Categorie
Economia

Se non ora quando: allineare tassazione imprese italiane a media europea ed Ocse

Una semplice proposta per le imprese e nessun regalo.
E’ un fatto noto che la pressione fiscale sulle imprese italiane sia notevolmente più alta di quella degli altri paesi OCSE e questo da molti anni.
Ciò ha reso molto più difficile, a volte impossibile, per le imprese italiane, capitalizzarsi, investire in ricerca, innovazione, formazione, al fine di aumentare la produttività quindi l’ammontare di PIL per ore lavorate ed i posti di lavoro e poter competere con le concorrenti straniere.
L ‘Italia presenta un “total tax & contribution rate” di 59,1%, il che significa che fatto 100 il reddito di impresa, 59,1 euro vanno allo Stato sotto forma di prelievo fiscale, contributivo e relativa incidenza burocratica: Il “total tax & contribution rate” medio europeo è invece del 38,9%. Ciò implica che le imprese italiane, pagano oltre 20 punti percentuali in più di tasse rispetto alla media europea. Ovvero hanno un auto-dazio interno di 20 punti. Ciò premesso risulta evidente che per uscire dalla crisi é necessario ridurre subito il “total tax & contribution rate” di almeno 20 punti, taglio da finanziare dalla “spending review” della spesa aggredibile che secondo gli economisti del Centro Studi di Confindustria è pari a 290 miliardi su 873 miliardi di spesa pubblica.
Inoltre, considerato che le imprese hanno già versato il 98% delle tasse per il 2019, é necessario calcolare il relativo conguaglio fiscale per il saldo, tenendo conto anche del risultato economico del 2020 ipotizzando che questo sarà negativo per la maggior parte delle imprese
Calcolando con il metodo del “loss carry back” le imposte sul reddito medio biennale 2019-2020, queste risulteranno a credito e tale credito d’imposta potrà essere immediatamente scontato presso gli istituti di credito.
Allo stesso modo dovranno essere subito erogati alle imprese i 37 miliardi di debiti della pubblica amministrazione già certificati e gli oltre oltre 4 miliardi di crediti fiscali che esse vantano e per i quali attualmente vigono limiti alla compensazione orizzontale.

E’ bene ricordare che, in riferimento alle attività di impresa, il reddito derivante da tale attività potrà essere calcolato in modo certo solo alla fine dell’attività, quando l’impresa cesserà di esistere potendo a quel punto verificare la validità dell’investimento e la verifica della realizzazione di utile o una perdita.

In proposito Einaudi scriveva: “La divisione del tempo in intervalli, finiti, ad es. l’anno dal 1° gennaio al 31 dicembre, è artificio. Necessario, ma artificio. Supporre che la vita di un’impresa possa essere spezzata in esercizi finiti annui è supporre l’assurdo. Non si può sapere se una impresa ha fornito ai suoi proprietari profitti ovvero perdite se non quando essa è morta e tutte le sue attività sono state liquidate. Paragonando allora gli incassi e le spese, ridotti a valori attuali ad un dato momento, potremo giudicare dell’esito dell’impresa. Finché essa rimane in vita ed opera, il giudizio è provvisorio. Andrà ingoiata la riserva da perdite future? Basterà a fronteggiarla? Nel dividere il tempo in intervalli annui e nel redigere conti riferiti distintamente ad ognuno di quegli intervalli, i contabili obbediscono alla necessità di orientarsi, di avere una norma per l‟avvenire, di sapere se il successo arride o non all‟impresa, di non sentire, nell’atto di prelevare fondi a fini di spesa privata, rimorso di aver recato nocumento alla vita di essa. Se anche per ipotesi
inverosimile, il possessore dell’impresa potesse astenersi da prelievi sino alla liquidazione finale, non potrebbe astenersene lo stato, le cui speso sono continue nel tempo e debbono essere continuamente fronteggiate da entrate ugualmente distinte nel tempo” (cit. “Miti e paradossi della giustizia tributaria, Luigi Einaudi, Torino, 1959).

Categorie
Diritto Economia

Note a margine degli otto punti: da numero a formula per la ripresa

Nell’emergenza provocata dalla pandemia di Covid 19, tra le ineludibili difficoltà di gestione sanitaria, sociale ed economica e le preoccupazioni sulle prospettive di futuro, si colgono dai più diversi contesti segnali potenti della volontà di una ripresa che possa essere occasione di un rinnovamento del sistema valoriale in una visione, personalistica e solidaristica, che ponga al centro l’uomo ed i suoi bisogni.

A questi segnali, resi più preziosi dall’estrema difficoltà della contingenza, si può guardare come a punti di luce, di per sé piccoli ma capaci, se valorizzati e aggregati, di segnare una traiettoria che conduca oltre il buio di questa crisi, inducendoci a confidare in quel paradosso che spesso vede le scintille di un positivo cambiamento generate proprio dalle vicende storiche più drammatiche.

In questo quadro, tra i contributi più autorevoli, si inseriscono gli otto punti elaborati dalla Fondazione Einaudi, che muovono, coerentemente con il fondamento dell’istituzione, dalla necessità di sostenere il tessuto economico e produttivo con misure urgenti ed efficaci, preservando la possibilità stessa della ripresa.

La formulazione della proposta reca riferimento all’esigenza di scongiurare un ritorno massiccio alle nazionalizzazioni, evocando un dibattito, invero mai del tutto sopito, che ha ripreso di recente vigore in concomitanza con crisi di grandi imprese, nell’ambito di più approfondite riflessioni sull’obiettivo di una crescita economica non disgiunto dal soddisfacimento dei bisogni fondamentali della persona, nel rispetto dei fondamentali principi di solidarietà ed eguaglianza cristallizzati nella Costituzione.

E’ opinione condivisa che nelle trame della nostra Carta costituzionale si sia voluto definire non un modello economico ma un quadro costituzionale di riferimento, stante anche la posizione di minoranza in seno all’Assemblea dei sostenitori del libero mercato,  nel quale il punto di equilibrio è stato individuato nella realizzazione dei fini di utilità sociale, con legittimazione dell’intervento del soggetto pubblico al fine di rimuovere ostacoli di ordine economico e sociale e di assicurare il soddisfacimento di determinati bisogni della collettività. Ed è proprio questa capacità nella elaborazione del Titolo III di costituire, come efficacemente affermato, un “ponte lanciato verso il futuro”, che ha consentito, a costituzione invariata, di attuare, in diverse epoche, differenti modelli in funzione delle esigenze avvertite come prioritarie.

A prescindere ed oltre le differenze ideologiche, proprio la gravità della crisi provocata dalla pandemia può consentire di individuare un metodo comune, anteponendo i fatti alle considerazioni, con una diversità di approccio che miri ad obiettivi fondamentali, riconoscendo un valore intrinseco ad idee e proposte per orientare le azioni nella direzione più efficace, con l’auspicio che questi contributi possano arricchire e appassionare chi quelle azioni deve compiere. E’ a valere in ogni contesto la considerazione che si inizia a ragionare quando diventa indifferente avere ragione. Ed è questa una formula nella quale gli otto punti si prestano ad essere inseriti quali strumenti non solo condivisibili e da condividere ma capaci di sollecitarne altri che pure possono concorrere nella stessa direzione.

In tale prospettiva, quale contributo di riflessione nella logica di una propulsione di idee, si potrebbero valutare anche i seguenti punti:

  • rendere più vantaggioso l’investimento in equity delle società quotate e non, attraverso misure di detassazione di dividendi e capital gain, purché le somme vengano reinvestite, in una percentuale ed entro un termine previsti;
  • prevedere una più ampia fiscalizzazione degli oneri sociali a favore delle imprese che mantengano determinati indici di occupazione, magari finanziando la misura con bond europei a nove anni (da sostenere fortemente);
  • prevedere l’emissione di un titolo, sempre a nove anni, del Tesoro o di CDP, ma riservata ai risparmiatori italiani e destinata a finanziare progetti di crescita, prevedendo la deducibilità dell’acquisto.

Plurime ragioni, peraltro, inducono ad escludere un “ritorno” alle nazionalizzazioni per come le stesse si caratterizzarono nel dopoguerra. Vi ostano ragioni giuridiche, legate all’attuale assetto ordinamentale sia eurounitario che nazionale, nel quale, anzi, la scelta operata con i d. lgs. n. 50 del 2016 e n. 175 del 2016, ritenuta pienamente conforme al diritto europeo (Corte di Giustizia, sez. IX, ord. 6 febbraio 2020, nelle cause riunite C-89/19 e C-91/19), è stata nel senso di limitare la partecipazione societaria pubblica e lo stesso ricorso all’in house attraverso oneri motivazioni rafforzati. Ostano ragioni economiche, legate all’esiguità delle risorse pubbliche, in termini tali da rendere una opzione radicalmente orientata su quel modello praticamente irrealizzabile. Osta, ancora, il mutato quadro mondiale, nel quale le dinamiche della globalizzazione ne minano in premessa le prospettive di successo, in specie in settori strategici che sono stati aperti alla liberalizzazione e che producono effetti condizionanti su tutti gli altri.

Il riferimento è, a tal riguardo, al settore delle comunicazioni, nel quale è fortemente avvertita l’esigenza di un quadro regolatorio chiaro e completo, inserito in una pianificazione reale, coerente ed unitaria e supportato da un coordinamento imprescindibile nella definizione, gestione e sviluppo infrastrutturale, con il rafforzamento di forme di collaborazione pubblico privato nella combinazione di modelli differenti, necessariamente integrati, ma con una regia unitaria capace di superare le asimmetrie dei diversi operatori anche attraverso l’attribuzione di un potere sostitutivo da azionare ove necessario. L’attuazione di tale progetto costituisce l’insostituibile detonatore per promuovere un virtuosismo, in primis, tra economia della conoscenza ed economia dei servizi a beneficio dell’intera collettività, assurgendo a primo fondamentale punto di una strategia di ripresa e, anzi, a premessa ineludibile, in assenza della quale ogni iniziativa si esaurirebbe entro i ristretti margini della gestione della contingenza.

 

 

 

 

Categorie
Economia

Giovani e impresa: e se l’Italia imparasse dall’Irlanda?

Il cielo d’Irlanda ha i tuoi occhi se guardi lassù, ti annega di verde e ti copre di blu”. Così cantava Fiorella Mannoia nel 1991, un poetico omaggio al paese della Guiness, divenuto uno dei brani più celebri della cantante romana.

Eppure, la Tigre Celtica non è soltanto il paese delle pinte di birra e della musica folk, del dubliner James Joyce e dei sempiterni nuvoloni plumbei che vigilano sulle praterie sconfinate. L’Irlanda è ormai da anni l’El Dorado verde di imprese e multinazionali, meta di pellegrinaggio di startupper da tutta Europa.

Colpita nel 2009 da una forte recessione economica come conseguenza dello scoppio della bolla immobiliare, l’Irlanda ha attraversato tre anni di forti sacrifici imposti dal programma d’austerità della Troika (il connubio Commissione UE, BCE e FMI occupatosi dei piani di salvataggio dei paesi dell’area euro a rischio insolvenza), delle cui catene si è liberata nel 2013, dopo essere stata inserita nell’infamante gruppo dei PIIGS (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna), la cinquina dei paesi europei che più hanno risentito delle conseguenze della crisi economica globale.

Oggi, l’Irlanda è uno dei paesi al mondo con la più bassa tassazione d’impresa e uno dei più favorevoli allo sviluppo di business,  grazie a un’aliquota del 12,5%  sui profitti delle società, un credito d’imposta fino al 30% sulle attività di ricerca e sviluppo e una deduzione fiscale, al 12,5%, per spese in ricerca e sviluppo. Inoltre, è prevista un’esenzione fiscale di tre anni per le imprese di nuova fondazione.

Nel 2018, Enterprise Ireland, braccio operativo del governo irlandese, ha messo in palio 500.000 euro per le imprese intenzionate a stabilire il proprio business nel paese del trifoglio. Due anni prima, la stessa agenzia di sviluppo economico aveva investito 32 milioni di euro in startup. Grazie al lavoro di Enterprise Ireland, il governo irlandese è capace di generare ritorni economici di circa 60 milioni di euro l’anno, proprio per via degli investimenti in startup, rendendo l’Irlanda il sesto paese al mondo per investimenti esteri, una nazione che, oltretutto, vanta la popolazione più giovane d’europa (l’età media dei cittadini irlandesi è di 36 anni).

E l’Italia? Il Bel Paese, sfortunatamente, si colloca in una situazione diametralmente opposta rispetto al partner anglosassone. Secondo uno studio della CGIA di Mestre (Associazione Artigiani e Piccole Imprese), l’Italia è il penultimo paese in Europa per capacità di attrarre investimenti stranieri (peggio di noi, soltanto la Grecia). Secondo il rapporto “Paying Taxes 2020” realizzato da Banca Mondiale e PWC, la pressione fiscale sulle imprese in Italia si attesta al 59,1% ( a fronte di una media europea del 38,9%), mentre le ore impiegate per gli adempimenti fiscali risultano pari a 238 (a fronte di una media europea di 161). Basti solo pensare che l’IRES, ovvero l’Imposta sul Reddito delle Società, prevede un’aliquota del 24%, quasi il doppio dell’aliquota sui profitti d’impresa pagata dalle aziende irlandesi. Inoltre, l’Italia è il paese più “anziano” d’Europa (un cittadino su quattro ha più di 65 anni).

Ma non mancano duri attacchi al sistema fiscale irlandese. Secondo Roberto Rustichelli, Presidente dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM), il dumping fiscale generato da partner UE come Regno Unito, Malta, Lussemburgo, Paesi Bassi e la stessa Irlanda causerebbe al nostro paese una perdita economica fino a 8 miliardi di dollari l’anno. Alla luce di ciò, resta da capire come sia possibile che un paese come la Francia il quale, pur non presentando particolari regimi fiscali caratterizzati da esenzioni e timide aliquote, esattamente come l’Italia, riesca, diversamente da noi, a far leva su un’economia domestica di grande scala, collocandosi al settimo posto al mondo (subito dopo l’Irlanda) per investimenti esteri.

Eppure, nonostante gravi problemi strutturali legati a una burocrazia scellerata, una tassazione da stato sovietico nonchè una generalizzata cultura anti-impresa, il nostro paese non è esattamente un deserto imprenditoriale. Al contrario, secondo la Coldiretti, nel 2018 sono state lanciate 300 imprese giovanili al giorno, un dato impressionante che rende i giovani italiani i più intraprendenti d’Europa. Allo stato attuale, le startup iscritte al Registro delle Imprese equivalgono alle 10.630 unità, per un valore della produzione di circa 1,2 miliardi di euro.

Insomma, i dati parlano chiaro: il tessuto imprenditoriale italiano è ancora vivo e vegeto, e il nostro paese può ancora contare su estro, creatività, innovazione e intraprendenza, qualità che lo hanno reso una delle nazioni più ricche del mondo.

Ma è il momento di costruire un ponte di comunicazione tra politica e impresa, una finestra di dialogo e confronto tra realtà partitiche di ispirazione liberale e social-liberale e giovani imprenditori e startupper, per fare in modo che questi ultimi vengano messi nelle migliori condizioni per lavorare e fare business in Italia, senza essere costretti a emigrare altrove per ricercare ricchezza e riconoscimenti.

E’ il momento di ridurre una pressione fiscale che fa scappare capitali all’estero e scoraggia la libera iniziativa economica, diritto fondamentale di qualunque democrazia liberale. In questo, il modello irlandese, forte di numeri incoraggianti che ne attestano l’estrema l’efficacia, può sicuramente insegnarci qualcosa.

 

Categorie
Economia

Le patrimoniali, in realtà, colpiscono il reddito prodotto nell’anno.

Dobbiamo purtroppo prendere atto che l’Italia ha uno dei sistemi fiscali meno competitivi a livello Ocse: su 36 paesi paesi l’italia si trova alla 35ma posizione penultima della classifica stilata dalla Tax Foundation mentre al vertice troviamo paesi come  l’Estonia, la Nuova Zelanda, l’Olanda, l’Australia, la Lettonia la Svizzera, la Lituania grazie ai loro sistemi fiscali con  un’imposta sulle società e sulla proprietà molto contenute. Al contrario  l’Italia ha tasse elevate sugli immobili, sul patrimonio finanziario, sugli utili aziendali, e sul reddito personale. Nello specifico, riguardo la patrimoniale,  il gettito complessivo delle imposte patrimoniali è di circa 22 miliardi per IMU/TASI sugli immobili (con carico fiscale complessivo è 50 miliardi), patrimoniale sul risparmio è di 10 miliardi (con un carico fiscale complessivo di17 miliardi), la patrimoniale sull’auto (bollo) è di 5 miliardi, il canone RAI è 2 miliardi per un totale di circa 40 miliardi.

E’ necessario considerare che tutte le patrimoniali non tengono in considerazione il fatto che a pagare le imposte non sono i beni, che per così dire non hanno tasche, ma le persone, le quali le  pagano con il reddito prodotto nell’’anno che ovviamente è gia tassato dalle imposte sul reddito: quindi tassare il patrimonio è tassare il reddito personale due volte.

Peraltro, quel patrimonio che subisce la mannaia della imposizione patrimoniale deriva da reddito già tassato nel passato e che, inoltre,  scontato imposte di trasferimento come l’imposta di registro o in alternativa l’iva all’atto dell’acquisto.  Quindi,  l’imposta patrimoniale, quanto a prelievo, non è diversa dall’imposta sul reddito: solo che, per farvi fronte bisogna attingere al reddito dell’anno in corso che in alcuni casi non basta ed allora è necessario attingere al patrimonio, liquidandolo. Oltre a questo c’è da considerare  che tutti i settori dell’economia sono collegati come vasi comunicanti: se, ad esempio, tassi gli immobili quella tassazione si riverserà negativamente sulle imprese ed il lavoro. Le tasse patrimoniali sugli immobili, sulle barche, sulle auto, danneggiano rispettivamente il settore edilizio, il settore nautico, il settore automotive e tutte le filiere collegate,  con perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro difficilmente recuperabili.

Nel 2012 con  il c.d. governo tecnico, il peso della tassazione patrimoniale è cresciuto di 12,8 miliardi di euro, pari a un aumento del 40 per cento se confrontato con l’esecutivo Berlusconi del 2011. E cosa è accaduto? Che nonostante nonostante si paghino sempre piu tasse con un cospicuo aumento del gettito fiscale passato da 410 miliardi del 2011 il gettito ai 463 miliardi di oggi, con un aumento di ben 53 miliardi,    il debito pubblico che nel 2011 era di 1900 miliardi circa oggi è di circa 2360 miliardi  con un aumento di 460 miliardi ed i poveri assoluti che nel 2011 erano 3.4 milioni oggi sono 5 milioni (dati ISTAT). Quindi, aumentare le tasse per ridistribuirle non funziona.

La parola chiave che accomuna tutta l’area di sinistra, che va dai comunisti ai socialisti ai socialdemocratici ai progressisti è ridistribuzione, politiche di ridistribuzione. Ma che significa, perché si dice ri-distribuzione e non semplicemente distribuzione? E’ semplice: secondo quell’area politica è necessario correggere la  distribuzione del reddito  avvenuta dal basso attraverso gli spontanei meccanismi produttivi, ovvero attraverso il rapporto sinallagmatico tra compenso e prestazione lavorativa e/o investimento, perchè ritenuta sbagliata e perciò da correggere quindi rendendo necessario modificarla dall’alto con una successiva, nuova, diversa distribuzione decisa, non dai consumatori, dai lavoratori, dai datori di lavoro, dagli investitori, dal mercato ma dal decisore/pianificatore centralizzato che stabilirà quanto del compenso per il vostro lavoro o investimento potrete conservare. Il fine dichiarato di questa diversa ripartizione del reddito è quella di un livellamento generalizzato del reddito per eliminare le disuguaglianze tra i cittadini. Molti confondono la lotta alla povertà con la lotta alle disuguaglianze”
Il problema non sono le disuguaglianze ma la povertà, da eliminare estendendo la ricchezza creata attraverso il libero scambio e lo sviluppo economico e tecnologico.

Adam smith attraverso la metafora della “mano invisibile” indica l’egoismo dell”individuo come spinta a creare inconsapevolmente ricchezza anche per la collettività.
Ora la mano invisibile o reale degli italiani é stata letteralmente rimossa: l’ambizione individuale, ricordiamolo, é il presupposto per creare ricchezza (e la necessita di assicurarsi una stabilità e sicurezza economica) e viene premiata , in una economia non dopata o dirigista, con tre particolari forme di rendita:
rendita immobiliare
rendita finanziaria
rendita o profitto di impresa.
Ebbene in Italia si sono create le tre condizioni per l’ eterna Apatia.
Dopo il governo tecnico  e la tassazione sulla casa, è  venuta meno l’ investimento immobiliare; con le attuali politiche monetarie  i risparmiatori non vedono remunerati i loro risparmi; la rendita di impresa è falcidiata da una storica legislazione anti aziende, che si traduce in una delle tassazioni più alte al mondo e una burocrazia al top.

 

Per ridurre il numero dei poveri è necessario abbassare le tasse, favorendo la crescita delle imprese e dell’occupazione. Un abbassamento della pressione fiscale generalizzata, cioè per ogni contribuente, orizzontalmente senza inseguire classi, categorie e blocchi sociali, spazzando via la giungla intricata di regimi speciali, agevolazioni, settoriali, detrazioni, deduzioni, bonus, le c.d. tax expenditures; che sia semplice e chiara e soprattutto strutturale, cioè stabile, non “una tantum” che quindi consenta  permetta una programmazione di lungo periodo e investimenti con la certezza dell’esborso fiscale futuro attraverso una normativa fiscale stabile: nessuno di noi ha mai redatto una dichiarazione dei redditi con regole uguali a quella dell’anno precedente.

 

Esiste un piccolo volume  scritto da Einaudi nel 1946 intitolato L’imposta patrimoniale nel quale  Einaudi afferma: “In verità capitale e reddito non sono due entità distinte, sibbene la stessa entità vista sotto differenti sembianze” e nota che l’imposta patrimoniale si chiama così solo perché il metodo di calcolo è commisurato al patrimonio, ma in realtà colpisce sempre il reddito nel senso che il contribuente attinge dal reddito per pagarla e non dal patrimonio che è immobilizzato e come tale non è disponibile  per fare pagamenti.

Anche l’OCSE  è molto critica sulla patrimoniale ed ha  affermato:

“A net wealth tax is equivalent to a proportional tax on a presumptive return, meaning that the tax is levied irrespective of the actual returns earned on savings” che tradotto significa [una imposta sul patrimonio netto equivale ad una imposta proporzionale applicata ad un reddito presuntivo, nel senso che l’imposta patrimoniale è riscossa indipendentemente dall’esistenza di un effettivo reddito prodotto dal patrimonio risparmiato.

Quindi abbiamo scoperto che  l’OCSE è einaudiana…

E questo dimostra anche una grande differenza tra ciò che riteneva  Keynes ed cio che riteneva Einaudi:  Keynes immaginva  mondo dell’ “uomo scisso”  rigorosamente suddiviso in compartimenti stagni, dove il risparmiatore non è investitore, il consumatore non è risparmiatore e il proprietario non detiene il controllo. Al contario per Einaudi le azioni risparmio-investimento-consumo sono in capo alla persona, all’uomo intero einaudiano ” che si basa sul presupposto che ad agire sia sempre la persona: “Un complesso e misterioso miscuglio di istinti egoistici e di sentimenti morali e religiosi, di passioni violente e di amori puri”.

L’uomo intero di Einaudi si realizza quando è padrone della propria casa nella quale vive dignitosamente insieme alla popria famiglia  E a questo punto non può non venire  in mente la Thatcher e le sue parole:  There’s no such thing as society, there are individual men and women and there are families. La società non esiste: esiste l’individuo, uomini, donne e le loro famiglie. La proprietà privata cambia attitudini e comportamenti individuali,  perchè l’essere proprietari di qualcosa fa si che  si tenda naturalmente a prendersene cura, a lavorare per farla crescere, e in questo modo si apprendono la virtù del risparmio, il concetto di remunerazione del rischio (centrale per comprendere il funzionamento del libero mercato), e si fa crescere l’indipendenza e il potere degli individui sulla loro vita: una “nazione di proprietari” poiché la proprietà è alla base della responsabilità personale, della libertà individuale e solo essa può garantire una società stabile e il successo economico. Solo la proprietà dà alle persone la possibilità di poter scegliere e controllare la propria vita, e l’obiettivo del governo deve essere quello di estendere questa possibilità al maggior numero possibile di cittadini.”

E’ proprio attraverso questo insieme  di legami affettivi  e di disponibilità dei beni che esprime la libertà dell’uomo intero einaudiano: una economia nella quale sia diffusa la proprietà privata grazie al lavoro ed al risparmio e che al contrario di ciò che riteneva Keynes  nella quale nel lungo periodo sopravviveranno i nostri figli.

Categorie
Economia Geopolitica Politica

Il declino della cooperazione per lo sviluppo

A quattro anni dall’adozione dell’agenda 2030, un piano di azione a favore delle persone, il pianeta e la prosperità, si è ancora lontani dal raggiungerne gli obiettivi, di carattere integrato e indivisibile, nelle sfere economica, sociale e ambientale, accordati in seno alle Nazioni Unite. Il foro annuale di valutazione ha enfatizzato la centralità dell’inclusione, l’empowerment e l’equità, nell’avanzamento dello sviluppo sostenibile, evidenziando ingenti difficoltà all’orizzonte, in primo luogo negli impegni assunti dagli stati membri riguardo alla finanza dello sviluppo.

Categorie
Economia

Concorrenza fa bene. Anche quella fiscale

La concorrenza fiscale di Olanda, Irlanda ed  altri paesi membri UE (ed anche OCSE) non è “sleale”, è semplice  concorrenza e come tale esprime la maggiore efficienza di quei sistemi,  virtuosi,  in grado di contenere la loro pretesa fiscale e al contempo garantire infrastrutture e servizi,  rispetto all’inefficienza italiana che, a dispetto della  pressione fiscale tra le più alte al mondo, è dotata di infrastrutture obsolete e fatiscenti e fornisce servizi inadeguati , se non addirittura inesistenti.

Categorie
Economia Politica

L’ “Uomo Intero” di Einaudi sceglierebbe la Flat Tax

La scissione fra l’uomo che risparmia e l’uomo che investe teorizzata da Keynes non è auspicabile né corretta: gran parte degli investimenti sono effettuati da operatori economici che dispongono di capitale attraverso l’autofinanziamento o con il risparmio del gruppo di controllo. Il risparmio viene prima dell’investimento e ne è la condizione. Ciò significa che le azioni risparmio-investimento-consumo fanno riferimento all’ ”uomo intero” einaudiano contrapposto all’ ”uomo scisso” keynesiano in due classi sociali: i ricchi che hanno un’elevata propensione al risparmio e i poveri che hanno un’elevata propensione al consumo.

Categorie
Economia Politica

La leggenda del liberismo in Italia

Per spiegare la tragicomica situazione in cui versa l’economia italiana, paralizzata da un debito pubblico attualmente attestato alla cifra record di 2.364 miliardi di euro (Febbraio 2019), politici, economisti, giornalisti, scrittori e variegati opinionisti si sono sbizzarriti nelle più disparate teorie, nella smania ossessiva di individuare un colpevole capace di alleviare lo spirito e la coscienza del popolo italico.

Categorie
Economia Politica

Tassazione all’italiana: un suicidio d’impresa

Nei giorni in cui il dibattito politico italiano è ostaggio della diatriba etico-sociale sul Family Day, tra accuse di nostalgie medievali e disgustosi sventolamenti di feti in plastica, vorrei riflettere su un punto-chiave dello sviluppo economico-sociale del nostro paese: la tassazione d’impresa.
Che il mestiere dell’imprenditore sia, nel Bel paese, un compito arduo e a tratti infame, è cosa nota ormai a tutti, ma addentrandosi nei dati sulla pressione fiscale e sul numero di aziende costrette a chiudere bottega a causa di un Fisco insostenibile, emerge un quadro estremamente desolante.

Categorie
Economia Politica

Grottesco scilinguagnolo

Il problema non è che l’aggiornamento dei conti governativi smentisca totalmente i dati fissati appena quattro mesi addietro, è che il modo in cui avviene e le indicazioni che se ne traggono tolgono al governo italiano quale che sia credibilità. Il Fondo monetario internazionale ha definito l’Italia “zavorra d’Europa”, purtroppo questo modo di procedere è la pietra al collo che strangola un corpo produttivo forte il cui sistema nervoso è affetto da allucinazioni.
Con la legge di bilancio il governo aveva garantito che il debito pubblico, qualsiasi cosa accadesse, sarebbe sceso. Una certezza cui era ragionevole non credere. Difatti sale al 132.7%. Scenderà dall’anno successivo, il 2020, naturalmente. Con la stesa affidabilità vistasi per l’anno in corso. La garanzia governativa era avvalorata da quella che il ministro dell’economia, Giovanni Tria, chiamò “clausola di salvaguardia al contrario”: se i conti dovessero disallinearsi rispetto alle previsioni scatteranno tagli automatici alla spesa pubblica, capaci di riportarli in carreggiata. I conti sono disallineati fin dai primi giorni del 2019, non scatta alcuna correzione (anzi, paradossalmente si continua a negarla), sicché quanto scritto nella legge di bilancio è da considerarsi pura declamazione mendace. Il che, già di per sé, toglie credibilità a quant’altro potrà essere aggiunto.