Il collante antifascista per spartirsi il Paese: aggiornando Flaiano

Se si guarda anche in maniera superficiale a quali siano gli argomenti che stanno al centro non solo del dibattito politico (si pensi alla recente campagna elettorale) ma anche delle manifestazioni di piazza organizzate, di molti articoli “di fondo” dei giornali e persino di numerosi dibattiti tenuti nelle sedi universitarie, troviamo che tra essi ne spicca uno che in un modo nell’altro finisce per superare a livello di “visibilità” tutti gli altri e per raccogliere intorno a sé sia gli sforzi intellettuali che le passioni di coloro che si impegnano ad affrontarlo: si tratta dell’antifascismo.

La presenza diffusa in tutte le sedi citate di questo tema è andata ben oltre il periodo della ricorrenza del 25 aprile che certamente giustifica la memoria storica della liberazione dalla dittatura, ma che forse dovrebbe essere ricordata come fondazione della Repubblica democratica e solo secondariamente come cessazione del regime autoritario. Così come il Risorgimento viene celebrato come realizzazione dell’unità d’Italia e solo secondariamente come cessazione del dominio asburgico, borbonico o papalino.

Questa impostazione per così dire “antagonista” del dibattito, per cui non ci si schiera a favore di (“filo”) un qualcosa in cui si crede e che si approva (la democrazia, i diritti individuali, la giustizia sociale ecc.), ma contro (“anti”) un qualcosa che si condanna e si detesta, il fascismo, finisce spesso per assumere connotati tanto astratti e cangianti nelle affermazioni di coloro che nelle diverse sedi parlano dell’argomento, che ben difficilmente si potrebbe riconosce nella maggior parte di esse la descrizione di una realtà corrispondente a quella storica del regime che fu guidato da Benito Mussolini.

Un regime la cui condanna dovrebbe far parte del bagaglio fondamentale di valori di ogni persona (filo) democratica e (filo) liberale, ma la cui valutazione andrebbe correttamente circoscritta al ventennio e alle sue conseguenze dirette. Così tutto è fascismo: il razzismo presente purtroppo nell’umanità da tempo immemorabile, l’omofobia (da Lévy-Strauss a Freud), l’esser contrario a tutte le questioni di civiltà (gay, eutanasia, aborto,), la pari dignità tra le religoni, tra le associazioni. Alle posizioni di contenuto astratto oggi di moda, il fascismo assume invece caratteri quasi trascendenti e finisce per coincidere con il male assoluto.

Viene da chiedersi perché queste posizioni, pienamente rispettabili in quanto convinzioni personali dei singoli, ma discutibili per la loro sovraesposizione sociale, abbiano tanto successo nel mondo dei media, e in quelli della politica e della cultura, tenendo conto che peraltro esse lasciano quasi indifferente la gran parte della popolazione, alle prese con la stagnazione economica e la crisi dei valori e delle istituzioni, e finiscono per diventare delle opinioni di élite.

Certo, oggi non solo in Italia la cultura civile e politica è sempre più dominata da posizioni estreme spesso irragionevolmente critiche verso i valori su cui si fonda la civiltà occidentale in nome dei dogmi del “politicamente corretto”, solamente da noi però il dibattito assume questi contenuti metafisici e quasi “fideistici” (tipo “bisogna vivere un quotidiano antifascista” o “guardare il paesaggio con occhi antifascisti”: si è scritto anche questo), che purtroppo non è solo di fenomeni collettivi ma anche individuale (si pensi alla follia omicida di padri, madri, nei confronti di esseri innocenti come i figli di cui sono piene le cronache).

Questa particolarità non deve però sorprendere più di tanto, dato che essa rientra pienamente nella  tradizione del nostro Paese. Da secoli infatti, nella Penisola esiste una cultura politica e civile basata sui compromessi, sull’applicazione variabile delle leggi, sull’obiettivo di mantenere la pace sociale senza scontentare troppo le parti in conflitto d’interessi (e soprattutto quelle più forti) che si è sempre sviluppata all’ombra di una contrapposizione tra valori tanto elevati quanto astratti, tanto assoluti e “non negoziabili” in teoria quanto adattabili alle diverse situazioni pratiche.

Così i guelfi e i ghibellini non di rado si spartivano le zone di influenza nell’epoca comunale (con frequenti passaggi di campo); l’Inquisizione decideva quali scienziati condannare e quali tollerare o favorire; i giacobini italiani sceglievano se accogliere o meno nelle loro fila i rampolli della nobiltà dell’ancien régime. Non ultimo lo stesso fascismo, che demonizzava le società liberali “plutocratiche”, decideva discrezionalmente quali iniziative individuali, imprenditoriali e scientifiche, promuovere e quali reprimere. Insomma la  contrapposizione assoluta “senza se e senza ma” sui concetti astratti si è sempre sposata nel nostro Paese ai compromessi, solamente che questi compromessi molto spesso sono stati conclusi “dall’alto” dai potentati di turno, di fatto soffocando il legittimo confronto tra i diretti interessati.

Qualcosa di simile accade oggi, quando i dibattiti ad esempio sui limiti da porre all’immigrazione clandestina vengono spregiativamente definiti “razzisti” (intendendo ovviamente il razzismo come una forma di “fascismo”), o quando quelli sulle possibili modifiche ai poteri della strutture tecnocratiche dell’Unione europea vengono altrettanto spregiativamente definiti “sovranisti” (intendendo il “sovranismo” allo stesso modo), e gli esempi potrebbero continuare.

Tutto questo porta ancora una volta al risultato che le decisioni sui temi più importanti della vita politica e civile italiana, quali quelli cui si è appena accennato e molti altri, vengono di fatto sottratte al dibattito e quindi al giudizio dell’opinione pubblica (che sono concentrati sulla necessità di contrastare il sempiterno “fascismo”) per essere affidate ai compromessi e agli adattamenti stabiliti dalle élites culturali e di governo, che peraltro talora affermano esplicitamente che certe scelte non dovrebbero mai essere lasciate dalle decisioni popolari.

Nulla di nuovo quindi sotto il sole della società e della politica italiana? Nemmeno questo è vero: anche il nostro Paese risente in quest’epoca della crisi di valori che interessa tutte le società occidentali e del crescente distacco tra le suddette élites culturali e di governo e le popolazioni, e questo è uno dei motivi per cui i termini del dibattito civile e politico assumono quel contenuto “anti” di cui si è parlato all’inizio, un contenuto, questo sì,  decisamente inusuale per la nostra tradizione che si sposa ad una situazione concreta dove i compromessi tra i diversi interessi in contesa non riescono più a soddisfare che pochi, e dove la torta da dividere (e non ci riferiamo solo ai beni economici in senso stretto, ma anche alle opportunità di vita, culturali e sociali) diventa sempre più piccola.

Con il risultato paradossale che l’antifascismo ha più visibilità oggi tra le persone che il fascismo lo hanno solo studiato sui libri, di qualche decennio fa tra coloro che il regime lo avevano vissuto e combattuto per davvero, e che si scontravano su concetti parimenti astratti, ma almeno formulati in positivo, quali quello della giustizia socialista o quello della libera solidarietà cattolica.

La condanna della dittatura è sempre un atto non solo giusto, ma anche necessario al fine di tutelare la democrazia, ma proprio i principi della democrazia imporrebbero di discutere e argomentare contro un’opinione politica o civile che non si condivide e non di cercare di zittire chi la porta avanti bollandolo come “fascista”, e gli stessi principi richiederebbero di rendere chiari i motivi e i termini delle soluzioni di compromesso (talora inevitabili nella vita politica e civile) tra posizioni diverse e non di giustificarle in modo acritico in nome del comune “antifascismo”.

Difficile distinguere gli “antifascisti” ossessivi, non di rado, in buona fede, dagli antifascisti milionari radical chic (per tutti la Boldrini), dagli antifascisti che si mobilitano nei momenti elettorali paventando la perdita del potere nel Governo, negli enti locali, nelle s.p.a controllate, nelle banche, etc.. Così candidamente una illustre professoressa dell’Università Sapienza di Roma ha riconosciuto l’errore boomerang di avere impostato la recente campagna elettorale su fascismo e antifascismo (per la verità dal Capo dello Stato a Matteo Renzi: “il fascismo non ha fatto nulla di buono”, “chi non è antifascista non è italiano”, tutti hanno bruciato il granellino di incenso all’antifscismo). Insomma bisogna aggiornare la celebre battuta di Flaiano, “conosco due tipi di fascisti: i fascisti e gli antifascisti”. L’arcipelago antifascista è molto più variegato.

Ad oltre settant’anni di distanza possiamo giudicare il fascismo in gran parte come il tentativo esplicito delle élites di allora di operare un compromesso tra gli interessi propri e quelli della popolazione senza il consenso di quest’ultima: siamo certi che oggi, grazie anche all’antifascismo astratto nei suoi contenuti e perennemente al centro del dibattito politico e culturale, non ci si stia incamminando, nonostante la buona fede di molti che si impegnano in questi dibattiti, verso qualcosa di pericolosamente simile?

Legittima difesa, un breve commento a Carlo Nordio

Uno dei temi più dibattuti in questo periodo di eccezionale aumento della criminalità e dell’insicurezza per i cittadini è quello dei modi con i quali una persona aggredita e minacciata nella sua persona o nei suoi beni, soprattutto se in casa e ad ore notturne possa difendersi usando la forza, senza rischiare di dovere subire un lungo e costoso processo se non addirittura di essere condannato ad una pena detentiva e a risarcire i danni all’aggressore.

Sull’argomento della “legittima difesa” come è comprensibile è stato scritto molto; di recente Carlo Nordio ha giustamente affermato che sia i limiti che la modalità della stessa dipendono essenzialmente dai valori sociali e culturali cui si ispirano i codici penali e più a monte le costituzioni dei diversi stati.

Certamente nel nostro Paese non vi è mai stata una cultura dell’autodifesa dei propri diritti quale ad esempio quella tipica della costituzione americana, la quale, al II emendamento, prevede a tal fine la piena libertà per i singoli di detenere e portare armi.

Inoltre è altrettanto vero che il codice penale del 1931 (cosiddetto codice Rocco) aveva e conserva in parte tuttora, un’impostazione autoritaria che mette al centro il ruolo dello stato come unico soggetto titolato a proteggere i singoli e che solo eccezionalmente concede a questi ultimi di autodifendersi.

Nonostante questo peraltro, per circa cinquant’anni, sia sotto il regime fascista che sotto la repubblica democratica, indubbiamente la legittima difesa è stata consentita in termini molto più ampi di quanto accade ora.

Se è vero infatti che il codice Rocco era un codice fascista e che prevedeva molti reati disegnati apposta per tutelare la politica del regime e per imporre un’uniformità sociale da “stato etico”, è altrettanto vero che la legittima difesa, prevista dall’art. 52, rientrava in una sorta (i puristi del diritto ci perdonino l’espressione impropria) di diritto penale delle cose private, riguardo al quale lo stato imponeva solo due principi, sostanzialmente condivisibili e non legati in alcun modo al fascismo, tanto che continuarono ad avere valore anche per i primi decenni della repubblica.

Il primo era il carattere individuale della responsabilità: chi commetteva un reato o poneva in essere un’aggressione era considerato responsabile delle sue azioni a prescindere dalle condizioni sociali, economiche ecc. nelle quali era maturato il reato.

Il secondo era la tutela della legalità: il potere statale anche quando non poteva garantirlo in prima persona, come nel caso dell’autodifesa, considerava il rispetto della legge come un valore primario al punto di privilegiare in linea di massima chi si difendeva per il solo motivo che l’aggressore violando la legge, doveva sopportare le conseguenze della sua azione.

Basta sfogliare un manuale di diritto penale degli anni 70 per rendersi conto di quali effetti pratici in sede di applicazione giudiziaria aveva questo modo di intendere l’adeguatezza, cioè la “proporzionalità” (per usare le parole che usava ed usa tuttora il codice) della legittima difesa.

Senza scendere a dettagli tecnici, diciamo che questa veniva valutata non tanto mettendo a confronto il danno cagionato all’aggressore con la minaccia da lui portata alla vittima, ma concentrandosi soprattutto sulle diverse possibilità di reazione che quest’ultima aveva avuto a disposizione: prevaleva in ogni caso la tutela di colui che non aveva violato la legge.

Non che i pubblici ministeri e i giudici di allora non tenessero conto anche del danno recato all’aggressore: ovviamente la reazione considerata eccessiva veniva punita penalmente, come nel caso del contadino che sparava al ragazzo che gli stava rubando la frutta, ma in generale era pacifico ad esempio che il proprietario poteva difendersi con le armi da ogni tentativo di ingresso abusivo, a maggiore ragione se effettuato con violenza verso gli occupanti, in locali privati (abitazioni negozi ecc.); che la donna oggetto di tentativo di stupro poteva difendersi uccidendo l’aggressore; che si poteva colpire il ladro che fugge con il bottino per impedirgli di portare a compimento il suo crimine ecc…

Inoltre, cosa altrettanto importante, i giudici nel valutare il comportamento di chi aveva reagito effettuavano un giudizio cosiddetto ex ante, cioè per dirla in parole povere si mettevano nei panni di chi si era difeso e valutavano la situazione nella quale si era svolto il fatto così come era apparsa ai suoi occhi: in tal modo era considerato legittimo usare le armi da parte di una persona svegliata nel cuor della notte, e quindi messa in uno stato di allarme mentale, che al buio feriva un ladro disarmato dato che, si diceva, nella sua condizione di allarme non poteva fermarsi a ragionare sul fatto se l’aggressore fosse armato o no.

A partire dagli anni 80, lentamente ma inesorabilmente, tutto è cambiato: l’adeguatezza, la “proporzionalità” della reazione è stata intesa come confronto tra la lesione che sarebbe cagionata all’aggredito e quella che la reazione provoca all’aggressore senza quasi più tenere conto del fatto che il primo rispetta la legge mentre il secondo la infrange, che il primo gode pacificamente dei propri diritti mentre il secondo viola i diritti altrui.

Così è diventato illecito sparare o colpire il ladro perché, si dice, quest’ultimo non lede la persona dell’aggredito ma solo i suoi beni, anche quando (si pensi al furto in una gioielleria, o alla devastazione di un’abitazione) il danno recato ai beni del derubato è tale da condizionarne la vita della vittima tanto quanto un atto di violenza.

Non solo: conseguenza altrettanto pesante è il fatto che oggi quasi sempre i pubblici ministeri e i giudici valutano il comportamento di chi si è difeso ex post, cioè con il senno di poi, di modo che capita che venga incriminato e talora condannato, chi ha sparato ad un rapinatore armato di una pistola giocattolo, dato che ha reagito in maniera “sproporzionata”, anche se ai suoi occhi (e probabilmente agli occhi di chiunque si fosse trovano nella stessa condizione) quella pistola sembrava proprio vera.

Cosa ha provocato questo cambiamento? Non una modifica della legge, che è rimasta inalterata sino alle integrazioni (di fatto non molto rilevanti sul piano pratico) del 2006, ma qualcosa forse di più forte e decisivo: una modifica della mentalità negli operatori del diritto.

Nelle nuove generazioni di giuristi, formatesi a partire dalla fine degli anni 70, e nelle quali rientra la maggior parte di coloro che oggi ricoprono i ruoli decisivi nella magistratura, si sono diffuse lentamente ma inesorabilmente due idee, che peraltro più in generale sono state fatte proprie dalla maggioranza delle élites economiche, culturali e financo religiose del nostro Paese.

La prima, più antica, è quella secondo cui la responsabilità per i crimini non dipende della volontà del singolo che li commette, ma è frutto del malfunzionamento della società, di modo che sostanzialmente il ladro non è una persona che sceglie di delinquere, ma è una vittima di questo malfunzionamento.

La seconda, più recente e che si va a sommare alla precedente, è quella dell’egualitarismo buonista, secondo cui la causa ultima di questo cattivo funzionamento della società, e quindi la causa ultima dei reati sta nelle diseguaglianze economiche e sociali.

Questa mentalità, anche se non ha ancora portato ad eliminare il principio, previsto dalla nostra costituzione e su cui si basano tutti gli stati moderni, per cui chi commette un reato deve pagarne le conseguenze, certo ha modificato talmente le modalità di applicazione di molte leggi come quelle in materia di legittima difesa (ma si pensi anche all’applicazione e alla durata ridicola delle pene inflitte ai condannati), da giungere in molti casi a stravolgerne la portata pratica che avevano in precedenza.

Se infatti si ritiene che l’aggressore (a maggior ragione se proveniente dal terzo mondo) sia in fondo una vittima delle ingiustizie e delle diseguaglianze sociali allora paradossalmente è lui a “farsi giustizia da sé”, mentre l’aggredito (a maggior ragione se appartenente al ceto medio) è considerato “complice” di quelle ingiustizie,  e quindi va tutelato solo lo stretto necessario ad impedire l’uso della violenza da parte della vera “vittima” della società, cioè l’aggressore.

Tutto ciò che va oltre tende ad essere considerato reazione “sproporzionata” e quindi penalmente punibile: di qui i risultati discutibili e aberranti che si sono descritti.

Addirittura qualcuno è giunto al punto di affermare che l’unico comportamento lecito per l’aggredito sarebbe la “resistenza passiva”, o quello di accompagnarsi a poliziotti privati o pubblici (macchine di scorta a carico della collettività), pagati per assumersi anche la responsabilità della reazione, come avviene sempre più frequentemente tra le élite economiche e istituzionali (in genere di rigida osservanza buonista) del nostro Paese.

Per modificare questo stato di cose non servirebbe tanto, sia detto con tutto il rispetto per chi la propone, una modifica del codice, ma una modifica della mentalità: prova ne sia il fatto che la legge del 2006 che ha aggiunto un comma all’art. 52 del codice penale, regolamentando la proporzionalità delle reazione nel caso di un’aggressione avvenuta nel domicilio della vittima non ha avuto grandi effetti pratici, questo perché tutto sommato anch’essa in fondo era ed è finalizzata più a non penalizzare troppo la posizione dell’aggressore che a  tutelare quella di chi reagisce.

Cambiare una mentalità è molto più difficile che cambiare una legge, ma è compito di tutti gli operatori del diritto, pubblici ministeri e giudici, ma anche avvocati e studiosi, che non approvano l’attuale stato di cose provare per quanto è possibile a modificarlo, e forse, guardando anche (nonostante tutti suoi difetti) alla tradizione penalistica, si può arrivare a definire una nozione di “proporzionalità” della risposta da parte dell’aggredito che consenta di punire la reazione vendicativa o anche solo non necessaria, ma che non finisca per privare i singoli di quello che è un diritto fondamentale (“naturale” si diceva una volta) dell’essere umano, quello di difendere sé stessi, le persone care e i propri beni dalle aggressioni ingiuste che il potere pubblico non riesce ad impedire.

Quanto allo spauracchio della società “dei pistoleri” spesso agitato da chi viceversa approva il modo attuale di applicare la legge sulla legittima difesa, è bene ricordare che non è la possibilità per il singolo di reagire alle aggressioni che produce il “Far West”, ma è la carenza di tutela pubblica che costringe il singolo ad autodifendersi.

Purtroppo in Italia nel Far West per molti versi ci siamo già: basti pensare al livello di delinquenza e di violenza delle nostre città.

Con una differenza però: nelle selvagge regioni dell’America dell’ottocento quel poco di stato che c’era (gli sceriffi eletti su due piedi, i giudici di passaggio provenienti dalle lontane città) era nettamente schierato, senza “se” e senza “ma”, contro chi violava i diritti altrui, mentre, grazie alla concezione sociale del reato e alla mentalità buonista ed egualitaria, nel nostro Paese troppi “se” e troppi “ma” privilegiano gli aggressori rispetto alle loro vittime.

Cos’è la destra, cos’è la sinistra. Note marginali su “Sinistra e popolo”,

Premessa

Di fronte al fenomeno della globalizzazione che affascina per la sua profondità e radicalità, ma che sconcerta per i suoi esiti che sembrano mettere da parte tutta la tradizione secolare della civiltà occidentale, gli autori di queste note hanno trovato utile limitare la propria analisi al ruolo e al reciproco rapporto tra i due principali tipi di schieramenti politici dei Paesi occidentali, la “Sinistra” e la “Destra”.

L’occasione per questa impostazione più mirata e ristretta, ma forse proprio per questo (si spera) più significativa ci è stata offerta da un recente libro di Luca Ricolfi, Sinistra e popolo, Longanesi, Milano, 2017. Si tratta di un’opera coraggiosa i cui contenuti sono apertamente critici di alcune delle affermazioni e dei principi del “politicamente corretto” vero e proprio pensiero unico; opera critica e in buona parte autocritica, di uno studioso e opinionista proveniente dalla sinistra italiana che come dice già il titolo si confronta con il crescente distacco tra la sinistra e i ceti popolari che per tutto il XX secolo hanno rappresentato la sua base elettorale e anche ideale (nei casi peggiori ideologica) di riferimento e che oggi si rivolgono sempre più ai movimenti detti “populisti”.

 

La critica ai termini di destra e sinistra nell’era della globalizzazione

Nel primo capitolo dedicato al ruolo di destra e sinistra nella cultura e nella politica del 900, per capirci nell’epoca preglobalizzazione, Ricolfi, dopo avere analizzato tutta una serie di definizione sia di tipo “asimmetrico” cioè che privilegiano una delle parti (in genere la sinistra) in quanto per sua natura migliore dell’altra (in genere la destra), sia di tipo “simmetrico”, cioè che cercano di porre su un piano di parità i due poli della distinzione politica, si concentra su due definizioni: quella di Norberto Bobbio (1909 – 2004) e quella di Fiedrich A. von Hayek (1899 – 1992), la prima di impostazione socialista, la seconda di orientamento liberale.

Entrambe le posizioni si confrontano con quelle che l’autore, rifacendosi al pensiero di Isaiah Berlin (1909 – 1997) chiama le “libertà” da riconoscere ai cittadini da parte di uno stato moderno, cioè, le libertà “democratiche” (il diritto di voto, il diritto di essere eletti ecc.), le libertà “liberali” (il diritto alla libertà personale, di parola, di libera iniziativa economica) e le libertà “socialiste” (il diritto all’assistenza sanitaria, all’istruzione ecc.).

Con l’occhio del giurista possiamo chiamare questi gruppi di libertà rispettivamente diritti “politici”, “civili” e “sociali”. L’Autore osserva che nel pensiero di Bobbio le libertà liberali (diritti civili) e quelle socialiste (diritti sociali) vengono sostanzialmente fuse in un unico concetto, quello della “eguaglianza”, che si compone in tal modo di due parti, i diritti civili (uguali per tutti) e i diritti sociali, diversificati al fine di ridurre le diseguaglianze, mentre le libertà democratiche (i diritti politici) vengono identificati con le libertà tout court.

In tal modo Bobbio può classificare i regimi politici a seconda che garantiscano o meno le libertà (diritti politici) e/o l’eguaglianza (diritti civili e sociali fusi in un’unica categoria), e quindi finisce per privilegiare la socialdemocrazia (e quindi la sinistra) sulla democrazia liberale in quanto a parità delle altre condizioni (tutela dei diritti politici e di quelli civili) la prima garantisce in più i diritti sociali (o li garantisce meglio).

Bobbio tuttavia non coglie l’inevitabile conflitto tra la tutela delle libertà liberali e di quelle socialiste (cioè tra tutela dei diritti civili e dei diritti sociali), e quindi tra eguaglianza e libertà ed indica, rifacendosi al pensiero di Hayek tre meccanismi attraverso i quali il tentativo del pubblico potere di realizzare l’eguaglianza tra i cittadini finisce per sacrificare le loro libertà: la pianificazione economica, l’espansione della burocrazia, l’eccessiva tassazione, etc.

La definizione di Bobbio finisce quindi per essere “asimmetrica”, nel privilegiare la sinistra rispetto alla destra. Ricolfi si rivolge invece ad Hayek, dove l’opposizione tra destra e sinistra si costruisce sul rapporto conflittuale tra eguaglianza e libertà individuale, cioè tra diritti sociali e diritti civili, un rapporto che può essere gestito privilegiando i primi (come nelle impostazioni socialdemocratiche) oppure i secondi (come in quelle liberali), ma che non può essere ignorato né risolto una volta per tutte, pena la caduta nelle forme estreme di governo che, a destra (nazismo) come a sinistra (comunismo), finiscono per imporre dall’alto la volontà dei governanti sia in tema di diritti civili e sociali, sia anche (inevitabilmente) in tema di diritti politici, sopprimendo o riducendo a pura formalità il processo democratico.

L’Autore delinea poi una sorta di “scala” del grado di ingerenza, soprattutto in materia economica del potere pubblico che va dallo stato “minimo” a quello “limitato” a quello “interventista”, al quale corrispondono in ordine inverso diversi gradi di liberalismo o di socialismo.

Il progresso tecnologico e l’irrompere delle masse in quanto tali sulla scena politica e sociale moderna, nella quale vengono in gran parte meno tutte le reti di rapporti personali e istituzionali che avevano caratterizzato la civiltà occidentale sino all’800 se da un lato limitavano le possibilità di vita dei singoli, dall’altro esaltavano le diversità delle situazioni specifiche nelle quali gli individui vivevano.

Rimangono in ombra due aspetti molto importanti: 1) il primo è rappresentato dalle differenze che il rapporto tra destra e sinistra ha presentato per tutto il novecento nei diversi Paesi occidentali: l’antitesi tra destra e sinistra ha visto nel 900 una contrapposizione molto forte, quasi “religiosa” nei Paesi latini, acutizzata da un complesso di superiorità morale se non di disprezzo per la controparte (soprattutto della sinistra nei confronti della destra); e il rapporto tra destra e sinistra si è svolto invece attraverso una dialettica fatta di variazioni tutto sommato secondarie basate su una concezione comune in Germania e nei Paesi nordici, mentre si è prevalentemente concentrato su questioni empiriche o comunque interpretate come scelte particolari, non “dogmatiche” e sempre modificabili al cambio di maggioranza nei Paesi anglosassoni, dove la distinzione tra destra sinistra è sempre stata meno forte.

2) Il secondo è quello dei regimi totalitari che hanno rappresentato una componente determinante nella storia del 900: nel 1940 tutta l’Europa continentale, dopo la resa della Francia e la creazione della repubblica di Vichy, era soggetta a tale tipo di regimi, alcuni egemonizzati dalla Germania nazista, altri dalla Russia sovietica, i quali negavano o privavano di contenuto tutte le libertà di cui abbiamo parlato.

Anche i regimi totalitari hanno tuttavia svolto la loro azione criminale operando sullo stesso terreno di gioco dei diversi tipi di diritti da riconoscere ai cittadini. È il rispettabile inferno delle ideologie criminali calate dall’alto di cui parla Karl Popper (1902 – 1994), dove la distinzione fra destra e sinistra perde buona parte del suo valore, proprio perché essa presuppone comunque una dialettica tra le due parti e un comune rispetto delle regole del gioco (anche solo quelle del processo democratico).

È ben vero che il fascismo e il nazismo sono considerate delle dittature di destra mentre il comunismo è ritenuto un totalitarismo di sinistra, ma molti provvedimenti in tema di governo “sociale” dell’economia propri di ciascuno di questi regimi non erano molto diversi tra loro, e ad esempio il nazismo non potrebbe essere considerato più liberale del comunismo poiché ammetteva la proprietà e l’iniziativa economica private, dato che tanti e tali erano i vincoli sui proprietari e imprenditori che essi non potevano che agire nella direzione voluta dal regime.

Vero è che, quando il potere pubblico fa propria e assolutizza una visione della realtà politica e sociale nonché una serie di obiettivi ritenuti di interesse generale, a maggior ragione se riferiti ad una visione “ideale” del mondo, e non si limita a stabilire le regole del vivere civile ed eventualmente ad adottare specifici (e sempre modificabili) programmi empirici di miglioramento della società, tutti i diritti vengono di fatto vanificati e privati di valore.

Qualche dubbio sulla “portata liberista dell’Ulivo mondiale” e della globalizzazione: un marxismo con veste liberale, ovvero un dirigismo economico?

Nel “lungo addio” tra sinistra e popolo: Ricolfi finisce per trattare anche della destra classica e in particolare di quel progressivo mutamento reciproco delle due parti politiche che è al tempo stesso causa ed effetto del distacco dalle classi popolari e dal popolo in genere, e che ha aperto la strada all’affermazione delle posizioni “populiste”.

Dopo aver parlato del welfare e della sua crisi affrontata all’inizio degli anni 80 con le politiche tese a privilegiare l’iniziativa privata anche come mezzo per realizzare un maggior benessere sociale a fronte della crescente insostenibilità fiscale e burocratica dello stato assistenziale, politiche che trovano attuazione con il primo ministro britannico Margaret Thatcher (1925 – 2013) e con il presidente americano Ronald Reagan (1911 – 2004), si affronta quello che è stato uno dei momenti di passaggio più importanti dell’epoca recente, la fine del comunismo e della guerra fredda e l’avvio della globalizzazione economica e sociale basata su modelli e principi derivati dal capitalismo occidentale e in ultima analisi dal pensiero liberale.

Una delle cose più sorprendenti è sicuramente rappresentata dalla svolta culturale della sinistra tradizionale, nel senso che quasi di punto in bianco i sostenitori di posizioni socialiste (non solo socialdemocratiche, ma anche socialiste radicali se non comuniste in senso sovietico) si sono convertiti alle tesi liberali soprattutto in tema di politica economica e sono diventati sostenitori del libero mercato.

L’autore afferma che l’apertura ai valori del mercato dal parte degli schieramenti di sinistra rappresenta una sorta di liberazione finale degli impulsi individualisti da sempre presenti nel socialismo anche marxista, in passato repressi dall’autoritarismo degli stati comunisti.

Di conseguenza nell’epoca attuale le differenze tra destra e sinistra classiche sono meno importanti delle cose che le due parti hanno in comune. Come portavoce a livello teorico di questa svolta della sinistra si fa riferimento al sociologo britannico Anthony Giddens, mentre come esempi di leader progressisti che avrebbero rinunciato alle tentazioni collettiviste e stataliste per abbracciare le tesi del primato del mercato cita il presidente americano Bill Clinton, il premier britannico Tony Blair, il cancelliere tedesco Gerhard Schröder e il presidente del consiglio italiano Romano Prodi, e accenna addirittura al progetto (che invero si rivelò ampiamente velleitario) di una sorta di federazione internazionale dei progressisti chiamata “Ulivo mondiale” satiricamente raffigurato da una memorabile vignetta di Forattini.

Citando la lucida analisi a suo tempo fatta in materia da Giulio Tremonti, la globalizzazione ha riguardato essenzialmente i movimenti di capitali da una parte all’altra del pianeta e che l’aspetto finanziario dell’economia sia andato a scapito delle attività produttive e imprenditoriali vere e proprie, con la deindustrializzazione di molti Paesi occidentali (in particolare il nostro); l’apertura delle frontiere al passaggio incontrollato e illegale di uomini (e questo vale in particolare ancora una volta per l’Italia) merci e capitali; da ultimo la situazione di stagnazione economica seguita alla crisi del 2007.

Questo disincantato esame non porta però Ricolfi a modificare il suo giudizio sostanzialmente positivo sulla globalizzazione che rimane a suo parere un’espressione dei principi individualistici e un momento fondamentale dell’affermazione dei principi liberali nella storia umana.

Forse la chiave di lettura con cui cercare di comprendere il modo con cui destra e sinistra, o più in generale la cultura liberale e quella socialdemocratica hanno affrontato la globalizzazione è l’espressione “fine della storia”, dovuto al fortunato libro del 1992 di Francis Fukuyama, un’espressione che di primo acchito (e ad onor del vero oltre alle tesi del suo autore che mantiene comunque un certo grado di impostazione critica sulla realtà che descrive) evoca subito un’assonanza forte con quella che fu la mentalità totalitaria del 1900: l’inizio di un’epoca “ideale” per l’umanità, un’epoca molto vicina alla perfezione, simile al “regno millenario” dei giusti della tradizione cristiana, un regno millenario non più posto in un futuro remoto, ma presente nella forma del capitalismo di mercato, finalmente vincitore sul comunismo.

Si tratta di un’idea affascinante, capace di sedurre i migliori intelletti umani, un’idea che ha trasformato, innestandosi su tutta una cultura ereditata dai movimenti giovanili degli anni 60 fatta di ideali astratti e di fuga dalla responsabilità (anche nella esaltazione di una sessualità senza più tabù associata alla libertà di drogarsi: Lennon, Dylan cui addirittura è stato conferito il Nobel), la società occidentale e che ha avuto importanti conseguenze anche sulla politica modificando non solo i rapporti reciproci tra, ma addirittura gli stessi concetti di, destra e sinistra.

Dal punto di vista della cultura liberale, l’apparente trionfo definitivo e senza ritorno della logica del mercato e della libertà individuale si è paradossalmente messo in contrasto con uno dei suoi fondamenti: la pretesa di essere un insieme di regole e non un fine, un obiettivo da raggiungere.

Infatti, per la cultura liberale classica, quella che esalta il ruolo del mercato e della libera iniziativa privata, i fini della storia rappresentano solo la sommatoria dei fini dei singoli individui e non possono mai essere definiti a priori.

Con la globalizzazione invece per molti il liberalismo è diventato un’ideologia, con una veste esteriore liberale. È indubbio che molti elementi possono avere uno sviluppo in senso totalitario o almeno nel senso dell’imposizione di un pensiero unico: il ruolo riservato ai soggetti privati in genere, visti come “esecutori” del disegno della storia compreso e imposto dai poteri pubblici.

La globalizzazione è figlia, più che del liberismo, del dirigismo economico, affidato ad organizzazioni internazionali come l’Organizzazione mondiale del commercio (World Trade Organization), o transnazionali come l’Unione europea, la circolazione dei capitali, ha portato ad una finanziarizzazione dell’economia, al prevalere della deindustrializzazione delle nazioni occidentali a favore di Paesi dove i costi del lavoro sono minori (e le imposizioni ai lavoratori dipendenti in termini di orario e di modalità del lavoro sono inaccettabili per le società occidentali).

Per quanto concerne l’Italia e i Paesi europei continentali, la stessa istituzione di una moneta unica, l’euro che sovrapponendosi ad economie diverse e non facilmente unificabili distorce sia una sana concorrenza, ad esempio impedendo all’economia italiana di “riequilibrare” i propri rapporti con i Paesi esteri (intra ed extra comunitari) tramite le fisiologiche svalutazioni della lira sia la stessa cooperazione tra i citati Paesi.

Riguardo a questo argomento in tema di discrezionalità del potere pubblico non sempre è vera l’equazione: intervento pubblico uguale dirigismo, non intervento uguale liberismo.

Da un lato un intervento pubblico consistente in una serie di regole chiare e di azioni mirate e con fini ben definiti può quasi sempre agevolare l’iniziativa privata ed anzi molte volte è indispensabile per sostenerla, mentre l’assenza di intervento motivata dalla pretesa “neutralità” rispetto al mercato può distruggere l’iniziativa individuale favorendo e spesso contribuendo a creare posizioni di forza da punto di vista economico che in una situazione di libera competizione non troverebbero posto.

Del resto, se guardiano ai mutamenti della realtà economica e sociale del nostro Paese degli ultimi trent’anni possiamo notare che la politica di privatizzazione dell’economia, portata avanti soprattutto dai governi presieduti da Giuliano Amato e Romano Prodi, è avvenuta senza una liberalizzazione del mercato ed ha creato un sistema ancora più dirigista (e quindi meno liberale) di quello precedente e più condizionato dai poteri politici: si pensi alle grandi società di servizi nazionali (poste, ferrovie, energia ecc.) o a quelle locali, le cosiddette “partecipate” dei Comuni, e a tutto ciò si è aggiunta la “svendita” a soggetti graditi ai politici, di buona parte dell’ex industria pubblica (si veda per tutti Venier, Il disastro di una nazione, Padova, Edizioni di Ar, 1999).

Risultati che mettono in evidenza come l’apertura alla libertà individuale in campo economico della sinistra italiana è stata decisamente discutibile e che la sostanza “socialista” ha prevalso sulla forma “liberale”: mai la confusione tra pubblico e privato è stata così forte.

Sicuramente in questo tipo di libertà economica non si sarebbero riconosciuti i fondatori del pensiero liberale come Adam Smith (1723 – 1790), che considerava la libertà economica un’appendice della libertà individuale. Non vogliamo demonizzare la globalizzazione o disconoscerne alcuni pregi, tra cui lo sviluppo economico e in parte sociale di molti Paesi non occidentali che sono usciti dalla soglia della povertà, il che ha portato ad un livello di distribuzione delle produzione e della ricchezza che come giustamente Ricolfi sottolinea, in controtendenza alla diffusa ed errata opinione del crescente divario tra nazioni povere e nazioni ricche, come “il mondo non è mai stato eguale come oggi”. Ma la “stagnazione” economica del presente momento è la conseguenza di una mentalità dirigista e poco “liberale”.

 

La diversità dei populismi e il totalitarismo delle élites burocratico-tecnocratiche

Nel terzo capitolo di Sinistra e popolo viene affrontato il tema del populismo, termine con il quale, soprattutto da parte dei loro detrattori, vengono indicati i movimenti che vorrebbero rappresentare e portare avanti gli interessi e la volontà del popolo, e in particolare degli strati sociali meno influenti politicamente, in opposizione alle decisioni delle èlites e alle loro “verità” filoglobaliste e politicamente corrette.

Per il vero finisce per unire sotto un unico termine movimenti e realtà politiche e culturali differenti. Ciò vale innanzi tutto per i movimenti populisti ante globalizzazione, che Ricolfi descrive nella prima parte del terzo capitolo, e tra i quali comprende ad esempio il Fronte dell’Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini (1891 – 1960) che ebbe un certo successo politico alle elezioni per l’assemblea costituente del 1946 per poi sparire in pochi anni, un movimento e un partito non inquadrabile a nostro giudizio nel populismo, ma criticabile semmai per il suo carattere elitario e per l’incapacità di andare oltre una critica “paradossale” ai principi clientelari e corporativi della politica italiana, e non certo per essersi rivolto alle masse al fine di una “rivoluzione” guidata dalla popolazione contro i potenti di turno.

Peraltro anche movimenti decisamente più “carismatici” e diretti a sollecitare il consenso “di pancia” delle popolazioni come il peronismo argentino o partiti impegnati ad esaltare le trazioni popolari e il ruolo delle comunità etniche nazionali o regionali, come il poujadismo francese, i movimenti nazionalisti norvegesi o greci, e persino la Lega dei primi anni in Italia sono diversi a nostro parere dai movimenti e partiti oggi definiti populisti perché le pretese che avevano di rappresentare al meglio i valori e gli interessi della “gente”, presupponevano una continuità di valori e di principi tra élites politiche e popolazioni, che faceva parte di quel “terreno di gioco” sui cui le diverse parti politiche si affrontavano, e sul quale operavano oltre alle destre e alle sinistre classiche anche i diversi partiti e movimenti citati che intendevano, a loro volta in base concezioni di destra o di sinistra o spesso miste, rivolgersi al popolo offrendo un’alternativa politica che fosse migliore dal punto di vista di questi principi comuni rispetto a quelle offerte dai partiti classici.

Oggi, e questa è una delle osservazioni più profonde ed importanti contenute nel libro, quella continuità di valori e principi tra élites politiche e popolazioni è in gran parte venuta meno a causa dalla mentalità buonista e politicamente corretta, ed i movimenti populisti rappresentano in primo luogo una reazione contro tale situazione, rispetto alla quale si parla di “tradimento” delle élites.

Le élites stabiliscono quali idee sono vietate (quelle politicamente scorrette) e quali differenze non vanno fatte tra gli esseri umani in nome di una piatta e totalitaria parità, e non contente di ciò arrivano persino ad imporre il modo di parlare attraverso l’uso di determinati termini o dei generi grammaticali, giungendo spesso ad assurdità che fanno a pugni con la lingua italiana, di cui gli esempi più lampanti sono termini come “la presidenta” o “la sindaca” ecc., termini sino a qualche anno fa usati solo nel linguaggio popolare burlesco, ed oggi previsti e imposti normativamente in alcuni dei più importanti organismi pubblici italiani.

Tali atteggiamenti, basati sul “capovolgimento” del senso comune (ad esempio gli immigrati non sono un pericolo ma una risorsa, l’Unione europea non è un problema ma la soluzione ecc.) vengono definiti “derisori”, “sprezzanti”, “supponenti” ecc., e vengono attaccati i “sermoni” buonisti che vogliono indottrinare le persone dall’alto della presunta maggiore conoscenza e superiorità morale (ritorna qui un tema già caro alla sinistra classica) di chi li predica, spesso dal pulpito dei grandi giornali o dei networks televisivi e/o informatici.

La mentalità buonista, politicamente corretta e umanitari sta che giunge ad imporre cosa pensare e come parlare, forse è un po’ sottovalutata nel libro di Ricolfi, che pure ne denuncia coraggiosamente eccessi e aberrazioni.

Che i movimenti populisti attuali abbiamo la loro origine nella reazione da parte di molti a questa cultura elitaria dominante e alle sue conseguenze fortemente limitative delle libertà civili ma anche delle tradizionali “pretese” sociali dei singoli è un fatto che viene chiaramente descritto in Sinistra e popolo, e rappresenta uno dei grandi pregi del libro.

Dal canto nostro però vorremmo provare a dare un giudizio più articolato del populismo e a diversificare tra le diverse esigenze portate avanti dai movimenti che vengono descritti con tale termine. Se è vero che i due principali timori all’origine dei movimenti e dei partiti definiti populisti e quindi i due principali bersagli polemici sono da un lato gli effetti negativi, economici e sociali, della globalizzazione e dall’altro il disordine e l’insicurezza sociali, causati dall’immigrazione incontrollata, intrecciata con la paura degli attacchi terroristici, è altrettanto vero come sostiene Ricolfi che nella galassia dei partiti populisti possiamo distinguere modalità più affini alla destra tradizionale (ostili soprattutto all’immigrazione di persone) e modalità più vicine alle posizioni tradizionali della sinistra (ostili principalmente ai movimenti di capitali e alle operazioni finanziarie globali), da questo non deriva necessariamente che tutte le espressioni politiche definite “populiste” abbiano alla loro base una concezione “organica” della società che quasi annulla gli individui all’interno del corpo sociale più o meno “tradizionale”, una concezione basata sulla xenofobia e sulla pregiudiziale ostilità alle organizzazioni internazionali e alla loro visione basata sui valori universali dell’individualismo.

Non siamo d’accordo a mettere insieme movimenti e figure che, se pure accomunate dai temi “populisti; presentano programmi di governo ed portano avanti decisioni che assumono valori molto diversi a seconda del contesto politico e culturale in cui vengono in essere.

 

Per concludere in via paradossale: globalizzazione società chiusa? Populismo società aperta? L’impostazione empirica del liberalismo anglosassone

Nello scenario attuale secondo Ricolfi destra e sinistra finiscono per essere o due “sfumature” delle concezioni “aperte”, la prima più attenta ai temi del mercato la seconda a quella del benessere dei diversi popoli, oppure due “modalità” delle concezioni che sostengono la “chiusura”, quelle di destra contrarie all’immigrazione, quelle di sinistra contrarie alla circolazione dei capitali.

Siccome i due termini usati da Ricolfi per delineare la nuova contrapposizione politica nei Paesi occidentali richiamano inevitabilmente il più volte citato Popper, non crediamo di tradire le concezioni del filosofo austro – britannico se affermiamo che per molti aspetti la società globale, dominata dalla tecnocrazia, dal politicamente corretto e sempre più legata al conformismo dei social networks è una società “chiusa”, mentre molte istanze definite “populiste” dirette a stabilire delle regole certe, a valorizzare la responsabilità individuale che rappresenta l’altra faccia della libertà, sono portatrici di valori legati alla libertà individuale e quindi sono espressioni della società “aperta”.

Come leggere allora la contrapposizione tra favorevoli e contrari alla tecnocrazia e al politicamente corretto, cercando di non essere a priori “asimmetrici” verso una della due concezioni opposte, ma senza rinunciare ad operare una valutazione, opinabile ma almeno motivata su tale contrapposizione?

Nella prima metà del novecento solo i Paesi anglosassoni si salvarono dalla dittature, e si salvarono proprio per una impostazione “empirica” e non “dogmatica” delle diverse concezioni politiche, che verificandone gli effetti in concreto tende a “depurare” ogni concezione dei suoi eccessi potenzialmente totalitari.

Forse l’esempio più lampante di questa “correzione di rotta” è il proibizionismo americano su cui la cinematografia si è sbizzarrita: il divieto di bere sostanze alcoliche era basato su una concezione totalitaria del potere pubblico, ma nonostante fosse addirittura stato inserito nella costituzione degli Stati uniti nel 1919 (XVIII emendamento) la constatazione delle conseguenze aberranti di tale norma portarono alla sua abrogazione nel 1933 (XXI emendamento).

Rispetto alla situazione prebellica oggi abbiamo un blocco europeo continentale dominato dalla Germania e dalla sua cultura e un legame economico e culturale forte tra Gran Bretagna e Stati Uniti. Un paragone inquietante, anche per il fatto che, ora come allora nel blocco europeo continentale prevale la concezione “dogmatica” e irreversibile delle scelte politiche mentre nei Paesi anglosassoni ora come allora prevale quella empirica e modificabile.

L’esempio tipico è rappresentato dalla decisione di uscire dall’Unione europea della Gran Bretagna. Parimenti negli Stati Uniti molte delle scelte di Barak Obama, ad esempio l’adesione all’accordo di Parigi del 2015 sulla prevenzione del riscaldamento globale (uno dei più importanti e meno convincenti dogmi del politicamente corretto) sono state rovesciate da Donald Trump. Questa mentalità empirica non si vede nell’Europa continentale.

Viceversa un Paese che esca dall’unione monetaria rinunciando all’euro ed adottando una moneta nazionale, è impensabile: si consideri l’esempio della Grecia dove il partito di Alexīs Tsipras pur avendo vinto le elezioni in base ad un programma che comprendeva la possibilità di tale decisione una volta al potere vi ha subito rinunciato. Parimenti è impensabile che un Paese europeo continentale rinunci alla politica dell’integrazione degli immigrati da Paesi non occidentali anche quando questa minaccia di distruggere culturalmente il vecchio continente.

Si tratta di uno spirito dogmatico, che non promette nulla di buono, in quanto sembra destinato ad esaltare gli aspetti totalitari presenti nella mentalità tecnocratico – buonista da un lato e nelle reazioni populiste dall’altro, un spirito dogmatico che pretende di stabilire tramite l’autorità pubblica (statale o sovrastatale) i propri valori anziché lasciare alle verifiche empiriche e alle scelte dell’elettorato la valutazione finale su di essi, come ad esempio Ricolfi sottolinea a proposito della costruzione dell’Unione europea nella acuta e coraggiosa critica che fa in appendice al suo libro di uno dei miti dell’europeismo italiano, il manifesto di Ventotene del 1941 elaborato da Altiero Spinelli (1907 – 1986), Ernesto Rossi (1897 – 1967) ed Eugenio Colorni (1909 – 1944).

Anche nei paesi anglosassoni è in atto una estremizzazione ma l’alternativa però rimane e con essa l’essenza della democrazia. A parere di chi scrive la situazione è più inquietante nei Paesi europeo continentali dove è in atto, come giustamente osserva Ricolfi, una fusione tra destra e sinistra sulle posizioni che noi definiamo globaliste, tecnocratiche e buoniste che sembra non avere alternative, dato che spesso l’elettorato preferisce non votare che provare a scegliere soluzioni politiche diverse.

La perdita graduale dei diritti individuali, risultato di tutta la tradizione occidentale che, attraverso un percorso tortuoso e non privo di pagine riprovevoli ha fuso, grazie alla dottrina cristiana il senso del diritto romano antico e il ruolo fondamentale dei singoli individui proprio della cultura “barbarica”, potrebbe portare ad un “tramonto dell’Occidente” secondo l’espressione che dà il titolo all’opera più famosa di Oswald Spengler (1880 – 1936)? Non si può prevedere l’evoluzione storica futura: certo è che la tendenza ad una crisi culturale, ben più grave di quella economica, in tutto l’Occidente è molto forte, una crisi culturale causata dal pensiero tecnocratico e politicamente corretto che si esprime innanzi tutto in quella che il filosofo inglese Roger Scruton ha chiamato “oikophobia”, cioè odio per tutto ciò che rappresenta la nostra civiltà, rifiuto e quasi disprezzo per ogni valore della citata tradizione giuridico – morale, una crisi culturale che rende incapaci di stabilire quali siano i valori e le regole “irrinunciabili” di fronte ad ogni forma di integrazione (economica, sociale e politica) con soggetti e valori propri di culture e civiltà diverse.

Questa può essere la vera causa di una futura “società fredda”, che non cresce più moralmente prima che economicamente, perché pensa di essere arrivata alla “fine della storia”.

Mentre l’empirismo anglosassone sembra far argine a derive fondamentaliste, diverso è il discorso per gli stati europei continentali, sempre più legati ad una struttura, l’Unione europea che rappresenta dal punto di vista economico un grande “cartello” nel quale convivono membri forti (Germania, Paesi nordici) e membri deboli (Italia e Paesi mediterranei), con la Francia che gode di una sorta di “nicchia” di autonomia, un cartello con uno sviluppo a somma zero nel quale i suddetti stati forti che approfittano della situazione economica (grazie alla moneta unica) forse al fine di non rompere il cartello concedono “bonariamente” a quelli deboli agevolazioni riguardo ad esempio al rispetto dei parametri macroeconomici nazionali (debito pubblico, deficit ecc.) o anche finanziamenti occulti, magari in cambio dell’impegno a svolgere attività che i primi non intendono porre in essere, come qualcuno afferma che stia accadendo per l’accoglienza indiscriminata degli immigrati africani in Italia: un’ipotesi non pienamente dimostrata, ma certamente plausibile.

Tra i Paesi europeo continentali l’Italia, rischia di avvicinarsi ad una sudamericana “repubblica delle banane”: qui ricordiamo solo che i problemi generali di tutto l’Occidente (la crisi economica e il disordine sociale) nel nostro Paese stanno assumendo proporzioni incontrollate, tali da mettere in pericolo non solo lo sviluppo sociale delle generazioni future, ma la tenuta dell’ordine e della morale pubblica (si pensi alla schizofrenia delle assurde depenalizzazioni di guida senza aver mai conseguito la patente, e per converso all’inasprimento dell’omicidio stradale, alla depenalizzazione degli atti osceni in luogo pubblico ed alla estensione eccessiva della violenza sessuale, anche solo a livello psicologico,) e tutto questo mentre i poteri pubblici italiani sono tuttora influenzati dai sostenitori delle concezioni buoniste e politicamente corrette (tra i quali un ruolo importante svolge il papato di Francesco I e i cattolici che condividono le sue opinioni), che continuano a pretendere una politica di accoglienza “totale”. Anche a questo livello si conferma la totale sud americanizzazione di cui si è accennato.

Se è vero però che ogni ideologia come affermava Karl Marx porta ad una “falsa coscienza della realtà”, allora uno dei principali antidoti all’ideologia è un discorso che esponga la verità dei fatti, è discorso che Ricolfi presenta ai lettori in Sinistra e popolo.

Il presente scritto riflette un nucleo di pensiero condiviso con il collega Fabrizio Borasi 

Buonismo e forze dell’ordine

Il buonismo, il politicamente corretto è imperante in tutti i Paesi occidentali, e in quelli europeo continentali sta assumendo tratti totalitari dato che non sembra avere alternative praticabili a livello politico e giuridico.

In Italia però si verificano certi episodi estremi di cui non si ha notizia negli altri Paesi (Francia, Germania) coinvolti nella stessa tendenza culturale e politica: in particolare  è frequente che agenti appartenenti alle forze dell’ordine, ma anche privati cittadini che si oppongono alle violenze e alle prevaricazioni (che spesso mettono a rischio i loro beni e la loro vita) di chi delinque violando la legge si trovano a dovere pagare delle conseguenze pesanti, cioè ad essere sottoposti a lunghi procedimenti penali, talora addirittura condannati penalmente e civilmente a risarcire i danni a chi quegli atti criminali, da cui si erano difesi, aveva posto in essere, quasi che la vittima diventasse delinquente e il delinquente vittima.

Ciò vuol dire che in Italia l’ideologia buonista è più forte, più estrema che negli altri Paesi? Probabilmente no: la differenza la fa la cultura civica italiana, una cultura legata al compromesso, alla “casuistica”, che non conosce l’applicazione uniforme della legge, ma che adatta le norme in maniera sempre diversa da caso a caso.

Il trapianto dell’ideologia buonista e del politicamente corretto su tale terreno produce effetti devastanti a livello della posizione dei singoli.

Facciamo qualche confronto. Di fronte ad esempio ad una manifestazione di piazza di   ‘centri sociali’, o ad una sommossa di immigrati, la polizia può comportarsi in maniere molto diverse che vanno dalle cariche, agli arresti, alla semplice osservazione passiva.

In Paesi a legalità ‘forte’e predefinita, come ad esempio Francia e Germania, le linee di condotta degli agenti sono stabilite dall’alto, dai politici competenti, in base a regole certe, di modo che quale che sia l’atteggiamento deciso (il pugno di ferro o il guanto di velluto), il singolo agente è comunque tutelato dal fatto di avere rispettato gli ordini.

A loro volta i pubblici ministeri (spesso legati in un modo o nell’altro all’esecutivo) e i giudici sono vincolati dalle stesse norme certe e prestabilite, di modo che è molto difficile che decidano anche solo di indagare sul comportamento del singolo agente che si è attenuto alle disposizioni, anche se la sua condotta ha recato danni ai manifestanti violenti.

Lo stesso discorso vale in sostanza sia per l’azione delle forze dell’ordine nei confronti di atti criminali compiuti da singoli, sia anche per gli atti di autotutela posti in essere dai privati minacciati  nella persona e/o nei beni, dato che almeno certi principi sono certi ed il singolo sa in anticipo cosa può fare e cosa non può fare, senza contare che l’azione della forza pubblica garantisce una maggiore copertura ai privati e li costringe ad autodifendersi molto più  raramente di quanto avviene da noi.

In Italia, dove la legalità varia da caso a caso e il potere pubblico interviene solo ‘eventualmente’ se ne ravvisi l’interesse, la situazione è profondamente diversa: nessun agente della forza pubblica e nessun privato cittadino ( a parte ovviamente le situazioni estreme)  è mai del tutto certo se agisce nella legalità  o contro la legge, e questo in situazioni drammatiche dove si deve decidere, spesso a  rischio della vita propria e/o altrui, in pochi secondi.

Di fronte alle sommosse, di fronte a coloro che delinquono distruggendo le cose altrui e minacciano le persone come si deve reagire? Quasi mai gli operatori delle forze dell’ordine possono contare su ordini precisi (a costo di ripeterci, gli ordini suonano sempre nel senso di ‘eventualmente decidere cosa fare’) né su norme chiare che stabiliscano cosa è lecito fare e cosa no, e tutto ciò vale a maggior ragione per il privato che cerca di autotutelarsi di fronte alle aggressioni.

Questa situazione di legalità variabile era sempre stata tenuta insieme dal buon senso e da certe prassi costanti degli operatori, nonché dal fatto che a tali prassi sostanzialmente si rifacevano pubblici ministeri e giudici nei casi in cui la reazione dell’aggredito o il comportamento delle forze dell’ordine avesse recato danni agli aggressori, o ai manifestanti violenti ecc.

Venute meno queste prassi costanti e più in generale i criteri di buon senso che (per quanto ampiamente discutibili) fornivano comunque dei parametri di azione, l’azione degli operatori è lasciata sempre più alle decisioni personali, che dipendono in sostanza dalla posizione dal ‘peso’ che la posizione di chi agisce ha nell’ambito del potere pubblico. Andando ad impattare su questa situazione, la diffusione delle concezioni buoniste hanno effetti distruttivi per l’autonomia del singolo.

Se infatti non esistono non solo norme certe (che in Italia non sono mai esistite) ma nemmeno prassi affidabili, allora tutto  è lasciato alle decisioni degli individui: al poliziotto spetta la scelta se e come affrontare il violento, al privato la scelta se e come reagire, al magistrato la scelta se e come perseguire penalmente l’uno e/o l’altro.

Se però la maggioranza dei singoli operatori (politici, amministratori, pubblici ministeri e giudici) o è di stretta osservanza buonista oppure non ritiene di opporsi (a livello di interpretazione della normativa, a livello di proposte legislative, a livello di prassi amministrative ecc.) alle concezioni buoniste predominanti, ecco che l’operatore della polizia o il privato che ha affrontato l’aggressore in maniera non conforme a tali concezioni viene inevitabilmente innanzi tutto sottoposto a giudizio e talora addirittura condannato.

La particolarità  italiana per quanto riguarda questa materia non è costituita quindi da un buonismo ancora più spinto di quello degli altri Paesi, ma piuttosto dal fatto che, mentre in questi ultimi le decisioni buoniste si impongono a priori a tutti, e quindi ciascuno sa come comportarsi, nel nostro Paese (anche) le decisioni buoniste dei poteri pubblici (soprattutto del potere giudiziario) variano da caso a caso e molto spesso si impongono a posteriori ‘ex post facto’ andando pesantemente ad incidere sulla posizione dei singoli, sanzionandoli (ma a volte anche un processo con assoluzione finale, ma durato anni  è una sanzione) per comportamenti che dovrebbero essere considerati legali, o che comune dovrebbero essere chiaramente definiti (come legali o illegali) prima che gli stessi siano posti in essere.

Insomma mentre negli altri Paesi europei continentali i principi del buonismo e del politicamente corretto vengono applicati secondo le regole di un apparato pubblico che tratta tendenzialmente tutti allo stesso modo ed agisce secondo regole definite, in Italia gli stessi principi sono applicati in maniera variabile, e sotto la spinta dell’ideologia, in maniera sempre più ‘implacabile’, e in base a regole e principi spesso tanto astratti da permettere qualunque interpretazione.

Tutto questo porta ad una posizione di debolezza di coloro che, come agenti delle forze dell’ordine o come privati cittadini che reagiscono affrontano i criminali, una posizione di debolezza che non ha riscontro paradossalmente nemmeno in ordinamenti in cui il valore delle regole ed il ruolo delle autorità pubbliche sono ancora più vaghi e variabili che in Italia quali quelli sudamericani, dove la polizia spesso svincolata da regole rigide è di fatto soggetta a ben pochi controlli esterni sul suo operato.

Il presente scritto riflette un nucleo di pensiero condiviso con il collega Fabrizio Borasi e contenuto negli otto volumi della ricerca ‘Il sistema corporativo’ per i tipi della casa editrice Giappichelli