Il collante antifascista per spartirsi il Paese: aggiornando Flaiano

Se si guarda anche in maniera superficiale a quali siano gli argomenti che stanno al centro non solo del dibattito politico (si pensi alla recente campagna elettorale) ma anche delle manifestazioni di piazza organizzate, di molti articoli “di fondo” dei giornali e persino di numerosi dibattiti tenuti nelle sedi universitarie, troviamo che tra essi ne spicca uno che in un modo nell’altro finisce per superare a livello di “visibilità” tutti gli altri e per raccogliere intorno a sé sia gli sforzi intellettuali che le passioni di coloro che si impegnano ad affrontarlo: si tratta dell’antifascismo.

La presenza diffusa in tutte le sedi citate di questo tema è andata ben oltre il periodo della ricorrenza del 25 aprile che certamente giustifica la memoria storica della liberazione dalla dittatura, ma che forse dovrebbe essere ricordata come fondazione della Repubblica democratica e solo secondariamente come cessazione del regime autoritario. Così come il Risorgimento viene celebrato come realizzazione dell’unità d’Italia e solo secondariamente come cessazione del dominio asburgico, borbonico o papalino.

Questa impostazione per così dire “antagonista” del dibattito, per cui non ci si schiera a favore di (“filo”) un qualcosa in cui si crede e che si approva (la democrazia, i diritti individuali, la giustizia sociale ecc.), ma contro (“anti”) un qualcosa che si condanna e si detesta, il fascismo, finisce spesso per assumere connotati tanto astratti e cangianti nelle affermazioni di coloro che nelle diverse sedi parlano dell’argomento, che ben difficilmente si potrebbe riconosce nella maggior parte di esse la descrizione di una realtà corrispondente a quella storica del regime che fu guidato da Benito Mussolini.

Un regime la cui condanna dovrebbe far parte del bagaglio fondamentale di valori di ogni persona (filo) democratica e (filo) liberale, ma la cui valutazione andrebbe correttamente circoscritta al ventennio e alle sue conseguenze dirette. Così tutto è fascismo: il razzismo presente purtroppo nell’umanità da tempo immemorabile, l’omofobia (da Lévy-Strauss a Freud), l’esser contrario a tutte le questioni di civiltà (gay, eutanasia, aborto,), la pari dignità tra le religoni, tra le associazioni. Alle posizioni di contenuto astratto oggi di moda, il fascismo assume invece caratteri quasi trascendenti e finisce per coincidere con il male assoluto.

Viene da chiedersi perché queste posizioni, pienamente rispettabili in quanto convinzioni personali dei singoli, ma discutibili per la loro sovraesposizione sociale, abbiano tanto successo nel mondo dei media, e in quelli della politica e della cultura, tenendo conto che peraltro esse lasciano quasi indifferente la gran parte della popolazione, alle prese con la stagnazione economica e la crisi dei valori e delle istituzioni, e finiscono per diventare delle opinioni di élite.

Certo, oggi non solo in Italia la cultura civile e politica è sempre più dominata da posizioni estreme spesso irragionevolmente critiche verso i valori su cui si fonda la civiltà occidentale in nome dei dogmi del “politicamente corretto”, solamente da noi però il dibattito assume questi contenuti metafisici e quasi “fideistici” (tipo “bisogna vivere un quotidiano antifascista” o “guardare il paesaggio con occhi antifascisti”: si è scritto anche questo), che purtroppo non è solo di fenomeni collettivi ma anche individuale (si pensi alla follia omicida di padri, madri, nei confronti di esseri innocenti come i figli di cui sono piene le cronache).

Questa particolarità non deve però sorprendere più di tanto, dato che essa rientra pienamente nella  tradizione del nostro Paese. Da secoli infatti, nella Penisola esiste una cultura politica e civile basata sui compromessi, sull’applicazione variabile delle leggi, sull’obiettivo di mantenere la pace sociale senza scontentare troppo le parti in conflitto d’interessi (e soprattutto quelle più forti) che si è sempre sviluppata all’ombra di una contrapposizione tra valori tanto elevati quanto astratti, tanto assoluti e “non negoziabili” in teoria quanto adattabili alle diverse situazioni pratiche.

Così i guelfi e i ghibellini non di rado si spartivano le zone di influenza nell’epoca comunale (con frequenti passaggi di campo); l’Inquisizione decideva quali scienziati condannare e quali tollerare o favorire; i giacobini italiani sceglievano se accogliere o meno nelle loro fila i rampolli della nobiltà dell’ancien régime. Non ultimo lo stesso fascismo, che demonizzava le società liberali “plutocratiche”, decideva discrezionalmente quali iniziative individuali, imprenditoriali e scientifiche, promuovere e quali reprimere. Insomma la  contrapposizione assoluta “senza se e senza ma” sui concetti astratti si è sempre sposata nel nostro Paese ai compromessi, solamente che questi compromessi molto spesso sono stati conclusi “dall’alto” dai potentati di turno, di fatto soffocando il legittimo confronto tra i diretti interessati.

Qualcosa di simile accade oggi, quando i dibattiti ad esempio sui limiti da porre all’immigrazione clandestina vengono spregiativamente definiti “razzisti” (intendendo ovviamente il razzismo come una forma di “fascismo”), o quando quelli sulle possibili modifiche ai poteri della strutture tecnocratiche dell’Unione europea vengono altrettanto spregiativamente definiti “sovranisti” (intendendo il “sovranismo” allo stesso modo), e gli esempi potrebbero continuare.

Tutto questo porta ancora una volta al risultato che le decisioni sui temi più importanti della vita politica e civile italiana, quali quelli cui si è appena accennato e molti altri, vengono di fatto sottratte al dibattito e quindi al giudizio dell’opinione pubblica (che sono concentrati sulla necessità di contrastare il sempiterno “fascismo”) per essere affidate ai compromessi e agli adattamenti stabiliti dalle élites culturali e di governo, che peraltro talora affermano esplicitamente che certe scelte non dovrebbero mai essere lasciate dalle decisioni popolari.

Nulla di nuovo quindi sotto il sole della società e della politica italiana? Nemmeno questo è vero: anche il nostro Paese risente in quest’epoca della crisi di valori che interessa tutte le società occidentali e del crescente distacco tra le suddette élites culturali e di governo e le popolazioni, e questo è uno dei motivi per cui i termini del dibattito civile e politico assumono quel contenuto “anti” di cui si è parlato all’inizio, un contenuto, questo sì,  decisamente inusuale per la nostra tradizione che si sposa ad una situazione concreta dove i compromessi tra i diversi interessi in contesa non riescono più a soddisfare che pochi, e dove la torta da dividere (e non ci riferiamo solo ai beni economici in senso stretto, ma anche alle opportunità di vita, culturali e sociali) diventa sempre più piccola.

Con il risultato paradossale che l’antifascismo ha più visibilità oggi tra le persone che il fascismo lo hanno solo studiato sui libri, di qualche decennio fa tra coloro che il regime lo avevano vissuto e combattuto per davvero, e che si scontravano su concetti parimenti astratti, ma almeno formulati in positivo, quali quello della giustizia socialista o quello della libera solidarietà cattolica.

La condanna della dittatura è sempre un atto non solo giusto, ma anche necessario al fine di tutelare la democrazia, ma proprio i principi della democrazia imporrebbero di discutere e argomentare contro un’opinione politica o civile che non si condivide e non di cercare di zittire chi la porta avanti bollandolo come “fascista”, e gli stessi principi richiederebbero di rendere chiari i motivi e i termini delle soluzioni di compromesso (talora inevitabili nella vita politica e civile) tra posizioni diverse e non di giustificarle in modo acritico in nome del comune “antifascismo”.

Difficile distinguere gli “antifascisti” ossessivi, non di rado, in buona fede, dagli antifascisti milionari radical chic (per tutti la Boldrini), dagli antifascisti che si mobilitano nei momenti elettorali paventando la perdita del potere nel Governo, negli enti locali, nelle s.p.a controllate, nelle banche, etc.. Così candidamente una illustre professoressa dell’Università Sapienza di Roma ha riconosciuto l’errore boomerang di avere impostato la recente campagna elettorale su fascismo e antifascismo (per la verità dal Capo dello Stato a Matteo Renzi: “il fascismo non ha fatto nulla di buono”, “chi non è antifascista non è italiano”, tutti hanno bruciato il granellino di incenso all’antifscismo). Insomma bisogna aggiornare la celebre battuta di Flaiano, “conosco due tipi di fascisti: i fascisti e gli antifascisti”. L’arcipelago antifascista è molto più variegato.

Ad oltre settant’anni di distanza possiamo giudicare il fascismo in gran parte come il tentativo esplicito delle élites di allora di operare un compromesso tra gli interessi propri e quelli della popolazione senza il consenso di quest’ultima: siamo certi che oggi, grazie anche all’antifascismo astratto nei suoi contenuti e perennemente al centro del dibattito politico e culturale, non ci si stia incamminando, nonostante la buona fede di molti che si impegnano in questi dibattiti, verso qualcosa di pericolosamente simile?

Un fake chiamato antifascismo

La campagna contro il “pericolo fascista” ci catapulta in un mondo surreale, fatto di simboli e immagini del passato che poco servono a capire i problemi odierni (compreso quello, ovviamente, di un’intolleranza emergente). Ma ci fa ripiombare anche in un passato non lineare della nostra storia, che esigerebbe finalmente di essere chiarito con la forza degli argomenti e non con l’emotività e gli slogan. Un chiarimento che sarebbe necessario, a mio avviso, anche per capire l’oggi.

La storia non fa salti, dicevano gli antichi. E avevano ragione. Siamo proprio sicuri che le difficoltà odierne del sistema politico italiano, e soprattutto della sinistra, non abbiano una genesi antica, proprio in quel passato in cui la retorica dell’antifascismo risuonava in ogni piazza e nel corso di ogni celebrazione e che ora con nonchalance viene riportata a nuova vita? Quante volte abbiamo sentito rimpiangere i bei tempi antichi, quella Prima Repubblica, che, essa sì, si dice, aveva classi dirigenti colte e che meritavano rispetto, politici che sapevano il fatto loro e sapevano ergersi a statisti?

Certo, quegli anni non possiamo non rimpiangerli, non fosse altro che per la modernizzazione e lo sviluppo dell’Italia che hanno visto realizzarsi, in alcuni momenti in modo persino impetuoso. Ma lo sviluppo si è realizzato, a ben vedere, al di fuori della politica, nonostante essa. E la politica aveva già allora in sé tutti quei limiti che poi sarebbero venuti fuori e che, col tempo, avrebbero finito per intaccare lo stesso sviluppo.

Alberto Ronchey parlò, negli anni Settanta, del “fattore k” che bloccava la nostra democrazia, impedendole di diventare adulta con una sana alternanza al potere di forze alternative. Ma anche questa “stranezza” o specificità della democrazia italiana aveva radici lontane, datava alla nascita della Repubblica e alla fine del fascismo. Fu allora che non si fu in grado di fare, o non si poté, un esame di coscienza serio, una “prova di verità” che ci avrebbe permesso di rifondare lo Stato, e quindi il sistema politico, su basi più solide e meno ambigue.

Accreditammo ai nostri occhi, e anche a quelli delle forze alleate che ci avevano liberato, l’immagine di un popolo che aveva subito il fascismo, sequestrato da una piccola banda di criminali. Mentre, come diceva Montanelli, eravamo diventati tutti (o quasi) antifascisti solo molto tardi, più o meno dal giorno in cui fu firmato l’armistizio. Facemmo della Resistenza una “guerra di popolo” mentre essa fu opera di pochi ed eroici oppositori, a cui solo verso la fine, quando la vittoria degli alleati era evidente, si accodarono i molti che erano restati in posizione di attesa. Facemmo finta di non vedere che una parte consistente dei resistenti aveva concepito la liberazione dal fascismo solo come un primo passo verso l’instaurazione non della democrazia liberale ma di quella popolare o socialista: un mezzo, non un fine (da qui la retorica successiva di una “democrazia incompiuta” o ancora “da realizzare”). Non sciogliemmo le ambiguità e ci demmo una Costituzione (anch’essa sempre ancora “da attuare”) che queste ambiguità le rifletteva tutte.

E così pure un’ideologia di riferimento, l’antifascismo, che rimuoveva del tutto il fatto che si può essere antifascisti pur non essendo democratici. Tanto che Ennio Flaiano, col suo acume, arrivò a dire addirittura che l’antifascismo si configurava come un altro fascismo. Ricreammo lo Stato in perfetta continuità con le vecchie strutture burocratiche fasciste, accorgendoci di non avere una classe dirigente nuova, preparata e non compromessa da utilizzare. Travasammo la vecchia élite nel nuovo Stato chiedendole di rimuovere il passato e prostrarsi al nuovo mantra dell’antifascismo ( per gli intellettuali fu soprattutto il Pci che funzionò da lavacro purificatore che emendava da ogni “peccato”).

In poche parole, non facemmo i conti con noi stessi, crescemmo sulla “menzogna” o sulla “rimozione”. Che una destra conservatrice e liberale, così come una sinistra riformista e senza “doppiezze” dall’altra, non siano mai nate, è anche il risultato di tutti questi fattori. Che oggi esigerebbe chiarezza. Una seria riflessione sul fascismo storico, da una parte, e sulle ambiguità dell’antifascismo, dall’altra, sarebbe quanto mai opportuna. Per riformulare su nuove basi il nostro sistema politico. E anche per acquisire, a sinistra, quella mentalità riformistica che guarda in faccia ai problemi con onestà intellettuale.

Piuttosto che cercarsi un nemico di fantasia e combattere come Don Chischiotte contro i mulini a vento, sarebbe opportuno per la sinistra cimentarsi con i programmi e le proposte politiche. Se poi quel nemico affonda in un passato non chiarito, al danno si unisce la beffa. E, come diceva Marx, si finisce per ripetere la storia: non più come tragedia ma come farsa.

Il bagnino e la libertà

Dunque, al povero bagnino di Chioggia che aveva tappezzato la sua spiaggia con le foto e le frasi di Mussolini è stata tolta letteralmente l’acqua sotto i piedi, vale a dire la società titolare della concessione non gliela rinnovata, nonostante la procura di Venezia avesse chiesto l’archiviazione per l’ipotesi di reato di apologia del fascismo.

Forse la società concessionaria, più antifascista di Scelba, ha pensato che non era il caso di scherzare con la nuova legge Fiano e si è comportata di conseguenza.

La democrazia ha così trionfato, e siamo tutti più tranquilli. Il fascismo non passerà.

Ricordo che, nella mia città, tanti anni fa, i comizi dei leader dei partiti democratici (democristiani, socialdemocratici, liberali, repubblicani, perfino socialisti) si svolgevano dal balcone di una libreria posta sulla piazza principale e gestita da una famiglia fedelissima al duce e alla sua memoria.

Per accedere al balcone, bisognava passare per una stanza le cui pareti erano interamente ingombre di foto e simboli del deprecato regime e del suo capo. Quegli uomini politici passavano, si fermavano ad osservare con curiosità e non facevano obiezioni.

Ma quella era un’Italia decadente, nonostante il crescente benessere economico e il progressivo allargamento delle libertà civili; oggi che da quella depressione siamo usciti e che la coscienza democratica, che sembrava essersi assopita, si è ormai risvegliata, siamo pronti a fare argine contro l’alta marea dei bagnini mussoliniani, a togliere loro l’acqua putrida che li nutre, sempre in nome, s’intende delle libertà democratiche.

E così abbiamo rispolverato il reato d’opinione.

Il guaio è che le libertà dei sacerdoti della democrazia non sempre coincidono con le libertà liberali, che sono poi le uniche libertà di cui possiamo effettivamente disporre, perché anche la libertà democratica di andare a votare è solo apparenza, vuoto formalismo, se non consentiamo a tutti, anche ai bagnini con il mito grottesco di Mussolini, di dire la loro e di contribuire a formare liberamente la cosiddetta opinione pubblica.

In questa smania di censurare le idee che non ci piacciono, quando, s’intende, non degenerino nella violenza fisica, c’è la confessione implicita di una debolezza, di una sostanziale insicurezza circa la bontà delle proprie idee.

Anche questo è un aspetto non secondario dell’attuale crisi della democrazia italiana, questa sua paura delle ombre del passato, questo volersi, a tutti i costi e con tutti mezzi, cautelare dai pericoli di un tempo e di un mondo ormai defunti, mentre altri pericoli, ben più reali, sinistramente incombono sulle nostre teste.

Essere o non essere intolleranti con gli intolleranti?

Un nuovo meme si aggira nella rete: è quello sul paradosso della tolleranza di Popper. Eccolo qua:

Il meme illustra un pensiero che si trova ne La società aperta e i suoi nemici (precisamente la nota 4 al capitolo VII del volume I), e che dice: “la tolleranza illimitata deve portare alla scomparsa della tolleranza. Se estendiamo l’illimitata tolleranza anche a coloro che sono intolleranti, se non siamo disposti a difendere una società tollerante contro l’attacco degli intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti, e la tolleranza con essi.” (Popper, 1943, pag. 346)

Isolato dal contesto, questo passo potrebbe indurre a credere che, per Popper, fosse lecito usare la forza per impedire agli intolleranti anche soltanto di esprimere le loro idee intolleranti.

Ma non è così. Il passo, infatti, continua dicendo: “In questa formulazione, io non implico, per esempio, che si debbano sempre sopprimere le manifestazioni delle filosofie intolleranti; finché possiamo contrastarle con argomentazioni razionali e farle tenere sotto il controllo dell’opinione pubblica, la soppressione sarebbe certamente la meno saggia delle decisioni.

Ma dobbiamo proclamare il diritto di sopprimerle, se necessario, anche con la forza; perché può facilmente avvenire che esse non siano disposte a incontrarci a livello dell’argomentazione razionale, ma pretendano ripudiare ogni argomentazione; esse possono vietare ai loro seguaci di prestare ascolto all’argomentazione razionale, perché considerata ingannevole, e invitarli a rispondere agli argomenti con l’uso dei pugni o delle pistole.” (Popper, 1943, pag. 346)

Popper, dunque, non vuole sopprimere l’espressione delle opinioni intolleranti – non finché rimangono opinioni difese a parole e non con i fatti. Ciò che vuole sopprimere sono le azioni violente che da quelle opinioni derivano. Qualunque liberale – e Popper lo era – conosce bene questo principio: si chiama principio del danno, e distingue chiaramente tra parole e azioni. Le parole non arrecano danno, quindi non devono essere soppresse.

Contro questo argomento si solleva solitamente un’obiezione: ci sono dei casi in cui anche le parole possono fare dei danni.

Il caso tipico è quello di chi procura un falso allarme, ad esempio gridando: “Al fuoco!” in un teatro gremito. La gente si allarma e corre verso le uscite. Nella concitazione del momento una persona muore schiacciata dalla folla terrorizzata. In questo caso, le parole arrecano certamente un danno. Non direttamente, ma per la reazione che inducono in chi le sente pronunciare.

Se accettiamo questa obiezione, dobbiamo riformulare il principio del danno e dire: è lecito usare la forza contro quelle azioni che arrecano danno agli altri, ma anche contro coloro che pronunciano parole che possono indirettamente arrecare un danno agli altri.

A questo punto sorgono due problemi:

1) Che cosa dobbiamo intendere esattamente per “danno”?

2) Quanto può essere lunga la catena di eventi che, dalla parola, porta al danno?

Esaminiamo un problema per volta.

1) Siamo tutti d’accordo che se io tiro un pugno in faccia a qualcuno gli procuro un danno. Ma se, invece di ferirlo fisicamente, ferisco i suoi sentimenti? Anche questo conta come un danno?

Se la risposta è sì allora, ne consegue che è lecito usare la forza contro di lui, ad esempio chiedendo che venga punito o esigendo che ricompensi la vittima. Ma una società che implementi una nozione così estesa di “danno” sarebbe fortemente repressiva.

Sarebbe una società nella quale si potrebbe essere multati (o, al limite, incarcerati) per aver tirato una bestemmia, o per aver fatto una battuta razzista, o per aver offeso i sentimenti del benpensante di turno che vede una coppia gay baciarsi in un parco (perché anche lui si sente offeso).

Forse è un po’ troppo.

Forse è meglio restringere un po’ la nozione di “danno”. Un’idea potrebbe essere questa: l’offesa dei sentimenti altrui non conta come danno. Non è bello offendere i sentimenti degli altri. Ma non è sufficiente a per mettere in atto forme di repressione. Contano però quelle parole che possono indirettamente provocare un danno fisico agli altri. Il caso del teatro che facevo prima è un esempio.

2) Questo però mi porta al secondo problema: quanto può essere lunga la catena di eventi che dalla parola porta al danno? Nel caso del teatro, la catena è molto corta: la morte della persona che rimane schiacciata dalla folla è provocata dalle parole di colui che, un istante prima, ha gridato: “Al fuoco!” Ma come dobbiamo comportarci nel caso in cui la catena di eventi sia molto più lunga?

Supponiamo che qualcuno vada nel famoso speaker’s corner di Hyde Park per fare un discorso antisemita (per chi non lo sapesse, lo speaker’s corner è un luogo che si trova nella zona nord orientale del parco, dove chiunque può tenere discorsi: pare che vi abbiano parlato anche Marx e Lenin).

Tra gli uditori, c’è un individuo che rimane fortemente impressionato dal discorso. Costui decide di passare ai fatti e di aggredire il primo ebreo che incontra per strada.

La domanda è: oltre all’autore materiale del fatto, è giusto punire anche l’oratore del parco? Suppongo che molti risponderebbero “sì”, a questa domanda. Dopotutto, non c’è una grande differenza tra questo caso e il caso del procurato allarme nel teatro.

L’unica differenza è che, in questo caso, la catena degli eventi che porta all’aggressione è un po’ più lunga di prima: l’uditore deve prima di tutto convincersi che il discorso dell’oratore era giusto. Poi deve convincersi che bisogna fare qualcosa in proposito. Poi deve decidere che la cosa giusta da fare è aggredire il primo ebreo che incontra per strada.

La sostanza, però, non cambia. Se è giusto punire chi procura un falso allarme, è giusto anche punire chi fa discorsi antisemiti.

Altra domanda: se è giusto punire l’oratore dopo che il danno è stato commesso, è anche giusto impedirgli di fare il suo discorso, in modo tale da prevenire ogni possibile danno? Suppongo che chi ha risposto “sì” alla prima domanda, risponderà “sì” anche in questo caso.

Se sappiamo che può esistere un nesso tra un discorso fatto e un danno provocato, abbiamo una buona ragione per impedire che il discorso venga pronunciato.

In questo modo, dobbiamo aggiungere al principio del danno la seguente clausola: non importa quanto è lunga la catena di eventi che separa un discorso da un danno. In ogni caso, la censura di un discorso potenzialmente pericoloso è giustificabile.

È un principio accettabile questo? Forse per qualcuno lo è. Ma io non vorrei vivere in una società che lo mettesse in pratica. Perché, se la lunghezza della catena di eventi non conta, allora dovremmo chiedere al nostro governo di ritirare dal commercio tutte le copie del Mein Kampf, tutte le copie del Manifesto del partito comunista, tutte le copie della Bibbia (nella misura in cui l’uso della violenza viene giustificato).

Non basta. Bisognerebbe anche vietare tutti i film che contengono scene di violenza (a qualche testa calda potrebbe sempre venire in mente di emulare i cattivi), tutta la pornografia che simula scene di rapporti non consensuali, tutti i videogiochi violenti, e così via.

Ma non basta ancora. Dovremmo vietare anche tutti quei discorsi che sono fortemente critici nei confronti della società nella quale viviamo. A questo proposito, vorrei citare un fatto che mi ha colpito molto.

Quando gli americani hanno ucciso Osama Bin Laden, nel suo rifugio hanno trovato un paio di libri di Noam Chomsky. Il Chomsky politico, come noto, è un critico implacabile dell’Occidente capitalista, è uno che non esita a chiamare “criminale”, “terrorista” il governo americano.

Ora, è ragionevole credere che uno come Bin Laden solidarizzasse completamente con le idee espresse in quei libri. Dobbiamo allora impedire a Chomsky di pubblicare perché qualcuno potrebbe trovarvi delle buone ragioni per fare attacchi terroristici in Occidente? Qual è la differenza tra Chomsky e il nostro ipotetico oratore nel parco?

Io credo che bisogna stare molto attenti quando si chiede la repressione delle idee intolleranti. Un conto è rispondere alle parole con le parole, altra cosa è pretendere che le parole vengano messe a tacere con la forza.

La mia impressione è che i paladini della censura non si rendano conto di un fatto: che se le loro idee venissero messe in pratica, torneremmo a quel fascismo che tanto detestano.

Le vecchi zie non ci salveranno dalla stupidità

Alle votazioni del 1948 ci salvarono le vecchie zie, come disse Longanesi. Da cosa? Dal comunismo. Ma i comunisti, a loro dire, salvarono l’Italia dal fascismo.

C’è qualcosa che non quadra. E continua a non quadrare perfino oggi giacché l’Italia ha avuto la democrazia in dono dagli eserciti stranieri degli anglo-americani ma la repubblica ha conosciuto la egemonia culturale del Pci che con il modello dell’antifascismo ideologico scomunicava chiunque provasse ad esprimere una cultura diversa.

Fosse dipeso dagli intellettuali, che tradirono una seconda volta (quasi) in massa, avremmo perso la libertà e infatti, Benedetto Croce, che rifiutò di sottomettersi, dopo la caduta di Mussolini, alla nuova chiesa totalitaria del Pci di Togliatti, disse: “Beneditele quelle beghine perché senza il loro voto oggi noi non saremmo liberi”.

Se oggi in Italia, dove vigono non poche leggi del fascismo, si può ancora pensare di trasformare opinioni, folklore, cimeli in reati di propaganda fascista è perché non abbiamo avuto e non abbiamo ancora una cultura politica antitotalitaria.

Ancora una volta torna utile Marx: la storia si presenta la prima volta come tragedia, la seconda come farsa. Ma qui siamo ben oltre anche la farsa: l’antifascismo più cretino della storia ora vede un fascismo con pinne, fucili ed occhiali sulla spiaggia di Chioggia e Laura Boldrini, nientemeno che presidente della Camera, pensa che bisognerebbe rimuovere i monumenti del ventennio mussoliniano.

Le vecchie zie ci salvarono dal comunismo ma dalla stupidità o ci salviamo da soli o meritiamo di affogare nell’idiozia.

Se il cretino trionfa è perché i problemi storici e culturali sono stati rimossi e mitizzati. Norberto Bobbio diceva una cosa semplice: tutti i democratici sono antifascisti ma non tutti gli antifascisti sono democratici.

Il problema degli italiani con le dittature non è stato unico ma doppio: fascismo e comunismo. Per sviluppare una decente cultura democratica non si può essere anti a metà.

L’antifascismo non basta. È necessario anche l’anticomunismo e, purtroppo, in Italia l’anticomunismo non è ancora un valore diffuso e pienamente legittimo. Lo stesso Bobbio, in buoni rapporti con Mussolini, ebbe sempre problemi a dirsi anticomunista.

All’anatra zoppa della cultura politica corrisponde l’anatra zoppa della storiografia. Cattiva coscienza teoretica e cattiva coscienza politica si danno la mano. L’antifascismo, che è una categoria politica, è stato trasformato in una categoria storiografica sulla cui base interpretare tutto il Novecento che così viene manipolato e si giunge alle scemenze della eliminazione dei monumenti: quindi abbattiamo la Garbatella, via la stazione di Milano, riallarghiamo le valli di Comacchio e così con le paludi pontine eccettera eccetera.

Tutto finisce veramente in un carnevale di stupidità e lo stesso dibattito balneare sul fascismo, nato sulla spiaggia di Chioggia, è una pessima idea per unire la sinistra intorno al suo rancore e alle sue falsità.

Una tristezza infinita che riesce persino a mancare di rispetto allo stesso antifascismo ideologico che ha dentro di sé storie tragiche di chi pagò con la vita, di chi fece il doppio gioco quando i giochi erano pericolosi, di chi divenne maestro di antifascismo dopo aver preso la cattedra a qualche docente ebreo che la dovette lasciare in seguito alle leggi razziali.

Questo è il paese – il nostro paese – che non si sa guardare allo specchio, non sa raccontarsi la verità senza idiote strumentalizzazioni politiche, non sa crescere nella libertà e coltiva dentro sé demoni e stupidaggini.