Concorrenza fa bene. Anche quella fiscale

La concorrenza fiscale di Olanda, Irlanda ed  altri paesi membri UE (ed anche OCSE) non è “sleale”, è semplice  concorrenza e come tale esprime la maggiore efficienza di quei sistemi,  virtuosi,  in grado di contenere la loro pretesa fiscale e al contempo garantire infrastrutture e servizi,  rispetto all’inefficienza italiana che, a dispetto della  pressione fiscale tra le più alte al mondo, è dotata di infrastrutture obsolete e fatiscenti e fornisce servizi inadeguati , se non addirittura inesistenti.

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Il problema non sono i voucher, il problema è lo Stato

Perchè i Voucher lavoro hanno avuto un enorme successo? È presto spiegato.
In Italia un dipendente costa 31mila euro e ne guadagna 16mila. Cioè la differenza tra il costo sostenuto dal datore di lavoro e la retribuzione netta del lavoratore è al 47%, ovvero l’azienda versa allo Stato 15mila euro, tanto quanto guadagna il dipendente. Il datore, dunque, ha due dipendenti da pagare: uno vero, il lavoratore, e uno finto, lo Stato.
Con i voucher un dipendente che costa 31mila euro ne guadagnerebbe 23.250 netti cioè circa 8mila euro in più di retribuzione netta. Per rimettere le cose a posto basterebbe riportare ad un livello ragionevole il cuneo fiscale/contributivo, cioè dall’attuale 47% al 25%, che è il cuneo previsto dai voucher lavoro. In questo modo la differenza di aliquota, cioè il 22%, potrebbe essere equamente ripartita a vantaggio tra datore di lavoro e lavoratore, per diminuire il costo del lavoro alle aziende e per  aumentare la retribuzione netta al lavoratore.
Facciamo un esempio pratico: la retribuzione netta dei voucher è ora di 7,50; potrebbe essere portata a 9,15, cioè 1.537 euro netti al mese, invece di 1.260. In questo modo l’azienda avrebbe un costo del lavoro di 24.981, superiore a quelllo del voucher ma inferiore a quello del costo del lavoro ordinario. Quindi un dipendente che, con le aliquote ordinarie, guadagnava 16mila, ne guadagerà 20mila e l’azienda avrà un costo del lavoro non più di 31mila euro ma di 27.200. Lo Stato incasserebbe invece di 15mila, la metà, cioe circa 7500 euro.
Per poter fare questo è assolutamente necessario realizzare la riforma previdenziale con la fiscalizzazione della pensione minima affiancata dalla pensione integrativa volontaria libera e privata e la riduzione della pressione fiscale.
Il problema non sono i voucher lavoro, il problema è lo Stato.

Più tasse, più povertà. Perché la ridistribuzione non funziona

In Italia poveri assoluti nel 2011 erano circa 3,5 milioni. Ora sono 4,7 milioni cioè oltre 1,2 milioni in più. Che è successo? Come è possibile?

Le tasse sono aumentate, il gettito è passato da 410 miliardi a 450 miliardi: 40 miliardi in più.

La ridistribuzione della ricchezza non ha funzionato?

No, non ha funzionato. Ha provocato più poveri, meno imprese, più disoccupazione, più debito pubblico, per oltre 400 miliardi.

Per ridurre il numero dei poveri è necessario abbassare le tasse, favorendo la crescita delle imprese e dell’occupazione. Un abbassamento della pressione fiscale generalizzata, cioè per ogni contribuente, orizzontalmente senza inseguire classi, categorie e blocchi sociali, spazzando via la giungla intricata di regimi speciali, agevolazioni, settoriali, detrazioni, deduzioni, bonus, le c.d. tax expenditures; strutturale, cioè stabile, non una tantum, che permette una programmazione di lungo periodo e investimenti con la certezza dell’esborso fiscale futuro.

 

Ridurre la spesa pubblica corrente e nel contempo riqualificarla, per indirizzarla verso la spesa per infrastrutture e ricerca.

La spesa investimenti in infrastrutture di base (reti stradali, ferroviarie, digitali, di telecomunicazioni, oleodotti, ponti, dighe, centrali energetiche) necessarie all’esercizio delle attività imprenditoriali e dei cittadini è in grado do produrre PIL.

Gran parte degli studi in materia riportano una relazione positiva e statisticamente significativa fra infrastrutture e crescita economica. In Giappone è proprio la spesa pubblica dedicata in gran parte agli investimenti per infrastrutture e ricerca che permette di avere il terzo PIL del mondo.

L’Italia è ultima per produttività del lavoro negli ultimi 20 anni, la produttività totale dal 1995 al 2015, è diminuita ad un tasso medio annuo dello 0,1%:  la produttività rappresenta il rapporto tra la quantità di output e le quantità di uno o più input utilizzati per la sua produzione, tipicamente capitale e lavoro. quindi a parità di ore lavorate e di loro costo (input) o si aumenta la quantità di beni o servizi (output) oppure a parità di produzione (output) si diminuisce il costo del lavoro, sia come ore lavorate che come costo delle stesse (input).

È questo il grande problema italiano: cosa fare per aumentare la produttività?

Attraverso l’innovazione di processo, ottenuto attraverso gli investimenti in ricerca e sviluppo che permette di fare di più con lo stesso numero di ore, è ampiamente dimostrato da studi ed analisi condotti in lungo ed in largo nel globo, che l’innovazione di prodotto, generando per l’impresa una quota addizionale di domanda, mette in condizione l’impresa medesima di aumentare il livello di produzione e occupazione.

L’insufficiente investimento italiano in R&S è dimostrato dalla modesta quota di brevetti italiani depositati all’ufficio brevetti europeo: l’8% circa contro il 45% circa della Germania, il 18% della Francia, il 14% del Regno Unito.

Nel lungo periodo è la produttività del lavoro: ogni individuo può acquistare tanti più beni e servizi quanto più è grande la sua capacità di essere produttivo.”

 

 

La flat tax favorisce i ricchi?

La flat tax in Italia è possibile? E soprattutto porterebbe benefici ai cittadini italiani? Partiamo dalla principale critica di chi la avversa: i ricchi pagherebbero quanto i meno abbienti.

Ma questo è falso!

La flat tax è un’imposta proporzionale, cioè pago in proporzione a quanto guadagno, il che sembra più che ragionevole e incentiva a produrre più ricchezza e beneficio di tutti.

Al contrario, se la tassazione è progressiva, cioè all’aumentare del reddito non pago in proporzione ma molto di più, sono disincentivato dal produrre reddito, a danno di tutti.

La tassazione proporzionale implica che ogni cittadino pagherà le imposte in proporzione al reddito prodotto, ovvero chi ha un reddito maggiore pagherà più imposte.

Se, ad esempio, l’aliquota unica delle imposte è il 20%, se guadagno 20 mila euro pagherò 4 mila euro, se ne guadagno 100 mila, cioè 5 volte 20 mila, ne pagherò 20 mila, cioè 5 volte 4 mila. Quindi la tassazione proporzionale ha un’unica aliquota o flat tax.

La tassazione progressiva implica che la tassazione cresce più che proporzionalmente, cioè le aliquote di imposta diversificate crescono al crescere del reddito. Per tornare al precedente esempio, se guadagno 20 mila euro l’anno pagherò 4 mila circa, se ne guadagno 100 mila ne pagherò 36 mila, quindi non 5 volte ma 8 volte cioè circa 16 mila euro in più (senza contare le addizionali regionali e comunali).

tassazione

proporzionale tassazione progressiva

aliquota

20%

20%

reddito

€ 20.000

 

€ 100.000

 

€ 20.000  

€ 100.000

 

tasse da pagare € 4.000 € 20.000 € 4.000 circa

€ 36.000

Questo è il regime vigente in Italia, considerato molto disincentivante.

Ma perché in Italia la tassazione è progressiva? II principio trae ispirazione dalla c.d. “decrescenza dell’utilità marginale”: dosi crescenti di un bene ne fanno man mano diminuire la sua utilità/necessità, quindi posso privarmene senza danno.

Ma ciò può essere vero per un bene infungibile o che non può facilmente essere scambiato: se mangio dosi aggiuntive di gelato alla quinta coppa sarò sazio e potrò privarmene senza sacrificio.

Ma il reddito-denaro è fungibile, è un bene di scambio, può trasformarsi qualunque altro bene ed essere utilizzato in ogni impresa; pertanto la sua utilità non è decrescente ma, anzi, permette Ia creazione del risparmio e dell’investimento che è alla base dello sviluppo di una società umana.

Per dirla con Einaudi risparmio-investimento-consumo sono in capo alla persona, “l’uomo intero” contrapposto all’uomo “scisso keynesiano”.

Il risparmio investito in progetti imprenditoriali che allocano in modo efficiente le risorse, creano valore aggiunto, aumentano la produttività, quindi riducono la disoccupazione e il sottosviluppo realizzando una redistribuzione dal basso, contrapposta a quella dall’alto operata d’imperio attraverso la tassazione progressiva in nome dell’egualitarismo (l’uguaglianza sostanziale volta ad eliminare le fisiologiche differenze è nemica dell’uguaglianza formale, quella davanti alla legge di stampo liberale).

L’obiettivo da perseguire non dovrebbe essere l’impossibile eliminazione delle diseguaglianze fisiologiche, ma l’innalzamento del livello di benessere delle fasce meno abbienti e ciò si ottiene attraverso il mercato e la crescita economica che produce una redistribuzione libera, spontanea ed efficiente.