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Pandemia Coronavirus – La vera sfida: disegnare il domani | tre proposte d’azione concreta

La pesante emergenza con la quale tutti noi ci stiamo confrontando pone nell’immediato problemi di ordine medico, logistico e organizzativo indubbiamente ardui da affrontare e tuttavia solo esempi minori di ciò che attende Governi, sistemi economici e comunità nel prossimo futuro, quando la crisi sarà superata e si dovrà iniziare la fase della ripresa.
Più volte ascoltiamo in questi giorni commentatori, Amministratori ed esperti – forse troppi – lanciare lo slogan “nulla sarà come prima”. Ciò è indubbiamente vero, ma i cambiamenti devono essere orientati e per quanto possibile controllati per evitare che travolgano la società come oggi la conosciamo, lasciando sul terreno persino più vittime di quelle causate dal morbo.Il momento è indubbiamente delicato e non solo per l’insorgere della pandemia, di per sé sufficiente a porre sotto stress sistemi già in affanno, ma pure perché il suo manifestarsi coincide con altri fenomeni di portata epocale: stravolgimenti ambientali, pressione demografica, rivoluzione tecnologica, globalizzazione dei circuiti finanziari, competizione tra potenze geo-politiche, e altri ancora se ne potrebbero elencare.
La reazione deve essere improntata pertanto a pragmatismo e capacità d’intervento a più livelli, innanzitutto nell’intento di evitare il collasso del tessuto sociale ed economico esistente, per porre poi le basi per una sua più profonda ristrutturazione.
Le propongo di seguito tre tra questi interventi, a valere quali esempi di un nuovo modo di vedere e immaginare il mondo che verrà, dalla macro alla nano-dimensione.
La prima linea d’azione prefigura l’introduzione di uno strumento d’intervento rapido in campo economico.
È di questi giorni il naufragio del Consiglio Europeo che avrebbe dovuto trovare una risposta comune alla recessione, a rischio complicazione in depressione, in graduale propagazione nel Continente. L’emergenza ha semplicemente fatto emergere visioni e valutazioni divergenti sulle dinamiche di governo della finanza pubblica da tempo consolidate.
Qualche soluzione verrà, ma la sensazione è si tratterà di un compromesso abborracciato.
I riflessi tuttavia non sono stati unicamente negativi.
In effetti, si è posto grande accento sulla spaccatura tra Olanda, Germania e altri Paesi del Nord, da un lato, e Italia, Francia, Spagna, dall’altro. Non si è invece sottolineata con altrettanta enfasi la convergenza maturata tra alcuni Paesi mediterranei, Italia in testa, e Portogallo, Belgio, Lussemburgo e Irlanda.
Eppure, il raggruppamento di nove Stati membri, uniti nella richiesta di attivare i Coronabond, se non addirittura gli Eurobond, rappresenta in termini economici, politici e demografici una comunità nella comunità.
Si potrebbe ripartire da qui.
A questi Paesi, a noi vicini anche empaticamente nell’impegno ad intervenire, potrebbe essere avanzata la proposta per la creazione di una Cooperazione Rafforzata in campo economico-finanziario – possibilità prevista dai Trattati UE – da implementarsi con la sponda operativa della Banca Europea degli Investimenti, sinora tenuta ingiustamente in scarsa considerazione, essendo l’attenzione polarizzata sulla BCE.

Una modesta dotazione individuale da parte dei singoli Stati Membri aderenti consentirebbe invece la creazione di un plafond di risorse che, integrato da una corrispondente dotazione BEI, potrebbe essere utilizzato quale controgaranzia per un fondo assicurativo a favore delle piccole e micro-imprese europee.
Grazie al Fondo e alle già esistenti convenzioni bancarie tra BEI e intermediari nazionali, i richiedenti –commercianti, piccoli artigiani, start-up e persino professionisti – potrebbero sottoscrive una semplice polizza assicurativa, versare un minimo premio e accedere immediatamente ad una linea di finanziamento senza garanzie reali, erogata a prescindere da rating e dati contabili e di bilancio, inevitabilmente dissestati a causa della situazione contingente. Moratoria iniziale, tassi agevolati (persino tasso-zero) e personalizzazione delle formule di rientro potrebbero completare lo strumento.
L’intervento tecnico, sostanzialmente riproducente il meccanismo alla base dei consorzi di garanzia che ben conosciamo, potrebbe apparire grezzo, ma la sua portata sul territorio sarebbe di immediato e visibile impatto.
Non dovrebbe sfuggire poi la portata politica di un tale gesto di reazione tangibile tra Stati Membri solidali tra loro, a provocare una reazione sistemica in un momento in cui l’impasse dei Partner europei rende ancora più drammatico il momento che stiamo vivendo.

Il secondo intervento interessa un livello decisamente più nazionale.
Nei paesi occidentali – si noti, non in Cina o in altri Paesi asiatici – la crisi del coronavirus è stata prima di tutto un default dei sistemi sanitari esistenti. Emblematica in tal senso la débâcle della sanità lombarda, passata nel giro di poche settimane da un’immagine di eccellenza globale a disarmanti scene di isteria collettiva e sbandamento organizzativo. Asimmetrie decisionali, errori nell’allocazione delle risorse, ritardi e inefficienze nelle risposte dei presidi, scambi di reciproche accuse sull’inadeguatezza nella catena degli approvvigionamenti di uomini, materiali ed attrezzature hanno richiamato ai più le cronache della disfatta di Caporetto, vicenda storica che si ripresenta a cento anni di distanza a ferire nuovamente la memoria collettiva, lasciando cicatrici difficili da eliminare.
Ad un’analisi oggettiva, non sfugge peraltro l’analoga vicenda della sanità spagnola.
Entrambi i sistemi, quello spagnolo e quello italiano, poggiano su fondamenta di marcato decentramento, con i poteri gestionali del servizio e della sua strutturazione sul territorio affidati alle Regioni. In Francia, Germania e persino Regno Unito – al di là delle scelte di carattere politico adottate – il Servizio dipendente dal centro ha risposto meglio. Molto meglio.
Sarà opportuno prenderne atto, ripensando all’opportunità di rivedere la distribuzione di poteri e risorse, in un quadro che a tutta evidenza pone e riproporrà in futuro pressioni di natura sovra-regionale e sovra-nazionale ben diverse dalla gestione delle liste d’attesa o dei programmi di cura di routine. I primi segnali ci sono, pare opportuno insistere su questo tema.
Infine, un piano d’azione nano, destinato però ad incidere – assieme ad altre rivoluzioni appena accennate in questi giorni – sulla nostra vita quotidiana.
L’emergenza ci ha tutti confinati in casa. Ci siamo ritrovati fisicamente concentrati nella più piccola dimensione di comunità che si possa immaginare, quella della famiglia. Anzi, per alcuni si è trattato di una scala ancora inferiore, quella dell’individuo. A queste unità, in particolare a quelle calate in scenari urbani, ma non solo, ci si deve indirizzare con un programma mirato di sostegni volto a promuovere forme – già sperimentate – di minimo sostentamento alimentare. Lo slogan “restate a casa” non fornisce, lo si è visto bene in questi giorni, una risposta alle esigenze di sopravvivenza delle famiglie e, almeno in Italia, non è stato possibile organizzare una distribuzione porta a porta di cibo.
Nel giro di un mese, abbiamo visto entrare in crisi la filiera agricola globale.
Si dovrebbe dunque ripartire dall’individuo, per ideare e poi diffondere capillarmente il modello delle colture di prossimità, ripensate e reinventate, calandolo a livello di singolo condominio e persino di singola unità familiare. Le più avanzate tecnologie possono consentire la realizzazione di nano-unità di produzione ad altissima resa con un minimo dispendio di risorse, energia, acqua e fertilizzanti biologici.

L’indotto generato e gli effetti prodotti – che non escludono la possibilità di una rivendita su mercati di micro-dimensione – disegna nuovi concept di micro-azienda.
L’idea può far sorridere, ma è meno ingenua di quel che potrebbe sembrare.
Consente di attuare infatti un modello di valorizzazione del potenziale racchiuso nelle famiglie, a sua volta motore di un più ampio ridisegno dei servizi alla persona che sarà tra le eredità più tangibili della crisi in atto, in una logica che comprenderà il crescente ricorso al telelavoro, all’educazione a distanza, allo shopping online e, last but not least, alla telemedicina.
La famiglia, il suo nucleo più intimo e vitale, ritorna al centro dei mega-sistemi.
Tutto ciò avrà il potere di riplasmare persino l’ambiente fisico che ci circonda, ad incominciare appunto

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Guanti come simbolo di libertà

L’insofferenza tutta italiana nel restare a casa è la testimonianza di un popolo che nei decenni, probabilmente a causa di ideologie e post-ideologie figlie del cosiddetto pensiero debole, ha progressivamente perso la tempra di una comunità di destino. Gli italiani si inebriano in flash mob alla finestra quale surrogato di una socialità perduta che è tutt’altro rispetto all’essere popolo: a dettare le regole della socialità 4.0 da riprendere e consumare sui social è, semmai, più l’impotenza nel non poter fare l’apericena delle diciannove. La coscienza nazionale imporrebbe altre riflessioni a tutti. E anche se, almeno per una volta, il Tricolore non viene sventolato per le speranze calcistiche degli azzurri, è questo un magro bottino rispetto all’essere Nazione e anche all’essere sinceramente comunità.

Eppure, basterebbe la lezione che ormai diversi decenni or sono ci diedero i Piccolo di Calanovella per farci riflettere e ricordarci come l’esser isolati può costituire tutt’altro che chiusura, ma occasione per ripensare il mondo contemporaneo secondo geometrie diverse, direttrici esistenziali di un tempo altro, che vanno al di là dello stesso divenire temporale.

Sì, perché i tre fratelli Lucio, Casimiro e Giovanna Piccolo si isolarono dal mondo per vivere la loro esistenza a Villa Piccolo, nella dimora di famiglia che si trova sulle colline che sovrastano la Piana di Capo d’Orlando. Fu La Madre Teresa Mastrogiovanni Tasca Filangeri di Cutò a decidere il destino di tutti, quando nel 1932, a causa della crisi economica e non solo che investiva l’aristocrazia palermitana, decise di abbandonare per sempre Palermo e confinare se stessa e i tre figli in quella radura isolata alle porte dei Nebrodi.

Eppure l’isolamento dei Piccolo di Calanovella è ben diverso da quello nostro e dei nostri contemporanei italici o italioti, perchè nonostante le loro uscite dalla Villa fossero rare, non vi fu sofferenza in quella scelta. Anzi, fu quella la molla che diede la spinta necessaria affinché le esistenze dei tre rampolli di casa Piccolo diventassero tutt’uno con l’arte: Lucio, poeta, in quella villa concepì versi di bellezza assoluta che non sfuggirono a Eugenio Montale. Casimiro inventò il genere degli acquerelli magici che lo rendono ancora oggi pittore unico nel panorama siciliano e italiano del Novecento e Giovanna (nome di battesimo Agata Giovanna), attorniata da uno stuolo di giardinieri, realizzò meravigliose creazioni botaniche con piante rare, i cui segni ancora oggi sono presenti nei giardini della Villa.

E non fu un caso se quella stessa solitudine della Villa fu scelta anche da Giuseppe Tomasi di Lampedusa, cugino dei Piccolo, che soggiornò spesso nella dimora orlandina, luogo che gli permetteva di ritrovarsi e ricevere spunti formidabili per quello che sarebbe divenuto il romanzo più importante della storia letteraria italiana.

La solitudine non, perciò, come isolamento e detenzione, ma quale possibilità di un ascolto più profondo di se stessi e di uno sguardo più ampio verso il mondo, le sue mode, il suo frenetico andare, ma da un punto di vista distinto e non distante. Presente anzi più che mai nella contemporaneità, per osservarne l’anima e l’essenza più profonda. Ecco perché i Piccolo sono oggi attualissimi, in un’epoca in cui tutti siamo chiamati a restare nelle nostre abitazioni per evitare il propagarsi di un virus sconosciuto.

In ciò ci vengono in soccorso i guanti di Casimiro, sì proprio i guanti bianchi che il Barone di Calanovella indossava sempre, come a mantenere un solco tra se stesso e il mondo del divenire. E noi oggi che i guanti dobbiamo indossarli per forza quando usciamo da casa, siamo solo un pallido riflesso di quella sapienza. I guanti bianchi del Barone, infatti, sono tutt’altro che fobia, bensì la volontà di preservare qualcosa di sacro da influenze estranee. Ciò mediante i terminali più evidenti, le proprie mani, strumenti di lavoro per chi come lui armava pennelli e macchine fotografiche. Che per un’artista come Casimiro erano alla stregua di oggetti sacri e dunque, da non insozzare con ciò che attiene a piani meno elevati.  Ma i guanti bianchi sono anche segno di purezza, poiché attraverso il tocco, ciò che attiene a una dimensione assoluta non abbia ad esser compromesso a contatto con un mondo sempre più basso: guanti come simbolo di libertà, dunque, non di coercizione, espressione una influenza sottile che arriva fino coloro che sono chiamati a preservarla e portarla innanzi. Oltre il tempo presente.

E poco male se Casimiro e d’altronde anche i suoi fratelli, preferivano un dialogo con l’Assoluto e le sue forme rispetto alle moltitudini e alle folle. La risposta sta nell’arte stessa, nella magia che unisce questo e l’altro mondo in un unico afflato ora poetico, ora botanico, ora pittorico. Le descrizioni in rima di Lucio Piccolo e le riproduzioni su tela o carta degli spiriti elementali di Casimiro ne sono, d’altronde, la rappresentazione paradigmatica.

In ciò la solitudine rappresenta l’occasione che i Piccolo hanno avuto per incastonare le loro vite nell’immortale fluire cosmico. E del resto, vita e morte all’interno della Villa erano e sono un tutt’uno: non v’è dicotomia, ma un’unica solidale dimensione, nella quale ciò che è e ciò che appare non sempre attengono a quel che oltre 250 anni di post illuminismo rifiuterebbe di ammettere, per cantare un improbabile trionfo del razionale e del banalmente materiale.

Sub specie Aeternitatis potrebbe dirsi a suggellare un patto tra uomini e Dei che va oltre il tempo e lo spazio e perciò, oltrepassa gli stretti limiti di un appartamento, di una casa, di una villa, e finanche del mondo intero.

Per questo, restar nelle proprie abitazioni non è mica una detenzione, ma – per pochi, pochissimi forse – in ciò risiede una possibilità di ritrovare una strada ancora non del tutto cancellata dall’ipocrisia dei tempi ultimi.

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La fattoria degli animali

Gli studenti italiani fanno fatica a capire un testo di media lunghezza, secondo un’indagine dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), realizzata con cadenza triennale, e che nell’ultima edizione ha valutato il livello degli studenti di 79 economie partecipanti.  In Italia sono stati coinvolti quasi 12 mila iscritti al secondo anno di licei, istituti tecnici e professionali – rappresentativi di una popolazione di oltre mezzo milione, i quali si sono posizionati al di sotto della media in lettura, competenza chiave della cittadinanza, con una prestazione che dal 2012 tende a peggiorare.  Inoltre, uno scarno 5 per cento si è collocato nella fascia elevata, a fronte di una percentuale Ocse del 9 per cento.

La prova mirava a scandagliare come si muovono sul web i ragazzi della cosiddetta generazione Z.  Richiedeva di isolare dati fondamentali e vagliarne l’attendibilità.  Al tempo delle fake news, l’intenzione è quella di identificare le capacità di cui sono dotati per discernere un’informazione autentica da una farlocca.  I risultati sono desolanti su scala globale: uno studente su dieci è in grado di districarsi tra realtà e invenzione.  Nel nostro paese, la percentuale è doppia in negativo: uno studente su venti non cade nella trappola delle notizie fasulle.  Gli adolescenti annaspano, quindi, nel trovare quello che cercano in rete, afferrare il significato di uno scritto, e rielaborare conoscenze per applicarle a un problema inedito.  La spesa per l’istruzione, invece, è in calo da oltre dieci anni.

La povertà educativa è un’emergenza nazionale, causa e conseguenza del tramandarsi da genitori a figli di forti disuguaglianze sociali, in un quadro di scarsa mobilità intergenerazionale.  L’Italia è anche l’ultimo paese Ocse riguardo alla comprensione del testo in età adulta.  Il 28 per cento degli italiani è in grado di intendere solo frasi brevi, non è in grado di leggere in modo proficuo un giornale o captare i messaggi di un telegiornale, pur se vota alle elezioni o ai referendum.  L’inabilità di cogliere la complessità dei fenomeni si accompagna con il conformarsi a spiegazioni semplicistiche della realtà, un vero e proprio rischio per la qualità delle scelte strategiche individuali e la democrazia.

Hannah Arendt scrive nella sua opera “Le Origini del Totalitarismo” che il soggetto ideale per i regimi non è l’individuo convinto di una qualsivoglia ideologia, ma quello per cui è decaduta la distinzione tra il vero e il falso.  Nell’orizzonte politico e culturale odierno, potremmo aggiungere che la perdita di un senso condiviso è il fattore preminente della proliferazione di tribalismi e trinceramenti che alimentano l’impossibilità di comunicare oltre l’autoreferenzialità.  Questa sostituzione della ragione con l’emozione corrode il linguaggio e svaluta la verità.

Dizionari di idiomi diversi hanno accolto l’espressione post-verità.  Il Washington Post ha calcolato che, durante il primo anno del suo mandato, Donald Trump ha rilasciato 2.140 dichiarazioni che contenevano imposture o equivoci, con una stima di 5.9 al giorno.  Non si tratta, tuttavia, unicamente di notizie false, ma anche di scienze errate, fabbricate per esempio dai negazionisti del cambio climatico o da quanti si oppongono ai vaccini, o di storia mistificata da coloro i quali negano l’olocausto o giustificano la supremazia bianca.  Le affermazioni menzognere sulla relazione finanziaria fra il Regno Unito e l’Unione Europea hanno contribuito a orientare il voto in direzione della Brexit.

Con “La Fattoria degli Animali”, George Orwell ha descritto come il disprezzo dei fatti, o la loro distorsione organizzata, renda le persone facili prede per aspiranti autocrati, privi di scrupoli, che compensano con l’eloquenza una certa mancanza di intelligenza, e i loro propagandisti che parlano per omissioni, facendo leva su rancori e illusioni.  Come si difenderanno le nuove generazioni dai Napoleon e gli Squealer orwelliani è un dilemma, quando sembrano invece essere la materia più fertile per i populismi e i fondamentalismi che si sono affacciati in Europa e nel mondo.  Gli avvenimenti hanno bisogno di testimoni per essere collocati in luoghi sicuri della storia, in sostanza si devono basare sulla conoscenza e la memoria.  Il compito è un’impresa collettiva, eroica in senso etico.  Ne abbiano la forza e se ne assumano la responsabilità i maestri, gli intellettuali, gli artisti, e i politici di buona volontà.  Se ce ne saranno, non tutto è perduto.

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Venezia

La provocazione. Nel 1996 pubblicai questa foto sulla rivista Antiqua di Archeoclub d’Italia per richiamare alla memoria l’immane tragedia che trenta anni prima, il 4 novembre 1966, aveva duramente colpito al cuore il Paese in quella che è la sua ricchezza, ovvero la unicità e la bellezza di Venezia, sommersa da una massa d’acqua distruttrice mai vista prima di allora e Firenze, che nello stesso giorno, fu invasa e stravolta da acqua e fango dallo straripamento dell’Arno. Giunsero aiuti da tutto il mondo, grazie all’UNESCO, e vennero lanciate campagne di sensibilizzazione per preservare lo straordinario patrimonio storico artistico danneggiato da quella terribile alluvione che interessò buona parte del paese e che destò grande commozione nel mondo intero.

Con la foto provocatoria che alludeva alla possibilità che il Palazzo dei Dogi potesse un giorno scomparire sotto le acque del mare, tentai di sollecitare le sopite attenzioni delle istituzioni sul grave ed incombente rischio cui era esposto il patrimonio artistico di Venezia, divenuta sempre più fragile e indifesa. I più erano convinti che il progetto Mose, avviato da qualche anno, avrebbe sottratto la città ad ogni futuro pericolo di inondazione. Tutte le risorse finanziarie disponibili, sei miliardi di Euro, sono state concentrate, in questi decenni,  sulla sua costruzione, assorbendo finanche quelle destinate alla manutenzione della città.  Ed è stato un errore gravissimo, atteso che la Repubblica di Venezia è riuscita per secoli ad assicurare il pieno equilibrio tra la città e le acque alte, facendo della manutenzione dei canali, l’unica vera arma contro le inondazioni distruttive. Il Mose non è stato completato nei tempi previsti. E la città, priva di ogni forma di difesa, si è trovata esposta nella giornata di ieri, ad una nuova distruttiva inondazione. La furia dell’acqua, che ha superato il metro e 80 di altezza, ha invaso e danneggiato edifici pubblici e privati, mettendo ancora una volta a dura prova l’integrità e la staticità del suo patrimonio artistico e architettonico. Nella imminenza della tragedia, l’informazione nazionale, come è ormai prassi consolidata, si è  concentrata sulla rievocazione del malaffare che ha governato per quaranta anni la costruzione del Mose, sulla ricerca delle responsabilità politiche e amministrative, sulle tangenti pagate e gli arresti eccellenti. Il dibattito è ora incentrato sulla convenienza o meno di portare a compimento il Mose. Ma non ci si interroga sulle cause che hanno provocato l’ennesima tragica inondazione e sulla mancanza di iniziative passate e future che dovrebbero favorire la messa in sicurezza della città e soprattutto del suo patrimonio artistico, giunto allo sfinimento.

Abbiamo abusato per decenni della Laguna di Venezia in maniera insostenibile, favorendo l’acqua alta, l’inquinamento, la rottura degli argini, il passaggio delle grandi navi da crociera e continuiamo imperterriti a discutere sempre e solo nei momenti di emergenza, a reagire in emergenza, privi di idee e adeguati piani di intervento. Non possiamo permetterci di attendere ancora tre o quattro anni per la costruzione del Mose e restare inermi in attesa di un’altra drammatica marea distruttrice. Bisogna pretendere un piano di messa in sicurezza del patrimonio più a rischio. Con assoluta urgenza.

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La volontà popolare, ovvero dell’eterna finzione per abbattere le sfumature liberali della democrazia

La più emblematica cifra della politica contemporanea è l’appello costante, esasperante, martellante al popolo. Del resto, si dirà, semplificando e anche un po’ banalizzando, non è forse la democrazia quella forma di regime politico in cui è il popolo a essere sovrano e, pertanto, spetta a lui decidere su tutto? Da sempre questo è l’argomento su cui si fa leva, in definitiva, per limitare la libertà individuale. Evidentemente, dacché le masse sono entrate in politica e si è così verificata quella che Mannheim chiamava la “democratizzazione fondamentale”, non si può evitare di includerle direttamente nel campo della politica.

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Fine vita e Dj Fabo: la Chiesa perde il pelo ma non il vizio

Il 25 Settembre 2019, la Corte Costituzionale si è pronunciata sull’aiuto al suicidio, ritenendo, in attesa di un indispensabile intervento del legislatore “non punibile ai sensi dell’articolo 580 del codice penale, a determinate condizioni, chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile”.

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Perché parlare ancora di semplicismo e dis-intermediazione

Tra i protagonisti dell’ultimo raduno di Pontida non è di certo passato inosservato lo slogan, gigantesco, che campeggiava sul palco: “La forza di essere liberi”; parole, francamente, scontate.

La banalizzazione del linguaggio politico non è certo problema recente e si può dire, anzi, che tale processo avanzi imperterrito già all’indomani di tangentopoli. Si parla sommariamente di “semplicismo”, vale a dire quella tendenza a voler necessariamente appiattire il superamento di un problema in ciò che sembrerebbe essere la sua stessa risoluzione – “non ci sono più soldi? stampiamone di più”; “ci sono troppi migranti? che si respingano” e via discorrendo – ignorando, più o meno consapevolmente, i vari motivi per i quali un problema è, per l’appunto, tale.

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Se un orso ci ricorda il valore della libertà

Il tema della libertà, della sua essenza e delle sue limitazioni, costituisce una questione annosa e mai conclusa. D’altronde, i continui cambiamenti, il mutare delle condizioni delle nostre società pongono in essere il costante dibattito su di essa, in particolare sui pericoli che essa può correre, sia a causa di tradizionali agenti “invasivi”, su tutti il potere pubblico (leggi: dispositivo statale), sia dovuti ai nuovi mezzi tecnologici che ci fanno interrogare tanto sulle straordinarie nuove opportunità che essi ci forniscono, quanto sui rischi che possono arrecare alla nostra libera azione individuale.

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La tutela dell’ambiente. Una scelta poco tecnica e molto politica.

Quando si sente parlare delle autorizzazioni necessarie all’esercizio di impianti industriali che hanno un impatto sull’ambiente, siano esse Autorizzazioni Integrate Ambientali o le più semplici Autorizzazioni Uniche Ambientali, spesso si tende a considerare una sorta di subordinazione delle scelte amministrative rispetto a quelle squisitamente tecniche.

Se i tecnici hanno espresso parere positivo, la successiva autorizzazione ambientale diventerebbe un atto dovuto. Non è così.

La giurisprudenza ha chiarito in varie sentenze, non ultima quella del TAR Campania (NA) Sez. VII n. 3669 del 4 luglio 2019, che nel procedimento autorizzativo la pubblica amministrazione, a valle delle molteplici conferenze dei servizi, compie l’ultimo passaggio: il rilascio dell’autorizzazione tiene conto certamente dell’istruttoria di tipo tecnico, ma non ne prende soltanto atto.

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Italiani, brava gente. Tra professione di fede e razzismo sfrenato. Sacrificio simbolico o fantasma sacrificale? Con Recalcati, alla ricerca di una chiave di lettura convincente.  

Il sacrificio è una trappola fantasmatica quando si impone come una camicia di forza che costringe la vita alla propria umiliazione. Per Freud, più precisamente, quando diviene una meta della pulsione. Si deve allora tornare a distinguere con precisione il sacrificio simbolico e il fantasma sacrificale in senso stretto.

 

Contro il sacrificio.

Al di là del fantasma sacrificale

Massimo Recalcati

Raffaello Cortina Editore, 2017

 

La lettura dello psicanalista e filosofo è di quelle che incanta. Per capire come Recalcati abbia tenuto incollate masse di spettatori nelle sue incursioni notturne su RAI 3, lo scorso inverno, basta davvero leggerlo. L’esercizio funziona e avvinghia al testo se poi si cerchi, in quelle pagine, un conforto rispetto all’affanno di una realtà che pare sempre più liquida e incomprensibile.