Michael Walzer e le gabbie politiche della sinistra

Michael Walzer (nato a New York il 3 marzo 1935 da famiglia ebraica) è uno dei più autorevoli teorici della politica della sinistra americana, ma anche forse il più originale e il meno legato agli schemi classici del pensiero liberal. Pur essendosi formato culturalmente e politicamente, negli anni Sessanta, nell’orizzonte della New Left e della lotta per le minoranze oppresse, a cui è rimasto sempre in qualche modo affettivamente legato, egli più che un liberal ama definirsi un socialdemocratico. E sicuramente lo è, alla maniera del secolo scorso e del vecchio continente, con il quale ha tenuto stretti sempre i contatti intellettuali.

A metà fra lo storico e il teorico della politica, l’autorevolezza accademica di Walzer si è costruita nelle università di Harvard e Princeton: in quest’ultima ha per tanti anni insegnato nel prestigioso Institute for Advanced Study di cui ora è professore emerito. I suoi studi, consegnati a migliaia di pagine, hanno avuto ad oggetto i rapporti del puritanesimo e dell’ebraismo con la politica moderna, l’idea di rivoluzione, il radicalismo politico, l’idea di tolleranza. Particolarmente interessante, come emerge soprattutto nella sua teoria pluralistica delle “sfere di giustizia”, è la presa di distanza da autori come Jurgen Habermas e soprattutto John Rawls, che egli chiama “filosofi eroici” accusandoli sostanzialmente di intellettualismo. In effetti, un profondo senso storico, e l’attenzione alle dinamiche reali della politica e alla complessità delle situazioni, unita a un rispetto profondo per le tradizioni “comunitarie” dei popoli, caratterizza il suo pensiero, che non offre ricette o linee di comprensione e di azione nette ma tende continuamente, anche con qualche tortuosità, a complicare il quadro di partenza delle nostre certezze.

Il che, ovviamente, comporta un certo anticonformismo e la messa in discussione delle idee date per assodate. Un metodo del genere lo si vede all’opera anche nella sua ultima fatica, prontamente tradotta in italiano dall’editore Raffaello Cortina: Una politica estera per la sinistra. Stranamente, osserva Walzer, pur avendo la sinistra, sin dai suoi albori marxiani, una matrice internazionalista, essa si trova più a suo agio con i temi che concernono la politica interna. Essa, negli anni, ha delineato una posizione standard, ma difficilmente l’ha poi misurata con le concrete questioni di politica estera. Questa posizione si è svolta per opposizioni di principio, ma in positivo, quando si trattava di appoggiare le azioni degli Stati, soprattutto in caso di guerra, si è attorcigliata in contraddizioni di cui non è venuta a capo e che spesso l’hanno divisa e spaccata al suo interno.

Le parole d’ordine della posizione standard sono state l’antimperialismo e l’antimilitarismo, che hanno poi trovato sbocco in un antiamericanismo di maniera: ciò che faceva l’America, stato imperialista e militarista per antonomasia, era per principio sbagliato e con essa, con le sue azioni, dettate da secondi fini, non era lecito nemmeno parzialmente compromettersi appoggiandole. “Sicuramente, c’è molto da criticare nella politica di ogni governo statunitense a partire dalla seconda guerra mondiale. Eppure la critica di sinistra – scrive Walzer –  è stata stupida, esagerata, estremamente imprecisa. È il prodotto di ciò che Philip Roth nel suo romanzo Ho sposato un comunista, ha descritto in modo appropriato come il legame tra l’esasperazione e la mancanza di riflessione. La sinistra ha perso la bussola”.

Il rifiuto delle azioni di forza a prescindere, e in genere della violenza come metodo politico, è stata, ad esempio, usata a correnti alternate: sempre dalla parte dei cosiddetti “movimenti di liberazione nazionale”, la sinistra ha continuato ad appoggiarli anche quando, andati al potere, si sono trasformati in feroci dittature. È come se la pregiudiziale antiamericana li purgasse di ogni peccato. Per non parlare degli “interventi umanitari” messi in atto da Stati o coalizioni di Stati negli ultimi decenni per soccorrere e salvare dalla morte e dal genocidio interi gruppi, spesso etnici, di popolazioni umane. La sinistra vi ha letto reconditi interessi delle potenze intervenienti, per lo più occidentali, quasi come se l’esistenza di questi interessi non potesse convergere con quei fini di giustizia e solidarietà, e di soccorso verso i deboli, che sono nel DNA della sinistra.

Come già argomentato in un libro uscito dopo la guerra del Golfo e che ebbe un discreto successo, la guerra per Walzer non può essere ripudiata in assoluto (come fa ad esempio la nostra Costituzione) ma va considerata uno strumento estremo ma intrinseco alla politica. “Decisori saggi optano per la pace ogni volta che è possibile, ma qualche volta optano per una guerra fredda, qualche volta per la minaccia della guerra e qualche volta ancora per il dramma della guerra stessa. La saggezza politica non è in sé militarista né pacifista né una via di mezzo. Essa richiede un impegno costante per la conciliazione e il compromesso finché possibilii, e una prontezza a combattere invece quando combattere è necessario. Sono ugualmente richiesti l’uno e l’altra. Questa combinazione ha sempre rappresentato un problema per la sinistra”.

Critico del modo con cui la sinistra affronta di solito il tema della politica estera, Walzer ha un approccio più contestualitico: è portato, cioè, a valutare di volta in volta i modi e i tempi degli interventi e la qualità delle singole politiche. L’internazionalismo di sinistra a cui pensa Walzer è del tutto non ideologico: la sinistra dovrebbe mettere in atto politiche internazionaliste non per combattere le sue battaglie ideali ma per soccorrere e aiutare chi soffre. La sofferenza umana, quella dei più deboli cui la sinistra è naturalmente vicina, diventa perciò il movente di azione e il parametro di giudizio su cui misurare questo “internazionalismo di agency”, come il nostro lo chiama. Walzer confida molto nella società civile e anche, in verità, in non ben definite “ONG di sinistra”. Qui tuttavia il suo pensiero diventa criticabile perché l’azione di solidarietà è affidata non ai singoli individui e diretta a gruppi più o meno piccoli di persone. Egli continua a ragionare su politiche di larga scala o macroeconomiche, con il rischio concreto di mettere in essere azioni che disperdono risorse e generano effetti perversi o “conseguenze inintenzionali” (come la casistica storica ampiamente insega). Non è allora un caso che, sulla linea della tradizione della sinistra classica, l’internazionalismo di agency proposto da Walzer allarghi sempre più le sue esigenze o pretese. “Il nostro obiettivo deve essere – egli scrive – la ricostruzione e non soltanto il soccorso: noi vogliamo che le donne e gli uomini oppressi diventino attori politici in controllo della propria vita”. Ove riemerge il solito mito della partecipazione politica, intesa non come qualcosa che si sceglie liberamente, ma come un dovere per l’uomo libero. Il discorso walzeriano si complica poi ulteriormente perché, osserva, “nel mondo come lo conosciamo, l’agency cruciale di autoaiuto è lo Stato- intendo uno Stato decente, nelle mani del suo popolo”. Ove è da apprezzare lo sforzo del nostro di restare ancorato al solido terreno degli Stati nazionali e non fare salti in avanti verso alquanto inquietanti sponde globaliste o cosmopolitiche (egli parla infatti solo di internazionalismo, un termine forse un po’ desueto, e mai di cosmopolitismo).

Non si può però non notare che lo Stato che qui si ha presente non è quello minimo delle leggi e delle regole generali, caro ai liberali, ma quello delle grandi politiche e degli interventi in positivo (a cominciare da quelli di stampo welfaristico). La difesa di una posizione di sinistra classica, socialdemocratica e su base nazionale (anche se internazionalista nella volontà di soccorrere gli oppressi di tutto il mondo, si esplicita anche nel modo in cui Walzer affronta poi il tema delle religioni. Egli scarta l’interpretazione dei fondamentalimi m chiave di oppressione sociale e afferma che i valori che fanno da farò alla sinistra (“la libertà individuale, la democrazia, l’uguaglianza di genere e il pluralismo religioso”) sono valori occidentali. “La sinistra – scrive – è un’invenzione del diciottesimo secolo, un prodotto dell’Illuminismo secolare. Ci furono persone che ebbero posizioni tendenzialmente di sinistra in tutte le tradizioni delle religioni maggiori, ma non è mai esistito niente di simile alla sinistra classica. I valori della sinistra sono quei valori ‘occidentali’ che ho appena elencato, presi molto seriamente. L’opposizione a tali valori è qualcosa che la sinistra dovrebbe affrontare, come facciamo prontamente quando l’opposizione arriva dall’estrema destra. Ma proprio questa opposizione è la ragione per cui molte persone di sinistra sono riluttanti ad affrontare i radicali islamisti”. Una estrema ragionevolezza di fronte alla realtà della politica sembra perciò contraddistinguere, come al solito, le posizioni di questo eminente studioso americano. C’è però da chiedersi quale spazio posizioni del genere possano aprirsi in un mondo polarizzato sempre più da politiche non moderate, in cui anche a proposito della politica estera l’alternativa sembra essere quella drastica tra isolazionisti e cosmopoliti. E in cui lo Stato nelle democrazie occidentali si vede costretto a tagliare quelle risorse che un tempo spendeva per fini sociali. Anche a livello di comunicazione, quella di Walzer sembra essere una posizione non facilmente spendibile.

In qualche modo, quella di Walzer è la figura classica dell’intellettuale di sinistra, non quello liberal o radical chic come abbiamo detto ma quello che ha sempre accompagnato la storia del movimento operaio nei suoi momenti migliori. Di quel tipo di intellettuale le masse si fidavano perché lo sentivano parte di un progetto comune: la sua esistenza faceva parte di un progetto di redenzione collocato nel futuro. Oggi che il “principio speranza”, anche nella forma meno apocalittica o palingenetica possibile, è collassato, difficilmente una voce come quella di Walzer, che pure ci tiene ad essere un “intellettuale pubblico”, potrà farsi sentire fuori dalle accademie.

Corrado Ocone, Il Dubbio 3 ottobre 2018

Retorica e vecchi belletti

Come ha scritto Biagio de Giovanni, sul «Mattino» del 3 luglio – Insieme contro, il solito vizio della sinistra­­ – «Per l’Italia, il 4 dicembre, la bocciatura della proposta referendaria, è la data che fa da spartiacque: nessuno intendeva attribuire a quella riforma una funzione salvifica, e non era difficile vedere suoi difetti e limiti, ma là dentro c’era la possibilità di un nuovo corso politico, e magari di tensioni e conflitti ma finalmente marcati dal segno di un passaggio costituzionale e politico di grande portata».

Si può essere d’accordo o in disaccordo con lo studioso rimasto uno dei pochi cervelli pensanti della sinistra italiana ma i fatti sono inconfutabili e i fatti, dicevano gli Antichi, sono divini.

E il dato certo con cui dobbiamo oggi fare i conti è presto detto: «Dopo quel fallimento, il terreno di scontro si è ricollocato nell’alveo di un torrente limaccioso che riporta con sé tutti i detriti di una storia, la quale chiede strada a gran voce ma stenta a muoversi ostacolata dai suoi stessi detriti che più o meno inconsapevolmente incontra sul suo percorso».

Mai il sistema politico italiano era caduto così in basso, posto davanti a sfide che non possono essere fronteggiate né da solidi e strutturati partiti, né da classi dirigenti in grado di tenere la rotta nelle tempeste che si abbattono sullo stato nazionale da ogni parte – e in primis dalla questione migrantes.

Chiamato a confrontarsi con la realtà, la political culture dominante – quella che ha colonizzato media, scuole medie, Università, enti artistici, case editrici etc. – come sta reagendo, quali nuove categorie e metodi di osservazione dei processi sociali, politici ed economici sta allestendo nei suoi vecchi laboratori di analisi e di ricerca?

È desolante constatare che, ancora una volta, l’intellighenzia italica non fa luce sul cammino da percorrere, non spiega la crisi che da anni si è abbattuta sul bel paese perché è essa stessa un momento, o un fattore, di quella crisi: non è l’occhio della mente che esamina il dente cariato ma è essa stessa uno dei denti cariati.

Ne sono conferma due articoli, di diverso tenore, pessimista l’uno, ottimista l’altro, che mi è capitato di leggere in questi giorni. Il primo, Sinistra-destra o destra-destra?, dell’amico Paolo Bagnoli, capofila degli ‘storici delle coscienze integerrime’, è uscito sul quindicinale post azionista (sic!), «Nonmollare», il 3 giugno; il secondo, di Nadia UrbinatiLe bandiere della società civile, è uscito lo stesso giorno su «Repubblica» [NdR l’articolo è ripubblicato e consultabile su «Libertà e Giustizia»].

Entrambi gli autori ‘traggon gli auspici’, per un riscatto della sinistra così profondamente umiliata da Matteo Renzi, da due icone del Pantheon nazionale antifascista: Stefano Rodotà (Bagnoli) e Lelio Basso (Urbinati). Del giurista giacobino, recentemente scomparso, viene citata una civilissima riflessione: «Basta con questa storia che non c’è più distinzione tra destra e sinistra!

La distinzione c’è, eccome, per me al centro della politica ci sono la dignità, l’uguaglianza, i diritti, la ridistribuzione delle risorse. Non è sinistra, questa?». Del Grande Vecchio, Lelio Basso, viene ricordato il discorso all’Assemblea Costituente del 6 marzo 1947: «Finché non sarà garantito a tutti il lavoro, non vi sarà veramente democrazia politica; o noi realizziamo interamente questa Costituzione, o noi non avremo realizzata la democrazia in Italia».

È desolante pensare che in quelle due citazioni si racchiude, ormai, tutta la filosofia della sinistra e che tale filosofia sia posta alla base del «proliferare di movimenti a sinistra del Partito democratico, voci che emergono dalla società civile e aspirano a proporre visioni politiche».

«Questo movimento plurale nella sfera pubblica è positivo – scrive un’eccitata Urbinati – è il segno di una società non apatica, ricca di potenzialità, insoddisfatta del corso attuale del partito di governo e del governo stesso e preoccupata del persistente astensionismo elettorale».

Se lo sbocco di tutto questo atavismo ideologico fosse solo la ricomparsa in campo dei reduci degli anni formidabili, non ce ne dovremmo preoccupare molto. Sennonché è la mens totalitaria sottesta a questo (auspicato ma improbabile) revival che spaventa.

Se la sinistra significa «la dignità, l’uguaglianza, i diritti, la ridistribuzione delle risorse», la destra che a quei valori è ritenuta estranea, non si vedrà negare, almeno moralmente, ogni diritto di cittadinanza politica?

E se lavoro e cittadinanza non stanno insieme (ed è difficile tenerli insieme se lo stato non si assume la direzione di tutto l’apparato economico e produttivo…), quanti esaltano la ‘società di mercato’ – produttrice di ineguaglianze – non dovrebbero essere tenuti lontani dalla cabina di comando, dove si decide la rotta assegnata alla nave dello Stato?

Già si è distribuita nelle scuole la Lettera a una professoressa di don Lorenzo Milani, resta solo il passo successivo, quello di proibirvi l’entrata, ad es., di Verso la servitù di Fr. A. Hayek, giacché se la filosofia della Scuola austriaca (che, peraltro, non è la mia) dovesse prendere piede a livello di massa, ci potremmo trovare al governo partiti non disposti a costituzionalizzare i ‘diritti sociali’, anche se favorevoli alle ‘leggi sociali’, ovvero alle risorse date ai meno abbienti quando la ricchezza è diffusa e l’economia tira.

La sinistra non farà mai un serio esame di coscienza tornando a Stefano Rodotà o a Lelio Basso ma solo prendendo atto della «realtà effettuale» e chiedendosi, ad es., perché a Genova e a Sesto San Giovanni si sono rotte le righe. Con la retorica – solo in apparenza buonista – non si va da nessuna parte.

Da Paradoxa Forum