Concorrenza fa bene. Anche quella fiscale

La concorrenza fiscale di Olanda, Irlanda ed  altri paesi membri UE (ed anche OCSE) non è “sleale”, è semplice  concorrenza e come tale esprime la maggiore efficienza di quei sistemi,  virtuosi,  in grado di contenere la loro pretesa fiscale e al contempo garantire infrastrutture e servizi,  rispetto all’inefficienza italiana che, a dispetto della  pressione fiscale tra le più alte al mondo, è dotata di infrastrutture obsolete e fatiscenti e fornisce servizi inadeguati , se non addirittura inesistenti.

La  competizione fiscale  spinge i i governi a ridurre le imposte ed a porre un freno all’entusiasmo dei politici per scelte  imprudenti incentrate su tasse elevate ed un eccesso di spesa pubblica, cioè spinge i governi verso scelte che rendano la spesa pubblica e l’utilizzo del gettito  fiscale verso una maggiore efficienza.

Il pianificatore centralizzato non è in possesso di tutte le conoscenze necessarie a compiere le scelte più efficienti, non è in grado di adattarsi velocemente ai cambiamenti repentini che avvengono nell’economia, è un lento pachiderma  che compie  scelte illogiche al contrario degli agenti economici che sono  in grado di adattarsi flessibilmente e velocemente alle mutevoli esigenze dei consumatori ed alle evoluzioni tecnologiche, rappresentando  la conoscenza congiunta di milioni di operatori nel libero mercato e per i quali le imposte sono una tassa sulla razionalità delle loro scelte: più sono alte e maggiore è la quota di ricchezza che viene distrutta e disincentivata, quindi la concorrenza fiscale interviene per contenere la potestà impositiva dei governi e le decisioni di spesa.

Il motivo per cui la spesa pubblica è inefficiente è che le entrate derivano, non da risorse acquisite attraverso lo scambio volontario, ma attraverso una transazione coercitiva (tasse) in deroga al principio secondo il quale l’allocazione efficiente di risorse scarse si fonda sulla libera scelta del consumatore in antitesi, appunto, alla allocazione impositiva operata dallo Stato. L’intervento governativo ha sempre un effetto distorsivo: la migliore allocazione delle risorse si ha quando dato un sistema di prezzi, le imprese massimizzano i loro profitti ed i consumatori rendono massima la soddisfazione dei loro bisogni ma ciò implica  la libera scelta del consumatore.

L’Italia subisce passivamente la concorrenza fiscale degli altri paesi europei senza riuscire ad imitarne la riduzione di imposte :  ha una  pressione fiscale REALE attestata al 48%  (dato CGIA Mestre) e quella sulle imprese ad oltre il 65% mentre la pressione fiscale media dei paesi OCSE è al 34%: quindi le imprese italiane devono  competere con il fardello di un  “dazio” interno di oltre 20 punti a causa delle scelte errate dei governi italiani in materia di tassazione e di spesa pubblica e non a causa dei comportamenti virtuosi dei competitors europei.

Ad esempio, la spesa pubblica della Spagna, che ha riformato l’intera pubblica amministrazione, è circa 500 miliardi contro i circa  860 miliardi di quella italiana ovvero il 40% inferiore a quella pro capite italiana e riuscendo a fornire servizi e infrastrutture adeguate alle esigenze dei cittadini spagnoli.

Per l’Italia le voci di bilancio pubblico da tagliare riguardano principalmente i trasferimenti a fondo perduto (circa 50 miliardi) e gli acquisti di beni e servizi della P.A. (circa 140 miliardi): in tutti i decenni passati la velocità di crescita della spesa pubblica è stata quasi sempre superiore alla crescita del PIL. I veri costi della politica sono nelle malversazioni degli  acquisti dei beni e servizi della pubblica amministrazione, e nei sussidi: che vanno  trasformati in credito d’imposta. Ed anche la  trasparenza (casa di vetro) della macchina statale può contribuire alla sua efficienza:  attraverso “l’accountability”, cioè il dover rendere conto ai cittadini che possono, in tal modo controllare e recensire, con i loro giudizi , l’erogazione dei servizi, riducendo corruzione e sprechi e indirizzando le modifiche ed i miglioramenti necessari.

Solo con la riduzione delle inefficienze e tagliando la spesa pubblica improduttiva, si possono ridurre le imposte,  ed essere in grado di neutralizzare la concorrenza fiscale.

Solo con la riduzione delle inefficienze e tagliando la spesa pubblica improduttiva, si possono ridurre le imposte,  ed essere in grado di neutralizzare la concorrenza fiscale.