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Diritto Politica

Siamo più khomeinisti degli ayatollah?

L’Organizzazione mondiale della Sanità ha lanciato l’allarme circa la possibile diffusione del COVID-19 nelle carceri.

Le condizioni di vita nelle carceri, dove molte persone vivono ristrette in spazi limitati ed a stretto contatto per lunghi periodi di tempo, aumentano il pericolo di diffusione della malattia all’interno ed all’esterno degli istituti (essendo impensabile escludere in toto i contatti tra il carcere e l’ambiente esterno).

La difficoltà di rispettare accuratamente le norme igienico-sanitarie, l’impossibilità di mantenere il distanziamento, la carenza dei dispositivi di prevenzione personale, la condivisione degli ambienti, favoriscono la diffusione e l’amplificazione della malattia.

Tra la popolazione ristretta è, inoltre, alto il numero delle persone maggiormente esposte al rischio di gravi conseguenze in caso di contagio: anziani, soggetti afflitti da malattie pregresse, persone immunodepresse.

Le carceri sono, pertanto, delle bombe epidemiologiche.

L’emergenza è mondiale e sta portando le autorità delle Nazioni maggiormente colpite a prendere provvedimenti volti a diminuire le presenze nelle carceri, seguendo le indicazioni suggerite dall’OMS ma anche dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura e dei trattamenti inumani e degradanti e dal Sottocomitato ONU per la prevenzione della tortura.

Misure in tal senso sono state adottate o sono in discussione in Iran, Francia, Spagna, U.S.A., India. In Italia la risposta del Governo è al momento tardiva ed insufficiente.

La situazione degli istituti penitenziari italiani è ancor più critica in quanto segnata dal cronico sovraffollamento. Prima dell’esplosione dell’emergenza COVID-19 il numero di detenuti era pari a circa 61.000 mentre la capienza regolamentare era di circa 51.000 posti (ma i posti effettivamente disponibili erano circa 47.000); in data 30.03.20 i detenuti sono 57.590 (secondo il bollettino quotidiano del Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale).

Tale perdurante situazione di sovraffollamento (a cui si aggiunge la carenza di temponi e di dispositivi di protezione) aumenta notevolmente il rischio di diffusione del contagio (rendendo impossibile il rispetto del distanziamento ed ancora più difficile l’attuazione delle regole igienico-sanitarie) ed inoltre impedisce di approntare gli spazi idonei per l’isolamento dei contagiati e la quarantena delle persone entrate in contatto con i contagiati.

Il Governo è intervenuto con il D.L. 17 marzo 2020 n. 18 (c.d. “Cura Italia”) prevedendo, all’art. 124, licenze premio straordinarie per i detenuti in regime di semilibertà ed introducendo, all’art. 123, disposizioni in materia di detenzione domiciliare, in deroga a quanto stabilito dalla legge 26 novembre 2010, n. 199.

In particolare, è stata prevista la possibilità di eseguire in regime di detenzione domiciliare le pene non superiori ai 18 mesi. Non possono accedere a tale misura alcune categorie di detenuti tra i quali, ad esempio, i soggetti condannati per alcune tipologie di reati (reati gravi, quali terrorismo e criminalità organizzata, ma anche maltrattamenti contro familiari e conviventi e stalking) ed i detenuti nei cui confronti sia redatto rapporto disciplinare in quanto coinvolti nei disordini e nelle sommosse a far data dal 7 marzo 2020.

La norma prevede, tranne che per i condannati minorenni e per i condannati la cui pena da eseguire non è a superiore a sei mesi, la procedura di controllo mediante mezzi elettronici (il braccialetto elettronico).

Non vi è alcun automatismo in quanto il magistrato di sorveglianza può non adottare il provvedimento qualora ravvisi gravi motivi ostativi alla concessione della misura.

La conclamata mancanza di braccialetti elettronici, le numerose eccezioni previste ed i tempi richiesti dalla procedura rendono di difficile applicazione la misura prevista che pertanto è inidonea a risolvere l’emergenza in atto.

Critiche in tal senso sono giunte dal C.S.M., dall’A.N.M., dal Garante nazionale dei detenuti e dai Garanti territoriali, dall’Accademia (in particolare dall’Associazione Italiana Dei Professori Di Diritto Penale), dall’U.C.P.I., da numerose associazioni che si occupano di carcere.

Il Ministro Bonafede ha riferito in Parlamento che le misure potrebbero riguardare 6.000 detenuti, stima ottimistica che non risolverebbe comunque il sovraffollamento. Secondo il provvedimento attuativo del D.L., i braccialetti disponibili sono al momento 920 e per arrivare ai 5.000 previsti serviranno alcuni mesi.

Intanto la situazione resta grave ed il rischio di propagazione del contagio in carcere è sempre altissimo.

Il Governo ed il Parlamento (ad esempio in sede di conversione del D.L.) dovrebbero ascoltare le proposte giunte da più parti (Magistratura, Avvocatura, Accademia) ed adottare misure coraggiose ed incisive per diminuire drasticamente e rapidamente la popolazione carceraria: introdurre una liberazione anticipata speciale; aumentare il limite di pena detentiva eseguibile presso il domicilio escludendo l’obbligo del braccialetto elettronico; differire l’emissione dell’ordine di esecuzione delle condanne fino a quattro anni; ricondurre la carcerazione preventiva ad extrema ratio.

Una volta superata l’emergenza sarà necessario affrontare la condizione delle carceri onde evitare il ripetersi di situazioni drammatiche.

Il sovraffollamento carcerario è tristemente noto da anni (nel 2013 la Corte europea dei diritti dell’uomo condannò l’Italia per i trattamenti inumani patiti dai detenuti a causa del sovraffollamento) eppure la politica ha ignorato o negato il problema. La riforma dell’ordinamento penitenziario, nata dai lavori degli Stati generali dell’esecuzione penale, che avrebbe anche incentivato le misure alternative, è stata affossata per calcoli politici.

I principi costituzionali, secondo cui le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato (art. 27 della Costituzione), e convenzionali, che vietano le pene ed i trattamenti inumani e degradanti (art. 3 CEDU), sono disattesi da tempo.

Oggi i detenuti, gli agenti penitenziari, il personale e gli operatori sono esposti ad un rischio altissimo. Ciò che i cinici non considerano è che l’esplosione dei contagi in carcere aumenterebbe i contagi anche fuori da quelle mura e che il S.S.N. non sarebbe in grado di affrontare un’emergenza nell’emergenza.

Lo Stato ha il dovere di garantire il diritto alla salute dei detenuti che non possono essere trattati come rifiuti della società. I detenuti sono padri, madri, figli, figlie, fratelli, sorelle, esposti ancor più di noi a questo nuovo comune pericolo. Non dimentichiamoli e non abbandoniamoli.

 

 

 

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Politica

Ultima chiamata Europa: il monito di Einaudi per l’Europa di domani

In questi giorni terribili, non sono pochi coloro che si affannano ad accostare l’attuale emergenza ad una tragedia del passato: “è il nostro 11 settembre” ma l’11 settembre non lo sentivamo, in qualche modo già “nostro” e poi “nostro” in che senso? Se fino a qualche settimana fa l’Italia poteva difenderne l’esclusiva, ormai, com’era ampiamente prevedibile, l’emergenza imperversa incontrollata ed inarrestabile in ogni dove. Tali accostamenti, quindi, risultano del tutto inutili nonché, come d’altra parte ogni forma di classifica dei drammi, assolutamente inopportuni e meschini.

Con ogni probabilità, però, quella di oggi è incommensurabilmente peggiore di qualsiasi altra emergenza affrontata negli ultimi settant’anni, e gli incredibili sforzi umani profusi ne sono la quotidiana dimostrazione, non a caso si parla di “guerra”. Tuttavia, agli occhi di coloro che ne sono pienamente investiti, la giusta contezza di un evento può risultare complessa, essendo, invece, necessario il giusto distacco storico perché se ne comprenda a fondo la reale portata.

 

Eppure, non sembra avventato pensare al Covid19 come ad un vero punto di svolta, forse per tutto l’occidente, sicuramente pe l’Unione Europea come istituzione e per l’Europa come concetto.

Limitandosi al dialogo intergovernativo, non può riscontrarsi un pericolosissimo leit motiv, quasi che si voglia forzatamente edulcorare con tinte di ordinarietà una situazione che di ordinario, purtroppo, ha ben poco. Solo qualche giorno fa si concludeva la virtuale riunione Ecofin, in cui è emerso con forza il veto dei soliti noti (in particolare Germania e Olanda) su tutta una serie di misure economiche straordinarie europee (in primis i famigerati Euro/corona-bond), posto che le misure difensive e preventive già in essere risulterebbero al momento sufficienti. Già di per sé si tratta di una risposta di difficile comprensione, nonché francamente paradossale. Come si potrebbe, infatti, ritenere sufficiente e adeguata una misura preventiva, considerato che una qualsiasi azione, per l’appunto, “preventiva” ad una data situazione lo è proprio fintantoché tale situazione ancora non c’è, perdendo, evidentemente, ogni efficacia e funzione nel momento in cui, invece, la data situazione di pericolo effettivamente si concretizza? Ma tant’è che il veto opposto deve essere stato tale da spingere oggi Spagna, Francia, Portogallo, Slovenia, Grecia, Irlanda, Belgio, Lussemburgo e Italia a recapitare una formale lettera al Presidente del Consiglio Europeo con la quale si chiede che vengano intraprese azioni straordinarie che limitino i danni economici e preparino il terreno per quello che sarà il post-Covid19.

Ebbene, senza voler giudicare la bontà dell’operato istituzionale nei diversi livelli di competenza, continua a preoccupare l’incertezza dei vertici europei nel voler prendere decisioni straordinarie, così come ha lasciato sgomenti l’esternazione “sismica” della Presidente Lagarde di qualche giorno fa, solo in parte rattoppata; ha inquietato il fatto che le richieste di acquisto di dotazioni di protezione siano rimaste a lungo inevase, laddove totalmente ignorate, dalle Cancellerie di mezza Europa e francamente ha inorridito il gioco a nascondino del materiale medico destinato all’Italia cui si è dovuto (e si continua ad) assistere presso le dogane di taluni paesi membri di frontiera.

La verità, purtroppo, e lo si dice da europeista convinto, è che l’UE ha ormai abituato a palesi dimostrazioni di manifesta non “unioneità”: dalla crisi balcanica a quella siriana, passando per la primavera araba, alle emergenze umanitarie ed economiche. Incapacità ad essere uniti che non può non essere stata origine e fertile humus dei sentimenti nazionalisti e sovranisti esplosi nei singoli paesi membri; paesi (Italia in primis) oggetto di sempre più insistenti avances (solidali, strategiche, velenose? presto per dirlo) da rinomati campioni di democrazia e libertà come Russia e soprattutto Cina.

Il 24 marzo ricorreva l’anniversario della nascita di Luigi Einaudi. Mai come oggi è, allora, di vitale importanza ricordare il discorso da lui pronunciato all’Assemblea Costituente all’indomani della fine del secondo conflitto mondiale,  parole che ora si elevano a grido, più che a monito, e che devono scuotere gli animi di tutti gli europei e soprattutto di coloro che hanno l’onere di governarci:  “Riusciremo a salvarci dalla Terza Guerra Mondiale solo se noi impugneremo per la salvezza e l’unificazione dell’Europa” non l’idea della “dominazione colla forza bruta, ma l’idea eterna della volontaria cooperazione per il bene comune […] Urge compiere un’opera di unificazione. Opera, dico, e non predicazione. Vano è predicare pace e concordia quando alle porte urge Annibale. […] Quel che importa è che i Parlamenti di questi minuscoli Stati i quali compongono la divisa Europa, rinuncino a una parte della loro sovranità […] questo è l’unico ideale per cui valga la pena di lavorare; l’unico ideale capace di salvare la vera indipendenza dei popoli, la quale non consiste nelle armi, nelle barriere doganali […] bensì nella scuola, nelle arti, nei costumi, in tutto ciò che dà vita allo spirito e fa sì che ogni popolo sappia contribuire qualcosa nella vita spirituale degli altri popoli. […] Utopia la nascita di un’Europa aperta a tutti i popoli decisi a informare la propria condotta all’ideale della libertà? Forse è Utopia. Ma ormai la scelta è soltanto fra l’Utopia e la morte, fra l’Utopia e la legge della giungla”; e bisogna fare ciò, continua Einaudi, perché nell’eventualità avversa che l’Europa vorrà “rinselvatichire, noi non potremmo essere rimproverati dalle generazioni venture […] di non aver adempiuto sino all’ultimo al dovere di salvare quel che di divino e di umano esiste ancora nella travagliata società presente”.

Parole pesantissime eppure alate, pronunciate all’indomani della più sanguinosa guerra; la guerra che, per quanto sia difficile da accettare, è pur sempre un fatto umano e, in quanto tale, voluto.

Il virus non lo è, non è un fatto umano e non è fatto voluto. È un flagello e tale rimane.

 

Eppure, se si vuol individuare una qualche funzione al virus, forse è proprio quella di strumento cui una comunità comprende e riconosce la propria identità.

Non sta a me dire se il monito di Einaudi sia stato onorato delle generazioni a lui successive, se effettivamente l’Europa abbia, in tutti questi anni, intrapreso lentamente un percorso autodistruttivo, di certo mai come prima siamo chiamati a decidere che tipo di comunità vogliamo essere quando tutto sarà passato e se a questa comunità vorremmo dare il nome, la “divisa”, Europa.

Siamo chiamati, cioè, a quel tipo di decisioni dalle quali dipende il rimprovero delle generazioni future. Ora più che mai.

 

 

 

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Geopolitica Politica

Si può prescindere dalla Russia in Medio Oriente?

Spesso si legge della sorpresa espressa da varie fonti per il ruolo consolidato dalla Russia in medio oriente, soprattutto in contrasto con l’atteggiamento erratico degli Stati Uniti. L’anomalia, tuttavia, non risiede nel suo attivismo, quanto nell’assenza prolungata, che ha preceduto questo grande ritorno.

 

Dall’intervento in Siria, che ha rovesciato il corso degli eventi in maniera rapida e inaspettata, quando le sorti di Bashar al-Assad, confrontato da gruppi di opposizione sostenuti dagli Stati Uniti, sembravano ormai scritte, la Russia è quasi ovunque con la sua diplomazia e apparato bellico. Donald Trump ha ringraziato Vladimir Putin per il concorso nell’eliminazione di Abu Bakr al-Baghdadi, considerato uno dei suoi maggiori successi. Israele e Turchia si trovano truppe russe ai loro confini. In questi giorni, è stata la mediazione russa e turca a permettere l’organizzazione della conferenza di Berlino sulla Libia, e saranno loro a garantire il blocco delle forniture di armi e determinare la possibilità del cessate al fuoco. La Russia ha confermato l’invio di un contingente di interposizione, con l’approvazione delle Nazioni Unite.

 

La Russia si era ritirata dall’area, nella seconda metà degli anni ottanta, a seguito della dissoluzione dell’Unione Sovietica, e per due decadi, gli Stati Uniti avevano imposto, senza ostacoli, la propria visione politica. La scesa in campo in Siria è stata una manovra necessaria, che ha preso le mosse dall’ultimo lembo di influenza rimastole, e che ha obbligato Washington a coordinare le proprie azioni con Mosca. La guerra all’Isis ha rappresentato, allo stesso tempo, una esigenza, e una scusa per entrambe le potenze, affinché si ricalibrassero nello scenario geopolitico.

 

Fin qui, l’operazione si è risolta in un’affermazione su diversi fronti. La Russia ha riconquistato la preminenza che deteneva l’Unione Sovietica all’indomani della seconda guerra mondiale, all’epoca materializzata, per esempio, nell’invasione dell’Afghanistan, e ancora nell’appoggio a Palestina, Egitto e Siria, in momenti topici della storia contemporanea. L’industria militare russa ha avuto modo di testare nuovi mezzi poi commercializzati nelle facoltose monarchie del petrolio, in primis l’Arabia Saudita, facendo cassa per le finanze in sofferenza della difesa. Putin si è, inoltre, dimostrato un alleato leale, a differenza di Trump. Mosca si è anche resa indispensabile nei colloqui, con l’ampio riconoscimento di Iran, Israele e Arabia Saudita.

 

La partita, però, è insidiosa. La Russia deve condurre le parti a un consenso, se vuole guadagnare l’immagine di negoziatore internazionale e aprire le lucrative porte della ricostruzione alle proprie imprese. Le relazioni intraprese con paesi arabi, e non, hanno portato alla vendita di armamenti, e la firma di contratti con il monopolio Rosatom, per la costruzione di centrali nucleari in Iran, Turchia ed Egitto. D’altro lato, i sauditi si aspettano una mano nella loro rivalità con gli iraniani, Hezbollah non cede nel conflitto di bassa intensità con Israele, e gli israeliani pretendono che contenga l’Iran. Per portare a casa il risultato, il Cremlino deve tutelare la sicurezza di Turchia e Israele.

 

Bisogna considerare che il medio oriente post-americano è un teatro incerto e volatile e la Russia non pretende di colmare tutto il vuoto lasciato. Il rapporto tra i due è funzionale, e non esclusivamente concorrenziale. Mosca torna a occupare una posizione di rilievo, dal medio oriente al nord Africa e il golfo persico, mentre Washington riformula la politica estera, sulla base di mete realistiche e produttive. Oltre a ciò, si sono venuti identificando ambiti in cui gli interessi sono compatibili o coincidenti, come l’accordo sul nucleare iraniano del 2015.

 

Questo approccio è più pragmatico di quello adottato dalle amministrazioni di Bill Clinton, George W. Bush, e Barack Obama, fallito perché, sia quando conciliatorio sia quando di attrito, era basato sull’illusione che gli Stati Uniti potessero convincere od obbligare la Russia ad abbracciare la propria idea di ordine globale. Anche se il potere del Cremlino, e di Putin, dovessero declinare, il paese rimarrà sempre un attore chiave, grazie alla centralità geografica in Eurasia, la disponibilità di risorse naturali, l’esercizio del veto al consiglio di sicurezza, e l’alta qualità del capitale umano, nonché la capacità di influenzare questioni di importanza strategica ed economica per gli Stati Uniti, e finanche di distruggerli, in soli trenta minuti. La Russia non abbandonerà i propri obiettivi vitali, e Trump dovrebbe, se non riaccogliere lo spirito di cooperazione dell’inizio del suo mandato, perlomeno mantenere una tattica di competizione controllata, per ridurre il rischio di confronti diretti e indiretti e assicurare stabilità in medio oriente.

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Geopolitica Politica

La definitiva svolta neo-ottomana di Erdogan

Era il 2015 e il Presidente Erdogan accoglieva nel nuovissimo e costosissimo Palazzo Presidenziale di Ankara il Presidente Abu Mazen facendosi accompagnare da sedici guerrieri con indosso gli abiti storici dell’esercito ottomano. La singolare, per non dire ridicola, celebrazione, diventò ben presto virale suscitando l’ilarità generale sia in patria che non. Eppure, considerati gli avvenimenti succedutisi negli ultimi cinque anni, ecco che la stessa immagine assume tinte decisamente più serie e ed emerge evidente il fil rogue che li lega, da ultimo l’intervento turco in Libia. Il Parlamento, nonostante il teorico embargo sulle armi imposto dalle Nazioni Unite in Libia, ha infatti autorizzato l’invio di truppe in territorio libico dopo che, ad inizio dicembre, Erdogan aveva sottolineato l’importanza di sostenere il Governo di Al Serraj (GNA) per “proteggere gli interessi della Turchia nel Mediterraneo, prevenire il transito dei migranti irregolari, impedire alle organizzazioni terroristiche e ai gruppi armati di proliferare, di apportare un aiuto umanitario al popolo libico”, come d’altra parte si legge pedissequamente nella risoluzione parlamentare. Sebbene non vengano specificate le modalità operative del supporto militare garantito e nonostante le puntuali condanne giunte da tutto l’establishment internazionale, è ormai evidente (e non è più avventato affermarlo) che  Erdogan intenda, in realtà,  elevare la Turchia da potenza regionale a potenza globale assecondando quelle che sono delle vere e proprie aspirazioni neo-ottomane. Quanto sta succedendo non è altro che la concretizzazione della dottrina della c.d. “profondità strategica” ideata da Ahmet Davutoğlu, già ministro degli affari esteri, Primo Ministro e fedelissimo di Erodgan prima della definitiva rottura culminata con le proprie dimissioni dall’AKP nel 2016, e che ha l’obbiettivo di recuperare l’eredità ottomana, innanzitutto intendendo l’islam come fattore aggregante e non destabilizzante (come riteneva, invece, il Kemalismo). In questo senso si spiega il costante attivismo sia economico che culturale negli ex territori imperiali, soprattutto nei paesi caucasici, balcanici, dell’Asia centrale e, si è visto, anche africani. Tuttavia, se originariamente Davatoglu improntava la citata dottrina in termini di “zero problemi con ivicini” tessendo rapporti prima di tutto con i popoli prima che con gli Stati, è, invece, chiaro che allo stato dell’arte, l’approccio “soft” ha subito un notevole irrigidimento. L’intento conclamato della possibile operazione militare turca è di contenere la sempre maggiore pressione sul governo legalmente riconosciuto di Al Serraj da parte delle milizie di Haftar (LNA) “l’uomo forte della Cirenaica”, garantendosi una voce in capitolo sulla sorte dei ricchi giacimenti del mediterraneo orientale. Tuttavia, non ci si può limitare ad un’analisi parziale; se, infatti, l’ossessivo interventismo finora portato avanti in Siria poteva giustificarsi avuto riguardo alla questione curda, l’intromissione in Libia dimostra il vero intento di Ankara: affermarsi definitivamente quale riferimento in tutta la MENA Region, affiancandosi (se non del tutto sostituendosi) ai principali attori internazionali nelle regioni geopoliticamente più calde, dove, invece, i vecchi alleati, in primis l’UE, hanno e continuano a dimostrare una certa carenza di linee comuni di intervento unita ad una generale inadeguatezza di strumenti.

Nella mente di Erdogan è, allora, necessario sganciarsi dall’Occidente sotto ogni aspetto; in questo senso si spiega l’abbandono del progetto europeo, i sempre più freddi rapporti con i partner NATO – che a dire il vero ci si domanda come e perché la Turchia ne faccia ancora parte, vista l’avviatissima collaborazione con la Russia in termini di armamenti inaugurata con l’acquisto del sofisticato sistema di batterie missilistiche SU-400 – le politiche energetiche con al centro il “Turkstream”, fortemente voluto da Erdogan e da Putin e che verrà a brevissimo inaugurato, deputato a diventare il principale gasdotto che collegherà la Russia all’Europa passando proprio dalla Turchia e che ha sostituto il progetto “Southstream” il quale prevedeva, invece, il transito del gas esclusivamente attraverso paesi membri UE; il partenariato avviato con la Cooperazione di Shangai.

La Turchia, ormai giocattolo nelle esclusive mani del Presidentissimo Erdogan, guarda quindi a se stessa attraverso i nuovi alleati, ed il progetto neo-ottomano risulta decisamente trasversale, ben avviato e procede spedito, apparentemente indisturbato.

 

Ps.

Nel momento in cui si scrive, tre giorni dopo la risoluzione parlamentare turca, Haftar, quasi a giocare d’anticipo, annuncia di aver preso Sirte, città natale di Gheddafi e, soprattutto, strategica data la vicinanza con i giacimenti petroliferi della Libia centrale, il contrattacco turco sembrerebbe immediato a dimostrazione che l’operatività delle milizie (ufficiali o non) di Ankara era ben lontano dall’essere solo virtuale.

 

 

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Costume e società Politica

La fattoria degli animali

Gli studenti italiani fanno fatica a capire un testo di media lunghezza, secondo un’indagine dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), realizzata con cadenza triennale, e che nell’ultima edizione ha valutato il livello degli studenti di 79 economie partecipanti.  In Italia sono stati coinvolti quasi 12 mila iscritti al secondo anno di licei, istituti tecnici e professionali – rappresentativi di una popolazione di oltre mezzo milione, i quali si sono posizionati al di sotto della media in lettura, competenza chiave della cittadinanza, con una prestazione che dal 2012 tende a peggiorare.  Inoltre, uno scarno 5 per cento si è collocato nella fascia elevata, a fronte di una percentuale Ocse del 9 per cento.

La prova mirava a scandagliare come si muovono sul web i ragazzi della cosiddetta generazione Z.  Richiedeva di isolare dati fondamentali e vagliarne l’attendibilità.  Al tempo delle fake news, l’intenzione è quella di identificare le capacità di cui sono dotati per discernere un’informazione autentica da una farlocca.  I risultati sono desolanti su scala globale: uno studente su dieci è in grado di districarsi tra realtà e invenzione.  Nel nostro paese, la percentuale è doppia in negativo: uno studente su venti non cade nella trappola delle notizie fasulle.  Gli adolescenti annaspano, quindi, nel trovare quello che cercano in rete, afferrare il significato di uno scritto, e rielaborare conoscenze per applicarle a un problema inedito.  La spesa per l’istruzione, invece, è in calo da oltre dieci anni.

La povertà educativa è un’emergenza nazionale, causa e conseguenza del tramandarsi da genitori a figli di forti disuguaglianze sociali, in un quadro di scarsa mobilità intergenerazionale.  L’Italia è anche l’ultimo paese Ocse riguardo alla comprensione del testo in età adulta.  Il 28 per cento degli italiani è in grado di intendere solo frasi brevi, non è in grado di leggere in modo proficuo un giornale o captare i messaggi di un telegiornale, pur se vota alle elezioni o ai referendum.  L’inabilità di cogliere la complessità dei fenomeni si accompagna con il conformarsi a spiegazioni semplicistiche della realtà, un vero e proprio rischio per la qualità delle scelte strategiche individuali e la democrazia.

Hannah Arendt scrive nella sua opera “Le Origini del Totalitarismo” che il soggetto ideale per i regimi non è l’individuo convinto di una qualsivoglia ideologia, ma quello per cui è decaduta la distinzione tra il vero e il falso.  Nell’orizzonte politico e culturale odierno, potremmo aggiungere che la perdita di un senso condiviso è il fattore preminente della proliferazione di tribalismi e trinceramenti che alimentano l’impossibilità di comunicare oltre l’autoreferenzialità.  Questa sostituzione della ragione con l’emozione corrode il linguaggio e svaluta la verità.

Dizionari di idiomi diversi hanno accolto l’espressione post-verità.  Il Washington Post ha calcolato che, durante il primo anno del suo mandato, Donald Trump ha rilasciato 2.140 dichiarazioni che contenevano imposture o equivoci, con una stima di 5.9 al giorno.  Non si tratta, tuttavia, unicamente di notizie false, ma anche di scienze errate, fabbricate per esempio dai negazionisti del cambio climatico o da quanti si oppongono ai vaccini, o di storia mistificata da coloro i quali negano l’olocausto o giustificano la supremazia bianca.  Le affermazioni menzognere sulla relazione finanziaria fra il Regno Unito e l’Unione Europea hanno contribuito a orientare il voto in direzione della Brexit.

Con “La Fattoria degli Animali”, George Orwell ha descritto come il disprezzo dei fatti, o la loro distorsione organizzata, renda le persone facili prede per aspiranti autocrati, privi di scrupoli, che compensano con l’eloquenza una certa mancanza di intelligenza, e i loro propagandisti che parlano per omissioni, facendo leva su rancori e illusioni.  Come si difenderanno le nuove generazioni dai Napoleon e gli Squealer orwelliani è un dilemma, quando sembrano invece essere la materia più fertile per i populismi e i fondamentalismi che si sono affacciati in Europa e nel mondo.  Gli avvenimenti hanno bisogno di testimoni per essere collocati in luoghi sicuri della storia, in sostanza si devono basare sulla conoscenza e la memoria.  Il compito è un’impresa collettiva, eroica in senso etico.  Ne abbiano la forza e se ne assumano la responsabilità i maestri, gli intellettuali, gli artisti, e i politici di buona volontà.  Se ce ne saranno, non tutto è perduto.

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Diritto Politica

Il ministro tra dolo, colpa, e informazioni corrette

Talvolta il diritto – anche il diritto penale che solitamente è fonte di preoccupazione, di allarme sociale e di sofferenza per tutti i soggetti comunque coinvolti – strappa un sorriso, sia pur a denti stretti.

È ormai di dominio pubblico, si direbbe virale, la puntata di Porta a Porta di mercoledì 11 dicembre nel corso della quale il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, nel tentativo di spiegare le ragioni della (sua) riforma della prescrizione, ha testualmente affermato: <<Quando il reato non si riesce a dimostrare il dolo e quindi diventa un reato colposo, ha termini di prescrizione molto più bassi>>. Di qui, una valanga di prese di posizione e di critiche e la richiesta del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Palermo – anch’essa, dal mio punto di vista, provoca un forzato sorriso – di immediate dimissioni del Ministro della Giustizia.

Ora, non è certamente mia intenzione <<buttarla>> in politica o criticare le persone soprattutto quando hanno opinioni diverse dalle mie, come sul delicato e complesso tema della prescrizione. Ma ogni opinione deve essere fondata su dati certi e sulle regole poste alla base della materia sulla quale si discute. E, almeno nella occasione richiamata, l’affermazione del Ministro, peraltro anche Avvocato oltre che Onorevole, è certamente errata, sebbene – in filigrana e con una certa difficoltà –  si può intravedere la buonafede del Ministro Bonafede. Sempre sulle note dell’ironia (bisogna essere seri, ma non seriosi), come dicevano i latini, nomen omen (il nome è un presagio, un destino…): il ministro è in buonafede, quindi non in dolo, ma in colpa…

Se la questione sulla quale si sono espressi, nei modi succintamente riassunti, il Ministro e il Consiglio dell’Ordine, non fosse grave e seria, basterebbe, appunto, un sorriso. Ma – come ho già avuto modo di chiarire sulle pagine di questo Giornale lo scorso 1 dicembre – la questione colpisce il cuore della nostra democrazia e i diritti di noi tutti, comunque la si pensi. E l’opinione pubblica deve potersi fare la sua idea – libera, autonoma, ma consapevole – senza che si ingeneri ulteriore confusione.

Faccio, dunque, il <<professore>>. Come dovrebbero sapere tutti coloro che hanno studiato il diritto penale, ai sensi dell’art. 42 del nostro codice penale <<nessuno può essere punito per un fatto preveduto dalla legge come delitto, se non l’ha commesso con dolo, salvi i casi di delitto… colposo espressamente preveduti dalla legge>>. Inoltre, per l’art. 43 del codice penale, il delitto (ma lo stesso vale per le contravvenzioni) <<è doloso, o secondo l’intenzione, quando l’evento dannoso o pericoloso, che è il risultato dell’azione od omissione e da cui la legge fa dipendere l’esistenza del delitto, è dall’agente preveduto e voluto come conseguenza della propria azione od omissione>>; mentre <<è colposo, o secondo l’intenzione, quando l’evento dannoso o pericoloso, che è il risultato dell’azione od omissione e da cui la legge fa dipendere l’esistenza del delitto, è dall’agente preveduto e voluto come conseguenza della propria azione od omissione>>; mentre <<è colposo, o contro l’intenzione, quando l’evento, anche se preveduto, non è voluto dall’agente e si verifica a causa di negligenza o imprudenza o imperizia, ovvero per inosservanza di leggi, regolamenti, ordini o discipline>>.

Dunque, nei delitti la regola è il dolo, mentre la colpa deve essere espressamente prevista; inoltre, dolo e colpa sono concetti e nozioni molto diverse tra di loro. Pertanto, non si può <<trasformare>> il dolo in colpa. Del resto, polizia giudiziaria, pubblici ministeri e giudici non <<costruiscono>> i reati, ma ovviamente li accertano sulla base delle prove raccolte. Prove di dolo o prove di colpa.

Sia pure di buonafede, per <<combattere>> la prescrizione, che anche per me rappresenta una sconfitta dello Stato e un esito non auspicabile, occorre avere e dare informazioni corrette e giuridicamente fondate.

Perché avere opinioni diverse è il sale della democrazia. Ma avere opinioni consapevoli è meglio.

 

Pubblicato sul Giornale di Sicilia del 14.12.2019

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Diritto Politica

Tanti dubbi sul blocco della prescrizione ma un altro processo ( più veloce) è possibile

La discussione sulla prescrizione è diventata ( o, forse, lo è sempre stata) una occasione di continua polemica politica, un campo di confronto tra opposte visioni della giustizia: quasi tra garantisti e giustizialisti, tra innocentisti e forcaioli. Ma non dovrebbe essere così. Nel mio precedente intervento, pubblicato sul Dubbio del 15 novembre, ho cercato di indicare le ragioni per le quali la prospettata sospensione ( rectius, abolizione) della prescrizione dopo il primo grado di giudizio, a far data dal 1° gennaio 2020, addirittura pure in caso di assoluzione, non sia una soluzione ragionevole e, dal mio punto di vista, costituzionalmente legittima.

Lo ribadisco nuovamente, per evitare che letture superficiali possano fraintendere e strumentalizzare la mia posizione: quando interviene la prescrizione si verifica una sconfitta per lo Stato, una mancata tutela per le persone offese, un grave danno per tutti i soggetti indagati o imputati, non colpevoli ( articolo 27, comma secondo, Cost.) o innocenti ( articolo 6, comma secondo, della Convenzione europea dei diritti dell’uomo), sino alla ( eventuale) sentenza definitiva di condanna.

Ma i rischi per la libertà personale e le stesse libertà politiche di tutti noi sono troppo grandi e concreti per immaginare di eliminare, semplicisticamente, la prescrizione. Inoltre, e forse soprattutto, tale “rimedio” non cura la malattia, ma ne elimina esclusivamente gli effetti più evidenti. Mi spiego meglio. La riforma Bonafede incide solo sulla fase successiva all’intervenuta decisione di primo grado: ma, in realtà, la prescrizione che interviene, oggi, dopo tale fase ( e senza che abbia ancora dispiegato i suoi effetti la riforma Orlando, che ha aumentato, di fatto, la prescrizione di tre anni dopo la sentenza di condanna di primo grado), è una piccolissima parte di tutte le prescrizioni che riguardano i reati.

Infatti, secondo i dati forniti dallo stesso ministero della Giustizia, nel 2018 i procedimenti penali prescritti in Corte d’appello e Cassazione ( per cui opererebbe il blocco) sono stati 29.862: certo, comunque troppi. Ma la fase nella quale si concentra il maggior numero di prescrizioni è quella delle indagini preliminari ( circa il 41%), e il 75% delle prescrizioni matura entro il primo grado di giudizio: non verrebbe, quindi, toccato dalla riforma.

Peraltro, il blocco della prescrizione dopo il primo grado avrebbe conseguenze molto differenti sul territorio nazionale, perché la percentuale di prescrizione cambia molto da una Corte d’appello all’altra: dal 40% ( circa) a Roma, Catania, Venezia, Torino, al 10% ( circa) di Milano, Lecce, Palermo, Trieste, Caltanissetta e Trento. Con la conseguenza, paradossale, che chi è lento lo sarebbe ancora di più, poiché su quelle realtà si affastellerebbero circa 30.000 procedimenti in più ogni anno, con un vulnus evidente al principio costituzionale di eguaglianza ( articolo 3 Cost.), che la Repubblica dovrebbe, invece, garantire, rimuovendo gli ostacoli alla sua affermazione.

Cosa fare, allora? Per quanto riguarda gli aspetti riconducibili al diritto penale sostanziale, credo che la via maestra per abbreviare i tempi del processo possa essere rappresentata dalla riduzione della sfera del penalmente rilevante: è evidente che la macchina giudiziaria non regge il carico. Ma deve essere il legislatore a effettuare le opzioni di fondo, con la abrogazione o con la depenalizzazione; altrimenti, ci si deve affidare alle discrezionali scelte del pubblico ministero, in materia di selezione del materiale, e del giudice, con gli sdrucciolevoli istituti della sospensione del processo con messa alla prova e, soprattutto, della “particolare tenuità del fatto”. Poi ( come già sostengo da anni) ci si potrebbe limitare, per evitare un eccessivo favor rei nel quadro di un istituto già mitigatore, quale la continuazione di reati nel nostro Paese, a tornare alla disciplina di decorrenza del termine della prescrizione vigente prima della modifica dovuta alla ex Cirielli nel 2005, in modo che il termine della prescrizione decorra dal giorno in cui è cessata la continuazione ( e non più, come oggi, dalla consumazione del singolo reato): su questo punto, la mia proposta coincide con quella prevista dalla legge del 2019, a testimonianza, credo, del fatto che le mie non sono scelte ideologiche.

Nel campo processuale, si potrebbero ( tra le varie misure possibili) prevedere sempre notifiche telematiche, imponendo a tutti i soggetti comunque coinvolti nel procedimento penale – quindi, persone informate sui fatti, testimoni, consulenti – di attivare, dopo la prima notifica, una Pec ( magari a spese dello Stato). Inoltre, si dovrebbe limitare ulteriormente il dibattimento ai soli casi di ampia valutazione, incentivando in misura più decisa l’accesso ai riti alternativi. In tal senso, forse occorrerebbe ampliare lo sconto di pena per l’accesso ai riti ( in particolare per il patteggiamento, che è “fino” a un terzo, mentre per l’abbreviato è di un terzo”) e aumentare il limite di 5 anni attualmente previsto per il ricorso al patteggiamento.

Naturalmente, si potrebbe intervenire anche sui profili ordinamentali, gestendo cioè più razionalmente le esigue risorse esistenti, e sperabilmente sul versante della copertura di tutti gli organici ancora vuoti, sia per quel che attiene ai magistrati che per quel che concerne il personale amministrativo: ma occorrerebbe spendere, mentre, more solito, anche la riforma Bonafede ( articolo 1, comma 29) afferma che «dall’attuazione della presente legge non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica». Tutte queste misure mi sembra potrebbero incidere sulla durata ragionevole del processo ( articolo 111, secondo comma, Cost. e articolo 6, primo comma, Cedu), senza violare i diritti inviolabili della difesa ( articolo 24, comma secondo, Cost.).

Ma occorrerebbe ragionare e ipotizzare riforme che offrano frutti effettivi, sebbene non immediati, e durino nel tempo… cioè non si prescrivano, come talune recenti ipotesi, nello spazio di un mattino, dopo notti insonni.

*articolo pubblicato su Il Dubbio del 21.11.2019

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Diritto Politica

L’altolà di avvocati, studiosi, magistrati: il processo infinito è degli Stati autoritari

Riflettere ancora sul tema della prescrizione, dopo tutto quanto si è scritto e dopo tutto quanto si è detto, potrebbe apparire inutile. O potrebbe sembrare un tentativo di entrare nell’attuale dibattito politico mediante il cavallo di Troia di un argomento giuridico. Ma la verità è che, del tutto a prescindere dal colore del governo, e dalle cromatiche preferenze personali, la questione colpisce il cuore della nostra democrazia, perché segna i delicati rapporti tra lo Stato e le libertà del cittadino ( anzi, di chiunque commette un reato sul territorio dello Stato: dunque, anche degli stranieri e degli apolidi).

È bene sottolinearlo sin da subito: in linea generale, non è certamente un bene che, nel nostro Paese, un numero rilevante di procedimenti penali si concluda, purtroppo, con la dichiarazione di estinzione del reato per tale causa. Ma per risolvere, o cercare di contenere tale negativa situazione, bisognerebbe, piuttosto che dilatare a dismisura la prescrizione, tentare di studiarne le cause e cercare, conseguentemente, di porvi rimedio: è un problema che va approfondito tecnicamente, prima ancora che discusso politicamente. Un grande uomo politico italiano, ma anche grande economista, Luigi Einaudi, affermava che occorre “prima conoscere, poi discutere, poi deliberare”: ecco, mi sembra che, spesso, la prima fase, la più difficile e faticosa, la si salti a piè pari.

Ora, chi conosce meglio il diritto ed il processo penale? Innanzitutto, avvocati, magistrati, professori universitari. E sul tema della prescrizione, pur con comprensibili sfumature, tali “esperti” sono prevalentemente orientati nel medesimo senso. Per rimanere ai fatti più significativi e recenti, il Consiglio nazionale forense ha fatto pervenire al ministro della Giustizia la richiesta di rinviare l’entrata in vigore della norma sulla prescrizione. Le Camere penali Italiane hanno svolto una ricerca, con l’ausilio di Eurispes, sulle vere ragioni della lunga durata dei processi in Italia che in nessun caso è dovuta alle attività difensive.

Le stesse Camere penali hanno, tra l’altro, incentrato il loro recente congresso straordinario di Taormina sulla figura dell’imputato per sempre, frutto di un processo senza prescrizione, ed hanno indetto vari periodi di astensione dalle udienze e da ogni attività giudiziaria nel settore penale ( sino alla prossima dei primi giorni di dicembre, con il ricorso ad una manifestazione oratoria continua).

E anche il Consiglio superiore della magistratura, nel parere del 19 dicembre 2018, è stato chiarissimo nel criticare la riforma, in relazione alla circostanza che la maggiore incidenza del decorso dei termini di prescrizione si registra nella fase delle indagini preliminari e che non vengono introdotte previsioni acceleratorie del processo penale.

Inoltre, il Csm ha notato come la prescrizione sia uno dei maggiori fattori di accelerazione dei gradi di giudizio successivi al primo, essendo il rischio prescrizione uno dei criteri di priorità. ome pure, su sollecitazione dell’Ucpi, oltre 150 professori ( tra i quali, anche chi scrive) prevalentemente di Diritto e Procedura penale, hanno sottoscritto un appello al presidente della Repubblica sottolineando i profili di illegittimità costituzionale della riforma della prescrizione. Ed altri se ne sono poi aggiunti.

Come è possibile che ci sia stata questa convergenza, da parte di diversi attori del dibattito giuridico e da differenti posizioni? Io credo perché chi conosce, studia e vive il diritto ed il processo penale, senza paraocchi ideologici, è più libero e ragiona più lucidamente: e non deve cercare il (facile) consenso.

La verità è, infatti, che sulla prescrizione si sono spesso misurate forze e ideologie politiche, piuttosto che opzioni tecniche, con un superamento della disciplina codicistica ad opera della cosiddetta ex Cirielli nel 2005, poi con la stagione del raddoppio dei termini di prescrizione, sino alla riforma Orlando, nel 2017, con un significativo aumento dei termini, per giungere alla riforma Bonafede, nel 2019, con la prospettata sospensione ( rectius, abolizione) della prescrizione dopo il primo grado, a far data dal 1° gennaio 2020, addirittura pure in caso di assoluzione.

Soprattutto tale ultima riforma mette a dura prova princìpi scolpiti nella Costituzione e negli atti internazionali: dalla presunzione di non colpevolezza ( articolo 27 Cost.) o di innocenza ( art. 6 Cedu), al diritto inviolabile di difesa, ai sensi dell’articolo 24, comma secondo, Cost.; dalla durata ragionevole del processo ( art. 111 Cost., art. 6 Cedu), sino alla stessa funzione rieducativa della pena ( art. 27 Cost.). Ma occorre considerare anche la posizione della vittima, poiché una tardiva tutela rappresenta certamente una salvaguardia cattiva ed inefficace.

In uno stato liberale e democratico, lo Stato non può tenere sotto scacco ( e, tendenzialmente, sotto ricatto) il cittadino; viceversa, in uno Stato autoritario, il suddito è sempre nelle mani del potere, che può decidere di tenerlo in sospeso sine die. La “spada di Damocle” rappresentata dalla eventualità di essere sottoposto a processo penale o di avere inflitta una condanna tardiva, anche in relazione a reati “bagatellari”, può conculcare la libertà personale e le stesse libertà politiche.

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Geopolitica

Africa: l’altra sponda del Mediterraneo

Il sedicente stato islamico ha rivendicato l’attacco, con un ordigno esplosivo rudimentale, nel quale sono stati feriti, nei pressi di Kirkuk, nove membri di un team misto di forze speciali italiane e peshmerga curde, impegnate nell’identificazione di cellule terroristiche in Iraq.  Il grado di attenzione degli organi preposti non si è mai abbassato, con la conseguente riduzione degli attentati in Europa, dopo una sanguinosa stagione.  Tuttavia, la minaccia resta, fuori e dentro i nostri comuni confini.  Il presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump, ha annunciato l’eliminazione di Abu Bakr al-Baghdadi, ma proprio la morte, e la sua ostentazione, sono la linfa della retorica di cui si alimenta il califfato nero, il quale, con celerità, produce nuovi leader pronti al martirio.  Sull’altra sponda del Mediterraneo, in particolare, si compongono scenari che destano preoccupazione.

La fusione di gruppi jihadisti in Chad, Mali e Niger, è una prospettiva reale e un pericolo per la sicurezza europea.  Con questi confinano due aree vacillanti, Algeria e Libia; e nonostante dalla caduta del regime, in Tunisia si siano susseguiti governi moderati, hanno avuto luogo gravi azioni, come quella al museo del Bardo nel 2015.  La costa dell’Algeria e quella francese sono separate da 870 chilometri, ma la Libia dista 530 chilometri dal territorio greco, 270 chilometri intercorrono fra la Tunisia e la frontiera italiana, e 17 chilometri tra il Marocco e le spiagge spagnole.  La miscela di prossimità geografica, retaggi coloniali, fondamentalismi, migrazioni, e presenza di ingenti giacimenti naturali, è pura nitroglicerina.

La dipendenza energetica dell’Europa rappresenta un ulteriore fattore di vulnerabilità.  L’11 per cento del gas arriva dall’Algeria, una nazione a rischio quasi permanente di implosione violenta; di questo il 52 per cento in Spagna.  L’Algeria è anche il secondo fornitore dell’Italia.  L’estrazione petrolifera italiana e francese sono inoltre legate a doppio filo con la Libia che si trova immersa in un conflitto civile.  In caso di collasso di questi sistemi, le riserve dell’Egitto non sarebbero sufficienti a supplire le esigenze.  Con l’alternativa di un gasdotto dall’Israele al momento non fattibile dal punto di vista dei costi, la Russia rimane la sola alternativa viabile, per un’Europa subordinata alla politica estera statunitense, e promotrice di sanzioni contro la sua unica fonte solida.

A dispetto di vecchi poteri coloniali come la Francia e l’Italia, e la loro competizione per lo sfruttamento delle risorse, che finisce per complicare, e a tratti paralizzare, i tentativi di dialogo per la stabilizzazione, la regione è oggetto di un riassetto geopolitico in cui avanza il Cremlino.  Questo ha consolidado un’alleanza nel campo della difesa con Algeria, Egitto e Libia, e tracciato un ampio arco di influenza che parte dalla Siria, passa dalla Turchia, e continua in Nordafrica.  Gli Stati Uniti, invece, hanno sempre guardato a questo teatro come secondario alle operazioni guidate in Medio Oriente.  La campagna ventennale contro al Qaeda, e poi l’Isis, in Afghanistan, Iraq, Siria, e Yemen, è stata condotta senza una prevenzione strutturata, e un contrasto continuativo, al loro travaso in Egitto, Libia, Tunisia e, ancora, in Chad, Mali e Niger.

La vicinanza di questi focolai all’Europa non è stata analizzata come una priorità, malgrado i duri colpi subiti.  Negli anni novanta, gli estremisti algerini hanno esploso ordigni nella metropolitana di Parigi e sequestrato un jet della compagnia aerea di bandiera in un tentativo di shianto contro la Torre Eiffel.  Pur se gli atti recenti sono stati provocati da cellule insediate nell’Unione, o lupi solitari di passaporto europeo e fede islamica, ciò non significa che non siano connessi e che l’Europa sia al riparo dal terrorisno nordafricano.

Inoltre, l’allargamento a est, fomentato dal Regno Unito che ha finito per rifiutare l’Europa intera, ha orientato considerevoli fondi e sforzi verso le economie in fase di pre e post adesione, aprendo buchi nella dimensione sociale della costruzione europea e la protezione delle sue fasce deboli e marginali, dove si sono creati lo scollamento e il malcontento, in cui si radicano due fenomeni diversi come il terrorismo islamico di matrice europea e il populismo che ha sovvertito l’ordine dei partiti tradizionali.  Ne è scaturita la defezione degli stessi inglesi a seguito dell’importante esodo procedente da questa zona dagli anni duemila e gli effetti della crisi del 2008; anche se già la Francia, nel 2005, aveva rigettato la costituzione europea, sulla base della protezione del lavoro, nel tentativo di arginare l’ingresso dei polacchi.  L’affluenza massiva dei rifugiati siriani nel 2015 ha evidenziato la mancanza di una visione condivisa in seno all’Unione Europea sulla gestione del suo intorno geopolitico.  Nondimeno, il problema centrale delle migrazioni per l’Unione Europea non viene dall’est, bensì dal sud.  Il fianco lasciato scoperto torna alla superficie con una potente domanda, alla quale l’Europa risponde con atteggiamenti difensivi e scarsa lungimiranza.

L’Africa è un mondo in rapida evoluzione caratterizzato da una graduale, ma progressiva, crescita e riduzione del debito, provvisto delle più importanti materie prime, con fonti di energia e riserve uniche, corrispondenti a un terzo di quelle del pianeta, classi medie equivalenti a quelle dell’India, mille milioni di persone pronte a lavorare e consumare, reti mobili globali, una gioventù decisa a vivere meglio, a qualunque prezzo.  In venticinque anni, le necessità di consumo dell’Africa saranno triplicate rispetto a quelle europee.  Mentre la Cina si sta preparando a questo appuntamento, e le immense opportunità che ne derivano, l’Europa continua a essere assente.  Il progetto One belt, One Road, concepito per l’Eurasia, si estende ora all’Africa, nel contesto di una cooperazione di lungo termine, per l’infrastruttura terrestre e navale, e l’inserimento nelle reti commerciali.  I dirigenti africani lo hanno accolto con un plebiscito.  La Cina sa, per esperienza, che la demografia ben gestita è un elemento chiave nel processo di globalizzazione.

Sebbene lo sviluppo si sia dispiegato in maniera apprezzabile, è indubbio che sia desiguale, e il dinamismo africano non impedisce che la gente continui ad abbandonare i propri paesi.  Del resto, nel XIX secolo, di fronte a una simile situazione mutatis mutandis di crescita demografica ed economica, dall’Europa si spostarono in 60 milioni.  In aggiunta, una forza contraria e oscurantista, dall’alto potenziale disgregatore, sta riducendo a pezzi l’Africa, facendo dell’integralismo religioso un attore centrale e aumentando la superficie di guerra.  Il successo della predicazione integralista in Africa non ha molto a che vedere con la religione: gli africani hanno sempre espresso un islam tollerante e pacifico.  Oggi le cose stanno cambiando per lo stallo sociale di generazioni condannate alla miseria in un continente che sarebbe in grado di soddisfare le loro giuste aspirazioni.

Per l’Europa, investire in Africa, e gestire con generosità i flussi dal sud, può significare assicurarsi una posizione dominante, laddove si trova il centro delle esportazioni che favoriranno il mercato comunitario.  Gli europei devono scommettere sull’Africa per evitare che gli africani gli voltino le spalle, quando diventeranno il prossimo polmone dell’economia globale.  C’è una verità storica molto semplice: l’Africa ha bisogno dell’Europa e l’Europa ha bisogno dell’Africa.

Per replicare allo scetticismo, l’Europa deve liberarsi dalla trappola dell’impasse fra il liberalismo cosmopolita dei suoi principi fondatori, e l’attuale nazionalismo rampante che, esacerbato dalla crisi e la pressione della mobilità umana, scatena esiti devastanti sulla società e la vita politica, e impedisce di raggiungere un’orientazione consensuata sul futuro per affrontare le grandi sfide.  Se l’Europa si impegnasse in un rinnovato modello di relazione con i popoli a essa vincolati per cultura e storia, potrebbe aiutare a innalzare non solo il livello dell’economia, ma quello della civiltà.

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Geopolitica

I Totalitarismi Del XXI Secolo

La storia non si ripete, ma fa rima, diceva Mark Twain. Oggi, infatti, stiamo assistendo alla stessa assenza di ordine mondiale, che i nostri nonni avevano vissuto all’indomani della fine della Grande Guerra.

 

La prima guerra mondiale è stata uno dei più grandi disastri geopolitici del XX secolo. A causa della guerra, quattro imperi, che rappresentavano parte dell’ordine mondiale di quegli anni, sono stati eliminati: l’impero russo, ottomano, austro-ungarico e quello tedesco. Molte nazioni sono state divise, hanno perso i loro territori, e numerose popolazioni sono state spostate in altre regioni. Il dramma della prima guerra mondiale è stato inoltre quello di generare l’affermarsi di due ideologie totalitarie del XX secolo: il nazismo e il comunismo.

 

L’errore fondamentale dei vincitori della Grande Guerra è stata l’incapacità di costruire un sistema, o meglio un nuovo ordine mondiale, in cui anche ai perdenti fosse riservato e conferito un ruolo dignitoso. Non per niente, dopo la fine della prima guerra mondiale si sono sviluppati sentimenti di revanscismo in Germania, che furono utilizzati nella retorica di Adolf Hitler per salire al potere. Di fatto, la prima guerra mondiale ha creato tutte le premesse per l’inizio della seconda guerra mondiale.

 

L’Ordine Della Guerra Fredda

Alla fine della seconda guerra mondiale, il nazismo è stato sconfitto. Rimangono solo le due ideologie delle due potenze vincitrici: il liberalismo degli Stati Uniti e il comunismo, promosso dall’Unione Sovietica. La Germania, il paese aggressore, e l’Europa vengono divisi in due parti e integrate nei due sistemi esistenti. Gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica hanno pertanto ricreato un ordine. Nasce la Guerra Fredda.

 

La Guerra Fredda, nonostante i rischi di una escalation militare, ha mantenuto un equilibrio mondiale. Ma nel 1989, con la caduta del muro di Berlino, anche questo ordine viene abbattuto. Il comunismo è sconfitto e il liberalismo rimane l’unica ideologia.

 

Il filosofo americano Francis Fukuyama, negli anni Novanta, scrive pertanto il libro “Fine Della Storia”, in cui sostiene che il liberalismo ha vinto sulle altre ideologie del XX secolo, nazismo e comunismo, e regna come unico modellatore dell’ordine mondiale.

 

All’indomani della caduta del muro di Berlino, però, gli Stati Uniti commettono lo stesso errore delle grandi potenze vincitrici della guerra de 1914-1918. Gli Stati Uniti si sono dichiarati come gli unici vincitori della Guerra Fredda, senza riservare alcun ruolo dignitoso alla Russia, che aveva comunque partecipato alla fine dell’Unione Sovietica nel 1991.

 

Gli Stati Uniti iniziano pertanto a regnare egemoni e, di conseguenza, la democrazia liberale viene imposta come unico modello e sistema legittimo per avviare il progresso sociale ed economico. Gli Stati Uniti, quindi, seguendo il principio wilsoniano, danno inizio a politiche estere mirate alla promozione e la propagazione della democrazia liberale ovunque nel mondo.

 

La Storia Continua

Il mondo unipolare però ha molti nemici. Spinta anche da sentimenti di revanscismo, la Russia cerca di ritrovare un proprio ruolo nella storia, promuovendo un mondo multipolare. La Russia, sentendosi abbandonata dall’Occidente, cerca quindi alleanze in Asia, dove la Cina cresce come nuovo polo economico.

 

La Russia promuove anche il BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa), il cui obiettivo è di costruire nuovi centri economici e finanziari, che possano esercitare un’influenza politica.

 

Il multipolarismo sembra pertanto essere possibile. La “storia” non “è finita”. La nascita di nuovi poli economici ha iniziato a erodere l’ordine mondiale liberale. La crescita economica della Cina, che minaccia l’economia americana, ha inoltre dimostrato che il progresso economico non è necessariamente relazionato alla democrazia liberale e, pertanto, altri sistemi sono possibili.

 

La Democrazia Liberale Non E’ Liberale

Ma la vera erosione della democrazia “liberale” occidentale è stata causata principalmente dalle stesse democrazie occidentali.

 

Qualcosa negli anni è cambiato. La democrazia liberale di oggi non è quella di Winston Churchill o di John Fitzgerald Kennedy. In precedenza, per democrazia liberale si intendeva una democrazia maggioritaria, che assicurava i diritti della persona. Oggi, invece, la democrazia è intesa come il potere delle minoranze contro la maggioranza, perché quest’ultima potrebbe diventare l’oppressore.

 

Si continua a parlare di democrazia “liberale”, ma in realtà è rimasto ben poco del liberalismo del XX secolo. Invece di liberale, si potrebbe dire “liberal”, la differenza la fa la “e” finale. Oggi, infatti, la democrazia “liberale” si è trasformata in un retaggio culturale marxista. Non a caso, i paesi dell’Est Europa accusano la democrazia liberale di avere le stesse aspirazioni ideologiche totalitarie del comunismo.

 

Come nel comunismo, la democrazia liberale vuole, infatti, il controllo sociale della famiglia, della Chiesa e delle associazioni private. L’intellettuale inglese John O’ Sullivan, speechwriter di Margaret Thatcher, sostiene che la democrazia liberale è impegnata in una lotta senza fine contro i “nemici della società”, diventando un’ideologia onnicomprensiva che, dietro un velo di tolleranza, poco sopporta il disaccordo.

 

“Liberal-democracy” Vs. Liberal Democracy

O’Sullivan, nella prefazione del libro “The Demon In Democracy” del filosofo e politico polacco Ryszard Legutko, inventa una differenza ortografica per distinguere tra “democrazia-liberale” (“liberal-democracy”; con il trattino) e “democrazia liberale” (liberal democracy; senza trattino) del XIX e XX secolo.

 

Secondo O’Sullivan, la “democrazia liberale” è un insieme di regole progettate per garantire che il governo si basi sul consenso dei governati. La “democrazia liberale” non impone intrinsecamente quali politiche dovrebbero emergere dal governo o quali accordi sociali debbano essere tollerati o proibiti. E’ aperta a una vasta gamma di risultati politici e disposta ad accettare una reale diversità di norme sociali, incluse quelle tradizionali. Nella “democrazia liberale”, le persone hanno un ruolo politico sia come elettori sia come cittadini che agiscono secondo libere scelte.

 

La “democrazia-liberale”, invece, ha politiche e divieti integrati nella sua struttura ideologica. O’Sullivan spiega che la “democrazia-liberale” non è realmente aperta alle istituzioni e alle politiche contrarie ai suoi istinti “liberazionisti”. Limita sempre di più la libertà di manovra su alcuni temi come le restrizioni migratorie ed è persino ostile ad alcuni valori del liberalismo come la libertà d’espressione.

 

La Società Liquida

L’odierna democrazia-liberale (seguendo il suggerimento ortografico di O’Sullivan) concepisce la società ideale come una società dai contorni liquidi. Si tratta di una società fluida senza confini, senza barriere sociali, culturali, territoriali, umane, sessuali, che ha perso la propria identità.

 

I sostenitori di questa società sono figli del marxismo e del ’68. Marx però aveva individuato come causa profonda dei mali dell’umanità la lotta di classe tra ricchi e poveri, tra borghesi e proletari. I sostenitori della società liquida invece hanno trovato nuove classi alla base delle ingiustizie sociali: l’uomo come oppressore della donna, i paesi occidentali come oppressori dei paesi in via di sviluppo, i valori occidentali come oppressori di altre culture, ecc.

 

I sostenitori della società liquida/fluida credono che, se vogliamo liberare l’umanità da queste profonde ingiustizie, dobbiamo fare ciò che ha detto Marx: il proletariato (l’oppresso) deve imporsi sulla borghesia (l’oppressore) per poter poi giungere ad una società senza classi. Lo scopo ultimo della società liquidi è quindi quello di rimuovere ogni barriera e creare un unico magma, in cui vengono eliminate la struttura di potere istituita dai soggetti oppressori e le classi sociali in conflitto. Un esempio è la nascita del concetto d’identità di genere, in cui non esiste più l’uomo e la donna, ma plurali orientamenti affettivo-sessuali.

 

La democrazia-liberale però non è solo il frutto del marxismo, ma anche della corrente “liberal” del liberalismo. La crisi dell’immigrazione in Europa nasce infatti dall’idea che l’identità collettiva (che Marx riconosceva) non esista e che non debba esistere, dato che c’è solo un’identità: quella individuale.

 

Secondo questo ragionamento, la protezione dei confini nazionali e le restrizioni migratorie non hanno alcun senso, perché non esiste alcuna identità collettiva da salvaguardare. L’identità culturale, religiosa e nazionale, in quanto identità collettive, sono negate e la società si dissolve, diventando fluida e liquida.

 

L’Ordine

La società liquida però fa sentire l’uomo smarrito, perché non riesce più a orientarsi in una società senza confini e senza regole definite. L’uomo ha bisogno di ordine e la società liquida, per definizione, non può essere organizzata od ordinata.

 

Auguste Comte, il fondatore del Positivismo, diceva “L’Amore per principio e l’Ordine per fondamento; il Progresso per fine”. La sua citazione “Ordine e progresso”, che figura sulla bandiera del Brasile (Ordem e progresso), sembra tornare più che mai di attualità. Per Comte, infatti, l’ordine e il progresso vanno di pari passo, il progresso mira all’ordine e l’ordine è finalizzato al progresso.

 

Ma come possiamo trovare un ordine giusto? Un ordine che non venga imposto come un nuovo totalitarismo? Un ordine vissuto come libertà.

 

La Società Solida

Il desiderio di ordine ha fatto crescere in Europa i movimenti sovranisti, che promuovono una società solida, basata sulla sovranità nazionale, l’identità nazionale, il nazionalismo e i valori tradizionali. Se, infatti, la democrazia liberale promuove un mondo senza confini, il sovranismo vuole invece chiudere i confini per proteggere un’unità culturale e antropologica.

 

In un’Europa, però, in cui le identità sono in continua mutazione, in cui la globalizzazione è un processo inarrestabile e la libertà di movimento è la norma, appare anacronistico parlare di “nazionalismo”. Il nazionalismo sovranista oltre che anacronistico potrebbe essere pericoloso per l’Europa, dato che rischia di rianimare conflitti dormienti tra popoli e religioni.

 

Anche per quanto riguarda la politica estera, il sovranismo sembra non avere gli strumenti necessari per risolvere le complessità della geopolitica. Se il sovranismo, infatti, si traduce in posizioni di isolazionismo, l’Occidente – in particolare l’Europa – rischia di non avere più alcuna influenza politica internazionale.

 

Per il sovranismo ogni nazione è sovrana di scegliere il proprio sistema di governo e ciascun popolo deve poter risolvere i propri problemi, senza interferenze esterne. Ne consegue che i regimi totalitari, non possono più essere soggetto di sanzioni, perché sovrani di scegliere il loro sistema di governo e di violare liberamente i diritti umani dei propri cittadini.

 

Nel sovranismo, il mondo si trasforma in un ordine multipolare, con diversi poli economici, in cui l’Occidente perde la propria egemonia economica e politica. Il multipolarismo, una volta scomparsa l’influenza occidentale, potrebbe svanire. Nuove potenze, come la Cina, potrebbero emergere e formare un nuovo ordine unipolare, in cui i diritti fondamentali dell’uomo non sono tenuti di conto. Oppure, si potrebbe formare un ordine in cui la Cina è la maggiore potenza economica del XXI secolo, e la Russia, nonostante la sua economia ridotta (ma con molte potenzialità), riesce a sviluppare il suo progetto politico euroasiatico ed esercitare una propria influenza sia in Occidente sia in Oriente.

 

Che Direzione Prendere

In Occidente, la democrazia-liberale e il sovranismo stanno combattendo per affermarsi l’uno sull’altro. O meglio, la democrazia-liberale tenta di sopravvivere per realizzare la profezia della “fine della storia”, mentre il sovranismo vuole imporsi come il nuovo totalitarismo.

 

Entrambe le due ideologie, però, sembrano portare l’Occidente verso il baratro. La democrazia-liberale vuole cancellare l’identità occidentale, mentre il sovranismo desidera portare l’Occidente verso l’isolazionismo, facendogli perdere influenza politica a livello internazionale. Il nazionalismo sovranista inoltre potrebbe risvegliare, come menzionato precedentemente, dei conflitti sulla superiorità di alcune nazioni su altre.

 

Il problema del sovranismo, come ideologia, è che non ha sviluppato un pensiero originale. Il sovranismo si caratterizza soltanto nel suo essere anti-liberale e, come il populismo, si ribella alle élites, promotrici della democrazia-liberale. Pertanto, il sovranismo è costretto ad utilizzare i concetti delle altre due ideologie totalitarie, il comunismo e il fascismo, per combattere le “élites” (l’oppressore) in modo da favorire gli interessi del popolo (l’oppresso) e affermare valori anti-liberali.

 

Per prevenire l’autodistruzione dell’Occidente, è necessario trovare un equilibrio tra società liquida e società solida. La priorità è di costruire una nuova cultura liberale, un metodo che riporti un ordine, in cui i diritti di ogni individuo vengano rispettati, e al contempo in cui l’identità collettiva non sia negata o annullata.