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Diritto Economia

Note a margine degli otto punti: da numero a formula per la ripresa

Nell’emergenza provocata dalla pandemia di Covid 19, tra le ineludibili difficoltà di gestione sanitaria, sociale ed economica e le preoccupazioni sulle prospettive di futuro, si colgono dai più diversi contesti segnali potenti della volontà di una ripresa che possa essere occasione di un rinnovamento del sistema valoriale in una visione, personalistica e solidaristica, che ponga al centro l’uomo ed i suoi bisogni.

A questi segnali, resi più preziosi dall’estrema difficoltà della contingenza, si può guardare come a punti di luce, di per sé piccoli ma capaci, se valorizzati e aggregati, di segnare una traiettoria che conduca oltre il buio di questa crisi, inducendoci a confidare in quel paradosso che spesso vede le scintille di un positivo cambiamento generate proprio dalle vicende storiche più drammatiche.

In questo quadro, tra i contributi più autorevoli, si inseriscono gli otto punti elaborati dalla Fondazione Einaudi, che muovono, coerentemente con il fondamento dell’istituzione, dalla necessità di sostenere il tessuto economico e produttivo con misure urgenti ed efficaci, preservando la possibilità stessa della ripresa.

La formulazione della proposta reca riferimento all’esigenza di scongiurare un ritorno massiccio alle nazionalizzazioni, evocando un dibattito, invero mai del tutto sopito, che ha ripreso di recente vigore in concomitanza con crisi di grandi imprese, nell’ambito di più approfondite riflessioni sull’obiettivo di una crescita economica non disgiunto dal soddisfacimento dei bisogni fondamentali della persona, nel rispetto dei fondamentali principi di solidarietà ed eguaglianza cristallizzati nella Costituzione.

E’ opinione condivisa che nelle trame della nostra Carta costituzionale si sia voluto definire non un modello economico ma un quadro costituzionale di riferimento, stante anche la posizione di minoranza in seno all’Assemblea dei sostenitori del libero mercato,  nel quale il punto di equilibrio è stato individuato nella realizzazione dei fini di utilità sociale, con legittimazione dell’intervento del soggetto pubblico al fine di rimuovere ostacoli di ordine economico e sociale e di assicurare il soddisfacimento di determinati bisogni della collettività. Ed è proprio questa capacità nella elaborazione del Titolo III di costituire, come efficacemente affermato, un “ponte lanciato verso il futuro”, che ha consentito, a costituzione invariata, di attuare, in diverse epoche, differenti modelli in funzione delle esigenze avvertite come prioritarie.

A prescindere ed oltre le differenze ideologiche, proprio la gravità della crisi provocata dalla pandemia può consentire di individuare un metodo comune, anteponendo i fatti alle considerazioni, con una diversità di approccio che miri ad obiettivi fondamentali, riconoscendo un valore intrinseco ad idee e proposte per orientare le azioni nella direzione più efficace, con l’auspicio che questi contributi possano arricchire e appassionare chi quelle azioni deve compiere. E’ a valere in ogni contesto la considerazione che si inizia a ragionare quando diventa indifferente avere ragione. Ed è questa una formula nella quale gli otto punti si prestano ad essere inseriti quali strumenti non solo condivisibili e da condividere ma capaci di sollecitarne altri che pure possono concorrere nella stessa direzione.

In tale prospettiva, quale contributo di riflessione nella logica di una propulsione di idee, si potrebbero valutare anche i seguenti punti:

  • rendere più vantaggioso l’investimento in equity delle società quotate e non, attraverso misure di detassazione di dividendi e capital gain, purché le somme vengano reinvestite, in una percentuale ed entro un termine previsti;
  • prevedere una più ampia fiscalizzazione degli oneri sociali a favore delle imprese che mantengano determinati indici di occupazione, magari finanziando la misura con bond europei a nove anni (da sostenere fortemente);
  • prevedere l’emissione di un titolo, sempre a nove anni, del Tesoro o di CDP, ma riservata ai risparmiatori italiani e destinata a finanziare progetti di crescita, prevedendo la deducibilità dell’acquisto.

Plurime ragioni, peraltro, inducono ad escludere un “ritorno” alle nazionalizzazioni per come le stesse si caratterizzarono nel dopoguerra. Vi ostano ragioni giuridiche, legate all’attuale assetto ordinamentale sia eurounitario che nazionale, nel quale, anzi, la scelta operata con i d. lgs. n. 50 del 2016 e n. 175 del 2016, ritenuta pienamente conforme al diritto europeo (Corte di Giustizia, sez. IX, ord. 6 febbraio 2020, nelle cause riunite C-89/19 e C-91/19), è stata nel senso di limitare la partecipazione societaria pubblica e lo stesso ricorso all’in house attraverso oneri motivazioni rafforzati. Ostano ragioni economiche, legate all’esiguità delle risorse pubbliche, in termini tali da rendere una opzione radicalmente orientata su quel modello praticamente irrealizzabile. Osta, ancora, il mutato quadro mondiale, nel quale le dinamiche della globalizzazione ne minano in premessa le prospettive di successo, in specie in settori strategici che sono stati aperti alla liberalizzazione e che producono effetti condizionanti su tutti gli altri.

Il riferimento è, a tal riguardo, al settore delle comunicazioni, nel quale è fortemente avvertita l’esigenza di un quadro regolatorio chiaro e completo, inserito in una pianificazione reale, coerente ed unitaria e supportato da un coordinamento imprescindibile nella definizione, gestione e sviluppo infrastrutturale, con il rafforzamento di forme di collaborazione pubblico privato nella combinazione di modelli differenti, necessariamente integrati, ma con una regia unitaria capace di superare le asimmetrie dei diversi operatori anche attraverso l’attribuzione di un potere sostitutivo da azionare ove necessario. L’attuazione di tale progetto costituisce l’insostituibile detonatore per promuovere un virtuosismo, in primis, tra economia della conoscenza ed economia dei servizi a beneficio dell’intera collettività, assurgendo a primo fondamentale punto di una strategia di ripresa e, anzi, a premessa ineludibile, in assenza della quale ogni iniziativa si esaurirebbe entro i ristretti margini della gestione della contingenza.

 

 

 

 

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Diritto Politica

Siamo più khomeinisti degli ayatollah?

L’Organizzazione mondiale della Sanità ha lanciato l’allarme circa la possibile diffusione del COVID-19 nelle carceri.

Le condizioni di vita nelle carceri, dove molte persone vivono ristrette in spazi limitati ed a stretto contatto per lunghi periodi di tempo, aumentano il pericolo di diffusione della malattia all’interno ed all’esterno degli istituti (essendo impensabile escludere in toto i contatti tra il carcere e l’ambiente esterno).

La difficoltà di rispettare accuratamente le norme igienico-sanitarie, l’impossibilità di mantenere il distanziamento, la carenza dei dispositivi di prevenzione personale, la condivisione degli ambienti, favoriscono la diffusione e l’amplificazione della malattia.

Tra la popolazione ristretta è, inoltre, alto il numero delle persone maggiormente esposte al rischio di gravi conseguenze in caso di contagio: anziani, soggetti afflitti da malattie pregresse, persone immunodepresse.

Le carceri sono, pertanto, delle bombe epidemiologiche.

L’emergenza è mondiale e sta portando le autorità delle Nazioni maggiormente colpite a prendere provvedimenti volti a diminuire le presenze nelle carceri, seguendo le indicazioni suggerite dall’OMS ma anche dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura e dei trattamenti inumani e degradanti e dal Sottocomitato ONU per la prevenzione della tortura.

Misure in tal senso sono state adottate o sono in discussione in Iran, Francia, Spagna, U.S.A., India. In Italia la risposta del Governo è al momento tardiva ed insufficiente.

La situazione degli istituti penitenziari italiani è ancor più critica in quanto segnata dal cronico sovraffollamento. Prima dell’esplosione dell’emergenza COVID-19 il numero di detenuti era pari a circa 61.000 mentre la capienza regolamentare era di circa 51.000 posti (ma i posti effettivamente disponibili erano circa 47.000); in data 30.03.20 i detenuti sono 57.590 (secondo il bollettino quotidiano del Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale).

Tale perdurante situazione di sovraffollamento (a cui si aggiunge la carenza di temponi e di dispositivi di protezione) aumenta notevolmente il rischio di diffusione del contagio (rendendo impossibile il rispetto del distanziamento ed ancora più difficile l’attuazione delle regole igienico-sanitarie) ed inoltre impedisce di approntare gli spazi idonei per l’isolamento dei contagiati e la quarantena delle persone entrate in contatto con i contagiati.

Il Governo è intervenuto con il D.L. 17 marzo 2020 n. 18 (c.d. “Cura Italia”) prevedendo, all’art. 124, licenze premio straordinarie per i detenuti in regime di semilibertà ed introducendo, all’art. 123, disposizioni in materia di detenzione domiciliare, in deroga a quanto stabilito dalla legge 26 novembre 2010, n. 199.

In particolare, è stata prevista la possibilità di eseguire in regime di detenzione domiciliare le pene non superiori ai 18 mesi. Non possono accedere a tale misura alcune categorie di detenuti tra i quali, ad esempio, i soggetti condannati per alcune tipologie di reati (reati gravi, quali terrorismo e criminalità organizzata, ma anche maltrattamenti contro familiari e conviventi e stalking) ed i detenuti nei cui confronti sia redatto rapporto disciplinare in quanto coinvolti nei disordini e nelle sommosse a far data dal 7 marzo 2020.

La norma prevede, tranne che per i condannati minorenni e per i condannati la cui pena da eseguire non è a superiore a sei mesi, la procedura di controllo mediante mezzi elettronici (il braccialetto elettronico).

Non vi è alcun automatismo in quanto il magistrato di sorveglianza può non adottare il provvedimento qualora ravvisi gravi motivi ostativi alla concessione della misura.

La conclamata mancanza di braccialetti elettronici, le numerose eccezioni previste ed i tempi richiesti dalla procedura rendono di difficile applicazione la misura prevista che pertanto è inidonea a risolvere l’emergenza in atto.

Critiche in tal senso sono giunte dal C.S.M., dall’A.N.M., dal Garante nazionale dei detenuti e dai Garanti territoriali, dall’Accademia (in particolare dall’Associazione Italiana Dei Professori Di Diritto Penale), dall’U.C.P.I., da numerose associazioni che si occupano di carcere.

Il Ministro Bonafede ha riferito in Parlamento che le misure potrebbero riguardare 6.000 detenuti, stima ottimistica che non risolverebbe comunque il sovraffollamento. Secondo il provvedimento attuativo del D.L., i braccialetti disponibili sono al momento 920 e per arrivare ai 5.000 previsti serviranno alcuni mesi.

Intanto la situazione resta grave ed il rischio di propagazione del contagio in carcere è sempre altissimo.

Il Governo ed il Parlamento (ad esempio in sede di conversione del D.L.) dovrebbero ascoltare le proposte giunte da più parti (Magistratura, Avvocatura, Accademia) ed adottare misure coraggiose ed incisive per diminuire drasticamente e rapidamente la popolazione carceraria: introdurre una liberazione anticipata speciale; aumentare il limite di pena detentiva eseguibile presso il domicilio escludendo l’obbligo del braccialetto elettronico; differire l’emissione dell’ordine di esecuzione delle condanne fino a quattro anni; ricondurre la carcerazione preventiva ad extrema ratio.

Una volta superata l’emergenza sarà necessario affrontare la condizione delle carceri onde evitare il ripetersi di situazioni drammatiche.

Il sovraffollamento carcerario è tristemente noto da anni (nel 2013 la Corte europea dei diritti dell’uomo condannò l’Italia per i trattamenti inumani patiti dai detenuti a causa del sovraffollamento) eppure la politica ha ignorato o negato il problema. La riforma dell’ordinamento penitenziario, nata dai lavori degli Stati generali dell’esecuzione penale, che avrebbe anche incentivato le misure alternative, è stata affossata per calcoli politici.

I principi costituzionali, secondo cui le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato (art. 27 della Costituzione), e convenzionali, che vietano le pene ed i trattamenti inumani e degradanti (art. 3 CEDU), sono disattesi da tempo.

Oggi i detenuti, gli agenti penitenziari, il personale e gli operatori sono esposti ad un rischio altissimo. Ciò che i cinici non considerano è che l’esplosione dei contagi in carcere aumenterebbe i contagi anche fuori da quelle mura e che il S.S.N. non sarebbe in grado di affrontare un’emergenza nell’emergenza.

Lo Stato ha il dovere di garantire il diritto alla salute dei detenuti che non possono essere trattati come rifiuti della società. I detenuti sono padri, madri, figli, figlie, fratelli, sorelle, esposti ancor più di noi a questo nuovo comune pericolo. Non dimentichiamoli e non abbandoniamoli.

 

 

 

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Diritto

Dalla prescrizione alle intercettazioni continua l’attacco allo Stato di Diritto

La riforma Bonafede che interrompe il decorso della prescrizione dopo la sentenza di primo grado, nonostante le numerose critiche,resta in vigore. Non sono bastate le proteste dell’Avvocatura, le critiche di gran parte della Magistratura e gli ammonimenti dell’Accademia. Neanche le polemiche politiche hanno avuto esito ed i seppur timidi e pasticciati tentativi di modifica della novella sono naufragati travolti da nuove emergenze.

Resta pertanto in vigore la nuova disciplina della prescrizione che condanna ogni cittadino alla pena anticipata di un processo potenzialmente infinito. Riforma che non solo non risolverà i problemi della Giustizia ma anzi aggraverà le patologie della macchina giudiziaria.

La prescrizione, infatti, è un caposaldo del diritto penale liberaleessendo una garanzia nei confronti degli abusi del potere punitivo dello Stato. Quest’ultimo, infatti, viene meno a causa del trascorredel tempo in quanto si attenua l’allarme sociale generato dal reato, inoltre è inammissibile punire l’eventuale colpevole dopo un ampio lasso di tempo: il soggetto che espierà la pena sarà sicuramente una persona diversa rispetto a quella che ha commesso il reato. Ciò svilirebbe la finalità rieducativa della pena sancita dall’art. 27 Cost. Il decorso del tempo, inoltre, implica difficoltà probatorie che minano il diritto di difesa.

Il legislatore non ha atteso molto per mostrare nuovamente la sua visione del diritto penale.

La Camera dei Deputati, giovedì 27 febbraio, ha convertito in legge il d.l. 30 dicembre 2019 n. 161 riguardante la modifica della disciplina delle intercettazioni.

Le principali novità della riforma riguardano la disciplina del trojan horse e delle intercettazioni “a strascico”.

L’utilizzo del captatore informatico per le intercettazioni di comunicazioni tra presenti è stato esteso ai procedimenti riguardanti i reati contro la pubblica amministrazione commessi dagli incaricati di pubblico servizio, dopo che la c.d. “Spazzacorrotti” l’aveva esteso ai delitti dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione puniti con la pena della reclusione non inferiore nel massimo a cinque anni. Questi delitti contro la p.a. sono stati equiparati ai reati di criminalità organizzata e terrorismo.

In nome della lotta alla corruzione si estende sempre di più il ricorso a tale strumento così invasivo. Una volta aperta una breccia è impossibile richiuderla o financo contenerla essendo destinata ad espandersi fino a far crollare l’intera struttura del diritto liberale.

Con riferimento alle intercettazioni a strascico, invece, la riforma estende l’utilizzabilità delle intercettazioni in altri procedimenti purché siano rilevanti ed indispensabili all’accertamento dei delitti per cui è obbligatorio l’arresto in flagranza e sono consentite le intercettazioni.

Il legislatore è immediatamente intervenuto per superare una recente pronuncia delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione (la sentenza Cavallo del 2 gennaio 2020) che aveva sancito un’interpretazione maggiormente restrittiva della materia.

Si conferma l’attacco operato dal legislatore nei confronti di una visione liberale del diritto penale. Le voci garantiste tra le forze politiche sono sempre più isolate. I diritti dell’individuo vengono sacrificati in nome delle esigenze securitarie. La culla del Diritto è diventata la sua tomba.

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Diritto Politica

Il ministro tra dolo, colpa, e informazioni corrette

Talvolta il diritto – anche il diritto penale che solitamente è fonte di preoccupazione, di allarme sociale e di sofferenza per tutti i soggetti comunque coinvolti – strappa un sorriso, sia pur a denti stretti.

È ormai di dominio pubblico, si direbbe virale, la puntata di Porta a Porta di mercoledì 11 dicembre nel corso della quale il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, nel tentativo di spiegare le ragioni della (sua) riforma della prescrizione, ha testualmente affermato: <<Quando il reato non si riesce a dimostrare il dolo e quindi diventa un reato colposo, ha termini di prescrizione molto più bassi>>. Di qui, una valanga di prese di posizione e di critiche e la richiesta del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Palermo – anch’essa, dal mio punto di vista, provoca un forzato sorriso – di immediate dimissioni del Ministro della Giustizia.

Ora, non è certamente mia intenzione <<buttarla>> in politica o criticare le persone soprattutto quando hanno opinioni diverse dalle mie, come sul delicato e complesso tema della prescrizione. Ma ogni opinione deve essere fondata su dati certi e sulle regole poste alla base della materia sulla quale si discute. E, almeno nella occasione richiamata, l’affermazione del Ministro, peraltro anche Avvocato oltre che Onorevole, è certamente errata, sebbene – in filigrana e con una certa difficoltà –  si può intravedere la buonafede del Ministro Bonafede. Sempre sulle note dell’ironia (bisogna essere seri, ma non seriosi), come dicevano i latini, nomen omen (il nome è un presagio, un destino…): il ministro è in buonafede, quindi non in dolo, ma in colpa…

Se la questione sulla quale si sono espressi, nei modi succintamente riassunti, il Ministro e il Consiglio dell’Ordine, non fosse grave e seria, basterebbe, appunto, un sorriso. Ma – come ho già avuto modo di chiarire sulle pagine di questo Giornale lo scorso 1 dicembre – la questione colpisce il cuore della nostra democrazia e i diritti di noi tutti, comunque la si pensi. E l’opinione pubblica deve potersi fare la sua idea – libera, autonoma, ma consapevole – senza che si ingeneri ulteriore confusione.

Faccio, dunque, il <<professore>>. Come dovrebbero sapere tutti coloro che hanno studiato il diritto penale, ai sensi dell’art. 42 del nostro codice penale <<nessuno può essere punito per un fatto preveduto dalla legge come delitto, se non l’ha commesso con dolo, salvi i casi di delitto… colposo espressamente preveduti dalla legge>>. Inoltre, per l’art. 43 del codice penale, il delitto (ma lo stesso vale per le contravvenzioni) <<è doloso, o secondo l’intenzione, quando l’evento dannoso o pericoloso, che è il risultato dell’azione od omissione e da cui la legge fa dipendere l’esistenza del delitto, è dall’agente preveduto e voluto come conseguenza della propria azione od omissione>>; mentre <<è colposo, o secondo l’intenzione, quando l’evento dannoso o pericoloso, che è il risultato dell’azione od omissione e da cui la legge fa dipendere l’esistenza del delitto, è dall’agente preveduto e voluto come conseguenza della propria azione od omissione>>; mentre <<è colposo, o contro l’intenzione, quando l’evento, anche se preveduto, non è voluto dall’agente e si verifica a causa di negligenza o imprudenza o imperizia, ovvero per inosservanza di leggi, regolamenti, ordini o discipline>>.

Dunque, nei delitti la regola è il dolo, mentre la colpa deve essere espressamente prevista; inoltre, dolo e colpa sono concetti e nozioni molto diverse tra di loro. Pertanto, non si può <<trasformare>> il dolo in colpa. Del resto, polizia giudiziaria, pubblici ministeri e giudici non <<costruiscono>> i reati, ma ovviamente li accertano sulla base delle prove raccolte. Prove di dolo o prove di colpa.

Sia pure di buonafede, per <<combattere>> la prescrizione, che anche per me rappresenta una sconfitta dello Stato e un esito non auspicabile, occorre avere e dare informazioni corrette e giuridicamente fondate.

Perché avere opinioni diverse è il sale della democrazia. Ma avere opinioni consapevoli è meglio.

 

Pubblicato sul Giornale di Sicilia del 14.12.2019

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Diritto Politica

Tanti dubbi sul blocco della prescrizione ma un altro processo ( più veloce) è possibile

La discussione sulla prescrizione è diventata ( o, forse, lo è sempre stata) una occasione di continua polemica politica, un campo di confronto tra opposte visioni della giustizia: quasi tra garantisti e giustizialisti, tra innocentisti e forcaioli. Ma non dovrebbe essere così. Nel mio precedente intervento, pubblicato sul Dubbio del 15 novembre, ho cercato di indicare le ragioni per le quali la prospettata sospensione ( rectius, abolizione) della prescrizione dopo il primo grado di giudizio, a far data dal 1° gennaio 2020, addirittura pure in caso di assoluzione, non sia una soluzione ragionevole e, dal mio punto di vista, costituzionalmente legittima.

Lo ribadisco nuovamente, per evitare che letture superficiali possano fraintendere e strumentalizzare la mia posizione: quando interviene la prescrizione si verifica una sconfitta per lo Stato, una mancata tutela per le persone offese, un grave danno per tutti i soggetti indagati o imputati, non colpevoli ( articolo 27, comma secondo, Cost.) o innocenti ( articolo 6, comma secondo, della Convenzione europea dei diritti dell’uomo), sino alla ( eventuale) sentenza definitiva di condanna.

Ma i rischi per la libertà personale e le stesse libertà politiche di tutti noi sono troppo grandi e concreti per immaginare di eliminare, semplicisticamente, la prescrizione. Inoltre, e forse soprattutto, tale “rimedio” non cura la malattia, ma ne elimina esclusivamente gli effetti più evidenti. Mi spiego meglio. La riforma Bonafede incide solo sulla fase successiva all’intervenuta decisione di primo grado: ma, in realtà, la prescrizione che interviene, oggi, dopo tale fase ( e senza che abbia ancora dispiegato i suoi effetti la riforma Orlando, che ha aumentato, di fatto, la prescrizione di tre anni dopo la sentenza di condanna di primo grado), è una piccolissima parte di tutte le prescrizioni che riguardano i reati.

Infatti, secondo i dati forniti dallo stesso ministero della Giustizia, nel 2018 i procedimenti penali prescritti in Corte d’appello e Cassazione ( per cui opererebbe il blocco) sono stati 29.862: certo, comunque troppi. Ma la fase nella quale si concentra il maggior numero di prescrizioni è quella delle indagini preliminari ( circa il 41%), e il 75% delle prescrizioni matura entro il primo grado di giudizio: non verrebbe, quindi, toccato dalla riforma.

Peraltro, il blocco della prescrizione dopo il primo grado avrebbe conseguenze molto differenti sul territorio nazionale, perché la percentuale di prescrizione cambia molto da una Corte d’appello all’altra: dal 40% ( circa) a Roma, Catania, Venezia, Torino, al 10% ( circa) di Milano, Lecce, Palermo, Trieste, Caltanissetta e Trento. Con la conseguenza, paradossale, che chi è lento lo sarebbe ancora di più, poiché su quelle realtà si affastellerebbero circa 30.000 procedimenti in più ogni anno, con un vulnus evidente al principio costituzionale di eguaglianza ( articolo 3 Cost.), che la Repubblica dovrebbe, invece, garantire, rimuovendo gli ostacoli alla sua affermazione.

Cosa fare, allora? Per quanto riguarda gli aspetti riconducibili al diritto penale sostanziale, credo che la via maestra per abbreviare i tempi del processo possa essere rappresentata dalla riduzione della sfera del penalmente rilevante: è evidente che la macchina giudiziaria non regge il carico. Ma deve essere il legislatore a effettuare le opzioni di fondo, con la abrogazione o con la depenalizzazione; altrimenti, ci si deve affidare alle discrezionali scelte del pubblico ministero, in materia di selezione del materiale, e del giudice, con gli sdrucciolevoli istituti della sospensione del processo con messa alla prova e, soprattutto, della “particolare tenuità del fatto”. Poi ( come già sostengo da anni) ci si potrebbe limitare, per evitare un eccessivo favor rei nel quadro di un istituto già mitigatore, quale la continuazione di reati nel nostro Paese, a tornare alla disciplina di decorrenza del termine della prescrizione vigente prima della modifica dovuta alla ex Cirielli nel 2005, in modo che il termine della prescrizione decorra dal giorno in cui è cessata la continuazione ( e non più, come oggi, dalla consumazione del singolo reato): su questo punto, la mia proposta coincide con quella prevista dalla legge del 2019, a testimonianza, credo, del fatto che le mie non sono scelte ideologiche.

Nel campo processuale, si potrebbero ( tra le varie misure possibili) prevedere sempre notifiche telematiche, imponendo a tutti i soggetti comunque coinvolti nel procedimento penale – quindi, persone informate sui fatti, testimoni, consulenti – di attivare, dopo la prima notifica, una Pec ( magari a spese dello Stato). Inoltre, si dovrebbe limitare ulteriormente il dibattimento ai soli casi di ampia valutazione, incentivando in misura più decisa l’accesso ai riti alternativi. In tal senso, forse occorrerebbe ampliare lo sconto di pena per l’accesso ai riti ( in particolare per il patteggiamento, che è “fino” a un terzo, mentre per l’abbreviato è di un terzo”) e aumentare il limite di 5 anni attualmente previsto per il ricorso al patteggiamento.

Naturalmente, si potrebbe intervenire anche sui profili ordinamentali, gestendo cioè più razionalmente le esigue risorse esistenti, e sperabilmente sul versante della copertura di tutti gli organici ancora vuoti, sia per quel che attiene ai magistrati che per quel che concerne il personale amministrativo: ma occorrerebbe spendere, mentre, more solito, anche la riforma Bonafede ( articolo 1, comma 29) afferma che «dall’attuazione della presente legge non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica». Tutte queste misure mi sembra potrebbero incidere sulla durata ragionevole del processo ( articolo 111, secondo comma, Cost. e articolo 6, primo comma, Cedu), senza violare i diritti inviolabili della difesa ( articolo 24, comma secondo, Cost.).

Ma occorrerebbe ragionare e ipotizzare riforme che offrano frutti effettivi, sebbene non immediati, e durino nel tempo… cioè non si prescrivano, come talune recenti ipotesi, nello spazio di un mattino, dopo notti insonni.

*articolo pubblicato su Il Dubbio del 21.11.2019

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Diritto Politica

L’altolà di avvocati, studiosi, magistrati: il processo infinito è degli Stati autoritari

Riflettere ancora sul tema della prescrizione, dopo tutto quanto si è scritto e dopo tutto quanto si è detto, potrebbe apparire inutile. O potrebbe sembrare un tentativo di entrare nell’attuale dibattito politico mediante il cavallo di Troia di un argomento giuridico. Ma la verità è che, del tutto a prescindere dal colore del governo, e dalle cromatiche preferenze personali, la questione colpisce il cuore della nostra democrazia, perché segna i delicati rapporti tra lo Stato e le libertà del cittadino ( anzi, di chiunque commette un reato sul territorio dello Stato: dunque, anche degli stranieri e degli apolidi).

È bene sottolinearlo sin da subito: in linea generale, non è certamente un bene che, nel nostro Paese, un numero rilevante di procedimenti penali si concluda, purtroppo, con la dichiarazione di estinzione del reato per tale causa. Ma per risolvere, o cercare di contenere tale negativa situazione, bisognerebbe, piuttosto che dilatare a dismisura la prescrizione, tentare di studiarne le cause e cercare, conseguentemente, di porvi rimedio: è un problema che va approfondito tecnicamente, prima ancora che discusso politicamente. Un grande uomo politico italiano, ma anche grande economista, Luigi Einaudi, affermava che occorre “prima conoscere, poi discutere, poi deliberare”: ecco, mi sembra che, spesso, la prima fase, la più difficile e faticosa, la si salti a piè pari.

Ora, chi conosce meglio il diritto ed il processo penale? Innanzitutto, avvocati, magistrati, professori universitari. E sul tema della prescrizione, pur con comprensibili sfumature, tali “esperti” sono prevalentemente orientati nel medesimo senso. Per rimanere ai fatti più significativi e recenti, il Consiglio nazionale forense ha fatto pervenire al ministro della Giustizia la richiesta di rinviare l’entrata in vigore della norma sulla prescrizione. Le Camere penali Italiane hanno svolto una ricerca, con l’ausilio di Eurispes, sulle vere ragioni della lunga durata dei processi in Italia che in nessun caso è dovuta alle attività difensive.

Le stesse Camere penali hanno, tra l’altro, incentrato il loro recente congresso straordinario di Taormina sulla figura dell’imputato per sempre, frutto di un processo senza prescrizione, ed hanno indetto vari periodi di astensione dalle udienze e da ogni attività giudiziaria nel settore penale ( sino alla prossima dei primi giorni di dicembre, con il ricorso ad una manifestazione oratoria continua).

E anche il Consiglio superiore della magistratura, nel parere del 19 dicembre 2018, è stato chiarissimo nel criticare la riforma, in relazione alla circostanza che la maggiore incidenza del decorso dei termini di prescrizione si registra nella fase delle indagini preliminari e che non vengono introdotte previsioni acceleratorie del processo penale.

Inoltre, il Csm ha notato come la prescrizione sia uno dei maggiori fattori di accelerazione dei gradi di giudizio successivi al primo, essendo il rischio prescrizione uno dei criteri di priorità. ome pure, su sollecitazione dell’Ucpi, oltre 150 professori ( tra i quali, anche chi scrive) prevalentemente di Diritto e Procedura penale, hanno sottoscritto un appello al presidente della Repubblica sottolineando i profili di illegittimità costituzionale della riforma della prescrizione. Ed altri se ne sono poi aggiunti.

Come è possibile che ci sia stata questa convergenza, da parte di diversi attori del dibattito giuridico e da differenti posizioni? Io credo perché chi conosce, studia e vive il diritto ed il processo penale, senza paraocchi ideologici, è più libero e ragiona più lucidamente: e non deve cercare il (facile) consenso.

La verità è, infatti, che sulla prescrizione si sono spesso misurate forze e ideologie politiche, piuttosto che opzioni tecniche, con un superamento della disciplina codicistica ad opera della cosiddetta ex Cirielli nel 2005, poi con la stagione del raddoppio dei termini di prescrizione, sino alla riforma Orlando, nel 2017, con un significativo aumento dei termini, per giungere alla riforma Bonafede, nel 2019, con la prospettata sospensione ( rectius, abolizione) della prescrizione dopo il primo grado, a far data dal 1° gennaio 2020, addirittura pure in caso di assoluzione.

Soprattutto tale ultima riforma mette a dura prova princìpi scolpiti nella Costituzione e negli atti internazionali: dalla presunzione di non colpevolezza ( articolo 27 Cost.) o di innocenza ( art. 6 Cedu), al diritto inviolabile di difesa, ai sensi dell’articolo 24, comma secondo, Cost.; dalla durata ragionevole del processo ( art. 111 Cost., art. 6 Cedu), sino alla stessa funzione rieducativa della pena ( art. 27 Cost.). Ma occorre considerare anche la posizione della vittima, poiché una tardiva tutela rappresenta certamente una salvaguardia cattiva ed inefficace.

In uno stato liberale e democratico, lo Stato non può tenere sotto scacco ( e, tendenzialmente, sotto ricatto) il cittadino; viceversa, in uno Stato autoritario, il suddito è sempre nelle mani del potere, che può decidere di tenerlo in sospeso sine die. La “spada di Damocle” rappresentata dalla eventualità di essere sottoposto a processo penale o di avere inflitta una condanna tardiva, anche in relazione a reati “bagatellari”, può conculcare la libertà personale e le stesse libertà politiche.

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Diritto Politica Religione

La “commissione Segre”: auspicio di concretezza

La canea mediatica sulla mozione Segre al Senato, non ha colto l’aspetto politico più concreto. Si è focalizzata sull’astensione del centro destra e sulle critiche da sinistra perché non approvare la Commissione per il contrasto a fenomeni di antisemitismo e di istigazione all’odio, equivale ad incentivarli. Ed è vero che l’astensione, almeno di Forza Italia, è stata incomprensibile. Un liberale non sedicente l’avrebbe votata. Nelle stesse ore al Comune di Dresda,  i liberali hanno votato un documento analogo che stabilisce lo stato d’emergenza nazismo visti gli atti antidemocratici fino alla violenza commessi in città (e anche lì la CDU, pure essa nel PPE, si è astenuta).

Tuttavia il punto politico concreto non è la canea sulla mozione Segre non passata all’unanimità. E’ che, di fronte ad un clima esasperato che insidia il confronto democratico, la risposta sia una Commissione straordinaria. Con i compiti abituali: controllare i fenomeni di intolleranza, attuare le convenzioni, gli accordi sovranazionali e la legislazione nazionale, fare proposte in campo legislativo e agire a livello nazionale e internazionale.

L’inefficacia di tali strumenti la prova la stessa mozione istitutiva. Fa un lungo elenco dei provvedimenti già presi ovunque dagli anni ‘60. Eppure siamo tuttora immersi nel clima di odio (non solo in Italia).  Dunque il dato sperimentale è che Commissioni di questo genere non modificano il clima.   Su questo dovrebbe centrarsi il dibattito civile: i problemi del convivere non si risolvono con atti solenni in cui si dichiara di volerli risolvere. Servono atti concreti per modificare i meccanismi dell’odio e della violenza. E poi la consapevolezza che qualche spinta del genere resterà e che è fronteggiabile formando il cittadino al conflitto democratico e, oltre  i confini del reato penale, con fermi ed immediati interventi repressivi.

Spinte all’odio permarranno perché, nonostante i sogni ideologico religiosi, fa parte dell’animo umano disconoscere la diversità altrui e i suoi uguali diritti.  Ma uniformare le diversità come proposto (nel passato e oggi) da quei sogni, crea molto più disagio di quanto ne elimini. La soluzione più efficace per diminuire l’odio è esercitare la libertà individuale, le regole che la realizzano e l’attenzione a ciò che avviene. Perché le matrici dell’odio antisemita sono visibilmente nella destra sovranista e nella sinistra antisionista, ambedue nemiche della libertà.  E perché la libertà non consente di ignorare la storia e quindi non viola la libertà sanzionare chi nega la Shoah (fatti documentati).

In conclusione, la Commissione Segre sarà utile se non si occuperà di chi si è astenuto e di slogan roboanti ma deciderà azioni concrete di aiuto alla diversità prima di fare discorsi etici e morali contro l’odio che convincono solo chi è già convinto.

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Diritto Politica

L’ergastolo ostativo alla luce della sentenza della Corte Costituzionale

La sentenza della  Corte Costituzionale sull’ergastolo ostativo apre la strada ad un clima penale meno lontano dal liberalismo. La sentenza ha detto che è incostituzionale il divieto di applicare, a chi non collabora con la giustizia, la legge sui permessi premio e sulla partecipazione al programma di risocializzazione. Ogni condannato deve essere valutato per la sua storia, non per una legge dedicata. I permessi possono essere dati quando il giudice escluda il persistere della associazione criminale e il pericolo di collegamenti con la criminalità.

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Costume e società Diritto Religione

Fine vita e Dj Fabo: la Chiesa perde il pelo ma non il vizio

Il 25 Settembre 2019, la Corte Costituzionale si è pronunciata sull’aiuto al suicidio, ritenendo, in attesa di un indispensabile intervento del legislatore “non punibile ai sensi dell’articolo 580 del codice penale, a determinate condizioni, chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile”.

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Costume e società Diritto

Carcere, tornare alla Costituzione

24.07.2019. Roma. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha visitato la Casa Circondariale Rebibbia “Raffaele Cinotti” ed ha cenato presso il ristorante realizzato all’interno dell’Istituto Penitenziario.

25.07.2019. Roma. L’Associazione Antigone ha presentato il proprio rapporto di metà anno sulle carceri italiane.

Due notizie importanti, seppure passate in sordina, che devono essere lette in correlazione.

Dal rapporto di Antigone emerge la condizione drammatica in cui versano le persone ristrette.