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La definitiva svolta neo-ottomana di Erdogan

Era il 2015 e il Presidente Erdogan accoglieva nel nuovissimo e costosissimo Palazzo Presidenziale di Ankara il Presidente Abu Mazen facendosi accompagnare da sedici guerrieri con indosso gli abiti storici dell’esercito ottomano. La singolare, per non dire ridicola, celebrazione, diventò ben presto virale suscitando l’ilarità generale sia in patria che non. Eppure, considerati gli avvenimenti succedutisi negli ultimi cinque anni, ecco che la stessa immagine assume tinte decisamente più serie e ed emerge evidente il fil rogue che li lega, da ultimo l’intervento turco in Libia. Il Parlamento, nonostante il teorico embargo sulle armi imposto dalle Nazioni Unite in Libia, ha infatti autorizzato l’invio di truppe in territorio libico dopo che, ad inizio dicembre, Erdogan aveva sottolineato l’importanza di sostenere il Governo di Al Serraj (GNA) per “proteggere gli interessi della Turchia nel Mediterraneo, prevenire il transito dei migranti irregolari, impedire alle organizzazioni terroristiche e ai gruppi armati di proliferare, di apportare un aiuto umanitario al popolo libico”, come d’altra parte si legge pedissequamente nella risoluzione parlamentare. Sebbene non vengano specificate le modalità operative del supporto militare garantito e nonostante le puntuali condanne giunte da tutto l’establishment internazionale, è ormai evidente (e non è più avventato affermarlo) che  Erdogan intenda, in realtà,  elevare la Turchia da potenza regionale a potenza globale assecondando quelle che sono delle vere e proprie aspirazioni neo-ottomane. Quanto sta succedendo non è altro che la concretizzazione della dottrina della c.d. “profondità strategica” ideata da Ahmet Davutoğlu, già ministro degli affari esteri, Primo Ministro e fedelissimo di Erodgan prima della definitiva rottura culminata con le proprie dimissioni dall’AKP nel 2016, e che ha l’obbiettivo di recuperare l’eredità ottomana, innanzitutto intendendo l’islam come fattore aggregante e non destabilizzante (come riteneva, invece, il Kemalismo). In questo senso si spiega il costante attivismo sia economico che culturale negli ex territori imperiali, soprattutto nei paesi caucasici, balcanici, dell’Asia centrale e, si è visto, anche africani. Tuttavia, se originariamente Davatoglu improntava la citata dottrina in termini di “zero problemi con ivicini” tessendo rapporti prima di tutto con i popoli prima che con gli Stati, è, invece, chiaro che allo stato dell’arte, l’approccio “soft” ha subito un notevole irrigidimento. L’intento conclamato della possibile operazione militare turca è di contenere la sempre maggiore pressione sul governo legalmente riconosciuto di Al Serraj da parte delle milizie di Haftar (LNA) “l’uomo forte della Cirenaica”, garantendosi una voce in capitolo sulla sorte dei ricchi giacimenti del mediterraneo orientale. Tuttavia, non ci si può limitare ad un’analisi parziale; se, infatti, l’ossessivo interventismo finora portato avanti in Siria poteva giustificarsi avuto riguardo alla questione curda, l’intromissione in Libia dimostra il vero intento di Ankara: affermarsi definitivamente quale riferimento in tutta la MENA Region, affiancandosi (se non del tutto sostituendosi) ai principali attori internazionali nelle regioni geopoliticamente più calde, dove, invece, i vecchi alleati, in primis l’UE, hanno e continuano a dimostrare una certa carenza di linee comuni di intervento unita ad una generale inadeguatezza di strumenti.

Nella mente di Erdogan è, allora, necessario sganciarsi dall’Occidente sotto ogni aspetto; in questo senso si spiega l’abbandono del progetto europeo, i sempre più freddi rapporti con i partner NATO – che a dire il vero ci si domanda come e perché la Turchia ne faccia ancora parte, vista l’avviatissima collaborazione con la Russia in termini di armamenti inaugurata con l’acquisto del sofisticato sistema di batterie missilistiche SU-400 – le politiche energetiche con al centro il “Turkstream”, fortemente voluto da Erdogan e da Putin e che verrà a brevissimo inaugurato, deputato a diventare il principale gasdotto che collegherà la Russia all’Europa passando proprio dalla Turchia e che ha sostituto il progetto “Southstream” il quale prevedeva, invece, il transito del gas esclusivamente attraverso paesi membri UE; il partenariato avviato con la Cooperazione di Shangai.

La Turchia, ormai giocattolo nelle esclusive mani del Presidentissimo Erdogan, guarda quindi a se stessa attraverso i nuovi alleati, ed il progetto neo-ottomano risulta decisamente trasversale, ben avviato e procede spedito, apparentemente indisturbato.

 

Ps.

Nel momento in cui si scrive, tre giorni dopo la risoluzione parlamentare turca, Haftar, quasi a giocare d’anticipo, annuncia di aver preso Sirte, città natale di Gheddafi e, soprattutto, strategica data la vicinanza con i giacimenti petroliferi della Libia centrale, il contrattacco turco sembrerebbe immediato a dimostrazione che l’operatività delle milizie (ufficiali o non) di Ankara era ben lontano dall’essere solo virtuale.

 

 

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Turchia, la deriva autoritaria

La Turchia, nel silenzio generale, è diventata una minaccia allo stato di diritto internazionale.  Le ondate di arresti e licenziamenti – 90 mila al primo trimestre di quest’anno, voluti dal presidente Recep Tayyip Erdoğan, e susseguitisi dal fallito colpo di stato del 15 luglio del 2016, per purgare le istituzioni da chiunque associato con Fethullah Gülen, clerico in esilio in Pennsylvania, si sono estesi oltre i confini domestici.  Presunti oppositori sono stati deportati da diciotto paesi, con la collaborazione locale o interventi di intelligence, compresi richiedenti asilo per persecuzione politica, e almeno in venti sono state fatte pressioni affinché le scuole guleniste venissero chiuse.

La Turchia non è l’unica a braccare i propri nemici all’estero, ma l’intera operazione è fuori dal comune per scala e rapidità, al punto che l’Interpol sta esaminando casi per abuso politico, fra cui quello dello scrittore turco-tedesco Doğan Akhanli, fermato e bloccato in Spagna per due mesi in attesa dell’estradizione.  Anche gli accademici espatriati per sfuggire alla repressione, fra i quattrocento firmatari di una petizione per la pace fra lo stato e il PKK, temono la longa manus di Erdoğan.

Il movimento, contro il quale Erdoğan si è scagliato con tale veemenza, è cresciuto negli anni settanta ed è basato sulla modernizzazione dell’Islam e la liberalizzazione economica.  Sopravvissuto a cambi di vertice di varia natura, si è sempre allineato con l’establishment, fungendo da barriera allo spettro interno di una rivoluzione di stampo socialista e, soprattutto, proiettando all’esterno l’idea di un soft power.

Nei Balcani e in Asia centrale, aree dove la Turchia ha storicamente maturato importanti vantaggi, proprio grazie alle scuole guleniste, sono stati creati legami culturali ed educativi, con lo scopo di estendere l’influenza geopolitica e soddisfare le esigenze di un mercato in crescita, arrivando a costituire una rete globale, intessuta nelle élite di decine di paesi, che per lungo tempo ha agito come la testa di ponte della politica estera turca.

Dai primi anni del duemila, il Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP) di Erdoğan, in fase di costruzione, stringe un patto strumentale con il movimento gulenista, il quale mette a disposizione i quadri per la pubblica amministrazione e l’esercito e, attraverso i propri mezzi di comunicazione e organizzazioni della società civile, crea un’immagine di alto profilo per la Turchia.  All’inizio della seconda decade, però, l’accordo si spezza su opinioni divergenti riguardo al Partito dei Lavoratori Curdi (PKK), Israele e la corruzione, e cinquantadue esponenti di spicco del gulenismo vengono arrestati, dopo aver fatto scoppiare uno scandalo sulle attività criminali dei figli di quattro ministri, poi dimissionari. Nella narrativa di Erdoğan, il movimento si sarebbe alleato con il PKK, considerato una compagine terrorista, il Partito dell’Unione Democratica, suo affiliato curdo-siriano, e altri gruppi extra-parlamentari, con i quali avrebbe dato inizio alle proteste sedate con violenza del Gezi Park di Istanbul, e proseguito con un primo tentativo di rovesciare il governo nel 2013, culminato nel 2016, secondo la ricostruzione di regime, con l’appoggio degli Stati Uniti di Barack Obama.

L’assassinio di tre attivisti del PKK a Parigi è un esempio drammatico della capacità dei servizi segreti.  Basti ricordare che Erdoğan è arrivato a impiegare le proprie guardie di sicurezza contro i manifestanti fuori dalla residenza dell’ambasciatore a Washington e ha diffidato la Francia che si era pronunciata a favore della causa curda.  La Germania ha avviato discussioni riguardo alle minacce volte alla diaspora turca, e l’Olanda ha espresso preoccupazione in merito al monitoraggio dei turchi residenti da parte dell’autorità religiosa di Ankara, nonostante l’Unione Europea, notoriamente priva di una strategia estera, rimanga in sostanza a guardare, nascosta dietro la foglia di fico di risoluzioni del parlamento, ambigue e inconclusive (luglio 2017 e novembre 2016), pur efficaci per i titoli di giornale.

Il referendum che ha modificato la costituzione, ampliando e accentrando i poteri del mandatario – il presidente punta a restare al comando fino al 2029, è passato con il 51.4 per cento dei voti, in una nazione divisa, in perenne stato di emergenza, dove il “fronte dei traditori” – nelle parole di Erdoğan all’ultimo congresso dell’AKP, è destinato ad aumentare.  Sebbene nessuna delle parti abbia interesse a chiuderlo per prima, nelle presenti circostanze, e dopo tredici anni di tormentati abboccamenti, è difficile immaginare come l’integrazione della Turchia possa riavviarsi.

Inoltre, dal punto di vista turco, l’Europa è più conveniente da rivale che da alleato, e ironicamente proprio la risoluzione del parlamento europeo finisce per fare il gioco di Erdoğan, il cui sostegno popolare si regge in larga parte su sentimenti di antagonismo verso l’occidente contro i quali può fare sfoggio di forza.  L’inettitudine dell’Europa nel trovare un meccanismo controllato dall’unione per gestire il flusso di migranti e rifugiati, e lo stratagemma adottato per bloccare gli ingressi, ha finito per foraggiare uno stato corrotto, autoritario, illiberale e anti-democratico, dove viene censurata la stampa e si parla della reintroduzione della pena capitale.  Non solo ha generato un impasse politico di difficile soluzione, ma ha consegnato a un dittatore un potere di negoziazione che non ha precedenti in nessun altro processo di adesione.

L’occupazione di Afrin, città curda in Siria, è un aspetto ulteriore di questa battaglia senza quartiere che non rispetta né frontiere e sovranità, né il cessate al fuoco dell’Onu.  Di nuovo, la Turchia, che ha beneficiato di traffici illeciti con i territori controllati dall’Isis, pone a rischio la guerra contro le tasche ancora attive del califfato nero nella valle dell’Eufrate sul confine con l’Iraq.  La fanteria curda, della coalizione a guida statunitense, senza la quale non si sarebbe potuta liberare Raqqa, si è spostata dal nord-est per andare a difendere i civili sotto attacco, fra cui le proprie stesse famiglie, costringendo gli americani a occupare posizioni difensive, e quasi azzerando il presidio per arginare il deflusso da questo teatro dei foreign fighters in direzione dell’Europa, dalla Siria centrale, la Giordania o la stessa Turchia.

Lo sberleffo a un’Europa debole e in crisi di identità, non è nemmeno comparabile allo schiaffo inferto alla Nato.  La guerra all’Isis è in stallo a causa di un suo membro, senza che gli Stati Uniti riescano a fargli cambiare rotta.  Erdoğan è intenzionato a proseguire negli altri enclave curdi del nord della Siria – Manbij e Kobani, tuttavia, a differenza di Afrin, sono protette da truppe di terra e aria della coalizione, in una dichiarata campagna di pulizia etnica che vorrebbe spazzare via lo stato curdo, costituitosi de facto nel nord e nell’est della Siria a seguito dell’avanzata contro l’Isis.

Intanto ad Ankara prevale la retorica nazionalista che mette in secondo piano le inchieste per peculato, lavaggio di denaro sporco, e circonvenzione delle sanzioni contro l’Iran per la compra-vendita illegale di petrolio, in cui in momenti differenti sono stati implicati un faccendiere vicino a Erdoğan, arrestato a New York, e suo figlio Bilal.