle UE) e prevede un controllo della Commissione sul bilancio e sul debito degli stati membri Euro. Ora la legge costituzionale 20 aprile 2012, n. 1, “Introduzione del principio del pareggio di bilancio nella carta costituzionale”, non solo ha riscritto l’art.81 ma ha anche aggiunto un primo comma all’art. 97 (“<em>Le pubbliche amministrazioni, in coerenza con l’ordinamento dell’Unione europea, assicurano l’equilibrio dei bilanci e la sostenibilità del debito pubblico</em>”). Il combinato disposto di queste due modifiche viene presentato come un richiamo al Fiscal Compact (e quindi alle sue norme circa l’equilibrio di bilancio) e vuol far intendere che tutte le pubbliche amministrazioni italiane sono sottoposte alle valutazioni ed interventi della Commissione previste nel Fiscal Compact. Però così non è. Il Fiscal Compact è un trattato internazionale della zona euro e che tra l’altro l’UE ancora non esiste come organica entità sovranazionale democratica. Dunque quel richiamo corrisponde ad un intento di spostare il governo economico dai cittadini ad istituti in mano a centri non controllabili agevolmente dall’opinione pubblica. Di conseguenza, a meno che non si persegua proprio il fine di non applicare la struttura giuridica italiana, le rigidità sopra segnalate come estranee ai principi einaudiani, riguardano solo l’eccesso di vincoli posti ai comportamenti politici nel paese e non possono dare alla Commissione UE poteri sovrastanti quelli delle nostre autorità nazionali attribuiti nella Costituzione.</p>
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<p><strong>8- Durante e dopo la Presidenza della Repubblica.</strong> Einaudi venne eletto Presidente della Repubblica (11  maggio 1948) al quarto scrutinio con il 57,6% dei voti (la maggioranza semplice la aveva avuta già al terzo), dopo che nei due primi scrutini erano restati lontani dal quorum il rinnovo di De Nicola e la  candidatura di Sforza, considerato troppo filo americano dalle sinistre e dai dossettiani. Eletto, Einaudi riconsegnò subito la tessera di iscritto al PLI in quanto incompatibile con il suo nuovo ruolo. Peraltro, nel suo discorso di insediamento, Einaudi richiamò in estrema sintesi i capisaldi delle sue convinzioni liberali.</p>
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<p>Partì dalla questione istituzionale, ricordando che, come successore di De Nicola,  “<em>ha usato ripetutamente  del suo diritto di manifestare una opinione, radicata nella tradizione e nei sentimenti suoi paesani, sulla scelta del regime migliore da dare all’Italia; ma, come aveva promesso a se stesso ed ai suoi elettori, ha dato poi al nuovo regime repubblicano voluto dal popolo qualcosa di più di una mera adesione. Il trapasso avvenuto il 2 giugno dall’una all’altra forma istituzionale dello stato fu non solo meraviglioso per la maniera legale, pacifica del suo avveramento, ma anche perché fornì al mondo la prova che il nostro paese era oramai maturo per la democrazia; che se è qualcosa, è discussione, è lotta, anche viva, anche tenace fra opinioni diverse ed opposte; ed è, alla fine, vittoria di una opinione, chiaritasi dominante, sulle altre</em>”. Poi sottolineò l’importanza del ruolo del Palamento eletto dai cittadini: ”<em>se v’ha una ragione di rimpianto nel separarmi, per vostra volontà, da voi è questa di non poter partecipare più ai dibattiti, dai quali soltanto nasce la volontà comune; e di non potere più sentire la gioia, una delle più pure che cuore umano possa provare, la gioia di essere costretti a poco a poco dalle argomentazioni altrui a confessare a se stessi di avere, in tutto o in parte, torto e ad accedere, facendola propria, alla opinione di uomini più saggi di noi</em>”. Infine riaffermò il senso dell’importanza del voto esteso a tutti i cittadini: “<em>Il suffragio universale parve ed ancor pare a molti incompatibile con la libertà e con la democrazia. La costituzione che l’Italia si è ora data è una sfida a questa visione pessimistica dell’avvenire</em>”. E riaffermò i valori cardine  del suo pensiero: la Costituzione “<em>afferma due principi solenni: conservare della struttura sociale presente tutto ciò e soltanto ciò che è garanzia della libertà della persona umana contro l’onnipotenza dello stato e la prepotenza privata; e garantire a tutti, qualunque siano i casi fortuiti della nascita, la maggiore uguaglianza possibile nei punti di partenza</em>”.</p>
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<p>Einaudi è stato definito dai non liberali il Presidente notaio. Non lo era affatto. Solo che esercitava il mandato senza enfasi e senza abusi, non anteponendo le proprie convinzioni sul futuro ed applicando le norme costituzionali con il distacco di chi ha il dovere di rispettarle. Perché Einaudi  non concepiva che il Presidente della Repubblica si sostituisse al Governo o al Parlamento (“<em>la politica del Paese spetta al governo il quale abbia avuto la fiducia del Parlamento e non invece al Presidente della Repubblica</em>”). Il  compito del Presidente è quello di vigilare che il Governo presenti disegni di legge conformi alla Costituzione.  Poi quello di valutare che siano conformi alla Costituzione le leggi votate dal Parlamento, rinviandole se le ritiene non conformi.  Pensava infatti che “<em>i freni hanno lo scopo di limitare la libertà di legiferare e di operare dei ceti politici governanti scelti dalla maggioranza degli elettori</em>”.</p>
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<p>Come Presidente della Repubblica, rinviò quattro volte le leggi alle Camere perché deliberassero di nuovo. Due volte per violazione dell’ultimo comma dell’art.81 (mancata indicazione dei mezzi per far fronte a nuove spese), una volta perché si prevedeva  un accesso all’ordine giudiziario senza concorso (in violazione di quanto previsto dall’articolo 106), una quarta volta in relazione ai cosiddetti diritti casuali, cioè compensi al personale degli uffici dipendenti dai ministeri delle finanze e del tesoro e dalla Corte dei conti (perché un’ulteriore proroga di un sistema di compensi cui ormai occorreva  dare con urgenza un diverso assetto).</p>
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<p>Con la medesima indipendenza di giudizio Einaudi nominò i Senatori a vita secondo l’art. 59 della Costituzione. Furono otto, tutti nomi di prestigio internazionale. Nel 1949 il matematico Guido Castelnuovo e il direttore d’orchestra Arturo Toscanini (che gli scrisse per dire di essere “<em>costretto con grande rammarico a rifiutare questo onore. Schivo da ogni accaparramento di onorificenze, titoli accademici e decorazioni, desidererei finire la mia esistenza nella stessa semplicità in cui l’ho sempre percorsa</em>”). L’anno dopo nominò lo scultore Pietro Canonica, lo storico Gaetano De Sanctis, l’economista Pasquale Jannaccone e lo scrittore Carlo Salustri (noto come Trilussa) che morì il dicembre seguente. Nel 1952, dopo la scomparsa anche di Castelnuovo, nominò il sociologo don Luigi Sturzo e l’archeologo Umberto Zanotti Bianco.</p>
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<p>Quanto agli indirizzi politici usati per dare l’incarico di Presidente del Consiglio, Einaudi assecondò sempre l’impostazione  del Parlamento a maggioranza centrista nella prospettiva delle libertà occidentali. Per i primi cinque anni scelse sempre De Gasperi, finché, quando il VII governo dello statista trentino non ottenne la fiducia in parlamento (luglio ’53),  Einaudi, senza indicazioni da parte DC, dette l’incarico al democristiano Pella che varò un ministero monocolore di transizione. Nel gennaio successivo Pella si dimise per contrasti nella DC sull’indirizzo di governo in tema di rapporto con il Maresciallo Tito circa Trieste e sulla nomina a Ministro dell’Agricoltura di persona sgradita al capogruppo Moro e alla Coldiretti (nomina per cui il Presidente ribadì formalmente la propria esclusiva competenza ai due capigruppo DC, dopo averli convocati al Quirinale in un gelido incontro in cui li tenne in piedi). Einaudi dette l’incarico a Fanfani (che in partenza venne bocciato in Parlamento) e poi a Scelba che restò primo ministro fin dopo il settennato einaudiano.</p>
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<p>Einaudi , durante la Presidenza, mantenne sempre equilibrati contatti sia con il mondo universitario e quello delle istituzioni economiche scientifiche di cui faceva parte sia con i direttori dei principali organi di stampa (sui quali esprimeva il proprio punto di vista personale ricorrendo a pseudonimi). Ovviamente inviava anche messaggi nella sua qualità di Presidente ( tipo quello inviato al Convegno sulla Resistenza  cui augurò “<em>operosi e fervidi dibattiti del Convegno per l’esaltazione dei valori della Resistenza continuatrice degli ideali del risorgimento italiano</em>”); comunque evitò in ogni modo di compiere atti che potessero configurarsi quali precedenti tali da non trasmettere al suo successore le facoltà del Presidente integre. In tal modo, nel privato continuò ad annotare con gran frequenza le sue osservazioni sugli avvenimenti politici, che per lo più pubblicò solo nel 1956 ne “Lo scrittoio del Presidente”, un libro in cui riprodusse molti di quelle osservazioni e da cui sono tratte diverse citazioni fatte nel presente articolo.</p>
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<p>Nell’ultimo anno del suo settennato, accettò che venisse pubblicato, a cura di Ernesto Rossi (ma da lui riservatamente seguito), “il Buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954)”, che contiene un’ampia rassegna delle sue concezioni. Terminato l’incarico presidenziale e cessata l’incompatibilità (maggio 1955), Einaudi riprese la tessera del PLI  (del resto stava nell’area liberale già da senatore a fine del 1919 prima dell’avvento del fascismo, nel 1925 era stato tra i primi a sottoscrivere il Manifesto degli Intellettuali antifascisti di Croce e, su richiesta dello stesso Croce, nel 1945 aveva redatto le linee base del programma economico liberale). L’anno successivo, oltre a riprendere ufficialmente la sua attività  pubblicistica, si dotò di un proprio organo particolare, la rivista a dispense Prediche Inutili, aperta con il famoso pezzo “Conoscere per deliberare”. Scrisse di aver scelto il nome della rivista in ricordo del fatto che le sue prediche non erano mai state seguite dai governi Mussolini (aggiungo, anche sottintendendo l’alludere alla circostanza che nell’immediato il destino delle prediche liberali è quello di restare inascoltate). Con questi strumenti, durante gli anni ’50 Einaudi si espresse su varie questioni di rilievo politico ed economico. Oltre alle questioni dell’agricoltura (da lui sempre  molto seguite), vanno richiamati almeno due temi significativi: il rapporto tra liberali e socialisti e la partecipazione alle vicende del PLI.</p>
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<p>Sul primo dei due temi, nel quarto numero di Prediche Inutili, Einaudi scrisse un articolo ampio e chiaro. Mise in evidenza che  i liberali e i  socialisti  “<em>pur avversandosi non sono nemici, perché amendue rispettano l’opinione altrui: e sanno che vi è un limite all’attuazione del proprio principio….Sanno di collaborare ad un’opera umana, esaltando al massimo a volta a volta il principio della libertà umana o quello della collaborazione degli uomini viventi in società…La stabilità politica e sociale è minacciata solo quando venga meno il limite: e l’uomo liberale rinneghi totalmente la necessità della collaborazione degli uomini viventi in società o l’uomo socialista neghi  il diritto dell’uomo di vivere diversamente dal modo che egli abbia dichiarato obbligatorio</em>”.</p>
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<p>E specificò. “<em>E’ vero che il pensiero è libero anche se la persona fisica langue nelle segrete del carcere; è vero che i martiri liberamente rifiutarono di prestare omaggio alla divinità dell’imperatore; ma è vero anche che la libertà pratica di operare, di discutere, di eleggere o di licenziare i magistrati chiamati a governare la  Nazione è negata di fatto quando gli uomini dipendono tutti per il procacciamento del pane quotidiano da un unico datore di lavoro. Il nome dato all’unico distributore dei mezzi di vita, sia esso lo Stato proletario o lo Stato degli eletti per grazia di Dio o per virtù di sangue, non ha importanza</em>”.</p>
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<p>Concludendo poi che “<em>Il liberale è nemico del socialismo o del  comunismo integrale perché sa che, quando una volta la proprietà collettiva di tutti i mezzi i produzione sia stata decretata, agli uomini  sarà vietata, nonostante rivolte sanguinose, ogni possibilità di sottrarsi alla tirannia……Ogni passo compiuto sua via che va dalla legislazione cornice a quella dirigistica  è un passo verso la perdita della libertà. Nessun può dire in  generale quale sia il punto critico, al di là del quale si affaccia il pericolo…..Certo è che un punto critico, diverso da tempo a tempo, da Paese a Paese, esiste…..Se è vantaggiosa l’elevazione dei singoli, questa non può giovare se non si apprestino quei beni comuni di istruzione, educazione e sicurezza sociale senza i quali l’elevazione dei singoli  avrebbe luogo con disuguaglianza eccessiva a vantaggio dei più forti</em>”.</p>
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<p>Sull’altro tema, le vicende del PLI, nell’agosto del 1951 scrisse a Pannunzio considerazioni significative circa il dibattito in corso (relativo al documento varato il mese prima dal Consiglio Nazionale PLI) a proposito del Congresso dell’unificazione liberale di Torino (dicembre dello stesso anno). Einaudi riteneva confuse e vaghe le formule come “politica di centro”, “terza forza”, “contrasto fra partito liberal-conservatore e partito liberal-democratico”,  “destra e sinistra”. Einaudi non dava credito alle esortazioni  per un liberalismo ispirato a principi anche giusti ma che discute solo sul “luogo dove debbono situarsi i liberali”, al centro o a destra o a sinistra. Affermava invece che “<em>occorre stabilire che cosa vogliono in concreto….. finché subiranno il complesso di inferiorità di non fare abbastanza quel che altri dice, andranno  in malora</em>”.</p>
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<p>Poi sei anni dopo, a dicembre 1957, Einaudi scrisse a De Caro, allora presidente del PLI, esponendogli una sua posizione molto netta e decisiva. “<em>Caro amico, vedo che si discorre assai sui giornali di alleanze o intese fra i partiti collocati nella cosiddetta destra della Camera in vista delle elezioni generali. Io sono l’ultimo dei politici il quale abbia ragione di prendere parte ad una simigliante discussione. Pur appartenendo da tempo immemorabile al gruppo liberale, sono sempre stato negligentissimo là dove si discuteva e si deliberava tra gli appartenenti a quel partito. </em></p>
<p><em> </em></p>
<p>“<em>Per aver ragione di discutere e di decidere intorno a problemi di politica quotidiana</em> – prosegue Einaudi – <em>fa d’uopo sopportare le fatiche, che io dico disumane, delle lunghe interminabili sedute, ascoltare con rispetto discorsi belli e buoni o mediocri ed inutili, esser l’ultimo a uscire dalla riunione, quando i pochi resistenti colgono l’istante propizio per far accettare un ordine del giorno non desiderato dai più, i quali a mezzanotte furono persuasi dalla stanchezza ad andarsene a casa</em>.</p>
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<p>“<em>Chi non ha la tempra paziente, chi non tollera le critiche maliziose e le insinuazioni e le male parole delicatamente dette dagli amici – </em>scrive Einaudi<em> – non faccia il mestiere del politico quotidiano; non abbia l’ambizione, che è legittima e necessaria, di essere ascoltato e seguito e lasci decidere a coloro che hanno le qualità, che sono di pochi, e sono degne di ammirazione e di invidia, necessarie per dominare un partito.</em></p>
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<p>“<em>A te, che hai conquistato la fiducia dei liberali con la serenità del tuo volto sorridente e la bontà del tuo cuore, debbo domandare, tuttavia, venia se debbo chiederti che, ove in qualsiasi maniera il partito liberale si fondesse od alleasse o stipulasse accordi duraturi o provvisori, generici od occasionali con i partiti della cosiddetta destra, dalle varie confessioni monarchiche ai missini, tu voglia considerare chiusa la mia appartenenza, sia pigra e nominale, al partito liberale. Cordialmente tuo Luigi Einaudi</em>”.</p>
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<p>Ho riportato integralmente la lettera di Einaudi, perché è assai espressiva del suo modo di essere, schivo e al contempo determinato, non vanaglorioso. Lui che, nominato Senatore del Regno nel 1919, aveva preso parte attiva ai  lavori per tanti anni, nel 1928 aveva votato contro la legge per la lista unica alle politiche decisa dal Gran Consiglio e nel 1938 aveva votato contro le leggi razziali del PNF. Voti emblematici contro norme liberticide. In particolare il secondo, siccome quelle leggi  costituirono una vergogna indelebile, oltre che per il fascismo, per la persona regnante e furono la causa di fondo della violenza contrapposta che serpeggiò in Italia fino negli anni del dopoguerra, soprattutto al Nord.  Tra l’alto quella lettera è stata il presupposto della fermissima opposizione culturale del PLI malagodiano per oltre un quindicennio alle sollecitazioni a favore della grande destra, provenienti in modo insistente dall’Italia e dall’estero.  Einaudi  ha costantemente tenuti fermi i suoi principi di libertà. Che sono essenziali per coglierne l’essenza in tutte le sue facce così da rendere possibile che ciascun individuo possa manifestarla nelle relazioni del convivere nel mondo per agevolare il cambiamento nelle epoche.</p>
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<p><strong>9 – La federazione europea.</strong> La posizione di Einaudi sul tema Europa, pur essendo stata espressa con estrema nettezza, è percepita dall’opinione pubblica italiana come avvolta nella nebbia. Non si è consapevoli che Einaudi scrisse svariati articoli sull’Europa, da fine ‘800 a metà anni ’50. Sempre in un quadro molto professionale, da liberale e da economista, e sempre in un’ottica federalista. Scritti che sono molto legati alle esperienze possibili all’ epoca della loro stesura e ai quali mi riferirò di seguito.</p>
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<p>Lo spunto iniziale venne dal riflettere sulla guerra mossa dalla Grecia all’impero ottomano con lo scopo di annettersi Creta, guerra presto bloccata con la forza dalle  sei potenze europee dell’epoca. Einaudi osservò che le sei potenze si erano comportate come se fossero una federazione unica. E ne dedusse che la differenza tra una semplice alleanza e un patto federale consiste nell&#8217;accettare le decisioni della maggioranza da parte di sovranità differenti (ed era la strada dell’Europa “<em>attraverso cui si giungerà a poco a poco ad un punto in cui la maggioranza potrà imporsi alla minoranza, e questa ne accetterà i deliberati senza ricorrere all’ultima ratio della guerra</em>”). Sul tema ritornò durante il primo conflitto mondiale, nel 1918, quando si pensava alla Lega delle Nazioni. E, riprendendo gli avvenimenti che avevano portato alla  Costituzione degli Stati Uniti, Einaudi concluse che allora il punto di svolta era stato l’accettare da parte degli Stati membri una forma di tassazione comune, che aveva consentito alla Confederazione di disporre dei mezzi per le iniziative da assumere. Quindi la Lega delle Nazioni, che era un istituto intergovernativo, non corrispondeva ad un intento federale. E ciò perché partiva dal ritenere intangibile la sovranità assoluta dei vari stati, che è la peggior idea possibile, funzionale solo al dominio e non alla libertà (“<em>la verità è l’interdipendenza dei popoli liberi, non la loro interdipendenza assoluta</em>”). Dunque perché il meccanismo della Lega delle Nazioni potesse operare, era indispensabile adottasse una concezione limitata della sovranità per sviluppare una cooperazione integrata tra le varie Nazioni partecipanti. Non avvenne (e Einaudi ebbe occasione di dire,  parlando alla Costituente, che “<em>il vizio era chiaro: la Società delle Nazioni era una lega di stati indipendenti ognuno dei quali serbava intatti un esercito proprio, un regime doganale autonomo ed una rappresentanza sovrana sia presso gli altri stati sia presso la lega medesima. Era facile prevedere, come a me accadde di prevedere, che essa era nata morta</em> “). Non per caso, nei successivi venti anni, la Lega delle Nazioni tese a dissolversi.</p>
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<p>Einaudi scrisse il nocciolo delle sue tesi sull’Europa Federale durante l’esilio svizzero nel ’43-’44. La  caratteristica di questo nocciolo è che, in coerenza con il concetto di integrazione, tratta essenzialmente solo le materie che gli stati membri dell’Europa federale dovrebbero mettere in comune, al di sopra delle rispettive sovranità. Le materie erano il mercato unico con la libera circolazione di beni prodotti e materie prime; il non fare nessuna discriminazione in base alla nazionalità di beni e persone nei trasporti ferroviari, marittimi e aerei; la libertà di circolazione dei cittadini europei attraverso le frontiere; stabilire dei tassi di cambio fissi tra le varie monete europee per dar vita ad una sorta di moneta unica; un’amministrazione unica di poste, telegrafo e telefono così da facilitare al massimo le comunicazioni; condividere regole uniche per la proprietà intellettuale, i brevetti, le malattie contagiose umane, animali e vegetali; un commercio estero regolato dall’autorità federale con tariffe daziali verso i paesi terzi decise dal futuro Parlamento; una tassazione federale nei settori di competenza federale.</p>
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<p>Prevedendo simili materie in comune tra gli Stati membri della futura Europa federata, Einaudi configurava un tipo di stato duttile, appunto una sorta di cooperazione integrata che favorisse l’esercizio della libertà dei cittadini. Per questo Einaudi auspicava di andare anche oltre le materie elencate e la necessità di abolire “<em>la sovranità dei singoli Stati in materia monetaria. Se la Federazione europea toglierà ai singoli Stati federati la possibilità di far gemere il torchio dei biglietti, avrà compiuto opera grande”.</em> Einaudi insisteva su questo punto da decenni.</p>
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<p>Sulla questione Europa federalista ritornò nell’intervento a fine luglio ’47 durante il dibattito all’Assemblea Costituente per la ratifica del Trattato di Pace della Seconda Guerra Mondiale. Forse anche perché spinto dall’intervento di Croce da cui Einaudi prese le mosse. “<em>Ho ascoltato con commozione ed ho riletto con ammirazione profonda il giudizio storico che Benedetto Croce ha pronunciato in quest’aula…. Vorrei tentare qui a guisa di appendice una ideale prosecuzione….. guardando non più al passato; ma all’avvenire. Invece di una magnifica pagina di storia conclusa, il mio sarà un informe tentativo di indovinare le logiche conseguenze odierne di quelli che furono i connotati essenziali delle due grandi guerre combattute in Europa nel secolo presente</em>”.</p>
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<p>Dopo questo inizio, Einaudi fece un esame dettagliato delle conseguenze delle due guerre mondiali e arrivò al  punto dell’Europa. “<em>L&#8217;Europa che l&#8217;Italia auspica, per la cui attuazione essa deve lottare, non è un&#8217;Europa chiusa contro nessuno, è una Europa aperta a tutti, un&#8217;Europa nella quale gli uomini possano liberamente far valere i loro contrastanti ideali e nella quale le maggioranze rispettino le minoranze e ne promuovano esse medesime i fini, sino all&#8217;estremo limite in cui essi sono compatibili con la persistenza dell&#8217;intera comunità. Alla creazione di quest&#8217;Europa, l&#8217;Italia deve essere pronta a fare sacrificio di una parte della sua sovranità….Scrivevo trent&#8217;anni fa e seguitai a ripetere invano e ripeto oggi che il nemico numero uno della civiltà, della prosperità,  è il mito della sovranità assoluta degli stati. Questo mito funesto è il vero generatore delle guerre…. In un&#8217;Europa in cui ogni dove si osservano rabbiosi ritorni a pestiferi miti nazionalistici … urge compiere un&#8217;opera di unificazione. Opera, dico, e non predicazione… Non basta predicare gli Stati Uniti di Europa ed indire congressi di parlamentari. Quel che importa è che i parlamenti di questi minuscoli stati i quali compongono la divisa Europa, rinuncino ad una parte della loro sovranità a pro di un Parlamento nel quale siano rappresentati, in una camera elettiva, direttamente i popoli europei nella loro unità, senza distinzione fra stato e stato ed in proporzione al numero degli abitanti e nella camera degli stati siano rappresentati, a parità di numero, i singoli stati. Questo è l&#8217;unico ideale per cui valga la pena di lavorare…… La forza delle idee è ancora oggi la forza che alla lunga guida il mondo. Non è nel momento in cui quattrocento milioni di indiani riconquistano, col consenso e con l&#8217;aiuto unanime del popolo britannico, la piena indipendenza, che noi vorremo negare la supremazia incoercibile dell&#8217;idea. Un uomo solo, il Mahatma Gandhi, ha dato al suo paese la libertà predicando il vangelo non della forza, ma della resistenza passiva, inerme al male</em>”.</p>
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<p>Naturalmente Einaudi, oltre che sulla prospettiva dell’Europa federale, mantenne questo approccio di politica internazionale comunque improntata ai principi di libertà e di rispetto dei cittadini, anche sulla questione – centrale nel dibattito politico della seconda metà  ’48 e poi del ’49 – dell’intervento dell’Italia nel fondare l’alleanza militare occidentale, il Patto Atlantico (NATO, aprile 1949). Einaudi, nel frattempo, era già divenuto Presidente della Repubblica ma traspariva la sua convinzione che la natura del Patto in contrapposizione fosse  giustificata dalla necessità di compiere una scelta di civiltà imperniata su un evidente conflitto di idee sul principio di libertà, una scelta che non permetteva indecisioni o sfumature.</p>
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<p>A maggio dell’anno successivo, 1950, il Ministro degli esteri francese, Schumann, lanciò la proposta di costituire una Comunità Europea del Carbone e dell’acciaio (CECA). Il trattato relativo venne firmato undici mesi dopo da Belgio, Francia, Germania occidentale, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi (una svolta di rilievo nei nuovi rapporti post bellici tra francesi e tedeschi), nella prospettiva di far sorgere  l’Europa dal creare una solidarietà di fatto. A fine giugno, lo scoppio della guerra in Corea nel quadro dello scontro Occidente-Oriente, provocò una corsa al riarmo anche in Europa, che per l’Occidente era un luogo molto sensibile vista la vicinanza alla Russia. Pertanto la questione del reintegrare a pieno titolo la Germania consentendole di ricostituire il suo esercito, divenne sempre più centrale per gli Stati Uniti e pure per l’Inghilterra. In particolare Churchill suggerì la formazione di un esercito europeo, democraticamente controllato e alleato dei paesi occidentali del continente americano. A fine ottobre del 1950, la Francia approvò il piano per la costituzione di un esercito integrato europeo (la Comunità Europea di Difesa, CED), con un unico bilancio, con un ministro della Difesa europeo, controllato da un Parlamento e  un Consiglio dei Ministri, composto dalle forze terrestri fornite dai sei della CECA per formare altrettante Divisioni, rafforzate se necessario dagli eserciti nazionali, salvo però quello tedesco. Dopo aver trovato un accordo con gli Stati Uniti, a febbraio ’51 venne fatta una conferenza a Parigi sull’esercito europeo,  cui presero parte i sei della CECA più altri sei osservatori tra i quali Inghilterra, Usa e Canadà. Le trattative per la CED proseguirono tutto l’anno,  mentre venivano varate la NATO e la CECA . Poi, a giugno , nelle elezioni politiche in Francia, arretrarono gli europeisti e crebbero i comunisti e i gollisti, ambedue diversamente ostili al progetto dell’esercito europeo.</p>
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<p>In questo periodo i federalisti erano in auge in Italia. Principalmente perché avevano  stabilito un rapporto diretto con De Gasperi tramite un loro esponente di punta (Spinelli) e si erano incuneati in un quadro di fibrillazioni politiche della DC. Il partito di maggioranza relativa, sotto la spinta della sinistra guidata da Dossetti (ma influenzata anche da Gronchi), era  insofferente dello stare nella NATO e in generale della politica estera (e il Presidente del Consiglio era appena divenuto pure Ministro degli Esteri). I federalisti proposero a De Gasperi di collegare la creazione dell’esercito europeo al limitare le sovranità nazionali. E De Gasperi, dopo una visita a Truman, scelse di accettare la CED, però svuotandola quale alleanza militare per mezzo del creare suo tramite una Comunità Politica Europea (CPE). Così manteneva il suo atlantismo e assecondava le richieste francesi e tedesche, facendo insieme avanzare il progetto dell’Europa. In pochi mesi , De Gasperi  riuscì ad inserire nel testo del Trattato CED un articolo con cui si avviava la formazione della CPE per dare alla CED uno sviluppo di carattere federale con un organo rappresentativo eletto su basi democratiche. De Gasperi lo sottolineò, affermando che configurava “<em>lo sviluppo di una comunità militare in una comunità politica</em>”.</p>
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<p>Dietro le quinte, Einaudi incitava a sviluppare sempre più tale politica (si può considerare certo che aveva contatti in merito con il Presidente del Consiglio). Il 2 giugno 1952 teorizzava simili concetti (che saranno pubblicati in seguito ne Lo Scrittorio del Presidente) discorrendo appunto di comunità europea di difesa. “<em>Esistono unioni internazionali postali, unioni per la tutela della proprietà industriale, dei marchi di fabbrica, della proprietà letteraria. Gli stati aderenti in queste materie specifiche non possono più fare quel che vogliono, ma devono osservare certe regole comuni. Le unioni di questa fatta sono amministrate da tecnici, che il grande pubblico non conosce…. Giornali e parlamenti non si interessano dei modi in cui si regolano i conti tra le diverse amministrazioni postali o ferroviarie; cosicché, nessuno si accorge della diminutio capitis.</em>”</p>
<p>“<em>Vista la buona esperienza di un certo numero di unioni internazionali tecniche, taluno pensò: perché non fare un passo innanzi ed estendere il principio federativo un po’ per volta ad altre materie? E così sta attuandosi l’unione europea del carbone e dell’acciaio e, più grossa di tutte, si potrà attuare la Comunità europea della difesa.</em>”</p>
<p>“<em>Non bisogna dir male di sforzi che sono certo prova di buona volontà. Ad una condizione: che quegli sforzi non stiano a sé, ma suppongano ed implichino a scadenza prefissata e breve il passaggio alla federazione politica. L’oggetto delle vecchie unioni internazionali  era tecnico, non attinente ai compiti fondamentali dello stato; le nuove unioni sono una faccenda ben diversa: costano assai ed entrano nel vivo della vita di ogni nazione.</em>”</p>
<p>“<em>Se vorranno funzionare, la Comunità del carbone e dell’acciaio e quella della difesa dovranno ingerirsi altrettanto a fondo nella vita economica e sociale dei singoli stati. Il fatto che le persone poste a capo dell’ente si chiameranno «Autorità» e non «Consiglio federale dello stato del carbone e dell’acciaio» non cancella il fatto che in tal modo si è voluto creare un vero nuovo stato territoriale, con compiti limitati ad alcune poche    cose materiali.</em>”</p>
<p>“ <em>Più vistoso e visibile sarà, se nascerà, il nuovo stato detto «Comunità europea della difesa» non foss’altro perché pochissimi sono abituati a pensare allo stato in termini di carbone e di acciaio; ma tutti hanno sempre reputato fondamentalissimo tra i compiti dello stato la difesa del territorio nazionale.” E qui Einaudi dava dettagliate e concrete spiegazioni in proposito. Continuando poi così. “Soltanto i soliti pasticcioni possono immaginare che, in un dato territorio, possano coesistere parecchi stati dotati tutti di poteri sovrani. Per necessità logica e pratica, chi accetta l’idea di un esercito comune, deve andare sino in fondo ed accettare la idea della federazione politica.</em>”</p>
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<p>Quindi argomentava sulla necessità di cominciare dalla politica e non dall’economia.” <em>Chi invece sia convinto che gli stati dell’Europa occidentale hanno necessità di stare uniti per difendere i propri ideali civili, la libertà di pensare e di scrivere e di predicare e di credere, è contrario alle mere alleanze provvisorie, comunque mascherate con denominazioni verbalmente federalistiche. Le Comunità del carbone e dell’acciaio, quella degli accordi verdi e sovratutto quella della difesa sono accettabili provvisoriamente solo come mezzo per attuare il concetto più vasto della federazione politica. È un grossolano errore dire che si comincia dal più facile aspetto economico per passare poi al più difficile risultato politico. È vero il contrario. Bisogna cominciare dal politico, se si vuole l’economico. È vero che un unico mercato economico dell’Europa occidentale sarebbe un incommensurabile vantaggio per tutti. Gli stati europei odierni sono, economicamente, dei pigmei. Il loro territorio è troppo piccolo perché in essi si affermi una vera divisione del lavoro.</em>” Einaudi faceva ora degli esempi dimensionali al riguardo. E poi affermava che “<em>all’allargamento del mercato non si arriva senza dolore. Se il problema è posto al mero punto di vista economico, l’opposizione di coloro che preferiscono conservare il monopolio del piccolo mercato attuale piuttosto che affrontare l’incognita dell’adattamento al grande mercato federale sarà sempre potentissima…..Una unione doganale è un terremoto; ed i terremoti hanno sempre prodotto un qualche sconquasso.….Il mercato unico verrà poi, quando la federazione sarà attuata. Necessariamente, come detto altrove, l’esercito comune avrà bisogno di un bilancio comune, di imposte comuni, di un parlamento comune capace di deliberare le imposte comuni. Le dogane interne cadranno da sé…</em>..” Ho riportato ampiamente l’articolo, non solo per fare intendere con chiarezza la tesi di Einaudi, ma anche perché, come dico fra poco, questo scritto è decisivo per coglierne la posizione negli anni seguenti.</p>
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<p>Riprendendo il filo delle vicende politiche in corso, nell’estate avanzata del ’52, l’elaborazione dello Statuto venne affidata  all’Assemblea della CECA. E dopo mesi di compromessi, la spuntarono  i francesi, contrari a cedere sulla sovranità, e restarono sulla carta i propositi di costruire una Comunità politica sovranazionale. Comunque a metà marzo ’53, fu approvata l’ipotesi di statuto di una Comunità Politica Europea molto ridimensionata. Che corrispondeva ad un Trattato internazionale con una Costituzione. Rispetto alla CECA, nella nuova Comunità era previsto un ruolo del Parlamento  notevolmente maggiore, soprattutto per l’elezione a suffragio universale di uno dei suoi due rami. Il Parlamento avrebbe votato leggi e bilanci e unitamente al Consiglio esecutivo, avrebbe avuta  l’ iniziativa legislativa. Restava tuttavia la questione della ratifica nei sei paesi, da parte dei Parlamenti, del Trattato CED, da cui dipendeva la possibilità di arrivare alla CPE.</p>
<p>La questione si complicò presto. Sul piano internazionale,  la morte di Stalin allentò le tensioni della guerra fredda e per gli americani rese meno impellente la creazione della CED. In Italia ci furono le politiche e il quadripartito vinse senza ottenere il premio di maggioranza (7 giugno 1953). Si è visto che ciò portò al governo Pella, il quale, non avendo l’appoggio dei paesi alleati nello scontro su Trieste, a settembre pensò di usare la ratifica CED come arma di pressione per ottenerlo. Poi, a dicembre , alla Conferenza dei Tre Grandi alle Bermude, divenne esplicito il dissenso sulla CED tra USA e Francia, che dichiarava difficoltà per la ratifica in Parlamento. In Italia, sia con Pella che con Fanfani e poi con Scelba, si continuò ad asserire che la ratifica andava fatta, ma non veniva presentato alle Camere il disegno di legge relativo. E senza la ratifica della CED, non ci sarebbe stata neppure la Comunità Politica Europea.</p>
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<p>Einaudi colse l’atmosfera e il 1 marzo del ’54 annotò (altro testo poi reso pubblico nello Scrittoio del Presidente) “<em>Nella vita delle nazioni di solito l’errore di non saper cogliere l’attimo fuggente è irreparabile. La necessità di unificare l’Europa è evidente. Gli stati esistenti sono polvere senza sostanza. Nessuno di essi è in grado di sopportare il costo di una difesa autonoma. Solo l’unione può farli durare. Il problema non è fra l’indipendenza e l’unione; è fra l’esistere uniti e lo scomparire. Le esitazioni e le discordie degli stati italiani della fine del quattrocento costarono agli italiani la perdita della indipendenza lungo tre secoli; ed il tempo della decisione, allora, durò forse pochi mesi. Il tempo propizio per l’unione europea è ora soltanto quello durante il quale dureranno nell’Europa occidentale i medesimi ideali di libertà. Siamo sicuri che i fattori avversi agli ideali di libertà non acquistino inopinatamente forza sufficiente ad impedire l’unione; facendo cadere gli uni nell’orbita nord americana e gli altri in quella russa? Esisterà ancora un territorio italiano; non più una nazione, destinata a vivere come unità spirituale e morale solo a patto di rinunciare ad una assurda indipendenza militare ed economica.</em>”</p>
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<p>Queste parole di Einaudi esprimono la considerazione appassionata di un federalista da sempre che temeva l’allontanarsi dell’obiettivo. Intanto De Gasperi, tornato ad essere segretario DC, non smetteva di battersi – con l’appoggio di PLI, PRI e PSDI convinti fautori della scelta occidentale – non soltanto contro le opposizioni (PCI e PSI contrari all’esercito europeo perché filorussi e MSI perché anteponeva la questione Trieste) ma anche contro le felpate ma solide ritrosie nel proprio partito (soprattutto nella sinistra e di Moro). In ogni modo, ad aprile indusse il Governo a presentare alle Camere la legge per la ratifica CED. Si avviarono le procedure parlamentari e De Gasperi, per  contribuire al massimo a tener vivo l’argomento, a maggio accettò di divenire presidente dell’Assemblea della CECA, posto di gran rilievo e  prestigio.</p>
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<p>Nelle settimane seguenti, la situazione in Italia non cambiò sul tema ratifica CED. Da metà giugno De Gasperi fece votare, prima dalla Direzione DC e poi dal Congresso Nazionale di Napoli, documenti che sostenevano la necessità di ratificare il Trattato CED. Eppure, nella sostanza prevaleva l’idea di muoversi con calma così da attendere che fosse la Francia a ratificare per prima. Anche perché in Francia la situazione volgeva al peggio da questo punto di vista. Di fatti, a metà giugno si era insediato a Parigi il nuovo governo Mendès-France, incaricato di stipulare in poche settimane l’armistizio nella guerra in Indocina.  Mendès-France aveva la dichiarata intenzione di ottenere un miglioramento nel Trattato CED (eliminando la cessione di sovranità) e ciò prima del voto all’Assemblea Nazionale. De Gasperi continuò a premere sulla DC e a metà agosto ottenne, pur assente dalla riunione (scomparirà il giorno successivo), che fosse votato un documento in cui la Direzione confermava la CED quale strumento per “<em>preparare la formazione di una Comunità politica, atta ad assicurare il progresso civile ed economico dei popoli europei e la pacifica coesistenza di essi con tutti gli altri popoli</em>”.</p>
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<p>La scomparsa di De Gasperi fu come un emblema del precipitare delle cose. La richiesta francese di miglioramento del Trattato CED venne prese in esame nella Conferenza di Bruxelles ma Mendès-France non volle che venissero fatte modifiche. Così, restato immutato il testo del Trattato CED, il 30 agosto ’54 Mendès-France lo presentò all’Assemblea Nazionale senza porre la fiducia. L’Assemblea Nazionale votò (55% dei voti) una mozione procedurale che rinviava la discussione sul Trattato senza fissare la data per riprenderla. Ovviamente non venne mai ripresa. E subito dopo anche l’Italia interruppe la procedura di ratifica. La vicenda CED si chiuse allora.</p>
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<p>Tuttavia non terminò la vicenda politica dell’Europa. Come ho ricordato in un mio articolo pubblicato qualche mese fa su Libro Aperto (“L’esperimento Unione Europea”), due settimane dopo il voto del Parlamento di Parigi, in Italia divenne Ministro degli Esteri (proveniente dal Ministero della Pubblica Istruzione con un rimpasto) il liberale Gaetano Martino. Al cambio di ruolo ministeriale, non venne attribuito  un significato particolare, salvo la volontà del Ministro dimissionario, Piccioni altissimo esponente DC, di voler evitare il clamore dello scandalo contro il figlio (che si rivelerà montato).  Negli ambienti del PLI al più si osservava che la DC aveva applicato la saggezza curiale e si era ripresa la decisiva cura del mondo scolastico.  Ma dopo quasi settanta anni, va detto  che il processo avviato da quel  cambio è stato talmente epocale, che è improbabile sia stato  fortuito.</p>
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<p>Di fatti, Gaetano Martino, da liberale maturo, in appena otto mesi riuscì a riunire la Conferenza di Messina con gli altri cinque Ministri degli Esteri della CECA (1 giugno 1955), ampliò l’impostazione di Shumann e dopo tre giorni di confronti tesi (nei quali è presumibile si basò sulla convergenza  con il belga Paul Henri Spaak, socialista, il cui zio materno era il leader dei liberali belgi), ottenne una dichiarazione (Risoluzione di Messina) improntata ad una logica del tutto differente da quella federalista, perché indicava un’Europa a passo a passo, iniziando dalla vita economica quotidiana. Il che corrisponde in modo realistico alla concezione liberale. I risultati di questa nuova logica si videro, robusti ed effettivi. A cominciare dalla firma a marzo 1957 degli storici Trattati di Roma della Comunità Economica Europea, dai quali è nata l’attuale Unione Europea.</p>
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<p>Einaudi non scrisse più niente (che mi sia noto) in materia di federalismo europeo, né all’epoca della Conferenza di Messina né in seguito. Peraltro ritengo che, a parte la comprensibile disillusione umana per il tramonto del sogno federalista nella forma pensata da decenni,  ancor oggi vada confermato il valore della idea federalista di Einaudi di matrice liberale. Al contempo, prendendo atto che sulla questione Europa si è sperimentata un’ulteriore necessità che Einaudi non aveva valorizzato. Vale a dire che il configurare un’istituzione nel segno della libertà  presuppone in modo inscindibile che quell’istituzione sia accettata dai cittadini destinati a farne parte. La convinzione razionale, anche nel caso sia in sé del tutto fondata (come nella fattispecie), non è sufficiente. Al riguardo è illuminante un articolo che Einaudi aveva scritto sul Corriere della Sera il 4 aprile del 1948, intitolato “Chi vuole la pace?”.</p>
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<p>Vi esponeva la tesi che  era necessario “<em>volere la creazione di un potere superiore a quello dei singoli Stati sovrani….E, badasi, il super Stato non può essere una qualunque Società delle Nazioni od anche una Organizzazione delle Nazioni Unite.   Come i fatti mi hanno dato ragione per la Società delle Nazioni, così oggi tutti si avvedono che l’O.N.U. non è efficace strumento di pace per il mondo. A che cosa serve una lega, una associazione, la quale deve ricorrere al buon volere di ognuno degli Stati associati per mettere a posto lo Stato malfattore recalcitrante al volere comune? Priva di forza propria militare, una società di Stati è fatalmente oggetto di ludibrio e di scherno.</em>”  E si richiamo all’esperienza degli Stati Uniti. “ <em>Il gran passo fu fatto quando la costituzione del 26 luglio 1788 ebbe cominciamento con le famose parole: We the people of the United States, noi popolo degli Stati Uniti, e cioè non noi tredici Stati ma noi «il popolo intero degli Stati Uniti», abbiamo deciso di fondare una più perfetta unione.</em>”</p>
<p>“<em>Vano è immaginare e farneticare soluzioni intermedie. Il solo mezzo per sopprimere le guerre entro il territorio dell’Europa è di imitare l’esempio della costituzione americana del 1788, rinunciando totalmente alle sovranità militari ed al diritto di rappresentanza verso l’estero ed a parte della sovranità finanziaria.</em>”</p>
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<p>I concetti espressi fin qui nell’articolo hanno una perenne validità razionale in termini di libertà  effettiva. Ma per i liberali sono validi in quanto hanno una condizione di fondo implicita, che viene segnalata nel medesimo articolo di Einaudi. Il quale completa il testo rivolgendosi ai lettori: “<em>Siete  decisi a dare il vostro voto, il vostro appoggio soltanto a chi prometta di dar opera alla trasmissione di una parte della sovranità nazionale ad un nuovo organo detto degli Stati Uniti d’Europa? Se la risposta è affermativa e se alle parole seguono i fatti, voi potrete veramente, ma allora soltanto, dirvi fautori della pace. Il resto è menzogna</em>.” Ecco questo paragrafo prova che Einaudi, da liberale,  ritiene scontato  ricorrere al giudizio con il voto dei cittadini coinvolti (del resto, sta qui il senso profondo del superare una parte della sovranità dello Stato nazionale). Ma tale giudizio dei cittadini era proprio la cosa mancante nel caso specifico della proposta di Commissione Europea di Difesa, la CED (e i fatti mostrano che erano in molti a non volere la perdita della sovranità sull’altare dell’esercito europeo). Per contro proprio l’approccio del giudizio dei cittadini è sempre presente per sua fisiologia nella strada a passo a passo seguita a Messina e formalizzata con i Trattati di Roma: è pensata per legarsi all’attività economica quotidiana (che è propria del cittadino). E’ un approccio consapevole di dover operare nei tempi lunghi necessari ad ottenere il consenso della maggioranza dei cittadini.</p>
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<p>Dunque non sta nel pezzo del ‘48 la mancanza concettuale in cui incorse Einaudi. Sta in quello del 2 giugno 1952 riportato sopra, che afferma la necessità di cominciare dalla politica e non dall’economia. Ricordo che aveva scritto “<em>è un grossolano errore dire che si comincia dal più facile aspetto economico per passare poi al più difficile risultato politico. È vero il contrario. Bisogna cominciare dal politico, se si vuole l’economico</em>”. Un’asserzione simile può essere fondata solo in particolari contingenze, tali da consentire il dipanarsi immediato del percorso più logico. Altrimenti, in generale, è sperimentalmente dimostrato che il risultato politico più difficile non si raggiunge subito partendo da  una decisione razionale e basta. Perché un aspetto della libertà del cittadino consiste nel riguardare una miriade di cittadini tra loro diversi. E non è affatto detto che tutti pensino e ragionino allo stesso modo in ogni attimo. Su un qualunque argomento si deve passare dall’esperienza per giungere a convergere della maggioranza su una scelta concordata. Ebbene, un simile aspetto venne dimenticato nella questione CED e nell’approccio dei federalisti all’Europa (da ricordare che, sul tema Europa, lo stesso errore venne commesso, durante la vita dell’Europa, anche nei decenni successivi, in particolare dalla caduta del muro di Berlino e fino al 2019). Questo fu in sintesi il percorso con cui, nel ’53 / ’54, si giunse alla mancata ratifica della Francia e dell’Italia del Trattato CED.</p>
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<p>L’aver dimenticato di sollecitare il passaggio del giudizio dei cittadini, però, non scalfisce minimamente l’importanza del contributo concettuale e pratico che Einaudi ha dato per la battaglia federalista sul tema dell’Europa. Non è casuale che, a parte la dimenticanza concernente la procedura, gli scritti di Einaudi – anche solo quelli riprodotti nel presente articolo – abbiano indicato, spesso perfino con una precisione non comune, tantissimi contenuti che, nei decenni dopo il ’57, sono già entrati a far parte  materiale dei Trattati europei nel loro progressivo edificarsi. Di più, contenuti che è probabile ed auspicabile continueranno ad entrarvi per accrescere ancor più lo stare vicini alla primaria necessità dei cittadini di esprimere sé stessi nel vivere, mantenendo quella indipendenza senza cui non può esistere libertà.</p>
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<p><strong>10- I rapporti puntuti dei tre grandi liberali . 10a) Il motivo del presente capitolo.</strong> E’ particolarmente istruttivo riflettere sul rapporto tra le concezioni di Einaudi e quelle di altri due grandi liberali del ‘900, Benedetto Croce e John M. Keynes. Si tratta di un tipico rapporto utile non a stabilire quale rispettiva concezione possa prevalere, bensì a far cogliere aspetti ancora da risolvere della libertà nel convivere. Infatti, gli approcci dei tre grandi liberali non sono pienamente sovrapponibili e le differenze forniscono, ancora a distanza di decenni, indicazioni costruttive sul come  affrontare l’esercizio della libertà nei rapporti tra i cittadini che muta nel tempo.</p>
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<p><strong>10b – Einaudi e Croce.</strong> Per quasi un ventennio, a partire dalla seconda metà degli anni ’20, Einaudi ebbe con Croce scambi di opinioni piuttosto vivaci a proposito dei rapporti tra liberalesimo e liberismo (raccolti poi in un noto libro degli anni ’50). Croce tendeva ad esaltare il principio di libertà, più che a soffermarsi sul come realizzarlo. Esclusi liberismo e comunismo (“<em>sono due ordinamenti irrealizzabili; la ragione è che sono tentativi di ordinamento totale della vita e della società umana</em>”), sosteneva che  “<em>la libertà come moralità non può avere altra base che sé stessa, e morale non sarebbe se fosse legata ad un dato economico…. il liberalismo ha bisogno di mezzi economici e politici,  che non possono mai essere fissati in certi mezzi ad esclusione di certi altri</em>”. Per Croce, la libertà è  un’essenza spirituale che deve realizzarsi innanzitutto nella coscienza dell’individuo e che in questo senso prescinde dal contingente ordinamento della società. “<em>Il promovimento della libertà è il criterio con cui (l’idea liberale) misura istituti politici e ordinamenti economici, in rapporto a varie situazioni storiche, a volta a volta accettandoli e respingendoli, secondo che quegli istituti serbino o smarriscano efficacia per il suo fine</em>”. Perciò “<em>l’idea liberale può avere un legame contingente e transitorio, ma non ha nessun legame necessario e perpetuo, con la proprietà privata della terra e delle industrie</em>”.</p>
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<p>Una posizione, questa, di pensiero alto che esalta la centralità della maturazione individuale nei processi di libertà. Però – rispondendo al problema di un’epoca passata quando non c’era abbastanza riflessione su un tale aspetto – non va oltre quel problema e resta disattenta al come promuovere la maturazione nella concretezza del convivere (che è il problema successivo, nascente all’epoca). Ciò causò a Croce l’accusa di essere un teorico passatista. E a far superare tale accusa non bastò il suo forte impegno, prima negli anni ’20 e ’30, con il Manifesto degli Intellettuali e con la rivista Critica che costituirono i fari dell’antifascismo liberale e non solo; poi in tutti gli anni ‘40 e fino alla morte,  l’attività in prima persona per la rinascita del PLI di cui era infaticabile assertore. D’altra parte, la prova sul terreno ha dimostrato che per la maturazione individuale è indispensabile sì sviluppare in ciascun cittadino la cultura della libertà, ma che su larga scala – quella del convivere – non è sufficiente se non si accompagna all’applicarsi in modo coerente a quali scelte compiere sui più importanti nodi della vita quotidiana. Il che rimane, ancor oggi, un insegnamento ineludibile per i liberali.</p>
<p>Einaudi concordava con Croce sull’idea che le varie forme di liberismo “<em>si muovono nell’ambito dell’economia e non hanno un legame necessario con la visione liberale del mondo</em>”. Ma sottolineava che “<em>la libertà non è capace di vivere in una società economica nella quale non esista una ricca fioritura di vite umane, indipendenti le une dalle altre, non serve di un’unica volontà…..non derivanti dalla tolleranza dell’organo del tutto</em>”. E concludeva “<em>pare difficile scindere compiutamente l’idea liberale dallo strumento con cui essa si converte in azione operante…..</em>”. “<em>L’idea della libertà non informa di sé la vita dei molti e dei più se non quando gli uomini siano riusciti a creare tipi di organizzazione economica adatti a quella vita libera</em>”.</p>
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<p>Dunque, il distinguo di Einaudi con Croce è su quali possano essere questi tipi di organizzazione economica. Senza dubbio Einaudi è nel giusto: devono esserci. Ma constatarlo non consente di respingere le parole di Croce (riportate sopra) sui legami contingenti e transitori dell’idea liberale. La frase di Einaudi – “<em>il liberalismo non può assistere concettualmente all’avvento di un assetto economico comunistico, come pare ammetta Croce</em>” ­– traballa nel dimenticare gli insistiti attacchi di Croce al comunismo ma soprattutto sembra non cogliere il come siano essenziali (e coerenti) le parole di Croce secondo cui la libertà “<em>misura istituti politici e ordinamenti economici a volta a volta accettandoli e respingendoli, secondo che quegli istituti serbino o smarriscano efficacia per il suo fine</em>”. E ancor meno coglie il senso quando aggiunge che la tesi di Croce secondo cui “<em>la libertà morale è compatibile con qualunque ordinamento economico, è vera per gli eroi, per i pensatori e per gli anacoreti</em>” e non per le persone comuni, che hanno bisogno di “<em>un ordinamento economico conforme alla loro esigenza di libertà</em>”. Perché così Einaudi introduce una distinzione dal profumo classista, seppur vago. In effetti, il punto vero è che la libertà non è solo per le persone comuni, è per ciascun individuo (anche quando lui non ne ha piena consapevolezza). Per questo, l’inefficacia quanto a libertà di un istituto politico o di un ordinamento economico, va misurata nel  funzionamento che ne deriva, non è inclusa nel concetto di libertà. Perché il concetto di libertà include solo il criterio di massimizzare le relazioni rese possibili tra i singoli cittadini di un territorio con il praticare la libertà.</p>
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<p>In generale Einaudi svolge argomentazioni assai giuste, ma, non soffermandosi abbastanza sul ruolo imprescindibile della libertà del cittadino in ogni momento pubblico (da qui i suoi comportamenti nella vicenda art.7 oppure nella procedura della CED), non poté evitare di essere frainteso nella pratica di vita circa l’aspetto che è il limite fisiologico del liberismo, cioè che l’economia non è di per sé sufficiente (appunto perché la libertà non è riducibile a proprietà privata, la quale è necessaria ma non sufficiente per la libertà). Non a caso, il fraintendimento è puntualmente avvenuto da allora e fino ad oggi, nonostante che gli scritti al riguardo dello stesso Einaudi siano espliciti ed inequivoci.</p>
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<p>Tale dato sperimentato fa capire che tutti gli aspetti descrittivi della libertà sono inseparabili. Da quelli spirituali, al come trasmetterne l’idea, ai criteri per consentire di realizzarla, al realismo  nel valutarne i risultati in ogni luogo ed epoca. Perciò vanno declamati ma ancor più è indispensabile praticarli. Nel praticarli va peraltro tenuto conto che la vita politica delle relazioni reali tra i cittadini naviga nel mare della diversità. E che dunque è irrealistico pretendere una pratica assolutamente pura. In ogni attimo esistono di continuo valutazioni difformi tra i cittadini sul cosa richieda realizzare la libertà. Valutazioni che tendono a conciliarsi dopo aver sperimentato le scelte fatte, ma che assai spesso sul subito divergono. Non tanto perché non vi sia consenso sul concetto  di libertà, ma perché, siccome realizzare la libertà concerne il futuro per sua natura, il come farlo attiene al ramo delle previsioni circa la scelta adottata. E dunque contiene necessariamente margini di incertezza sul risultato.</p>
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<p>In sintesi, mentre Croce è disattento al come promuovere la maturazione individuale su larga scala,  talvolta Einaudi propende a supporre che l’incertezza sul risultato possa non esserci: quando per realizzare la libertà ama adottare il criterio di scegliere la libertà esistente in una ben definita società di uomini liberi da lui stesso immaginata (quella degli uomini comuni bisognosi di un ordinamento economico libero). Solo che supporre che vi sia un solo modello di società di uomini liberi, contraddice il criterio di libertà. Insomma, nel mondo reale permane l’incertezza su come realizzare la libertà. E’ stato questo tipo di propensione a portare Einaudi a dare un giudizio negativo su Giolitti che vedeva gli italiani come erano e non pensava abbastanza al modo di farli divenire come avrebbero potuto essere (“<em>non possedeva le qualità necessarie per attuare l’elevamento delle masse che era nell’aria e che egli professava ed intendeva far proprio</em>” e faceva compromessi eccessivi visto che “<em>la politica è fatta di compromessi, ma non di calata di brache</em>”). Eppure la valutazione dei risultati del periodo giolittiano è assai positiva per  grandissima parte dei liberali e non solo per loro. Tant’è che perfino lo stesso Einaudi, negli anni ’50, riconobbe che i compromessi di Giolitti erano stati fecondi (e del resto l’epoca giolittiana è stata uno dei pochissimi periodi della storia italiana in cui si è realizzato quel Buongoverno che Einaudi ritiene la vera incarnazione del compito dello Stato liberale).  In ogni modo, dal balenare in Einaudi di una simile posizione piuttosto teorica in contrasto con il criterio reale di libertà, ci viene la riprova che quello della libertà non è un libro sacro da adorare ma una pratica di vita continua, stabile quanto ad obiettivo e in prospettiva, ma cangiante nella forma e nei tempi.</p>
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<p><strong>10c- Einaudi e Keynes.</strong> Einaudi apprezzò molto la capacità di scrivere di Keynes ma quanto all’economia – e fino al 1946 quando Keynes scomparve a neppure 63 anni – ebbe con lui un frequente  rapporto critico dal tono delle dispute accademiche in tema di rispettive concezioni. Ambedue erano liberali, quindi individualisti, sia per le dinamiche economiche sia per le politiche del convivere tra diversi (di Einaudi è cosa nota, di Keynes mi limito a ricordare la sua esplicita dichiarazione “<em>l’individualismo, se può essere purgato dei suoi difetti e abusi, è la migliore salvaguardia della varietà della vita che emerge precisamente da questo campo ampliato di scelte, la perdita del quale è la perdita più grande dello Stato totalitario omogeneo</em>”). Ambedue attribuivano rilievo alle esperienze passate (Einaudi ne fa il fulcro della sua dottrina economica, ma anche Keynes ha scritto alla fine degli anni ‘30 “ <em>onoriamo più di prima le conquiste dei nostri predecessori e della civilizzazione cristiana e le leggi fondamentali di condotta che essi hanno stabilito in un mondo selvaggio</em>”). Ambedue sostenevano il governo diffuso (l’uno, si è visto, reputava le autonomie regionali “<em>condizioni necessarie per rinsaldare l&#8217;unità nazionale</em>”, l’altro affermava che ”<em>il nostro compito deve esser quello di decentralizzare e devolvere, ovunque sia possibile, senza sminuire il principio della sovranità di ultima istanza del parlamento</em>”). Ambedue non erano contrari all’intervento pubblico in economia e sul fatto che, in certe circostanze, il mercato non possa riequilibrarsi da solo.   Ma sostenevano un approccio assai diverso al cosa fare in quest’ultimo caso. Un approccio più tradizionale Einaudi, sempre propenso all’innovazione Keynes (“<em>soprattutto a parole</em>” diceva Einaudi). Le differenze sono parecchio tecniche e per addetti i lavori ma hanno  un’essenza comprensibile per chiunque, dal momento che ambedue curavano molto la forma in cui diffondere il proprio punto di vista, adoperando termini discorsivi alla portata di ogni lettore. L’essenza della diversificazione è sul tipo di regole che occorrono e sul come arrivarci.</p>
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<p>Per chiarire il dissenso, si può partire da quanto Keynes scrisse negli anni immediatamente successivi alla Prima Guerra Mondiale (era un componente di rilievo nella rappresentanza inglese alla Conferenza di pace di Parigi)  sulle conseguenze economiche delle indennità di guerra eccessive imposte dai vincitori. Avrebbero portato la Germania al dissesto economico ed avrebbero provocato una seconda grande guerra. Questa tesi (che, quando divenne pubblica, Einaudi scrisse di condividere)  è stata confermata dalla storia. Il distinguo con Einaudi sorse sulla considerazione economica che se ne poteva trarre. Keynes ne concluse che l’imposizione di un’eccessiva austerità, magari per ragioni etiche, finisce per deprimere la domanda e l’occupazione, e quindi produce un risultato opposto a quello voluto. Einaudi invece sostenne che una simile deduzione non fosse generalizzabile. Di fatti, non era corretto estenderla da una situazione creatasi per una calamità tangibile – quale la guerra che aveva fatto saltare le normali regole di mercato – ad una situazione ordinaria, ove è indispensabile preservare le abituali regole di funzionamento del mercato (dato che al mercato non si possono imporre dall’esterno le regole per governarlo). Il dissidio si basa perciò sul riconoscere come e quando  si deve intervenire per evitare che il mercato non funzioni più.</p>
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<p>Per Keynes il pericolo principale, a livello di società e quindi di mercato, consiste nel “ <em>supporre che l’atto di un individuo, con cui egli si arricchisce senza portar via apparentemente nulla da alcun altro, deve anche arricchire la comunità nel complesso; cosicché  un atto di risparmio individuale conduce a un parallelo atto d’investimento</em>”. Ragionando così “<em>si fa apparire come identiche due attività essenzialmente differenti. &#8230;Che ci sia un nesso che unisce le decisioni di astenersi dal presente consumo con le decisioni di provvedere a un futuro consumo tramite un investimento; mentre i motivi che determinano quest’ultimo non sono collegati in alcun semplice modo con i motivi che determinano il primo</em>”. Ne consegue – visto che per far funzionare il mercato gli investimenti devono essere in misura sufficiente da mantenere il pieno utilizzo dei mezzi di produzione – che occorre evitare  vi sia capitale inutilizzato.</p>
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<p>Keynes afferma che il capitale risparmiato resta inutilizzato da parte del risparmiatore a seconda delle attese complessive, del reddito ottenibile, del tasso monetario di interesse e dell’efficienza marginale del capitale. Per riuscire a stimolare tali fattori, è necessario far sì che venga sempre sollecitata la propensione ad investire. La via è usare, per gli investimenti, risorse fornite dalle banche o da istituzioni pubbliche attivando così un maggior utilizzo dei mezzi di produzione e insieme ristabilendo il funzionamento del mercato con il rialzo dei prezzi. Dal  momento che il maggior impiego è sorretto dalla condizione di robusta domanda globale (creata in tal modo), non è rilevante il come venga utilizzato il risparmio fino ad allora inoperoso o quello delle risorse investite, bancarie o pubbliche. Tanto, al livello dei consumi non si creano dirigismi  e funziona il libero mercato dei consumatori. Il che innesca un clima economico  tranquillo, in altre parole il quadro adatto per attirare il risparmio già preesistente e per  rendere possibile accantonarne di nuovo. E ciò fino al ripristino del pieno utilizzo dei mezzi di produzione.</p>
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<p>Einaudi prima di tutto ritiene che il risparmio inoperoso sia un concetto assai discutibile. Sia perché “<em>l’esistenza di fondi disponibili tesoreggiati non deve farci supporre che di risparmio nel mondo ce ne sia a bizzeffe</em>”. Sia perché quando esiste il risparmio inoperoso, non è per un blocco psicologico dei risparmiatori, ma perché nel mercato non sussistono condizioni favorevoli ad investire.  Per farle rinascere non serve limitarsi a  mutare problema da porsi. “<em>Al problema della scelta, da parte di chi ha già deciso di risparmiare, fra il conservare il risparmio sotto forma di moneta o sotto forma di beni reali, si sostituisce il problema fra il risparmiare e il consumare; e poiché tutte le alternative possibili nel caso del risparmio sono fatte ugualmente spiacevoli [da un disordine nel sistema dei prezzi], si finisce di preferire il consumo al risparmio</em>”. Per far rinascere le condizioni adatte ad investire,  occorrono riforme strutturali, che eliminino le bardature quali le imposte troppo elevate, le spese improduttive, i consorzi imprenditoriali per tenere alti i prezzi, la propensione dei sindacati a mantenere i salari a livelli che ostacolano le nuove assunzioni. Ed occorre accettare che la crisi elimini gli imprenditori variamente incapaci (“<em>Se non siano ancora stati cacciati via se non in parte, non si guarisce la malattia; ma la si alimenta. Non l’euforia della carta moneta occorre; ma il pentimento, la contrizione e la punizione dei peccatori, l’applicazione inventiva dei sopravvissuti</em>”). Einaudi sottolinea poi che espandere la domanda di consumi mediante deficit pubblici porterebbe all’inflazione e al bisogno di finanziare la bilancia dei pagamenti con debiti verso l’estero.</p>
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<p>Per tutto questo Einaudi ha scritto che senza risparmio non si possono fare investimenti. Perché il risparmio è reddito non consumato, vale a dire la parte dei frutti della propria iniziativa e del proprio lavoro non destinati ai consumi per vivere e a quelli per soddisfare le spese di piacere (da qui la ragione del tassare, oltre al reddito, i consumi – seppure in modo differenziato per distinguerne la destinazione – con l’obiettivo di spingere ad evitare che  essi  assorbano del tutto l’ammontare netto dei frutti prodotti). Allora il capitale risparmio è concepito quale garanzia di libertà del cittadino nella scelta di come investire le risorse di cui  dispone per farle produrre (di conseguenza l’impegno indefesso di Einaudi contro tutte le forme economiche che propendono a comprimere il risparmio nel produrlo e nel conservarlo).</p>
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<p>Con questa impostazione è decisivo mantenere le condizioni perché il risparmio resti attivo negli impieghi, a cominciare dalla stabilità della moneta. Inoltre c‘è un altro aspetto. Per Einaudi, quando esiste davvero una capacità produttiva inutilizzata, non si deve confondere quella efficace (da recuperare con investimenti del governo anche a debito) da quella inefficace perché frutto di scelte errate (che con il ricupero si vorrebbe al momento nascondere). Insomma “<em>nel momento presente….. non par dubbio che il consiglio debba essere di risparmiare, di ridurre il piede di casa, di essere guardinghi e prudenti nell’investire. In passato ad agire così, secondo le norme tradizionali della prudenza, bene si operò e si riuscì a guarire l’ammalato. Perché oggi si dovrebbe cambiar metodo?</em>”.</p>
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<p>Proprio quest’ultima considerazione è illuminante. Einaudi non negava l’esistenza dei problemi insiti nelle crisi, ma diffidava delle terapie dei cambiamenti avventati che favorissero investimenti a scapito del risparmio ed  innescassero l’inflazione, giudicata il massimo disordine del mercato dei prezzi. Già negli anni prima della seconda guerra mondiale, proprio economisti sostenitori della concezione economica einaudiana, rilevavano che la lettura da lui   fatta della proposta di Keynes, non teneva conto di alcuni aspetti. A cominciare dalla effettiva frequente esistenza di una notevole  quantità di capitali non utilizzati. Quando esistono, se si inventasse un nuovo processo tecnico-economico tale da assicurare al capitale inoperoso un profitto sicuro, i capitali si precipiterebbero,  dando inizio ad effetti espansivi sul mercato, reali e non monetari. Fuori di metafora, potrebbe svolgere un ruolo analogo immettere risorse di banche o di istituzioni, al fine di attivare il processo descritto sopra che rimette in moto il mercato e risolleva i prezzi. E dunque, era la conclusione di quegli einaudiani, i passaggi necessari della struttura di Keynes sono compatibili con il sano rigore monetario di Einaudi.</p>
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<p>Soffermarsi sul confronto Einaudi Keynes, serve per chiarire alcuni aspetti irrisolti nella posizione dell’uno e dell’altro. In materia di occupazione, Einaudi medesimo –  oltre al continuo richiamare che essa veniva ridotta da norme giuridiche e pratiche sindacali che ingessavano il mercato – riconosceva il suo contrarsi nella fase iniziale dei provvedimenti sul credito miranti a ridurre l’inflazione (come verificatosi nell’atto da lui compiuto quale Ministro del Bilancio nel ’47). Ma lo riteneva un male necessario come premessa di un nuovo equilibrio di mercato, allo stesso modo del fallimento degli imprenditori incapaci. In aggiunta, va osservato che Einaudi non approfondì davvero l’aspetto della disoccupazione  derivante dalla scoperta di nuovi macchinari e tecniche produttive. Scoperta che, oramai da tempo, aveva un ritmo spesso più veloce, talvolta anche molto, della capacità del sistema economico dell’inventare nuove modalità di impiego del lavoro sul mercato.</p>
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<p>Keynes, da parte sua, focalizzandosi sul pieno utilizzo dei mezzi di produzione (al fine di risolvere il nodo immediato e incombente, stante che “<em>nel lungo periodo saremo tutti morti</em>”), dava centralità al tema occupazione e aveva ben colto il punto della “<em>disoccupazione dovuta alla scoperta di strumenti economizzatori di manodopera che procede con ritmo più rapido di quello con cui riusciamo a trovare nuovi impieghi per la stessa manodopera</em>”. Però la soluzione da lui proposta del riattivare il mercato dall’esterno – spingere per finanziare a debito il pieno utilizzo dei mezzi di produzione esistenti, umani innanzitutto e non solo –, si prestava ad essere fraintesa e venir usata in chiave dirigista (spostando attenzione e impegno dal mercato dei cittadini al sostenere il potere civile di chi, persona o gruppo, elargisce il credito e lega  i cittadini ed ha il potere di scegliere).</p>
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<p>Tutti e due cercavano di risolvere il rapporto tra risparmio e investimenti. Per Einaudi la chiave sono il prezzo  e il saggio di interesse reale, per Keynes sono le aspettative del risparmiatore e il saggio di interesse monetario. Ne consegue che per Einaudi la cura è  il rigore di bilancio che sostenga la stabilità monetaria perseguita dalla Banca centrale, ammettendo l’intervento pubblico solo per opere di pubblica utilità, mentre per Keynes la cura è l’aumento della domanda globale mediante gli interventi pubblici anche in deficit. Le due cure – rispetto alla chiarezza del fine dichiarato e condiviso di promuovere la libertà del cittadino – avevano alcuni aspetti più deboli quanto ad efficacia. Inoltre, Einaudi riteneva necessario formare delle classi dirigenti capaci di svolgere una funzione generale di indirizzo e  Keynes presupponeva che i tecnici pubblici fossero in grado stabilire quali interventi fare e in quale momento. Anche qui, i detrattori preconcetti del liberalismo, hanno accusato Einaudi di conservatorismo disattento a gran parte dei cittadini, e Keynes di essere un sostenitore della tecnocrazia. Su tutti questi aspetti hanno giocato le distorsioni delle due rispettive proposte fatte dagli ambienti espressione delle culture dei movimenti non liberali. Come si è visto prima, da decenni si tenta, con insistenza crescente, di far passare Einaudi per liberista quando lui ha mostrato di non esserlo  nei suoi scritti e nei suoi comportamenti. E si vuole interpretare Keynes  come l’iniziatore del governare inflazionistico  e sostenuto dalla crescita del debito nonché dalla pratica dirigista, al contrario dei suoi intenti chiaramente espressi.</p>
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<p>Ambedue sono vittime, in quanto liberali, di coloro che non vogliono accettare i criteri dinamici e duttili da loro proposti per risolvere i rapporti economici nel convivere. In sintesi, non li vogliono accettare perché tali criteri consistono nell’affidarsi alle scelte e alle iniziative del cittadino individuo prima di tutto. Le culture dominanti nella seconda metà del ‘900, quella popolare cattolica e quella socialista, per mentalità  istintiva, hanno interpretato le idee di Einaudi e di Keynes come se avessero l‘obiettivo  di porsi quali dottrine definitive dell’economia. Una interpretazione assai lontana dal vero. Essendo liberali, Einaudi e Keynes hanno puntato, con le rispettive proposte, a rendere più libera la vita quotidiana del cittadino almeno in quel determinato periodo storico. Un obiettivo complicato da centrare in pieno, appunto in considerazione delle varie caratteristiche della libertà di cittadini diversi e del trascorrere del tempo. Ma i rispettivi contributi sono stati molto fecondi, finché le culture illiberali, anche sfruttando le parti meno incisive delle proposte di Einaudi e di Keynes, non hanno tentato di eternizzarli in una formula statica ed a loro estranea.</p>
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<p>I due marchi – di Einaudi (il principio del Buongoverno) e di Keynes (il pieno utilizzo dei mezzi produzione) – sono  intrinsecamente variabili con i luoghi e con l’epoca, quanto ai modi per realizzarli. Non sono possibili politiche automatiche e ripetitive.  Nessun determinismo, immaginabile solo da chi vede la vita imperniata sull’alternativa vincere o perdere e sull’invidia. Del resto, Einaudi e Keynes, a parte le accuse infondate loro rivolte ­– a Einaudi di essere liberista più che liberale, a Keynes di essere  dirigista più che  liberale – hanno indicato strade complementari e non contrapposte.  Il loro divergere nel vedere il cardine economico sul confronto dei prezzi (Einaudi) oppure sulla quantità dei mezzi in gioco (Keynes) è una distinzione piuttosto che una divergenza reale, nel senso che il meccanismo dei prezzi presuppone che il mercato funzioni, mentre la quantità dei mezzi è un presupposto per far esistere il mercato. Da qui la complementarità dei due grandi liberali. Solo una visione rigida – perciò illiberale – può pensare di ridurre la realtà o ad un meccanismo sempre funzionante nei modi stabiliti oppure ad una totale mancanza di meccanismo di cui si devono ricreare da zero le condizioni operative.</p>
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<p><strong>11- L’insegnamento einaudiano.</strong>  L’opera di Einaudi e le sue polemiche  sono strumenti assai utili per riflettere sugli intrecci complessi, oggi frenetici ai limiti del caos, che la realtà rinnova sempre. Quegli intrecci vanno almeno districati, se non sciolti, per preservare nel tempo un equilibrio civile tra creazione di ricchezza, coesione sociale e libertà politica.</p>
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<p>Già dallo stile di scrittore, Einaudi ha costantemente innescato i suoi ragionamenti politico culturali circa la libertà, con la descrizione in dettaglio della vita di ogni giorno del cittadino normale, che opera come sente pensando a risolvere i problemi abituali dell’esistenza. Così, Einaudi insegna in modo poliedrico che la libertà del singolo è alla base di una società libera, che una società libera si fonda su uguali diritti dei cittadini e che gli ordinamenti devono rendere massima la capacità di comunicare e di intraprendere dei singoli. Dunque il liberale, in politica, deve adoperarsi su più fronti per costruire percorsi aperti che preservino da rischi pericolosi. Quelli rappresentati da chi vorrebbe riscoprire il pauperismo, oppure da chi emarginerebbe le persone inutili nell’ottica economicistica, oppure da chi pensa la libertà solo per gli eroi solitari capaci di mantenerla nella propria coscienza in ogni circostanza, oppure da chi si illude di trovare la libertà affidandosi acriticamente all’autorità di qualcuno piuttosto che all’apporto di tanti altri.</p>
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<p>Ogni volta che c’è da decidere, un punto centrale è ricordare che il metodo liberale dell’agire nel solco della rotta sulla libertà del cittadino, non usa le teorie di varia natura ideologica o religiosa, che perseguono il dover essere. Il metodo liberale opera sempre mediante il vincolo dei risultati potenzialmente indotti nei fatti concreti della realtà, dal decidere una certa azione. E questo perché il metodo liberale, in ogni occasione, è attento a ciò che l‘esprimersi umano produce materialmente come risposta alle sfide del vivere tra individui.</p>
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<p>Quello che effettivamente è accaduto e  accade, prova che sono considerevoli per struttura le difficoltà di percezione immediata delle idee politiche liberali e delle proposte conseguenti. Ma che, nell’epoca recente, esse si sono acuite dopo la caduta del muro di Berlino (1989). I fraintendimenti di cui sono stati vittime Croce, Einaudi, Keynes, sono principalmente il manifestarsi volontario della vasta area dei non liberali. Sono fraintendimenti che si ripresentano ogni volta, soprattutto in Itali. Ancora in questo caso, dopo la caduta, i non liberali hanno dovuto  prendere atto  della forza delle idee liberali nell’adeguarsi alla realtà. Ma non potevano condividerle, poiché quelle idee praticano per natura la duttilità che rifiuta di ingannare i cittadini tramite l’emozionarli con la promessa utopica (che è il sistema prediletto dai non liberali). Quindi i  non liberali, per mimetizzarsi, hanno adottato il vezzo di chiamare liberale tutto , a partire dagli atti e dalle politiche che non solo non sono liberali ma che non di rado sono addirittura  illiberali. Questa è stata la furbesca metamorfosi dei gruppi dirigenti non liberali che hanno governato in quegli anni mediante evoluzioni formali nei nomi e nelle formule per celebrare, sotto la patina liberale, il proprio potere al riparo dal far decidere davvero il cittadino (qui sta il raggiro).</p>
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<p>Il distorcere la realtà del liberalismo non è però bastato a salvare quei gruppi dirigenti. Alla fine l’opinione pubblica dei cittadini, constatato il perdurare di risultati del tutto negativi, ha detto basta e si è ribellata. Dando una forte rappresentanza in parlamento ai populisti nonché alla destra sovranista e antieuropea. Allora i non liberali, imperterriti, hanno pensato di poter restaurare il loro potere perduto dando la colpa del loro malgoverno all’aver applicato idee liberali. E’ una menzogna, dovuta o alla loro ignoranza o alla loro volontà di raggiro. Fatto sta che gli attacchi al liberalismo degli ultimi anni sono risibili.  Egemoni non erano state e non sono le idee liberali. Egemoni sono state le élites di governo oligarchiche che hanno imbavagliato i cittadini con politiche disattente agli individui, al mercato vero, al funzionamento parlamentare e alla mentalità d’operare effettiva praticata dalle burocrazie statali. Politiche ispirate  per lo più sia ai privilegi  delle strutture esistenti sia al mondialismo del dover essere e del bene comune stabiliti dalle medesime élites. Quanto al nuovo corso parlamentare, l’egemonia delle élites è in disarmo (ed è molto preoccupata). Però resiste perché è favorita dalla mancanza di esperienza e dalla scasa qualità dei nuovi. Da anni, nel Parlamento italiano, non aleggiano le idee liberali.</p>
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<p>La situazione stava a questo punto quando, all’inizio 2020, il Covid19 ha dato il colpo fatale alle pretese di restaurare le vecchie concezioni di come esercitare la funzione pubblica.  La pandemia non poteva essere prevista quanto all’esatto momento dell’arrivo, ma la sanità pubblica  doveva essere pronta ad affrontare una qualche eventualità emergenziale del genere (sempre incombente in potenza). Si è visto che pronta non  era (senza responsabilità degli ultimi trenta mesi di governo, salvo quella di non aver corretta la linea). Ma si è visto anche – ed è ancor più grave – che l’intera struttura pubblica non è stata in grado di correggere il proprio modo di funzionare. Si è visto che i servizi pubblici  non svolgono il ruolo per cui esistono, ma non si pensa a ridisegnarne l’impianto o almeno ad oliarne i meccanismi esistenti. Si è visto che le Regioni intendono la loro autonomia come diritto di comportarsi da stati in miniatura e sono incapaci di concepire il loro ruolo in un quadro unitario della Repubblica strutturata su più livelli. Si è visto che le burocrazie antepongono il fruire dei loro privilegi all’esercitare la loro professionalità d’istituto e hanno anche l’ipocrisia di incolparne il governo di turno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In altre parole, si è constatato che l’Italia non sa ricostruirsi all’insegna del valorizzare gli apporti individuali diffusi dei diversi cittadini.  Si continua a parlare della necessità di rilanciare l’impegno solidale della comunità mentre la pandemia è un tipico problema della salute e dei comportamenti di ogni individuo nel suo essere specifico. Non si capisce che il Covid19 è l’ennesima riprova di come, per vivere, sia indispensabile da un lato aumentare la consapevolezza di come sia decisivo l’agire di ciascuno rispettando i vincoli della realtà circostante (ad esempio, nel caso, le prescrizioni sanitarie), dall’altro accrescere la  conoscenza scientifica, che permette di interagire con quanto accade nel mondo.  Né si coglie  il perché del balzo fatto dalla ricerca della scienza sanitaria nell’ultimo periodo: potenziando la ricerca e non esaltando modelli rigidi. Il senso della ricerca è appunto applicare il lavoro dei singoli ricercatori nell’esaminare la realtà in termini sperimentali, vale a dire con spirito critico, con rispetto dei fatti, e disponendo delle risorse indispensabili. Non c’entra il dover essere della comunità.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In Italia, invece, si continua a fare confusione. Non perché, come scrivono certi giornalisti, la pandemia abbia sospeso la politica. Ma perché, nonostante la pandemia, prosegue la tendenza a identificare la politica nella gestione del potere invece che considerarla una riflessione-confronto riguardo le soluzioni da scegliere e centrata sul proporre ai cittadini cosa scegliere.  Inoltre si da spazio ad una pseudo maggior considerazione per la scienza, trasformata però in una sorta di mitizzazione mediatica dei personaggi disponibili ad esibirsi. Senza preoccuparsi se tali personaggi si comportano davvero quali scienziati dediti a diffondere il sapere. Si pretende che la consapevolezza del cittadino – che è imperniata sul senso critico ­­­­– possa rafforzarsi con l’aderire a manifestazioni-evento prodromo di conformismo emotivo e ci si ostina a mantenersi lontani dalla riflessione critica e conoscitiva.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ancora una volta, la responsabilità del clima distorto è in massima parte dei mezzi di comunicazione, i quali, nel complesso, non svolgono più il loro ruolo informativo (che è dar notizia degli avvenimenti) ed invece diffondono una realtà romanzata (sull’intero orizzonte dell’informare, dai temi del come convivere a quelli dell’ambiente) e si spingono non di rado a dissimulare servizi trasmessi dietro corrispettivo. Quest’ultima trasformazione è particolarmente negativa perché, recidendo il filo del giudizio dei lettori sul prodotto mediatico (manifestato con l’acquistarlo), riduce assai la loro influenza nel determinare la funzione qualità del prodotto informativo. E togliere qualità al prodotto informativo, favorisce il dominio di un potere non responsabile.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un simile quadro porta a condizioni di massimo  svantaggio per le idee liberali. E nello specifico per quelle di Einaudi, che ragionano sul libero esprimersi di ciascuno per rendere possibile il mantenere le migliori condizioni del loro rapportarsi nelle rispettive diversità. Il  che  rende concreto il sussistere della libertà.  Perché privato di un’informazione ampia sugli avvenimenti del momento, il cittadino non può conoscere abbastanza quanto sta accadendo in quell’epoca e in quel luogo. E siccome le condizioni della libertà evolvono al passare del tempo anche nello stesso luogo, senza la conoscenza del presente non si possono aggiornare le condizioni di libertà nel convivere.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nel suo Buongoverno, Einaudi elenca le dieci condizioni che ritiene  fondamentali per realizzarlo:  “<em>l’indipendenza della magistratura ; l’autonomia delle università; la libertà di stampa; l’abolizione del prefetto e l’autonomia dei comuni, dei collegi posti attorno al centro più grosso e delle regioni; la federazione europea; l’abolizione di ogni vincolo dirigista; la repressione di ogni tentativo delle libere leghe operaie e padronali di creare monopoli del lavoro; la repressione dei monopoli, cartelli e trust nel mercato delle merci; la stabilità della lira in attesa di una moneta unica europea stabile; l’abolizione delle imposte che turbano la creazione della ricchezza e l’adozione di un sistema di imposte sui consumi, sul reddito, sulle successioni con metodi non inquisitori che saranno strumento di avvicinamento fra le classi sociali; la creazione di imprese pubbliche solo quando la socializzazione risulta essere il mezzo migliore per conseguire il bene comune e non quando lo Stato (o l’ente locale) si rende complice del latrocinio a danno del pubblico; piani regolatori che non siano fatti di linee segnate sulla carta, ma di strade, marciapiedi, illuminazioni, fognature, chiese, case comunali, giardini e parchi aperti a tutti e costruiti con spese pubbliche</em>”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ora, il cuore del rispetto di tali condizioni è l’esercizio della libertà di ogni individuo diverso nelle relazioni con i suoi simili . E, insegna Einaudi, la libertà può essere esercitata solo attraverso la lotta tra le idee e la discussione degli uni con gli altri, sulla base del conoscere davvero i fatti concreti. Si discute per capire ciò che è vivo e ciò che è morto delle tradizioni. Su ciò che è meglio rispondere alle sfide che si ripropongono di continuo nel vivere insieme. Su quale strada possa evitare il prevalere delle concezioni illiberali comunque protese, su qualsiasi questione e ad ogni livello democratico, a non riconoscere il valore del metodo del confrontarsi mediante il giudizio individuale per esercitare la sovranità in ogni consesso territoriale, che sia all’interno di uno Stato oppure tra i diversi Stati.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per illustrare l’importante pregio del  discutere, Einaudi pronunciò  parole molto efficaci nel suo discorso di insediamento come Presidente della Repubblica. “<em>Nelle vostre discussioni, signori del parlamento, è la vita vera, la vita medesima delle istituzioni che noi ci siamo liberamente date; e se v&#8217;ha una ragione di rimpianto nel separarmi, per vostra volontà, da voi è questa di non poter partecipare più ai dibattiti, dai quali soltanto nasce la volontà comune; e di non potere più sentire la gioia, una delle più pure che cuore umano possa provare, la gioia di essere costretti a poco a poco dalle argomentazioni altrui a confessare a se stessi di avere, in tutto o in parte, torto e ad accedere, facendola propria, alla opinione di uomini più saggi di noi.</em> “</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In conclusione, il presupposto del discutere comprende anche l’essere informati sugli avvenimenti in corso. Che però non sussiste quando i mezzi di informazione non svolgono il loro ruolo del dare notizie veritiere e del render note le varie soluzioni alternative proposte dalle parti politiche. Inoltre il presupposto viene ostacolato  dal fatto che la logica dei concetti  esposti nel presente articolo non viene digerita (e perciò stesso rifiutata, specie nell’immediato), da chi non ha la cultura liberale. In questo senso, la dice lunga il necrologio celebrativo di Einaudi scritto all’epoca da un docente  che con lui aveva avuto stretti rapporti universitari nel settore economico e che era un socialista di prima linea: “ <em>E’ difficile classificare la posizione di Einaudi, visto che lui stesso rifiutò l’idea di essere incorniciato in una precisa scuola di pensiero</em>”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Leggere i fatti reali stravolgendoli,  fa capire senza equivoci che il mondo dei non liberali, perfino quello attrezzato, giunge a distorcere la realtà pur di non usare il termine “liberale”: il suo scopo è rimuovere il concetto per cui  il metodo liberale è valido nell’attivare il cittadino individuo. E perciò quel mondo equivoca di continuo (da troppi anni) su chi è davvero liberale nei principi e nei comportamenti: tanto da far passare Einaudi come un liberista e non come un liberale. Il motivo è che la cultura di questo mondo non liberale, infarcita dell’emotività racchiusa nella speranza utopica,  lo rende inabile al comprendere la variabilità dell’individuo , della libertà e del tempo che passa (con stizza degli stessi non liberali nel constatare che il metodo liberale è  valido effettivamente nel corrispondere allo svolgersi degli eventi nel mondo). I liberali devono averne consapevolezza. E, nel ricordo di Einaudi (ammoniva di non avere complessi di inferiorità), proseguire la lotta applicando il loro metodo per conoscere e per proporre di deliberare norme ed interventi civili adatte al momento. Verificandone i risultati al passar del tempo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Estratto dal Numero Speciale Supplemento al num.105 di LIBRO APERTO  (pagg. 150-179)</b></p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2020/05/Morelli-e1475170558755.png" width="100"  height="100" alt="" itemprop="image"></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/raffaello-morelli/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Raffaello Morelli</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Nel corso dei decenni, ha svolto e scritto migliaia di interventi pubblici  ed articoli, ed è pure autore, da solo o quale coordinatore di gruppi più ampi,  di numerose pubblicazioni a carattere politico culturale, infine si è anche impegnato nella direzione de La Nuova Frontiera editrice, che, per un quarto di secolo, ha diffuso periodici e  volumi su tematiche liberali, e successivamente, in altre iniziative analoghe, tra cul la rivista Libro Aperto. Quanto si volumi più organici da lui curati, vi sono  “Cultura e politica  nell’impegno dei goliardi  indipendenti”  scritto insieme a Giuliano Urbani (1963), “43 tesi per una Presenza Liberale” (1968) redatto per il dibattito congressuale PLI,   “Il dissenso liberale è l’infaticabile  costruttore del sistema delle garanzie” (1970), molti documenti  del PLI in vista di Congressi , in particolare  “La Società aperta” (1986) che divenne parte integrante dello Statuto prima del PLI  e dopo della Federazione dei Liberali, relazioni introduttive alle Assemblee Nazionali FDL, il discorso introduttivo del Convegno  “La ricerca, un progetto per l’Italia” (2003) e negli anni più recenti  tre volumi, “Lo sguardo lungo” 2011 (manuale su vicende storiche, ragioni concettuali e prospettive attuali del separatismo Stato religioni),  “Le domande ultime e il conoscere nella convivenza” del 2012 , e infine “Per introdurre il tempo fisico nella logica della matematica e nelle strutture istituzionali” del 2016, gli ultimi due volumi inerenti radici e significato della metodologia politica individuale come strumento cardine nella convivenza tra diversi.</p>
<p><span>Ed inoltre ha pubblicato nel 2019 “Progetto per la Formazione delle Libertà” e  nel 2022  “Un’esperienza istruttiva”. In generale i suoi scritti ed interventi si trovano sul sito  </span><a target="_blank" rel="noopener" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?q=http://www.losguardolungo.it/biblioteca/&amp;source=gmail&amp;ust=1708787447634000&amp;usg=AOvVaw3Nn8N0xsxgMhrKu6ppwr2v">www.losguardolungo.it/biblioteca/</a></p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/sessanta-anni-dalla-scomparsa-di-luigi-einaudi/">Sessanta anni dalla scomparsa di Luigi Einaudi</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>La relazione tra libertà e grado di complessità normativa. Il rischio giustizialista e il ruolo della Costituzione italiana.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Angelo Lucarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Oct 2020 14:01:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Diritto]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[angelo lucarella]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Giustizia non esiste là ove non vi è libertà”. La frase del compianto Presidente della Repubblica Luigi Einaudi oggi torna attuale più che mai. Un concetto lucido, chiaro, Costituente fino all’ultima lettera. A giusta ragione d’altronde. Come può esserci giustizia senza libertà? Domanda di assoluto valore e di timbro profondo. Profondità tipica di chi nelle [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/la-relazione-tra-liberta-e-grado-di-complessita-normativa-il-rischio-giustizialista-e-il-ruolo-della-costituzione-italiana/">La relazione tra libertà e grado di complessità normativa. Il rischio giustizialista e il ruolo della Costituzione italiana.</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>“Giustizia non esiste là ove non vi è libertà”.</em></p>
<p>La frase del compianto Presidente della Repubblica Luigi Einaudi oggi torna attuale più che mai.</p>
<p>Un concetto lucido, chiaro, Costituente fino all’ultima lettera.</p>
<p>A giusta ragione d’altronde.</p>
<p>Come può esserci giustizia senza libertà?</p>
<p>Domanda di assoluto valore e di timbro profondo.</p>
<p>Profondità tipica di chi nelle parole traferisce più di quanto esse siano visibili come forma.</p>
<p>Soffermarsi sull’Einaudi pensiero, invertendo per un attimo l’ordine delle parole utilizzate (che poi ritroviamo nel principio della negazione della verità in <em>“Prediche inutili”</em>), è necessario per percepirne la portata d’attualità incredibile.</p>
<p>Senza libertà può esserci vera giustizia?</p>
<p>La prima è, oggettivamente, prerequisito della seconda perché solo se un sistema è ordinato all’affermazione del Giusto può dirsi, effettivamente, garante dello spazio di ognuno.</p>
<p>Il punto di riflessione è, certamente, come è possibile ordinare un sistema in tale direzione: la regola è, con ogni probabilità, una risposta attendibile.</p>
<p>L’Uomo, però, è libero solo nella regola?</p>
<p>Non è un parolone retorico, anzi la regola è modernità ciclica.</p>
<p>Quest’ultima, immaginata specificamente come una sorta di “livella”, a sua volta deve essere partorita incline al garantismo: non per volere soggettivo del legislatore, ma in <em>primis</em> per ossequio al dettato Costituzionale.</p>
<p>Quando un legislatore non utilizza questo parametro succede che il frutto normativo non abbia forza ed equilibrio. Ha, invece, in sé tutto l’opposto. Diventa dirompente e distruttiva. Si pone, la norma, come arma di parte.</p>
<p>E quando una “parte” ha più armi si gioca impari.</p>
<p>È qui che la regola fallisce il proprio scopo etimologico, sociale, giuridico.</p>
<p>Da qui passa la percezione (effettiva) della libertà e la sua affermazione nella vita reale: dal rapporto di eguaglianza.</p>
<p>Cosa accede, però, se l’intervento della “Giustizia” è inficiato da uno sbilanciamento tale da invalidare o, quantomeno, mettere in discussione la fiducia riposta dal cittadino nei confronti dell’Istituzione (rappresentata, ovviamente, dal magistrato)?</p>
<p>Questione delicata la cui risoluzione è data proprio dall’intensità valoriale con cui si è iniziata questa breve dissertazione.</p>
<p>Nel nostro paese, norme alla mano, esistono giudizi che fanno stato (cioè sentenze) in cui un Magistrato dell’Ufficio di Pubblico Ministero può svolgere, al contempo, il ruolo di membro del Collegio Giudicante nel processo tributario.</p>
<p>Non solo.</p>
<p>Nel nostro paese, dopo anni ancora, non si riesce a comprendere che la separazione delle carriere, nel sistema penale, non si traduce per forza di cose in <em>deficit</em> di potere del giurisdizionale. Tutto l’opposto. Rafforzerebbe la credibilità dell’intero sistema, soprattutto, se è vero come è vero che il P.M. “siede difronte” al Giudicante e, al contempo, si pone “al lato dell’imputato e delle parti civili”.</p>
<p>Inoltre, nel nostro paese, il dramma dei tempi della giustizia non è una questione di poco conto: è specificamente il conto da pagare giorno per giorno.</p>
<p>Saldo che si riversa, direttamente, su investimenti, su capacità attrattiva del sistema-paese, ma molto di più sui cittadini italiani ai quali, più di tutti, questo ritardo riformatore pesa.</p>
<p>Il bivio è davanti a noi: o si va verso il becero giustizialismo oppure si ha il coraggio di rinfrescare la cultura del garantismo.</p>
<p>Il “come” possiamo farlo cercando di contemperare le cose con la necessità di contrastare le illegalità, condannando il soggetto reo (tendendo al suo recupero sociale, anzitutto, formandolo) od assolvendo il cittadino con tutta la serenità e certezza di buon diritto.</p>
<p>Compito assai delicato a cui, però, non può rinunciarsi per comodità giuridica.</p>
<p>Ecco, il problema della comodità giuridica è il fulcro dell’Einaudi pensiero poiché con essa, velatamente, si insinuano le flotte di illegalità.</p>
<p>È giusto condannare un Uomo mediante l’applicazione di una norma sbagliata ed incostituzionale?</p>
<p>È giusto assolvere un Uomo, invece intimamente reo, mediante l’applicazione di una norma sbagliata che non prevede punibile la specifica condotta del cittadino?</p>
<p>Qui veniamo al dunque: cioè verificare se la libertà passa dal come il legislatore scrive le regole del gioco affinché il sistema “Giustizia” sia quanto più equo, credibile, stabile, funzionale alle garanzie Costituzionali (di eguaglianza, difesa effettiva, imparzialità/terzietà del giudicante, ecc.).</p>
<p>È giusto farsi giudicare da chi, nello stesso momento, ricopre il ruolo di accusatore (riferimento al processo tributario)?</p>
<p>È giusta l’incriminazione e poi il giudizio di chi siede solo per forma su banchi diversi da chi decide (riferimento a sistema penale)?</p>
<p>Chiaro che i magistrati non hanno, grossomodo, colpe ordinamentali se il legislatore italiano non attua in tutte le sue sostanze i c.d. <em>“Principi di Giusto Processo” </em>che in Costituzione si stadiano all’art. 111.</p>
<p>Però, non può assolversi pienamente lo stesso “giurisdizionale” laddove non ha coraggio (almeno questo) di sollevarne questione d’illegittimità costituzionale per l’appunto.</p>
<p>Per questo motivo non si può esser concordi con chi dice che la magistratura comanda nel paese.</p>
<p>No la magistratura è succube di un pensiero politico-legislativo-giurisdizionale di matrice giustizialista insinuatosi nel tempo tramite correnti deviate.</p>
<p>Qui si nasconde, ancora una volta, l’insidia vera per il nostro paese.</p>
<p>Insidia che Einaudi ben identifica nel perimetrare il concetto di “libertà effettiva” in relazione al come la Giustizia opera e si afferma al cospetto del cittadino.</p>
<p>Preoccupazione che anche Aldo Moro condivise quando ebbe a descrivere che <em>“la libertà si vive faticosamente tra continue insidie”.</em></p>
<p>Purtroppo la variabile (più indecifrabile che mai) funzionale a questo tipo di derivazioni politico-istituzionali è costituita proprio dal tipo di legislatore che, volta per volta, ci si ritrova.</p>
<p>Non è un caso che leggendo il rapporto dell’Osservatorio sulla legislazione italiana<a href="#_ftn1" name="_ftnref1"><sup>[1]</sup></a> della Camera dei Deputati, al 2018 (primo anno della Legislatura XVIII), si possa constatare come, nonostante fossimo in periodo pre-Covid, la complessità normativa sia aumentata percentualmente rispetto allo stesso periodo della legislatura XVII.</p>
<p>Inclinazione dettata anche da un forte decisionismo di Governo che, di fatto, ha spiazzato il Parlamento; ciò se da una parte può segnare un punto positivo nella scelta dell’esecutivo, dall’altra parte può tradursi in limitazione della discussione politica in sede (genetico) naturale legislativa (d’altronde si ricordi che il Governo può utilizzare solo Decreti legge e Decreti legislativi per normare).</p>
<p>Il risultato è che l’alimentazione del dibattito sui termini da inserire in legge, sulle necessità del paese, sulle finalità e sugli equilibri di cui la “regola” deve farsi portatrice è praticamente immatura ed acerba (se non quasi inesistente laddove in sede di conversione dei decreti legge, ad esempio, si dovesse porre la fiducia ripetutamente).</p>
<p>Nel 2020 questo problema di complessità normativa è stato ulteriormente decifrato nel lavoro pubblicato con il quarto fascicolo<a href="#_ftn2" name="_ftnref2"><sup>[2]</sup></a>, sempre dall’Osservatorio di cui innanzi, relativo all’esame del <em>“Comitato per la legislazione”</em>. <em> </em></p>
<p>Sicché, nel gioco delle parti, dinanzi a tale evidenza ci si pone un ultimo punto di riflessione.</p>
<p>Perché il Parlamento, data la complessità normativa maggiormente alimentata nell’ordinamento ove vi sia intervento del Governo, non legifera in via ordinaria con le discussioni, anche accese, di cui la democrazia necessita?</p>
<p>Un minor costo della democrazia equivale a un maggior grado di complessità sistemica.</p>
<p>Questo è il risultato.</p>
<p>E se a tale dato si aggiunge anche il grado di complessità economica del sistema-paese che l’OEC (Observatory of Economic Complexity) ha stadiato per l’Italia a 1,31 (altissimo rispetto ad altre potenze mondiali) è chiaro che ci si trova dinanzi a due facce della stessa medaglia.</p>
<p>Ecco come regole più snelle e meno macchinose, meno sbilanciate e più in equilibrio, meno legiferanti (in quanto tali) e più riformatici, potrebbero migliorare la capacità di sviluppo del paese liberandolo dalla complessità, ormai, dilagante.</p>
<p>Ne va della certezza del diritto; ne va del crescente potere delle burocrazie legate ai governi.</p>
<p>Questo tempo di marcia però è dettato, come ogni ciclico periodo sociale, da cosa il Popolo vuole e dal come lo vuole.</p>
<p>L’Italia vuole o meno riformare la Giustizia partendo dall’assumersi la responsabilità di avere coraggio perché serve coraggio? Mi si perdoni il gioco di parole.</p>
<p>Relegare quest’attività ad una mera delega ai Governanti, invece, di maturare un senso sociale sulla questione è una fuga in avanti in cui resta indietro il Parlamento. Cioè tutti noi.</p>
<p>Se oltre al taglio della democrazia vi sarà, poi, anche quello del giurisdizionale cosa ci si deve aspettare? Che la politica temporalmente occupante il potere esecutivo detti anche le sentenze per decidere chi è colpevole e chi no?</p>
<p>Si sa che “<em>Quando la politica entra nella giustizia, la giustizia esce dalla finestra”.</em></p>
<p>Lo diceva, anche questo, Luigi Einaudi.</p>
<p>Un monito, quest’ultimo, che se dimenticato non ci porterà che verso il giustizialismo totalitario in cui anche i magistrati saranno soggiogati al potere esecutivo al pari del popolo.</p>
<p>Il tutto a causa di regole che non puntano alla libertà quale condizione di esistenza dell’Uomo, ma al controllo di quest’ultimo.</p>
<p>Umanamente ingiusto.</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1"><sup>[1]</sup></a> Accessibile liberamente al seguente link <em>https://www.camera.it/leg18/397?documenti=1137</em></p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2"><sup>[2]</sup></a> Datato 04 marzo 2020 ed anch’esso liberamente accessibile al seguente link <a href="https://documenti.camera.it/leg18/dossier/pdf/CL004.pdf?_1583505427550"><em>https://documenti.camera.it/leg18/dossier/pdf/CL004.pdf?_1583505427550</em></a> &#8211; si noti che il rapporto è basato sull’analisi di due leggi ed un decreto legge a campione.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Angelo Lucarella" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2020/10/angelo-lucarella-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/angelo-lucarella/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Angelo Lucarella</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Avvocato, saggista, già vice presidente coord. della Commissione Giustizia del Ministero dello Sviluppo Economico.<br />
Delegato italiano (under 40) al G20 Amburgo 2022 industria, imprese e sviluppo economico organizzato da compagini industriali/imprese dei Paesi partecipanti con Ministero economia tedesco.</p>
<p>Docente aggiunto a.c. in Diritto tributario dell&#8217;impresa e Diritto processuale tributario &#8211; Dipartimento Economia, Management, Istituzioni presso l&#8217;Università degli studi di Napoli Federico II.<br />
Componente di cattedra in &#8220;Diritto e spazio pubblico&#8221; &#8211; Facoltà di Scienze Politiche presso Università degli studi internazionali di Roma.<br />
Componente del tavolo di esperti per gli studi sul “reddito universale” &#8211; Dipartimento di Scienze Politiche Università internazionale per la Pace dell&#8217;ONU (sede di Roma).<br />
Direttore del Dipartimento di studi politici, costituzionali e tributari &#8211; Università Federiciana popolare.</p>
<p>Consigliere della &#8220;Commissione Etica ed Affari Legali&#8221; in seno al Comitato tecnico legale della Federazione Italiana E-Sports.<br />
Componente del comitato scientifico della rivista @Filodiritto per l&#8217;area &#8220;socio-politica&#8221;.<br />
Founder di @COLTURAZIONE</p>
<p>Pubblicazioni principali:<br />
&#8211; &#8220;Opere edilizie su suolo privato e suolo pubblico. Sanzioni penali e profili costituzionali&#8221; (Altalex editore, 2016);<br />
&#8211; &#8220;I sistemi elettorali in Italia: profili evolutivi e critici&#8221; (Pubblicazioni Italiane, 2018 &#8211; testo in collettanea);<br />
&#8211; &#8220;L&#8217;inedito politico costituzionale del contratto di governo&#8221; (Aracne editrice, 2019);<br />
&#8211; &#8220;Dal contratto di governo al governo da contatto&#8221; (Aracne editrice, 2020);<br />
&#8211; &#8220;Nessuno può definirci. A futura memoria (il tempo del coraggio). Analisi e riflessioni giuridiche sul D.d.l. Zan&#8221; (Aracne editrice, 2021 &#8211; testo coautoriale);<br />
&#8211; &#8220;Amore e Politica. Discorso sulla Costituzione e sulla Dignità dell&#8217;Uomo&#8221; (Aracne editrice, 2021);<br />
&#8211; &#8220;Draghi Vademecum. La fine del governo da contatto. Le sfide del Paese tra dinamiche politiche e districamenti sul fronte costituzionale&#8221; (Aracne editrice, 2022).</p>
<p>Ultima ricerca scientifica &#8211; &#8220;La guerra nella Costituzione ucraina&#8221; &#8211; pubblicata su Alexis del GEODI (Centro di ricerca di Geopolitica e Diritto Comparato dell&#8217;Università degli studi internazionali di Roma).</p>
<p>Scrive in borderò per Italia Oggi e La Ragione ed è autore su La Voce di New York (columnist), Il Riformista, Affari italiani (editoriali), Formiche, Il Sole 24 Ore, Filodiritto (curatore della rubrica Mondovisione), Cercasi un Fine e sul blog di Fondazione Luigi Einaudi.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/la-relazione-tra-liberta-e-grado-di-complessita-normativa-il-rischio-giustizialista-e-il-ruolo-della-costituzione-italiana/">La relazione tra libertà e grado di complessità normativa. Il rischio giustizialista e il ruolo della Costituzione italiana.</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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