Bitcoin, un sogno anarco-capitalista?

Lo sapevate che l’utopia anarco-capitalistica, quella che aveva portato un teorico come Murray Rothbard (1926-1995) a estremizzare le tesi di autori liberali come Mises e von Hayek, suoi maestri, potrebbe in un domani non troppo lontano avverarsi o quanto meno approssimarsi alla realizzazione? Almeno, ciò è quanto lascia prefigurare l’applicazione del dispositivo della blockchain, che è una sorta di “Internet delle transazioni” che si propone di bypassare, mettendo in comune una svariata mole di dati, tutti gli enti intermedi (banche e Stato in primo luogo) che oggi si frappongono nei rapporti economici fra gli individui e che, in qualche modo, “distorcono” le logiche di mercato. Sarà infatti presto, secondo molti, un algoritmo che garantirà sull’affidabilità di interlocutori a noi sconosciuti e anche lontani e che darà valore alle nostre operazioni.

Lo Stato scomparirà semplicemente perché gli individui, nel rapportarsi fra loro, non ne avranno più bisogno: lo vivranno come un ostacolo diseconomico che si pone innanzi al loro cammino che è fatto di condivisioni e scambi (non solo economici in senso stretto ma anche intellettuali, morali, ecc.). Questo collegamento fra anarco-capitalismo e blockchain è evidente nel Manifesto con cui Satoshi Nagamoto lanciò e illustrò nel 2008 il modo di funzionare (cioè il protocollo) del Bitcoin (la criptovaluta basata sulla blockchain). Si tratta di un sistema di pagamento (elettronico) del tutto decentralizzato, trasparente, sicuro e immutabile, che riecheggia persino negli accenti usati la descrizione che Rothbard fece del sistema di mercato nel suo capolavoro del 1982 su L’etica della libertà (in Italia è pubblicato da Liberilibri).

Come è noto, Nagamoto, è un nome di fantasia dietro cui si cela una persona o un gruppo di persone particolarmente geniali. Fermo restando che ad oggi non è dato sapere il perché della scelta dell’anonimato, le supposizioni e le illazioni sulla vera identità di Nagamoto in questi anni si sono fatte varie e numerose. Si è pensato a informatici, ingegneri, economisti… E se invece Nagamoto fosse un filosofo, e per giunta un flosofo liberale radicale e logicamente coerente quale può essere solo un anarco-capitalista?

Le cause di una scuola da 6 in condotta

La creazione del nuovo governo dovrà affrontare, tra gli innumerevoli problemi, quello della preparazione dei giovani e non, attraverso una serie di attività volte alla loro formazione a tutto tondo.

Proprio in questi giorni si fa sempre più spazio a video che ritraggono ragazzi di scuole medie inferiori e superiori, appartenenti a diverse regioni d’Italia, adottare un atteggiamento decisamente irrispettoso nei confronti degli insegnati.

Se in passato a parlare era la vecchia e assordante “bacchetta”, considerata uno strumento di punizione e di educazione allo stesso tempo, oggigiorno al contrario, la si definisce troppo ortodossa. In virtù del nostro progresso tecnologico, sociale e civile, al centro dei rapporti docente-alunno corre un tortuoso filo rosso: il dialogo, che dovrebbe coinvolgere ed agevolare l’espressione scuola-famiglia.

Spiegato in questi termini non dovrebbe essere difficile mettere in pratica quella serie di norme e comportamenti etici che la società ci impone, attraverso l’uso di un lessico e di spiegazioni, propri di ciascun insegnante, che rivolge la sua costante attenzione alla formazione degli studenti.

Perché oggi i giovani rispondono al contrario con un linguaggio colorito e atti spesso violenti nei confronti dei docenti?

Analizzando il problema da diverse angolazioni, si può partire dal presupposto che la responsabilità di questo non risiede solo nel carattere irruente dei ragazzi di oggi, frutto di una società priva di modelli da seguire, né solo nelle famiglie sfasciate senza principi fondamentali, ma anche in quella libertà che i docenti non hanno più o non sanno più di avere.

Insidiare negli animi degli studenti quel concetto di rispetto e responsabilità di azioni compiute, non si trova sul mercato nero dei valori, ma è il frutto di un lavoro costante e perentorio di cui si fa carico un docente, che a volte non è in grado di ricoprire quel ruolo e di svolgere questa ardua missione.

Molti non riescono più a gestire classi di ormoni impazziti, risultato della mancanza di un lavoro a tenaglia con le rispettive famiglie, ma anche ad una serie di “poteri” che oggettivamente l’insegnante non ha più.

Lo dimostra il fatto che negli ultimi anni un pressante precariato abbia indebolito i caratteri dei docenti, aumentando frustrazioni e illusioni verso una meta lavorativa lontana. Lo Stato non sostiene più questi ruoli che a differenza di altri, sono fondamentali per la crescita e lo sviluppo di una società sana.

Se anticamente il maestro era sinonimo di preparazione, ruolo sociale, sostenitore di valori etici e morali, nonché educatore delle vite dei più giovani, oggi la sua figura è rilegata a semplice esperto di una determinata disciplina. Allontanato da una serie di barriere familiari, ma anche istituzionali si vede costretto lungo il suo faticoso percorso professionale ad adottare metodologie destinate al fallimento.

Alla luce di queste riflessioni, chi ne pagherà lo scotto saranno ancora una volta le future generazioni che invece di ritrovarsi una solida arma di crescita, si perderà tra la densa nebbia di una progettualità instabile e sempre più rivolta al declino.

 

 

 

La politica? Una nobile arte che non può essere improvvisata

Lo spettacolo indecoroso di questa campagna elettorale viene stigmatizzato da tutti i versanti: promesse irrealizzabili, politici che passano da un partito all’altro con molta facilità, irresponsabilità diffusa. Oltre tutto ognuno cerca il proprio interesse personale e i partiti sono dominati dalle caste dei fedelissimi che si raccolgono attorno ai leader (ad esempio il cosiddetto “giglio magico” attorno a Matteo Renzi nel PD).

Il cittadino comune è chiaramente sfiduciato, rassegnato e non c’è da dubitare che farà sentire la sua protesta il 4 marzo, ad esempio non andando a votare.

Cosa fare per avere politici responsabili? Credo che, prima di rispondere a questa domanda, sia opportuno chiarire cosa sia la responsabilità del politico. Essa, tanto per intenderci, non concerne, come una retorica vincente vuole far credere, la competenza tecnica e specifica sulle questioni.

Detto altrimenti: per fare il ministro della salute non ci vuole un medico, o il ministro della giustizia non deve necessariamente essere un magistrato. Anzi, se così fosse, appartenendo essi alle lobby che devono governare, finirebbero sicuramente per fare gli interessi delle stesse e non quelli dei cittadini e dello Stato.

La responsabilità etica del politico, come quella del medico o del magistrato, concerne invece la sua professione. La responsabilità in politica significa prima di tutto saper far bene il proprio mestiere, nella fattispecie avere qualità come la facoltà di sintesi, la visione d’insieme delle cose, la capacità di mediare fra gli interessi privati e quello generale, la virtù di essere convincenti, la costanza di realizzare gli obiettivi che ci si è prefissi non appiattendo la propria azione sul consenso immediato.

Oggi purtroppo in Italia è proprio questo che manca: la qualità della classe politica è alquanto bassa, ed è questo che la rende irresponsabile.

Da cosa dipende questa nostra attuale situazione? Forse dal fatto che esistono nel nostro Paese molti più corrotti, farabutti, ladri che altrove o rispetto a un tempo che fu? Non credo sia proprio così. Penso, al contrario, che l’italiano medio sia come è sempre stato e che, nel nostro Paese, accanto a tanti corrotti, ci siano pure tante persone oneste e perbene. Ciò che è venuto meno, piuttosto, è, negli ultimi tempi, il meccanismo di formazione e selezione della classe politica.

Il politico di un tempo era responsabile perché aveva fatto una gavetta e si era formato attraverso una preparazione che non era volta alla conoscenza specifica degli argomenti, ma direttamente al saper fare politica.

Questa nobile arte, infatti, non può essere improvvisata, né è da tutti perché non tutti ne hanno, come direbbe Max Weber, il Beruf, cioè la vocazione/missione. Essa non può essere fatta da dilettanti, né appiattirsi sulla mera amministrazione come pretendevano le ideologie novecentesche (per Lenin nel comunismo realizzato anche una casalinga sarà in grado di governare) o come pretendono oggi i grillini (col loro astratto ideale democratico per cui “uno vale uno”, indipendentemente dai propri meriti e capacità)

Il discorso sulla responsabilità in politica o del politico richiama quindi quello della formazione politica. È questa, un tempo esercitata dai partiti e dalle loro scuole, o dalle fondazioni culturale politica come la Fondazione Einaudi, che oggi manca. Ed è da qui, ad avviso di chi scrive, che occorre ripartire per provare a selezionare una classe politica e dirigente responsabile, cioè degna del proprio nome.

Giuro.. da domani smetto! Idee e divergenze sulla liberalizzazione delle droghe

“Domani smetto!”

È questa la frase ridondante che spessissimo ascoltiamo o diciamo quando siamo consapevoli di abusare di qualcosa che di norma sappiamo faccia male. Ma questa è una controindicazione interna e propria dell’essere umano, costantemente in contrasto con sé stesso, i suoi desideri e le sue esigenze.

Ho sempre creduto profondamente nella capacità auto-educativa e rieducativa dell’uomo, che essendo dotato di raziocinio è in grado di scegliere, nell’intreccio indissolubile tra bene e male, quale sia la strada più corretta.

Ciò avviene nella libera scelta di assumersi responsabilità di fronte alla vita e quindi di farsi eventualmente del male, facendosi portavoce delle proprie azioni senza che queste si ripercuotano sugli altri.

Lo Stato ancora oggi vive sotto il dibattito costante se legalizzare o no le droghe, qual è la strada giusta da intraprendere?

A mio avviso, premesso che lo Stato, se pur orientato ad atti eticamente corretti, deve volgere lo sguardo verso problematiche decisamente più importanti, (come sostiene Ocone), non debba assolutamente permettere la liberalizzazione delle droghe, non solo per il bene del singolo, ma dell’intera comunità, visto che ad ogni mia azione corrisponde una reazione che coinvolge inevitabilmente anche gli altri.

La costante ricerca di emozioni forti ed adrenaliniche non può essere ricercata negli stupefacenti e pretendere che lo Stato se ne faccia garante, poiché se da un lato l’ente che deve garantire la vita, ad esempio negare l’eutanasia, allo stesso tempo deve preservarla non liberalizzando le droghe.

La libertà dell’individuo, a parer mio, non si ottiene costruendo solamente una società che permetta ai propri cittadini di avere un ventaglio ampio di scelte su come strutturare la propria vita, ma fornendo strumenti adeguati alla sua formazione etica e responsabilità d’azione, sui quali possa basare le proprie decisioni in un costante movimento che dall’individuo arriva allo Stato e non viceversa.

Ricordando il detto: “l’occasione fa l’uomo ladro”, legalizzando le droghe, i giovani e le future generazioni si sentirebbero in diritto di assumere o solo provare la vasta gamma di narcotici messi a disposizione, con la consapevolezza che si sta per nuocere a chi la utilizza e agli altri.

Il messaggio rivolto alla popolazione non sarebbe quello “ognuno fa ciò che vuole di sé stesso”, ma “provo tanto poi smetto quando voglio” inconsapevoli del fatto che la volontà spesso non va a braccetto con la libertà, in cui possono fermentare atti sbagliati.

Permettere l’uso e successivamente l’inevitabile abuso di queste sostanze, non ci rende più aperti al mondo, evoluti o liberi, ma schiavi e sconfitti di una vita che non va subita, ma vissuta alla luce di atti concreti, volti al bene comune e alla creazione di una società migliore.

Dalla “Ministra” Fedeli con furore

Realizzare il sogno di diventare insegnanti o lavorare all’interno del sistema scolastico è ormai scalata ripida e risaputa. E pensare che in passato per accedere alle cattedre bastava la cosiddetta scuola magistrale, in molti casi solo la terza media per altri ruoli.

In questi anni il sistema scolastico è mutato profondamente a causa, non solo dei vari governi che in qualche modo ha devastato il sistema universitario e scolastico, ma di tutta una serie di riforme inverosimili e concorsi fantasma che hanno dato alla luce migliaia di precari.

In soldoni per insegnare alle superiori, ad esempio, ci vogliono, se si è fortunati e fino ad oggi, ben sei anni, tra laurea e abilitazione, ovviamente questo tempo non è necessario per ottenere il tanto aspettato ruolo, paradossalmente è meno complicato laurearsi in medicina e facoltà annesse ed acquisire un titolo che permetta di avere una qualifica lavorativa.

Grazie alle proposte di chi dovrebbe indirizzare le menti dei giovani, e non farle fuggire, ci ritroveremo una Nazione non solo senza identità, ma anche svuotata da una cultura millenaria sulla quale ci siamo formati.

La nostra attuale “Ministra” della pubblica istruzione Fedeli continua a vagliare proposte poco realizzabili e sicuramente non solo discutibili, ma indubbiamente senza alcun fondo costruttivo e formativo: dal tablet in classe, all’assunzione degli immigrati come personale ATA.

Se per determinati ruoli istituzionali e politici non sono necessari percorsi accademici specifici, mentre sarebbero indispensabili competenze politiche per governare il paese, allo stesso modo non va denunciata l’inclusione di immigrati che hanno, magari, determinate competenze assimilabili al nostro sistema scolastico, ma l’abuso di incompetenza da parte di alcuni, e di leggi restrittive per i cittadini italiani che non hanno accesso a determinate graduatorie e restano fuori dal sistema spesso per 0,5 punti.

È vero che con a capo chi non ha raggiunto grandi traguardi scolastici cosa potevamo aspettarci se non un’assunzione di totali incompetenti?

Nella stragrande maggioranza dei casi ci vengono imposti dei titoli che richiedono non solo un grande impegno intellettivo, ma soprattutto economico alla fine del quale spesso resta inutilizzato.

Non ci sorprende più vedere bandi ridotti ai minimi termini sulla gazzetta ufficiale sezione concorsi, fiumi di curricula inviati presso le sedi di aziende e ininterrotti colloqui in cui stranamente si è sempre secondi.

Se ci limitiamo ad analizzare i soli titoli che il nostro Paese ci impone avremo una giusta proporzione, perché per essere ministro è sufficiente la terza media per il personale ATA essere immigrato è una “qualifica”, è una questione di prospettiva ed equiparazione dei titoli, i “laureati” non li vuole più nessuno come citava anche Pippo in un suo celebre film.

La selezione? È importante anche per i carabinieri

È una storia dai contorni sempre più chiari e sempre più triste quella che emerge dalle indagini sullo stupro consumato a Firenze da due carabinieri ai danni di due studentesse americane. È un episodio che, alla gravità estrema che è propria di ogni violenza sessuale, unisce una dimensione pubblica che non è irrilevante.

E anzi ha un valore che simbolicamente può trascendere il singolo episodio, minando la stessa credibilità e autorevolezza dello Stato e delle sue forze dell’ordine.

E ciò succede proprio nel momento in cui queste ultime sono sotto il tiro del “cretino collettino di sinistra”, per parafrasare Sergio Ricossa. Costui ultimamente, ad esempio in seguito ad episodi come quello dello sgombero forzato di uno stabile illegalmente occupato a Roma, non ha esitato a rispolverare tutto l’armamentario classico del sessantottismo d’antan.

A cominciare dallo slogan: “poliziotti fascisti”.

D’altro canto, lo stesso Gino Strada, per manifestare la sua opposizione alla recente politica del governo sull’immigrazione, non aveva trovato di meglio, nei giorni scorsi, che definire, con intento spregiativo, uno “sbirro” il ministro dell’interno Marco Minniti.

Quasi che non fossero proprio gli “sbirri” a darci sicurezza, a proteggere la nostra vita e a garantire in ultima istanza le nostre stesse libertà. Ma tant’ è!

Questo è il mainstream culturale italiano, l’ideologia politica ancora dominante. Proprio per questo, proprio cioè per non dare adito a revanscismi essi si “fascisti”, è necessario che ora i vertici dell’Arma dei carabinieri procedano con la massima fermezza alla condanna e radiazione dal loro corpo dei due rei.

Mai come in questo momento, in cui alle forze dell’ordine è richiesto un surplus di sforzi per difendere la nostra sicurezza, quei vertici possono mostrare la minima debolezza.

Se critichiamo il “doppiopesismo” con cui alcuni giornali e intellettuali à la page affrontano gli episodi di violenza di cui sono vittime le donne a seconda dell’origine, autoctona o meno, dello stupratore, tendendo a minimizzare per un malinteso “buonismo” le malefatte dei non italiani, a maggior ragione non dobbiamo mostrare titubanze o timidezza nel condannare un episodio come questo di Firenze.

Casomai perché crediamo in questo modo di salvaguardare l’immagine spesso calpestata delle forze dell’ordine.

Questa immagine la si salvaguardia invece nel modo opposto. Anche le forze dell’ordine devono oggi lavorare sulla comunicazione, ma ciò significa che devono essere consapevoli del fatto che a esse non è dato commettere anche un solo errore perché nulla è perdonato.

Certo, questo non deve significare accondiscendere o strizzare l’occhio al senso comune, come pure è successo in alcune interviste concesse recentemente dai loro vertici, i quali a mio avviso dovrebbero difendere i propri sottoposti con più decisione quando sono ataccati in modo demagogico e velleitario.

Ad esempio, certe “durezze verbali” usate nelle manifestazioni di piazza sono chiaramente contestuali e vanno lette nell’ottica di una pressione provocata ad arte dei “professionisti della contestazione”.

Non è il caso dei fatti di Firenze, che richiamano non solo la responsabilità morale di chi indossa una divisa ma anche, più in generale, la questione delle modalità di selezione e reclutamento in seno alle forze armate. A queste modalità va prestata la massima attenzione e una cura ancora maggiore, se possibile, di quella pure alta attuale.

Vanno immessi nei ruoli solo individui che, oltre ad avere le qualità specifiche, abbiano un’alta senso etico e dello Stato. Nessuno come chi indossa la divisa deve avere queste qualità.

Bisogna che i vertici abbiano il coraggio di dire a chiare lettere che, nel caso di Firenze, la selezione non ha funzionato: i due carabinieri si sono dimostrati indegni e clamorosamente non all’altezza del lor ruolo e della loro funzione.

E ciò non solo in virtù del grave reato consumato, e non solo perché quel reato è stato addirittura consumato in servizio, ma anche per la scandalosa “giustificazione” che uno di loro, reo confesso, ha addotto. Come si può infatti parlare di rapporto “consenziente” se le studentesse americane erano in stato di ebbrezza da alcol e forse anche sotto effetto di droghe?

Compiti sempre più delicati e gravosi attendono le forze dell’ordine nel nostro tempo. Esse potranno essere affrontate solo agendo in modo di far restare questo episodio una odiosa eccezione nella normalità di un corpo complessivamente sano.

La credibilità e autorevolezza delle forze armate non riguarda solo loro, ma il bene di tutti noi.

Francesca Marino e Corrado Ocone

Immigrazione, il conflitto fra due etiche diverse

I flussi migratori hanno sempre caratterizzato la storia dell’uomo sulla terra, fin dall’antichità. Gli spostamenti sono avvenuti per i più vari motivi: condizioni di miseria, territori ostili, guerre.

Il desiderio di migliorare il proprio stile di vita ed assicurare un futuro alle generazioni successive è certamente la sfida più grande della nostra esistenza.

Insieme ai problemi delle trasformazioni ambientali e dal riacutizzarsi della conflittualità bellica in varie parti del mondo, gli spostamenti delle popolazioni sono tra i fenomeni che vengono maggiormente percepiti nella società contemporanea.

Su di essi si catalizzano le paure e le ostilità delle mai sopite pulsioni xenofobe dei paesi di accoglienza, moltiplicati e facilitati oggi dalla riduzione delle distanze geografiche e dalla velocità di trasmissione dei messaggi mediatici.

Nel secolo scorso l’esodo di massa ha costituito “grande risorsa per paesi vasti e in via di sviluppo come gli stati uniti d’America.

Tuttavia, nell’epoca attuale, con la spinta tecnologica che migliora i servizi, ma non può garantire i livelli di occupazione lavorativa che un tempo garantiva la grande industrializzazione, diviene inevitabile lo scontro tra varie etnie provenienti da culture molto differenti.

L’Italia non è in grado di sostenere un flusso migratorio così ingente, per vari motivi: alla crisi economica che rischia di generare nelle nostre periferie una “guerra fra poveri”, si aggiunge l’atavica e carente struttura del nostro Stato e del suo sistema organizzativo-burocratico.

Senza contare che l’integrazione fra civiltà e modi di pensiero esige gradualità e tempi lunghi e le culture di buona parte degli immigrati non sono allo stato attuale comparabili con i nostri standard di libertà civile e democratica.

A queste ragioni politiche si oppongono altre di diverso segno basate su considerazioni morali: se ne fa portatrice soprattutto parte della Chiesa cattolica e il papa in prima persona. Bergoglio arriva addirittura a dire che “respingere gli immigrati è un atto di guerra”.

Più che un conflitto fra politica, si tratta però a mio avviso del conflitto fra due etiche diverse: quella cattolica della convinzione, quella laica e politica della responsabilità. Quest’ultima, al contrario della prima, tende a considerare sempre la conseguenza delle proprie azioni, e non dice mai fiat iustitia et pereat mundus.

Secondo Kant, tuttavia, si può fare giustizia, cioè essere giusti, e non far perire il mondo. Il suo “progetto di “pace perpetua” esige però l’esistenza di uno “Stato cosmopolitico” che, ammesso e non concesso che sia (come lui crede) auspicabile, è ancora molto al di là da venire.

In Kant l’idea di una pace perpetua è resa impossibile dal vigere di assetti o istituzioni politiche ingiuste entro gli Stati: il suo progetto di pacifismo giuridico non è solo ancorato da una filosofia della storia, ma è reso coerente dallo sfondo più ampio della teoria etica.

L’alternativa non è però, kantianamente, sempre a mio avviso, fra la “pace perpetua” o la guerra, ma, allo stato attuale, fra la guerra e una pace governata dalla politica e dagli Stati.

 

Donne al potere: il velo “svelato”

In questi giorni si è molto discusso, sull’alta rappresentante degli affari esteri dell’Unione Europea, Federica Mogherini, inviata in Iran come ospite in occasione della cerimonia di insediamento del presidente Hassan Rouhani, per il suo secondo mandato.

È giusto ed ha senso che, in quell’occasione, indossasse il caratteristico “velo”?

Se dovessimo analizzare il ruolo di tutte le donne di spessore che hanno portato il loro contributo all’interno delle Nazioni di cui fanno parte, indubbiamente sarebbero sollevati dei quesiti a cui dovrebbe esser lecito poter dare risposte esaustive.

In prima istanza va considerato che, ai sensi degli articoli dell’Unione Europea, dove vengono citati poteri e responsabilità dell’alto rappresentante, non viene mai fatta espressamente menzione di norme etico-morali generali da seguire, se non quelle ottenute dal proprio patrimonio culturale, sociale e natale da cui tutti gli esseri umani derivano.

In base alle diverse prospettive, vedere l’alta rappresentante indossare il velo, potrebbe far riflettere sulla molteplicità di significati da esso assunto.

In primis il cosiddetto “velo” deriva dal termine latino velum, ed i significati ad esso attribuiti sono principalmente coprire, velare. Indossato inizialmente da donne nobili, tracce risalgono al XIII secolo a.C. solo successivamente diventa di uso comune come copricapo, per ripararsi dal sole, per indicare lutto.

Se da una parte il suo utilizzo può coprire da sguardi indiscreti, dall’altro diventa strumento di seduzione e fascino.

Il velo acquista anche significati esoterici ricordando che ciò che è nascosto alla vista è prezioso e necessita di un’adeguata attenzione e livello di conoscenza per poter essere scoperto.

Nelle religioni monoteiste, Ebraismo, Cristianesimo e Islam il concetto di coprire la testa fu associato a quello di “sacralità”, per le donne assume un significato in più: quello di proprietà. L’uso del velo nella tradizione cattolica era presente ancora negli anni ’60, alle donne era vietato entrare in chiesa senza il capo coperto.

Resta vivissimo l’interesse per il velo nelle donne che contraggono matrimonio non solo secondo rito religioso, ma come ornamento simbolico e raffinato che arricchisce la sposa.

Oggi l’usanza di velare le donne è riferita in genere al mondo islamico che sostanzialmente richiama dei passaggi del Corano, in cui non è considerato obbligatorio ma solo consigliato.

Fermo restando che i ruoli assunti all’interno delle istituzioni rappresentano i diversi governi è inaccettabile che un’alta carica dello Stato, qualunque sia la Nazione di appartenenza, indossi per rispetto di un’altra cultura qualcosa che in verità ha un significato completamente diverso e in cui non si è stati formati adeguatamente e magari appartenenti ad un credo religioso diverso.

I motivi allora non andrebbero ricercati in nessuna forma di rispetto e di diversità, ma in quelle strutture sociali che formano la persona e danno vita all’Uomo e la Donna, e nella libertà di scelta individuale che necessariamente abbraccia la società in cui viviamo, formatasi nel passato, vissuta nel presente e preservata nel futuro.

Considerato che i ruoli assunti all’interno dei vari governi, soprattutto di stampo islamico, relegano la donna in una posizione nettamente inferiore rispetto all’uomo, si può dire che non ha nessuna valenza indossare il velo nel caso in questione.

In effetti, non solo la Mogherini non è mussulmana, ma tra l’altro il paese a cui ha fatto visita vede la donna ricoprire ruoli marginali. Un atteggiamento e una scelta rivolta alla Nazione di origine, sarebbe stata ben risposta, dato che le ha concesso la libertà e certi “lussi” un tempo non immaginabili nemmeno nel nostro Paese e che continuano a non esserlo ancora in buona parte del mondo islamico.

 

 

 

L’etica della responsabilità per un nuovo patriottismo liberale

Nel 1861 Massimo d’Azeglio pronunciò la famosa frase: “Fatta l’Italia bisogna fare gli italiani”. Con questa celebre citazione, carica di aspettative e patriottismo, unificata la Nazione, si sperava di rendere solidale una popolazione sotto il segno di una storia condivisa, cultura e valori etici, di una convivenza fortemente desiderata, dopo eventi storici che avevano frantumato la struttura centrale di un Paese che adesso volgeva lo sguardo ad una società in divenire.

Sono trascorsi più di centocinquant’ anni da allora e quel programma non si può certo dire che si sia realizzato, se non in piccola parte. I profondi cambiamenti maturati in questi anni attraccano su un porto lontano dalle speranze, lotte e tenacia che caratterizzarono quel traguardo tanto agognato.

Il passaggio generazionale, i profondi mutamenti culturali, il mescolarsi di etnie diverse hanno segnato non poco gli aspetti esistenziali, che invece di migliorare e rinsaldarsi, stanno provocando un’ulteriore spaccatura. Il bene individuale sovrasta quello comune, non ci si rispecchia più nell’altro come “Uomo”, ma come razza, religione e cultura, dove la diversità è il pasto quotidiano.

Si può costruire un’etica condivisa? Il richiamo alla mente del filosofo tedesco Hans Jonas potrebbe rappresentare una potenziale risposta partendo dal concetto di “etica della responsabilità”. Attraverso il quale è possibile elaborare un’etica del futuro, dove la responsabilità del mondo in cui abitiamo deve guidare le nostre azioni e prevederne gli effetti se vogliamo assicurare un’esistenza alle generazioni future.

Ciò si rivolge molto più alla politica che non al comportamento privato, ove fondamentale è la condotta dei paesi occidentali. In ogni uomo si può riconoscere un appello alla responsabilità di chi si scopre unico tra i viventi ad essere in grado di sviluppare un pensiero etico.

Questa è una riflessione cui siamo invitati a fare, in primis come italiani. Forse, però, bisognerebbe realizzare fino in fondo lo Stato prima ancora che gli italiani. Certo, gli sforzi di nation building, soprattutto all’inizio da parte della Destra storica, furono enormi e le volontà messe in campo tra le migliori, anche se poi qualcosa si spezzò.

Oggi l’italiano vede lo Stato come un nemico, al massimo una mammella da cui mungere latte per la propria famiglia o il proprio clan. Non ci si rende conto che gli interessi privati sono legittimi, ma essi possono essere garantiti e rinsaldati solo dall’esistenza di uno Stato limitato sì, ma forte ed efficiente.

Il quale, però, senza il senso di un’appartenenza comune e un sano patriottismo, senza diffuso “senso dello Stato” fra i cittadini, è nulla, è un semplice nome, un guscio vuoto. Le istituzioni sono come delle guarnigioni, ma se non c’è chi le difende e crede in esse presto soccombono. Anche le migliori.

L’etica della responsabilità che è richiesta, a noi italiani più che agli altri, è un’etica che tiene conto delle conseguenze delle nostre azioni, che sa guardare oltre il proprio orticello, convinta che anche gli interessi, le libertà individuali si tutelano a partire dal rispetto della propria comunità politica, quella in cui siamo stati chiamati a vivere. La quale non deve essere certo una realtà chiusa o compatta, ma vissuta come l’orizzonte ineliminabile della nostra esistenza.

Che sia giunto il tempo di un nuovo e rinnovato “patriottismo liberale”?