Concorrenza fa bene. Anche quella fiscale

La concorrenza fiscale di Olanda, Irlanda ed  altri paesi membri UE (ed anche OCSE) non è “sleale”, è semplice  concorrenza e come tale esprime la maggiore efficienza di quei sistemi,  virtuosi,  in grado di contenere la loro pretesa fiscale e al contempo garantire infrastrutture e servizi,  rispetto all’inefficienza italiana che, a dispetto della  pressione fiscale tra le più alte al mondo, è dotata di infrastrutture obsolete e fatiscenti e fornisce servizi inadeguati , se non addirittura inesistenti.

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L’ “Uomo Intero” di Einaudi sceglierebbe la Flat Tax

La scissione fra l’uomo che risparmia e l’uomo che investe teorizzata da Keynes non è auspicabile né corretta: gran parte degli investimenti sono effettuati da operatori economici che dispongono di capitale attraverso l’autofinanziamento o con il risparmio del gruppo di controllo. Il risparmio viene prima dell’investimento e ne è la condizione. Ciò significa che le azioni risparmio-investimento-consumo fanno riferimento all’ ”uomo intero” einaudiano contrapposto all’ ”uomo scisso” keynesiano in due classi sociali: i ricchi che hanno un’elevata propensione al risparmio e i poveri che hanno un’elevata propensione al consumo.

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La leggenda del liberismo in Italia

Per spiegare la tragicomica situazione in cui versa l’economia italiana, paralizzata da un debito pubblico attualmente attestato alla cifra record di 2.364 miliardi di euro (Febbraio 2019), politici, economisti, giornalisti, scrittori e variegati opinionisti si sono sbizzarriti nelle più disparate teorie, nella smania ossessiva di individuare un colpevole capace di alleviare lo spirito e la coscienza del popolo italico.

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Tassazione all’italiana: un suicidio d’impresa

Nei giorni in cui il dibattito politico italiano è ostaggio della diatriba etico-sociale sul Family Day, tra accuse di nostalgie medievali e disgustosi sventolamenti di feti in plastica, vorrei riflettere su un punto-chiave dello sviluppo economico-sociale del nostro paese: la tassazione d’impresa.
Che il mestiere dell’imprenditore sia, nel Bel paese, un compito arduo e a tratti infame, è cosa nota ormai a tutti, ma addentrandosi nei dati sulla pressione fiscale e sul numero di aziende costrette a chiudere bottega a causa di un Fisco insostenibile, emerge un quadro estremamente desolante.

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Grottesco scilinguagnolo

Il problema non è che l’aggiornamento dei conti governativi smentisca totalmente i dati fissati appena quattro mesi addietro, è che il modo in cui avviene e le indicazioni che se ne traggono tolgono al governo italiano quale che sia credibilità. Il Fondo monetario internazionale ha definito l’Italia “zavorra d’Europa”, purtroppo questo modo di procedere è la pietra al collo che strangola un corpo produttivo forte il cui sistema nervoso è affetto da allucinazioni.
Con la legge di bilancio il governo aveva garantito che il debito pubblico, qualsiasi cosa accadesse, sarebbe sceso. Una certezza cui era ragionevole non credere. Difatti sale al 132.7%. Scenderà dall’anno successivo, il 2020, naturalmente. Con la stesa affidabilità vistasi per l’anno in corso. La garanzia governativa era avvalorata da quella che il ministro dell’economia, Giovanni Tria, chiamò “clausola di salvaguardia al contrario”: se i conti dovessero disallinearsi rispetto alle previsioni scatteranno tagli automatici alla spesa pubblica, capaci di riportarli in carreggiata. I conti sono disallineati fin dai primi giorni del 2019, non scatta alcuna correzione (anzi, paradossalmente si continua a negarla), sicché quanto scritto nella legge di bilancio è da considerarsi pura declamazione mendace. Il che, già di per sé, toglie credibilità a quant’altro potrà essere aggiunto.

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Trionfo dell’incoscienza

Il dato, fonte Istat, dice tutto: dal 2000 al 2016 la produttività oraria del lavoro è cresciuta, in Italia, dello 0.4%; nello stesso periodo è aumentata del 15% in Francia, Uk e Spagna; del 18.3% in Germania. Inutile chiedersi perché cresciamo meno degli altri. E, per la precisione, siamo fermi.
Dentro quel dato c’è la scarsa formazione della forza lavoro, le dimensioni troppo piccole delle aziende italiane, la latitanza della cultura manageriale, i mancati investimenti in innovazione, la satanica pressione fiscale, previdenziale e burocratica. E altre cose ancora, che descrivono le sbarre con cui è costruita la gabbia in cui si è chiusa l’Italia.
A fronte di questo di che discutiamo? Di come si fa ad andare in pensione prima e a guadagnare senza lavorare, cioè di come aggravare quella condizione miseranda, gravando di ulteriori costi l’Italia che, nonostante tutto, cammina e corre. Perché esiste, naturalmente, ma di quella nessuno si cura, se non per spremerla. Come se il successo e il guadagno fossero delle colpe.
Mentre questo accade, e in coerenza con l’impostazione irreale del discorso pubblico, il debito pubblico, che in valore assoluto non ha mai smesso di crescere, ha preso a correre a un ritmo doppio rispetto all’immediato passato. Questo senza che sia stato speso un centesimo in investimenti, che, naturalmente, tutti dicono di volere e tutti, a turno, tagliano per ricavare maggiori spazi alla spesa corrente. La novità consiste nel fatto che, ora, di bloccare i lavori programmati ci si fa un vanto, anziché sentirne la vergogna.
Il veleno non è solo la continua, fastidiosa, ossessiva campagna elettorale, ma il fatto che sia condotta su piani irreali, fuggendo dalla urticante chiarezza di quei dati, illudendo e illudendosi che prevalere sull’avversario cambi qualche cosa del quadro in cui ci muoviamo. Una specie di simposio dell’insipienza e trionfo dell’incoscienza.

L’economia circolare all’italiana. Per quadrare il cerchio manca almeno un lato

Trascorsi quasi quarant’anni dalle prime timide applicazioni ai sistemi produttivi, e dopo svariate direttive europee, di cui le ultime quattro entreranno in vigore a luglio, possiamo permetterci alcune considerazioni sull’economia circolare in Italia, per analizzare con maggior concretezza i cambiamenti più evidenti che riguardano le nostre abitudini quotidiane.

L’economia, a partire da quella domestica,  può migliorare notevolmente la propria performance ambientale se si rendono più efficaci ed efficienti le azioni inerenti al fine vita delle cose, al recupero di energia e alla normativa sul riutilizzo dei prodotti derivanti dal ciclo dei rifiuti. L’ambiente non è solo un tema etico e morale ma è anche un importante tema economico.

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La trappola di seta

Sulla Via della Seta qualcuno pensa di metterci un frutto molto particolare del Made in Italy: il debito pubblico. Qui da noi si fa finta di non immaginarlo neppure, ma il Financial Times lo ha messo in prima pagina: “Italy weighs loan from China-led bank to ease fears over joining Belt and Road”. Si sta valutando un prestito dal sistema cinese, il che farebbe meglio digerire l’adesione alla Via della Seta.

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Soddisfatti e arrabbiati

Dovendo dare un voto alla propria vita gli italiani assegnano un 7 (ma il 41.4% va dall’8 al 10). E per il livello economico? Soddisfatto il 53%, contro il 50.5 del 2017. Le famiglie che si considerano economicamente stabili salgono dal 59.5 del 2017 al 62.5, mentre per l’8.1 i soldi sono di più. Sicché il 59% si dichiara soddisfatto della propria situazione economica, mentre un anno prima era il 57.3. Molto o abbastanza soddisfatto del proprio lavoro il 76.7% (le donne il 77.6, più degli uomini 76.1).

Tutto questo è rilevato dall’Istat nei primi sei mesi del 2018. Quand’è che ci siamo distratti e non ci siamo accorti che gli italiani sono contenti? Come è possibile che una larga maggioranza di soddisfatti poi corra alle urne per cambiare radicalmente gli indirizzi politici del Paese? La spiegazione sta nella distanza fra il personale e il collettivo.

Se si chiede della propria vita personale si risponde avendo in mente le proprie reali capacità economiche, i legami familiari e amicali. Se si chiede dell’Italia si risponde avendo in mente una raffigurazione che, da anni, è continuamente negativa, salvo che nella bocca di chi governa, secondo cui le cose vanno dal bene al meraviglioso. Poco credibile. Insomma: a me le cose vanno benino o bene, ma a noi italiani vanno male.

Un solo dato: nel 1970 il patrimonio medio delle famiglie italiane era pari a 3 volte il reddito annuo, come quelle tedesche; oggi le tedesche sono arrivate a 6 volte, mentre le italiane a 9. Abbiamo un enorme debito pubblico, ma il patrimonio è cresciuto. Il che consente d’essere, contemporaneamente, contenti e arrabbiati. Si pensa che il patrimonio sia cresciuto per merito proprio e il debito per demerito altrui. Attenzione, perché a forza di prendersi in giro il debito non si perde, il resto sì.

Pubblicato da Formiche.net

Reddito di cittadinanza? Piuttosto ripensiamo la spesa sociale

Il reddito di cittadinanza è uno stanziamento sbagliato. La spesa per l’assistenza sociale nel nostro Paese è già enorme, circa 95 miliardi, ma è mal distribuita ed inefficiente, erogata sotto forma di una miriade di diversi e spesso iniqui e irrazionali ammortizzatori sociali: bonus bebè, bonus mamma, carta famiglia, bonus 18anni, bonus nido, bonus affitto, gli 80 euro, reddito di inclusione, assegni familiari, Cassa Integrazione, disoccupazione (DIS-Coll, Naspi), contratti di solidarietà, assegno di ricollocamento, assegno sociale, integrazione al minimo, assegno di reversibilità (40 miliardi, integrazione al minimo + reversibilità, 18 miliardi ,cig + disoccupazione, 36 miliardi, assistenza sociale).

Tutta questa miriade di erogazioni statali alle persone fisiche andrebbe sostituita con un unico strumento di lotta alla povertà, un reddito di base, uguale per tutti e a parità di requisiti, parametrizzato sul livello del reddito, del patrimonio e del nucleo familiare, finanziato dalla fiscalità generale. Ciò eviterebbe discriminazioni, iniquità, sovrapposizioni, inefficienze, e consentirebbe la razionalizzazione della spesa e migliori controlli.

Per poterlo realizzare occorre una separazione della previdenza dalla assistenza, a livello contabile per fare chiarezza su spese molto diverse tra loro per finalità e modalità di finanziamento, considerato che le pensioni sono finanziate da una tassa di scopo, i contributi sociali, mentre l’assistenza è finanziata dalla fiscalità generale (una parte anche dai contributi di scopo dei datori di lavoro per la disoccupazione, cig, assegni familiari)

Una ulteriore spesa per il reddito di cittadinanza non ha senso, dato che esiste già una enorme spesa per welfare che, però, spesso va ai soggetti sbagliati. D’altra parte in qualunque Paese evoluto, anche quelli con le economie più liberali e antiassistenziali, esiste una erogazione contro la povertà assoluta, salvo i dettagli per stabilirne i requisiti, livello di reddito, età, vecchiaia, disabilità, obbligo di accettare un lavoro, tecniche di funzionamento (ad es. imposta negativa).

Il vero cambiamento, quindi, non è aumentare la spesa per l’assistenza con un ulteriore strumento (elettorale?) ma è il procedere ad un totale riordino e razionalizzazione di tutti gli ammortizzatori e le assistenze sociali: in tal modo si ottiene più equità ed, invece di gravare ulteriormente la spesa pubblica, si possono, persino, ottenere dei risparmi e diminuire il costo del lavoro, aumentando la creazione di posti di lavoro.