Aiutiamoli (davvero) a casa loro

“Aiutiamoli a casa loro”. Questa frase, semplice e di facile effetto, è nota per esser diventata il principale slogan delle destre sovraniste e populiste, una “soluzione” in pillole da somministrare agli odiatori seriali stile “non passa lo straniero” per dormire sonni tranquilli, barricati in casa a protezione dei confini, armati di pistole cariche di legittima difesa.

Uno slogan che riassume perfettamente la pretesa di una larga parte della politica contemporanea di affrontare problematiche complesse, come quelle legate alla gestione dei flussi migratori, attraverso mere banalizzazioni e semplificazioni, pensieri brevi, pasticche di verità, il tutto condito da rigurgiti di odio sociale, spesso concretizzato in una battaglia tra poveri. Un modus operandi oramai predominante, capace di sbancare le cabine elettorali dalle Alpi alle Madonie.

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I pericoli del buonismo gratuito e irresponsabile

Caro Direttore, ho letto con commossa, profonda, adesione il tuo editoriale “Hanno fucilato un negro in Calabria? Beh, che vuoi: sono cose che succedono Qualche perplessità solo sull’insistita ironia sulla frase di Matteo Salvini «è finita la pacchia». Il leader leghista non mi è congeniale, non ho mai votato per lui né prevedo di farlo in futuro, ma credo che la pacchia si riferisse agli scafisti e alle organizzazioni che hanno fatto dell’immigrazione un business.

Comunque non è questo il punto e non voglio certo fare il difensore d’ufficio (non ne ha bisogno) del ministro dell’Interno, azzannato ormai da tutti i giornali – dell’establishment e non. Vorrei invece richiamare la tua attenzione su un fatto tanto preoccupante quanto indecente ovvero sul buonismo gratuito e irresponsabile diffuso nel nostro paese – e sicuramente più a sinistra che a destra, più tra i cattolici che tra i vecchi e sopravvissuti laici non laicisti.

Siamo il paese dell’accoglienza generosa e disinteressata, della mensa del convento aperta a tutti ma poiché il liberalismo è una pianta che da noi non ha mai allignato ci guardiamo bene dal porci la domanda, fondamentale per un amico della “società aperta” «chi paga? » (Ricordi il saggio di Milton Friedman, Nessun pasto è gratis? ). Da una parte, le dottrine sociali della Chiesa – per definizione diffidenti verso ogni comunità chiusa come, indubbiamente è, e non può non essere, lo – Stato nazionale – dall’altra, il diritto cosmopolitico dei maîtres-à-penser alla Luigi Ferrajoli, hanno diffuso un’etica pubblica che demonizza ogni diritto a tutelare il proprio spazio geografico e culturale, a “chiudere le porte” agli altri.

Naturalmente fanno eccezione le porte della nostra abitazione: siamo tutti fratelli ma nella casa comune dello Stato, dove a “pagare” non siamo noi ma la “collettività”; a casa nostra entriamo solo noi. Ai poveri diseredati del continente nero, diciamo, “crescete e moltiplicatevi” e se volete venire da noi, le “ragioni umanitarie” non ci consentiranno di ricacciarvi indietro. Posto ce n’è sempre per tutti: le porcilaie sono ampie e spaziose e tra i rifiuti dell’ “uomo bianco” si trova sempre di che sfamarsi. (Quante volte, sotto casa, non ho visto extracomunitari rovistare nella spazzatura…).

Leggerezza, superficialità, irresponsabilità sembrano essere divenute le nuove qualità degli italiani, sempre pronti a indignarsi contro i paesi che regolano i flussi migratori (che fascisti gli Stati Uniti quando limitavano quello proveniente dall’Europa orientale e dall’Italia) dimenticando che, nel racconto biblico, il buon samaritano soccorreva il derelitto, curandogli le ferite, rifocillandolo, affidandolo a una casa amica. A noi, per metterci il cuore in pace, basta soltanto non impedire lo sbarco.

L’inferno che poi accoglierà le migliaia di profughi che fuggono guerre e fame di loro non ci riguarda. In un bellissimo articolo sul Foglio, “Il martire Spoumayla Sacko e noi che, dal nostro tinello, ci prendiamo la colpa e lasciamo a quelli come lui la punizione” Giuliano Ferrara ha parlato giustamente di martirio – un termine spesso abusato ma questa volta più che pertinente.

Condivido il lutto per l’episodio e vado oltre: perché in un paese in cui i monumenti ai politici rientrano nella logica del pirandelliano “Vestire gli ignudi”, non si eleva un monumento a Soumaya Sacko come a Jerry Massolo – il sindacalista nero ucciso nel 1989 a Villa Literno e che solo tu hai ricordato? Ferrara, però, chiude il suo articolo con la sua martellante polemica contro le “posizioni populiste di destra e di sinistra” che attribuiscono la tragedia calabrese “all’establishment, al sistema, alle elite”.

E qui non seguo più né il suo sarcasmo, né il tuo silenzio. E chi dovremmo incolpare della morte di Sacko se non gli apparati pubblici e i governi di oggi, di ieri e dell’altro ieri? Quando mai hanno inviato ispettori del lavoro, forze dell’ordine,funzionari Asl nei recinti calabresi, siciliani, campani dei nuovi schiavi? Cosa hanno fatto per portare davanti ai tribunali i caporali e i loro datori di lavoro? Retate di polizia e processi e condanne esemplari hanno riempito le cronache nere dei quotidiani? Quando su certi giornali si descrivono le condizioni disumane (un eufemismo!) in cui vivono migliaia di africani, c’è sempre il sottinteso: «guardate a cosa portano la logica del profitto, il mercatismo, l’auri sacra fames? »

Ci manca poco se i mali del presente non vengono riportati alla Ricchezza delle Nazioni di Adam Smith e a quel capitalismo selvaggio al quale l’Occidente avrebbe venduto la sua anima. Ai buonisti antimercatisti bisognerebbe consigliare la lettura di una straordinaria pagina delle Lezioni di politica sociale [1949] di Luigi Einaudi: «coloro i quali vanno alla fiera, sanno che questa non potrebbe aver luogo se, oltre ai banchi dei venditori i quali vantano a gran voce la bontà della loro merce, ed oltre la folla dei compratori che ammira la bella voce, ma prima vuole prendere in mano le scarpe per vedere se sono di cuoio o di cartone, non ci fosse qualcos’altro: il cappello a due punte della coppia dei carabinieri che si vede passare sulla piazza, la divisa della guardia municipale che fa tacere due che si sono presi a male parole, il palazzo del municipio, col segretario ed il sindaco, la pretura e la conciliatura, il notaio che redige i contratti, l’avvocato a cui si ricorre quando si crede di essere a torto imbrogliati in un contratto, il parroco, il uale ricorda i doveri del buon ristiano doveri che non bisogna dimenticare nemmeno sulla fiera. E ci sono le piazze e le strade, le une dure e le altre fangose che conducono dai casolari della campagna al centro, ci sono le scuole dove i ragazzi vanno a studiare. E tante altre cose ci sono, che, se non ci fossero, anche quella fiera non si potrebbe tenere o sarebbe tutta diversa da quel che effettivamente è».

Nel meridione d’Italia non ci sono né carabinieri, né guardie municipali, né pretori ovvero ci sono ma le loro mani sono legate da camorra, mafia, ndrangheta. E questa «assenza della legge e dell’ordine» a chi si deve se non «all’establishment, al sistema, alle elite» che, assieme ai sindacati -operai e padronali – hanno sgovernato e massacrato il bel paese?

Ormai termini come “populismo” e “sovranismo”, come già fascismo, stanno diventando gli spaventapasseri su cui riversare tutto il marcio che ci circonda. E lo stile ideologico italiano che non riusciremo mai a scrollarci di dosso: invece di chiederci se quanti avversiamo e certo non a torto – dai fascisti di ieri ai populisti di oggi- non abbiano, per caso, qualche buona ragione da far valere, preferiamo criminalizzarli, nel peggiore dei casi, ridicolizzarli, nel migliore, ma sempre relegandoli nella matta bestalitade da cui doverci guardare per non esserne contaminati.

Immigrazione, il conflitto fra due etiche diverse

I flussi migratori hanno sempre caratterizzato la storia dell’uomo sulla terra, fin dall’antichità. Gli spostamenti sono avvenuti per i più vari motivi: condizioni di miseria, territori ostili, guerre.

Il desiderio di migliorare il proprio stile di vita ed assicurare un futuro alle generazioni successive è certamente la sfida più grande della nostra esistenza.

Insieme ai problemi delle trasformazioni ambientali e dal riacutizzarsi della conflittualità bellica in varie parti del mondo, gli spostamenti delle popolazioni sono tra i fenomeni che vengono maggiormente percepiti nella società contemporanea.

Su di essi si catalizzano le paure e le ostilità delle mai sopite pulsioni xenofobe dei paesi di accoglienza, moltiplicati e facilitati oggi dalla riduzione delle distanze geografiche e dalla velocità di trasmissione dei messaggi mediatici.

Nel secolo scorso l’esodo di massa ha costituito “grande risorsa per paesi vasti e in via di sviluppo come gli stati uniti d’America.

Tuttavia, nell’epoca attuale, con la spinta tecnologica che migliora i servizi, ma non può garantire i livelli di occupazione lavorativa che un tempo garantiva la grande industrializzazione, diviene inevitabile lo scontro tra varie etnie provenienti da culture molto differenti.

L’Italia non è in grado di sostenere un flusso migratorio così ingente, per vari motivi: alla crisi economica che rischia di generare nelle nostre periferie una “guerra fra poveri”, si aggiunge l’atavica e carente struttura del nostro Stato e del suo sistema organizzativo-burocratico.

Senza contare che l’integrazione fra civiltà e modi di pensiero esige gradualità e tempi lunghi e le culture di buona parte degli immigrati non sono allo stato attuale comparabili con i nostri standard di libertà civile e democratica.

A queste ragioni politiche si oppongono altre di diverso segno basate su considerazioni morali: se ne fa portatrice soprattutto parte della Chiesa cattolica e il papa in prima persona. Bergoglio arriva addirittura a dire che “respingere gli immigrati è un atto di guerra”.

Più che un conflitto fra politica, si tratta però a mio avviso del conflitto fra due etiche diverse: quella cattolica della convinzione, quella laica e politica della responsabilità. Quest’ultima, al contrario della prima, tende a considerare sempre la conseguenza delle proprie azioni, e non dice mai fiat iustitia et pereat mundus.

Secondo Kant, tuttavia, si può fare giustizia, cioè essere giusti, e non far perire il mondo. Il suo “progetto di “pace perpetua” esige però l’esistenza di uno “Stato cosmopolitico” che, ammesso e non concesso che sia (come lui crede) auspicabile, è ancora molto al di là da venire.

In Kant l’idea di una pace perpetua è resa impossibile dal vigere di assetti o istituzioni politiche ingiuste entro gli Stati: il suo progetto di pacifismo giuridico non è solo ancorato da una filosofia della storia, ma è reso coerente dallo sfondo più ampio della teoria etica.

L’alternativa non è però, kantianamente, sempre a mio avviso, fra la “pace perpetua” o la guerra, ma, allo stato attuale, fra la guerra e una pace governata dalla politica e dagli Stati.

 

Non ci pagheranno le pensioni, caro Boeri

Questa è la busta paga di un lavoratore straniero con moglie priva di reddito e tre figli a carico.

I contributi Inps che vengono versati all’Inps dall’azienda sono 479 euro (di cui 349 euro a carico dell’azienda)
ma al contempo, l’Inps versa al lavoratore 317 euro per gli assegni familiari; inoltre il lavoratore ottiene dal fisco uno sconto per detrazioni fiscali per 260 euro quindi non versa un euro di tasse e in aggiunta riceve anche gli 80 euro.

Quindi sommando importi a debito e a credito questo lavoratore allo Stato non versa nulla ma, al contrario, prende.

Infatti 479-317-260-80= +178

Tanto è vero che la sua retribuzione netta è superiore a quella lorda.
Ecco questa è una busta paga tipica di un lavoratore dipendente immigrato, uno di quelli che ci pagheranno le pensioni.

C’è poi da considerare un fatto: oltre a non versare ma a prendere, la sua retribuzione netta è addirittura superiore a quella lorda, i suoi tre figli e la moglie utilizzeranno il welfare (scuola, asili nido, sanità).

Tra l’altro molti riescono ad autocertificare familiari a carico che vivono però all’estero.

Le gestioni INPS ed Erario vengono gestite dallo Stato in modo separato. Ciò che conta è che se verso nel settore contributivo, ma prendo dal settore assistenza e fiscale per un importo superiore, il saldo per lo Stato è in rosso.

Questo lavoratore non versa un euro allo Stato grava sul welfare con il suo nucleo familiare di 5 persone usufruendo dell’assistenza sanitaria gratuita, asili nido, abitazione del Comune, scuola pubblica.

Ripeto non versando un euro allo Stato, ma a carico del contribuente italiano, figuriamoci se può pagarci la pensione.

Rimesse all’estero

Inoltre solo nel 2015 gli immigrati hanno inviato rimesse di denaro all’estero per 5,2 miliardi di euro. Dato un tasso di risparmio del 8,5% medio (dati Istat) abbiamo avuto un danno al PIL nazionale per ben 4,795 miliardi.

Calcolata una pressione reale fiscale sul PIL del 50,2% (CGIAA di Mestre) abbiamo un calo di entrate fiscali pari a 2.379 milioni di euro, superiore al mancato introito per contributi previdenziali nel caso non vi fossero immigrati, per .1618 milioni.

Un enorme flusso di denaro che andrà ad arricchire altre nazioni.

La Banca d’Italia indica inoltre che a queste cifre che transitano via intermediari ufficiali (money transfer, banche, poste) vadano aggiunti circa 700 milioni l’anno di rimesse che sarebbero inviate all’estero tramite canali “informali”, e che quindi non fruttano neanche nulla in termini di commissioni e tassazioni.

Io non voglio pensare che i politici siano in malafede, ma voglio credere che non siano informati su queste “cose che hanno a che fare con i numeri” e che quindi siano convinti che facendo entrare immigrati che hanno redditi bassi e nuclei familiari numerosi che gravano sul welfare ritengano che ci pagheranno le pensioni.

Ma non è così.

Ci potrebbero essere immigrati che pagano le pensioni: ad esempio se un ingegnere straniero arriva in Italia con moglie anche lei che lavora e tre figli a carico, se guadagna 60.000 euro lordi e la moglie 30.000 euro lordi non otterrà assegni familiari non avrà sconti fiscali e anche se utilizzerà servizi pubblici li pagherà attraverso i versamenti.

Questo è il genere di immigrati che dovremmo incentivare una immigrazione qualificata che apporta valore aggiunto e know-how.

Venire per farsi assistere?

È corretto che un cittadino straniero riceva un sostegno al reddito?

Attenzione non sto parlando di usufruire di un servizio come le strade, l’illuminazione pubblica, la raccolta rifiuti, la polizia o i vigili del fuoco. Sto parlando di sostegno al reddito, cioè integrare il reddito con denaro o godimento di beni quando una persona non è economicamente autosufficiente.

La risposta è NO.

Gli immigrati dovrebbero venire in Italia in forza di un contratto di lavoro, per apportare capitali e investimenti o per studiare.

Mai per farsi assistere. Questo è compito del loro paese di origine.

Se il lavoratore o l’investitore, una volta entrato in Italia, non è più in grado di mantenersi, producendo un reddito sufficiente per sé e la propria famiglia, entro un lasso di tempo ragionevole ad es. 6 mesi, perde il diritto di rimanere in Italia e deve essere rimpatriato nel suo paese d’origine.

Ed il motivo è evidente: ciò è assolutamente necessario in quanto, in caso contrario, verrebbe a crearsi una immigrazione finalizzata allo sfruttamento dello Stato Sociale italiano da parte di soggetti che hanno necessità di essere assistiti in quanto non economicamente autosufficienti.

La nostra Nazione senza questa clausola di salvaguardia si trasformerebbe in una sorta di bancomat al servizio delle popolazioni del globo, rendendo insostenibile la nostra spesa pubblica e l’equilibrio dei nostri conti pubblici.

Povertà, alzare l’asticella

Per evitare di importare mangiatori di welfare, cioè di tasse, è assolutamente necessario alzare l’asticella del reddito che l’immigrato deve dimostrare di produrre o di detenere. Attualmente è sufficiente dimostrare un reddito di soli 5.818 euro annui cioè 484 euro mensili. Tale importo sulla base dei dati ISTAT è assolutamente inadeguato a garantire l’autosufficienza.

Infatti il parametro di riferimento è la soglia di povertà assoluta, rappresentata dal valore monetario, a prezzi correnti, del paniere di beni e servizi considerati essenziali per ciascuna famiglia, definita in base all’età dei componenti, alla ripartizione geografica e alla tipologia del comune di residenza.

Una famiglia è assolutamente povera se sostiene una spesa mensile per consumi pari o inferiore a tale valore monetario. Per il singolo individuo è pari per il 2016 a circa 10.000 euro (9.829,56 euro mensili dati Istat) Evidentemente insufficiente.

Come accade in altri paesi il reddito mensile richiesto per ottenere il permesso di soggiorno dovrebbe essere tale da garantire una piena autonomia: almeno 13.000 euro annui se single, 20.000 se in coppia, 24.000 se con moglie a carico e 2 figli.

Al di sotto di queste soglie non sarebbe garantita l’autosufficienza e quindi la piena integrazione.

L’attuale governo britannico di Theresa May ha richiesto una entrata annua non inferiore a 35.000 sterline (40.000 euro annui 3300 euro al mese) per poter continuare a conservare il permesso di soggiorno. Persino in Thailandia, dove il costo della vita è ben più basso, è necessario produrre una certificazione di reddito dalla quale si evinca che l’entrata mensile non è inferiore a 65.000 Baht (1700 euro mensili, 20.400 euro annui a persona) per ottenere un permesso di soggiorno.

Se confrontiamo questi parametri con i 5.800 euro annui sufficienti in Italia per ottenere un permesso di soggiorno. ci rendiamo conto di quanto le nostre normative siano inadeguate e creino i presupposti per forme di assistenzialismo, concorrenza sleale e comportamenti illeciti.

Dobbiamo incentivare l’arrivo di immigrati, investitori, professionisti qualificati, portatori di patrimoni e di know-how e consumatori dei nostri beni e servizi, che avrebbero un effetto positivo sulla nostra economia, instaurerebbero una competizione positiva basata sulle competenze e sul merito e non sulla concorrenza sleale: questa è l’immigrazione che dobbiamo incoraggiare.

L’immigrazione va gestita politicamente, cioè va governata e non subita.