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Quando la soluzione non è bio

La nuova normativa europea sulle materie plastiche monouso denominata SUP, Single Use Plastics, approvata il 21 maggio 2019 e che riguarda alcuni dei prodotti di uso più comune, nasce dall’esigenza di contrastare il fenomeno del marine litter, relativo ai rifiuti che si trovano in mare e che sono costituiti per la maggior parte da materiali plastici. Gli Stati dell’Unione Europea hanno due anni di tempo per recepirla nei loro ordinamenti nazionali per cui, con decorrenza dal 2021, le nuove norme vieteranno l’utilizzo di determinati prodotti in plastica usa e getta per i quali esistono alternative in commercio.

Sono previste, inoltre, alcune misure che entreranno in vigore con date differenziate, tra cui:

  • regime di responsabilità estesa del produttore(EPR), che obbliga le aziende a sostenere i costi della raccolta a fine vita di alcuni prodotti come tazze da caffè, contenitori di alimenti per cibo da asporto pronto al consumo, filtri di sigarette, palloncini, reti da pesca, salviette umidificate. A seconda del prodotto, tra gennaio 2023 e il 31 dicembre 2024;
  • obiettivi di raccolta e riciclo per le bottiglie, per cui i Paesi membri dovranno raccogliere separatamente da altri flussi il 77% di quanto immesso al consumo entro il 2025 e il 90% entro il 2029;
  • obiettivi di riduzione, fissati per i prodotti monouso in plastica, considerati ancora non facilmente sostituibili, come tazze da passeggio e contenitori di alimenti per cibo da asporto pronto al consumo;
  • tappi e coperchi solidali con il contenitore, per le confezioni di bevande e contenitori in plastica, per cui, al più tardi entro cinque anni dall’entrata in vigore della direttiva, i tappi dovranno essere non separabili dal contenitore;
  • etichettatura obbligatoria,per prodotti come filtri di sigaretta, bicchieri di plastica, assorbenti e salviette umidificate, per informare i consumatori sugli impatti negativi in caso di abbandono nell’ambiente e fornire indicazione sul corretto smaltimento;
  • contenuto minimo del 25% di materiale riciclato nelle bottiglie in plastica a partire dal 2025 e del 30% nel 2030.

L’espansione della domanda per prodotti più ecocompatibili ha avuto come risultato la comparsa sul mercato di un gran numero di prodotti in bioplastica, dal costo notevolmente più alto di quelli tradizionali, definiti frettolosamente biodegradabili o biocompostabili.

I due termini, che non sono sinonimi, in realtà mettono in gioco una variabile fondamentale nella gestione dei rifiuti: il tempo. Tutto è biodegradabile ma è necessario che la trasformazione, in questo caso della plastica, in un prodotto riutilizzabile o in elementi non inquinanti avvenga nel più breve tempo possibile.

Tale trasformazione è quello che definiamo compostabilità, che non dipende solo dalla composizione ma anche dalle dimensioni del prodotto e si verifica in presenza di particolari condizioni chimiche e fisiche, quali umidità, temperatura, presenza di ossigeno e di un’adeguata flora batterica, condizioni che vengono soddisfatte soltanto negli impianti industriali.

Nel 2015 il Rapporto delle Nazioni Unite “Biodegradable Plastics and Marine Litter. Misconceptions, Concerns and Impacts on Marine Environments” aveva evidenziato che l’adozione diffusa di prodotti etichettati come biodegradabili non avrebbe ridotto in modo significativo i volumi di plastica che entrano negli oceani e i conseguenti rischi connessi per l’ecosistema. Nel rapporto era chiaramente scritto che la biodegradazione completa della plastica si verifica in condizioni che raramente sussistono negli ambienti marini.

La direttiva europea SUP dice esplicitamente all’articolo 3 che gli unici polimeri esclusi dal suo campo di applicazione sono quelli naturali, non modificati chimicamente.

Le plastiche biodegradabili e compostabili, siano esse derivate totalmente o parzialmente da fonti di origine vegetale che di origine fossile, rientrano tra i polimeri modificati chimicamente e quindi fra i materiali vietati.

È interessante notare che i bicchieri in plastica sono stati esclusi dal divieto di commercializzazione e non vengono neanche elencati tra i prodotti per i quali la direttiva chiede misure ambiziose di riduzione, come le tazze da passeggio e i contenitori per cibo da asporto pronto al consumo.

Tuttavia, il 47% dei provvedimenti emanati dalle pubbliche amministrazioni include erroneamente i bicchieri tra i prodotti monouso in plastica da abolire e ancora il 52% vuole abolire anche le bottiglie d’acqua quando la direttiva europea richiede soltanto nuovi requisiti di fabbricazione in relazione all’utilizzo delle quantità di materiale plastico riciclato (avv. Andrea Netti, studio ADR).

Il vero problema, in realtà, non è la plastica ma un eccessivo consumo di prodotti usa e getta e la loro dispersione nell’ambiente dovuta al non corretto smaltimento, a cui è possibile porre un primo rimedio semplicemente applicando la gerarchia di gestione dei rifiuti inclusa nel pacchetto europeo sull’economia circolare, che prevede: riduzione/prevenzione della produzione di rifiuti, riuso, riciclo, recupero di energia, smaltimento in discarica.

I due grandi alleati della salvaguardia dell’ambiente rimangono lo sviluppo tecnologico e il benessere economico, tramite cui è possibile trovare soluzioni che tengano conto di due sostenibilità complementari, quella economica e quella ambientale, per aumentare il fine vita dei materiali biocompostabili, favorendone il riuso e il riciclo, riducendone di conseguenza l’impronta e l’impatto sull’ecosistema.

Su questo occorre puntare, per noi e per le nuove generazioni.

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La bonifica dei siti contaminati tra obblighi e lentocrazia

Sul principio di chi inquina paga si fonda la normativa ambientale riguardante le bonifiche dei sistemi inquinati.  Individuare, tuttavia, il vero responsabile della contaminazione non è semplice. La vastità e la disorganicità di buona parte delle norme non chiariscono, inoltre, cosa si intenda per bonifica.

Spesso si presenta il caso di proprietari o acquirenti di terreni contaminati che non sono i diretti responsabili dell’inquinamento. Su questa fattispecie, in passato si sono registrate interpretazioni contrastanti dello stesso principio guida delle norma ambientali da parte del Consiglio di Stato e da parte del Ministero dell’Ambiente.

A differenza di ciò che sosteneva il Ministero contro una società incolpevole dell’inquinamento, per cui  “la locuzione “chi” non va riferita solo a colui che, attraverso una condotta attiva, ha abusato del territorio immettendo materiali inquinanti, ma anche a chi, in modo negligente, non fa nulla per eliminare, o anche ridurre l’inquinamento”, i giudici amministrativi del Consiglio di Stato, nella sentenza n.4225 del 10 settembre 2015 sez. VI, ribadivano che gli obblighi del proprietario non responsabile della contaminazione devono riferirsi alle sole “iniziative per contrastare un evento, un atto o un’omissione che ha creato una minaccia imminente per la salute o per l’ambiente, intesa come rischio sufficientemente probabile che si verifichi un danno sotto il profilo sanitario o ambientale in un futuro prossimo, al fine di impedire o minimizzare il realizzarsi di tale minaccia”.  La bonifica e il successivo ripristino dell’area devono, pertanto, gravare solo su colui che è il reale responsabile dell’inquinamento. Qualora non fosse possibile individuarlo, la bonifica è eseguita dalla pubblica amministrazione che può procedere anche alla vendita forzata del sito bonificato, indennizzando successivamente il proprietario con la differenza tra ciò che è stato speso per la bonifica e quanto è stato ricavato dalla vendita.

Altro caso interessante riguarda le riorganizzazioni societarie e i passaggi di proprietà di aziende o rami di aziende, anche tra gruppi industriali differenti.

La sentenza del TAR Lombardia (BS) sez.I n.802 del 9 agosto 2018 spiega che “le riorganizzazioni societarie infragruppo non sono mai opponibili alla pubblica amministrazione quando abbiano lo scopo, o il risultato, di rendere più difficile la tutela di interessi pubblici, nello specifico il conseguimento degli obiettivi di messa in sicurezza e di bonifica delle aree inquinate. […] Quando la società controllata responsabile dell’inquinamento passa, per conferimento o in altra forma, a un diverso gruppo, il gruppo cedente rimane obbligato alla messa in sicurezza e alla bonifica, salvo consenso dell’amministrazione titolare dell’interesse pubblico coinvolto.” Anche in questa circostanza, le amministrazioni locali giocano un ruolo fondamentale nel garantire che operazioni di riassetto societario non diventino espedienti per eludere quanto previsto dalla legge a carico del soggetto responsabile dell’inquinamento.

Ugualmente degno di nota è il caso dei fenomeni di contaminazione storica dell’ambiente, presenti nei Siti di Interesse Nazionale (SIN). In un recente pronunciamento del Consiglio di Stato (Sez. IV n. 5761 – 8 ottobre 2018) si stabilisce che l’amministrazione pubblica competente per legge può emanare un’ordinanza ai sensi dell’art. 242 del decreto legislativo n. 152 del 2006 (Testo Unico Ambientale), con la quale si obbliga il soggetto individuato come responsabile della contaminazione alla riparazione e al ripristino ambientale per fenomeni di inquinamento che ancora sono presenti, anche nel caso che tale contaminazione derivi da atti compiuti prima che il decreto entrasse in vigore.

Due conclusioni importanti si traggono da questa sentenza. La prima: per individuare il responsabile dell’inquinamento il criterio fondamentale è quello del “più probabile che non”; la seconda conclusione, altrettanto rilevante, è che le disposizioni stabilite dalla legge, avendo in questo caso natura riparatoria e ripristinatoria, si possono applicare anche a fatti avvenuti prima che quella norma entrasse in vigore.

Il soggetto responsabile dell’inquinamento non è sanzionabile, perché ha agito quando la legge non c’era. È possibile, però, obbligarlo alla bonifica di una contaminazione che ha causato e che ancora persiste.

Emerge, quindi, in modo chiaro il ruolo sostanziale delle amministrazioni locali nell’ambito della bonifica dei siti contaminati, confermato dall’articolo 36 bis della legge del 7 agosto 2012 che, modificando i requisiti previsti dall’art. 252 del Testo Unico Ambientale, ha trasferito alle regioni le competenze per le operazioni di bonifica per diciotto dei cinquantasette SIN.

Per tutti gli interventi di risanamento ambientale dei SIN sarebbe necessario il passaggio da un sistema di gestione centralizzato che, per usare le parole di Antonio Martino, realizza l’unico obiettivo della “lentocrazia”, ad uno fortemente decentrato.

Il vantaggio sarebbe duplice. Da un lato si snellirebbero le procedure decisorie, aumentandone l’efficacia e l’efficienza, perché definite e gestite da soggetti che conoscono meglio le singole realtà locali.

Dall’altro lato, i cittadini elettori, che dimostrano una sempre maggiore sensibilità ambientale, sceglierebbero con più attenzione la propria classe dirigente, migliorandone decisamente la qualità.  Chi dovrebbe risolvere quei problemi particolarmente presenti nel dibattito civile, riceverebbe un mandato diretto e nessuna possibilità di attribuire furbescamente a livelli decisionali distanti dal territorio la propria inefficienza o la propria incompetenza.