Milano chiama Italia. Riflessioni di un’elettrice liberale

La scorsa settimana sono stata invitata ad un incontro organizzato da Vivaio, una delle associazioni civiche più attive e produttive di Milano, madrina, tra le altre, di iniziative di successo come Copernico, EX pop, Scooter Sharing, Seeds and Chips, Awsome Foundation Milano, Smart Cities Against Pollution ecc ecc., per prospettare un eventuale lancio dello stesso format su base nazionale, ma con connotazioni più politiche.

Conoscendo uno dei fondatori e le sue capacità di trasformare visioni in progetti concreti, ho subito accettato con piacere e curiosità.

Presentando il loro lavoro degli ultimi 7 anni, raccontano che lo stesso è consistito in gran parte nella raccolta di idee, nella scelta di quelle migliori e più coraggiose e nel perseguimento senza limitazione alcuna degli obiettivi prefissati, con la partecipazione attiva di tutti i cittadini associati con competenze diverse.

Leggi tutto

Matteucci e il populismo: una sana e attualissima rilettura

Tra i pensatori le cui riflessioni risultano essere maggiormente utili per capire la situazione sociale attuale figura anche un brillante studioso italiano: Nicola Matteucci. Lo scienziato sociale bolognese, infatti, oltre a essere fondamentale per i suoi lavori sul costituzionalismo e su Alexis de Tocqueville, è stato assai importante per mettere a fuoco un fenomeno al giorno d’oggi imperante: l’insorgenza populistica.

Leggi tutto

Se il declino è sempre più in mezzo a noi. Il caso di Radio Radicale

Nel terzo volume che poi andrà a creare Legge, legislazione e libertà, Hayek afferma che «l’uomo non è e non sarà mai il padrone del proprio destino». Rifuggendo le sempre presenti tentazioni costruttivistiche e iper-razionalistiche, il pensatore austriaco voleva evidenziare quanto poco sappiamo – anche qualora provassimo incessantemente a migliorarci – per potere davvero andare al di là della nostra natura fondamentalmente fallibile.

Ciò non significa, come è ben evidente, che non possiamo fare nulla per tenerci stretto quel po’ di progresso che è stato raggiunto mediante esperienze ed esperimenti di molteplici generazioni. In questo senso, purtroppo, lascia davvero esterrefatti la decisione di non rinnovare la convenzione con Radio Radicale da parte del governo e, nella fattispecie, dell’ala pentastellata dello stesso. A proposito di ciò ha scritto Salvatore Merlo su “Il Foglio” del 16 aprile, con un articolo dal reboante ma più che pertinente titolo “Tra i delitti contro la civiltà del M5s ricorderemo anche la chiusura di Radio Radicale”. E come dargli torto. Condannare alla chiusura questo bastione di memorie, sapere e cultura, infatti, equivale a un crimine, giacché non ci si rende conto del prezioso servizio che questa emittente negli anni ha fornito. Molto di più, peraltro, dell’emittente radiotelevisiva nazionale che non si avvicina propriamente a quello che potremmo classificare come servizio di qualità.

Leggi tutto

La XVIII legislatura, dal ddl Pillon al Congresso mondiale delle famiglie. La parità e l’autodeterminazione. Cosa c’è dentro alle nostre istituzioni e dove stiamo andando

Il mese di marzo si chiuderà con una tre giorni che in molti definiscono come di restaurazione. Si terrà a Verona infatti il tredicesimo Congresso mondiale delle famiglie, dal 29 al 31. Attorno a un tavolo a discutere di aborto, di divorzio, di omosessualità, il gotha delle frange più estreme di cattolici e di ultra cattolici. E una destra che più a destra non si può.
Per dirla con le parole di chi raccoglieva adesioni, a novembre scorso “Tra i temi del Congresso ci sono la bellezza del matrimonio, i diritti dei bambini, la donna nella storia, la crescita e il calo demografico, la dignità e la salute delle donne, il divorzio: cause ed effetti. E poiché la maternità surrogata deve diventare un crimine universale il Presidente del Congresso Mondiale (WFC), Brian Brown, ha annunciato che anche questo tema verrà discusso in quella occasione con tutti i presenti”.

Leggi tutto

Soddisfatti e arrabbiati

Dovendo dare un voto alla propria vita gli italiani assegnano un 7 (ma il 41.4% va dall’8 al 10). E per il livello economico? Soddisfatto il 53%, contro il 50.5 del 2017. Le famiglie che si considerano economicamente stabili salgono dal 59.5 del 2017 al 62.5, mentre per l’8.1 i soldi sono di più. Sicché il 59% si dichiara soddisfatto della propria situazione economica, mentre un anno prima era il 57.3. Molto o abbastanza soddisfatto del proprio lavoro il 76.7% (le donne il 77.6, più degli uomini 76.1).

Tutto questo è rilevato dall’Istat nei primi sei mesi del 2018. Quand’è che ci siamo distratti e non ci siamo accorti che gli italiani sono contenti? Come è possibile che una larga maggioranza di soddisfatti poi corra alle urne per cambiare radicalmente gli indirizzi politici del Paese? La spiegazione sta nella distanza fra il personale e il collettivo.

Se si chiede della propria vita personale si risponde avendo in mente le proprie reali capacità economiche, i legami familiari e amicali. Se si chiede dell’Italia si risponde avendo in mente una raffigurazione che, da anni, è continuamente negativa, salvo che nella bocca di chi governa, secondo cui le cose vanno dal bene al meraviglioso. Poco credibile. Insomma: a me le cose vanno benino o bene, ma a noi italiani vanno male.

Un solo dato: nel 1970 il patrimonio medio delle famiglie italiane era pari a 3 volte il reddito annuo, come quelle tedesche; oggi le tedesche sono arrivate a 6 volte, mentre le italiane a 9. Abbiamo un enorme debito pubblico, ma il patrimonio è cresciuto. Il che consente d’essere, contemporaneamente, contenti e arrabbiati. Si pensa che il patrimonio sia cresciuto per merito proprio e il debito per demerito altrui. Attenzione, perché a forza di prendersi in giro il debito non si perde, il resto sì.

Pubblicato da Formiche.net

Scruton, l’anima conservatrice dell’Occidente

Il New Yorker, che pure è un raffinato periodico della sinistra intellettuale americana, ebbe a definire qualche anno fa il conservatore sir Roger Vernon Scruton (nato a Buslingthorpe, in Inghilterra, il 27 febbraio 1944) come “il più influente filosofo contemporaneo”. Ovviamente, è difficile e forse pure errato (sicuramente inutile) mettere su una scala gerarchica i pensatori, anche perché la loro fama dipenderà anche dai posteri e da ciò che leggeranno in ognuno di loro (Hans Georg Gadamer parlava di “storia degli effetti”). Fatto sta che, ad una lettura attenta della sua opera, vasta per quantità di pubblicazioni ma anche per la varietà dei temi affrontati, Scruton può essere definito uno degli ultimi pensatori in senso classico dell’Europa (forse solo Edgar Morin lo uguaglia in questa cifra).

Pensatore classico significa che Scruton ha un solo problema: capire l’uomo, o forse meglio l’uomo della nostra civiltà, in tutti i suoi aspetti. E quindi non può fermarsi di fronte agli steccati delle discipline e non può non unire a una cultura analitica e pregna di senso storico quella capacità di sintesi “enciclopedica” che hanno solo i grandi. I leit motiv del suo pensiero si legano e organizzano quindi con logica conseguenzialità intorno a una serie di temi fondamentali che delineano un tutto organico e una compiuta visione dell’uomo e del mondo. Proprio per la vastità dei temi affrontati, il compito di introdurre al pensiero del filosofo inglese in poche pagine, come si è proposto di fare Luigi Iannone, aveva un che di proibitivo.

Una vera e propria sfida quella dell’autore, il cui risultato è un agile libro che si presenta come una voce di dizionario, si legge facile e che ha preso posto nella raffinata collana di Profili diretta da Gennaro Malgieri per i tipi dell’editore Fergen (pagine 122, euro 10). Lo stesso Malgieri, nell’introduzione al volumetto, definisce Scruton un poligrafo, elencando le sue molteplici attività: filosofo, studioso di estetica e organizzatore culturale, musicologo, giornalista e commentatore di giornali e tv, agricoltore e produttore di vino nella sua fattoria nella campagna inglese (ove organizza anche incontri e seminari). Iannone segue un percorso molto lineare, insistendo sull’importanza, per Scruton, del tema identitario. Su di esso bisogna però intendersi, sia perché l’identità delimita il senso del suo conservatorismo, sia perché essa non è concepita affatto da lui nel senso della chiusura astratta che è propria in questo momento storico di alcuni movimenti politici non solo europei.

Il conservatorismo di Scruton, come quello dei suoi due grandi maestri la cui eredità vuole in qualche modo recuperare (Edmund Burke e Thomas Eliot), è dinamico, attento alle esigenze della civiltà moderna e anche dell’oggi più immediato. Esso pretende solamente che ogni trasformazione si innesti in un terreno di continuità e gradualità e non si ponga come un reset completo e immediato del passato. La Tradizione è infatti un serbatoio di idee, costumi, abitudini di vita e sociali, anche di “senso comune”: in essa l’uomo ha sedimentato la propria esperienza sulla strada dell’adattamento al mondo e quindi della civiltà. Essa non è immutabile, anzi persino esige il cambiamento, ma pretende rispetto. Proprio questa mancanza di rispetto per le origini o per le radici, è stata all’origine di molte delle tragedie dell’età moderna. Ma essa, seppur in altro modo, è presente anche oggi nelle nostre democrazie e segna la crisi della nostra civiltà.

“Una sorta di isteria da ripudio – scrive Scruton – infuria nei circoli europei che creano l’opinione pubblica e prende di mira una ad una le antiche e consolidate abitudini di una civiltà bimillenaria, proponendole o distorcendole in una forma caricaturale che le rende appena riconoscibili”. Quella che si è creata, potremmo dire sulla spinta del razionalismo e dell’illuminismo, è l’oicofobia, come la chiama Scruton, cioè una paura della propria casa, di ciò che va curato e accudito perché trasmessoci dai nostri padri. È in quest’ordine di discorso che si inserisce la rivalutazione da parte di Scruton, in chiave assolutamente democratica, dell’idea di Nazione. Ammesso che “il nazionalismo è un elemento patologico della lealtà nazionale”, il pensatore inglese osserva che storicamente le nostre libertà e la nostra democrazia si sono affermate nella cornice dello stato-nazione. E non è un caso. Le istituzioni liberali e democratiche possono affermarsi solo incarnandosi nel concreto, non in quell’ottica globalista basata su un individuo astratto e spogliato di ogni sua particolarità storica e contingente che è propria delle organizzazioni sovranazionali e della stessa Unione europea così come è venuta prendendo corpo nel corso degli anni. Una politica di libertà, e lo stesso liberismo, può affermarsi, in altre parole, solo se c’è una lealtà di fondo fra i cittadini, e questa può essere data solo da un’appartenenza “che scaturisce dalla cultura, dalla nazione e da Dio”.

Nel Manifesto dei conservatori, che Scruton pubblicò qualche anno fa, sottolinea Iannone, “viene invocato un fronte conservatore lontano da retrive formule revanchiste ma che non receda sul piano delle libertà economiche e del libero mercato. Vale a dire non si reprima in un solipsismo che rasenti il ‘reazionario’ e in una chiusura ad ogni confronti con l’esterno. In una condizione di questo tipo, dove i valori di riferimento vengano ripristinati, sarà pure possibile realizzare l’idea, oggi peregrina, di un liberismo connesso agli Stati nazionali, correlazione che negli scritti scrutoniani ritorna con una certa frequenza”. In effetti, scrive Scruton, lo Stato nazionale è proprio ciò che rende possibile il liberismo in quanto “definisce una fedeltà condivisa ad un luogo, a una storia, ad una lingua e a una rete di legami locali. Solo su questa base, la gente si fiderebbe l’uno dell’altro tanto da permettere quelle libertà che altrimenti potrebbero sembrare minacciose”. Proprio perché sono elementi “spirituali” quelli che per Scruton segnano l’appartenenza e l’identità, ogni accusa di xenofobia o peggio di razzismo è battuta in breccia. L’oicofilia che egli oppone all’oicofobia è anche inclusiva, ma solo nella misura in cui gli altri rispettino le non immutabili tradizioni dei popoli ospitanti.

L’oicofilia significa poi attenzione all’ambiente che si è ereditato, umano e culturale. Proprio perché esso va preservato, non imbalsamato, Scruton si considera ambientalista ed ecologista. Egli ritiene anzi che l’ecologismo sia una di quelle buone cause che il conservatore deve sottrarre alla sinistra, depoliticizzandola e deideologizzandola. “L’ambientalismo –scrive- è la quintessenza della causa conservatrice, l’esempio più vivo nel mondo, come lo conosciamo, di quel partenariato fra i morti, i vivi e i non ancora nati, di cui Burke faceva l’apologia e vedeva come l’archetipo del conservatorismo. Il conservatorismo non vuole portare ad alcuna riforma radicale della società o all’abolizione dei diritti e dei privilegi ricevuti dal passato.

Dunque, l’ambientalismo “non è una vera e propria causa di sinistra”. C’è in effetti, nel nostro autore, la tendenza a depurare da ogni ideologismo, e quindi a includere nella propria visione, molte idee progressiste: il suo è un discorso che tende sempre alla ricerca di una misura e di un equilibro, diciamo pure di un’armonia. Da qui le sue riflessioni si estendono quasi naturalmente al tema della bellezza, che è al centro di una parte importante della sua produzione scientifica. Nelle sue pagine c’è forte la critica alla decadenza del gusto, all’affermarsi del Kitsch o di ciò che è semplicemente funzionale o utilitaristicamente appropriato (come si vede in certa urbanistica). I critici, per pura esigenza di mercato, avvalorano questo gusto, e anche un’idea di bellezza come capriccio e soggettività. Con ciò essi contribuiscono non poco alla distruzione di quei valori spirituali che hanno sempre temperato, nella nostra civiltà, gli interessi materiali. Su valori puramente utilitaristici ha preteso invece di costruirsi la stessa Unione Europea, dicevamo. E questo è stato il motivo che l’ha portata alla crisi attuale.

Si sono rigettate le origini cristiane della nostra civiltà e si è pensato di poter costruire una coesione fra popoli diversi, seppur uniti appunto dal cristianesimo, su basi puramente procedurali e quindi burocratiche e centralizzatrici del potere. Scruton è anglicano, ma qui non fa problema di adesione ad una particolare religione, bensì a quella koiné e a quei valori che il cristianesimo ha trasmesso al nostro mondo. Ciò significa assumere anche un atteggiamento di umiltà e rispetto verso il mondo, consapevoli che “per la maggior parte degli esseri umani la religione è sempre stata l’umiltà davanti al volto della creazione”. “Non si tratta di definire –scrive Iannone- il pessimismo come stile ed essenza del nostro agire ma confidare nelle consuetudini e nelle tradizioni, nei cambiamenti lenti, nell’idea che i limiti posti alla natura non debbano essere sempre e comunque superati e, allo stesso tempo, combattere ‘le false speranze e l’ottimismo senza scrupoli”.

Critico implacabile del multiculturalismo e della mentalità corrente, Scruton, come dicevo, si è molto impegnato nel riformulare, in un’ottica non retriva o reazionaria, alcuni punti dell’ideologia liberal: ad esempio difendendo il femminismo, quando non diventa ideologico e funzionale ad una politica. Particolarmente interessante, e Iannone vi dedica ampio spazio, è considerare come Scruton affronta il problema dei “diritti degli animali”. Ovviamente per lui, titolari di “diritti” possono essere solo gli esseri umani. Ciò però non significa che noi non abbiamo doveri verso di essi: ce li assumiamo nel momento stesso in cui li facciamo dipendere da noi per la loro esistenza. La compassione e la pietà sono importanti sentimenti umani, e così pure il dovere di preservare l’ambiente naturale che ci è stato trasmesso o abbiamo ereditato. Gli animali, come tutto ciò che appartiene alla natura e al creato, vanno rispettati.

Lo stato d’animo, la Stimmung direbbero i tedeschi, con cui porsi di fronte al mondo è, per Scruton, cautamente ottimistica o, se si preferisce, moderatamente pessimistica nella misura in cui è scettica verso le grandi trasformazioni della realtà affidate all’uomo. La speranza, che è stato il valore che ha mosso i progressisti, proprio perché riposta in cose che andavano oltre le umane possibilità, si è spesso convertita in utopie destabilizzatrici della “natura umana” e foriere di tragedie storiche. Come scrive Gennaro Malgieri a proposito di un altro libro recente di Scruton, la raccolta di saggi Confessioni di un eretico, l’obiettivo “politico” che egli si propone, con la sua opera (in ampia parte disponibile in italiano), è “una chiamata a raccolta per una difesa tutt’altro che passiva di una civiltà al tramonto, che non è detto che debba necessariamente morire”. La nostra, europea e occidentale.

Corrado ocone, Il Dubbio 19 gennaio 2019

Le donne, la parità e la torcia della libertà

La notizia è del primo giorno del nuovo anno. In migliaia le donne indiane hanno sfilato a formare una catena umana, per oltre 600 chilometri. È avvenuto nello Stato del Kerala e il gesto ha un sottotitolo che sa di resistenza: “a sostegno dell’uguaglianza di genere“. 

Ma resistere a cosa? Si è trattato di un segnale tangibile, partito appena dopo una sentenza storica della Corte Suprema. I giudici hanno decretato la fine – per le donne tra i 10 e i 50 anni, considerate “impure” – di un divieto antico che impediva loro di entrare nel tempio Sabarimala, luogo sacro agli indù. 

Una decisione certamente rivoluzionaria, contro cui si sono subito schierati i religiosi, in un paese – l’India – che è tristemente noto per far registrare il più alto numero di spose bambine, con il 47% di ragazzine costrette a matrimoni forzati prima di avere compiuto i 18 anni e molte addirittura prima dei 10. I dati elaborati e resi noti da Save the children sono agghiaccianti. 

La reazione degli integralisti è stata violenta, scontri e proteste hanno infuocato molte città della regione. L’accesso al tempio di due delle manifestanti è durato pochi minuti e ha indotto l’autorità religiosa a disporre la chiusura del luogo sacro, per un “rituale di purificazione”, immediatamente dopo aver preteso l’allontanamento delle fedeli.   

Il 2019 inizia adesso, dunque. Davanti a noi mille sfide; per i liberali, come per chi si sente meglio rappresentato da ideologie che tradizione e cuore collocano altrove, in questi giorni la riflessione la detta l’agenda. Ci siamo chiesti cosa stessimo lasciando con l’anno che si è chiuso; da oggi dobbiamo chiederci cosa vogliamo da quello che è appena entrato. 

Le battaglie di civiltà sono terreno aperto, sconfinato. I diritti civili e le libertà sono esigenze che si coniugano insieme, senza separazione. Il pensiero va in quella direzione. Non c’è solo l’India. 

Per le donne non è stato facile pretendere parità e continua a non esserlo, anche in Italia. E se troppo spesso questo è terreno di scontro, in realtà è argine che ci rappresenta tutte, luogo che dovremmo sentirci chiamate a indagare e a cercare di seminare.  

La sfida al momento è di sopravvivenza. La cronaca dice che bisogna che le donne combattano con consapevolezza, una guerra che le sta uccidendo. Il femminismo, in un’accezione che ai più fa storcere il naso, è ciò che evoca un discorso simile; l’eccezione è delle più prevedibili. 

Ma i numeri sono dati e sono fatti. Una vittima ogni due giorni, uccisa dal partner o ex partner; sono oltre un centinaio i femminicidi nel 2018. Il termine per molti è persino scelta linguistica stucchevole e inutile. Diversamente, è necessità di piegare le parole all’urgenza di raccontare un fatto, antico quanto il mondo. 

Ma allargando la lente, l’inquadratura è più ampia e include più scene. Basta però non perdere il fuoco e la nitidezza che è nettezza, certezza dei contorni.  

Il tema del contrasto alla violenza di genere passa ad esempio, come ogni altro, attraverso piani di lettura molteplici. Quello delle parole e del linguaggio, innanzitutto, che è in fondo traduzione del pensiero. E allora si ritorna all’esempio di quel neologismo, scelto per descrivere più di un omicidio  quando la vittima è una donna; un termine in grado di dare conto tanto del sesso degli attori di quella scena del crimine, quanto del movente. Potrebbe citarsi, alla stessa stregua, l’antica querelle sull’uso non sessista della lingua, fronte tuttora assolutamente aperto. 

Fermarsi a riflettere, allora, potrebbe essere necessario; serve oggi più che mai, in un mondo che è interconnesso, peraltro in maniera ossessiva e ininterrotta. È esercizio utile per allenare i sensi all’ascolto critico e arrivare a rintracciarlo, quel pensiero, finalmente al di là dell’espressione. Bisogna sperimentarsi, in un’operazione che strati di reale sedimentatisi negli anni e impastati ad altrettante verità che potremmo definire “usa e getta” hanno reso complessa e a tratti infruttuosa.

Ma pensare è attività del mondo di oggi? 

Un passo più in là lo fa Massimo Recalcati, quando interrogandosi sui limiti e sulla spinta al loro trascendimento, si chiede se il nostro tempo abbia davvero ridotto il pensiero a un mero tabù. Il ragionamento è interessante perché attuale, quando prova a spiegare la violenza. “Quello che più conta oggi non è tanto il pensare quanto l’agire – teorizza lo psicoanalista, in un interessante saggio per Einaudi – Sembra un’evidenza: non è il pensiero a essere la virtù più celebrata, quanto l’agire. Ma quando l’azione si stacca dal pensiero tende ad assumere la forma di un passaggio all’atto, ovvero di una scarica all’esterno di quelle tensioni interne che la vita non riesce a tollerare. Non è forse quello un modello che aiuta a comprendere la spirale di violenza che ci circonda?”.

La domanda aleggia attorno a noi, figli di un presente fatto di forti contrasti, spesso cruenti, e dai contorni sempre più liquidi. Ecco che, talvolta, la risposta può arrivare dall’analisi. Quando “anziché elaborare i conflitti che attraversano la nostra vita individuale e collettiva passiamo a evacuarli direttamente nella realtà attraverso l’atto cruento”, assistiamo alla via breve della violenza  che tenta di sostituire la via lunga del pensiero. Quello esige tempo, l’azione no.  

“Dovunque l’uomo evita di essere toccato da ciò che gli è estraneo”. Entra in gioco un fattore di stallo. Bisognerebbe creare ponti e non muri e, questo, è concetto inconfutabile. I conti si devono fare con la paura. L’ansia che l’altro travalichi i nostri confini completa il quadro, facendo di noi singoli uomini e singole donne, in perfetta solitudine davanti alle proprie battaglie. Soli e troppo spesso in preda a emozioni che non sappiamo penetrare, senza che degenerino in panico che, poi, nemmeno gli artifici della mente o quelli della materia sanno sedare.

Ma alla base del disagio cosa c’è? Se i tabù ci frenano, dovremmo chiederci qual è il nervo scoperto. Se ciascuno di noi provasse a dare una risposta, si potrebbe anche scoprire che il tasto dolente ha a che fare con la libertà. La libertà di essere che è poi, inevitabilmente, anche libertà di dire ciò che si è. Vale per le donne, da millenni certo, ma in fondo non vale solo per loro. 

Ecco che nel mio primo contributo alla Fondazione Luigi Einaudi, la riflessione su pensiero, azione e infine libertà segue un percorso che magari sorprende. E attraversa il tempo, finendo per far grumo attorno alla storia di Jan Palach. 

È di questi giorni, infatti, l’annuncio che la FLE avvia un progetto che è commemorazione, 50 anni dopo. Al centro c’è il  giovane studente il cui sacrificio è simbolo di lotta a ogni forma di repressione. Lo strumento prescelto è quello di un tavolo di studio, il 18 e 19 gennaio, e – a chiudere i lavori – la deposizione di una corona in Piazza San Vencesla, nel giorno dell’anniversario che è quello del suicidio, avvenuto a Praga nel 1969. 

Segnatamente, su quei fatti molto si è scritto. Molto si è elaborato, fino a una lettura estrema che ha persino reso il giovane praghese una delle icone dell’anticomunismo ceco. La traslazione, compiuta sugli altari dell’estrema destra europea, ha poi finito per snaturare quel gesto, del quale se un tratto rimane – al di là del colore e dell’ideologia – è il suo mostrarsi profondamente umano. Per dirla con Recalcati, è gesto che rompe ogni argine e ogni tabù, e insieme ogni senso umano del limite.  

L’intento della Fondazione è chiaro: bisogna riaccendere quella torcia. E allora decidiamoci a illuminare, ancora una volta, il concetto stesso di libertà nella declinazione di Jan Palach, in quella di Benedetto Croce, come in quella delle femministe.   

Per ritornare alle donne di ogni continente, in Italia come in India, l’urgenza è che ci si impegni tutte (e tutti), in uno sforzo quotidiano. Perché l’ansia di essere libere è anelito a cui, proprio noi, non possiamo e non dobbiamo rinunciare. 

L’uomo è padrone del proprio destino?

Incertezza, imprevedibilità, ignoranza, fallibilità. Tutte parole che, udite o lette da un liberale, suonano familiari e per nulla spiacevoli. Anzi, esse fanno intrinsecamente parte della condizione umana e, realisticamente, sono specificità che non possono eliminate, benché vi sia stato qualcuno in passato che ha tentato, con esiti disastrosi, di trascenderle.

In un breve, ma pregnante saggio in uscita sul terzo numero della rivista “Paradoxa”, Sergio Belardinelli riflette sull’idea che, per evitare conseguenze spiacevoli – leggasi ritorno a società chiuse e ammantate di pensiero magico-sacrale-superstizioso –, soprattutto in riferimento a chi si trova oggi nel momento di formazione e maturazione personale – processo che, in fin dei conti, dura tutta la vita – la società dovrebbe riscoprire i caratteri ineliminabile dell’essere umano. «Semplicemente credo – sostiene a ragione il Nostro – che in questo tipo di mondo, almeno finché continueranno a esserci gli uomini, ci sarà sempre un elemento imponderabile di imprevedibilità». La lezione hayekiana rimane, in questo senso, ineludibile. La pretesa di poter travalicare le naturali imperfezioni, i limiti che ci rendono uomini, e non già dei, non possono che essere rigettati con disprezzo. Un conto, infatti, è utilizzare con umiltà i mezzi che il progresso tecnico-scientifico ci mette a disposizione. Si tratta, dunque, di considerarli ragionevolmente come strumenti perfettibili per i nostri scopi e utili al fine di migliorare, poco a poco, il nostro benessere. Altra cosa è, invece, impiegarli in modo fideistico e trattarli alla stregua di fini in sé. E, soprattutto, si tratta di non dare per scontato ciò che si è raggiunto con alacrità e fatica durante questo cammino irto di ostacoli. Alquanto verosimile risulta, non a caso, che a un progresso il quale, come tutti i prodotti umani, risente di precarietà e fragilità, possa seguire una fase di regresso. In altre parole, parafrasando Popper, possiamo dire che il prezzo del progresso conquistato e, in generale, della civiltà è l’eterna vigilanza.

Il filosofo-sociologo marchigiano, inoltre, si focalizza sul concetto di rischio. Come egli riporta, una delle idee che vanno più di moda attualmente è quella secondo la quale vivremmo in una Risikogellschaft, ovvero in una società rischiosa. Sulla scorta di quanto scritto da Frank Knight, il rischio può essere definito come «un’incertezza misurabile». In tal senso, gli strumenti scientifico-tecnologici conquistati possono esserci d’aiuto per prevedere limitatamente, si badi, alcuni fenomeni. Ma non possono in alcun modo imbrigliare la realtà in schemi precostituiti e definiti una volta per tutte, com’è tipico del più gretto determinismo e del più ottuso costruttivismo.

Uno dei fondamenti più grandiosi della modernità e, di conseguenza, comportante un altissimo tasso di onerosità, è il “rischiaramento” delle menti, identificantesi, citando Kant, con «l’uscita dell’essere umano dalla stato di minorità di cui egli stesso è colpevole». Ebbene, se non impiegato in modo umile e modesto, tale principio si trasforma ben presto nella più proterva hybris, conducendo l’uomo all’esiziale concezione che tutto possa essere modificato seguendo un piano intenzionale che dà vita esclusivamente ad esiti prevedibili. Nulla di più sbagliato, e per fortuna. Infatti, proprio l’idea che non possa umanamente esistere una mente superiore e onnisciente ci rende liberi e lascia aperta la nostra esistenza alle sperimentazioni le più varie e soggettivamente stabilite. Con le parole di Hayek, «l’uomo non è e non sarà mai il padrone del proprio destino: la sua stessa ragione progredisce sempre portandolo verso l’ignoto e l’imprevisto, dove egli impara nuove cose».

Tornando, così, al saggio di Belardinelli, questi mette in luce come ormai si sovrappongano e, quindi, si confondano incertezza e rischio. Si pensa che l’uomo possa in definitiva tutto controllare e, in tal modo, si opera con presunzione come se la vita e gli eventi siano pure marionette. Logicamente, se ogni cosa è controllabile, calcolabile e manipolabile, il concetto di incertezza viene (apparentemente) spazzato via e sostituito da quello di rischio. Ma il rischio altro non è che il prezzo da pagare per l’esercizio della libertà individuale dovuta, quest’ultima, all’impossibilità gnoseologica che esista una mente sovrumana che tutto sa e tutto dispone. «La società odierna è rischiosa soprattutto perché un sempre maggior numero di eventi dipende dalle nostre scelte, dal nostro potere e dalla nostra libertà», cioè a dire che il tasso di rischiosità odierno è l’altra faccia della medaglia della libertà di cui oggi possiamo godere. Libertà che si accompagna, di necessità, alla responsabilità che si deve sostenere per l’esercizio di scelte individualmente decise. In passato, la fallace credenza che l’esistenza fosse più certa e sicura era per l’appunto un’illusione. Molto semplicemente, ridotto era il rischio, giacché minore era la libertà di scelta e, di conseguenza, più bassi i costi cui si andava incontro. Tuttavia, l’incertezza era, e rimane oggi, la medesima.

Per concludere, è oggi più che mai necessario educare all’incertezza – che è il titolo, non a caso, del saggio dello studioso marchigiano – in quanto, solo tornando consapevoli dei tratti imperfetti e peculiari della natura umana, si possono evitare fraintendimenti perniciosi e tentazioni reazionarie e di chiusura nei confronti della società aperta, come se l’incertezza possa essere estirpata dal nostro mondo. Se crescono i rischi, infatti, è «perché crescono in qualche modo le nostre conoscenze e la nostra libertà». E, pertanto, citando ancora una volta Hayek, «libertà non significa che l’individuo ha nello stesso tempo la possibilità e l’onere della scelta; significa anche che deve subire le conseguenze delle proprie azioni». Una società libera è normale che sia rischiosa. Se ci trovassimo in una società priva di rischi, è probabile che ci troveremmo in una società priva di libertà, ma con la sempre presente incertezza che ci contraddistingue in quanto essere umani.

Il principio di tutte le cose? L’Aperol

Io devo confessarvi che mi sta sul cazzo praticamente tutto e sono infastidito da tutto. Siamo in una di quelle situazioni che si dicono di merda, in cui ci metti cinque minuti a distruggere ciò che è stato fatto in cinquant’anni. Ma che ci posso fare? Niente. Così hanno voluto gli italiani, così ha voluto la mia generazione che è fatta di gente fraccomoda che osanna i diritti e odia i doveri e peggio è fatta la generazione successiva che ritiene che lo Stato sia come l’albero che il Gatto e la Volpe dissero a Pinocchio che sarebbe spuntato al campo dei miracoli nella città Acchiappacitrulli se il burattino avesse interrato le sue quattro monete d’oro. I finti dibattiti televisivi, gli articoli arruffati, la propaganda infinita, la cialtroneria e l’ignoranza ostentate senza vergogna, tutto mi mette di malumore e mi dà un senso di nausea fino ai conati di vomito. Non avrei mai immaginato che le condizioni morali e intellettuali del tempo italiano mi avrebbero gettato in questo sconforto che una volta sarebbe passato con una risata liberatoria e ora, invece, sembra uno stato d’animo permanente subìto senza via d’uscita per mancanza di un avversario decente.

È come se il mondo fosse impazzito e tutti gli adolescenti, i ragazzini, i fanciulli, i bulli fossero scappati di casa a prendere i posti lasciati vacanti dagli adulti. Ormai ognuno può fare e dire ciò che gli pare perché le parole e il pensiero sono state svincolate dal principio di non contraddizione, mentre le intenzioni e le azioni possono fare a meno delle condizioni date e dell’obbligo di produzione. L’altro giorno, in un momento in cui il malumore mi dava un po’ di tregua, si parlava con un giovane studente di filosofia greca e di quello strano principio – l’arché – dal quale i grandi disoccupati della storia antica facevano discendere tutte le cose. Secondo Anassimandro l’Apeiron, ossia l’illimitato, è il principio di tutte le cose limitate che si manifestano nella nostra esperienza. Il ragazzo, alle prime armi negli studi della vita spericolata, mi ha detto che secondo Anassimadro il principio di tutte le cose è l’Aperol. Non ci avevo mai pensato ma una lettura alcolica della storia della conoscenza potrebbe essere più corrispondente alla verità. Senz’altro ci darebbe la possibilità di capire meglio questa Italia in cui la filosofia sarebbe il proprio tempo appreso con un Campari e un Punt e Mes nell’happy hour dell’orrida Apericena.

È probabile che abbiate lasciato la lettura di questo articolo, scritto con il fegato più che con la testa, al terzo rigo. Avete fatto bene. Ma allora per chi cazzo sto scrivendo? Per me stesso. Siate fedeli alla massima caustica di Karl Kraus: “Ma dove troverò mai il tempo per non leggere tante cose?”. Purtroppo, abbiamo esagerato. E non perché non si legga più ma per due altri motivi: perché non si sa più leggere e perché, non sapendo più leggere, si leggono solo cose che sono già morte prima di nascere. Edmondo Berselli prima di morire, in quella sua breve vita in cui riuscì a mettere da parte tante cose che ci sono utili se sapessimo ancora leggere, diceva che gli piaceva tutto ciò che era popolare e, quindi, il calcio, le canzonette, il cinema e si spingeva a dire che difficilmente il popolo sbaglia; invece – aggiungeva – la sinistra non pensa al popolo, bensì ai miti popolari: a Benigni a Baricco, ai totem culturali delle professoresse democratiche.

Io devo confessarvi che mi sta sul cazzo praticamente tutto ma non è il caso di farne un dramma, meglio ridere su questa Italia da piangere. Happy hour.

Fenomenologia di Diego Fusaro, l’accusatore del “liberismo turbo-capitalista”

A margine delle dichiarazioni, a sicuro effetto mediatico, della fidanzata del filosofo Diego Fusaro sulle abitudini sessuali dell’illustre promesso sposo, è in corso una polemica fra lo stesso filosofo e il giornalista di Libero Giovanni Sallusti. Premetto che sono amico di entrambi i giovani contendenti, nonostante il rapporto con Fusaro col tempo si sia alquanto raffreddato, mentre quello con Sallusti, facilitato forse dalla concordanza di vedute etico-politiche, si è consolidato.

Nonostante ciò, l’articolo di Sallusti, a cui oggi Fusaro risponde online, non mi ha convinto. Non perché – resti beninteso – anche io non creda che il filosofo torinese non vada aspramente criticato per le sue idee per i suoi comportamenti, ma perché l’impianto dato da Sallusti alla sua critica non funziona. Fusaro, infatti, è tutto fuorché incompetente: anzi, quando io l’ho conosciuto una decina di anni fa, era uno dei più brillanti giovani filosofi della sua generazione, autore di libri seri e patrocinatore di interessanti attività culturali. Senonché, a un certo punto, sicuramente per ambizione e voglia di emergere, egli ha compreso che oggi c’è poca speranza per un giovane studioso di filosofia, per quanto bravo, di arrivare ad avere un ruolo pubblico o di intraprendere una dignitosa carriera accademica senza particolari appoggi.

Ecco allora che il nostro, con lampo di genio, da filosofo serio si è trasformato in “animale mediatico”, quasi uomo di spettacolo e di intrattenimento pronto all’uso per un giornalismo d’accatto e per i talk show televisivi. Su questo nuovo terreno di gioco, egli ha capito che oggi non c’è spazio per la filosofia ma che, invece, ce n’è per il filosofo come personaggio.

Fusaro è pronto ad esagerare le proprie idee, a venderle sotto forma di slogan (meglio se incomprensibili ai più, o senza significato), prendersi elogi e insulti in egual misura (secondo la regola fondamentale della società dello spettacolo, sintetizzabile nell’espressione: “Parlarne bene o parlarne male non importa, purché se ne parli”).

Va poi aggiunto che Fusaro, allievo di Costanzo Preve, ha una formazione marxista: elemento che, nella sua nuova veste, lo agevola ancor più. Non dimentichiamo che il pubblico medio dei talk show ha una cultura d’accatto, che si rifà ai canoni marxisteggianti tardo-sessantottini della lotta alle ingiustizie, al Capitale, al “sistema”. E queste persone, pur essendo perlopiù di estrazione piccolo o medio borghese, amano essere continuamente rassicurati e compiaciuti del fatto di essere dalla “parte giusta” (forse in ricordo di tratti esistenziali legati alla loro giovinezza, per necessità accantonati).

Fusaro è molto bravo nel rispondere a queste esigenze e non esita mai a ricondurre ogni nefandezza del mondo al trionfante “liberismo turbo-capitalista” (che è uno di quei concetti astratti o generali di cui parlava l’economista e sociologo Friedrich von Hayek ma che, in fin dei conti, non significa nulla). Nella migliore dell’ipotesi, la sua è un’elitista operazione di smascheramento delle dinamiche della società dello spettacolo, o meglio della cultura e delle politiche spettacolarizzate. Nella peggiore delle visioni, un consapevole opportunismo fatto alle spalle dei tanti “ingenui” che costituiscono il “pubblico” di cui la comunicazione spettacolarizzata ha bisogno.