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Si può prescindere dalla Russia in Medio Oriente?

Spesso si legge della sorpresa espressa da varie fonti per il ruolo consolidato dalla Russia in medio oriente, soprattutto in contrasto con l’atteggiamento erratico degli Stati Uniti. L’anomalia, tuttavia, non risiede nel suo attivismo, quanto nell’assenza prolungata, che ha preceduto questo grande ritorno.

 

Dall’intervento in Siria, che ha rovesciato il corso degli eventi in maniera rapida e inaspettata, quando le sorti di Bashar al-Assad, confrontato da gruppi di opposizione sostenuti dagli Stati Uniti, sembravano ormai scritte, la Russia è quasi ovunque con la sua diplomazia e apparato bellico. Donald Trump ha ringraziato Vladimir Putin per il concorso nell’eliminazione di Abu Bakr al-Baghdadi, considerato uno dei suoi maggiori successi. Israele e Turchia si trovano truppe russe ai loro confini. In questi giorni, è stata la mediazione russa e turca a permettere l’organizzazione della conferenza di Berlino sulla Libia, e saranno loro a garantire il blocco delle forniture di armi e determinare la possibilità del cessate al fuoco. La Russia ha confermato l’invio di un contingente di interposizione, con l’approvazione delle Nazioni Unite.

 

La Russia si era ritirata dall’area, nella seconda metà degli anni ottanta, a seguito della dissoluzione dell’Unione Sovietica, e per due decadi, gli Stati Uniti avevano imposto, senza ostacoli, la propria visione politica. La scesa in campo in Siria è stata una manovra necessaria, che ha preso le mosse dall’ultimo lembo di influenza rimastole, e che ha obbligato Washington a coordinare le proprie azioni con Mosca. La guerra all’Isis ha rappresentato, allo stesso tempo, una esigenza, e una scusa per entrambe le potenze, affinché si ricalibrassero nello scenario geopolitico.

 

Fin qui, l’operazione si è risolta in un’affermazione su diversi fronti. La Russia ha riconquistato la preminenza che deteneva l’Unione Sovietica all’indomani della seconda guerra mondiale, all’epoca materializzata, per esempio, nell’invasione dell’Afghanistan, e ancora nell’appoggio a Palestina, Egitto e Siria, in momenti topici della storia contemporanea. L’industria militare russa ha avuto modo di testare nuovi mezzi poi commercializzati nelle facoltose monarchie del petrolio, in primis l’Arabia Saudita, facendo cassa per le finanze in sofferenza della difesa. Putin si è, inoltre, dimostrato un alleato leale, a differenza di Trump. Mosca si è anche resa indispensabile nei colloqui, con l’ampio riconoscimento di Iran, Israele e Arabia Saudita.

 

La partita, però, è insidiosa. La Russia deve condurre le parti a un consenso, se vuole guadagnare l’immagine di negoziatore internazionale e aprire le lucrative porte della ricostruzione alle proprie imprese. Le relazioni intraprese con paesi arabi, e non, hanno portato alla vendita di armamenti, e la firma di contratti con il monopolio Rosatom, per la costruzione di centrali nucleari in Iran, Turchia ed Egitto. D’altro lato, i sauditi si aspettano una mano nella loro rivalità con gli iraniani, Hezbollah non cede nel conflitto di bassa intensità con Israele, e gli israeliani pretendono che contenga l’Iran. Per portare a casa il risultato, il Cremlino deve tutelare la sicurezza di Turchia e Israele.

 

Bisogna considerare che il medio oriente post-americano è un teatro incerto e volatile e la Russia non pretende di colmare tutto il vuoto lasciato. Il rapporto tra i due è funzionale, e non esclusivamente concorrenziale. Mosca torna a occupare una posizione di rilievo, dal medio oriente al nord Africa e il golfo persico, mentre Washington riformula la politica estera, sulla base di mete realistiche e produttive. Oltre a ciò, si sono venuti identificando ambiti in cui gli interessi sono compatibili o coincidenti, come l’accordo sul nucleare iraniano del 2015.

 

Questo approccio è più pragmatico di quello adottato dalle amministrazioni di Bill Clinton, George W. Bush, e Barack Obama, fallito perché, sia quando conciliatorio sia quando di attrito, era basato sull’illusione che gli Stati Uniti potessero convincere od obbligare la Russia ad abbracciare la propria idea di ordine globale. Anche se il potere del Cremlino, e di Putin, dovessero declinare, il paese rimarrà sempre un attore chiave, grazie alla centralità geografica in Eurasia, la disponibilità di risorse naturali, l’esercizio del veto al consiglio di sicurezza, e l’alta qualità del capitale umano, nonché la capacità di influenzare questioni di importanza strategica ed economica per gli Stati Uniti, e finanche di distruggerli, in soli trenta minuti. La Russia non abbandonerà i propri obiettivi vitali, e Trump dovrebbe, se non riaccogliere lo spirito di cooperazione dell’inizio del suo mandato, perlomeno mantenere una tattica di competizione controllata, per ridurre il rischio di confronti diretti e indiretti e assicurare stabilità in medio oriente.

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Geopolitica Politica

La definitiva svolta neo-ottomana di Erdogan

Era il 2015 e il Presidente Erdogan accoglieva nel nuovissimo e costosissimo Palazzo Presidenziale di Ankara il Presidente Abu Mazen facendosi accompagnare da sedici guerrieri con indosso gli abiti storici dell’esercito ottomano. La singolare, per non dire ridicola, celebrazione, diventò ben presto virale suscitando l’ilarità generale sia in patria che non. Eppure, considerati gli avvenimenti succedutisi negli ultimi cinque anni, ecco che la stessa immagine assume tinte decisamente più serie e ed emerge evidente il fil rogue che li lega, da ultimo l’intervento turco in Libia. Il Parlamento, nonostante il teorico embargo sulle armi imposto dalle Nazioni Unite in Libia, ha infatti autorizzato l’invio di truppe in territorio libico dopo che, ad inizio dicembre, Erdogan aveva sottolineato l’importanza di sostenere il Governo di Al Serraj (GNA) per “proteggere gli interessi della Turchia nel Mediterraneo, prevenire il transito dei migranti irregolari, impedire alle organizzazioni terroristiche e ai gruppi armati di proliferare, di apportare un aiuto umanitario al popolo libico”, come d’altra parte si legge pedissequamente nella risoluzione parlamentare. Sebbene non vengano specificate le modalità operative del supporto militare garantito e nonostante le puntuali condanne giunte da tutto l’establishment internazionale, è ormai evidente (e non è più avventato affermarlo) che  Erdogan intenda, in realtà,  elevare la Turchia da potenza regionale a potenza globale assecondando quelle che sono delle vere e proprie aspirazioni neo-ottomane. Quanto sta succedendo non è altro che la concretizzazione della dottrina della c.d. “profondità strategica” ideata da Ahmet Davutoğlu, già ministro degli affari esteri, Primo Ministro e fedelissimo di Erodgan prima della definitiva rottura culminata con le proprie dimissioni dall’AKP nel 2016, e che ha l’obbiettivo di recuperare l’eredità ottomana, innanzitutto intendendo l’islam come fattore aggregante e non destabilizzante (come riteneva, invece, il Kemalismo). In questo senso si spiega il costante attivismo sia economico che culturale negli ex territori imperiali, soprattutto nei paesi caucasici, balcanici, dell’Asia centrale e, si è visto, anche africani. Tuttavia, se originariamente Davatoglu improntava la citata dottrina in termini di “zero problemi con ivicini” tessendo rapporti prima di tutto con i popoli prima che con gli Stati, è, invece, chiaro che allo stato dell’arte, l’approccio “soft” ha subito un notevole irrigidimento. L’intento conclamato della possibile operazione militare turca è di contenere la sempre maggiore pressione sul governo legalmente riconosciuto di Al Serraj da parte delle milizie di Haftar (LNA) “l’uomo forte della Cirenaica”, garantendosi una voce in capitolo sulla sorte dei ricchi giacimenti del mediterraneo orientale. Tuttavia, non ci si può limitare ad un’analisi parziale; se, infatti, l’ossessivo interventismo finora portato avanti in Siria poteva giustificarsi avuto riguardo alla questione curda, l’intromissione in Libia dimostra il vero intento di Ankara: affermarsi definitivamente quale riferimento in tutta la MENA Region, affiancandosi (se non del tutto sostituendosi) ai principali attori internazionali nelle regioni geopoliticamente più calde, dove, invece, i vecchi alleati, in primis l’UE, hanno e continuano a dimostrare una certa carenza di linee comuni di intervento unita ad una generale inadeguatezza di strumenti.

Nella mente di Erdogan è, allora, necessario sganciarsi dall’Occidente sotto ogni aspetto; in questo senso si spiega l’abbandono del progetto europeo, i sempre più freddi rapporti con i partner NATO – che a dire il vero ci si domanda come e perché la Turchia ne faccia ancora parte, vista l’avviatissima collaborazione con la Russia in termini di armamenti inaugurata con l’acquisto del sofisticato sistema di batterie missilistiche SU-400 – le politiche energetiche con al centro il “Turkstream”, fortemente voluto da Erdogan e da Putin e che verrà a brevissimo inaugurato, deputato a diventare il principale gasdotto che collegherà la Russia all’Europa passando proprio dalla Turchia e che ha sostituto il progetto “Southstream” il quale prevedeva, invece, il transito del gas esclusivamente attraverso paesi membri UE; il partenariato avviato con la Cooperazione di Shangai.

La Turchia, ormai giocattolo nelle esclusive mani del Presidentissimo Erdogan, guarda quindi a se stessa attraverso i nuovi alleati, ed il progetto neo-ottomano risulta decisamente trasversale, ben avviato e procede spedito, apparentemente indisturbato.

 

Ps.

Nel momento in cui si scrive, tre giorni dopo la risoluzione parlamentare turca, Haftar, quasi a giocare d’anticipo, annuncia di aver preso Sirte, città natale di Gheddafi e, soprattutto, strategica data la vicinanza con i giacimenti petroliferi della Libia centrale, il contrattacco turco sembrerebbe immediato a dimostrazione che l’operatività delle milizie (ufficiali o non) di Ankara era ben lontano dall’essere solo virtuale.

 

 

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Geopolitica

Africa: l’altra sponda del Mediterraneo

Il sedicente stato islamico ha rivendicato l’attacco, con un ordigno esplosivo rudimentale, nel quale sono stati feriti, nei pressi di Kirkuk, nove membri di un team misto di forze speciali italiane e peshmerga curde, impegnate nell’identificazione di cellule terroristiche in Iraq.  Il grado di attenzione degli organi preposti non si è mai abbassato, con la conseguente riduzione degli attentati in Europa, dopo una sanguinosa stagione.  Tuttavia, la minaccia resta, fuori e dentro i nostri comuni confini.  Il presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump, ha annunciato l’eliminazione di Abu Bakr al-Baghdadi, ma proprio la morte, e la sua ostentazione, sono la linfa della retorica di cui si alimenta il califfato nero, il quale, con celerità, produce nuovi leader pronti al martirio.  Sull’altra sponda del Mediterraneo, in particolare, si compongono scenari che destano preoccupazione.

La fusione di gruppi jihadisti in Chad, Mali e Niger, è una prospettiva reale e un pericolo per la sicurezza europea.  Con questi confinano due aree vacillanti, Algeria e Libia; e nonostante dalla caduta del regime, in Tunisia si siano susseguiti governi moderati, hanno avuto luogo gravi azioni, come quella al museo del Bardo nel 2015.  La costa dell’Algeria e quella francese sono separate da 870 chilometri, ma la Libia dista 530 chilometri dal territorio greco, 270 chilometri intercorrono fra la Tunisia e la frontiera italiana, e 17 chilometri tra il Marocco e le spiagge spagnole.  La miscela di prossimità geografica, retaggi coloniali, fondamentalismi, migrazioni, e presenza di ingenti giacimenti naturali, è pura nitroglicerina.

La dipendenza energetica dell’Europa rappresenta un ulteriore fattore di vulnerabilità.  L’11 per cento del gas arriva dall’Algeria, una nazione a rischio quasi permanente di implosione violenta; di questo il 52 per cento in Spagna.  L’Algeria è anche il secondo fornitore dell’Italia.  L’estrazione petrolifera italiana e francese sono inoltre legate a doppio filo con la Libia che si trova immersa in un conflitto civile.  In caso di collasso di questi sistemi, le riserve dell’Egitto non sarebbero sufficienti a supplire le esigenze.  Con l’alternativa di un gasdotto dall’Israele al momento non fattibile dal punto di vista dei costi, la Russia rimane la sola alternativa viabile, per un’Europa subordinata alla politica estera statunitense, e promotrice di sanzioni contro la sua unica fonte solida.

A dispetto di vecchi poteri coloniali come la Francia e l’Italia, e la loro competizione per lo sfruttamento delle risorse, che finisce per complicare, e a tratti paralizzare, i tentativi di dialogo per la stabilizzazione, la regione è oggetto di un riassetto geopolitico in cui avanza il Cremlino.  Questo ha consolidado un’alleanza nel campo della difesa con Algeria, Egitto e Libia, e tracciato un ampio arco di influenza che parte dalla Siria, passa dalla Turchia, e continua in Nordafrica.  Gli Stati Uniti, invece, hanno sempre guardato a questo teatro come secondario alle operazioni guidate in Medio Oriente.  La campagna ventennale contro al Qaeda, e poi l’Isis, in Afghanistan, Iraq, Siria, e Yemen, è stata condotta senza una prevenzione strutturata, e un contrasto continuativo, al loro travaso in Egitto, Libia, Tunisia e, ancora, in Chad, Mali e Niger.

La vicinanza di questi focolai all’Europa non è stata analizzata come una priorità, malgrado i duri colpi subiti.  Negli anni novanta, gli estremisti algerini hanno esploso ordigni nella metropolitana di Parigi e sequestrato un jet della compagnia aerea di bandiera in un tentativo di shianto contro la Torre Eiffel.  Pur se gli atti recenti sono stati provocati da cellule insediate nell’Unione, o lupi solitari di passaporto europeo e fede islamica, ciò non significa che non siano connessi e che l’Europa sia al riparo dal terrorisno nordafricano.

Inoltre, l’allargamento a est, fomentato dal Regno Unito che ha finito per rifiutare l’Europa intera, ha orientato considerevoli fondi e sforzi verso le economie in fase di pre e post adesione, aprendo buchi nella dimensione sociale della costruzione europea e la protezione delle sue fasce deboli e marginali, dove si sono creati lo scollamento e il malcontento, in cui si radicano due fenomeni diversi come il terrorismo islamico di matrice europea e il populismo che ha sovvertito l’ordine dei partiti tradizionali.  Ne è scaturita la defezione degli stessi inglesi a seguito dell’importante esodo procedente da questa zona dagli anni duemila e gli effetti della crisi del 2008; anche se già la Francia, nel 2005, aveva rigettato la costituzione europea, sulla base della protezione del lavoro, nel tentativo di arginare l’ingresso dei polacchi.  L’affluenza massiva dei rifugiati siriani nel 2015 ha evidenziato la mancanza di una visione condivisa in seno all’Unione Europea sulla gestione del suo intorno geopolitico.  Nondimeno, il problema centrale delle migrazioni per l’Unione Europea non viene dall’est, bensì dal sud.  Il fianco lasciato scoperto torna alla superficie con una potente domanda, alla quale l’Europa risponde con atteggiamenti difensivi e scarsa lungimiranza.

L’Africa è un mondo in rapida evoluzione caratterizzato da una graduale, ma progressiva, crescita e riduzione del debito, provvisto delle più importanti materie prime, con fonti di energia e riserve uniche, corrispondenti a un terzo di quelle del pianeta, classi medie equivalenti a quelle dell’India, mille milioni di persone pronte a lavorare e consumare, reti mobili globali, una gioventù decisa a vivere meglio, a qualunque prezzo.  In venticinque anni, le necessità di consumo dell’Africa saranno triplicate rispetto a quelle europee.  Mentre la Cina si sta preparando a questo appuntamento, e le immense opportunità che ne derivano, l’Europa continua a essere assente.  Il progetto One belt, One Road, concepito per l’Eurasia, si estende ora all’Africa, nel contesto di una cooperazione di lungo termine, per l’infrastruttura terrestre e navale, e l’inserimento nelle reti commerciali.  I dirigenti africani lo hanno accolto con un plebiscito.  La Cina sa, per esperienza, che la demografia ben gestita è un elemento chiave nel processo di globalizzazione.

Sebbene lo sviluppo si sia dispiegato in maniera apprezzabile, è indubbio che sia desiguale, e il dinamismo africano non impedisce che la gente continui ad abbandonare i propri paesi.  Del resto, nel XIX secolo, di fronte a una simile situazione mutatis mutandis di crescita demografica ed economica, dall’Europa si spostarono in 60 milioni.  In aggiunta, una forza contraria e oscurantista, dall’alto potenziale disgregatore, sta riducendo a pezzi l’Africa, facendo dell’integralismo religioso un attore centrale e aumentando la superficie di guerra.  Il successo della predicazione integralista in Africa non ha molto a che vedere con la religione: gli africani hanno sempre espresso un islam tollerante e pacifico.  Oggi le cose stanno cambiando per lo stallo sociale di generazioni condannate alla miseria in un continente che sarebbe in grado di soddisfare le loro giuste aspirazioni.

Per l’Europa, investire in Africa, e gestire con generosità i flussi dal sud, può significare assicurarsi una posizione dominante, laddove si trova il centro delle esportazioni che favoriranno il mercato comunitario.  Gli europei devono scommettere sull’Africa per evitare che gli africani gli voltino le spalle, quando diventeranno il prossimo polmone dell’economia globale.  C’è una verità storica molto semplice: l’Africa ha bisogno dell’Europa e l’Europa ha bisogno dell’Africa.

Per replicare allo scetticismo, l’Europa deve liberarsi dalla trappola dell’impasse fra il liberalismo cosmopolita dei suoi principi fondatori, e l’attuale nazionalismo rampante che, esacerbato dalla crisi e la pressione della mobilità umana, scatena esiti devastanti sulla società e la vita politica, e impedisce di raggiungere un’orientazione consensuata sul futuro per affrontare le grandi sfide.  Se l’Europa si impegnasse in un rinnovato modello di relazione con i popoli a essa vincolati per cultura e storia, potrebbe aiutare a innalzare non solo il livello dell’economia, ma quello della civiltà.

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Geopolitica

I Totalitarismi Del XXI Secolo

La storia non si ripete, ma fa rima, diceva Mark Twain. Oggi, infatti, stiamo assistendo alla stessa assenza di ordine mondiale, che i nostri nonni avevano vissuto all’indomani della fine della Grande Guerra.

 

La prima guerra mondiale è stata uno dei più grandi disastri geopolitici del XX secolo. A causa della guerra, quattro imperi, che rappresentavano parte dell’ordine mondiale di quegli anni, sono stati eliminati: l’impero russo, ottomano, austro-ungarico e quello tedesco. Molte nazioni sono state divise, hanno perso i loro territori, e numerose popolazioni sono state spostate in altre regioni. Il dramma della prima guerra mondiale è stato inoltre quello di generare l’affermarsi di due ideologie totalitarie del XX secolo: il nazismo e il comunismo.

 

L’errore fondamentale dei vincitori della Grande Guerra è stata l’incapacità di costruire un sistema, o meglio un nuovo ordine mondiale, in cui anche ai perdenti fosse riservato e conferito un ruolo dignitoso. Non per niente, dopo la fine della prima guerra mondiale si sono sviluppati sentimenti di revanscismo in Germania, che furono utilizzati nella retorica di Adolf Hitler per salire al potere. Di fatto, la prima guerra mondiale ha creato tutte le premesse per l’inizio della seconda guerra mondiale.

 

L’Ordine Della Guerra Fredda

Alla fine della seconda guerra mondiale, il nazismo è stato sconfitto. Rimangono solo le due ideologie delle due potenze vincitrici: il liberalismo degli Stati Uniti e il comunismo, promosso dall’Unione Sovietica. La Germania, il paese aggressore, e l’Europa vengono divisi in due parti e integrate nei due sistemi esistenti. Gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica hanno pertanto ricreato un ordine. Nasce la Guerra Fredda.

 

La Guerra Fredda, nonostante i rischi di una escalation militare, ha mantenuto un equilibrio mondiale. Ma nel 1989, con la caduta del muro di Berlino, anche questo ordine viene abbattuto. Il comunismo è sconfitto e il liberalismo rimane l’unica ideologia.

 

Il filosofo americano Francis Fukuyama, negli anni Novanta, scrive pertanto il libro “Fine Della Storia”, in cui sostiene che il liberalismo ha vinto sulle altre ideologie del XX secolo, nazismo e comunismo, e regna come unico modellatore dell’ordine mondiale.

 

All’indomani della caduta del muro di Berlino, però, gli Stati Uniti commettono lo stesso errore delle grandi potenze vincitrici della guerra de 1914-1918. Gli Stati Uniti si sono dichiarati come gli unici vincitori della Guerra Fredda, senza riservare alcun ruolo dignitoso alla Russia, che aveva comunque partecipato alla fine dell’Unione Sovietica nel 1991.

 

Gli Stati Uniti iniziano pertanto a regnare egemoni e, di conseguenza, la democrazia liberale viene imposta come unico modello e sistema legittimo per avviare il progresso sociale ed economico. Gli Stati Uniti, quindi, seguendo il principio wilsoniano, danno inizio a politiche estere mirate alla promozione e la propagazione della democrazia liberale ovunque nel mondo.

 

La Storia Continua

Il mondo unipolare però ha molti nemici. Spinta anche da sentimenti di revanscismo, la Russia cerca di ritrovare un proprio ruolo nella storia, promuovendo un mondo multipolare. La Russia, sentendosi abbandonata dall’Occidente, cerca quindi alleanze in Asia, dove la Cina cresce come nuovo polo economico.

 

La Russia promuove anche il BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa), il cui obiettivo è di costruire nuovi centri economici e finanziari, che possano esercitare un’influenza politica.

 

Il multipolarismo sembra pertanto essere possibile. La “storia” non “è finita”. La nascita di nuovi poli economici ha iniziato a erodere l’ordine mondiale liberale. La crescita economica della Cina, che minaccia l’economia americana, ha inoltre dimostrato che il progresso economico non è necessariamente relazionato alla democrazia liberale e, pertanto, altri sistemi sono possibili.

 

La Democrazia Liberale Non E’ Liberale

Ma la vera erosione della democrazia “liberale” occidentale è stata causata principalmente dalle stesse democrazie occidentali.

 

Qualcosa negli anni è cambiato. La democrazia liberale di oggi non è quella di Winston Churchill o di John Fitzgerald Kennedy. In precedenza, per democrazia liberale si intendeva una democrazia maggioritaria, che assicurava i diritti della persona. Oggi, invece, la democrazia è intesa come il potere delle minoranze contro la maggioranza, perché quest’ultima potrebbe diventare l’oppressore.

 

Si continua a parlare di democrazia “liberale”, ma in realtà è rimasto ben poco del liberalismo del XX secolo. Invece di liberale, si potrebbe dire “liberal”, la differenza la fa la “e” finale. Oggi, infatti, la democrazia “liberale” si è trasformata in un retaggio culturale marxista. Non a caso, i paesi dell’Est Europa accusano la democrazia liberale di avere le stesse aspirazioni ideologiche totalitarie del comunismo.

 

Come nel comunismo, la democrazia liberale vuole, infatti, il controllo sociale della famiglia, della Chiesa e delle associazioni private. L’intellettuale inglese John O’ Sullivan, speechwriter di Margaret Thatcher, sostiene che la democrazia liberale è impegnata in una lotta senza fine contro i “nemici della società”, diventando un’ideologia onnicomprensiva che, dietro un velo di tolleranza, poco sopporta il disaccordo.

 

“Liberal-democracy” Vs. Liberal Democracy

O’Sullivan, nella prefazione del libro “The Demon In Democracy” del filosofo e politico polacco Ryszard Legutko, inventa una differenza ortografica per distinguere tra “democrazia-liberale” (“liberal-democracy”; con il trattino) e “democrazia liberale” (liberal democracy; senza trattino) del XIX e XX secolo.

 

Secondo O’Sullivan, la “democrazia liberale” è un insieme di regole progettate per garantire che il governo si basi sul consenso dei governati. La “democrazia liberale” non impone intrinsecamente quali politiche dovrebbero emergere dal governo o quali accordi sociali debbano essere tollerati o proibiti. E’ aperta a una vasta gamma di risultati politici e disposta ad accettare una reale diversità di norme sociali, incluse quelle tradizionali. Nella “democrazia liberale”, le persone hanno un ruolo politico sia come elettori sia come cittadini che agiscono secondo libere scelte.

 

La “democrazia-liberale”, invece, ha politiche e divieti integrati nella sua struttura ideologica. O’Sullivan spiega che la “democrazia-liberale” non è realmente aperta alle istituzioni e alle politiche contrarie ai suoi istinti “liberazionisti”. Limita sempre di più la libertà di manovra su alcuni temi come le restrizioni migratorie ed è persino ostile ad alcuni valori del liberalismo come la libertà d’espressione.

 

La Società Liquida

L’odierna democrazia-liberale (seguendo il suggerimento ortografico di O’Sullivan) concepisce la società ideale come una società dai contorni liquidi. Si tratta di una società fluida senza confini, senza barriere sociali, culturali, territoriali, umane, sessuali, che ha perso la propria identità.

 

I sostenitori di questa società sono figli del marxismo e del ’68. Marx però aveva individuato come causa profonda dei mali dell’umanità la lotta di classe tra ricchi e poveri, tra borghesi e proletari. I sostenitori della società liquida invece hanno trovato nuove classi alla base delle ingiustizie sociali: l’uomo come oppressore della donna, i paesi occidentali come oppressori dei paesi in via di sviluppo, i valori occidentali come oppressori di altre culture, ecc.

 

I sostenitori della società liquida/fluida credono che, se vogliamo liberare l’umanità da queste profonde ingiustizie, dobbiamo fare ciò che ha detto Marx: il proletariato (l’oppresso) deve imporsi sulla borghesia (l’oppressore) per poter poi giungere ad una società senza classi. Lo scopo ultimo della società liquidi è quindi quello di rimuovere ogni barriera e creare un unico magma, in cui vengono eliminate la struttura di potere istituita dai soggetti oppressori e le classi sociali in conflitto. Un esempio è la nascita del concetto d’identità di genere, in cui non esiste più l’uomo e la donna, ma plurali orientamenti affettivo-sessuali.

 

La democrazia-liberale però non è solo il frutto del marxismo, ma anche della corrente “liberal” del liberalismo. La crisi dell’immigrazione in Europa nasce infatti dall’idea che l’identità collettiva (che Marx riconosceva) non esista e che non debba esistere, dato che c’è solo un’identità: quella individuale.

 

Secondo questo ragionamento, la protezione dei confini nazionali e le restrizioni migratorie non hanno alcun senso, perché non esiste alcuna identità collettiva da salvaguardare. L’identità culturale, religiosa e nazionale, in quanto identità collettive, sono negate e la società si dissolve, diventando fluida e liquida.

 

L’Ordine

La società liquida però fa sentire l’uomo smarrito, perché non riesce più a orientarsi in una società senza confini e senza regole definite. L’uomo ha bisogno di ordine e la società liquida, per definizione, non può essere organizzata od ordinata.

 

Auguste Comte, il fondatore del Positivismo, diceva “L’Amore per principio e l’Ordine per fondamento; il Progresso per fine”. La sua citazione “Ordine e progresso”, che figura sulla bandiera del Brasile (Ordem e progresso), sembra tornare più che mai di attualità. Per Comte, infatti, l’ordine e il progresso vanno di pari passo, il progresso mira all’ordine e l’ordine è finalizzato al progresso.

 

Ma come possiamo trovare un ordine giusto? Un ordine che non venga imposto come un nuovo totalitarismo? Un ordine vissuto come libertà.

 

La Società Solida

Il desiderio di ordine ha fatto crescere in Europa i movimenti sovranisti, che promuovono una società solida, basata sulla sovranità nazionale, l’identità nazionale, il nazionalismo e i valori tradizionali. Se, infatti, la democrazia liberale promuove un mondo senza confini, il sovranismo vuole invece chiudere i confini per proteggere un’unità culturale e antropologica.

 

In un’Europa, però, in cui le identità sono in continua mutazione, in cui la globalizzazione è un processo inarrestabile e la libertà di movimento è la norma, appare anacronistico parlare di “nazionalismo”. Il nazionalismo sovranista oltre che anacronistico potrebbe essere pericoloso per l’Europa, dato che rischia di rianimare conflitti dormienti tra popoli e religioni.

 

Anche per quanto riguarda la politica estera, il sovranismo sembra non avere gli strumenti necessari per risolvere le complessità della geopolitica. Se il sovranismo, infatti, si traduce in posizioni di isolazionismo, l’Occidente – in particolare l’Europa – rischia di non avere più alcuna influenza politica internazionale.

 

Per il sovranismo ogni nazione è sovrana di scegliere il proprio sistema di governo e ciascun popolo deve poter risolvere i propri problemi, senza interferenze esterne. Ne consegue che i regimi totalitari, non possono più essere soggetto di sanzioni, perché sovrani di scegliere il loro sistema di governo e di violare liberamente i diritti umani dei propri cittadini.

 

Nel sovranismo, il mondo si trasforma in un ordine multipolare, con diversi poli economici, in cui l’Occidente perde la propria egemonia economica e politica. Il multipolarismo, una volta scomparsa l’influenza occidentale, potrebbe svanire. Nuove potenze, come la Cina, potrebbero emergere e formare un nuovo ordine unipolare, in cui i diritti fondamentali dell’uomo non sono tenuti di conto. Oppure, si potrebbe formare un ordine in cui la Cina è la maggiore potenza economica del XXI secolo, e la Russia, nonostante la sua economia ridotta (ma con molte potenzialità), riesce a sviluppare il suo progetto politico euroasiatico ed esercitare una propria influenza sia in Occidente sia in Oriente.

 

Che Direzione Prendere

In Occidente, la democrazia-liberale e il sovranismo stanno combattendo per affermarsi l’uno sull’altro. O meglio, la democrazia-liberale tenta di sopravvivere per realizzare la profezia della “fine della storia”, mentre il sovranismo vuole imporsi come il nuovo totalitarismo.

 

Entrambe le due ideologie, però, sembrano portare l’Occidente verso il baratro. La democrazia-liberale vuole cancellare l’identità occidentale, mentre il sovranismo desidera portare l’Occidente verso l’isolazionismo, facendogli perdere influenza politica a livello internazionale. Il nazionalismo sovranista inoltre potrebbe risvegliare, come menzionato precedentemente, dei conflitti sulla superiorità di alcune nazioni su altre.

 

Il problema del sovranismo, come ideologia, è che non ha sviluppato un pensiero originale. Il sovranismo si caratterizza soltanto nel suo essere anti-liberale e, come il populismo, si ribella alle élites, promotrici della democrazia-liberale. Pertanto, il sovranismo è costretto ad utilizzare i concetti delle altre due ideologie totalitarie, il comunismo e il fascismo, per combattere le “élites” (l’oppressore) in modo da favorire gli interessi del popolo (l’oppresso) e affermare valori anti-liberali.

 

Per prevenire l’autodistruzione dell’Occidente, è necessario trovare un equilibrio tra società liquida e società solida. La priorità è di costruire una nuova cultura liberale, un metodo che riporti un ordine, in cui i diritti di ogni individuo vengano rispettati, e al contempo in cui l’identità collettiva non sia negata o annullata.

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Economia Geopolitica Politica

Il declino della cooperazione per lo sviluppo

A quattro anni dall’adozione dell’agenda 2030, un piano di azione a favore delle persone, il pianeta e la prosperità, si è ancora lontani dal raggiungerne gli obiettivi, di carattere integrato e indivisibile, nelle sfere economica, sociale e ambientale, accordati in seno alle Nazioni Unite. Il foro annuale di valutazione ha enfatizzato la centralità dell’inclusione, l’empowerment e l’equità, nell’avanzamento dello sviluppo sostenibile, evidenziando ingenti difficoltà all’orizzonte, in primo luogo negli impegni assunti dagli stati membri riguardo alla finanza dello sviluppo.

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Geopolitica Politica

Aiutiamoli (davvero) a casa loro

“Aiutiamoli a casa loro”. Questa frase, semplice e di facile effetto, è nota per esser diventata il principale slogan delle destre sovraniste e populiste, una “soluzione” in pillole da somministrare agli odiatori seriali stile “non passa lo straniero” per dormire sonni tranquilli, barricati in casa a protezione dei confini, armati di pistole cariche di legittima difesa.

Uno slogan che riassume perfettamente la pretesa di una larga parte della politica contemporanea di affrontare problematiche complesse, come quelle legate alla gestione dei flussi migratori, attraverso mere banalizzazioni e semplificazioni, pensieri brevi, pasticche di verità, il tutto condito da rigurgiti di odio sociale, spesso concretizzato in una battaglia tra poveri. Un modus operandi oramai predominante, capace di sbancare le cabine elettorali dalle Alpi alle Madonie.

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Diritto Geopolitica Politica

Le alture del Golan, una scuola di geopolitica

Le alture del Golan sono un altopiano roccioso, a nord-est di Israele, fra i 1.000 e i 1.200 metri di altezza, con una superficie totale di circa 1.800 chilometri quadrati. Delimitate dal monte Hermon a nord, dal fiume Yarmuk a sud, da un suo ramo stagionale e colline degradanti a est, e dal fiume Giordano e dal mare di Galilea a ovest, sono di enorme calibro strategico-militare, in quanto forniscono un ampio dominio visivo su Israele, Siria, Giordania, e Libano. Appartengono de iure alla Siria e de facto a Israele.