Siamo un paese refrattario al buon senso? Cronaca di una tempesta economica

Dove c’è maggioranza politica, prevale la politica.

Il governo ha scommesso sulla crescita e mette in atto la «manovra del popolo».

È assodato che le modalità per trovare risorse pubbliche sono principalmente tre:

1) Si aumentano le imposte

2) Diminuiscono le spese

3) Si crea deficit

La linea sovranista del governo giallo-verde ha scelto la strada più impervia. L’aumento del deficit.

Il rapporto deficit/Pil, da un avveduto 1.6% (già concordato con la Commissione Europea) è stato fatto avanzare al 2.4% per ciascun anno del triennio 2018-2021 con verifica del percorso della crescita reale e del rispetto dell’impegno sul deficit, rafforzato da meccanismi di freno degli aumenti di spesa e verifica costante dell’attuazione degli investimenti. Una proposta azzardata, che è stata rivisitata dopo gli attacchi “pregiudiziali” subiti da parte dell’UE e dei mercati. Per rispondere al rischio di bocciatura immediata della manovra in commissione UE e per frenare la salita dello spread, il governo garantirà una discesa più accelerata del debito, anche con la disponibilità ad abbassare il deficit per il 2020 e il 2021 sotto la previsione iniziale del 2,4%, fino al 2 per cento. Sforzo necessario ma non sufficiente.

Risulta chiaro che la Nota di aggiornamento del Documento di Economia e Finanza (NADEF) respinge la continuità con il passato, sostenuta fino all’ultimo dal ministro Tria, e prova a voltare pagina.

L’incognita che genera incertezza sulle piazze finanziarie non riguarda l’aumento del deficit in sé, bensì la qualità intrinseca della manovra rapportata al piano di investimenti.

In primis, analizziamo perché ricorrere al deficit non è la soluzione migliore. O, per meglio dire, allo stato attuale delle cose, non dovrebbe esser la soluzione primaria per accaparrare risorse.

L’obiettivo primario dei leader del governo giallo-verde è quello di mantenere le promesse prese con il popolo. Non hanno guardato in faccia a nessuno per riuscire a mettere nero su bianco quanto delineato sul famoso “contratto” di governo. Gli specialisti del MEF, non eletti da nessuno, sono stati fatti passare come gli “antagonisti” della vicenda. I perfidi tecnici sono stati presentati all’opinione pubblica come quelli che non vogliono trovare le risorse per consentire ai “buoni governanti” di portare a compimento le varie promesse elettorali. La realtà dei fatti è ben altra. Nessuno impedisce al governo di adempiere agli impegni di finanza pubblica presi con l’elettorato. Come riporta Massimo Bordignon (membro dell’European Fiscal Board) per far quadrare i conti, basta trovare coperture adeguate, cioè ridurre altre spese o aumentare altre imposte. Per esempio, nessuno vieta all’esecutivo di recuperare risorse reintroducendo l’imposta sulla prima casa, sfoltendo le spese fiscali che riducono le basi imponibile dei principali tributi, rivedendo l’articolazione delle aliquote Iva, incidendo più pesantemente sull’evasione fiscale e così via. Se non lo fa, è perché teme di perdere consenso. Prima di arrivare ad aumentare il deficit bisognerebbe passare al setaccio tante altre possibilità attraverso cui ricavare risorse.

Il consenso sul breve termine è la chiave di volta di questo governo. Ed ecco spiegato il perché della scelta relativa all’aumento del deficit. Finanziare l’eccesso di spese in deficit, genera l’illusione secondo cui spendere in disavanzo non comporti alcun costo. In realtà i costi vengono generati, tuttavia non sono percettibili subitaneamente dall’elettore. Immaginando che la realizzazione di tale manovra non generi ulteriori sussulti sui tassi d’interesse, un livello di deficit più alto significa comunque maggiori tributi da pagare da parte dei contribuenti in futuro.
Vi è poi una seconda illusione: ulteriori spese raramente riescono a finanziarsi autonomamente attraverso una più alta crescita. Ciò accade solitamente relativamente alla spesa per investimenti e in condizioni di forte carenza di domanda aggregata. Del resto, come fa notare Bordignon, il fatto che tra i paesi dell’euro siamo contemporaneamente quello con il più alto debito pubblico sul Pil e con la più bassa crescita, dovrebbe suggerire qualcosa sul legame immaginato tra deficit e crescita economica.

Il vicepremier Luigi Di Maio l’ha più volte definita la «manovra ad alto moltiplicatore».
Questo perché la linea teorica vuole che l’aumento del deficit può avere effetti moltiplicatori sulla domanda e, di conseguenza, tali effetti si ripercuotono sull’offerta e maggior produttività.
Il ragionamento fila finché non si allarga lo scenario. I moltiplicatori, diversi per le spese e per le entrate, sono in stretta correlazione con il ciclo economico. Varie ricerche empiriche dimostrano, infatti, che essi sono alti durante le fasi di recessione più profonda (ossia quando risulta utile farli scattare) e bassi/nulli nelle fasi di espansione. L’Italia, al momento, si trova in una fase di lenta crescita.

Quindi, in mancanza di un concreto e circoscritto piano di investimenti, più deficit potrebbe anche voler dire meno crescita.

Su un piano prudenziale, Federico Fubini, ha quantificato l’effetto della «manovra del popolo». “Un livello di deficit pubblico al 2,4% del Pil per l’anno prossimo equivale, in sostanza, a correre un serio rischio che il debito pubblico continui a salire oppure — nel migliore dei casi — non scenda. L’Italia ha infatti una lunga storia di superamenti degli obiettivi di disavanzo, siano essi lievi o meno lievi. Puntare al 2,4% equivale ad aprire la prospettiva di un deficit effettivo a fine anno fra il 2,5% e il 3%”. Tale livello potrebbe determinare un incremento del debito rispetto al Pil se la crescita nominale (considerando il livello di inflazione) si aggirasse intorno al 2% nel prossimo anno, cosa alquanto probabile. Da qui si instaura un effetto domino. Tale meccanismo instaura incertezza non solo sui mercati finanziari ma anche nell’ambito dell’economia reale. Famiglie e imprese intimorite dal peggioramento dei conti pubblici determinerebbero un rallentamento della crescita economica.

In sostanza, fare più deficit per alimentare il budget destinato ai sussidi – anziché incentivare gli investimenti con un aumento potenziale della crescita – provocherebbe un arresto dell’espansione economica. L’ottimismo è scarso. La manovra politico-economica del governo è sicuramente fonte di stimolo e mira ad una linea espansiva, tuttavia si concentra più sui trasferimenti che su misure che aumentino la crescita potenziale interna.

L’ufficio Parlamentare di Bilancio nega la validazione dei numeri contenuti nella NADEF. La prima bocciatura ufficiale del documento governativo, il quale è stato oggetto di critiche anche da parte di Bankit e Corte dei Conti. Nel frattempo il FMI taglia le stime sull’Italia, sulla base del fatto che le riforme passate sulle pensioni e sul mercato del lavoro dovrebbero essere preservate e dovrebbero esser perseguite misure ulteriori come ad esempio la decentralizzazione delle contrattazioni salariali a livello aziendale per allineare gli stipendi alla produttività.
Lo scenario non è brillante. Ad aggravare la situazione sarà l’esito riguardo al merito di credito espresso dalle agenzie di rating a fine mese. Il rating è la vera spada di Damocle: potrebbe esser il colpo di grazia che mette fine alla «manovra del popolo». Con una fetta importante del deficit che sarà, con ogni probabilità, destinata a voci di spesa corrente improduttiva come il reddito di cittadinanza e la riforma delle pensioni, il giudizio non sarà generoso.

Le istituzioni dei tecnici si scontrano con gli operatori del popolo. Chi la spunterà? Sicuramente un giudice super partes è rappresentato dal mercato finanziario.

In questi giorni, l’incertezza è aumentata poiché non risulta esser chiara la linea del governo nei riguardi del debito e su come si intenda ridurlo. L’insicurezza aumenta e il paese viene esposto a rischi e scenari volatili.

Non a caso, lo spread Btp-Bund è arrivato a toccare quota 315 e quello sul Bonos spagnolo sfonda quota 200. Le borse europee mostrano la tendenza ad una chiusura debole. L’euro risulta esser estremamente sensibile verso le repliche del Governo italiano nei confronti dei rimproveri provenienti dai vertici europei. Lo scontro verbale tra Bruxelles e Roma tiene alta la tensione sui Btp italiani, i titoli bancari rimangono sotto pressione e il Ftse Mib tocca i minimi da 17 mesi scivolando del 2%. La Commissione Europea decide di usare il pugno di ferro e avverte che l’Italia sta oltrepassando il livello di flessibilità consentito e Junker si dice pronto ad applicare le regole del Patto. L’Italia risponde e rattoppa il testo del documento economico ritoccando al ribasso le cifre del deficit/Pil. Lavorare sotto una così imponente duplice pressione non promette bene.

L’ipotesi di un governo propenso ad adottare strategie politiche che spalleggiano l’ipotesi di un’Italexit spaventano molto di più gli investitori rispetto all’avanzamento del rapporto deficit/Pil. Il sostegno degli italiani nei confronti dell’euro è l’indicatore chiave della questione “spread”.

Nel tempo è possibile notare che nell’Eurozona i differenziali di spread si allargano molto quando viene messa in discussione l’integrità dell’Unione monetaria. Gli investitori temono, in primis, che un debito sottoscritto in euro venga poi rimborsato in valuta interna nazionale (lire, dracme).
Come riporta il WSJ, fino a che l’appoggio per l’euro non si sbriciola, c’è una regola per gli investitori di lungo termine: se i rendimenti dei bond di un qualsiasi paese dell’area euro sono superiori a quelli della Germania, comprateli. I titoli decennali italiani pagano il 2,7% in più rispetto a quelli tedeschi, i mercati presto torneranno a stabilizzarsi.

A supporto di questa tesi, deve esser considerato anche un altro indicatore rispetto allo spread Btp-Bund, ossia quello che misura la differenza dei rendimenti tra i Btp a 10 anni e quelli a 2 anni.
La differenza tra i due differenziali è sostanziale. Vanno letti al contrario: il primo si impenna quando si palesano situazioni di incertezza, il secondo si muove seguendo un rapporto inverso.
Più è alto meglio è, quando tocca quota “zero” significa che gli investitori non ripongono più fiducia nelle capacità del governo in materia di politica fiscale.

Quando il rendimento dei titoli a lunga scadenza viene eguagliato o superato dal rendimento dei titoli a breve scadenza si innalza il “rischio paese” e si segnala, senza alcun dubbio, che i mercati iniziano a prezzare l’ipotesi di una recessione/default. Quindi, se adottiamo una visione parallela e confrontiamo le due tipologie di spreads, ci accorgiamo che il secondo spread riporta uno scenario meno volatile rispetto al primo. I rendimenti dei Btp a due anni stanno salendo dell’1,58%, quasi 200 punti base in meno rispetto a quelli dei decennali, ossia a lunga scadenza (3,38%).

Il “buon senso” verso cui l’Italia sembra esser refrattaria, avrebbe voluto che una manovra economica di tale portata fosse pensata, strutturata e comunicata meglio.

Cosa succederebbe se quel 2.4% risultasse insufficiente per portare avanti le politiche governative? Le poche informazioni circa i dettagli delle misure fiscali fanno aumentare il rischio verso un deficit propenso ad avvicinarsi ai limiti del 3% imposti dall’UE. Probabilmente serviranno risorse addizionali, in vista di un aumento dei tassi di interesse, la chiusura del QE e il blocco degli aumenti IVA.

Lo scenario macroeconomico globale mostra un alto rischio per i paesi finanziariamente deboli. L’America ha già intrapreso la manovra monetaria inversa, ossia l’aumento dei tassi d’interesse. Tale manovra porta con sé un probabile drenaggio di capitali dal resto del mondo. Da inizio 2018, sull’effetto di un aumento del tasso sui titoli pubblici decennali pari a 80 punti base in USA, i tassi di Germania, Spagna, Portogallo e Francia non si sono mossi. Tuttavia, quelli Greci sono saliti di ben 50 punti. Solo in Italia, se lo stato vuole emettere titoli a dieci anni paga oggi interessi più alti per 140 punti base rispetto ad inizio anno.

La «manovra del popolo» comporterà ampie emissioni di Titoli di Stato, il loro assorbimento da parte del mercato è destinato ad assottigliarsi, poiché allargare la base degli investitori istituzionali, tra italiani ed esteri, è impresa quanto mai ardua e verranno richiesti tassi di interessi crescenti, dal momento che a partire da lunedì 1 Ottobre gli acquisti mensili della Bce con l’allentamento quantitativo sono stati ridotti a 15 miliardi.

La manovra del governo giallo-verde, al momento, risponde perfettamente ai requisiti del modello del ciclo politico-economico/elettorale descritto a suo tempo da W. Nordhaus. Rinsaldare il consenso popolare è il fulcro di tale linea politico economica. Le preferenze e i comportamenti degli elettori determinano, naturalmente, il corso di azioni più conveniente da seguire per i politici. Gli eventuali effetti negativi saranno scontati nel lungo termine. Mentre nel breve termine il mandato delle forze politiche potrà godere di pieno consenso.

Molti governi hanno lavorato in deficit, il cui rapporto con il Pil spesso è stato posto ad un livello superiore rispetto a quello del governo penta-stellato. Ciò che è differente rispetto al passato è il cambio radicale di direzione politica, filosofica e di governo. Il deficit del governo attuale non è un evento eccezionale sul piano economico-contabile, lo è sul piano puramente politico. Sotto all’azione economica del governo populista si cela un messaggio per l’Europa, ossia: “non condividiamo la vostra impostazione” tuttavia “siamo pronti al negoziato, a garanzia di un bilancio sotto controllo, con una riduzione del debito alimentata da una maggiore crescita”. La «manovra del popolo» abbatte il tabù dell’austerity e chiarifica che non esiste un’unica linea di politica economica.

La manovra economica che si appresta a venire fuori dal DEF mette in risalto la ristrettezza delle regole di Maastricht e la volontà di voler riaggiustare i principi economici ed istituzionali europei dall’interno. L’influenza del ministro Paolo Savona ha sicuramente giocato un ruolo predominante. Scenari che stravolgono i canoni classici europei probabilmente servono all’Europa stessa per crescere, sperimentare e cambiare in meglio. Questo perché, l’euro non è una scommessa da vincere o perdere. Bensì, rappresenta una importante realizzazione istituzionale che va sempre più rafforzata per assicurare stabilità e sviluppo.

Per l’Italia non è il momento di politiche restrittive, l’Italia ha bisogno di crescita e sviluppo attraverso la creazione di stimoli alla domanda aggregata.

Un aumento del deficit può esser uno strumento attraverso cui raggiungere l’obiettivo di espansione.
Per tale motivo, questa manovra non deve esser demonizzata del tutto.
Ma una buona amministrazione deve saper utilizzare lo strumento del deficit in ottica di lungo periodo, scontando non solo gli effetti positivi del breve periodo affinché il mandato governativo venga riconfermato dal consenso elettorale.
Gli investimenti pubblici e privati hanno bisogno di maggior stimolo per supportare tale strumento e far sì che il denominatore avanzi. Idem per il rilancio delle opere pubbliche e per una riduzione della pressione fiscale e burocratica sulle PMI. La pubblica amministrazione ha bisogno di una riforma strutturale per consentire il miglioramento dell’attività ordinaria e straordinaria (i centri per l’impiego e la task force per la trasformazione digitale dovranno mostrare una massima efficienza e coordinazione). Come riportato dall’ultima raccomandazione OCSE, la crescita della produzione va ottenuta con gli investimenti. Si dovrà cercare di costituire nel breve termine un gruppo di lavoro composto dai rappresentanti degli Stati membri, del Parlamento e della Commissione”, che esamini la rispondenza dell’architettura istituzionale europea vigente e della politica economica con gli obiettivi di crescita nella stabilità e di piena occupazione esplicitamente previsti nei Trattati.

Buon senso, ottica di breve e lungo periodo, pianificazione sugli investimenti e piedi ben saldati nell’Eurozona. Condizioni obbligatorie per non far crollare la nostra reputazione.
L’Italia ha bisogno di un progetto-Paese realistico e plausibile, orientato allo sviluppo, che torni a far rendere credibile la nostra penisola agli occhi degli investitori esteri. Un progetto di così larga veduta che riesca ad invertire la tendenza, affinché si arresti l’aumento del debito indotto dal perdurante disavanzo corrente.

L’impatto del capitale finanziario. L’ordine nel disordine

Di questi tempi è risultato assai difficile tracciare un’analisi politica volta a circoscrivere chiaramente lo scenario italiano. Tutto risulta esser in costante movimento: molta tensione, tanta euforia, eccessiva irrazionalità, numerose contraddizioni, parecchie prese di posizione sbilenche.
Ciò che si scrive oggi si potrebbe rivelare totalmente ribaltato, smentito, anacronistico ed inopportuno già domani. Non a caso, lo hanno chiamato “governo del cambiamento”, il repentino cambiamento di pensiero si è notato.

Gli unici a seguire un andamento apparentemente logico, invece, sono stati i mercati finanziari. Già, proprio così, il sistema finanziario internazionale si è rivelato esser più razionale rispetto ai protagonisti dello scenario politico italiano.

Anche sforzandoci, negli ultimi giorni, tracce di irrazionalità umana all’interno del comportamento dei mercati finanziari, non sembrano esser emerse. Solitamente quando sui listini si avverte l’avvento di una crisi sistemica, l’euforia irrazionale irrompe. Durante questi giorni, invece, tutto ha seguito una logica. La logica del principio economico.

Questa razionalità finanziaria che ha caratterizzato il prevedibile andamento dei mercati europei durante le ultime settimane ci fa capire che non ci troviamo di fronte ad uno scenario critico ed apocalittico.

L’instabilità politica non ha di certo generato l’instaurazione di una crisi di lungo periodo: si può dire che abbiamo attraversato un periodo di turbolenza, un vuoto d’aria. Presto riprenderemo quota.

Sembra che con la mossa finale della coalizione giallo-verde, ovvero affidare la casella del Mef al Prof. Tria e spostare Savona alle Politiche Europee, il nodo-gordiano sia stato ufficialmente sciolto. Il governo politico può partire.
Alt! Forse sarebbe meglio definirlo “governo tecno-populista”. Già, il ping-pong tra tecnocrazia e populismo risulta esser ad oggi l’unica cifra politica di uno Stato incapace di uscire da un intrigo malefico e corrosivo. Ma un governo composto in larga parte da professori e professionisti facenti parte delle élites rappresenta veramente il popolo? Staremo a vedere.

La politica si piega al capitale finanziario. Prendiamone atto

Dalla lunga crisi politica di questi giorni abbiamo capito che il nostro voto è rigidamente sottoposto al giudizio dei mercati, dei capitali finanziari, delle agenzie di rating, dall’UE e dalle banche internazionali.

Risulta evidente il motivo.
a) Abbiamo un debito di 2200 miliardi di euro, che cresce in media del 2% annuo.
b) La popolazione italiana sta invecchiando sempre più. Nel 2017 viene segnato il nuovo minimo storico sulle nascite. Le spese per far fronte all’invecchiamento demografico – pensioni e sanità – sono destinate ad un incremento progressivo.

Il governo tecno-populista prende vita. Ma nasce zoppo. Il contratto che sancisce i macro-obiettivi dell’azione governativa non garantisce ciò che promette. Non serve di certo analizzare la reazione dei mercati per capire che il “contratto” è un tentativo forzato di dar vita ad un governo “politico”. Una serie di compromessi che si reggono su equilibri precari ed ipotesi in larga parte falsate. Un tentativo quasi menzognero di unire le due metà del Paese (Nord vs Sud), con la presunta volontà di voler accontentare tutti.

È cosa lecita, quindi, che lo scenario internazionale ci tenga sott’osservazione.

La politica italiana è ormai piegata ai regimi finanziari. Accettare il ruolo dei mercati sarà fondamentale per procedere.

Un Paese che ha un debito pubblico esorbitante (130% del Pil) per finanziarlo deve ricorrere necessariamente ai mercati. I mercati non badano alla politica. Hanno un unico interesse: stabilire chi è in grado di remunerare il prestito.

Ecco, proprio questo fattore, la scorsa settimana, ha fatto crollare il castello di carte della politica italiana. Andando a preannunciare una politica economica aggressiva nei confronti dell’UE, che risulta esser appoggiata dalla maggioranza del Parlamento, i mercati vengono spaventati, irritati e stizziti.

Il debito pubblico. Una questione di fiducia

Ma ragioniamo con calma. Andiamo per step. Innanzitutto, analizziamo quali sono stati i reali meccanismi che hanno innestato la crisi degli indici finanziari durante queste ultime settimane. Successivamente, riflettiamo sulla crescita economica che il nostro Paese ha attraversato durante questi ultimi anni. Il debito deve esser rapportato alla potenzialità di crescita.

La vera natura della crisi politico-finanziaria

L’occasione fa l’uomo ghiotto. Infatti, nei periodi di massima incertezza la speculazione irrompe. Pronta a spezzare ogni equilibrio. I vorticosi movimenti finanziari di questi giorni, che pare si stiano progressivamente calmando ora che il governo è formato, non sono dovuti ad un timore generalizzato per il debito o per lo sbilanciamento dei fondamentali economici italiani.

Più che altro, tali vortici derivano da operazioni puramente speculative messe in atto da grandi hedge funds per proteggere le proprie posizioni e beneficiare dalla volatilità. Si tratta, quindi, di vendite automatiche compiute da sistemi algoritmici.

Essendo i titoli di Stato italiani molto liquidi, Piazza Affari risulta esser perfetta per shortare. Gli algotrader sono estremamente razionali. Ricercano il profitto agendo autonomamente.

Le improvvise speculazioni hanno scosso l’economia italiana, lo spread si è impennato. Da 180 punti base è balzato a 300 nell’arco di tre giornate.

Dopo tre giornate tutto rientra, valori nella norma. Fondamentali economico-finanziari italiani dissaldati? No. I mercati impongono le loro regole. Vanno assecondati.

L’Italia è forte. Affronta il futuro a testa alta

L’investitore navigato (non l’intelligenza artificiale, ma la persona reale) sa bene che l’Italia sta attraversando un momento di decisa ripresa.

Il risparmiatore non si può far influenzare dagli eventi di breve.

L’Italia è forte. L’Italia che produce, che esporta, che innova non ha mai perso un’occasione a livello internazionale. Fino a una settimana fa, i numeri dei listini erano largamente positivi. Ordini relativi al 2018 superiori a quello del più che positivo 2017.

Uno stallo politico non può di certo arginare questi elementi. Non facciamoci ingannare da segnali di debolezza temporanea. L’industria italiana è proiettata nel futuro.

I segnali relativi alla crescita economica italiana ci sono. La retorica del debito è fine a sé stessa. Ridurre l’incidenza del debito è un obiettivo irrinunciabile, approfittando di una fase espansiva e di una politica monetaria ancora accomodante. Ciò non toglie che rispetto al biennio 2011/2012 i dati svelano uno scenario in netta ripresa.

2011 2012 Oggi (ultimi 12 mesi)
Debito Pubblico 1.897.946 2.014.870 2.256.270
Debito/Pil 116,5%          123,4% 132%
Spread >500 575 120 (1/05)
Crescita Pil +0,4% -2,4% +1,4%

 

Fonte Eurostat

Nel 2017 si è consolidato il recupero dell’economia italiana, che si accinge ad andare avanti dal 2013. La crescita è stata superiore rispetto alle previsioni di inizio anno ed ha riguardato tutte le macro-aree.

Una crescita sostenuta da ogni componente: i consumi delle famiglie, l’interscambio con l’estero, l’accumulazione in beni strumentali e in costruzioni.

Fonte Banca d’Italia

Le esportazioni hanno accelerato più delle importazioni, l’interscambio con l’estero ha così fornito un contributo positivo alla crescita del Pil per la prima volta dal 2013. L’avanzo delle partite correnti con l’estero ha raggiunto il valore più alto dalla metà degli anni ’90.

Le condizioni finanziarie sono complessivamente migliorate sia per le famiglie sia per le imprese.

Cresce la ricchezza totale delle famiglie, aumenta il valore delle attività finanziarie e sale il peso del risparmio gestito.

Nel 2017 gli utili delle imprese crescono. E soprattutto, la leva finanziaria si riduce per l’incremento del patrimonio netto, si intensifica il ricorso al mercato dei capitali anche per le imprese di media dimensione.

I mercati sono razionali perché interpretano i segnali di una progressiva ripresa. Servono elementi di crescita positiva di questo calibro per rendere l’Italia un creditore affidabile. La dimensione del debito pubblico è una questione di fiducia verso il mercato. Questi segnali di crescita possono rappresentare la base di partenza per la costruzione di un Progetto-Paese, che rassicuri i mercati esteri e che sia volto a risanare progressivamente i nostri conti pubblici con chiarezza e puntualità.

La questione della riduzione del debito pubblico non può esser risolta attraverso l’adozione di misure straordinarie di gravoso impatto. Anzi, sono proprio queste “onerose” misure a spaventare i mercati.

L’unica strada da seguire è quella di una pianificazione a lungo termine credibile e realistica, orientata allo sviluppo.
 

Manovre anti-euro. Argomento tabù

La ripresa c’è, è un percorso in salita, le imprese ancora faticano a trovare personale tecnico specializzato da impiegare, ma la proposta dell’attuazione di piani anti-euro è il fattore che spaventa più di ogni altra cosa. Industriali dell’estremo Nord inclusi.

I trattati vanno rinegoziati. Ma la moneta unica non può esser abbandonata.

Riflettendo, il nostro Paese negli scambi con il resto del mondo ha registrato un surplus per 47 miliardi di euro, nei prodotti industriali e agricoli l’avanzo è stato di 56 miliardi. E ancora, l’export registra una crescita più rapida di quello tedesco, il made in Italy, nel 2017, ha venduto più del made in France.

Durante la stesura del contratto di governo, un fulmine a ciel sereno, qualcuno ha messo in discussione una garanzia fondamentale: il “whatever it takes” di Mario Draghi.

Chi governa il Paese deve dare fiducia ed avere tutte le intenzioni di onorare fino in fondo il debito contratto. Qualora, tale fiducia viene meno gli investitori si ritirano in massa.

L’Italia si ritroverebbe in un profondo isolamento finanziario.

Ricordiamoci sempre che c’è una differenza abissale tra la scelta di non aderire all’euro sin dall’inizio e lasciarlo una volta entrati. Le nostre strutture sono sin troppo deboli per sopportare anche una lontana ipotesi di ital-exit.

Aggiustamenti sul sistema economico-finanziario

Le grandi imprese italiane sono forti. Le banche ancora no. Questa sarà una grande sfida per il governo penta-leghista. Il sistema finanziario va consolidato. In Italia le banche medio-piccole hanno ancora più sportelli che ristoranti per abitante. Le sofferenze di tali istituti raggiungono i massimi livelli in Europa. L’andamento delle banche italiane sul mercato è spesso vacillante, il sistema di credito è ancora estremamente sensibile alla politica e alle singole esternazioni dell’UE.

Il contesto all’interno del quale vivono le PMI dovrà esser migliorato. Molte stentano a rimanere sul mercato. Si tratta di sopravvivenza, con scarse potenzialità di crescita. La maggior parte rileva le inefficienze e i ritardi della pubblica amministrazione e della giustizia, i limiti alla concorrenza e i vasti fenomeni di illegalità ed evasione. L’insufficienza degli investimenti in innovazione, nella ricerca e nel capitale, l’elevata tassazione dei fattori di produzione rappresentano un gap che dovrà esser colmato.

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Non mi auspico che quello che si appena formato sia un “governo del cambiamento”, il cambiamento dipende da quale punto di vista viene vissuto. Per alcuni potrebbe esser un cambiamento positivo, per altri negativo, per altri ancora neutrale. Risulta esser uno slogan banale, a mio parere.

Mi auspico sia un governo che non dia un’illusione di crescita oggi, in cambio di una bomba ad orologeria pronta a esplodere alla prima crisi futura. Un governo che non utilizzi trucchi, ma che tocchi la realtà degli eventi.

 

Matteo Gallone