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Costume e società

Pandemia Coronavirus – La vera sfida: disegnare il domani | tre proposte d’azione concreta

La pesante emergenza con la quale tutti noi ci stiamo confrontando pone nell’immediato problemi di ordine medico, logistico e organizzativo indubbiamente ardui da affrontare e tuttavia solo esempi minori di ciò che attende Governi, sistemi economici e comunità nel prossimo futuro, quando la crisi sarà superata e si dovrà iniziare la fase della ripresa.
Più volte ascoltiamo in questi giorni commentatori, Amministratori ed esperti – forse troppi – lanciare lo slogan “nulla sarà come prima”. Ciò è indubbiamente vero, ma i cambiamenti devono essere orientati e per quanto possibile controllati per evitare che travolgano la società come oggi la conosciamo, lasciando sul terreno persino più vittime di quelle causate dal morbo.Il momento è indubbiamente delicato e non solo per l’insorgere della pandemia, di per sé sufficiente a porre sotto stress sistemi già in affanno, ma pure perché il suo manifestarsi coincide con altri fenomeni di portata epocale: stravolgimenti ambientali, pressione demografica, rivoluzione tecnologica, globalizzazione dei circuiti finanziari, competizione tra potenze geo-politiche, e altri ancora se ne potrebbero elencare.
La reazione deve essere improntata pertanto a pragmatismo e capacità d’intervento a più livelli, innanzitutto nell’intento di evitare il collasso del tessuto sociale ed economico esistente, per porre poi le basi per una sua più profonda ristrutturazione.
Le propongo di seguito tre tra questi interventi, a valere quali esempi di un nuovo modo di vedere e immaginare il mondo che verrà, dalla macro alla nano-dimensione.
La prima linea d’azione prefigura l’introduzione di uno strumento d’intervento rapido in campo economico.
È di questi giorni il naufragio del Consiglio Europeo che avrebbe dovuto trovare una risposta comune alla recessione, a rischio complicazione in depressione, in graduale propagazione nel Continente. L’emergenza ha semplicemente fatto emergere visioni e valutazioni divergenti sulle dinamiche di governo della finanza pubblica da tempo consolidate.
Qualche soluzione verrà, ma la sensazione è si tratterà di un compromesso abborracciato.
I riflessi tuttavia non sono stati unicamente negativi.
In effetti, si è posto grande accento sulla spaccatura tra Olanda, Germania e altri Paesi del Nord, da un lato, e Italia, Francia, Spagna, dall’altro. Non si è invece sottolineata con altrettanta enfasi la convergenza maturata tra alcuni Paesi mediterranei, Italia in testa, e Portogallo, Belgio, Lussemburgo e Irlanda.
Eppure, il raggruppamento di nove Stati membri, uniti nella richiesta di attivare i Coronabond, se non addirittura gli Eurobond, rappresenta in termini economici, politici e demografici una comunità nella comunità.
Si potrebbe ripartire da qui.
A questi Paesi, a noi vicini anche empaticamente nell’impegno ad intervenire, potrebbe essere avanzata la proposta per la creazione di una Cooperazione Rafforzata in campo economico-finanziario – possibilità prevista dai Trattati UE – da implementarsi con la sponda operativa della Banca Europea degli Investimenti, sinora tenuta ingiustamente in scarsa considerazione, essendo l’attenzione polarizzata sulla BCE.

Una modesta dotazione individuale da parte dei singoli Stati Membri aderenti consentirebbe invece la creazione di un plafond di risorse che, integrato da una corrispondente dotazione BEI, potrebbe essere utilizzato quale controgaranzia per un fondo assicurativo a favore delle piccole e micro-imprese europee.
Grazie al Fondo e alle già esistenti convenzioni bancarie tra BEI e intermediari nazionali, i richiedenti –commercianti, piccoli artigiani, start-up e persino professionisti – potrebbero sottoscrive una semplice polizza assicurativa, versare un minimo premio e accedere immediatamente ad una linea di finanziamento senza garanzie reali, erogata a prescindere da rating e dati contabili e di bilancio, inevitabilmente dissestati a causa della situazione contingente. Moratoria iniziale, tassi agevolati (persino tasso-zero) e personalizzazione delle formule di rientro potrebbero completare lo strumento.
L’intervento tecnico, sostanzialmente riproducente il meccanismo alla base dei consorzi di garanzia che ben conosciamo, potrebbe apparire grezzo, ma la sua portata sul territorio sarebbe di immediato e visibile impatto.
Non dovrebbe sfuggire poi la portata politica di un tale gesto di reazione tangibile tra Stati Membri solidali tra loro, a provocare una reazione sistemica in un momento in cui l’impasse dei Partner europei rende ancora più drammatico il momento che stiamo vivendo.

Il secondo intervento interessa un livello decisamente più nazionale.
Nei paesi occidentali – si noti, non in Cina o in altri Paesi asiatici – la crisi del coronavirus è stata prima di tutto un default dei sistemi sanitari esistenti. Emblematica in tal senso la débâcle della sanità lombarda, passata nel giro di poche settimane da un’immagine di eccellenza globale a disarmanti scene di isteria collettiva e sbandamento organizzativo. Asimmetrie decisionali, errori nell’allocazione delle risorse, ritardi e inefficienze nelle risposte dei presidi, scambi di reciproche accuse sull’inadeguatezza nella catena degli approvvigionamenti di uomini, materiali ed attrezzature hanno richiamato ai più le cronache della disfatta di Caporetto, vicenda storica che si ripresenta a cento anni di distanza a ferire nuovamente la memoria collettiva, lasciando cicatrici difficili da eliminare.
Ad un’analisi oggettiva, non sfugge peraltro l’analoga vicenda della sanità spagnola.
Entrambi i sistemi, quello spagnolo e quello italiano, poggiano su fondamenta di marcato decentramento, con i poteri gestionali del servizio e della sua strutturazione sul territorio affidati alle Regioni. In Francia, Germania e persino Regno Unito – al di là delle scelte di carattere politico adottate – il Servizio dipendente dal centro ha risposto meglio. Molto meglio.
Sarà opportuno prenderne atto, ripensando all’opportunità di rivedere la distribuzione di poteri e risorse, in un quadro che a tutta evidenza pone e riproporrà in futuro pressioni di natura sovra-regionale e sovra-nazionale ben diverse dalla gestione delle liste d’attesa o dei programmi di cura di routine. I primi segnali ci sono, pare opportuno insistere su questo tema.
Infine, un piano d’azione nano, destinato però ad incidere – assieme ad altre rivoluzioni appena accennate in questi giorni – sulla nostra vita quotidiana.
L’emergenza ci ha tutti confinati in casa. Ci siamo ritrovati fisicamente concentrati nella più piccola dimensione di comunità che si possa immaginare, quella della famiglia. Anzi, per alcuni si è trattato di una scala ancora inferiore, quella dell’individuo. A queste unità, in particolare a quelle calate in scenari urbani, ma non solo, ci si deve indirizzare con un programma mirato di sostegni volto a promuovere forme – già sperimentate – di minimo sostentamento alimentare. Lo slogan “restate a casa” non fornisce, lo si è visto bene in questi giorni, una risposta alle esigenze di sopravvivenza delle famiglie e, almeno in Italia, non è stato possibile organizzare una distribuzione porta a porta di cibo.
Nel giro di un mese, abbiamo visto entrare in crisi la filiera agricola globale.
Si dovrebbe dunque ripartire dall’individuo, per ideare e poi diffondere capillarmente il modello delle colture di prossimità, ripensate e reinventate, calandolo a livello di singolo condominio e persino di singola unità familiare. Le più avanzate tecnologie possono consentire la realizzazione di nano-unità di produzione ad altissima resa con un minimo dispendio di risorse, energia, acqua e fertilizzanti biologici.

L’indotto generato e gli effetti prodotti – che non escludono la possibilità di una rivendita su mercati di micro-dimensione – disegna nuovi concept di micro-azienda.
L’idea può far sorridere, ma è meno ingenua di quel che potrebbe sembrare.
Consente di attuare infatti un modello di valorizzazione del potenziale racchiuso nelle famiglie, a sua volta motore di un più ampio ridisegno dei servizi alla persona che sarà tra le eredità più tangibili della crisi in atto, in una logica che comprenderà il crescente ricorso al telelavoro, all’educazione a distanza, allo shopping online e, last but not least, alla telemedicina.
La famiglia, il suo nucleo più intimo e vitale, ritorna al centro dei mega-sistemi.
Tutto ciò avrà il potere di riplasmare persino l’ambiente fisico che ci circonda, ad incominciare appunto

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Diritto Economia

Note a margine degli otto punti: da numero a formula per la ripresa

Nell’emergenza provocata dalla pandemia di Covid 19, tra le ineludibili difficoltà di gestione sanitaria, sociale ed economica e le preoccupazioni sulle prospettive di futuro, si colgono dai più diversi contesti segnali potenti della volontà di una ripresa che possa essere occasione di un rinnovamento del sistema valoriale in una visione, personalistica e solidaristica, che ponga al centro l’uomo ed i suoi bisogni.

A questi segnali, resi più preziosi dall’estrema difficoltà della contingenza, si può guardare come a punti di luce, di per sé piccoli ma capaci, se valorizzati e aggregati, di segnare una traiettoria che conduca oltre il buio di questa crisi, inducendoci a confidare in quel paradosso che spesso vede le scintille di un positivo cambiamento generate proprio dalle vicende storiche più drammatiche.

In questo quadro, tra i contributi più autorevoli, si inseriscono gli otto punti elaborati dalla Fondazione Einaudi, che muovono, coerentemente con il fondamento dell’istituzione, dalla necessità di sostenere il tessuto economico e produttivo con misure urgenti ed efficaci, preservando la possibilità stessa della ripresa.

La formulazione della proposta reca riferimento all’esigenza di scongiurare un ritorno massiccio alle nazionalizzazioni, evocando un dibattito, invero mai del tutto sopito, che ha ripreso di recente vigore in concomitanza con crisi di grandi imprese, nell’ambito di più approfondite riflessioni sull’obiettivo di una crescita economica non disgiunto dal soddisfacimento dei bisogni fondamentali della persona, nel rispetto dei fondamentali principi di solidarietà ed eguaglianza cristallizzati nella Costituzione.

E’ opinione condivisa che nelle trame della nostra Carta costituzionale si sia voluto definire non un modello economico ma un quadro costituzionale di riferimento, stante anche la posizione di minoranza in seno all’Assemblea dei sostenitori del libero mercato,  nel quale il punto di equilibrio è stato individuato nella realizzazione dei fini di utilità sociale, con legittimazione dell’intervento del soggetto pubblico al fine di rimuovere ostacoli di ordine economico e sociale e di assicurare il soddisfacimento di determinati bisogni della collettività. Ed è proprio questa capacità nella elaborazione del Titolo III di costituire, come efficacemente affermato, un “ponte lanciato verso il futuro”, che ha consentito, a costituzione invariata, di attuare, in diverse epoche, differenti modelli in funzione delle esigenze avvertite come prioritarie.

A prescindere ed oltre le differenze ideologiche, proprio la gravità della crisi provocata dalla pandemia può consentire di individuare un metodo comune, anteponendo i fatti alle considerazioni, con una diversità di approccio che miri ad obiettivi fondamentali, riconoscendo un valore intrinseco ad idee e proposte per orientare le azioni nella direzione più efficace, con l’auspicio che questi contributi possano arricchire e appassionare chi quelle azioni deve compiere. E’ a valere in ogni contesto la considerazione che si inizia a ragionare quando diventa indifferente avere ragione. Ed è questa una formula nella quale gli otto punti si prestano ad essere inseriti quali strumenti non solo condivisibili e da condividere ma capaci di sollecitarne altri che pure possono concorrere nella stessa direzione.

In tale prospettiva, quale contributo di riflessione nella logica di una propulsione di idee, si potrebbero valutare anche i seguenti punti:

  • rendere più vantaggioso l’investimento in equity delle società quotate e non, attraverso misure di detassazione di dividendi e capital gain, purché le somme vengano reinvestite, in una percentuale ed entro un termine previsti;
  • prevedere una più ampia fiscalizzazione degli oneri sociali a favore delle imprese che mantengano determinati indici di occupazione, magari finanziando la misura con bond europei a nove anni (da sostenere fortemente);
  • prevedere l’emissione di un titolo, sempre a nove anni, del Tesoro o di CDP, ma riservata ai risparmiatori italiani e destinata a finanziare progetti di crescita, prevedendo la deducibilità dell’acquisto.

Plurime ragioni, peraltro, inducono ad escludere un “ritorno” alle nazionalizzazioni per come le stesse si caratterizzarono nel dopoguerra. Vi ostano ragioni giuridiche, legate all’attuale assetto ordinamentale sia eurounitario che nazionale, nel quale, anzi, la scelta operata con i d. lgs. n. 50 del 2016 e n. 175 del 2016, ritenuta pienamente conforme al diritto europeo (Corte di Giustizia, sez. IX, ord. 6 febbraio 2020, nelle cause riunite C-89/19 e C-91/19), è stata nel senso di limitare la partecipazione societaria pubblica e lo stesso ricorso all’in house attraverso oneri motivazioni rafforzati. Ostano ragioni economiche, legate all’esiguità delle risorse pubbliche, in termini tali da rendere una opzione radicalmente orientata su quel modello praticamente irrealizzabile. Osta, ancora, il mutato quadro mondiale, nel quale le dinamiche della globalizzazione ne minano in premessa le prospettive di successo, in specie in settori strategici che sono stati aperti alla liberalizzazione e che producono effetti condizionanti su tutti gli altri.

Il riferimento è, a tal riguardo, al settore delle comunicazioni, nel quale è fortemente avvertita l’esigenza di un quadro regolatorio chiaro e completo, inserito in una pianificazione reale, coerente ed unitaria e supportato da un coordinamento imprescindibile nella definizione, gestione e sviluppo infrastrutturale, con il rafforzamento di forme di collaborazione pubblico privato nella combinazione di modelli differenti, necessariamente integrati, ma con una regia unitaria capace di superare le asimmetrie dei diversi operatori anche attraverso l’attribuzione di un potere sostitutivo da azionare ove necessario. L’attuazione di tale progetto costituisce l’insostituibile detonatore per promuovere un virtuosismo, in primis, tra economia della conoscenza ed economia dei servizi a beneficio dell’intera collettività, assurgendo a primo fondamentale punto di una strategia di ripresa e, anzi, a premessa ineludibile, in assenza della quale ogni iniziativa si esaurirebbe entro i ristretti margini della gestione della contingenza.

 

 

 

 

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Diritto Politica

Siamo più khomeinisti degli ayatollah?

L’Organizzazione mondiale della Sanità ha lanciato l’allarme circa la possibile diffusione del COVID-19 nelle carceri.

Le condizioni di vita nelle carceri, dove molte persone vivono ristrette in spazi limitati ed a stretto contatto per lunghi periodi di tempo, aumentano il pericolo di diffusione della malattia all’interno ed all’esterno degli istituti (essendo impensabile escludere in toto i contatti tra il carcere e l’ambiente esterno).

La difficoltà di rispettare accuratamente le norme igienico-sanitarie, l’impossibilità di mantenere il distanziamento, la carenza dei dispositivi di prevenzione personale, la condivisione degli ambienti, favoriscono la diffusione e l’amplificazione della malattia.

Tra la popolazione ristretta è, inoltre, alto il numero delle persone maggiormente esposte al rischio di gravi conseguenze in caso di contagio: anziani, soggetti afflitti da malattie pregresse, persone immunodepresse.

Le carceri sono, pertanto, delle bombe epidemiologiche.

L’emergenza è mondiale e sta portando le autorità delle Nazioni maggiormente colpite a prendere provvedimenti volti a diminuire le presenze nelle carceri, seguendo le indicazioni suggerite dall’OMS ma anche dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura e dei trattamenti inumani e degradanti e dal Sottocomitato ONU per la prevenzione della tortura.

Misure in tal senso sono state adottate o sono in discussione in Iran, Francia, Spagna, U.S.A., India. In Italia la risposta del Governo è al momento tardiva ed insufficiente.

La situazione degli istituti penitenziari italiani è ancor più critica in quanto segnata dal cronico sovraffollamento. Prima dell’esplosione dell’emergenza COVID-19 il numero di detenuti era pari a circa 61.000 mentre la capienza regolamentare era di circa 51.000 posti (ma i posti effettivamente disponibili erano circa 47.000); in data 30.03.20 i detenuti sono 57.590 (secondo il bollettino quotidiano del Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale).

Tale perdurante situazione di sovraffollamento (a cui si aggiunge la carenza di temponi e di dispositivi di protezione) aumenta notevolmente il rischio di diffusione del contagio (rendendo impossibile il rispetto del distanziamento ed ancora più difficile l’attuazione delle regole igienico-sanitarie) ed inoltre impedisce di approntare gli spazi idonei per l’isolamento dei contagiati e la quarantena delle persone entrate in contatto con i contagiati.

Il Governo è intervenuto con il D.L. 17 marzo 2020 n. 18 (c.d. “Cura Italia”) prevedendo, all’art. 124, licenze premio straordinarie per i detenuti in regime di semilibertà ed introducendo, all’art. 123, disposizioni in materia di detenzione domiciliare, in deroga a quanto stabilito dalla legge 26 novembre 2010, n. 199.

In particolare, è stata prevista la possibilità di eseguire in regime di detenzione domiciliare le pene non superiori ai 18 mesi. Non possono accedere a tale misura alcune categorie di detenuti tra i quali, ad esempio, i soggetti condannati per alcune tipologie di reati (reati gravi, quali terrorismo e criminalità organizzata, ma anche maltrattamenti contro familiari e conviventi e stalking) ed i detenuti nei cui confronti sia redatto rapporto disciplinare in quanto coinvolti nei disordini e nelle sommosse a far data dal 7 marzo 2020.

La norma prevede, tranne che per i condannati minorenni e per i condannati la cui pena da eseguire non è a superiore a sei mesi, la procedura di controllo mediante mezzi elettronici (il braccialetto elettronico).

Non vi è alcun automatismo in quanto il magistrato di sorveglianza può non adottare il provvedimento qualora ravvisi gravi motivi ostativi alla concessione della misura.

La conclamata mancanza di braccialetti elettronici, le numerose eccezioni previste ed i tempi richiesti dalla procedura rendono di difficile applicazione la misura prevista che pertanto è inidonea a risolvere l’emergenza in atto.

Critiche in tal senso sono giunte dal C.S.M., dall’A.N.M., dal Garante nazionale dei detenuti e dai Garanti territoriali, dall’Accademia (in particolare dall’Associazione Italiana Dei Professori Di Diritto Penale), dall’U.C.P.I., da numerose associazioni che si occupano di carcere.

Il Ministro Bonafede ha riferito in Parlamento che le misure potrebbero riguardare 6.000 detenuti, stima ottimistica che non risolverebbe comunque il sovraffollamento. Secondo il provvedimento attuativo del D.L., i braccialetti disponibili sono al momento 920 e per arrivare ai 5.000 previsti serviranno alcuni mesi.

Intanto la situazione resta grave ed il rischio di propagazione del contagio in carcere è sempre altissimo.

Il Governo ed il Parlamento (ad esempio in sede di conversione del D.L.) dovrebbero ascoltare le proposte giunte da più parti (Magistratura, Avvocatura, Accademia) ed adottare misure coraggiose ed incisive per diminuire drasticamente e rapidamente la popolazione carceraria: introdurre una liberazione anticipata speciale; aumentare il limite di pena detentiva eseguibile presso il domicilio escludendo l’obbligo del braccialetto elettronico; differire l’emissione dell’ordine di esecuzione delle condanne fino a quattro anni; ricondurre la carcerazione preventiva ad extrema ratio.

Una volta superata l’emergenza sarà necessario affrontare la condizione delle carceri onde evitare il ripetersi di situazioni drammatiche.

Il sovraffollamento carcerario è tristemente noto da anni (nel 2013 la Corte europea dei diritti dell’uomo condannò l’Italia per i trattamenti inumani patiti dai detenuti a causa del sovraffollamento) eppure la politica ha ignorato o negato il problema. La riforma dell’ordinamento penitenziario, nata dai lavori degli Stati generali dell’esecuzione penale, che avrebbe anche incentivato le misure alternative, è stata affossata per calcoli politici.

I principi costituzionali, secondo cui le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato (art. 27 della Costituzione), e convenzionali, che vietano le pene ed i trattamenti inumani e degradanti (art. 3 CEDU), sono disattesi da tempo.

Oggi i detenuti, gli agenti penitenziari, il personale e gli operatori sono esposti ad un rischio altissimo. Ciò che i cinici non considerano è che l’esplosione dei contagi in carcere aumenterebbe i contagi anche fuori da quelle mura e che il S.S.N. non sarebbe in grado di affrontare un’emergenza nell’emergenza.

Lo Stato ha il dovere di garantire il diritto alla salute dei detenuti che non possono essere trattati come rifiuti della società. I detenuti sono padri, madri, figli, figlie, fratelli, sorelle, esposti ancor più di noi a questo nuovo comune pericolo. Non dimentichiamoli e non abbandoniamoli.

 

 

 

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Politica

Ultima chiamata Europa: il monito di Einaudi per l’Europa di domani

In questi giorni terribili, non sono pochi coloro che si affannano ad accostare l’attuale emergenza ad una tragedia del passato: “è il nostro 11 settembre” ma l’11 settembre non lo sentivamo, in qualche modo già “nostro” e poi “nostro” in che senso? Se fino a qualche settimana fa l’Italia poteva difenderne l’esclusiva, ormai, com’era ampiamente prevedibile, l’emergenza imperversa incontrollata ed inarrestabile in ogni dove. Tali accostamenti, quindi, risultano del tutto inutili nonché, come d’altra parte ogni forma di classifica dei drammi, assolutamente inopportuni e meschini.

Con ogni probabilità, però, quella di oggi è incommensurabilmente peggiore di qualsiasi altra emergenza affrontata negli ultimi settant’anni, e gli incredibili sforzi umani profusi ne sono la quotidiana dimostrazione, non a caso si parla di “guerra”. Tuttavia, agli occhi di coloro che ne sono pienamente investiti, la giusta contezza di un evento può risultare complessa, essendo, invece, necessario il giusto distacco storico perché se ne comprenda a fondo la reale portata.

 

Eppure, non sembra avventato pensare al Covid19 come ad un vero punto di svolta, forse per tutto l’occidente, sicuramente pe l’Unione Europea come istituzione e per l’Europa come concetto.

Limitandosi al dialogo intergovernativo, non può riscontrarsi un pericolosissimo leit motiv, quasi che si voglia forzatamente edulcorare con tinte di ordinarietà una situazione che di ordinario, purtroppo, ha ben poco. Solo qualche giorno fa si concludeva la virtuale riunione Ecofin, in cui è emerso con forza il veto dei soliti noti (in particolare Germania e Olanda) su tutta una serie di misure economiche straordinarie europee (in primis i famigerati Euro/corona-bond), posto che le misure difensive e preventive già in essere risulterebbero al momento sufficienti. Già di per sé si tratta di una risposta di difficile comprensione, nonché francamente paradossale. Come si potrebbe, infatti, ritenere sufficiente e adeguata una misura preventiva, considerato che una qualsiasi azione, per l’appunto, “preventiva” ad una data situazione lo è proprio fintantoché tale situazione ancora non c’è, perdendo, evidentemente, ogni efficacia e funzione nel momento in cui, invece, la data situazione di pericolo effettivamente si concretizza? Ma tant’è che il veto opposto deve essere stato tale da spingere oggi Spagna, Francia, Portogallo, Slovenia, Grecia, Irlanda, Belgio, Lussemburgo e Italia a recapitare una formale lettera al Presidente del Consiglio Europeo con la quale si chiede che vengano intraprese azioni straordinarie che limitino i danni economici e preparino il terreno per quello che sarà il post-Covid19.

Ebbene, senza voler giudicare la bontà dell’operato istituzionale nei diversi livelli di competenza, continua a preoccupare l’incertezza dei vertici europei nel voler prendere decisioni straordinarie, così come ha lasciato sgomenti l’esternazione “sismica” della Presidente Lagarde di qualche giorno fa, solo in parte rattoppata; ha inquietato il fatto che le richieste di acquisto di dotazioni di protezione siano rimaste a lungo inevase, laddove totalmente ignorate, dalle Cancellerie di mezza Europa e francamente ha inorridito il gioco a nascondino del materiale medico destinato all’Italia cui si è dovuto (e si continua ad) assistere presso le dogane di taluni paesi membri di frontiera.

La verità, purtroppo, e lo si dice da europeista convinto, è che l’UE ha ormai abituato a palesi dimostrazioni di manifesta non “unioneità”: dalla crisi balcanica a quella siriana, passando per la primavera araba, alle emergenze umanitarie ed economiche. Incapacità ad essere uniti che non può non essere stata origine e fertile humus dei sentimenti nazionalisti e sovranisti esplosi nei singoli paesi membri; paesi (Italia in primis) oggetto di sempre più insistenti avances (solidali, strategiche, velenose? presto per dirlo) da rinomati campioni di democrazia e libertà come Russia e soprattutto Cina.

Il 24 marzo ricorreva l’anniversario della nascita di Luigi Einaudi. Mai come oggi è, allora, di vitale importanza ricordare il discorso da lui pronunciato all’Assemblea Costituente all’indomani della fine del secondo conflitto mondiale,  parole che ora si elevano a grido, più che a monito, e che devono scuotere gli animi di tutti gli europei e soprattutto di coloro che hanno l’onere di governarci:  “Riusciremo a salvarci dalla Terza Guerra Mondiale solo se noi impugneremo per la salvezza e l’unificazione dell’Europa” non l’idea della “dominazione colla forza bruta, ma l’idea eterna della volontaria cooperazione per il bene comune […] Urge compiere un’opera di unificazione. Opera, dico, e non predicazione. Vano è predicare pace e concordia quando alle porte urge Annibale. […] Quel che importa è che i Parlamenti di questi minuscoli Stati i quali compongono la divisa Europa, rinuncino a una parte della loro sovranità […] questo è l’unico ideale per cui valga la pena di lavorare; l’unico ideale capace di salvare la vera indipendenza dei popoli, la quale non consiste nelle armi, nelle barriere doganali […] bensì nella scuola, nelle arti, nei costumi, in tutto ciò che dà vita allo spirito e fa sì che ogni popolo sappia contribuire qualcosa nella vita spirituale degli altri popoli. […] Utopia la nascita di un’Europa aperta a tutti i popoli decisi a informare la propria condotta all’ideale della libertà? Forse è Utopia. Ma ormai la scelta è soltanto fra l’Utopia e la morte, fra l’Utopia e la legge della giungla”; e bisogna fare ciò, continua Einaudi, perché nell’eventualità avversa che l’Europa vorrà “rinselvatichire, noi non potremmo essere rimproverati dalle generazioni venture […] di non aver adempiuto sino all’ultimo al dovere di salvare quel che di divino e di umano esiste ancora nella travagliata società presente”.

Parole pesantissime eppure alate, pronunciate all’indomani della più sanguinosa guerra; la guerra che, per quanto sia difficile da accettare, è pur sempre un fatto umano e, in quanto tale, voluto.

Il virus non lo è, non è un fatto umano e non è fatto voluto. È un flagello e tale rimane.

 

Eppure, se si vuol individuare una qualche funzione al virus, forse è proprio quella di strumento cui una comunità comprende e riconosce la propria identità.

Non sta a me dire se il monito di Einaudi sia stato onorato delle generazioni a lui successive, se effettivamente l’Europa abbia, in tutti questi anni, intrapreso lentamente un percorso autodistruttivo, di certo mai come prima siamo chiamati a decidere che tipo di comunità vogliamo essere quando tutto sarà passato e se a questa comunità vorremmo dare il nome, la “divisa”, Europa.

Siamo chiamati, cioè, a quel tipo di decisioni dalle quali dipende il rimprovero delle generazioni future. Ora più che mai.

 

 

 

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Costume e società

Guanti come simbolo di libertà

L’insofferenza tutta italiana nel restare a casa è la testimonianza di un popolo che nei decenni, probabilmente a causa di ideologie e post-ideologie figlie del cosiddetto pensiero debole, ha progressivamente perso la tempra di una comunità di destino. Gli italiani si inebriano in flash mob alla finestra quale surrogato di una socialità perduta che è tutt’altro rispetto all’essere popolo: a dettare le regole della socialità 4.0 da riprendere e consumare sui social è, semmai, più l’impotenza nel non poter fare l’apericena delle diciannove. La coscienza nazionale imporrebbe altre riflessioni a tutti. E anche se, almeno per una volta, il Tricolore non viene sventolato per le speranze calcistiche degli azzurri, è questo un magro bottino rispetto all’essere Nazione e anche all’essere sinceramente comunità.

Eppure, basterebbe la lezione che ormai diversi decenni or sono ci diedero i Piccolo di Calanovella per farci riflettere e ricordarci come l’esser isolati può costituire tutt’altro che chiusura, ma occasione per ripensare il mondo contemporaneo secondo geometrie diverse, direttrici esistenziali di un tempo altro, che vanno al di là dello stesso divenire temporale.

Sì, perché i tre fratelli Lucio, Casimiro e Giovanna Piccolo si isolarono dal mondo per vivere la loro esistenza a Villa Piccolo, nella dimora di famiglia che si trova sulle colline che sovrastano la Piana di Capo d’Orlando. Fu La Madre Teresa Mastrogiovanni Tasca Filangeri di Cutò a decidere il destino di tutti, quando nel 1932, a causa della crisi economica e non solo che investiva l’aristocrazia palermitana, decise di abbandonare per sempre Palermo e confinare se stessa e i tre figli in quella radura isolata alle porte dei Nebrodi.

Eppure l’isolamento dei Piccolo di Calanovella è ben diverso da quello nostro e dei nostri contemporanei italici o italioti, perchè nonostante le loro uscite dalla Villa fossero rare, non vi fu sofferenza in quella scelta. Anzi, fu quella la molla che diede la spinta necessaria affinché le esistenze dei tre rampolli di casa Piccolo diventassero tutt’uno con l’arte: Lucio, poeta, in quella villa concepì versi di bellezza assoluta che non sfuggirono a Eugenio Montale. Casimiro inventò il genere degli acquerelli magici che lo rendono ancora oggi pittore unico nel panorama siciliano e italiano del Novecento e Giovanna (nome di battesimo Agata Giovanna), attorniata da uno stuolo di giardinieri, realizzò meravigliose creazioni botaniche con piante rare, i cui segni ancora oggi sono presenti nei giardini della Villa.

E non fu un caso se quella stessa solitudine della Villa fu scelta anche da Giuseppe Tomasi di Lampedusa, cugino dei Piccolo, che soggiornò spesso nella dimora orlandina, luogo che gli permetteva di ritrovarsi e ricevere spunti formidabili per quello che sarebbe divenuto il romanzo più importante della storia letteraria italiana.

La solitudine non, perciò, come isolamento e detenzione, ma quale possibilità di un ascolto più profondo di se stessi e di uno sguardo più ampio verso il mondo, le sue mode, il suo frenetico andare, ma da un punto di vista distinto e non distante. Presente anzi più che mai nella contemporaneità, per osservarne l’anima e l’essenza più profonda. Ecco perché i Piccolo sono oggi attualissimi, in un’epoca in cui tutti siamo chiamati a restare nelle nostre abitazioni per evitare il propagarsi di un virus sconosciuto.

In ciò ci vengono in soccorso i guanti di Casimiro, sì proprio i guanti bianchi che il Barone di Calanovella indossava sempre, come a mantenere un solco tra se stesso e il mondo del divenire. E noi oggi che i guanti dobbiamo indossarli per forza quando usciamo da casa, siamo solo un pallido riflesso di quella sapienza. I guanti bianchi del Barone, infatti, sono tutt’altro che fobia, bensì la volontà di preservare qualcosa di sacro da influenze estranee. Ciò mediante i terminali più evidenti, le proprie mani, strumenti di lavoro per chi come lui armava pennelli e macchine fotografiche. Che per un’artista come Casimiro erano alla stregua di oggetti sacri e dunque, da non insozzare con ciò che attiene a piani meno elevati.  Ma i guanti bianchi sono anche segno di purezza, poiché attraverso il tocco, ciò che attiene a una dimensione assoluta non abbia ad esser compromesso a contatto con un mondo sempre più basso: guanti come simbolo di libertà, dunque, non di coercizione, espressione una influenza sottile che arriva fino coloro che sono chiamati a preservarla e portarla innanzi. Oltre il tempo presente.

E poco male se Casimiro e d’altronde anche i suoi fratelli, preferivano un dialogo con l’Assoluto e le sue forme rispetto alle moltitudini e alle folle. La risposta sta nell’arte stessa, nella magia che unisce questo e l’altro mondo in un unico afflato ora poetico, ora botanico, ora pittorico. Le descrizioni in rima di Lucio Piccolo e le riproduzioni su tela o carta degli spiriti elementali di Casimiro ne sono, d’altronde, la rappresentazione paradigmatica.

In ciò la solitudine rappresenta l’occasione che i Piccolo hanno avuto per incastonare le loro vite nell’immortale fluire cosmico. E del resto, vita e morte all’interno della Villa erano e sono un tutt’uno: non v’è dicotomia, ma un’unica solidale dimensione, nella quale ciò che è e ciò che appare non sempre attengono a quel che oltre 250 anni di post illuminismo rifiuterebbe di ammettere, per cantare un improbabile trionfo del razionale e del banalmente materiale.

Sub specie Aeternitatis potrebbe dirsi a suggellare un patto tra uomini e Dei che va oltre il tempo e lo spazio e perciò, oltrepassa gli stretti limiti di un appartamento, di una casa, di una villa, e finanche del mondo intero.

Per questo, restar nelle proprie abitazioni non è mica una detenzione, ma – per pochi, pochissimi forse – in ciò risiede una possibilità di ritrovare una strada ancora non del tutto cancellata dall’ipocrisia dei tempi ultimi.

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Diritto

Dalla prescrizione alle intercettazioni continua l’attacco allo Stato di Diritto

La riforma Bonafede che interrompe il decorso della prescrizione dopo la sentenza di primo grado, nonostante le numerose critiche,resta in vigore. Non sono bastate le proteste dell’Avvocatura, le critiche di gran parte della Magistratura e gli ammonimenti dell’Accademia. Neanche le polemiche politiche hanno avuto esito ed i seppur timidi e pasticciati tentativi di modifica della novella sono naufragati travolti da nuove emergenze.

Resta pertanto in vigore la nuova disciplina della prescrizione che condanna ogni cittadino alla pena anticipata di un processo potenzialmente infinito. Riforma che non solo non risolverà i problemi della Giustizia ma anzi aggraverà le patologie della macchina giudiziaria.

La prescrizione, infatti, è un caposaldo del diritto penale liberaleessendo una garanzia nei confronti degli abusi del potere punitivo dello Stato. Quest’ultimo, infatti, viene meno a causa del trascorredel tempo in quanto si attenua l’allarme sociale generato dal reato, inoltre è inammissibile punire l’eventuale colpevole dopo un ampio lasso di tempo: il soggetto che espierà la pena sarà sicuramente una persona diversa rispetto a quella che ha commesso il reato. Ciò svilirebbe la finalità rieducativa della pena sancita dall’art. 27 Cost. Il decorso del tempo, inoltre, implica difficoltà probatorie che minano il diritto di difesa.

Il legislatore non ha atteso molto per mostrare nuovamente la sua visione del diritto penale.

La Camera dei Deputati, giovedì 27 febbraio, ha convertito in legge il d.l. 30 dicembre 2019 n. 161 riguardante la modifica della disciplina delle intercettazioni.

Le principali novità della riforma riguardano la disciplina del trojan horse e delle intercettazioni “a strascico”.

L’utilizzo del captatore informatico per le intercettazioni di comunicazioni tra presenti è stato esteso ai procedimenti riguardanti i reati contro la pubblica amministrazione commessi dagli incaricati di pubblico servizio, dopo che la c.d. “Spazzacorrotti” l’aveva esteso ai delitti dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione puniti con la pena della reclusione non inferiore nel massimo a cinque anni. Questi delitti contro la p.a. sono stati equiparati ai reati di criminalità organizzata e terrorismo.

In nome della lotta alla corruzione si estende sempre di più il ricorso a tale strumento così invasivo. Una volta aperta una breccia è impossibile richiuderla o financo contenerla essendo destinata ad espandersi fino a far crollare l’intera struttura del diritto liberale.

Con riferimento alle intercettazioni a strascico, invece, la riforma estende l’utilizzabilità delle intercettazioni in altri procedimenti purché siano rilevanti ed indispensabili all’accertamento dei delitti per cui è obbligatorio l’arresto in flagranza e sono consentite le intercettazioni.

Il legislatore è immediatamente intervenuto per superare una recente pronuncia delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione (la sentenza Cavallo del 2 gennaio 2020) che aveva sancito un’interpretazione maggiormente restrittiva della materia.

Si conferma l’attacco operato dal legislatore nei confronti di una visione liberale del diritto penale. Le voci garantiste tra le forze politiche sono sempre più isolate. I diritti dell’individuo vengono sacrificati in nome delle esigenze securitarie. La culla del Diritto è diventata la sua tomba.

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Economia

Giovani e impresa: e se l’Italia imparasse dall’Irlanda?

Il cielo d’Irlanda ha i tuoi occhi se guardi lassù, ti annega di verde e ti copre di blu”. Così cantava Fiorella Mannoia nel 1991, un poetico omaggio al paese della Guiness, divenuto uno dei brani più celebri della cantante romana.

Eppure, la Tigre Celtica non è soltanto il paese delle pinte di birra e della musica folk, del dubliner James Joyce e dei sempiterni nuvoloni plumbei che vigilano sulle praterie sconfinate. L’Irlanda è ormai da anni l’El Dorado verde di imprese e multinazionali, meta di pellegrinaggio di startupper da tutta Europa.

Colpita nel 2009 da una forte recessione economica come conseguenza dello scoppio della bolla immobiliare, l’Irlanda ha attraversato tre anni di forti sacrifici imposti dal programma d’austerità della Troika (il connubio Commissione UE, BCE e FMI occupatosi dei piani di salvataggio dei paesi dell’area euro a rischio insolvenza), delle cui catene si è liberata nel 2013, dopo essere stata inserita nell’infamante gruppo dei PIIGS (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna), la cinquina dei paesi europei che più hanno risentito delle conseguenze della crisi economica globale.

Oggi, l’Irlanda è uno dei paesi al mondo con la più bassa tassazione d’impresa e uno dei più favorevoli allo sviluppo di business,  grazie a un’aliquota del 12,5%  sui profitti delle società, un credito d’imposta fino al 30% sulle attività di ricerca e sviluppo e una deduzione fiscale, al 12,5%, per spese in ricerca e sviluppo. Inoltre, è prevista un’esenzione fiscale di tre anni per le imprese di nuova fondazione.

Nel 2018, Enterprise Ireland, braccio operativo del governo irlandese, ha messo in palio 500.000 euro per le imprese intenzionate a stabilire il proprio business nel paese del trifoglio. Due anni prima, la stessa agenzia di sviluppo economico aveva investito 32 milioni di euro in startup. Grazie al lavoro di Enterprise Ireland, il governo irlandese è capace di generare ritorni economici di circa 60 milioni di euro l’anno, proprio per via degli investimenti in startup, rendendo l’Irlanda il sesto paese al mondo per investimenti esteri, una nazione che, oltretutto, vanta la popolazione più giovane d’europa (l’età media dei cittadini irlandesi è di 36 anni).

E l’Italia? Il Bel Paese, sfortunatamente, si colloca in una situazione diametralmente opposta rispetto al partner anglosassone. Secondo uno studio della CGIA di Mestre (Associazione Artigiani e Piccole Imprese), l’Italia è il penultimo paese in Europa per capacità di attrarre investimenti stranieri (peggio di noi, soltanto la Grecia). Secondo il rapporto “Paying Taxes 2020” realizzato da Banca Mondiale e PWC, la pressione fiscale sulle imprese in Italia si attesta al 59,1% ( a fronte di una media europea del 38,9%), mentre le ore impiegate per gli adempimenti fiscali risultano pari a 238 (a fronte di una media europea di 161). Basti solo pensare che l’IRES, ovvero l’Imposta sul Reddito delle Società, prevede un’aliquota del 24%, quasi il doppio dell’aliquota sui profitti d’impresa pagata dalle aziende irlandesi. Inoltre, l’Italia è il paese più “anziano” d’Europa (un cittadino su quattro ha più di 65 anni).

Ma non mancano duri attacchi al sistema fiscale irlandese. Secondo Roberto Rustichelli, Presidente dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM), il dumping fiscale generato da partner UE come Regno Unito, Malta, Lussemburgo, Paesi Bassi e la stessa Irlanda causerebbe al nostro paese una perdita economica fino a 8 miliardi di dollari l’anno. Alla luce di ciò, resta da capire come sia possibile che un paese come la Francia il quale, pur non presentando particolari regimi fiscali caratterizzati da esenzioni e timide aliquote, esattamente come l’Italia, riesca, diversamente da noi, a far leva su un’economia domestica di grande scala, collocandosi al settimo posto al mondo (subito dopo l’Irlanda) per investimenti esteri.

Eppure, nonostante gravi problemi strutturali legati a una burocrazia scellerata, una tassazione da stato sovietico nonchè una generalizzata cultura anti-impresa, il nostro paese non è esattamente un deserto imprenditoriale. Al contrario, secondo la Coldiretti, nel 2018 sono state lanciate 300 imprese giovanili al giorno, un dato impressionante che rende i giovani italiani i più intraprendenti d’Europa. Allo stato attuale, le startup iscritte al Registro delle Imprese equivalgono alle 10.630 unità, per un valore della produzione di circa 1,2 miliardi di euro.

Insomma, i dati parlano chiaro: il tessuto imprenditoriale italiano è ancora vivo e vegeto, e il nostro paese può ancora contare su estro, creatività, innovazione e intraprendenza, qualità che lo hanno reso una delle nazioni più ricche del mondo.

Ma è il momento di costruire un ponte di comunicazione tra politica e impresa, una finestra di dialogo e confronto tra realtà partitiche di ispirazione liberale e social-liberale e giovani imprenditori e startupper, per fare in modo che questi ultimi vengano messi nelle migliori condizioni per lavorare e fare business in Italia, senza essere costretti a emigrare altrove per ricercare ricchezza e riconoscimenti.

E’ il momento di ridurre una pressione fiscale che fa scappare capitali all’estero e scoraggia la libera iniziativa economica, diritto fondamentale di qualunque democrazia liberale. In questo, il modello irlandese, forte di numeri incoraggianti che ne attestano l’estrema l’efficacia, può sicuramente insegnarci qualcosa.

 

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Geopolitica Politica

Si può prescindere dalla Russia in Medio Oriente?

Spesso si legge della sorpresa espressa da varie fonti per il ruolo consolidato dalla Russia in medio oriente, soprattutto in contrasto con l’atteggiamento erratico degli Stati Uniti. L’anomalia, tuttavia, non risiede nel suo attivismo, quanto nell’assenza prolungata, che ha preceduto questo grande ritorno.

 

Dall’intervento in Siria, che ha rovesciato il corso degli eventi in maniera rapida e inaspettata, quando le sorti di Bashar al-Assad, confrontato da gruppi di opposizione sostenuti dagli Stati Uniti, sembravano ormai scritte, la Russia è quasi ovunque con la sua diplomazia e apparato bellico. Donald Trump ha ringraziato Vladimir Putin per il concorso nell’eliminazione di Abu Bakr al-Baghdadi, considerato uno dei suoi maggiori successi. Israele e Turchia si trovano truppe russe ai loro confini. In questi giorni, è stata la mediazione russa e turca a permettere l’organizzazione della conferenza di Berlino sulla Libia, e saranno loro a garantire il blocco delle forniture di armi e determinare la possibilità del cessate al fuoco. La Russia ha confermato l’invio di un contingente di interposizione, con l’approvazione delle Nazioni Unite.

 

La Russia si era ritirata dall’area, nella seconda metà degli anni ottanta, a seguito della dissoluzione dell’Unione Sovietica, e per due decadi, gli Stati Uniti avevano imposto, senza ostacoli, la propria visione politica. La scesa in campo in Siria è stata una manovra necessaria, che ha preso le mosse dall’ultimo lembo di influenza rimastole, e che ha obbligato Washington a coordinare le proprie azioni con Mosca. La guerra all’Isis ha rappresentato, allo stesso tempo, una esigenza, e una scusa per entrambe le potenze, affinché si ricalibrassero nello scenario geopolitico.

 

Fin qui, l’operazione si è risolta in un’affermazione su diversi fronti. La Russia ha riconquistato la preminenza che deteneva l’Unione Sovietica all’indomani della seconda guerra mondiale, all’epoca materializzata, per esempio, nell’invasione dell’Afghanistan, e ancora nell’appoggio a Palestina, Egitto e Siria, in momenti topici della storia contemporanea. L’industria militare russa ha avuto modo di testare nuovi mezzi poi commercializzati nelle facoltose monarchie del petrolio, in primis l’Arabia Saudita, facendo cassa per le finanze in sofferenza della difesa. Putin si è, inoltre, dimostrato un alleato leale, a differenza di Trump. Mosca si è anche resa indispensabile nei colloqui, con l’ampio riconoscimento di Iran, Israele e Arabia Saudita.

 

La partita, però, è insidiosa. La Russia deve condurre le parti a un consenso, se vuole guadagnare l’immagine di negoziatore internazionale e aprire le lucrative porte della ricostruzione alle proprie imprese. Le relazioni intraprese con paesi arabi, e non, hanno portato alla vendita di armamenti, e la firma di contratti con il monopolio Rosatom, per la costruzione di centrali nucleari in Iran, Turchia ed Egitto. D’altro lato, i sauditi si aspettano una mano nella loro rivalità con gli iraniani, Hezbollah non cede nel conflitto di bassa intensità con Israele, e gli israeliani pretendono che contenga l’Iran. Per portare a casa il risultato, il Cremlino deve tutelare la sicurezza di Turchia e Israele.

 

Bisogna considerare che il medio oriente post-americano è un teatro incerto e volatile e la Russia non pretende di colmare tutto il vuoto lasciato. Il rapporto tra i due è funzionale, e non esclusivamente concorrenziale. Mosca torna a occupare una posizione di rilievo, dal medio oriente al nord Africa e il golfo persico, mentre Washington riformula la politica estera, sulla base di mete realistiche e produttive. Oltre a ciò, si sono venuti identificando ambiti in cui gli interessi sono compatibili o coincidenti, come l’accordo sul nucleare iraniano del 2015.

 

Questo approccio è più pragmatico di quello adottato dalle amministrazioni di Bill Clinton, George W. Bush, e Barack Obama, fallito perché, sia quando conciliatorio sia quando di attrito, era basato sull’illusione che gli Stati Uniti potessero convincere od obbligare la Russia ad abbracciare la propria idea di ordine globale. Anche se il potere del Cremlino, e di Putin, dovessero declinare, il paese rimarrà sempre un attore chiave, grazie alla centralità geografica in Eurasia, la disponibilità di risorse naturali, l’esercizio del veto al consiglio di sicurezza, e l’alta qualità del capitale umano, nonché la capacità di influenzare questioni di importanza strategica ed economica per gli Stati Uniti, e finanche di distruggerli, in soli trenta minuti. La Russia non abbandonerà i propri obiettivi vitali, e Trump dovrebbe, se non riaccogliere lo spirito di cooperazione dell’inizio del suo mandato, perlomeno mantenere una tattica di competizione controllata, per ridurre il rischio di confronti diretti e indiretti e assicurare stabilità in medio oriente.

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Nature

Quando la soluzione non è bio

La nuova normativa europea sulle materie plastiche monouso denominata SUP, Single Use Plastics, approvata il 21 maggio 2019 e che riguarda alcuni dei prodotti di uso più comune, nasce dall’esigenza di contrastare il fenomeno del marine litter, relativo ai rifiuti che si trovano in mare e che sono costituiti per la maggior parte da materiali plastici. Gli Stati dell’Unione Europea hanno due anni di tempo per recepirla nei loro ordinamenti nazionali per cui, con decorrenza dal 2021, le nuove norme vieteranno l’utilizzo di determinati prodotti in plastica usa e getta per i quali esistono alternative in commercio.

Sono previste, inoltre, alcune misure che entreranno in vigore con date differenziate, tra cui:

  • regime di responsabilità estesa del produttore(EPR), che obbliga le aziende a sostenere i costi della raccolta a fine vita di alcuni prodotti come tazze da caffè, contenitori di alimenti per cibo da asporto pronto al consumo, filtri di sigarette, palloncini, reti da pesca, salviette umidificate. A seconda del prodotto, tra gennaio 2023 e il 31 dicembre 2024;
  • obiettivi di raccolta e riciclo per le bottiglie, per cui i Paesi membri dovranno raccogliere separatamente da altri flussi il 77% di quanto immesso al consumo entro il 2025 e il 90% entro il 2029;
  • obiettivi di riduzione, fissati per i prodotti monouso in plastica, considerati ancora non facilmente sostituibili, come tazze da passeggio e contenitori di alimenti per cibo da asporto pronto al consumo;
  • tappi e coperchi solidali con il contenitore, per le confezioni di bevande e contenitori in plastica, per cui, al più tardi entro cinque anni dall’entrata in vigore della direttiva, i tappi dovranno essere non separabili dal contenitore;
  • etichettatura obbligatoria,per prodotti come filtri di sigaretta, bicchieri di plastica, assorbenti e salviette umidificate, per informare i consumatori sugli impatti negativi in caso di abbandono nell’ambiente e fornire indicazione sul corretto smaltimento;
  • contenuto minimo del 25% di materiale riciclato nelle bottiglie in plastica a partire dal 2025 e del 30% nel 2030.

L’espansione della domanda per prodotti più ecocompatibili ha avuto come risultato la comparsa sul mercato di un gran numero di prodotti in bioplastica, dal costo notevolmente più alto di quelli tradizionali, definiti frettolosamente biodegradabili o biocompostabili.

I due termini, che non sono sinonimi, in realtà mettono in gioco una variabile fondamentale nella gestione dei rifiuti: il tempo. Tutto è biodegradabile ma è necessario che la trasformazione, in questo caso della plastica, in un prodotto riutilizzabile o in elementi non inquinanti avvenga nel più breve tempo possibile.

Tale trasformazione è quello che definiamo compostabilità, che non dipende solo dalla composizione ma anche dalle dimensioni del prodotto e si verifica in presenza di particolari condizioni chimiche e fisiche, quali umidità, temperatura, presenza di ossigeno e di un’adeguata flora batterica, condizioni che vengono soddisfatte soltanto negli impianti industriali.

Nel 2015 il Rapporto delle Nazioni Unite “Biodegradable Plastics and Marine Litter. Misconceptions, Concerns and Impacts on Marine Environments” aveva evidenziato che l’adozione diffusa di prodotti etichettati come biodegradabili non avrebbe ridotto in modo significativo i volumi di plastica che entrano negli oceani e i conseguenti rischi connessi per l’ecosistema. Nel rapporto era chiaramente scritto che la biodegradazione completa della plastica si verifica in condizioni che raramente sussistono negli ambienti marini.

La direttiva europea SUP dice esplicitamente all’articolo 3 che gli unici polimeri esclusi dal suo campo di applicazione sono quelli naturali, non modificati chimicamente.

Le plastiche biodegradabili e compostabili, siano esse derivate totalmente o parzialmente da fonti di origine vegetale che di origine fossile, rientrano tra i polimeri modificati chimicamente e quindi fra i materiali vietati.

È interessante notare che i bicchieri in plastica sono stati esclusi dal divieto di commercializzazione e non vengono neanche elencati tra i prodotti per i quali la direttiva chiede misure ambiziose di riduzione, come le tazze da passeggio e i contenitori per cibo da asporto pronto al consumo.

Tuttavia, il 47% dei provvedimenti emanati dalle pubbliche amministrazioni include erroneamente i bicchieri tra i prodotti monouso in plastica da abolire e ancora il 52% vuole abolire anche le bottiglie d’acqua quando la direttiva europea richiede soltanto nuovi requisiti di fabbricazione in relazione all’utilizzo delle quantità di materiale plastico riciclato (avv. Andrea Netti, studio ADR).

Il vero problema, in realtà, non è la plastica ma un eccessivo consumo di prodotti usa e getta e la loro dispersione nell’ambiente dovuta al non corretto smaltimento, a cui è possibile porre un primo rimedio semplicemente applicando la gerarchia di gestione dei rifiuti inclusa nel pacchetto europeo sull’economia circolare, che prevede: riduzione/prevenzione della produzione di rifiuti, riuso, riciclo, recupero di energia, smaltimento in discarica.

I due grandi alleati della salvaguardia dell’ambiente rimangono lo sviluppo tecnologico e il benessere economico, tramite cui è possibile trovare soluzioni che tengano conto di due sostenibilità complementari, quella economica e quella ambientale, per aumentare il fine vita dei materiali biocompostabili, favorendone il riuso e il riciclo, riducendone di conseguenza l’impronta e l’impatto sull’ecosistema.

Su questo occorre puntare, per noi e per le nuove generazioni.

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Geopolitica Politica

La definitiva svolta neo-ottomana di Erdogan

Era il 2015 e il Presidente Erdogan accoglieva nel nuovissimo e costosissimo Palazzo Presidenziale di Ankara il Presidente Abu Mazen facendosi accompagnare da sedici guerrieri con indosso gli abiti storici dell’esercito ottomano. La singolare, per non dire ridicola, celebrazione, diventò ben presto virale suscitando l’ilarità generale sia in patria che non. Eppure, considerati gli avvenimenti succedutisi negli ultimi cinque anni, ecco che la stessa immagine assume tinte decisamente più serie e ed emerge evidente il fil rogue che li lega, da ultimo l’intervento turco in Libia. Il Parlamento, nonostante il teorico embargo sulle armi imposto dalle Nazioni Unite in Libia, ha infatti autorizzato l’invio di truppe in territorio libico dopo che, ad inizio dicembre, Erdogan aveva sottolineato l’importanza di sostenere il Governo di Al Serraj (GNA) per “proteggere gli interessi della Turchia nel Mediterraneo, prevenire il transito dei migranti irregolari, impedire alle organizzazioni terroristiche e ai gruppi armati di proliferare, di apportare un aiuto umanitario al popolo libico”, come d’altra parte si legge pedissequamente nella risoluzione parlamentare. Sebbene non vengano specificate le modalità operative del supporto militare garantito e nonostante le puntuali condanne giunte da tutto l’establishment internazionale, è ormai evidente (e non è più avventato affermarlo) che  Erdogan intenda, in realtà,  elevare la Turchia da potenza regionale a potenza globale assecondando quelle che sono delle vere e proprie aspirazioni neo-ottomane. Quanto sta succedendo non è altro che la concretizzazione della dottrina della c.d. “profondità strategica” ideata da Ahmet Davutoğlu, già ministro degli affari esteri, Primo Ministro e fedelissimo di Erodgan prima della definitiva rottura culminata con le proprie dimissioni dall’AKP nel 2016, e che ha l’obbiettivo di recuperare l’eredità ottomana, innanzitutto intendendo l’islam come fattore aggregante e non destabilizzante (come riteneva, invece, il Kemalismo). In questo senso si spiega il costante attivismo sia economico che culturale negli ex territori imperiali, soprattutto nei paesi caucasici, balcanici, dell’Asia centrale e, si è visto, anche africani. Tuttavia, se originariamente Davatoglu improntava la citata dottrina in termini di “zero problemi con ivicini” tessendo rapporti prima di tutto con i popoli prima che con gli Stati, è, invece, chiaro che allo stato dell’arte, l’approccio “soft” ha subito un notevole irrigidimento. L’intento conclamato della possibile operazione militare turca è di contenere la sempre maggiore pressione sul governo legalmente riconosciuto di Al Serraj da parte delle milizie di Haftar (LNA) “l’uomo forte della Cirenaica”, garantendosi una voce in capitolo sulla sorte dei ricchi giacimenti del mediterraneo orientale. Tuttavia, non ci si può limitare ad un’analisi parziale; se, infatti, l’ossessivo interventismo finora portato avanti in Siria poteva giustificarsi avuto riguardo alla questione curda, l’intromissione in Libia dimostra il vero intento di Ankara: affermarsi definitivamente quale riferimento in tutta la MENA Region, affiancandosi (se non del tutto sostituendosi) ai principali attori internazionali nelle regioni geopoliticamente più calde, dove, invece, i vecchi alleati, in primis l’UE, hanno e continuano a dimostrare una certa carenza di linee comuni di intervento unita ad una generale inadeguatezza di strumenti.

Nella mente di Erdogan è, allora, necessario sganciarsi dall’Occidente sotto ogni aspetto; in questo senso si spiega l’abbandono del progetto europeo, i sempre più freddi rapporti con i partner NATO – che a dire il vero ci si domanda come e perché la Turchia ne faccia ancora parte, vista l’avviatissima collaborazione con la Russia in termini di armamenti inaugurata con l’acquisto del sofisticato sistema di batterie missilistiche SU-400 – le politiche energetiche con al centro il “Turkstream”, fortemente voluto da Erdogan e da Putin e che verrà a brevissimo inaugurato, deputato a diventare il principale gasdotto che collegherà la Russia all’Europa passando proprio dalla Turchia e che ha sostituto il progetto “Southstream” il quale prevedeva, invece, il transito del gas esclusivamente attraverso paesi membri UE; il partenariato avviato con la Cooperazione di Shangai.

La Turchia, ormai giocattolo nelle esclusive mani del Presidentissimo Erdogan, guarda quindi a se stessa attraverso i nuovi alleati, ed il progetto neo-ottomano risulta decisamente trasversale, ben avviato e procede spedito, apparentemente indisturbato.

 

Ps.

Nel momento in cui si scrive, tre giorni dopo la risoluzione parlamentare turca, Haftar, quasi a giocare d’anticipo, annuncia di aver preso Sirte, città natale di Gheddafi e, soprattutto, strategica data la vicinanza con i giacimenti petroliferi della Libia centrale, il contrattacco turco sembrerebbe immediato a dimostrazione che l’operatività delle milizie (ufficiali o non) di Ankara era ben lontano dall’essere solo virtuale.