L’“Uomo Intero” di Einaudi sceglierebbe la Flat Tax

La scissione fra l’uomo che risparmia e l’uomo che investe teorizzata da Keynes non è auspicabile né corretta: gran parte degli investimenti sono effettuati da operatori economici che dispongono di capitale attraverso l’autofinanziamento o con il risparmio del gruppo di controllo. Il risparmio viene prima dell’investimento e ne è la condizione. Ciò significa che le azioni risparmio-investimento-consumo fanno riferimento all’”uomo intero” einaudiano contrapposto all’”uomo scisso” keynesiano in due classi sociali: i ricchi che hanno un’elevata propensione al risparmio e i poveri che hanno un’elevata propensione al consumo. Se scindi l’uomo e assecondi questa tesi con interventi pubblici monetari e assistenziali finanziati da tasse elevate su ricchi e ceto medio con l’obiettivo di aumentare la domanda, gli effetti saranno nefasti: il consumatore keynesiano è tendenzialmente un uomo povero che riceve sussidi e prestiti facili e che imita il deficit spending macroeconomico della politica dell’interventismo pubblico e del dirigismo, contagiato dalla irresponsabilità dei bilanci pubblici a quelli privati, (come
nella mega bolla immobiliare del 2007), e che disincentiva e falcidia i contribuenti-risparmiatori, che debbono contentarsi di interessi molto bassi sottoponendoli a elevate imposte redistributive che dovrebbero favorire la domanda di consumo.

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La leggenda del liberismo in Italia

Per spiegare la tragicomica situazione in cui versa l’economia italiana, paralizzata da un debito pubblico attualmente attestato alla cifra record di 2.364 miliardi di euro (Febbraio 2019), politici, economisti, giornalisti, scrittori e variegati opinionisti si sono sbizzarriti nelle più disparate teorie, nella smania ossessiva di individuare un colpevole capace di alleviare lo spirito e la coscienza del popolo italico.

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Tassazione all’italiana: un suicidio d’impresa

Nei giorni in cui il dibattito politico italiano è ostaggio della diatriba etico-sociale sul Family Day, tra accuse di nostalgie medievali e disgustosi sventolamenti di feti in plastica, vorrei riflettere su un punto-chiave dello sviluppo economico-sociale del nostro paese: la tassazione d’impresa.
Che il mestiere dell’imprenditore sia, nel Bel paese, un compito arduo e a tratti infame, è cosa nota ormai a tutti, ma addentrandosi nei dati sulla pressione fiscale e sul numero di aziende costrette a chiudere bottega a causa di un Fisco insostenibile, emerge un quadro estremamente desolante.
Secondo il rapporto 2018 “Comune che vai fisco che trovi” sulla tassazione delle piccole imprese in 137 comuni italiani, pubblicato dalla Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa (Cna), la pressione fiscale sulle Pmi, calcolata come l’ammontare di imposte e contributi sociali obbligatori versati dalle imprese, nello scorso anno si attestava al 61,4%, con picchi superiori al 70% in comuni come Reggio Calabria e Bologna.
Sempre del 2018 è il rapporto della Commissione UE sul fisco, da cui emerge come l’Italia sia il paese dell’Unione Europea con la più alta tassazione sul lavoro (42,6%).
E i dati sulla “mortalità d’impresa” non sono più incoraggianti: secondo InfoCamere, il 37,4% delle imprese individuali e il 20,5% delle società di persone dichiara fallimento entro quattro anni.
Di fronte a cifre così imbarazzanti, verrebbe naturale ritenere che “economia e sviluppo d’impresa” sia necessariamente il primo punto del programma elettorale di ogni partito e movimento politico, nonché il principale tema discusso da giornalisti, onorevoli e politologi nei salotti televisivi di Rai, Mediaset e la7.
La verità, al contrario, è che in Italia, di economia, se ne parla poco e male.
Poco, perché si preferisce battagliare perennemente su tematiche legate all’immigrazione e ai diritti civili, capaci di scaldare il cuore (nel bene e nel male) dell’elettorato di ogni schieramento politico.
Male, perché si è costretti ad ascoltare frasi come “l’Italia è vicina a un boom economico” e “il 2019 sarà un anno bellissimo”, pronunciate rispettivamente dal doppio-ministro Di Maio e dal Presidente del Consiglio Conte, previsioni talmente inverosimili da risultare ironiche e caricaturali, degne delle migliori imitazioni crozziane.
Nel paese dell’assistenzialismo “long-life”, di una cultura anti-impresa alimentata da demonizzatori seriali della ricchezza, ora agitando il pugno chiuso, ora snocciolando il rosario, nel paese del “posto fisso o muerte”, degli isterismi no-euro e dei capri espiatori franco-tedeschi, sarebbe ora di rivedere le nostre priorità politiche e di riflettere su come far ripartire quella che è (forse ancora per poco) la terza economia dell’euro-zona e l’ottava economia mondiale.

Grottesco scilinguagnolo

Il problema non è che l’aggiornamento dei conti governativi smentisca totalmente i dati fissati appena quattro mesi addietro, è che il modo in cui avviene e le indicazioni che se ne traggono tolgono al governo italiano quale che sia credibilità. Il Fondo monetario internazionale ha definito l’Italia “zavorra d’Europa”, purtroppo questo modo di procedere è la pietra al collo che strangola un corpo produttivo forte il cui sistema nervoso è affetto da allucinazioni.
Con la legge di bilancio il governo aveva garantito che il debito pubblico, qualsiasi cosa accadesse, sarebbe sceso. Una certezza cui era ragionevole non credere. Difatti sale al 132.7%. Scenderà dall’anno successivo, il 2020, naturalmente. Con la stesa affidabilità vistasi per l’anno in corso. La garanzia governativa era avvalorata da quella che il ministro dell’economia, Giovanni Tria, chiamò “clausola di salvaguardia al contrario”: se i conti dovessero disallinearsi rispetto alle previsioni scatteranno tagli automatici alla spesa pubblica, capaci di riportarli in carreggiata. I conti sono disallineati fin dai primi giorni del 2019, non scatta alcuna correzione (anzi, paradossalmente si continua a negarla), sicché quanto scritto nella legge di bilancio è da considerarsi pura declamazione mendace. Il che, già di per sé, toglie credibilità a quant’altro potrà essere aggiunto.
Il deficit era stato fissato a un furbesco 2.04%, dopo essersi incaponiti sul 2.4. Sarebbe servito, dicevano i festeggianti irresponsabili di palazzo Chigi, per avere margini capaci di alimentare gli investimenti. Gli investimenti non ci sono e il deficit è previsto al 2.4. Questo, assieme al debito crescente, mette l’Italia in condizioni di grandissima difficoltà, perché facilissimo bersaglio non appena la copertura della Banca centrale europea si allenterà.
Vi ricordate le previsioni di crescita? secondo Paolo Savona, a novembre, era possibile puntare al 3%. Lo stesso mese Di Maio era più prudente: si sarebbe potuto agguantare il 2. La legge di bilancio è stata concepita fissando l’1.5, poi, a Natale, ridotto all’1. Sono passati sei mesi dal 3 e quattro mesi dall’1.5 e la crescita prevista dal Fmi, incorporata ora dai conti governativi, è allo 0.1%. Il bello è che mandano in giro quattro fanatici a dire: i sapientoni non hanno mai azzeccato le previsioni. Che, oltre a essere falso, sarebbe anche il caso di tacerlo. Il fatto è che con una pressione fiscale al 42.2% (dato del governo, non di un centro studi di teppisti) e con il debito crescente, quindi con l’aggravarsi del suo onere, riprendere il cammino dello sviluppo resta un miraggio, anche perché i soldi, nel frattempo, li si spende per agevolare chi non lavora e chi smette di lavorare.
Il colpo di grazia alla credibilità governativa arriva proprio in tema fiscale, perché nel documento inviato dal governo a Bruxelles si legge che si adotterà la flat tax: “Il sentiero di riforma per i prossimi anni prevede la graduale estensione del regime d’imposta sulle persone fisiche a due aliquote del 15 e 20 per cento, a partire dai redditi più bassi, al contempo riformando le deduzioni e detrazioni”. Che non significa niente, ma nel disperato tentativo di significare qualche cosa racconta di una flat tax a due aliquote, che poi resterebbero comunque cinque, perché scrivono il falso sapendo che è falso. Il guaio è che una flat a più aliquote è una battuta comica, un pensiero surreale, un imbroglio talmente gigantesco da risultare patetico.
Questo è il problema: non la correzione dei conti, ma l’incorreggibile supponenza di chi pensa di affrontare problemi seri con un grottesco scilinguagnolo.

Trionfo dell’incoscienza

Il dato, fonte Istat, dice tutto: dal 2000 al 2016 la produttività oraria del lavoro è cresciuta, in Italia, dello 0.4%; nello stesso periodo è aumentata del 15% in Francia, Uk e Spagna; del 18.3% in Germania. Inutile chiedersi perché cresciamo meno degli altri. E, per la precisione, siamo fermi.
Dentro quel dato c’è la scarsa formazione della forza lavoro, le dimensioni troppo piccole delle aziende italiane, la latitanza della cultura manageriale, i mancati investimenti in innovazione, la satanica pressione fiscale, previdenziale e burocratica. E altre cose ancora, che descrivono le sbarre con cui è costruita la gabbia in cui si è chiusa l’Italia.
A fronte di questo di che discutiamo? Di come si fa ad andare in pensione prima e a guadagnare senza lavorare, cioè di come aggravare quella condizione miseranda, gravando di ulteriori costi l’Italia che, nonostante tutto, cammina e corre. Perché esiste, naturalmente, ma di quella nessuno si cura, se non per spremerla. Come se il successo e il guadagno fossero delle colpe.
Mentre questo accade, e in coerenza con l’impostazione irreale del discorso pubblico, il debito pubblico, che in valore assoluto non ha mai smesso di crescere, ha preso a correre a un ritmo doppio rispetto all’immediato passato. Questo senza che sia stato speso un centesimo in investimenti, che, naturalmente, tutti dicono di volere e tutti, a turno, tagliano per ricavare maggiori spazi alla spesa corrente. La novità consiste nel fatto che, ora, di bloccare i lavori programmati ci si fa un vanto, anziché sentirne la vergogna.
Il veleno non è solo la continua, fastidiosa, ossessiva campagna elettorale, ma il fatto che sia condotta su piani irreali, fuggendo dalla urticante chiarezza di quei dati, illudendo e illudendosi che prevalere sull’avversario cambi qualche cosa del quadro in cui ci muoviamo. Una specie di simposio dell’insipienza e trionfo dell’incoscienza.

L’economia circolare all’italiana. Per quadrare il cerchio manca almeno un lato

Trascorsi quasi quarant’anni dalle prime timide applicazioni ai sistemi produttivi, e dopo svariate direttive europee, di cui le ultime quattro entreranno in vigore a luglio, possiamo permetterci alcune considerazioni sull’economia circolare in Italia, per analizzare con maggior concretezza i cambiamenti più evidenti che riguardano le nostre abitudini quotidiane.

L’economia, a partire da quella domestica,  può migliorare notevolmente la propria performance ambientale se si rendono più efficaci ed efficienti le azioni inerenti al fine vita delle cose, al recupero di energia e alla normativa sul riutilizzo dei prodotti derivanti dal ciclo dei rifiuti. L’ambiente non è solo un tema etico e morale ma è anche un importante tema economico.

I sacchetti bio per la spesa, in realtà, spesso non sono neppure monouso mentre, paradossalmente, i vecchi sacchetti non biodegradabili si impiegavano molte volte fino all’utilizzo ultimo come contenitore per i rifiuti. Inoltre, la materia prima di cui sono fatti può essere plastica biodegradabile ma non biocompostabile, di conseguenza non smaltibile con l’umido. Può cioè derivare dal petrolio, come il PBS (polibutilensuccinato), e non essere prodotta a partire dalle biomasse.

Il termine biodegradabile di per sé non individua un tempo stabilito, entro cui quel sacchetto, disperso nell’ambiente, viene completamente degradato dai batteri presenti nelle acque o nel terreno. Esistono infatti molte variabili, come la temperatura, l’umidità o la presenza o meno di microrganismi, che ne contribuiscono alla maggiore o minore persistenza nell’ambiente, che può protrarsi anche per vari mesi. La biodegradabilità, poi,  rischia di diventare l’alibi per gestire con leggerezza i rifiuti prodotti: la condotta migliore rimane sempre quella di utilizzare gli appositi raccoglitori per la raccolta differenziata, qualunque sia la natura dell’oggetto di cui vogliamo disfarci. Anche una comunicazione semplice e puntuale, finalizzata ad informare i cittadini dell’impatto potenziale delle loro azioni, contribuisce alla riduzione dell’impatto ambientale delle più semplici attività umane. Diventa essenziale, a maggior ragione, puntare sullo sviluppo tecnologico, che è lo strumento più efficace per la salvaguardia dell’ecosistema, per avere prodotti che siano biodegradabili, meglio se anche biocompostabili, e con un fine vita quanto più esteso possibile.

Se prendiamo come esempio di riciclo quello delle materie plastiche, bisogna tener presente che ogni passaggio comporta una riduzione della quantità di materia riutilizzabile.  In aggiunta, non è possibile ottenere un prodotto con una qualità o caratteristiche identiche a quello da cui deriva. Il destino degli scarti inutilizzabili della plastica può seguire solo due strade: conferimento in discarica o termovalorizzazione. La prima soluzione presenta almeno tre criticità evidenti: non si recupera nulla, c’è un impatto ambientale importante anche a livello paesaggistico ed infine, parafrasando la nota pubblicità, “una discarica è per sempre”.

L’impianto di termovalorizzazione, realizzato applicando le migliori tecnologie disponibili e gestito a norma di legge, permette il recupero di energia e, quindi, il risparmio di risorse naturali. È comunque possibile farne a meno e dismetterlo nel caso in cui le condizioni di mercato, o le scelte politiche, dovessero cambiare. Fermo restando che è sempre preferibile ed ecologicamente corretto gestire i rifiuti laddove vengono prodotti, il numero dei termovalorizzatori non può essere legato a parametri meramente territoriali.  Gli impianti per essere economicamente sostenibili in condizioni di libero mercato, devono trattare una adeguata massa critica di rifiuti che ne garantiscano la regolare operatività, senza bisogno né di incentivi statali, pagati da tutti i contribuenti, né di dover ricorrere a pratiche ai limiti della legalità per garantirne un adeguato ritorno economico. Dal punto di vista strettamente ambientale, è sempre meglio ridurre i punti di emissione in atmosfera, per avere controlli più efficaci e facilmente pianificabili.

Avere troppi impianti, o avere impianti sovradimensionati rispetto alle effettive esigenze del territorio, è un problema ambientale speculare a quello di non avere alcun impianto.

I rifiuti speciali prodotti in Italia, ovvero quelli di origine industriale, sono oltre quattro volte superiori a quelli urbani. Secondo l’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), l’Italia – con il suo 75% di rifiuti speciali riciclati – è al secondo posto in Europa (la media Ue è pari a circa il 46%).

Alcuni dei Paesi europei più virtuosi, sottolinea il rapporto del 2018, sono prossimi a raggiungere l’obiettivo di azzerare il conferimento in discarica (0,6% in Svezia, 1% in Belgio, 1,3% in Danimarca, 1,4% in Germania e in Olanda) con una percentuale di rifiuti destinati alla termovalorizzazione di circa il 50%.

Nel Rapporto sull’Economia Circolare in Italia del 2019 del Circular Economy Network e di ENEA, è riportato il bilancio tra l’export e l’import del materiale riciclato nel nostro Paese, che vede un saldo negativo di 700.000 tonnellate. Importiamo più materiale riciclato di quanto ne esportiamo. Questo numero ci consente di fare due considerazioni di segno opposto. Da un lato abbiamo un sistema produttivo che riesce ad utilizzare il materiale riciclato e ne sostiene la domanda; dall’altro, il nostro Paese non riesce a soddisfare la domanda interna di materiale riciclato, poiché conferiamo quasi un quarto dei nostri rifiuti in discarica, a differenza dei Paesi da cui lo importiamo che hanno valori dei conferimenti prossimi allo zero.

L’importazione di una notevole quantità di materiale riciclato rende ancora più urgente un aggiornamento della legislazione per l’uscita dei rifiuti dalla normativa di settore, il cosiddetto “end of waste”. In Italia il D.M. 5 febbraio del 1998 che regola il recupero e il riciclo dei rifiuti e che istituisce le Materie Prime Seconde (MPS), sopravvissuto alle modifiche del 2006 richieste dalla Commissione Europea, dimostra la necessità di un adeguamento al mutato scenario economico,  per garantire un maggiore sviluppo dell’economia circolare, recependo la nuova Normativa europea sui rifiuti n.851/2018 che regola la materia in modo più razionale, con l’auspicabile devoluzione alle regioni, sotto il controllo del Ministero dell’Ambiente, delle autorizzazioni all’esercizio degli impianti per l’end of waste.

L’Italia è tra i Paesi più virtuosi per quantità di rifiuti riciclati ma restiamo carenti dal punto di vista impiantistico, perfino di quegli impianti necessari al trattamento delle frazioni differenziate.

Quando gli impianti della filiera non sono sufficienti, ritroveremo i rifiuti sparsi nell’ambiente, ad alimentare quei roghi dolosi utilizzati a volte come uno strumento per forzare l’adozione di politiche ambientali emergenziali che si rivelano quasi sempre inefficaci, perché puntano a tamponare gli effetti lasciando inalterate le cause del problema.

 

 

 

 

La trappola di seta

Sulla Via della Seta qualcuno pensa di metterci un frutto molto particolare del Made in Italy: il debito pubblico. Qui da noi si fa finta di non immaginarlo neppure, ma il Financial Times lo ha messo in prima pagina: “Italy weighs loan from China-led bank to ease fears over joining Belt and Road”. Si sta valutando un prestito dal sistema cinese, il che farebbe meglio digerire l’adesione alla Via della Seta.

Mettiamo i birilli al loro posto, prima che una simile boccia li polverizzi tutti. Noi abbiamo interesse ad espandere il commercio con la Cina. L’ho sostenuto, ci ho lavorato e non ho cambiato idea. Al contrario di qualche ipocrita lo dico esplicitamente: ampliare le nostre esportazioni porta con sé sia le importazioni che gli scambi tecnologici, ivi compreso l’investimento per produrre in Cina. Il problema, in casa nostra, non sono certo le vie con prodotti cinesi, i negozi con paccottiglia varia o i ristoranti cinesi (tutta roba da regolare nel capitolo commercio, licenze e fisco, nulla a che vedere con la politica industriale o estera). Il problema, semmai, è la vendita di tecnologia. Ma anche questo è un capitolo datato, perché se date un occhio alla produzione cinese d’ingegneri e ricercatori scientifici, e alla loro qualità, vi renderete conto che è come il rosolio che la nonna conservava gelosamente, fin quando non lo buttarono via. C’è ancora tantissima tecnologia di altissimo livello, nella nostra produzione, ma la risposta a quel tipo di concorrenza non è il protezionismo, bensì università serie e selettive. Ne parliamo un’altra volta.

Purtroppo, e ripeto purtroppo, non siamo quelli che, fra gli europei, esportano di più in Cina e neanche quelli che ne ricevono maggiori investimenti. Chi si adoperasse in tal senso sarebbe benemerito. Va in questa direzione il preliminare d’intesa (memorandum of understanding) che il governo italiano firmerà con quello cinese? No. Questo è il punto.

Quel testo (almeno quello che è circolato, non smentito) è un’accozzaglia di buone intenzioni. Pensate che i due governi collaboreranno anche nella salvaguardia dell’ambiente. Con i cinesi? (che da una parte sporcano che è una bellezza, dall’altra hanno tecnologia ecologica da vendere, sicché sarebbe curioso ritrovarsi zozzati e acquirenti). Leggi queste cose e ti chiedi: che succede al primo dissidio? Soccorre il quinto paragrafo: ogni controversia sarà risolta solo ed esclusivamente in via amichevole. Il nulla. A questo aggiungete che il testo esclude esplicitamente vincoli giuridici e non ha valore di trattato, tanto che non verrà sottoposto al Parlamento (che lo leggerà sui giornali). Il nulla. Ma nulla nulla? Il contenuto c’è: la collaborazione per la Via della Seta. Basta dirlo, anche senza aggiungere altro.

Perché quello è un grande investimento infrastrutturale e strategico, esclusivamente cinese, che si estende sul territorio dell’Unione europea, con reti di trasporto fisico non meno che con reti di telecomunicazione. Il che cambia in maniera drastica i confini est (non a caso sia la Grecia che l’Ungheria hanno già accolto investimenti cinesi di questo tipo) e introduce una presenza esterna dentro il territorio sovrano. Che questo sia fatto a cura di sovranisti la dice lunghissima sulla presa per le chiappe che tutta questa paccottiglia comporta. L’Italia sarebbe il primo Paese del G7 a firmare una cosa del genere. Forse in vista di un trasloco.

Ora, se le controversie si risolvono solo in via amichevole, che succede se gli amici continuano a discordare? Vince il più forte. Forte in che? Denaro, infrastrutture, intelligence e armi. Inutile fare i vaghi, quella è la posta sullo sfondo.

Mi sono chiesto se chi governa è in grado di capirlo. Ho sperato fosse solo dilettantismo. Lo spero ancora. Ma se c’è di mezzo un prestito le cose cambiano: è vendita di sovranità. Perché, i cinesi non possono comprare titoli del nostro debito pubblico? Certo che possono, già lo fanno (poco), ma nelle aste regolari e sul mercato secondario. Un negoziato governativo per un prestito cambia completamente lo scenario. E una roba di questo tipo non si rimanda modello Tav, o la si smentisce o la si porta in Parlamento. Altrimenti saremmo di fronte a un sovvertimento illegittimo.

Soddisfatti e arrabbiati

Dovendo dare un voto alla propria vita gli italiani assegnano un 7 (ma il 41.4% va dall’8 al 10). E per il livello economico? Soddisfatto il 53%, contro il 50.5 del 2017. Le famiglie che si considerano economicamente stabili salgono dal 59.5 del 2017 al 62.5, mentre per l’8.1 i soldi sono di più. Sicché il 59% si dichiara soddisfatto della propria situazione economica, mentre un anno prima era il 57.3. Molto o abbastanza soddisfatto del proprio lavoro il 76.7% (le donne il 77.6, più degli uomini 76.1).

Tutto questo è rilevato dall’Istat nei primi sei mesi del 2018. Quand’è che ci siamo distratti e non ci siamo accorti che gli italiani sono contenti? Come è possibile che una larga maggioranza di soddisfatti poi corra alle urne per cambiare radicalmente gli indirizzi politici del Paese? La spiegazione sta nella distanza fra il personale e il collettivo.

Se si chiede della propria vita personale si risponde avendo in mente le proprie reali capacità economiche, i legami familiari e amicali. Se si chiede dell’Italia si risponde avendo in mente una raffigurazione che, da anni, è continuamente negativa, salvo che nella bocca di chi governa, secondo cui le cose vanno dal bene al meraviglioso. Poco credibile. Insomma: a me le cose vanno benino o bene, ma a noi italiani vanno male.

Un solo dato: nel 1970 il patrimonio medio delle famiglie italiane era pari a 3 volte il reddito annuo, come quelle tedesche; oggi le tedesche sono arrivate a 6 volte, mentre le italiane a 9. Abbiamo un enorme debito pubblico, ma il patrimonio è cresciuto. Il che consente d’essere, contemporaneamente, contenti e arrabbiati. Si pensa che il patrimonio sia cresciuto per merito proprio e il debito per demerito altrui. Attenzione, perché a forza di prendersi in giro il debito non si perde, il resto sì.

Pubblicato da Formiche.net

Reddito di cittadinanza? Piuttosto ripensiamo la spesa sociale

Il reddito di cittadinanza è uno stanziamento sbagliato. La spesa per l’assistenza sociale nel nostro Paese è già enorme, circa 95 miliardi, ma è mal distribuita ed inefficiente, erogata sotto forma di una miriade di diversi e spesso iniqui e irrazionali ammortizzatori sociali: bonus bebè, bonus mamma, carta famiglia, bonus 18anni, bonus nido, bonus affitto, gli 80 euro, reddito di inclusione, assegni familiari, Cassa Integrazione, disoccupazione (DIS-Coll, Naspi), contratti di solidarietà, assegno di ricollocamento, assegno sociale, integrazione al minimo, assegno di reversibilità (40 miliardi, integrazione al minimo + reversibilità, 18 miliardi ,cig + disoccupazione, 36 miliardi, assistenza sociale).

Tutta questa miriade di erogazioni statali alle persone fisiche andrebbe sostituita con un unico strumento di lotta alla povertà, un reddito di base, uguale per tutti e a parità di requisiti, parametrizzato sul livello del reddito, del patrimonio e del nucleo familiare, finanziato dalla fiscalità generale. Ciò eviterebbe discriminazioni, iniquità, sovrapposizioni, inefficienze, e consentirebbe la razionalizzazione della spesa e migliori controlli.

Per poterlo realizzare occorre una separazione della previdenza dalla assistenza, a livello contabile per fare chiarezza su spese molto diverse tra loro per finalità e modalità di finanziamento, considerato che le pensioni sono finanziate da una tassa di scopo, i contributi sociali, mentre l’assistenza è finanziata dalla fiscalità generale (una parte anche dai contributi di scopo dei datori di lavoro per la disoccupazione, cig, assegni familiari)

Una ulteriore spesa per il reddito di cittadinanza non ha senso, dato che esiste già una enorme spesa per welfare che, però, spesso va ai soggetti sbagliati. D’altra parte in qualunque Paese evoluto, anche quelli con le economie più liberali e antiassistenziali, esiste una erogazione contro la povertà assoluta, salvo i dettagli per stabilirne i requisiti, livello di reddito, età, vecchiaia, disabilità, obbligo di accettare un lavoro, tecniche di funzionamento (ad es. imposta negativa).

Il vero cambiamento, quindi, non è aumentare la spesa per l’assistenza con un ulteriore strumento (elettorale?) ma è il procedere ad un totale riordino e razionalizzazione di tutti gli ammortizzatori e le assistenze sociali: in tal modo si ottiene più equità ed, invece di gravare ulteriormente la spesa pubblica, si possono, persino, ottenere dei risparmi e diminuire il costo del lavoro, aumentando la creazione di posti di lavoro.

Consob, l’importanza della sua indipendenza

Mai come in questo momento il tema dell’indipendenza della Consob è una questione di grandissima rilevanza nella logica dei pesi e contrappesi che una vera democrazia liberale richiede e ciò per gli interessi che tale autorità di vigilanza del mercato è chiamata a svolgere per la tutela del risparmio e dei risparmiatori, sia riguardo all’indirizzo politico e sia riguardo al mercato e alle imprese regolate.

Da questo punto di vista, una buona notizia anche per la nostra Fondazione Luigi Einaudi sussiste nel fatto che Enea Franza, membro del nostro comitato scientifico, è stato segnalato per la Presidenza della Consob.

Enea con noi condivide l’impegno di far sì che ogni cittadino sia in condizione di vivere, di crescere e di rapportarsi con gli altri e di prosperare in pace, nella difesa delle libertà individuali e della dignità umana, promuovendo il confronto libero e costruttivo sui fatti e le idee.

Enea è Responsabile del nucleo che all’interno della Consob si occupa della tutela dei consumatori e dell’educazione finanziaria ed è stato membro del Formez ed è un docente universitario e con la Fondazione Luigi Einaudi ha promosso diversi incontri per la diffusione del pensiero liberale.”