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	<title>italia Archivi - Einaudi Blog</title>
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	<description>Il blog della Fondazione Luigi Einaudi</description>
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	<title>italia Archivi - Einaudi Blog</title>
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		<title>Il Tribunale della Storia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Giannubilo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Apr 2024 22:08:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Repubblica e i falsi miti della sua nemesi oscura Dicevo già in precedenti scritti che la condizione essenziale perché le commemorazioni di eventi possano servire a qualcosa è che esse si propongano come occasioni di serie riflessioni storico-critiche e non retoriche o apologetiche circa gli eventi di cui ricorre l’anniversario. Ma così non è [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>La Repubblica e i falsi miti della sua nemesi oscura</em></p>
<p>Dicevo già in precedenti scritti che la condizione essenziale perché le commemorazioni di eventi possano servire a qualcosa è che esse si propongano come occasioni di serie riflessioni storico-critiche e non retoriche o apologetiche circa gli eventi di cui ricorre l’anniversario. Ma così non è stato, né lo è tuttora!<br />
Già a suo tempo, la ricorrenza del centenario della Vittoria italiana del 4 novembre 1918 contro l’Austria non è sfuggita a questa regola, poiché, a parte qualche stanca cerimonia di rito, è sceso un generale silenzio, che ha avuto per lo più matrici ideologiche, a volte con contorni addirittura faziosi. Ma v’è di più, in quanto avevo anche preconizzato &#8211; ma, ad onor del vero, soltanto sarcasticamente &#8211; che per uscire definitivamente da un ambiguo imperativo celebrativo, che stride con i suoi reali miti fondanti, vale a dire esclusivamente quelli antifascisti e resistenziali, questa Repubblica, per dovere di coerenza, avrebbe fatto bene a depennare dal novero di anniversari e ricorrenze quella della Vittoria del 4 novembre, sancendo così la “morte della Patria”, ma giammai pensando che in effetti si sarebbe potuto arrivare a tanto!<br />
Ed invece, in ossequio alla vulgata del politically correct in atto, oscillante nei fatti tra la mistificazione e il ridicolo, pure quella ricorrenza è ora definitivamente entrata nel vortice inesorabile della cancel culture, dato che, anche sotto il profilo formale, la recentissima Legge n. 2024 del 1° marzo scorso, espungendo del tutto quella vittoria, ha istituito, proprio per il 4 novembre, la Giornata dell’Unità nazionale e delle Forze Armate, il che appare francamente finanche grottesco in un momento di massima divisività ideologica, morale e persino antropologica; il tutto, accompagnato peraltro da una schiumosa retorica, stucchevole e a tratti anche involontariamente comica &#8211; in special modo per quanto riguarda le Forze Armate &#8211; che, nonostante tutto, rimane confinata nella magniloquenza e nell’apologia dell’ancora imperante sinistroide regime culturale.<br />
Dunque “Justice est faite”! Tutto questo è il frutto venefico scaturito dalla nuova “veste sacerdotale” di cui si è ammantata questa Repubblica, assurta così a Tribunale della Storia, o meglio a “Giudice degli inferi incaricato di assegnare premi e punizioni agli eroi morti” (Marc Bloch), nonché &#8211; in qualità di inflessibile custode della “santità” delle vicende storiche &#8211; a implacabile cerbero assetato di vendetta.<br />
Tutto ciò discende innanzitutto dall’irremovibile pregiudizio ideologico, unito ad un isterico livore verso Casa Savoia, relegata tutt’al più al periodo risorgimentale e quindi confinata esclusivamente alla tradizione, da parte di una contemporaneistica manichea, cinica e demagogica, allineata al politicamente corretto in atto, quando non proprio attardata su modelli veteromarxisti: questo costituisce il substrato politico-intellettuale della Repubblica nostrana, con tanto di “verde tartaro tra i denti”, in cui trovano posto solo istanze culturali semi-totalitarie ed egemoniche di una Sinistra ancora racchiusa nella sua macabra identità irrisolta!<br />
E’ questo lo spettro che anima l’attuale subcultura di tali protagonisti dannati, moderni “Arcangeli della morte”, i quali pontificano a sproposito e, galleggiando nel fiume impietoso degli accadimenti storici, continuano a vivere nell’ossessione antifascista e nel preconcetto antimonarchico. Cosicché, continua ad imperare indisturbata una dittatura del politicamente corretto che sta gradatamente consumando la storicità come comprensione del passato, una tirannide intellettuale a guisa di una stultifera navis che veleggia nel piatto mare dell’indifferenza e dell’incoscienza generali, in una Nazione che ha abbandonato pure se stessa.<br />
Ma il fondamentale aspetto motivazionale che conduce direttamente a siffatte aspre considerazioni è da rinvenirsi, per costoro, affetti da insanabile hybris, proprio nel significato recondito di quella vittoria.<br />
Secondo l’untuosa e settaria opinione storiografica più che mai in auge, quella vittoria dimenticata &#8211; ma ora anche cancellata del tutto &#8211; fu prodromica all’avvento del fascismo, anzi ne fu pronuba, in quanto il fascismo si ergeva a unico erede dell’arditismo, del volontarismo, del cameratismo, dell’aristocrazia da trincea, cosicché il mito dell’uomo nuovo andava a braccetto con il mito della vittoria mutilata. Il tutto a causa di una visione ideologica in base alla quale quella vittoria, più che superare la disperazione di Caporetto, fu una vittoria ambigua da cui il fascismo trasse forza e consenso, ciò che stride enormemente con la mitologia della Repubblica, la quale, anziché sforzarsi nella ricerca di nuovi valori condivisi e fondanti della civitas nazionale, dall’antifascismo continua a trarre, stante l’imperante criptocomunismo che la anima, la sua primaria ragion d’essere. Così pure il Milite Ignoto, il quale, al di là di omaggi formali, rientra in questa categoria da dimenticare, poiché pur esso ha rappresentato uno dei simboli cardini della propaganda fascista.<br />
Ma a questo punto occorre svolgere alcune considerazioni esplicative proprio sui miti che alimentano il rancore verso quella vittoria, sulla quale ora è definitivamente calata la vindice scure della Repubblica.<br />
Ed ecco dunque, dopo la disfatta di Caporetto nell’ottobre del 1917 &#8211; allorquando tre armate, la 2*, la 3* e la 4*, si ritirarono fino al fiume Piave &#8211; in uno al generale malessere che aveva finito per attanagliare la maggioranza dell’opinione pubblica, la vittoriosa battaglia di Vittorio Veneto, iniziata il 24 ottobre dalla linea del Piave, ciò che avrebbe indotto l’Austria a firmare l’armistizio il successivo 4 novembre.<br />
Certamente, il Trattato di Pace di Versailles, nel gennaio dell’anno successivo, nonostante l’acquisizione del Trentino, l’Alto Adige, Trieste e Zara, ma non della Dalmazia assegnata alla Jugoslavia, alimentò scoraggiamento e delusione a fronte del mancato ascolto delle richieste italiane, in particolare per Fiume e per la partecipazione alla spartizione delle colonie, sebbene questa fosse stata promessa nel Patto di Londra.<br />
 In Italia, quindi, trattata come una Potenza di second’ordine dagli alleati, prendeva piede il MITO DELLA “VITTORIA MUTILATA”, che peraltro non era del tutto privo di fondamento, sebbene l’odierna vulgata storiografica tenda ad affermare il contrario; né, d’altra parte, l’Autorità governante si mostrava del tutto capace di risolvere i problemi del dopoguerra, da quelli sociali, sfociati nel “biennio rosso”, al reducismo.<br />
In effetti, quello che venne firmato a Versailles non fu un trattato di pace, ma soltanto una tregua. Cosicché nel 1919 incominciava il countdown di una nuova e più terribile guerra mondiale!<br />
Lungi da voler ripercorrere gli sviluppi bellici di quella che è stata definita “la Madre di tutte le guerre”, in quanto rappresentò la nascita della moderna guerra totalitaria, ma al fine di pervenire ad un plausibile quadro interpretativo in cui possa trovare appropriata collocazione anche il <strong>Mito del Milite Ignoto</strong>, anch’esso individuato come pronubo del fascismo, occorre svolgere alcune considerazioni che ci consentano di inquadrare più esattamente ulteriori elementi mitici colpiti dall’ostracismo storiografico repubblicano. Siffatte riflessioni prendono avvio già dalla dicotomica contrapposizione tra neutralismo &#8211; che trovava suo terreno fertile nel pacifismo, nell’internazionalismo e nell’antimilitarismo, vale a dire nell’eredità giusnaturalistica del socialismo &#8211; e interventismo, in cui dominavano stati d’animo e aspirazioni diverse, quali ampliamento di obiettivi di politica estera, politiche di potenza, liberazione di terre irredente, ma anche fermenti irrazionalistici, volontaristici ed anche decadentistici: comunque, un coacervo di valori empirici che, in un modo o nell’altro, assegnavano in ogni caso un posto privilegiato al concetto di Patria. In siffatte aspirazioni emergeva in ogni caso un primato del fare, un dissolvimento del pensiero nell’azione, un attivismo di cui si rendeva protagonista soprattutto Gabriele D’Annunzio; in definitiva, un complesso di valori che alimentavano direttamente il Mito della Guerra. Questo si fondava, dunque, su vari elementi: patriottismo, ricerca di uno scopo nella vita, amore di avventura e ideali di virilità, tutti fattori che segnavano lo spirito guerriero dei giovani volontari, in un clima di movimenti e correnti in campo artistico e letterario che non mancavano di sottolineare il mutamento a cui si stava assistendo. Tra essi spiccava il Futurismo, il quale, esaltando una virilità militare che glorificava la conquista e la guerra e sostituendo il movimento violento all’immobilità del pensiero, denotava tutti gli aspetti bellici in modo positivo, talché proprio la magnificazione della guerra, come desiderio ardente dello straordinario, divenne una decisa forma di opposizione ad una società pietrificata. Anche la figura idealizzata del soldato comune divenne una componente essenziale alla creazione del MITO DELL’UOMO NUOVO che avrebbe redento la Nazione, che confluiva in quello dello <strong>Stato Nuovo</strong>, come processo di formazione di una coscienza politica estesa che può definirsi come “radicalismo” di tradizione mazziniana. Certamente, l’occasione dell’evento bellico segnava il fondamentale passaggio dall’idea all’azione nella prospettiva dello Stato nuovo, ereditato e poi fatto proprio dal movimento fascista. A tal proposito, ben si attaglia l’affermazione di Emilio Gentile sulla genesi del fascismo, individuato come “un movimento collettivo di giovani che si erano formati nella brutalizzante esperienza della guerra…che assimilò i temi del radicalismo nazionale integrandoli con i miti dell’interventismo, del trincerismo e del combattentismo”. Ma siffatta ricostruzione, perfettamente aderente a quel particolare, complesso contesto storico, non può essere rabbiosamente brandita come arma ideologica per cancellare in un sol tratto quella guerra e quella vittoria, in cui il mito ha svolto una funzione importante nella presa di coscienza politica delle masse, talché, finendo per perdere i tipici tratti politico-sociali, ha fuso la sua identità con il concetto di eroismo. Anche gli spiriti di quei caduti, diventati solo stracci senza memoria ingoiati dall’oblio, hanno diritto a quell’angolo di Cielo che “Il Dio degli eserciti riserba ai martiri ed agli eroi”! Per l’appunto, il mito e l’eroismo finirono per confluire in un processo edificatore, purificatore, per il popolo e per la politica italiana, teso alla costruzione di un ideale supremo: un percorso politicizzato, basato su ideali come Patria, Nazione e Stato, a cui si affiancò un processo morale che ebbe come elemento unificante l’esempio supremo incarnato da soldati e condottieri della guerra.</p>
<p>Di certo, da allora è stato impossibile mantenere un ininterrotto percorso identitario, soprattutto per il trauma di un’altra guerra mondiale, a distanza di venticinque anni dalla Prima, a seguito della quale, dopo il 1943-45, i meccanismi di legittimazione e i vincoli simbolici e ideologici, che duravano dall’unificazione dell’Italia, ebbero per lo più a dissolversi, cosicché qualcosa di simile alla morte si è verificato: senz’altro morì una Patria, e con essa anche il patriottismo della Nazione, sostituito dal patriottismo di partito o dal patriottismo di classe come l’unico vincolo della comunità politica nazionale. Caduto nella polvere, assieme al fascismo, il concetto stesso di nazione, la legittimazione democratica, dunque, non poteva che provenire se non da partiti fortemente ideologizzati, con tutte le conseguenze negative sullo sviluppo democratico del Paese, rimanendo in tal modo a tutt’oggi ancora irrisolta la grande questione del nostro vivere collettivo.<br />
Ma un altro grande momento di rottura che separa enormemente l’Italia attuale da quella della Grande Guerra è stato l’avvento di ordinamenti politici di tipo democratico così come sanciti dalla Costituzione repubblicana del ‘48, ma pur essa nata tra equivoci e contraddizioni profonde: una rivoluzione culturale che ha definitivamente rimosso, al di là di patetiche, formali rappresentazioni di facciata, l’identità sociale e culturale di quell’Italia liberale e democratica che combatté la Grande Guerra.<br />
Proprio la rottura del rapporto storico con lo Stato unitario in conseguenza della sconfitta del ’40-45 e l’avvento della democrazia repubblicana, dunque, hanno reso l’odierna identità italiana qualcosa di difficilmente comparabile con quella dell’Italia della Grande Guerra, che in tal modo non costituisce più il suo piedistallo emotivo e mitologico. Insomma, con l’avvento della Repubblica, in Italia abortì, a differenza di altre nazioni culturalmente e ideologicamente più coese, il passaggio cruciale tra il liberalismo e la nuova liberaldemocrazia dal ’46 in poi, che il conflitto mondiale aveva messo dappertutto all’ordine del giorno.<br />
In base a siffatti presupposti, sicuramente la Nazione è morta nel cuore degli italiani, è morta l’idea stessa di Nazione e con essa anche quella di Patria. Una Nazione incompiuta, una Nazione mancata, uno Stato-non nazione di un Paese che, per le sue inadeguatezze, non è riuscito a farsi Nazione e che sconta ancora oggi le sue tradizionali lacerazioni: una divisività che, come già si diceva innanzi, acquista una dimensione ideologico-politica, persino sistemica, strutturale, a carattere antropologico e culturale ed anche morale.<br />
Un Paese, dunque, con un colossale difetto di coscienza politica, caratterizzato dalla lontananza del popolo dallo Stato, in cui è troppo labile, se non proprio inesistente, il legame di appartenenza del popolo verso una ancora mal conosciuta Patria: l’inesorabile declino di una Nazione, designata dal fato ad un destino di morte!<br />
Si chiude così un loop tragico e grottesco allo stesso tempo, una riflessione a struttura circolare, così come nel film Pulp fiction di Quentin Tarantino, peraltro già richiamato in altra occasione, stante l’inizio tragico di questo excursus che si ricongiunge drammaticamente alla sua fine. Una pericolosa deriva ed una tangibile prospettiva di una moderna e irreversibile disunità nazionale, dunque, a distanza di oltre un secolo e mezzo dalla sua unità politica e dopo avere combattuto invano tante guerre dal quel fatidico 1848 in avanti: sono trascorsi cosi, in modo deteriore e come nulla fosse avvenuto, altri ottant’anni dall’ultima di esse!</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Francesco Giannubilo" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2021/01/francesco-giannubilo-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/francesco-giannubilo/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Francesco Giannubilo</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Francesco Giannubilo, laurea Scienze Politiche ed ex dirigente della P.A., si occupa di studi storico-politici dell’età contemporanea. Pubblicista su testate provinciali e su “l’Opinione delle Libertà” nazionale, dopo la ricerca “Aspetti della politica italiana 1920-1940” (2013), il saggio “DALLA DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA ALLA DEMOCRAZIA LIQUIDA (O LIQUEFATTA?)” (2015).</p>
<p>Ha pubblicato: “L’ITALIA CHE (NON) CAMBIA (2010), assieme di considerazioni etico &#8211; politiche sull’impossibilità del riformismo in Italia; “1848-1870 IL RISORGIMENTO INCOMPIUTO” (2011), una riflessione sullo sviluppo storico in Italia in termini di continuità con il processo risorgimentale; “1939-1940 IL MONDO CATTOLICO ALLA SUA SVOLTA?” (2012), un profilo critico sugli atteggiamenti del mondo cattolico dagli inizi del Novecento fino all’entrata in guerra dell’Italia.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/il-tribunale-della-storia/">Il Tribunale della Storia</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>La tragedia italiana</title>
		<link>https://www.einaudiblog.it/la-tragedia-italiana/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Vox]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 May 2022 19:29:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[antonio vox]]></category>
		<category><![CDATA[burocrazia]]></category>
		<category><![CDATA[italia]]></category>
		<category><![CDATA[norme]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Eravamo un popolo “di eroi, di santi, di poeti, di artisti, di navigatori, di colonizzatori, di trasmigratori…”. Questa, virgolettata, è la famosissima frase che Benito Mussolini pronunciò in un suo discorso del 1935. E, infatti, essa descrive l’Italia, e gli italiani, come ricchissimo giacimento, riconosciuto universalmente, di fantasia e di creatività, di cultura e di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Eravamo un popolo “di eroi, di santi, di poeti, di artisti, di navigatori, di colonizzatori, di trasmigratori…”.</p>
<p>Questa, virgolettata, è la famosissima frase che Benito Mussolini pronunciò in un suo discorso del 1935.<br />
E, infatti, essa descrive l’Italia, e gli italiani, come ricchissimo giacimento, riconosciuto universalmente, di fantasia e di creatività, di cultura e di opere d’arte, di monumenti e di storia, di identità.</p>
<p>Il fatto che il tessuto produttivo del nostro Paese sia costituito, per oltre il 90%, da Piccole e Medie imprese, statisticamente non più grandi dei 15 dipendenti, non è altro che la plastica traduzione delle citate caratteristiche della italica gente: insofferente alle regole, attaccata alla libertà della vita e del pensiero, intraprendente e costruttrice, poco incline alla sudditanza.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Eppure, dalla fine degli anni ’70 ad oggi, in mezzo secolo, c’è stato un sorprendente cambiamento.</p>
<p>Siamo diventati un popolo con la “norma” incorporata nel DNA.</p>
<p>Non sappiamo più vivere senza la “norma”. Abbiamo bisogno, addirittura, di modelli preconfezionati per scrivere una domanda o una istanza.  Consideriamo la “norma” essenziale e indiscutibile. Abbiamo perso il senso dell’obiettivo per abbandonarci alle convenzioni delle procedure e dei processi, benché demenziali. Siamo talmente insicuri e frustrati che non riusciamo a fare a meno dell’esperto e del professionista, in tutti i campi, perché la sovrastruttura normativa è talmente asfissiante che non riusciamo a vivere senza la “coperta di Linus” dell’amico esperto.</p>
<p>Il risultato è che, in Italia, è tutto difficile: non si riesce a concludere nulla; in sostanza siamo un popolo immobile.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>È chiaro che questo scenario possa sembrare irreale ai ben pensanti che non possono fare a meno, credo, d’obiettare: “Ma come, la norma non serve”? “Per piacere, non siamo superficiali; facciamo le cose per bene!”. E così via.</p>
<p>Ma, intanto, il disagio ci pervade proprio perché viviamo una vita non nostra.</p>
<p>Sintetizzando, siamo in un sistema sociale “controllato” e non “governato”.</p>
<p>Per non essere tacciati come gente “antisistema” e piagnona, visto che siamo invece consapevoli che la società civile è un “sistema complesso” e come tale va “governato”, vogliamo fare alcune concretissime e verificabili considerazioni, ponendo attenzione ad alcune spie, oramai sempre accese, ma che vengono sistematicamente ignorate.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Spia N1: INCAPACITA’ di GOVERNO.</p>
<p>Tutti siamo consapevoli che bisogna “fare le riforme” per rilanciare il Paese, ma la politica non sa cosa e come fare, in questo ambiente farraginoso. Così ci si riduce a qualche aggiustamento gattopardesco sempre orientato a ispessire lo strato normativo. Per esempio, tutti asseriscono che il PNRR sia una opportunità di crescita economica e sviluppo sociale; ma dei cosiddetti progetti “d’investimento buono”, fra l’altro affidati alla vorace Pubblica Amministrazione, non se ne vedono.</p>
<p>Cingolani e Colao, i Ministri della “transizione”, ambientale, energetica e digitale &#8211; temi molto cari al Presidente del Consiglio e al Parlamento &#8211; hanno prodotto solo la puzza del famoso topolino partorito dalla montagna; una montagna, costosissima.</p>
<p>Forse perché tutti e tre sono tecnici e non politici?</p>
<p>Come sappiamo, l’Italia gestirà un ammontare di <strong>223,91 miliardi di euro</strong>.</p>
<p>Nel complesso, il <strong>27 % delle risorse è dedicato alla digitalizzazione</strong>, il 40 % per il contrasto al cambiamento climatico e più del 10% alla coesione sociale.</p>
<p>Qualcuno sa individuare gli “investimenti buoni”?  Il 27% è fatto da server, reti, “apps” che sono parenti del “monitoraggio e controllo”; il 40% sono soldi che si spendono (a carico dei contribuenti) per “apparare” danni ambientali prodotti da una politica prospettica storicamente inesistente; il 10% ricorda i bonus per tenere buona la gente mentre sovrasta la onerosa cappa dei guai delle mancate riforme, della pandemia e della guerra che l’italiano non vuole.</p>
<p>Questa storia qualcuno la legge in maniera diversa?</p>
<p>Spia N2: esorbitante numero di togati.</p>
<p>Il Rapporto Censis del marzo 2021, redatto insieme Cassa Forense (ente previdenziale di categoria) e altri siti ufficiali quali quello dell’OUA (Organismo Unitario Avvocatura), dichiarano che in Italia c’è un esercito in toga: 245.000 mentre, nel 1985, non arrivavano a 49.000. Un boom incredibile in un trentennio! Addirittura, in Lazio e Campania, ce ne sono 66.000, più che in tutta la Francia che ne conta 60.000.</p>
<p>Al 1° gennaio 2021, il numero degli avvocati erano 245.000 in Italia, 166.000 in Germania, 60.000 in Francia.</p>
<p>Non vi sembra che si debba concludere che qualcosa non va nell’equilibrio generale del nostro Paese? Come mai la società italiana ha preso questo orientamento? Tanti avvocati significano tantissimi conflitti. Siamo proprio sicuri che il numero dei conflitti reali siano sufficienti ad alimentare la potenza di fuoco dell’esercito degli avvocati? Forse tanti di loro sono disoccupati e vanno ad ingrossare, per vivere, le fila di chi ha bisogno di sbarcare il lunario, con ogni mezzo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Spia N3: Il numero esorbitante delle “norme”.</p>
<p>Quante sono le norme in Italia? Il Poligrafico di Stato dichiara che gli atti normativi in vigore sono circa 111mila. Però si limita al numero di quanto pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, a sola valenza nazionale. Poi c’è tutta la Pubblica Amministrazione Locale.</p>
<p>Meno male che l’ex ministro per la Semplificazione Normativa, Calderoli, ha dichiarato di essere riuscito a tagliare la bellezza di 375mila leggi inutili: una enormità!</p>
<p>Il Presidente della Repubblica, con i suoi DPR, è l’Organo costituzionale più prolifico: la metà delle norme totali e il quadruplo delle leggi parlamentari.</p>
<p>Ci sarebbe da chiedersi quale sia, nella Repubblica parlamentare italiana, l’Organo Costituzionale Legislativo. Il 18 aprile 2020, Paolo Zabeo, dell’Ufficio studi della CGIA, scrive: “In Italia si stima vi siano 160.000 norme, di cui 71.000 promulgate a livello centrale e le rimanenti a livello regionale e locale.</p>
<p>In Francia, invece, sono 7.000, in Germania 5.500 e nel Regno Unito 3.000”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Spia N4: L’insostenibile costo della Burocrazia per la Economia Reale.</p>
<p>Il centro studi della Cgia di Mestre stima in € 100 mld il costo, per le Piccole e Medie Imprese, nell’applicazione delle complesse procedure e disposizioni burocratiche.  La stima è relativa al solo mondo delle PMI, ma c’è tutta la Società cCvile che sopporta costi assurdi quando viene a contatto con la Pubblica Amministrazione. Ciò induce la necessità di usare professionisti esperti che sappiano navigare nel labirinto delle norme, delle procedure e dei processi. La burocrazia non è al servizio del cittadino ma è un gravissimo ostacolo alla qualità della vita.</p>
<p>Paolo Zabeo dichiara, per le PMI:<br />
“La stima del costo che incombe sul nostro sistema produttivo per la gestione dei rapporti con la PA ammonta a 57,2 miliardi di euro; se a questi aggiungiamo anche i mancati pagamenti da parte dello Stato centrale e delle Autonomie locali nei confronti dei propri fornitori … il cattivo funzionamento del nostro settore pubblico grava sul sistema produttivo italiano per quasi € 100 mld all’anno”.</p>
<p>Qualcuno potrebbe obiettare, da incompetente, che la digitalizzazione risolverebbe tutti i problemi. È bene che lo si tranquillizzi: se la progettualità applicativa non è basata sulla flessibilità e sulla adattabilità alla evoluzione, la digitalizzazione diverrà essa stessa una armatura di ferro perché “congela e potenzia”, irrimediabilmente, gli strati normativi. Su questo versante il PNRR non affronta il reale problema.</p>
<p>In conclusione, l’Economia Reale e la Società Civile oberate dal cancro burocratico, arranca, anche affannata, fra pandemia e guerra; inoltre siamo in uno scenario sociopolitico “controllato” e non “governato”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Con tutti questi dati a disposizione, se voi foste al governo, da dove comincereste?</p>
<p>Badate che facendo finta di nulla e lasciar fare non è una soluzione.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Antonio Vox" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2022/04/antonio-vox.jpg' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/antonio-vox/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Antonio Vox</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Laura in Fisica con pubblicazione della tesi, sperimentale</p>
<p>Dirigente apicale nel Gruppo IRI/Finsiel/Italsiel (Sistemi Informativi Elettronici)</p>
<p>Dirigente apicale nel Gruppo Finmeccanica/Alenia/Quadrics (Supercomputer), in Bristol (UK)</p>
<p>Costituzione di uffici territoriali internazionali per supercomputers nella Silicon Valley, Pechino, Singapore.</p>
<p>Membro di Consigli di Amministrazione, Comitati Tecnico-Scientifici, Task Force for large&amp;complex projects</p>
<p>Presidente di aziende specializzate e monotematiche (formazione, organizzazione, sviluppo impresa)</p>
<p>Titolare di Master in HRM (Human Resources Management)</p>
<p>Alcune relazioni progettuali/commerciali (PAC, PAL, Banche, PMI, MIT, CalTech, Accademia delle Scienze di Pechino e Singapore, Nato, …).</p>
<p>Commissario del PLI &#8211; Partito Liberale Italiano &#8211; per la regione Puglia e Presidente del Consiglio Nazionale.</p>
<p>Presidente di “Sistema Paese – Economia Reale &amp; Società Civile –</p>
<p>Vicesegretario della formazione politica “La Casa dei Liberali”.</p>
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		<title>La tv non può bastare alla Russia di Putin senza il frigorifero pieno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Enea Franza]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Mar 2022 15:57:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[debito]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[enea franza]]></category>
		<category><![CDATA[finanza]]></category>
		<category><![CDATA[italia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Come forse non tutti sanno, la Russia di oggi, dal punto di vista economico, è un paese assai fragile e con una fortissima discontinuità tra le grandi città e le zone rurali e ciò, nonostante, le immense ricchezze umane e di risorse naturali. Questo nonostante che la Russia abbia compiuto un enorme balzo in avanti, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">Come forse non tutti sanno, la Russia di oggi, dal punto di vista economico, è un paese assai fragile e con una fortissima discontinuità tra le grandi città e le zone rurali e ciò, nonostante, le immense ricchezze umane e di risorse naturali. Questo nonostante che la Russia abbia compiuto un enorme balzo in avanti, rispetto agli anni che seguirono il disfacimento dell’URSS.<br />
Ma l’indubbio sviluppo di questi anni ha non solo luci ma anche ombre. Per convincersene diamo un’occhiata ai numeri e confrontiamoli con i nostri. Il Pil della Russia è (dati 2013-2014) pari a 1.876.488 mln di dollari USA, mentre il nostro Paese ha un Pil 2.086.911 mln di dollari USA (contro, tanto per fare un ulteriore confronto, la Germania che ha un Pil di 4.029.140 mln di dollari USA). Le distanze tra i due Paesi, peraltro, sono cresciute negli ultimi anni ed, in particolare, dopo la crisi della Crimea. Il divario lo si percepisce ancora di più se si di considera che la Russia è un paese enorme, grande 17.130.000 km², il più grande del mondo, mentre l’Italia è solo 301.340 km². Per non dire della popolazione; in Italia ci sono 59,55 milioni di persone (nel 2020,<br />
dato Banca Mondiale), i russi 144,1 milioni (2020, dato Banca Mondiale). Ora atteso anche che la Russia di Putin spende circa il 70 per cento del bilancio del suo Paese per costruire nuovi missili, navi e aerei, pur tuttavia, la spesa militare (anche se enorme) non sta al passo con quella dei Paesi europei e, tantomeno, con quella degli USA. Dunque, anche sotto il punto di vista militare il gigante Russia non è poi così grande. Peraltro, i dati più recenti e post pandemia non danno il quadro di una economia in equilibrio. Infatti, seppure lo scorso anno l&#8217;economia russa abbia ampiamente recuperato il calo provocato dalla pandemia &#8211; considerato che nel 2020 il Pil era diminuito del 3,1% e nel 2021 il prodotto interno lordo della Russia, invece, sia cresciuto al ritmo del 4,7% e la produzione industriale sia aumentata del 5,3% &#8211; l’analisi dei dati, resi noti dall&#8217;agenzia di statistica Rosstat, mostra che i settori risultati in maggiore crescita nell&#8217;anno sono stati quello degli alberghi e ristoranti (+24%), cultura e sport (+8%) e commercio all&#8217;ingrosso e al dettaglio (+8%). Insomma una crescita del mercato interno sostenuto da una economia del consumo, che però è estremamente sensibile ai “venti di guerra” ed alle importazioni di beni voluttuari. Peraltro, la performance economica è stata contraddistinta anche da un forte rialzo dell&#8217;inflazione che ha sfiorato il 7% nell&#8217;anno, con impennate particolarmente sensibili per i prodotti alimentari di base. Nella sostanza anche nel 2021 è continuato il calo del potere di acquisto dei russi, un trend che a ben vedere dura dal 2014. E il divario è cresciuto se si guarda anche al reddito pro-capite: in Russia del 2021 è di 11.273 dollari a testa (ben 3.490 in meno che nel 2013, più o meno la metà di quello portoghese). Il reddito medio europeo è di circa 32mila euro, di poco superiore a quello italiano. Se si guarda, poi, al commercio internazionale nel periodo 2010-2019 la Russia ha esportato per 4,3 miliardi di dollari (l&#8217;Italia poco meno di 3,9). Tre quarti della cifra è rappresentata da gas e petrolio, il resto sono quasi tutte materie prime di altro genere. In altre parole la Russia necessita di tutto, e in primo luogo proprio di tecnologia, la stessa che sta usando (e che tanto pubblicizza) nell’attuale invasione dell’Ucraina. Infine, la scarsa vitalità dell&#8217;economia è confermata dalle registrazioni di brevetti validi sul territorio dell&#8217;Unione Europea; in dieci anni i giapponesi ne hanno registrati 1.812 per milione di abitanti, gli americani 535, i russi solo sei.<br />
A ciò si aggiunga l’impatto delle sanzioni adottate che, tra le altre cose, sono arrivate a bloccare le risorse all’estero della Banca centrale russa, la cui capacità di sostenere il rublo potrebbe divenire presto problematica; solo nell’ultimo giorno del mese di febbraio il rublo ha perso il 30%, il che vuol dire un bagno di sangue per la pur ultra-capitalizzata Banca centrale russa. La finanza è del resto in prima linea. Le azioni delle società russe quotate all’estero hanno subito pesanti perdite (si calcola una perdita di circa il 90%).<br />
La Banca centrale ha raccomandato agli istituti di credito di considerare il rinvio del pagamento di dividendi e bonus ai manager, annunciando una serie di misure di sostegno al settore e ciò con l’evidente scopo di far calmare le acque. Ma l’appello (se pur efficacemente patriottico) può rassicurare, in effetti, solo per qualche tempo. In effetti i più grandi gruppi di gestione globale ed europei come BlackRock, Schroders, Amundi e Fidelity International hanno annunciato che non acquisteranno più nuovi asset russi e per quanto riguarda quelli già in portafoglio lavoreranno, non appena le condizioni di mercato lo consentiranno, per garantire che i clienti possano disinvestire dagli investimenti russi senza gravi conseguenze.<br />
La decisione riguarderà sia i prodotti attivi che quelli passivi, in seguito alla decisione dei principali index provider globali come MSCI, FTSE Russell, Stoxx e altri di rimuovere i titoli russi da tutti<br />
gli indici. Da BlackRock affermano che i titoli russi oggi rappresentano meno dello 0,01% degli asset gestiti per i clienti, principalmente nei prodotti passivi, e di aver collaborato proattivamente con i propri fornitori di indici per l’esclusione dei titoli russi. Sempre sul fronte degli investimenti passivi, anche Amundi ha adeguato il prezzo di liquidazione degli asset russi nei suoi prodotti a replica in seguito alla rimozione dagli indici e considera di farlo anche sui fondi attivi emerging markets. Infine, secondo i dati Morningstar riportati il 4 febbraio da Ignites Europe i fondi indicizzati e gli Etf domiciliati in Europa che investono nei mercati emergenti globali hanno asset per un totale di 147 miliardi di euro. Questi fondi hanno partecipazioni russe per un totale stimato di 4 miliardi di euro, suggerendo una partecipazione media russa di circa il 3% al portafoglio di ciascun fondo.<br />
Anche sotto l’aspetto delle materie prime è possibile uno scossone; in particolare sul petrolio (per inciso, manovre sul gas richiedono tempi lunghi) la forza della Russia si misura su ciò che<br />
potrebbero decidere i paesi dell’OPEC. Un aumento della produzione, infatti, calmiererebbe i prezzi colpendo ulteriormente l’economia Russa. Ciò comporta, dal nostro punto di vista, una prima importante riflessione.</p>
<p style="text-align: left;">Quanto più le ostilità continuano tanto più la sostenibilità economica da parte Russia della guerra si riduce. Per dirla diversamente, come nel caso dell’Unione Sovietica per l’Afghanistan, la Russia non ha la forza economica per sostenere una guerra di occupazione in un Paese enorme come l’Ucraina e con una popolazione di 44 milioni di abitanti che non si arrende. Dunque la Russia non può che contare su una guerra lampo, che ponga le basi per una trattativa in posizione di vantaggio. Viceversa il protrarsi della guerra potrebbe avere per la Russia di Putin sviluppi drammatici, atteso che non sarà possibile per il Paese sostenere una guerra (ed i conseguenti costi economici) per un lungo tempo e ciò, in particolare perché, oltre a combattere una guerra sul fronte esterno, si aprirà, molto presumibilmente, anche un fronte interno che Putin non potrà gestire certamente con la politica “della Tv e del Frigorifero”, ovvero, della propaganda e del sostegno economico alla popolazione. Sotto l’aspetto squisitamente economico, però occorre precisare che l’unità di azione, dimostrata in questi giorni nel decidere ed attuare, con una potenza di fuoco senza precedenti, le sanzioni alla Russia, può rilevarsi una arma a doppio taglio per il neo (ri)nato blocco occidentale (intendendo come tale Usa, Canada, Gran Bretagna ed E.U.). In effetti, ciò potrebbe indurre a ritenere molti paesi ora alleati o neutrali che una sorte simile potrebbe essere riservata anche a loro, magari in un futuro non lontano, quando ci fosse una fonte di disaccordo e un focolaio di tensione. E’ inutile ricordare a noi tutti che, a tutt’oggi, sono moltissimi i focolai di combattimento nel mondo. Oltre l’ Ucraina ci son guerre in Aceh, Afghanistan, Algeria, Burundi, Brasile, Colombia, Congo R.D., Costa d&#8217;Avorio, Egitto, Eritrea-Etiopia, Filippine, Yemen, Iraq, Israele-Palestina, Libia, Kashmir, Kurdistan, Nepal, Nigeria, Repubblica Centrafricana, Siria, Somalia, Sudan, Uganda.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Enea Franza" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2020/04/enea-franza-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/enea-franza/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Enea Franza</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Dal 2016 dirigente Responsabile Ufficio Consumer Protection e dal 2012 a tutt’oggi, Responsabile Ufficio Camera di conciliazione ed arbitrato presso la Consob.</p>
<p>Membro del Comitato Tecnico Scientifico della ”Agenzia per il controllo e la qualità dei servizi pubblici di Roma-Capitale”, via San Nicola da Tolentino, 45, 00187 Roma;</p>
<p>Membro del Comitato Scientifico della “Fondazione Einaudi-Onlus”, Via della Conciliazione, 10 –  Roma;</p>
<p>Membro del Comitato Scientifico “’Unione Cristiana Imprenditori e Dirigenti – UCID”,  Via delle Coppelle,35 Roma</p>
<p>Membro del Comitato Scientifico della “Fondazione Vittime del Fisco” – Milano;</p>
<p>Membro del Comitato Scientifico della rivista scientifica “Osservatorio sull’uso dei sistemi ADR” – Caos- Editoriale – Roma.</p>
<p>Docente di “Economia e finanza etica” – Dipartimento Economia presso la Delegazione italiana dell’”Università Internazionale per la Pace – ONU (Costa Rica), via Nomentana n.54 – Roma;</p>
<p>Docente di Economia Politica – Dipartimento di Criminologia” dell’”Università Popolare Federiciana – UniFedericiana”;</p>
<p>Docente a contratto e Direttore scientifico per i Master di I livello in “Economia e diritto degli intermediari Finanziari” (edizioni 2016-2017, 2018-2019) presso “Università degli Studi Niccolò Cusano – Unicusano”, via Don Gnocchi, 1- Roma;</p>
<p>Docente di “Economia e finanza”, nonché membro del Senato accademico dell”’Università Cattolica Joseph Pulitzer di Budapest” dal 2018.</p>
<p>Cavaliere di Merito dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme;</p>
<p>Cavaliere di Merito del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio</p>
<p>Per una biografia più dettagliata vi invitiamo a visitare il sito della <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/profilo/enea-franza/">Fondazione Luigi Einaudi</a></p>
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		<title>Grande guerra, milite ignoto e dintorni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Giannubilo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Jan 2022 09:00:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[francesco giannubilo]]></category>
		<category><![CDATA[italia]]></category>
		<category><![CDATA[storia risorgimentale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>1.VALIDITA’ DI ANNIVERSARI E COMMEMORAZIONI   Condizione essenziale perché le commemorazioni di eventi possano servire a qualcosa, il che non è nemmeno certo, è che esse si propongano come occasioni di serie riflessioni storico-critiche e non retoriche o apologetiche circa gli eventi di cui ricorre l’anniversario. Ma così non è stato. E così non è! [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>1.VALIDITA’ DI ANNIVERSARI E COMMEMORAZIONI </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Condizione essenziale perché le commemorazioni di eventi possano servire a qualcosa, il che non è nemmeno certo, è che esse si propongano come occasioni di <strong>serie</strong> <strong>riflessioni storico-critiche </strong>e <strong>non retoriche o apologetiche </strong>circa gli eventi di cui ricorre l’anniversario. Ma così non è stato. E così non è!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La ricorrenza del <strong>150° anniversario dell’Unità d’Italia</strong>, è stata per lo più occasione di sentimenti dissacratori e antirisorgimentali (esaltazione del Regno dei Borboni, usurpazione dei Savoia, ecc.) o di <strong>celebrazioni di regime </strong>trionfalistiche e retoriche. Una assoluta mancanza, se non in qualche isolato caso, di prospettazioni interpretative e/o reinterpretative, che, senza nulla togliere al valore e alla grandiosità del <strong>conseguimento dell’indipendenza nazionale</strong> come <strong>il più grande evento rivoluzionario del XIX secolo</strong>, potessero gettare nuova luce sulle sue eventuali <strong>difettosità</strong>, sul <strong>continuum Risorgimento/post-Risorgimento/guerre mondiali </strong>e sul <strong>perché tante premesse di quel risultato in realtà non siano state poi mantenute</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Così pure per gli eventi celebrativi per il <strong>centenario dell’ingresso nella prima guerra mondiale dell’Italia nel maggio 1915</strong>, sono stati spesso solo <strong>retorici </strong>e a volte anche <strong>grotteschi</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Anche la ricorrenza del <strong>centenario della vittoria italiana del 4 novembre 1918 contro l’Austria </strong>non è sfuggita a questa regola, anzi è sceso un generale silenzio (salvo qualche cerimonia di rito!), una <strong>non-commemorazione </strong>che ha avuto per lo più <strong>matrici ideologiche</strong>, a volte con contorni addirittura <strong>faziosi</strong>. Un silenzio commemorativo che contrasta persino con l’enfasi posta sul centenario dell’entrata in guerra. Perché? <em>In primis</em>, ponendo a base della guerra <strong>solo</strong> <strong>l’aspirazione irredentistica</strong> (<u>ma così non fu</u>!), cioè la liberazione delle terre ancora soggette al dominio straniero fa esattamente il paio con l’altra liberazione, anzi ne è funzionale.</p>
<p>In secondo luogo, quella <strong>vittoria dimenticata </strong>(mio articolo/opinion del novembre 2018) fu <strong>prodromica</strong> all’avvento del fascismo, ne fu <strong>pronuba</strong>, in quanto il fascismo si ergeva a unico <strong>erede dell’arditismo, del volontarismo, del cameratismo, dell’aristocrazia da trincea</strong>, cosicché <strong>il mito dell’uomo nuovo </strong>andava a braccetto con il <strong>mito della</strong> <strong>vittoria mutilata</strong>. Il tutto in base ad <strong>una visione ideologica</strong> in base alla quale quella vittoria, più che superare la <strong>disperazione di Caporetto</strong>, fu una <strong>vittoria ambigua </strong>da cui il fascismo trasse <strong>forza</strong> e <strong>consenso</strong>, ciò che <strong>stride con il</strong> <strong>mito della Repubblica</strong>, la quale, anziché sforzarsi nella ricerca di nuovi valori condivisi e fondanti della <em>civitas </em>nazionale, dall’antifascismo continua a trarre, almeno per alcune grandi forze politiche che la sorreggono, la sua ragion d’essere.</p>
<p>Anche questo centenario del <strong>Milite Ignoto</strong>, celebrato lo scorso 4 novembre, dunque, al di là di omaggi formali, rientra in questa categoria da dimenticare, anche perché, pur esso, ha rappresentato <strong>uno dei simboli cardini della propaganda fascista</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’intento forse ambizioso di questo programma, pur celebrativo dell’evento, di cui si tratterà più diffusamente in appresso, vuole essere anche e soprattutto il tentativo di un <strong>ripensamento storico-critico</strong>, in termini di proposizione di motivi di più <strong>accurata riflessione </strong>nonché di un <strong>riposizionamento concettuale</strong> e <strong>logico </strong>rispetto ad accadimenti e interconnessioni fors’anche inaspettati. Insomma, un <strong>excursus storico-critico </strong>che valga a <strong>riposizionare organicamente</strong> l’evento <em>de qua</em> <strong>in chiave di continuità</strong> con il processo risorgimentale e post-risorgimentale, pervenendo così a più <strong>coerenti prospettazioni interpretative e reinterpretative</strong> rispetto a situazioni altrimenti in larga parte inesplicabili.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>2.UNA QUESTIONE METODOLOGICA</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong><em>Historia magistra vitae</em></strong> recita l’antica massima per affermare che il passato illumina il presente, talché ove presa alla lettera si scadrebbe nel <strong>determinismo </strong>e nella <strong>ripetitività</strong> dei fatti storici. In realtà <strong>la storia è un tunnel di cui non si vede la luce</strong>! Infatti, è anche <strong>il presente a schiarire il passato</strong> e a renderlo sempre più intellegibile, gettando su di esso nuova luce e fornendo continuamente nuovi elementi di valutazione. Insomma un rapporto di interscambio conoscitivo e interpretativo nell’ambito di una <strong>corretta e rielaborata dialettica tra</strong> <strong>passato e presente</strong> su un invertito asse temporale. <strong>Una <em>consecutio temporum </em>non soltanto descrittiva</strong> <strong>ma soprattutto interpretativa</strong> per scoprire concatenazioni storicamente attendibili, magari dotate pure di una certa suggestività. D’altra parte <strong><em>Historia non facit saltum</em></strong>! La Storia non è assimilabile ad un “sistema modulare” (<em>Sybrick</em>) in cui ogni “blocco” può essere estrapolato e diventare oggetto di analisi a sé stante, ma è un susseguirsi di accadimenti organicamente interconnessi soprattutto nella dimensione temporale su un asse cronocentrico nella ricerca di motivi unificanti di continuità piuttosto che di <em>breack</em>, che di per sé si pretenderebbero, da parte di alcuni, esaustivi come modelli sociologici autoesplicativi dei fatti storici, centrati su astratte formulazioni atemporali e su pretenziosi <strong>modelli strutturali e storicistici</strong> (p. es. la Scuola delle <em>Annales</em>).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>3.ANTEFATTI STORICI: RISORGIMENTO E POST-RISORGIMENTO</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>a. Percorsi risorgimentali</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>La storia del Milite Ignoto o soldato ignoto si situa <strong>nel contesto della Prima Guerra</strong> <strong>Mondiale</strong> ed è un militare italiano caduto sul fronte del conflitto e sepolto a Roma sotto la statua della dea Roma all’Altare della Patria al Vittoriano.</p>
<p>Occorre però, ancor prima di diffonderci su questa storia, pervenire ad un <strong>corretto e coerente inquadramento del primo conflitto mondiale</strong> <strong>alla luce dei suoi antefatti</strong> <strong>storici</strong>, vale a dire gli sviluppi risorgimentali e post-risorgimentali. Talché vale la pena di svolgere un veloce excursus storico-critico su tali percorsi, a volte tortuosi, che, <strong>senza nulla togliere</strong> <strong>alla grandiosità dell’epopea risorgimentale</strong>, sono stati non sempre e non del tutto idonei a completare l’effettiva unità della nazione italiana.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Dapprima, la pesante e definitiva <strong>sconfitta di Novara</strong>, nel marzo 1849, subita dal Re Carlo Alberto nella <strong>prima guerra d’Indipendenza</strong>, a causa della cecità politica degli altri sovrani centromeridionali e della intrinseca debolezza dell’esercito piemontese.</p>
<p>Occorrerà un altro decennio e <strong>la paziente opera del “Grande Tessitore”, Camillo</strong> <strong>Benso di Cavour</strong>, per l’annessione al Regno della sola <strong>Lombardia</strong> dopo la <strong>seconda guerra d’Indipendenza nel 1859</strong>, sostanzialmente combattuta e vinta dai francesi di Napoleone III a Solferino, ancorché con l’apporto dell’esercito piemontese nelle battaglie di Magenta e San Martino, con la cessione, peraltro, dei territori di Nizza e Savoia alla Francia. Tutto ciò comunque darà la stura, l’anno successivo, <strong>all’impresa garibaldina della conquista del Regno di Napoli</strong> &#8211; con il beneplacito però dell’Inghilterra, che aveva in animo di distruggere quel regno posto al centro del Mediterraneo &#8211; propedeutica alla <strong>proclamazione, il 17 marzo del 1861, del Regno</strong> <strong>d’Italia</strong>, anche se <strong>ancora senza il Veneto e Roma</strong>.</p>
<p>Insomma &#8211; e qui sta il “cruccio” storico, l’altra “distonia” nel processo di formazione della nazione &#8211; <strong>l’unificazione dell’Italia avveniva non militarmente</strong>, ma, nonostante gli sforzi profusi, da un lato grazie a Napoleone III, alla costante ricerca di prestigio internazionale, dall’altro ad opera di Gladstone e dei liberali inglesi.</p>
<p>Ma delusioni più cocenti dovranno ancora arrivare un quinquennio più tardi, con la <strong>terza guerra d’Indipendenza</strong>, che <strong>portò sì all’annessione del Veneto</strong>, ma solo grazie alla <strong>sconfitta dell’Impero asburgico ad opera della Prussia di Bismarck</strong>, a cui l’Italia si era alleata, a seguito della schiacciante <strong>vittoria di Sadowa</strong>  nel luglio 1866, colta dal formidabile esercito prussiano guidato da von Moltke: tutto ciò, mentre le armi italiane subivano, ad opera degli austriaci, <strong>le umilianti sconfitte </strong>di <strong>Lissa </strong>per mare e di <strong>Custoza </strong>per terra, talché, almeno in una prospettiva nazionale, la guerra doveva considerarsi fallimentare sia per i gravi insuccessi militari sia per il fatto che <strong>rimanevano fuori dal regno &#8211; e questo sarà un altro passaggio chiave &#8211; altri territori, come il Trentino e l’Istria, popolati da numerosissimi italiani.</strong></p>
<p>Anche <strong>la conquista di Roma</strong> e l’annessione del Lazio al Regno d’Italia <strong>nel 1870</strong> furono determinati da successi altrui, questa volta a spese della <strong>Francia</strong>, sconfitta dalla Prussia il 2 settembre a <strong>Sedan</strong>, la quale, con il crollo dell’impero di Napoleone III, non era più in grado di proteggere militarmente lo Stato pontificio. Ancora una volta, quindi, <strong>un grande obiettivo connesso alla unificazione del Paese</strong>, vale a dire lo smantellamento del potere temporale della Chiesa e la sua incorporazione nella monarchia Sabauda, <strong>sopraggiungeva</strong> <strong>non per l’effetto di vittorie militari proprie</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In conseguenza, negli anni successivi, proprio per come si era concluso il processo di unificazione nella consapevolezza dei tanti insuccessi che avevano costellato tutto il periodo risorgimentale, incomincia a serpeggiare <strong>una</strong> <strong>diffusa sensazione di malessere</strong> <strong>spirituale</strong>, <strong>una sorta di “complesso di inferiorità”</strong>, un senso di frustrazione generale, che, sfociando gradualmente in aneliti di rivincita e di espansione territoriali, <strong>finiranno per tradursi in aspirazioni irredentistiche e  via via in nazionalistiche e</strong> <strong>colonialistiche</strong>: tutto ciò, peraltro, <strong>senza por mano e senza aver</strong> <strong>prima risolto i gravissimi problemi che affliggevano</strong> &#8211; e non solo da quel momento &#8211; <strong>il Paese</strong>, in particolar modo <strong>il Sud della penisola</strong>, ciò che avrebbe posto sin da allora gravi incognite sul futuro sviluppo della vita nazionale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>b. Post-Risorgimento e imprese coloniali </strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>La nuova classe politica insediatasi al potere dal 1876</strong>, la <strong>Sinistra</strong>, <strong>imbevuta dell’idea mazziniana del primato che spettava all’Italia in Europa</strong>, <strong>smaniosa di esibirsi in</strong> <strong>politica estera </strong>e per di più attratta dalla politica dii potenza di Bismark, in una sorta di <strong>implicito accordo tra le istanze monarchico-liberali </strong>e le <strong>pressanti</strong> <strong>spinte repubblicane </strong>e<strong> democratico-mazziniane</strong>, dà la stura ad una <strong>politica di potenza</strong>, in special modo dopo lo smacco italiano al <strong>Congresso di Berlino nel giugno 1878</strong>, da cui l’Italia esce con “<em>le mani nette</em>”, e “<strong><em>l’affare</em>” di Tunisi</strong>, allorquando la Francia conquista la Tunisia, su cui l’Italia aveva pure delle mire.</p>
<p>In definitiva, l’accettazione della Monarchia finisce per passare attraverso la sua capacità di saper guidare <strong>una riscossa</strong> <strong>nazionale</strong> onde consentire al nuovo Stato unitario di occupare nel contesto europeo e mondiale il <strong>posto di rilievo che le</strong> <strong>competeva</strong>. Insomma, un <strong>accordo</strong> contenente <strong>una univoca riserva politica</strong>, affinché la Monarchia, mostrandosi all’altezza del suo ruolo storico, potesse completare l’opera del Risorgimento, ciò che alla fine si traduce nella intrapresa della <strong>sola</strong> <strong>scorciatoia irredentistica </strong>e<strong> colonialista</strong>, come alibi per eludere la soluzione dei problemi che assediavano il nuovo Stato unitario, così come avrebbe voluto la Destra.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In conseguenza, benché in ritardo e con una sommaria preparazione militare, viene avviata nel <strong>1885</strong>, partendo dalla colonia Eritrea acquistata nel 1882,<strong> una politica di espansione coloniale nel Mar Rosso e in Etiopia</strong>.</p>
<p>Ma anche questa è destinata ad aggiungere ulteriori <strong>delusioni e profondo senso di</strong> <strong>frustrazione</strong>. Già nel <strong>gennaio del 1887</strong>, il massacro dei cinquecento uomini del <strong>tenente colonnello De Cristoforis</strong> a <strong>Dogali</strong> ad opera di preponderanti forze di Ras Alula; dopo la denuncia unilaterale, nel maggio del 1893, del Trattato di Uccialli da parte di Menelik e i parziali successi di Agordat, Cassala, Senafè e Adigrat negli anni 1894/95<strong>, la carneficina, il 7 dicembre 1995</strong>, dei duemilatrecentocinquanta uomini del <strong>maggiore Toselli</strong> <strong>al passo dell’Amba Alagi</strong>. Ma il peggio dovrà ancora arrivare nel mese di <strong>marzo dell’anno successivo</strong>, con il <strong>disastro di Adua</strong>, per mano del negus Menelik rifornito di armi dalla Francia, dove avrebbero trovato <strong>la morte cinquemila</strong> <strong>italiani</strong> oltre ad un migliaio di ascari e millecinquecento feriti, più morti quindi di tutti quelli avutisi nelle guerre d’Indipendenza.</p>
<p>La terribile sconfitta di Adua, frutto di imperizia, impreparazione, approssimazione, oltre che di cecità politica, avrebbe portato <strong>all’uscita dalla scena politica di Crispi</strong> e al momentaneo accantonamento di velleità colonialistiche/imperialistiche. Venivano altresì occultate le gravissime responsabilità politico-militari che avevano determinato il fallimento delle imprese coloniali in Africa, tant’è che il generale Oreste Baratieri veniva sì assolto dal Tribunale di Guerra, riunitosi nel giugno del ’96, da responsabilità penali ma con una pesantemente deplorazione dell’esercizio del suo comando. Persino il rigurgito colonialistico nella <strong>guerra italo-turca nel 1911</strong>, che avrebbe sì consentito la <strong>conquista della Libia</strong>, <strong>limitatamente però alle sole città costiere</strong>, avrebbe rivelato impreparazione militare, conducendo anche a gravi insuccessi, come il <strong>massacro di bersaglieri a Sciara Sciat</strong>. Solo nel 1924 il fascismo ne avrebbe completato la conquista con l’occupazione delle zone interne.</p>
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<p><strong>4.PRIMA GUERRA MONDIALE</strong></p>
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<p><strong>a. Mix rivendicativo e spirazioni</strong></p>
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<p>Ma è in arrivo la nuova guerra mondiale, a cui l’Italia partecipa, dopo <strong>l’accordo con</strong> <strong>le Potenze dell’Intesa</strong>, siglato il <strong>26 aprile 1915</strong>, e dopo aver riesumato le sue <strong>aspirazioni irredentistiche</strong> sui territori ancora occupati dall’Austria, vale a dire il <strong>Trentino</strong> e la <strong>Venezia Giulia</strong>, temporaneamente accantonate per effetto della sua adesione alla Triplice Alleanza del 1882, e dopo aver posto sul tappeto anche quelle <strong>nazionalistiche</strong> e quelle <strong>colonialistiche</strong> a spese della Germania a guerra finita.</p>
<p>In effetti, con la firma dell’accordo che prevedeva l’entrata in guerra dell’Italia, con modalità offensive, si concedeva <strong>il Trentino, il Tirolo Meridionale, Trieste Gradisca e</strong> <strong>Gorizia, l’Istria e le isole antistanti</strong>, <strong>una parte della Dalmazia e le sue</strong> <strong>isole</strong>, <strong>Valona e il Dodecanneso</strong> oltre ad <strong>acquisizioni territoriali in Africa</strong> e <strong>in Asia</strong> <strong>minore</strong>. Insomma, <strong>un mix rivendicativo che spaziava dal Brennero all’Istria</strong>, dalla <strong>Dalmazia e al controllo dell’Adriatico</strong> <strong>al Dodecanneso</strong>, ciò che era proprio quello di una grande potenza o almeno aspirante tale, tutt’assieme <strong>irredentistico, imperialistico-colonialistico e</strong> <strong>nazionalistico</strong>.</p>
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<p><strong>b. Quarta Guerra d’Indipendenza?</strong></p>
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<p>Buona parte della storiografia è concorde nel ritenere, nel solco interpretativo risorgimentale, <strong>la Prima Guerra Mondiale</strong> una “<strong>Quarta Guerra d’Indipendenza</strong>” &#8211; una rappresentazione che, come vedremo, avrà analoghe conseguenze interpretative anche sulla Seconda Guerra Mondiale &#8211; in perfetta continuità con la Terza del 1866, allorquando il generale Pollio, in chiusura del suo libro su Custoza, identifica il trionfo di Vittorio Veneto come vindice della sconfitta di Custoza.</p>
<p>Ma siffatta ricostruzione di aggancio diretto della Guerra mondiale al percorso risorgimentale, ricondurrebbe il tutto solo ad un <strong>esile filone irredentistico</strong>, che invece, come si è visto, era venuto ad integrarsi in un <strong>mix sempre più articolato </strong>di progetti colonialistico-imperialisti e nazionalisti, diventando con essi intercambiabile. Insomma, resta legittima la qualificazione della prima guerra mondiale come “<strong>quarta Guerra d’Indipendenza</strong>” soltanto a patto di <strong>ricomprendere nel suo coacervo rivendicativo interessi ed aneliti ben al di là di quelli unicamente irredentistici</strong>.</p>
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<p>D’altra parte, qual è il significato del termine <strong>indipendenza in senso lato</strong>? Per un primo aspetto, sicuramente quello connesso alla riunificazione del territorio nazionale mediante <strong>l’acquisizione delle terre irredente</strong>, cioè non ancora salvate, e quindi la capacità di autodeterminarsi nell’ambito del territorio nazionale. Ma, sotto un altro profilo, una grande potenza, per assicurarsi <strong>una reale indipendenza</strong>, cioè una sua <strong>incontrovertibile sovranità sopranazionale</strong>, non può tollerare <strong>né limitazioni ai suoi</strong> <strong>confini naturali né restrizioni allo sviluppo di una propria politica internazionale</strong>, come <strong>chiavi strategiche</strong> per non rendere la sua indipendenza puramente nominale.</p>
<p>Proprio in siffatta ottica, non vi è dubbio che la Prima Guerra Mondiale possa configurarsi a pieno titolo come “<strong><em>Guerra d’Indipendenza</em></strong>”, in quanto tesa a conseguire <strong>obiettivi nazionali strategici</strong>, sia <strong>a carattere irredentistico</strong> sia a carattere <strong>nazionalistico e imperialistico</strong>, giustappunto come grande potenza nel contesto europeo, al pari di Francia e Inghilterra.</p>
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<p><strong>c. Parallelo con la seconda guerra mondiale</strong></p>
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<p>A questo punto mi sia consentita una piccola digressione! La<strong> guerra che</strong> <strong>iniziava il 10 giugno 1940</strong> &#8211; con tutto il suo imponente mix rivendicativo che tendeva ad accaparrarsi <strong>Malta e la Corsica</strong> (aspirazioni irredentistiche), <strong>Gibilterra e il</strong> <strong>controllo del Mediterraneo</strong> in mano inglesi (aspirazioni nazionalistiche), <strong>Gibuti e</strong> <strong>Suez</strong>, con mire anche sulla Tunisia (ma non erano in parte quelle stesse aspirazioni colonialistiche successive al Congresso di Berlino del 1878?) &#8211; non era pur essa in <strong>chiave irredentistica</strong> di ricomposizione del territorio nazionale, di<strong> sicurezza esterna</strong> nonché di <strong>consolidamento dell’impero coloniale</strong> a spese di Francia e Inghilterra? Allora perché quella guerra non dovrebbe essere considerata a pieno titolo, ancora di più e meglio della prima, come la “<strong><em>Quinta Guerra d’Indipendenza</em></strong>”?</p>
<p>Insomma non è possibile opporre un aprioristico rifiuto concettuale a siffatta tesi ove si consideri l’armonico e compatto filone risorgimentale e post-risorgimentale solo perché in ossequio alla <em>vulgata </em><strong>l’idea potrebbe apparire ripugnante</strong>! D’altra parte <strong>lo storico non è titolato ad addossarsi una specie di veste sacerdotale</strong> <strong>come un</strong> <strong><em>giudice</em></strong><em> <strong>del tempo</strong></em>, o meglio, come affermava Marc Bloch, “<strong><em>un giudice degli inferi incaricato di assegnare premi e punizioni agli eroi morti</em></strong>”!</p>
<p>Insomma, così incardinato e acquisito il concetto di una reale indipendenza, le <strong>rivendicazioni fasciste</strong>, poste sul tappeto internazionale a ridosso dell’intervento in guerra, non rappresentavano i fondamenti di <strong>una strategia complessiva</strong> &#8211; i cui obiettivi, qualitativamente identici, differivano semmai solo dal punto di vista quantitativo da quelli del primo conflitto mondiale &#8211; per portare l’Italia, a dispetto della sua impreparazione militare, a diventare <strong>una grande potenza</strong> realmente <strong>indipendente</strong>, e perché no, anche verso il ben più potente alleato germanico?</p>
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<p>Un crescendo rivendicativo, dunque, che estendendosi via via <strong>dalla Lombardia a tutta</strong> <strong>la penisola italiana</strong>, con la conseguente proclamazione dell’Unità d’Italia, <strong>dal Veneto a Roma</strong>, <strong>dal Trentino alla Dalmazia</strong>, <strong>dalla Corsica a Malta</strong>, <strong>da Gibilterra al mar Mediterraneo, dalle conquiste coloniali del XIX secolo </strong>all’annuncio del<strong> grande impero africano nel 1936</strong> per finire alla “<strong>Guerra parallela</strong>”, contrassegna quasi <strong>un novantennio di storia italiana</strong> e che <strong>non ci permette di condannare <em>sic et</em></strong><em> <strong>simpliciter </strong></em><strong>chicchessia, da Cavour, a Crispi, a Giolitti, per finire a Mussolini</strong>, e <strong>men che mai la Corona</strong>, del resto sempre ligia ai dettami statutari.</p>
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<p>Giusto per concludere il punto, comunque, la “Quinta Guerra d’Indipendenza”, la c.d. “<strong>Guerra parallela</strong>”, voluta dal duce in concorrenza se non proprio in contrapposizione ad Hitler, sarebbe terminata miseramente di lì a poco <strong>sul fronte greco-albanese</strong>, sulle <strong>infuocate sabbie del deserto africano</strong>,<strong> a Sidi el Barrani</strong> a soli novanta chilometri dal confine libico-egiziano, a <strong>Taranto</strong>, con la messa fuori combattimento di parte della potente flotta di guerra (affondata la corazzata <em>Cavour </em>e danni ad altre due), e a <strong>capo Matapan</strong>, con la <strong>perdita anche</strong> <strong>dell’Africa Orientale</strong>.</p>
<p><strong>Aveva fine così</strong> <strong>il mito della “<em>Guerra parallela</em>”</strong> per imboccare il triste percorso della “<strong><em>guerra subalterna</em></strong>”: con essa <strong>si consumava pure l’indipendenza dell’Italia, in</strong> <strong>seguito mai più riconquistata</strong>.</p>
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<p><strong>d. La pace di Versailles e la vittoria mutilata</strong></p>
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<p>Ma a questo punto, tornando<strong> alla Prima Guerra Mondiale</strong>, occorre svolgere alcune ulteriori considerazioni, che si riallacciano altresì al <strong>mito del Milite Ignoto</strong>.</p>
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<p>E fu dunque la <strong>disfatta di Caporetto nell’ottobre del 1917</strong>, allorquando tre armate, la 2*, la 3* e la 4*, si ritirarono fino al fiume Piave. Pure essa si situa nella scia di una ricorrente <strong>impreparazione politico-militare</strong>, in particolar modo negli alti comandi (con pesanti responsabilità del generale Cadorna), cosicché un <strong>generale malessere</strong>, del resto <strong>proveniente da lontano</strong>, finì per attanagliare la maggioranza dell’opinione pubblica. Per fortuna, il nuovo comandante supremo, il <strong>generale Armando Diaz</strong>, riuscirà a riprendere, dal 24 ottobre del 1918, l’offensiva dalla linea del Piave e a sconfiggere gli austriaci nella <strong>battaglia di Vittorio Veneto</strong>, ciò che avrebbe indotto l’Austria a firmare l’armistizio il successivo 4 novembre.</p>
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<p>Anche il <strong>Trattato di Pace di Versailles</strong>, nel gennaio dell’anno successivo, nonostante <strong>l’acquisizione del Trentino, l’Alto Adige, Trieste e Zara</strong>, <strong>ma non la</strong> <strong>Dalmazia assegnata alla Jugoslavia</strong>, aggiungerà ulteriore <strong>scoraggiamento </strong>e <strong>delusione</strong> a fronte del mancato ascolto delle richieste italiane, in particolare per <strong>Fiume</strong> e la partecipazione alla <strong>spartizione delle</strong> <strong>colonie</strong>. In Italia, quindi, trattata come una potenza di second’ordine dagli alleati, si alimenta il <strong>MITO DELLA “VITTORIA MUTILATA”</strong>, né d’altra parte l’Autorità governante si mostrava del tutto capace di risolvere i problemi del dopoguerra, da quelli sociali al reducismo.</p>
<p>In effetti, quello che venne firmato a Versailles non fu un trattato di pace. Fu soltanto <strong>una tregua</strong>. <strong>Cominciava nel 1919 il countdown di una nuova guerra mondiale</strong>!</p>
<p><strong>Fu quindi l’ora del fascismo, il solo fortunato maschio capace di fecondare la nazione “femmina”</strong>!</p>
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<p><strong>e. La “madre” di tutte le guerre: interventismo e neutralismo</strong></p>
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<p>Certamente la Prima Guerra Mondiale, definita “<strong>la Madre di tutte le guerre</strong>” in quanto rappresentò la nascita della <strong>moderna guerra totalitaria</strong>, fu una <strong>sovrapposizione dei conflitti</strong> in cui ogni potenza combatteva per un suo obiettivo particolare o aveva un conto da regolare e fu <strong>il risultato dell’automatismo delle grandi alleanze</strong> – la austro-tedesca, la franco-russa e la franco-inglese – ma anche <strong>dell’apparizione di due</strong> <strong>nuove potenze nella seconda metà dell’Ottocento</strong>, cioè <strong>l’Italia nel 1861</strong> e soprattutto <strong>la Germania nel 1870</strong>, ciò che sicuramente aveva alterato gli equilibri in Europa.</p>
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<p>Ma lungi dal voler ripercorrere i fatti di guerra, al fine di pervenire ad un coerente quadro interpretativo in cui collocare il <strong>mito del Milite Ignoto</strong>, val la pena di svolgere alcune ulteriori considerazioni che avranno pesanti riflessi sullo sviluppo degli avvenimenti successivi poiché certamente si trattava di <strong>un conflitto che metteva in crisi la società</strong> <strong>italiana</strong>. Una crisi che veniva a concretizzarsi già nella dicotomia tra <strong>neutralismo</strong>, che trovava suo terreno fertile nel pacifismo, nell’internazionalismo e l’antimilitarismo, vale a dire nell’eredità giusnaturalistica del socialismo, e <strong>interventismo</strong>, in cui dominavano stati d’animo e aspirazioni diverse, quali <strong>ampliamento di obiettivi di politica estera</strong>, <strong>politiche di potenza</strong>, <strong>liberazione terre irredente</strong>, ecc., ma anche <strong>fermenti irrazionalistici, volontaristici ed anche</strong> <strong>decadentistici</strong>: comunque un coacervo di valori empirici che, in un modo o nell’altro, assegnavano in ogni caso <strong>un posto privilegiato al concetto di patria</strong>.</p>
<p>Interventisti sono il <strong>Governo</strong>, allora presieduto da <strong>Antonio Salandra</strong>, <strong>Luigi Albertini</strong>, i <strong>socialisti riformisti</strong> (Leonida Bissolati e Gaetano Salvemini), i quali intendono affermare il principio di nazionalità sulle rovine dei due imperi autoritari, i <strong>nazionalisti</strong>, <strong>Mussolini</strong>, il quale, abbandonato il partito socialista si propone di realizzare un suo disegno rivoluzionario, una <strong>parte del mondo cattolico</strong> e <strong>un’ampia fascia della borghesia benpensante</strong>, animate da un generico ideale patriottico, ora rafforzato dal progetto di ricongiungimento alla patria delle terre irredente.</p>
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<p>Di certo, nei <strong>fermenti irrazionalistici</strong> veniva a coagularsi in maniera indistinta la <strong>prima grande rivolta populista contro le istituzioni liberali</strong>, così come si erano venute formando e consolidando dal 1871 al 1915, <strong>un’avversione per la così detta</strong> <strong>Italietta</strong> e per l’uomo che di quest’Italia era il rappresentante, <strong>Giovanni Giolitti</strong>.</p>
<p>In siffatte aspirazioni emergeva <strong>un primato del fare</strong> o <strong>un dissolvimento del pensiero</strong> <strong>nell’azione</strong>, contro il quale, per esempio, Benedetto Croce reagiva. Infatti vedeva simboleggiato questo irrazionalismo attivistico soprattutto in <strong>Gabriele D’Annunzio</strong> e lo riduceva ad un <strong>momento del decadentismo europeo</strong>, un <strong>decadentismo che</strong> <strong>dalla sfera estetica passava direttamente nella vita morale</strong>, instaurando così una confusa brama del nuovo.</p>
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<p><strong>f. I Miti: la guerra, l’uomo nuovo, lo Stato nuovo</strong></p>
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<p>Il <strong>mito della Guerra</strong> si fondava dunque su vari elementi: patriottismo, ricerca di uno scopo nella vita, amore di avventura e ideali di virilità, tutti fattori che segnavano lo <strong>spirito guerriero dei giovani volontari</strong>, in <strong>un clima di movimenti e correnti in campo</strong> <strong>artistico e letterario</strong> che non mancavano di sottolineare il mutamento a cui si stava assistendo. Tra essi spiccava il <strong>Futurismo</strong>, il quale, esaltando una <strong>virilità militare</strong> che glorificava la conquista e la guerra e sostituendo il movimento violento all’immobilità del pensiero, denotava tutti <strong>gli aspetti della guerra in modo positivo</strong>. Proprio <strong>l’esaltazione della guerra</strong>, come desiderio ardente dello straordinario, divenne una decisa forma di opposizione ad una società pietrificata. Tutti questi sentimenti dei futuristi finirono dunque per <strong>incanalarsi nel nazionalismo</strong>.</p>
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<p>La figura idealizzata del soldato comune divenne una componente essenziale alla creazione del <strong>mito di un uomo nuovo</strong> che avrebbe redento la nazione, un mito che confluiva in quello dello <strong>Stato nuovo</strong>, in un processo di formazione di una coscienza politica estesa che può definirsi come “<strong>radicalismo</strong>” <strong>di tradizione mazziniana</strong>.</p>
<p>In definitiva, l’occasione dell’evento bellico segnava il fondamentale passaggio dall’idea all’azione nella prospettiva dello <strong>Stato nuovo</strong>, ereditate e poi fatte proprie dal movimento fascista. Come afferma Emilio Gentile, il fascismo fu, “<strong>un movimento collettivo di giovani che si erano formati nella brutalizzante esperienza della guerra…che assimilò i temi del radicalismo nazionale integrandoli con i miti dell’interventismo, del trincerismo e del combattentismo.</strong></p>
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<p><strong>g. E la Corona?</strong></p>
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<p>E&#8217; indiscutibile la “<strong>vocazione italiana</strong>” dei Savoia, un dato strutturale che se da un lato si sposa con una tradizionale <strong>politica espansionistica</strong>, dall’altro si congiunge, divenendone infine parte integrante, al <strong>processo organico di sviluppo della nazione</strong>.</p>
<p>Senza voler dare <strong>un’interpretazione “sabaudistica” alla storia d’Italia</strong>, v’è che il solo contrasto austro-piemontese non avrebbe potuto condurre all’unità nazionale &#8211; e quindi non vi sarebbe stato un Risorgimento ma solo una conquista dell’Italia &#8211; senza l’intermediazione di <strong>una coscienza politica italiana</strong> e <strong>l’incorporazione nella</strong> <strong>Monarchia sabauda di una vocazione liberale se non proprio democratica</strong>.</p>
<p>In tale ottica, in tutto il periodo che va fino alla Prima Guerra Mondiale, va <strong>ascritta a</strong> <strong>Vittorio Emanuele III</strong> <strong>l’aspirazione a riequilibrare la politica estera italiana</strong>, riportandola al passo del contesto europeo. Infatti, pienamente convinto dell’avvenuto <strong>esaurimento della fase dell’alleanza difensiva con gli Imperi centrali</strong>, in sintonia con il suo ministro degli esteri &#8211; il marchese Antonino di Sangiuliano, che aveva iniziato una politica di avvicinamento alle potenze dell’Intesa &#8211; si adoperò per <strong>allentare i vincoli</strong> <strong>che univano l’Italia alla Triplice</strong>, che aveva appunto scopi difensivi, al fine di conseguire <strong>spazi di autonomia politica</strong> e di <strong>dirigersi verso  la Francia, l’Inghilterra e la Russia</strong>, nella convinzione, non a torto, che ciò fosse congruente con <strong>la tradizionale politica di ingrandimento territoriale di</strong> <strong>Casa Savoia</strong>, pur temperata, come innanzi detto, da <strong>una coscienza</strong> <strong>politica italiana</strong>, che restava comunque la <strong>garante della Nazione</strong> e <strong>custode dell’unità e unicità dell’autorità</strong> <strong>dello Stato</strong> al di là dei mutamenti di governo e di indirizzo politico.</p>
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<p>Durante la guerra, il sovrano volle essere sempre presente sul fronte, un “<strong>soldato tra i soldati</strong>”, per confortare e esortare gli animi, per <strong>testimoniare la vicinanza di tutti il</strong> <strong>Paese, a cominciare dal suo Re</strong>, a chi per essa combatteva e si sacrificava. Come ha osservato un grande storico, <strong>Gioacchino Volpe</strong>, che pur non era un “sabaudista” <em>stricto sensu</em>, Vittorio Emanuele III “<em>si fece soldato, si fece popolo, e non per sentimentalità ma per intima, virile partecipazione ai dolori e agli sforzi della nazione</em>”. Diventò così il “<strong>Re della vittoria</strong>”, amato dai suoi soldati.</p>
<p>Divenne il “Re di Peschiera” della ferma decisione di resistere sul Piave dopo il tracollo di Caporetto e, come risoluto difensore dell’onore militare italiano e del fante-contadino, <strong>non</strong> <strong>condivise affatto i metodi repressivi di Cadorna</strong>, tant’è che a lui si deve <strong>la scelta del napoletano Diaz</strong> quale successore del generale piemontese.</p>
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<p>Vittorio Emanuele III fu dunque <strong>un grande sovrano che si trovò a regnare in uno dei</strong> <strong>momenti più drammatici della storia italiana e dello stesso Novecento</strong>. Giusto come cenno anche per i decenni successivi, egli, sempre estremamente ossequioso del Parlamento e della dialettica parlamentare, ebbe sicuramente il merito di contenere le tendenze totalitarie del fascismo, evitando quindi che il regime fascista <strong>diventasse un</strong> <strong>regime totalitario</strong> perfetto basato sull’identificazione totale dello Stato con il partito.</p>
<p>In verità, il sovrano, al di là di affermazioni spesso solo faziose espresse nei suoi confronti, guardò sempre con <strong>diffidenza e preoccupazione al fascismo</strong>: nella crisi del 1922 che portò Mussolini al potere, senza avere alcuna collusione con i fascisti ma esclusivamente per ragioni di opportunità politica, fu convinto di dare vita ad un <strong>compromesso controllabile tra Corona e fascismo</strong>.</p>
<p>Sua fu la ferma opposizione alla firma del decreto con il quale si voleva imporre l’accostamento del fascio littorio allo scudo sabaudo nella bandiera nazionale, così come per ben tre volte <strong>rifiutò di controfirmare le infami leggi razziali </strong>ma che alla fine dovette varare in quanto, da sovrano costituzionale e parlamentare, il Parlamento si era espresso in maniera quasi unanime. Re Vittorio Emanuele fu sempre <strong>benevolo nei confronti di Dino Grandi</strong>, ma non trova fondamento nessuna tesi complottistica prima del 25 luglio 1943, sebbene una qualche intesa per rovesciare il fascismo probabilmente ci fu. Il Re, sempre da sovrano costituzionale, nella carenza del Parlamento, impossibilitato a funzionare, aveva bisogno di un <strong>deliberato del Gran</strong> <strong>Consiglio del fascismo</strong> in quanto la costituzionalizzazione dell’organo aveva ad esso conferito una “autorità” non inferiore a quella dello stesso Parlamento.</p>
<p>L’abdicazione e poi la partenza per l’esilio incisero molto sul suo morale. <strong>Il 9 maggio</strong> <strong>1946 iniziava per Vittorio Emanuele III un breve ma triste viaggio che chiudeva il</strong> <strong>capitolo del regno e apriva quello dell’esilio in terra d’Egitto</strong>. Negli anni trascorsi nell’esilio egiziano, sempre più riservato e taciturno, avvertì tutto il peso delle responsabilità e del ricordo di eventi che, suo malgrado, non era riuscito del tutto a controllare, ma sempre con il pensiero rivolto al suo Paese.</p>
<p>Era stato preceduto, poco meno di tre anni prima, il 15 agosto del ’43, da <strong>Dino</strong> <strong>Grandi</strong> in fuga in un avventuroso viaggio tra aerei da caccia tedeschi che cercavano di intercettare <strong>il triste volo dell’ultimo aereo italiano in partenza per Siviglia</strong>!</p>
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<p><strong>h. Mito ed eroismo nella Grande Guerra</strong></p>
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<p>Mai come nella Grande Guerra il mito ha svolto una funzione importante nella presa di coscienza politica delle masse, talché ha finito per <strong>perdere i tipici tratti politico-</strong> <strong>sociali </strong>per <strong>fondere la sua identità con il concetto di</strong> <strong>eroismo</strong>.</p>
<p>Molti alti ufficiali, persino generali, avevano il merito di stare a stretto contatto con i soldati, di trovarsi con loro in trincea, di incoraggiare gli uomini e di fare in modo che fossero evitate inutili perdite. <strong>Il generale veniva dunque innalzato a mito</strong> e la prima linea diventava il punto di contato tra il soldato-massa e il generale-eroe. Appunto in questo modo <strong>l’eroismo, amplificato, diventava mito</strong>.</p>
<p>In tale ottica, generalizzando, l’esaltazione della guerra, di quella guerra, in cui spesso viene ad essere superato quel flebile confine che separa gli obblighi del soldato dai gesti di eroismo, diventa essa stessa esperienza caratterizzante e formativa per le generazioni e la patria future. In siffatto quadro, <strong>ogni gesto di sacro dovere supera qualsiasi valore e ogni soldato della prima guerra mondiale morto per la patria diventa un vero eroe</strong>.</p>
<p>Cosicché <strong>mito ed eroismo finirono per confluire in un processo edificatore</strong>, quasi purificatore, per il popolo e per la politica italiana, un <strong>processo teso alla costruzione</strong> <strong>di un ideale supremo</strong>: un percorso politicizzato, basato su <strong>ideali come Patria</strong>, <strong>Nazione e Stato</strong>, a cui si affiancò <strong>un processo morale</strong> che ebbe come elemento unificante l’esempio supremo incarnato da soldati e condottieri della guerra.</p>
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<p><strong>5. IL MILITE IGNOTO</strong></p>
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<p>E’ in questo contesto quasi “<strong>mistico</strong>”, mitico ed eroico assieme, che si colloca il mito del Milite Ignoto, <strong>un semplice militare italiano caduto sul fronte della Grande Guerra</strong> e sepolto sotto la statua della dea Roma all’Altare della Patria al Vittoriano.</p>
<p><strong>La tomba del Milite Ignoto simboleggia tutti i caduti</strong> e i dispersi in guerra italiani ed è scenario ogni anno di omaggio da parte della massima carica dello Stato assieme ad altre autorità della deposizione di una corona di alloro in loro ricordo.</p>
<p>La sua inaugurazione solenne avvenne il 4 novembre 1921, con la <strong>traslazione da</strong> <strong>Aquileia dei resti di un soldato sconosciuto</strong>, dopo un viaggio in un treno speciale che attraversò varie città italiane.</p>
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<p>A voler tracciare un breve <strong>profilo storico della vicenda</strong>, il tutto ebbe inizio il <strong>17 luglio</strong> <strong>1920 </strong>a Roma allorquando la “Garibaldi Società dei reduci delle sacre battaglie” e la “UNUS” (Unione nazionale Ufficiali e Soldati) approvarono la proposta del <strong>generale Giulio Douhet</strong>, che durante la guerra aveva avuto forti contrasti con il generale Cadorna per i suoi metodi repressivi e che nel 1919 aveva anche pubblicato dure accuse nei suoi confronti in occasione della commissione d’inchiesta su Caporetto, al fine di <strong>realizzare una tomba del soldato ignoto</strong> come <strong>simbolo della vittoria ottenuta</strong> malgrado l’incapacità di vertici politici e militari.</p>
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<p>Il <strong>20 giugno 1921</strong>, dunque, fu presentato dal ministro della guerra, Giulio  Rodinò, ed altri, tra cui lo stesso presidente del Consiglio Giovanni Giolitti, il progetto di legge   della “<strong>Sepoltura della salma di un soldato ignoto</strong>” e il successivo giorno 28 l’onorevole <strong>Cesare Maria De Vecchi</strong> fu il relatore alla Camera per conto della commissione “Esercito e Marina Militare”, che aveva indicato come data della sepoltura il 4 novembre 1921, terzo anniversario della fine della guerra, e come luogo l’Altare della Patria, in quanto il Pantheon era destinato esclusivamente ai re d’Italia.</p>
<p><strong>La relativa legge</strong>, approvata anche in Senato, <strong>fu firmata da Vittorio Emanuele</strong> l’<strong>11</strong> <strong>agosto </strong>e successivamente, con regio decreto del 28 ottobre, <strong>il giorno 4 novembre</strong> <strong>1921</strong> <strong>fu dichiarato festivo</strong> in quanto “dedicato alla celebrazione delle onoranze del sodato ignoto”; in seguito la stessa festività del 4 novembre fu designata anche come “<strong>Giornata della Vittoria</strong>”.</p>
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<p>Intanto già il 20 agosto il Ministero della Guerra, incaricato dell’esecuzione della legge da poco approvata, provvide ad istituire una <strong>commissione speciale</strong>, presieduta dal tenente generale Giuseppe Paolini, quale ispettore per le onoranze alle salme dei caduti in guerra, <strong>la quale aveva il compito di individuare le salme di undici caduti al</strong> <strong>fronte</strong>, <strong>privi di qualsiasi segno di riconoscimento</strong>. Ad ottobre la commissione individuò <strong>le salme degli undici soldati in diversi luoghi del fronte italiano</strong> in cui avevano combattuto anche fanti della Regia Marina (Rovereto, Monte Ortigara, Monte Grappa, ecc.).</p>
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<p><strong>Le undici bare</strong>, identiche per forma e dimensioni, vennero <strong>riunite nella basilica di</strong> <strong>Aquileia entro il 28 ottobre</strong>; quel giorno, alla presenza di istituzioni, mutilati di guerra, ex combattenti e madri di soldati caduti, fu individuata la salma del Milite Ignoto da parte di una madre di un caduto non riconosciuto senza che la cassa prescelta si sapesse da quale località del fronte provenisse. <strong>La madre designata alla</strong> <strong>scelta fu Maria Maddalena Blasizza di Gradisca d’Isonzo</strong>: il figlio, <strong>Antonio</strong> <strong>Bergamas</strong>, maestro elementare, nel 1914 aveva disertato dall’esercito austroungarico per arruolarsi in quello italiano, raggiungendo il fronte nel giugno 1915. <strong>Cadde il 18</strong> <strong>giugno 1916</strong> e fu decorato con medaglia d’argento. Fu sepolto in un cimitero, poi bombardato, cosicché fu impossibile il riconoscimento del defunto.</p>
<p>La bara prescelta, in legno di quercia e decorazioni in metallo, fu inviata al Ministero della Guerra in una cassa speciale. Sul coperchio erano fissati un elmetto, un fucile e la bandiera tricolore del Regno. <strong>Le altre dieci salme rimasero ad Aquileia</strong> per essere sepolte solennemente il 4 novembre nel cimitero annesso alla basilica.</p>
<p>Sempre il 28 ottobre alla stazione di Aquileia la bara fu posta su un carro ferroviario con affusto di cannone. Su un lato erano scritte le date MCMXV – MCMXVIII, sul lato opposto era riportata la citazione dantesca “<strong>L’OMBRA SVA TORNA CH’ERA DIPARTITA</strong>”. Il treno fermava cinque minuti in ogni stazione del percorso fino a Roma Termini e ad ogni fermata ali di folla s’inginocchiavano; venivano lanciati fiori mentre rappresentanze di forze armate e ex combattenti porgevano il saluto militare, mentre mancava la benedizione della salma da parte delle autorità religiose locali.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Giunta la bara a <strong>Roma la mattina del 2 novembre</strong>, fu accolta dal Re e dalla famiglia reale, assieme a rappresentanti istituzionali e massime autorità militari nonché decorati di medaglia d’oro e rappresentanze di mutilati, di madri e vedove di caduti.</p>
<p>La bara fu portata alla <strong>basilica di Santa Maria degli Angeli</strong> dove rimase fino al 4 novembre. Quel giorno, terzo anniversario della fine della guerra, alle 8.30, la bara fu caricata su un affusto di cannone e, scortata da un lungo corteo di civili e militari, giungeva <strong>all’Altare della Patria</strong> dove era ad attendere il corteo il Re e alte autorità. La bara fu portata a spalla alla tomba e sepolta accompagnata dal saluto militare, ma socialisti ed anarchici non parteciparono alle celebrazioni.</p>
<p>Nel 1922, un anno dopo la traslazione della salma, il Partito Fascista adottò il Milite Ignoto a proprio simbolo sia a termine della marcia su Roma il 28 ottobre sia durante le celebrazioni del 4 novembre con Mussolini appena nominato Capo del Governo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La struttura in marmo, presenta sul fronte la dannunziana scrizione “IGNOTO MILITI” e nella parte inferiore le data MCMXV e MCMXVIII; attorno è presente una decorazione di foglie di alloro. Una corona di alloro in bronzo, con la scritta “<strong>AI PRODI</strong> <strong>CADUTI/NELLA GRANDE GUERRA LIBERATRICE/LE DONNE D’ITALIA/</strong> <strong>MCMXXI</strong>”, la sormonta.  La tomba, di fronte alla quale sono posti due bracieri in cui arde una fiamma perenne, è sempre piantonata da due militari appartenenti alle diverse armi delle forze armate italiane che si alternato nel servizio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>6. CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Di certo, <strong>i traumi</strong>, le fratture che la nostra storia ha conosciuto dalla Grande Guerra ad oggi <strong>sono stati troppi per mantenere un</strong> <strong>ininterrotto percorso identitario</strong>.</p>
<p>Innanzitutto il trauma di <strong>un’altra guerra mondiale</strong> a distanza di venticinque anni dalla prima, a seguito della quale, dopo il 1943-45, i meccanismi di legittimazione, i vincoli simbolici e ideologici che duravano dal 1861 ebbero per lo più a dissolversi.</p>
<p>Allora qualcosa di simile alla morte si è verificato poiché <strong>una Patria senz’altro mori</strong>. <strong>Mori il patriottismo della Nazione</strong>, sostituito dal <strong>patriottismo di partito</strong> o dal <strong>patriottismo di classe</strong> come l’unico vincolo della comunità politica nazionale. <strong>Caduto nella polvere, assieme al fascismo, il concetto stesso di nazione</strong>, la <strong>legittimazione democratica, dunque, non poteva che provenire se non dai partiti</strong>, soprattutto quelli più fortemente ideologizzati.</p>
<p>Un altro <strong>grande momento di rottura</strong> che separa enormemente l’Italia attuale dalla Grande Guerra è stato <strong>l’avvento di ordinamenti politici di tipo democratico</strong> così come sanciti dalla Costituzione attuale, pur essa <strong>nata tra equivoci e contraddizioni</strong> <strong>profonde</strong>, <strong>una rivoluzione culturale che ha definitivamente rimosso</strong>, <strong>al di là di</strong> <strong>patetiche formali rappresentazioni di facciata</strong>, <strong>l’identità sociale e culturale della vecchia Italia che combatté la Grande Guerra.</strong></p>
<p>E’ proprio la rottura del rapporto storico con lo Stato unitario in conseguenza della sconfitta del ’40-45 insieme all’avvento della democrazia repubblicana, dunque, che hanno reso <strong>l’odierna identità italiana qualcosa di difficilmente comparabile con quella dell’Italia della Grande Guerra</strong>, che in tal modo <strong>non costituisce più il suo piedistallo emotivo e mitologico</strong>. Insomma, in Italia abortì, a differenza di altre nazioni più coese anche ideologicamente, il <strong>passaggio cruciale tra liberalismo e</strong> <strong>democrazia</strong> che il conflitto mondiale aveva messo dappertutto all’ordine del giorno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Con siffatti presupposti, sicuramente <strong>la Nazione è morta nel cuore degli italiani</strong>, <strong>è morte l’idea stessa di Nazione e con essa anche quella di</strong> <strong>Patria</strong>. Una <strong>nazione</strong> <strong>incompiuta</strong>, una <strong>nazione mancata</strong>, uno <strong>Stato-non nazione</strong>, un <strong>Paese che</strong>, per le sue inadeguatezze, <strong>non è riuscito a farsi nazione</strong> e che sconta ancora oggi le sue tradizionali lacerazioni: una divisività che viene da lontano, dagli antefatti stessi della Grande Guerra, una divisività che, <strong>oltre a riferirsi ad una dimensione ideologico-politica</strong>, tende a presentarsi quasi come <strong>sistemica, strutturale, a carattere</strong> <strong>antropologico </strong>e<strong> culturale </strong>e perfino<strong> morale</strong>. <strong>     </strong></p>
<p>Un Paese, dunque, con un <strong>colossale difetto di coscienza politica</strong>, un Paese caratterizzato dalla <strong>“lontananza” del popolo dallo Stato</strong>, un Paese in cui è troppo labile, se non proprio inesistente, <strong>il legame di appartenenza del popolo verso una</strong> <strong>ancora</strong> “<strong>mal</strong> <strong>conosciuta Patria</strong>”. Un popolo a cui ben si attaglia l’affermazione gobettiana “<em>Il nostro vero dramma consiste nel fatto che non possiamo essere un piccolo popolo e non sappiamo essere un grande popolo</em>”. Mi sia solo consentito di aggiungere che non lo siamo stati quando avremmo potuto esserlo, ora non possiamo più esserlo nel nostro <strong>ineluttabile declino di popolo e di nazione</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In tema di “unità-disunità” nazionale s’impone a questo punto qualche ulteriore riflessione che, senza “<em>arrières pensée</em>”, <strong>riposizioni</strong> più correttamente, in termini concettuali, <strong>il ruolo della Monarchia sabauda in un possibile processo coesivo nazionale</strong>. In altri termini, avrebbe potuto questa, <strong>ove fosse rimasta al timone</strong> <strong>istituzionale del Paese</strong>, <strong>evitare lo sfaldamento dello Stato in quanto titolare della</strong> <strong>custodia dell’unità</strong> e <strong>dell’unicità dell’autorità statale</strong> al di là e al di sopra dei mutamenti di governo e di indirizzo politico, così come del resto <strong>durante il regime</strong> <strong>aveva comunque rappresentato</strong> <strong>la continuità storica rimanendo la garante della</strong> <strong>nazione</strong>? <strong> </strong></p>
<p>In altri termini, avrebbe potuto la Corona costituire <strong>un argine al fenomeno di</strong> <strong>ideologizzazione e frammentazione partitica di una “stracciata” Repubblica</strong> tirata da ogni dove &#8211; una <strong>Repubblica che non affonda le sue radici né nel Risorgimento né nella Grande Guerra bensì di qualcos’altro di estremamente divisivo</strong> &#8211; e così <strong>continuare a fungere da fondamento di una conservata identità unitaria degli italiani</strong>? <strong>E’ certamente più che lecito dubitarne, ma non è legittimo non chiederselo almeno</strong>!</p>
<p>E profondamente vero comunque che <strong>quell’acquisto dell’unità</strong> <strong>intorno alla Patria</strong> <strong>italiana</strong>, che, superando la disperazione di Caporetto, si fonda sulla resistenza sul Grappa e sul Piave fino alla vittoria, <strong>è andato del tutto perduto</strong>, cosicché la “<strong>morte della Patria</strong>” in questa striminzita Repubblica &#8211; una Repubblica con la sua strana democrazia, sulla quale è scesa una evanescente ombra lunatica, in cui anche <strong>i caduti sono diventati solo stracci senza memoria ingoiati dall’oblio &#8211; è rimasta la grande questione irrisolta del nostro vivere collettivo</strong>, così come dimostra il dibattito apertosi sin dalla crisi della prima Repubblica e dei suoi “partiti- chiesa”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per uscire dall’ipocrisia di un <strong>ambiguo imperativo celebrativo</strong> finalizzato solo alla osservanza di un <strong>surrettizio piedistallo emotivo di massa</strong> e di una <strong>immaginaria</strong> articolata <strong>mitologia della nazione</strong>, questa Repubblica, fondata su ben altra mitologia, per dovere di coerenza, bene farebbe a <strong>espungere dal novero di</strong> <strong>anniversari e ricorrenze</strong> (del resto già depennata come giornata festiva) <strong>quella</strong> <strong>del 4 novembre</strong>!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Si chiude così un <strong><em>loop</em></strong>, <strong>tragico e grottesco </strong>allo stesso tempo, <strong>una riflessione a</strong> <strong>struttura circolare</strong>, così come nel film <em>Pulp fiction </em>di Quentin Tarantino, con l’inizio di questo tragico <em>excursus</em> che si ricongiunge alla sua fine! Una pericolosa deriva ed una tangibile prospettiva di una <strong>moderna e irreversibile disunità nazionale, a distanza di oltre un secolo e mezzo dal compimento della sua unità politica e dopo avere combattuto ben cinque guerre d’indipendenza: sono trascorsi cosi, in modo deteriore e come de nulla fosse avvenuto, altri ottant’anni dall’ultima di esse</strong>!<strong>  </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Francesco Giannubilo" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2021/01/francesco-giannubilo-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/francesco-giannubilo/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Francesco Giannubilo</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Francesco Giannubilo, laurea Scienze Politiche ed ex dirigente della P.A., si occupa di studi storico-politici dell’età contemporanea. Pubblicista su testate provinciali e su “l’Opinione delle Libertà” nazionale, dopo la ricerca “Aspetti della politica italiana 1920-1940” (2013), il saggio “DALLA DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA ALLA DEMOCRAZIA LIQUIDA (O LIQUEFATTA?)” (2015).</p>
<p>Ha pubblicato: “L’ITALIA CHE (NON) CAMBIA (2010), assieme di considerazioni etico &#8211; politiche sull’impossibilità del riformismo in Italia; “1848-1870 IL RISORGIMENTO INCOMPIUTO” (2011), una riflessione sullo sviluppo storico in Italia in termini di continuità con il processo risorgimentale; “1939-1940 IL MONDO CATTOLICO ALLA SUA SVOLTA?” (2012), un profilo critico sugli atteggiamenti del mondo cattolico dagli inizi del Novecento fino all’entrata in guerra dell’Italia.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/grande-guerra-milite-ignoto-e-dintorni/">Grande guerra, milite ignoto e dintorni</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>L’ombra lunatica di una democrazia in ostaggio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Giannubilo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Oct 2021 21:32:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni]]></category>
		<category><![CDATA[francesco giannubilo]]></category>
		<category><![CDATA[italia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La sinistra italiana dalla rivoluzione sognata alla rivoluzione possibile E’ di questi giorni un fantasmagorico gongolare della sinistra nostrana, eccitata da un insperato successo elettorale nelle appena passate consultazioni amministrative, ascrivibile soprattutto ad un accentuato astensionismo, che di certo ha interessato in modo particolare l’area di centrodestra, alla scelta di candidati forse non sempre all’altezza [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>La sinistra italiana dalla rivoluzione sognata alla rivoluzione possibile</strong></em></p>
<p>E’ di questi giorni un fantasmagorico gongolare della sinistra nostrana, eccitata da un insperato successo elettorale nelle appena passate consultazioni amministrative, ascrivibile soprattutto ad un accentuato astensionismo, che di certo ha interessato in modo particolare l’area di centrodestra, alla scelta di candidati forse non sempre all’altezza delle situazioni, all’ondeggiare di alcune politiche, in particolar modo in tema di pandemia o di <em>green pass</em>, probabilmente non del tutto condivisibili da tanti elettori, e via dicendo. Ma, posto che non rientra nelle finalità di questo scritto indagare su tale versante, v’è che la cultura liberal-democratica, di cui la mentalità provinciale e mediocre dell’Italia contemporanea ha un disperato bisogno, continua ad essere evocata, però resta sempre minoritaria.</p>
<p>Alla flessione, peraltro anche psicologica, dell’area di centrodestra nel suo complesso, fa dunque da contraltare una sinistra compiaciuta, esultante e tracotante più che mai, una sinistra che ha descritto l’intero itinerario del Partito comunista italiano, che via via mutava soltanto la sua etichetta e il cui gradualismo, che si risolveva nella formula della togliattiana “democrazia progressiva”, mirava in realtà alla realizzazione di una radicale trasformazione sociale in una democrazia di marca leninista.  Una sinistra che, con le sue strategia di lotta, metabolizzata ormai la fine del sogno rivoluzionario in termini di rivoluzione mancata e/o di rivoluzione tradita, ha dipanato, sin dal dopoguerra, un lungo, macabro filo rosso, che in tutti questi decenni  l’ha portata subdolamente ad infiltrarsi in tutti gli ambiti del potere, del sottopotere e di tutti i suoi recessi, dello Stato e di tutti i suoi apparati &#8211; amministrativi, giudiziari, burocratici &#8211; lo specchio fedele di un’Italia in disfacimento, della cultura e della società civile. Ma, al presente, tutto ciò non le basta più! Al compimento della sua spettrale traiettoria rivoluzionaria, una vera e propria galleria degli orrori, si pone ora la pretesa del possesso delle coscienze di tutti, la realizzazione di un sogno ovvero la instaurazione di una democrazia totalitaria perfetta, che trova la sua vera ragion d’essere fondamentalmente nel marchio d’infamia apposto sulla destra, con l’incessante gracidio su presunti pericoli di rigurgiti fascisti, che nulla hanno a che vedere con l’ideologia portante dell’intero schieramento di centrodestra e interessano semmai solo alcune frange estreme di stampo sostanzialmente delinquenziale piuttosto che politico. Insomma, l’imposizione <em>ex lege</em> di un “<em>politically correct</em>” che non tollera disapprovazioni e che giustifica persino provvedimenti che minacciano di restringere sempre più la libertà di opinione, di espressione e di pensiero, contro i quali si levano delle voci, ma sempre più flebili, di spiriti liberi, purtroppo poco influenti di fronte alle schiere sempre più agguerrite di politici e di intellettuali politicamente corretti. Un “<em>politically correct</em>” che non ammette dissensi sulle scellerate politiche immigratorie tanto care alla sinistra, intrise di una subcultura assassina della democrazia liberale, terzo/quartomondista, disfattista e buonista d’accatto, una sinistra che etichetta come zombi quanti non si adeguano ad una <em>civic culture </em>egemone, che poi è quella della delegittimazione dello Stato nazionale &#8211; ma gli Stati europei esistono ancora &#8211; sovrano nei suoi confini, laico e liberale: lo Stato moderno per eccellenza, liberale e laico, lo Stato che nasce appunto con la fine delle guerre di religione e la pace di Westfalia del 1648. Ma tutto ciò, senza alcuno sforzo di intelligenza della complessa questione migratoria, viene semplicemente bollato sprezzantemente come “populismo sovranista” in nome di un vertiginoso universalismo neo-illuminista che sta distruggendo la storicità come comprensione del passato, finalizzata altresì ad una più solida progettazione dell’avvenire.</p>
<p>Ma non è tutto poiché, in uno stato di lucida follia, il politicamente corretto include nuovi trend sessuali piuttosto discutibili, edulcorate immagini di integrazione sociale o nuovi archetipi scolastici o di sviluppo evanescenti o riprese economiche spesso solo leggendarie o immagini di nuove realtà sociali da prendere a modello; ad esempio, la mitteleuropea città di Milano, una nuova “Milano da bere”, guidata da un primo cittadino ispirato da un sinistroide spirito progressista, illuminato e politicamente <em>trendy</em>, la città dove dominano, a dirla con Vittorio Feltri, pidocchietti e fighetti rossi o ex rossi ora rosa, monopattini e piste ciclabili nonché qualsiasi manifestazione postsessantottina.</p>
<p>E’ su questo terreno putrido della fatuità e della disonestà intellettuale che la sinistra, dunque, pure con le sirene ormai stonate dell’antifascismo e di un presunto pericolo fascista in agguato, solo funzionale alla sua sopravvivenza e all’innesto di un terrificante biopotere, svolge la sua azione di disgregazione del tessuto sociale. E in tutto questo pidocchiume di lacchè ora diventati padroni, ogni cosa rimane come prima! Con le rivelazioni del caso Palamara, in qualsiasi altro Paese sarebbe esploso un terremoto istituzionale che avrebbe coinvolto <em>in primis</em> buona parte della Magistratura e i suoi corifei e fiancheggiatori politici: invece nulla! Cosicché questa democrazia, già di per sé fragile e malata di un popolo pur esso malato, ora più che mai, a prescindere da risultati elettorali, è tenuta in ostaggio da una sinistra in preda ad una penosa dissociazione cognitiva, una prigionia che dura da oltre mezzo secolo ma che adesso si rivela sempre più pervasiva, pervicace e pervertita. Una democrazia su cui è scesa un’evanescente ombra lunatica, ma non per questo meno insidiosa. Una democrazia in cui anche i caduti sono diventati solo stracci senza memoria ingoiati dall’oblio!</p>
<p>E’ proprio l’ambiguità, la tenebrosità dell’attuale dimensione comunitaria ad opera di questa sinistra noumenica a produrre anomia e conflittualità, a frammentare il Paese in parti non più avverse ma nemiche, a eccitare le passioni ideologiche fra persone che non si sentono più legate da vincoli ideali comuni e dal dovere di reciproca tolleranza: da “non amici”, dunque, a veri e propri nemici!</p>
<p>Ma in siffatto cupo scenario, denso di incognite, anche il percorso politico, spirituale e intellettuale della destra è stato spesso rapsodico e frammentario. Se lo psicodramma della sinistra è stato &#8211; e lo è ancora &#8211; un pezzo essenziale del dramma di questo Paese, l’insuccesso della destra ha rappresentato, come già dicevo nel precedente scritto, non soltanto una sconfitta politica, ma anche uno smacco culturale che si identifica con l’eclissi del pensiero liberale dell’Italia repubblicana e vani sono stati i tentativi, sin dai primi passi della Repubblica, di una <em>reductio ad unicum </em>di tutte le forze di destra.</p>
<p>Oggi più che mai, dunque, a fronte della tela dilacerata di questa nazione, ad opera di una <em>clacque </em>massacratrice dello Stato nazionale, e dell’irrinunciabile valenza della democrazia liberale &#8211; atteso che i valori del liberalismo, come metodo e come dottrina della libertà, sono ormai ampiamente condivisi al di là di pur sussistenti lievi differenziazioni &#8211; si rende assolutamente indispensabile un ricompattamento di tutte i partiti e movimenti di centrodestra in una “Grande Destra” che possa efficacemente reagire al pattume, alle turpi provocazioni orchestrate dal regime e al discredito continuo che le vengono scaricati addosso in uno al convincimento, riveniente da una soggezione psicologica e culturale verso la sinistra, che il nostro ruolo debba essere quello di agnelli sacrificali.</p>
<p>Un’azione politica complessiva orientata verso un “principio di realtà” contiguo all’idea di ordine, atteso che libertà e democrazia come “punto di arrivo” di una progressione non possono sussistere senza un significativo punto di partenza che risiede appunto nel concetto di ordine. Certamente il “principio di realtà”, in special modo in una società complessa e multiforme come quella attuale, impone anche di uscire dall’ iperuranio dei “principi” per calarsi nel momento arazionale che si pone dietro il confronto con i valori alti della politica: insomma, un liberalismo realistico che riesca ad assicurare la protezione della libertà, ma non quella formale bensì quella sostanziale, a fronte dell’aggressione della sinistra volta alla conquista di tutto e di tutti, persino nelle coscienze, in uno alla richiesta di estinzione delle libertà e all’elevazione di uno Stato assoluto a Moloch inesorabile.</p>
<p>Per noi liberali, atteso che l’attività politica trova fondatamente la sua premessa nello spirito etico, ne discende che essa diviene pure il suo strumento attuativo dotato di una sua moralità, ma non una moralità come concezione governamentale tipica della sinistra, la quale sta imponendo appunto una propria etica fattuale &#8211; governativa, dionisiaca e delirante &#8211; tipica di un regime solfureo e totalitario, che esclude chiunque non si lasci avvolgere dal suo biopotere, in una crociata da “nuovi mistici”.</p>
<p>Questo “sistema democratico”, dunque, pervertito e invertito, tragico e grottesco allo stesso tempo, così pervicacemente animato da una sinistra imprigionata in un’identità irrisolta, in un’appartenenza sospesa e in sue ambiguità retoriche, disancorato dal terreno solido della <em>civitas</em> &#8211; dove nascono valori e cultura, costumi e disposizioni interiori che, secondo l’etica crociana, ingenerano il rispetto delle leggi e un’etica della responsabilità che le rende efficaci &#8211; è la morte suicida della ragione.</p>
<p>Ostaggio di questa sinistra, oscurato nella sua dimensione comunitaria e slegato dai valori liberali &#8211; che costituiscono poi i fondamenti della forma di Stato di democrazia classica occidentale, nelle sue versioni di governo monarchico o repubblicano &#8211; questo sistema democratico, pertanto, è destinato a diventare autofagico e <em>in articulo mortis </em>di questa squinternata Repubblica &#8211; nata tra equivoci e contraddizioni e finita tra invettive e lacerazioni &#8211; sarà troppo tardi per invocare quel Nestore “<em>degli achei inclita luce</em>”, troppo tardi per chiederci non solo cosa abbia fatto la politica per noi ma cosa abbiamo fatto anche noi per la politica mentre la nave trasportava il cadavere della nazione. Sarà troppo tardi per spiegarci il senso di inutilità e di frustrazione di fronte alla tragedia di questa Italia!</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Francesco Giannubilo" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2021/01/francesco-giannubilo-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/francesco-giannubilo/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Francesco Giannubilo</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Francesco Giannubilo, laurea Scienze Politiche ed ex dirigente della P.A., si occupa di studi storico-politici dell’età contemporanea. Pubblicista su testate provinciali e su “l’Opinione delle Libertà” nazionale, dopo la ricerca “Aspetti della politica italiana 1920-1940” (2013), il saggio “DALLA DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA ALLA DEMOCRAZIA LIQUIDA (O LIQUEFATTA?)” (2015).</p>
<p>Ha pubblicato: “L’ITALIA CHE (NON) CAMBIA (2010), assieme di considerazioni etico &#8211; politiche sull’impossibilità del riformismo in Italia; “1848-1870 IL RISORGIMENTO INCOMPIUTO” (2011), una riflessione sullo sviluppo storico in Italia in termini di continuità con il processo risorgimentale; “1939-1940 IL MONDO CATTOLICO ALLA SUA SVOLTA?” (2012), un profilo critico sugli atteggiamenti del mondo cattolico dagli inizi del Novecento fino all’entrata in guerra dell’Italia.</p>
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		<title>Quando cominciamo ad affrontare la realtà?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Cagnoli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Jul 2020 20:08:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’Italia si trova di fronte a un periodo di cambiamento epocale. Il Covid ha reso brutale la necessità di affrontare scelte che erano già evidenti, ma che adesso diventano non più rimandabili. Per contro il governo attuale, e la cultura che rappresenta, non sembra rendersene minimamente conto e stiamo marciando (non allegramente per fortuna&#8230;, ma [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>L’Italia si trova di fronte a un periodo di cambiamento epocale. Il Covid ha reso brutale la necessità di affrontare scelte che erano già evidenti, ma che adesso diventano non più rimandabili.<br />
Per contro il governo attuale, e la cultura che rappresenta, non sembra rendersene minimamente conto e stiamo marciando (non allegramente per fortuna&#8230;, ma velocemente si) verso il burrone a cui 40 anni di promesse non realistiche ci hanno portati.<br />
<span id="more-2426"></span></p>
<p>La realtà, appunto brutale e molto diversa da quel che sentiamo ogni giorno, è che i cittadini italiani nel loro complesso dovranno inevitabilmente ridurre il loro tenore di vita nei prossimi 20 anni dopo avere vissuto in un terribile inganno da debito negli ultimi 40 anni. Bisognerà decidere e anche alla svelta chi e come ridurrà il tenore di vita e la scelta sarà dolorosissima e socialmente deflagrante perché nessun partito o leader politico ne ha mai parlato. Ma saremo costretti a fare queste scelte e anche presto. Sarebbe bene iniziare a parlarne invece di fare chiacchiere inutili (dannose?) e spendere denaro pubblico come se non ci fosse limite al debito.<br />
Questo governo non ha né la capacità né la cultura per affrontare queste scelte dolorose e ci sta conducendo sull’orlo del burrone nascondendo la dura realtà che come comunità saremo tenuti ad affrontare.</p>
<p><strong>1. I dati</strong></p>
<p>Nel 1980 il PIL italiano espresso in euro 2020 era circa 1100 miliardi di euro. Il debito pubblico 700 miliardi era pari a poco più del 60% nei limiti dell’attuale trattato di Maastricht.</p>
<p>La popolazione era di 56 milioni di italiani, ma c’erano circa 18 milioni di ragazzi tra 0 e 20 anni che sarebbero poi entrati nel mondo del lavoro, mentre gli italiani tra 45 e 65, che nei successivi 20 anni sarebbero usciti dal mondo del lavoro, erano circa 12 milioni. Un saldo netto di 6 milioni di nuovi italiani potenzialmente al lavoro pari ad una crescita del bacino di lavoro da 27 a 33 milioni di italiani cioè un incremento del 22%.</p>
<p>Quindi il debito diviso per la popolazione tra 0 e 45 anni, cioè quella al lavoro nei successivi 20 anni, era pari a circa 20.000 euro di oggi. Una cifra più che sopportabile e soprattutto con una crescita NATURALE della forza lavoro dell’1% annuo circa più che gestibile in termini prospettici.</p>
<p>A fine 2021 il debito pubblico italiano sarà di circa 2800 miliardi di euro. I giovani da 0 a 20 anni sono non più 18 milioni ma 11 milioni circa e per contro le persone tra 45 e 65 che usciranno dal mondo del lavoro sono gli stessi 18 milioni che nel 1980 stavano per entrare. Saldo netto negativo -7 milioni cioè meno 1% annuo. Il debito di 2800 miliardi diviso per il numero di cittadini tra 0 e 45 anni di età che dovrà sostenerlo è pari a 100.000 euro a testa. 5 volte di più rispetto al 1980. Con una partecipazione al lavoro del 60% il debito a carico di ogni lavoratore sarà vicino a 200.000 euro a testa. Un numero fantasmagorico.</p>
<p>Cosa è successo in questi anni? Non una guerra, ne’ un disastro particolare a parte il Covid (su cui si discuterà poi tra 3 o 5 anni moltissimo in termini di scelte e relativi costi), ma semplicemente il fatto che nei 40 anni tra il 1980 e il 2020 ci siamo indebitati al ritmo di circa 50 miliardi l’anno, cioè banalmente abbiamo speso 50 miliardi all’anno (circa il 3% del PIL ogni anno) in più rispetto alle risorse generate. Quindi abbiamo vissuto sopra i nostri mezzi al ritmo di 50 miliardi l’anno&#8230; per 40 anni.</p>
<p>E abbiamo accumulato debiti per oltre 2000 miliardi nel periodo, debiti che solo in minima parte sono stati come dati dalla crescita del PIL che è stata nei 40 anni passati (prendo il PIL 21 prospettico per non infierire&#8230;) in termini reali pari a un modestissimo 35%, in gran parte dovuto all’incremento demografico e in minima parte dovuto all’incremento di produttività.</p>
<p>Adesso a fine 2021 il debito/PIL sarà pari al 170% e ci sarà impedito di fare altro debito. Non è infatti economicamente sostenibile, salvo ipotizzare un default molto prossimo, salire in termini di indebitamento/PIL da questi livelli elevatissimi. Quindi l’incremento di debito che potremo permetterci sarà zero in termini reali e forse, ma con molti dubbi, pari all’1% in termini nominali ipotizzando che ci sia un po’ di inflazione è un po’ di crescita.</p>
<p>Uscire dall’euro è una follia pura accarezzata da populisti incompetenti e quindi &#8230; inevitabilmente dovremo ridurre il tenore di vita e cioè ridurre le spese dello stato a un importo molto simile alle entrate dello stato stesso, o solo marginalmente superiore diciamo 10-15 miliardi l’anno.</p>
<p>Questo è quello che ci aspetta dal 2022 in poi. Senza appello. Senza nessuna possibilità che non sia così. Senza se e senza ma. Quindi poiché è presumibile pensare che le entrate dello stato nel 2022 non siano nemmeno paragonabili a quelle del 2019 vista la crisi Covid, si dovranno ridurre le spese dello stato di almeno 30-40 miliardi l’anno.</p>
<p>Pensare di incrementare le entrate presuppone ipotesi non sostenibili e cioè un significativo aumento delle aliquote, che sono già elevatissime, o una crescita economica del 3-4 % all’anno che appare ugualmente infattibile.</p>
<p>Si noti che solo l’impatto della riduzione della forza lavoro comporta una decrescita media del PIL pari a meno 1% all’anno. Quindi la produttività italiana deve crescere per mantenere lo status quo delle entrate fiscali almeno dell’1% all’anno. Per riferimento negli ultimi 20 anni è cresciuta mediamente dello 0,1% all’anno. Una montagna da scalare.</p>
<p><strong>Questi sono i numeri e in sintesi ci dicono che:</strong></p>
<p>&#8211; non potremo più indebitarci come se non ci fosse un domani. Adesso il domani è qui con noi. La festa delle promesse elettorali pagate dai figli è completamente e definitivamente finita. I partiti non sanno o non vogliono sapere che è così, ma chiunque faccia 2 calcoli elementari lo può dimostrare. Per alcuni partiti la filosofia del “tassa e spendi” è endemica. Questa malattia sarà spazzata via dalla dura realtà. Non si può più. E se la malattia persiste saranno spazzati via i partiti che ne sono affetti.</p>
<p>&#8211; abbiamo non più una forte spinta demografica come nel 1980, ma un fortissimo freno demografico. Da +1% prima di cominciare a decidere cosa fare a -1%. Drammatico. Abbiamo sprecato negli anni buoni. Non ci siamo preparati all’inverno. E adesso l’inverno demografico è qui con noi. La demografia è un problema durissimo da affrontare perché le scelte di oggi daranno frutti nel 2040&#8230; nei prossimi 20 anni la demografia è già scritta. La nostra è drammatica e nessun partito ha mai capito nei passati 20 anni quanto drammatica fosse. Una responsabilità storica enorme. Ma adesso dobbiamo gestire il problema. Non possiamo fare nulla anche perché l’aspettativa di vita a 65 anni nel 1980 era di 15 anni&#8230; e adesso è di 20 (19,95 dopo il covid, ma risale a 20 tra 6 mesi&#8230;). Quindi oltre ad avere non più 11 milioni di italiani oltre 65 anni ma 17 milioni, gli anni in totale in cui devono essere supportati da chi lavora passano da 165 milioni a 340 milioni&#8230; quindi l’onore è doppio e grava su un numero di lavoratori inferiore del 20% rispetto al 1980. Questo prima ancora di affrontare il tema del costo sanitario che è esplosivo rispetto al 1980. Il costo del welfare con questa demografia è esplosivo.</p>
<p>&#8211; non abbiamo mai affrontato ne’ culturalmente ne’ politicamente il tema della produttività che è centrale ed è l’unica soluzione alternativa alla drastica riduzione del tenore di vita collettivo. Per aumentare la produttività bisogna investire pesantemente e soprattutto agire sulla produttività del settore pubblico e delle rendite di posizione “protette” in modo drastico. Le aziende che esportano per sopravvivere hanno dovuto e saputo migliorare la produttività pena la sparizione. Non c’è nulla che aguzzi l’ingegno più che lo spirito di sopravvivenza come noto.  Le aziende protette sul mercato interno e soprattutto la pubblica amministrazione sono state invece un freno potentissimo proprio perché &#8230; non esistevano incentivi di nessun tipo a migliorare. Non possiamo più permettercelo. Aumentare la produttività, per capirci, significa o produrre di più con le stesse persone o ridurre le persone a parità di output. Questo è quello che lo stato dovrà sapere fare nei prossimi 20 anni. Non ne vedo la consapevolezza, la cultura, il senso di urgenza. Ma dovrà arrivare perché &#8230; siamo costretti. Per fortuna il calo di occupazione non rende drammatico sotto il profilo del tasso di disoccupazione questa transizione. Però in Italia si dovranno necessariamente trasferire lavoro da settori pesantemente improduttivi nel confronto internazionale (pubblica amministrazione e settori protetti) a settori esportatori e necessariamente produttivi.</p>
<p>Questa necessità categorica è lontanissima dalla cultura dominante. Non c’è consapevolezza né volontà di affrontare il problema. Se fossimo in azienda privata si dovrebbe pesantemente ristrutturare (= tagli e investimenti fortissimi di miglioramento processo) la pubblica amministrazione e dedicare le risorse ai settori ad alta produttività.</p>
<p>L’enorme spesa pubblica da Covid va esattamente nella direzione opposta e onestamente la cultura dominante e le dichiarazioni pubbliche del 90% dei parlamentari sono assolutamente inconsapevoli, per non dire strenuamente opposte a questa necessità.</p>
<p>Mancano competenza, realismo e leadership. Per 40 anni hanno vinto le elezioni politici che promettevano cose ridicolmente infattibili e costose. Impossibile pensare che il consenso politico venga attribuito a chi dice che dobbiamo ridurre il tenore di vita, e quindi i politici in larghissima parte interessati solo ai sondaggi e al mantenimento della loro poltrona pubblica &#8230; ci portano al burrone come i lemmings.</p>
<p>&#8211; la nostra stratificazione sociale è drammaticamente spostata sugli anziani, sugli assistiti, sui garantiti, mentre i “produttivi non garantiti” (cioè quelli che sostengono tutto lo stato con le tasse) sono minoranza sia elettorale che culturale. A parte 11 milioni di giovani tra 0-20 anni (non votanti&#8230;) ci sono 18 milioni di pensionati assistiti, circa 8 milioni di persone che non lavorano (essenzialmente donne in forti percentuali al sud), circa 10 milioni di “garantiti” (pubblica amministrazione e altri settori protetti e senza concorrenza internazionale) e 13 milioni di produttivi non garantiti. Questi ultimi rappresentano quindi circa il 25% dei voti. Impensabile che la politica privilegi questi ultimi.</p>
<p>Esiste poi un tema territoriale, visto che assistiti e garantiti sono largamente più numerosi al sud, e inversamente i produttivi non garantiti sono concentrati al nord.</p>
<p>Esiste poi, drammaticamente, l’impatto Covid che è stato nullo per assistiti e garantiti ed enorme per produttivi non garantiti.</p>
<p>Queste asimmetrie sono destinate a generare fortissime spinte di disgregazione del tessuto sociale, di cui pare solo l’ottimo ministro Lamorgese sembra preoccuparsi.</p>
<p>Il consenso elettorale e sociale va verso le categorie assistite e garantite, nella illusione ottica che nulla possa mai scalfire assistenza e garanzie. Non è così, ma quando succedesse &#8230; è troppo tardi per tornare indietro. Quindi nessuno dice ad assistiti e garantiti che se i produttivi non garantiti vanno in crisi prima o poi la mannaia cadrà pesantissima su prestazioni sociali e garanzie&#8230;. è come dire al condannato che la pena si avvicina. Meglio rimandare.  Specie se il condannato vota per chi sta al potere. C’è sempre l’illusione che alla fine si risolva il problema è quindi si rimanda si rimanda fino a quando non sarà proprio più possibile rimandare.</p>
<p>Il governo Conte è la massima espressione storica del rimando. Una vera e propria eccellenza storica assoluta, nel momento in cui sarebbe assolutamente necessario l’opposto. Infatti è molto popolare. Nessuna sorpresa.</p>
<p>&#8211; infine, la categorizzazione sociale italiana e l’immigrazione degli ultimi 10 anni ha trasformato le classi economicamente più deboli (il proletariato degli anni 70-80) in una classe ferocemente difensiva nei confronti degli immigrati che vengono dipinti come coloro che intaccano privilegi e diritti acquisiti (pesantemente a debito come si è visto ma questo non viene MAI detto). Quindi il populismo anti-immigrati è fortissimo proprio perché la percezione degli strati più deboli e anche, ultimamente, del ceto medio è che siano gli immigrati (oltre il 10% della popolazione&#8230;) ad avere messo a rischio la prosperità acquisita.</p>
<p>Non è chiaramente così, la prosperità acquisita è finta e deriva solo dal debito, ma i cittadini hanno chiaramente la percezione che stia per finire e cercano il “colpevole”. I populisti sono stati abili ad offrire 2 menzogne e cioè che “abbiamo sconfitto la povertà” (5 stelle) oppure che “è tutta colpa degli immigrati e dell’Europa” (Lega). E’ sempre più difficile ammettere che invece è colpa di chi ci ha amministrato in modo totalmente miope negli ultimi 40 anni identificando sempre i “nemici” e non i problemi da risolvere, anche perché alla fine li abbiamo votati noi e perché l’antipolitica offre facile sponda dialettica in questo senso.</p>
<p>Anche questa malattia non è facilmente curabile perché le ricette semplici, le promesse elettorali, il “noi siamo nuovi e diversi” hanno facile presa, anche se il ciclo della promessa-delusione-accantonamento brutale è rapidissimo. I 5 stelle sono a fine ciclo e il loro dissolvimento è palese. Credo stia iniziando il dissolvimento anche della Lega, ma iniziamo nuovi cicli (Fratelli d’Italia) e altri ancora seguiranno.</p>
<p>Manca del tutto e bisogna ammettere per validi motivi, (mancanza di offerta&#8230;) la fiducia in una politica che affronti i problemi della collettività, anche perché come visto il medico non potrà essere pietoso e bisognerà prendere medicine molto amare.</p>
<p><strong>2. Cosa fare</strong></p>
<p>Non abbiamo alternative.</p>
<p>Dobbiamo cercare di mantenere unita la nostra comunità aumentando la produttività e aumentando la partecipazione al lavoro.</p>
<p>Bisogna che lavorino molte più donne, molte più persone al sud e che la produttività del lavoro salga moltissimo.</p>
<p>Non esiste altra soluzione economica sostenibile o logica.</p>
<p>Chi parla di patrimoniale dimentica che su 2800 miliardi di debito una patrimoniale anche brutale per 200 miliardi di euro ridurrebbe in modo pressoché irrilevante il debito (da 2800 a 2600) e molto probabilmente ridurrebbe investimenti, consumi e base imponibile per ammontare molto simile nei successivi 5 anni, oltre a generare un crollo dei consumi piuttosto duraturo. E’ come vendere le canne da pesca per comprare i pesci. Per pochi giorni o mesi può anche funzionare. Poi quando i pesci sono esauriti la fame diventa ancora peggiore&#8230;. e canne da pesca e pescatori sono nel frattempo tutti scappati&#8230;</p>
<p>La nostra comunità deve generare lavoro, produttività, base imponibile e tasse. Tutto ciò è inesorabilmente attività delle imprese private che assumono e pagano tasse e contributi. Le imprese private per fare ciò assumono rischi, che vanno remunerati e incentivati. Lo stato non può e non deve sostituirsi. Deve piuttosto arretrare e incentivare. Anche qui non c’è alternativa possibile.</p>
<p>L’imperativo del lavoro, della capacità di assumere rischi e della generazione di base imponibile e tasse, così come l’imperativo del lavoro femminile e del sud sono priorità assolute per la nostra comunità.</p>
<p>Bisogna superare la vecchia e antistorica divisione tra lavoro e capitale. Vanno creati meccanismi di compartecipazione della forza lavoro al plusvalore generato con produttività. Il nuovo sindacato è quello che aiuta il lavoro a scegliere gli imprenditori migliori, e i nuovi imprenditori sono quelli che coinvolgono anche da un punto di vista economico i lavoratori nella generazione di valore.</p>
<p>Bisogna capire che il sud è un immenso valore nel turismo e nell’esportazione di bellezza, cultura, cucina, clima e benessere. Il turismo al sud è una assoluta priorità nazionale</p>
<p>Bisogna capire che la formazione dei giovani deve essere selettiva. Il titolo di studio è un’opportunità, non un diritto. La riqualificazione della scuola, i test invalsi, il premio alla produttività anche nell’istruzione è il nostro migliore investimento. I nostri pochi, anzi pochissimi giovani, devono essere formati e avere produttività altissima. Non devono andare all’estero attirati da salari più alti e dobbiamo premiare sia economicamente che socialmente chi è più bravo a educarli, abilità facilmente misurabile e incentivabile &#8230;. se si vuole davvero farlo.</p>
<p>Bisogna risolvere definitivamente la piaga dell’evasione fiscale attraverso strumenti di verifica moderni o anche solo con la chiara dichiarazione che controlli a campione saranno possibili e reali avendo percezione di dove si annidano le maggiori sacche di evasione.</p>
<p>Bisogna capire che i salari sono intrinsecamente legati alla produttività. Pretendere di slegare le 2 variabili è condannarsi alla disoccupazione e al default. Non c’è scampo e va detto chiaramente. Tutti devono potere lavorare e il salario dipende dalla produttività.</p>
<p>Infine, bisogna capire che il tenore di vita di tutti o quasi tutti sarà minore. Se non troviamo la spinta ideale come collettività a creare opportunità di permanenza in Italia dei nostri giovani anche con molti sacrifici siamo condannati al futuro potenzialmente drammatico del default. Se non troviamo una spinta ideale come italiani, come cittadini, come elettori a questo programma 20ennale di rinascita ci condanniamo a un futuro terzomondista in cui saremo solo marginali in Europa e nel mondo.</p>
<p>Io sono bergamasco. Ho visto le bare in luoghi che per me hanno significato. Ma da bergamasco la canzone “rinascerò, rinascerai” ha valore, mi commuovo nel sentirla come mi sono commosso nel vedere il video con sui abbiamo promosso l’Italia per le Olimpiadi Invernali del 2026. Siamo un paese unico e noi “facciamo accadere l’impossibile”. La dignità del lavoro, lo spirito di sacrificio che ha costruito l’ospedale degli alpini in 15 giorni, la composta dignità nel lutto, la volontà di ripartire a testa bassa e ricostruire tutto da capo se necessario, l’assenza di polemiche tra noi bergamaschi anche dopo 6000 morti in provincia, il guardarsi tutti in faccia e capire che si può e si deve rinascere in silenzio con il lavoro di ogni giorno come hanno fatto tanti anni fa i nostri padri e i nostri nonni sono parte di me.</p>
<p>Questi valori di attaccamento e dignità del lavoro, collaborazione tra tutte le classi sociali, semplicità e volontà di migliorarsi devono secondo me essere alla base della rinascita di un paese che si è cullato in pericolose illusioni, offerte e promesse da molti che non hanno mai davvero lavorato e costruito qualcosa di concreto. </p>
<p>Affrontiamo la realtà per quanto sgradevole. Possiamo farcela se lavoriamo e smettiamo di promettere la luna facendo solo debiti per i nostri figli. “Rinascerò, rinascerai. Siamo nati per combattere la sorte, ma ogni volta abbiamo sempre vinto noi.”</p>
<p>Dimostriamo al mondo cosa sanno fare gli italiani. Con i fatti concreti, nello stile dei bergamaschi con poche parole e nessuna promessa, solo lavorando tutti i giorni, un mattone alla volta.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Giovanni Cagnoli" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2020/07/giovanni-cagnoli-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/giovanni-cagnoli/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Giovanni Cagnoli</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Presidente di Carisma SpA, Holding che detiene 14 aziende con oltre 300 milioni di fatturato ed oltre 1.000 dipendenti. Le aziende della Holding operano in settori diversificati (food, moda, retail, marketing, leisure, &#8230;). Fondatore e CEO di Bain &amp; Company Italia dal 1989 fino al 2017. E’ stato consulente dei primari gruppi bancari e finanziari italiani ed è particolarmente attivo nello sviluppo e definizione di piani di turnaround e di creazione di valore per gli azionisti di grandi organizzazioni. Ha ottenuto un MBA alla Sloan School of Management, al M.I.T di Boston nel 1982 e si è laureato in Business Administration all’Università Bocconi di Milano nel 1981. </p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/quando-cominciamo-ad-affrontare-la-realta/">Quando cominciamo ad affrontare la realtà?</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>Obbligati a crescere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 17 May 2020 08:35:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[crescita]]></category>
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		<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Abbiamo iniziato l’anno sapendo di avere un debito pubblico troppo alto e di essere in una situazione critica. Per il debito, certo, ma anche perché eravamo il solo Paese europeo a non avere ancora recuperato le posizioni del 2008, prima della doppia crisi che ci ha colpiti tutti, appesantendosi ulteriormente su alcuni. Poi ci è [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Abbiamo iniziato l’anno sapendo di avere un <strong>debito pubblico</strong> troppo alto e di essere in una situazione critica. Per il debito, certo, ma anche perché eravamo il solo Paese europeo a non avere ancora recuperato le posizioni del 2008, prima della doppia crisi che ci ha colpiti tutti, appesantendosi ulteriormente su alcuni. Poi ci è stato chiaro che l’epidemia non solo portava con sé una ulteriore e pesantissima recessione, ma richiedeva un aumento considerevole della spesa pubblica, portando ancora più in alto il già esagerato debito.<span id="more-2304"></span></p>
<p>Possiamo discutere all’infinito sul perché è stato un grave errore ritrovarsi con quel debito, all’inizio dell’anno, e possiamo dannarci per i tanti che non solo sottovalutavano quel peso, ma esplicitamente si proponevano di aggravarlo. Possiamo dirci che lo avevamo detto. Ma a questo punto è inutile. Ora che cosa e come si fa?<br />
Sono cresciuti i debiti di tutti, il che ci tiene in un’area protetta. La Banca centrale europea e la Commissione hanno reagito adeguatamente. Il problema immediato italiano, dunque, si concentra su un punto: quando si riprenderà a crescere, speriamo già nella seconda metà dell’anno, non possiamo permetterci di restare indietro. Non possiamo permetterci la lentezza che ci trasciniamo dietro da lustri. Non si possono reggere assieme troppo debito e troppo <strong>poca crescita</strong>.<br />
Per questo la spesa pubblica crescente deve concentrarsi sui produttori di ricchezza, sugli investimenti, quindi sul creare lavoro per il tramite del sistema produttivo. Non dobbiamo attardarci nell’accudire la recessione, assuefacendoci, perché l’economia del mantenimento è pura illusione. E per gli ultimi, per chi resta in grave difficoltà? Non sussidi, ma servizi. Organizzare il soccorso per riportare nel mondo attivo, non per sussidiare l’inoperatività.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Davide Giacalone" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2019/11/davide-giacalone-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/davide-giacalone/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Davide Giacalone</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Giornalista e scrittore.<br />
Dal 1979 in poi, mentre continuava a crescere il numero dei tossicodipendenti, si è trovato al fianco di Vincenzo Muccioli, con il quale ha collaborato, nella battaglia contro la droga.<br />
Dal 1980 al 1986 è stato segretario nazionale della Federazione Giovanile Repubblicana.<br />
Dal luglio1981 al novembre 1982 è stato Capo della Segreteria del Presidente del Consiglio dei Ministri.<br />
Dal 1987 all&#8217;aprile 1991 è stato consigliere del Ministro delle Poste e delle Telecomunicazioni, che ha assistito nell&#8217;elaborazione dei disegni di legge per la regolamentazione del sistema radio-televisivo, per il riassetto delle telecomunicazioni e per la riforma del ministero delle Poste e Telecomunicazioni, oltre che nei rapporti internazionali e nel corso delle riunioni del Consiglio dei Ministri d’Europa.<br />
È stato consigliere d’amministrazione e membro del comitato esecutivo delle società Sip, Italcable e Telespazio.<br />
Dal 2003 al 2005 presidente del DiGi Club, associazione delle Radio digitali.<br />
Nel 2008 riceve, dal Congresso della Repubblica di San Marino, l’incarico quale consulente per il riassetto del settore telecomunicazioni e per predisporre le necessarie riforme in quel settore.<br />
Nel maggio del 2010 ha ricevuto l’incarico di presiedere l’Agenzia per la diffusione delle tecnologie dell’innovazione, dipendente dalla presidenza del Consiglio. Nel corso di tale attività ha avuto un grande successo “Italia degli Innovatori”, che ha permesso a molte imprese italiane di accedere al mercato cinese. Con le autorità di quel Paese, crea tre centri di scambio: tecnologia, design, e-government. Nel novembre del 2011 si è dimesso da tale incarico, suggerendo al governo di chiudere la parte improduttiva dell’Agenzia, anche eliminando le sovrapposizioni con altri enti e agenzie.<br />
Dal 2015 al 2016 è membro dell’Advisory Board di British Telecom Italia.</p>
</div></div><div class="saboxplugin-web "><a href="http://www.davidegiacalone.it/" target="_self" >www.davidegiacalone.it/</a></div><div class="clearfix"></div><div class="saboxplugin-socials sabox-colored"><a title="Facebook" target="_self" href="https://www.facebook.com/davidegiacaloneofficialpage" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-color"><svg class="sab-facebook" viewBox="0 0 500 500.7" xml:space="preserve" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><rect class="st0" x="-.3" y=".3" width="500" height="500" fill="#3b5998" /><polygon class="st1" points="499.7 292.6 499.7 500.3 331.4 500.3 219.8 388.7 221.6 385.3 223.7 308.6 178.3 264.9 219.7 233.9 249.7 138.6 321.1 113.9" /><path class="st2" d="M219.8,388.7V264.9h-41.5v-49.2h41.5V177c0-42.1,25.7-65,63.3-65c18,0,33.5,1.4,38,1.9v44H295  c-20.4,0-24.4,9.7-24.4,24v33.9h46.1l-6.3,49.2h-39.8v123.8" /></svg></span></a></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/obbligati-a-crescere/">Obbligati a crescere</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>Covid19, l’occasione per ripensare a un federalismo che nasca dal basso.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorena Villa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 May 2020 14:38:36 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non eravamo pronti. Alla prima evidenza nazionale del Covid-19 in Lombardia il governo italiano si è fatto trovare senza nessuna strategia di prevenzione al riguardo. Dopo una prima fase di lockdown gestita discretamente, in una fase due dai connotati incerti e fluidi, con migliaia di morti sulle spalle e una crisi economica da paura nel [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Non eravamo pronti. Alla prima evidenza nazionale del Covid-19 in Lombardia il governo italiano si è fatto trovare senza nessuna strategia di prevenzione al riguardo. Dopo una prima fase di lockdown gestita discretamente, in una fase due dai connotati incerti e fluidi, con migliaia di morti sulle spalle e una crisi economica da paura nel futuro prossimo, tra i datori di lavoro “colpevoli d’ufficio” e i farmacisti “ladri di mascherine”, il dito accusatorio per i numeri disastrosi della pandemia è stato puntato anche verso la regionalizzazione della sanità pubblica. «Basta Regioni, sanità da ricentralizzare. M5S d’accordo» Secondo Orlando del PD e altri esponenti politici che lo sostengono è necessario «un ritorno delle competenze sanitarie allo Stato centrale». Il Coronavirus si presenta come un goloso boccone da addentare al volo per chi, in preda a una crescente fregola statolatrica, non tiene conto del fatto che la legge è chiara (d.l. 1/2018) e specifica nel definire responsabilità e catene di comando a seguito di una dichiarazione d’emergenza (31 gennaio) e che il Presidente del Consiglio è stato investito di ulteriori ampi poteri con successivi decreti legge, per i quali le funzioni di coordinamento spettano al Presidente del Consiglio dei Ministri e l’organo chiave di comando diventa il Comitato operativo della Protezione civile. Vediamo inoltre come questa posizione sia totalmente priva di fondamento e, se è vero che regioni diverse offrono una qualità di cure diversa, il miglioramento dell’efficienza delle peggiori non sia da cercare in una centralizzazione decisionale, ma, al contrario, liberando e responsabilizzando quelle energie e quei talenti che tutti i territori possiedono. La Lombardia fino a gennaio 2020 era considerata un’eccellenza nel campo della sanità e lo è ancora, tanto che una facile previsione è quella secondo la quale, terminata l’emergenza Covid-19, la migrazione sanitaria ricomincerà come prima. Non solo, anche la gestione finanziaria degli ospedali è premiante: il policlinico di Milano, per esempio, spende (con tanto di bilancio in regola) la metà di quanto costa l’Ospedale di Reggio Calabria (struttura fatiscente e senza bilanci ufficiali), curando il doppio dei pazienti in modo non paragonabile. D’altro canto però, la sanità lombarda è stata caratterizzata da una polarizzazione delle cure dei pazienti presso ospedali altamente specializzati, caratteristica che, se in tempi ordinari fornisce servizi molto soddisfacenti, diventa un ostacolo quando la gestione non si deve focalizzare sugli individui, ma sulla collettività. Una pandemia ha portato alla luce i difetti della carenza di una ramificazione territoriale della sanità lombarda portando probabilmente la stessa ad avere risultati disastrosi. Contemporaneamente, il modello Veneto è diventato un esempio mondiale di contrasto alla pandemia: implementando un sistema di biosorveglianza microterritoriale a disposizione delle autorità locali, che integra in tempo reale i dati a disposizione, consente di fare due cose fondamentali: primo, ricostruire le relazioni della persona positiva e sottoporle immediatamente tutti a tampone; secondo, costruire una mappa dinamica dell’epidemia, non nazionale o regionale, ma comunale, arrivando fino alle singole famiglie. In questo caso è stato un non allineamento a linee guida centrali, uno scatto di decisa autonomia dalle direttive ministeriali a permettere che la situazione fosse tenuta sotto controllo. Ridurre le competenze regionali a causa della malagestione lombarda della pandemia è una tentazione irresistibile per gli statalisti, ma si può tranquillamente rispedire al mittente in quanto la Regione ha agito in ottemperanza ai protocolli ministeriali, appiattendosi senza coraggio sulle indicazioni centrali, senza operare specifiche valutazioni sulle caratteristiche della struttura sanitaria esistente e del territorio. Non ci sono prove quindi che lo Stato avrebbe fatto meglio. Durante l’emergenza Covid-19 la Lombardia ha obbedito pedissequamente alle direttive del Ministero, allorché si brancolava ancora nel buio tra “le mascherine non servono” e “Milano non si ferma”, almeno fino a che, in un ospedale di Bergamo, si è deciso di procedere a effettuare un’autopsia violando il protocollo ed evidenziando così altre caratteristiche letali del virus. Un’altra colpa lombarda è anche quella di non aver proceduto a decidere in autonomia di chiudere in zone rosse i focolai intorno a Bergamo. Una responsabilità pesantissima, ma esattamente il contrario di ciò che accusa chi vorrebbe riportare a Roma il controllo totale. Osservando la storia recente, quindi, si deduce che ciò che bisognerebbe rafforzare sia l’autonomia decisionale dei territori, non la centralizzazione, in quanto la procedura vincente è nata da diverse decisioni regionali difformi ai protocolli OMS e ministeriali. È lecito pensare che se il Veneto avesse seguito le linee guida centrali, gli esiti sarebbero stati disastrosi. Il decentramento decisionale spinge le autorità a cercare risposte ai problemi simili offrendo risposte diverse, permettendo di evidenziare le buone pratiche di successo e mettendole a disposizione di tutti gli altri territori. Noi non avremmo la possibilità di confrontare il caso veneto e quello lombardo se tutto fosse gestito centralmente in modo uniforme, così come non potremmo confrontare il caso lombardo (delle situazioni ordinarie) con le altre regioni. Sono stati proprio gli spazi di indipendenza ad aver consentito l’emersione di alcuni spiragli di eccellenza, quegli spazi di autonomia locale che i nostri governi contrastano con tutti i mezzi possibili, ma che sarebbero preziosissimi generatori di innumerevoli buone pratiche da diffondere se lasciati liberi da resistenze ideologiche e di conservazione di potere. Diventa quindi evidente come le differenze di resa tra la sanità di un territorio e un’altra non si sanerebbero con una centralizzazione sanitaria neanche in situazione ordinaria: le differenze si appianerebbero certo, ma con una forzata omologazione al basso che danneggerebbe tutti i cittadini, sia del Sud che del Nord. Al contrario, per favorire una riforma efficace, il passo corretto è quello verso una maggiore libertà e responsabilizzazione delle classi dirigenti locali, lasciando ai cittadini il diritto di giudicarli per come vengono spesi i loro soldi. In questi giorni la tensione tra i Presidenti regionali più attivi e un governo centrale bulimico di potere è ormai palpabile: il tentativo di soffocarla senza ascolto sarebbe un fallimento istituzionale. La pandemia ha dato finalmente voce alle richieste di diversificazione amministrativa in base alle necessità territoriali. L’augurio è che da questa crisi, superando i difetti di un regionalismo di stampo prefettizio che amplifica l’irresponsabilità dell’amministrazione centrale invece di abbatterla, nasca un dibattito con al centro un vero federalismo competitivo che parta dal basso, stimoli le eccellenze, unisca nelle differenze e riporti le istituzioni e la politica vicino a cittadini, perché è solo nel momento in cui riconosciamo il valore aggiunto di un’amministrazione locale responsabilizzata che il voto locale riacquista un senso.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Lorena Villa" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2020/05/lorena-villa-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/lorena-villa/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Lorena Villa</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Imprenditrice, referente regione Lombardia per la Fondazione Luigi Einaudi</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/covid19-loccasione-per-ripensare-a-un-federalismo-che-nasca-dal-basso/">Covid19, l’occasione per ripensare a un federalismo che nasca dal basso.</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>MES, non solo Grecia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Ricciuti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Apr 2020 08:12:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[grecia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando in Italia si parla del MES, si fa esclusivamente riferimento al caso della Grecia. In realtà, il MES (e più specificatamente il suo antecedente Fondo europeo per la stabilità finanziaria, FESF) è intervenuto in altri quattro casi: Spagna, Portogallo, Irlanda e Cipro. Senza negare le grandi difficoltà avute dalla Grecia durante il periodo di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Quando in Italia si parla del MES, si fa esclusivamente riferimento al caso della Grecia. In realtà, il MES (e più specificatamente il suo antecedente Fondo europeo per la stabilità finanziaria, FESF) è intervenuto in altri quattro casi: Spagna, Portogallo, Irlanda e Cipro. Senza negare le grandi difficoltà avute dalla Grecia durante il periodo di sostegno finanziario, in questi casi l&#8217;intervento congiunto di MES, Fondo Monetario Internazionale e della Commissione europea ha permesso a questi paesi di superare la fase di crisi, riformare le proprie economie e di intraprendere un forte percorso di crescita. Risultati raggiunti anche nel caso greco.<span id="more-2156"></span></p>
<p>Queste crisi presentano molti caratteri simili: la crisi del 2008 ha innescato una crisi del settore bancario – spesso causata dalla crisi del settore immobiliare, ampiamente finanziato negli anni precedenti – la necessità di impedire il fallimento delle banche ha portato ad un aumento dell’indebitamento, che ha messo in crisi la capacità di questi paesi di finanziare il proprio bilancio pubblico a tassi accettabili, facendo crescere gli “spread”. In alcuni casi c’era un forte problema di indebitamento con l’estero e di scarsa competitività delle esportazioni.<br />
Con l’intervento del MES-FESF e degli altri soggetti, con finanziamenti ventennali, questi paesi sono temporaneamente usciti dal mercato internazionale dei capitali, hanno potuto attuare profonde riforme dei loro mercati e sono successivamente rientrati sui mercati internazionali. La Spagna (2012-2013) ha ottenuto un finanziamento di € 41,3 miliardi, l’Irlanda (2010-2013) di € 67.5 miliardi, il Portogallo (2011-2014) per € 78 miliardi e Cipro (2013-2016) di € 9 miliardi, piccolo in assoluto, ma pari a metà della dimensione della sua economia.<br />
Anche per questi paesi gli interventi su spesa pubblica, tassazione e mercato del lavoro concordati con FESF-ESM, sono stati importanti (<a href="https://www.esm.europa.eu/assistance/programme-database/conditionality">qui gli interventi di condizionalità</a>), ma tutti i paesi sono stati in grado di tornare su un sentiero di crescita significativo, che ha ridotto la disoccupazione e il rapporto debito/Pil.<br />
Il MES è uno strumento importante che permette dare un ancoraggio fiscale all’eurozona, strumento non che non era previsto alla nascita dell’euro, ma che serve per gestire situazioni di squilibrio che non si possono affrontare con la politica monetaria della Banca Centrale Europea. E’ uno strumento che può cambiare a seconda delle necessità, come abbiamo visto con le attuali modifiche che eliminano le condizionalità nel caso di interventi relativi alla pandemia del coronavirus. </p>
<p>Articolo pubblicato su www.glistatigenerali.it</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Roberto Ricciuti" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2020/04/roberto-ricciuti-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/roberto-ricciuti/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Roberto Ricciuti</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Professore associato di Politica economica all’Università di Verona. Si occupa di diversi aspetti di political economy (principalmente istituzioni, democrazia, conflitto). E’ Coordinatore del Dottorato di ricerca in Economia e Management, fellow del CESifo e Visiting Professorial Fellow al Global Development Institute (University of Manchester). Ha ottenuto il Dottorato in Economia Politica all’Università di Siena ed un MSc in Economics all’University of Exeter. Ha insegnato a Royal Holloway University of London e all’Università di Firenze, è stato Jean Monner Fellow all’Istituto Universitario Europeo e Visiting Fellow a Clare Hall College (University of Cambridge) e Jemolo Fellow a Nuffield College (University of Oxford). Ha ottenuto la NEPS Medal per il miglior paper di peace economics pubblicato nel 2017. È componente del Comitato Scientifico della Fondazione Luigi Einaudi.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/mes-non-solo-grecia/">MES, non solo Grecia</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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		<title>Il primato comunista del potere buono</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giancristiano Desiderio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Nov 2017 13:31:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[comunismo]]></category>
		<category><![CDATA[italia]]></category>
		<category><![CDATA[stato]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Angelo Panebianco ha scritto, in un articolo sul Corriere della Sera, che il sistema politico italiano è, da sempre, una specie di macchina che produce partiti antisistema ai quali si deve contrapporre, per forza di cose, un argine e il suo Guardiano della diga. L’ultimo guardiano è stato Matteo Renzi ma anche l’attuale presidente del [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/primato-comunista-del-potere-buono/">Il primato comunista del potere buono</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Angelo Panebianco ha scritto</strong>, <a href="http://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-rinascita-di-silvio-berlusconi-fara-risorgere-lantiberlusconismo/">in un articolo sul <em>Corriere della Sera</em></a>, che il sistema politico italiano è, da sempre, una specie di macchina che produce partiti antisistema ai quali si deve contrapporre, per forza di cose, un argine e il suo Guardiano della diga. L’ultimo guardiano è stato Matteo Renzi ma anche l’attuale presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, svolge questo ruolo mentre la forza antisistema è il M5S.</p>
<p><strong>Però, ultimamente il sistema</strong> non sembra più funzionare e la diga presenta più di qualche crepa. Il governo Berlusconi è finito in un pericoloso naufragio al quale ha posto rimedio Mario Monti che poi è finito nel fare la parte di san Sebastiano, ma anche lo stesso governo Renzi che pur ha ottenuto dei risultati o se li è trovati davanti è finito in mare e il Pd, che era visto come un’ultima spiaggia, ha fatto naufragio nel mare di Sicilia.</p>
<p><strong>Non sembra che vi sia una via d’uscita</strong> e si gira in tondo, tanto che il naufrago di ieri – Berlusconi – è tornato ad essere il Guardiano di oggi, se non della diga almeno del faro.</p>
<p><strong>Il sistema politico italiano</strong> non ha mai conosciuto la democrazia dell’alternanza e ha sempre funzionato come una macchina che produce forze antisistema. L’Italia stessa è nata così. La prima forza antisistema fu quella cattolica con Pio IX e il non expedit che impediva la partecipazione dei cattolici alla vita pubblica.</p>
<p><strong>Non si fece in tempo a risolvere</strong> la “questione cattolica” che era già nata la “questione socialista” che fu una delle cause, e non la minore, che portò al fascismo nel cui Ventennio – va da sé – il problema della forza antisistema fu “risolto” alla radice nel passaggio dalla libertà alla dittatura.</p>
<p><a href="http://3.122.244.34/wp-content/uploads/2017/11/blog-1.png"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone wp-image-945 size-full" src="http://3.122.244.34/wp-content/uploads/2017/11/blog-1.png" alt="" width="1200" height="300" srcset="https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2017/11/blog-1.png 1200w, https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2017/11/blog-1-300x75.png 300w, https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2017/11/blog-1-768x192.png 768w, https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2017/11/blog-1-1024x256.png 1024w" sizes="auto, (max-width: 1200px) 100vw, 1200px" /></a></p>
<p><strong>Con la repubblica il problema rispuntò</strong> tale e quale moltiplicato per cento: in Italia c’era il più grande partito comunista dell’Occidente e la democrazia, prima di sfociare nel consociativismo in cui il partito d’opposizione era socio di minoranza del partito di governo, era una “democrazia bloccata” o imperfetta caratterizzata dal fattore K.</p>
<p><strong>Con la fine della Prima repubblica</strong> si sperava, illudendosi, nella nascita finalmente della democrazia dell’alternanza e, invece, venne al mondo la democrazia dell’altalena in cui le due forze politiche che diedero vita al bipolarismo si delegittimavano scambievolmente, l’una indicando l’altra come una forza eversiva, e in un pendolo micidiale in cui si altalenavano al governo e all’opposizione producevano l’effetto ottico del movimento mentre l’Italia era perfettamente immobile.</p>
<p><strong>L’identità delle loro differenze</strong> era ed è lo statalismo e la conseguente occupazione del potere del quale, una volta impadronitosene, non sanno cosa farsene perché in un sistema statalista il potere non basta mai anche se è senza limiti.</p>
<p><strong>Il sistema politico italiano</strong>, con il Guardiano della diga, è però anche la soluzione di un più ampio problema europeo che ha la sua origine nientemeno che nella Rivoluzione francese. I francesi tagliando la testa al Re diedero vita a un problema per molti versi insolubile: crearono un sistema assembleare incapace di legittimare nuovamente il potere. Tagliando la testa al sovrano la tagliarono anche alla sovranità.</p>
<p><strong>Gli inglesi, invece</strong>, che fecero la loro “gloriosa rivoluzione” un secolo prima conservarono la Corona e riuscirono a costituzionalizzare il potere con una sovranità, appunto, limitata. In Italia e in Europa, invece, per avere un potere limitato si è dovuto far ricorso ad una diga o ad un argine o ad una forza di Centro che, per dirla con Cavour, eliminasse da un lato la reazione e dall’altro la rivoluzione. Non sempre, però, il gioco riesce. Le forze antisistema, infatti, sono molto forti proprio perché hanno un’idea molto diversa del potere.</p>
<p><strong>Alla fine con la morte del comunismo</strong> ha vinto – non sembri un paradosso – il modello del potere comunista che non vuole un potere limitato ma un potere buono e il potere è buono se è comunista o statalista. Ecco perché è necessaria la conquista del Palazzo d’Inverno: con essa si eliminano i nemici che sono cattivi e ignoranti e il potere diventa buono e siccome è buono può essere illimitato.</p>
<p><strong>Questo modello della conquista del Palazzo</strong> è oggi il modello di tutti e tutti si presentano come i salvatori della patria in cui non essendoci un limite a questa pretesa di salvezza si è finiti in quello che Saverio Vertone chiamava l’ultimo manicomio. Lo schema è semplice: ogni forza vuole la conquista del governo-stato per imporre se stessa in modo assoluto.</p>
<p><strong>Il governo-stato diventa così</strong> qualcosa di più di un governo: un organo di conoscenza con cui governare su ogni cosa. Una tipica forma di politica statalista con cui le forze politiche, di sistema e di antisistema, interpretano il sentimento degli italiani i quali chiedono a gran voce che la politica e lo Stato entrino nelle loro vite come tutori e risolutori di ogni problema e garanti di ogni sicurezza.</p>
<p><strong>È la tipica cultura</strong> – come illustro nel mio ultimo saggio che ha proprio questo titolo – de <em>L’individualismo statalista</em> con cui gli italiani credendo di salvarsi si dannano perché danno vita ad una macchina statale mostruosa che si nutre del loro stesso sangue.</p>
<p><strong>Al contrario di quanto si tende a credere</strong>, non è il potere che corrompe gli italiani ma sono gli italiani che corrompono il potere. Proprio perché gli attribuiscono poteri salvifici che non ha. La domanda che c’è nel sistema politico italiano è falsa: chi deve governare? In una democrazia mediamente decente, invece, la domanda è un’altra: quanto si deve governare?</p>
<p><strong>La risposta è</strong>: poco, non molto, in modo limitato perché ogni governo che va oltre un certo limite è un cattivo governo. Ma è una risposta perdente. Il primato comunista, che si è imposto grazie alla morte del comunismo e alla vittoria del consumismo rendendo ormai inutile la differenza tra sistema e antisistema, diga ed eversione, esige la conquista del potere per renderlo <em>buono</em>.</p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img data-del="avatar" alt="Giancristiano Desiderio" src='https://www.einaudiblog.it/wp-content/uploads/2020/06/desiderio-150x150.png' class='avatar pp-user-avatar avatar-100 photo ' height='100' width='100'/></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.einaudiblog.it/author/giancristiano-desiderio/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Giancristiano Desiderio</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"></div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.einaudiblog.it/primato-comunista-del-potere-buono/">Il primato comunista del potere buono</a> proviene da <a href="https://www.einaudiblog.it">Einaudi Blog</a>.</p>
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