L’uomo è padrone del proprio destino?

Incertezza, imprevedibilità, ignoranza, fallibilità. Tutte parole che, udite o lette da un liberale, suonano familiari e per nulla spiacevoli. Anzi, esse fanno intrinsecamente parte della condizione umana e, realisticamente, sono specificità che non possono eliminate, benché vi sia stato qualcuno in passato che ha tentato, con esiti disastrosi, di trascenderle.

In un breve, ma pregnante saggio in uscita sul terzo numero della rivista “Paradoxa”, Sergio Belardinelli riflette sull’idea che, per evitare conseguenze spiacevoli – leggasi ritorno a società chiuse e ammantate di pensiero magico-sacrale-superstizioso –, soprattutto in riferimento a chi si trova oggi nel momento di formazione e maturazione personale – processo che, in fin dei conti, dura tutta la vita – la società dovrebbe riscoprire i caratteri ineliminabile dell’essere umano. «Semplicemente credo – sostiene a ragione il Nostro – che in questo tipo di mondo, almeno finché continueranno a esserci gli uomini, ci sarà sempre un elemento imponderabile di imprevedibilità». La lezione hayekiana rimane, in questo senso, ineludibile. La pretesa di poter travalicare le naturali imperfezioni, i limiti che ci rendono uomini, e non già dei, non possono che essere rigettati con disprezzo. Un conto, infatti, è utilizzare con umiltà i mezzi che il progresso tecnico-scientifico ci mette a disposizione. Si tratta, dunque, di considerarli ragionevolmente come strumenti perfettibili per i nostri scopi e utili al fine di migliorare, poco a poco, il nostro benessere. Altra cosa è, invece, impiegarli in modo fideistico e trattarli alla stregua di fini in sé. E, soprattutto, si tratta di non dare per scontato ciò che si è raggiunto con alacrità e fatica durante questo cammino irto di ostacoli. Alquanto verosimile risulta, non a caso, che a un progresso il quale, come tutti i prodotti umani, risente di precarietà e fragilità, possa seguire una fase di regresso. In altre parole, parafrasando Popper, possiamo dire che il prezzo del progresso conquistato e, in generale, della civiltà è l’eterna vigilanza.

Il filosofo-sociologo marchigiano, inoltre, si focalizza sul concetto di rischio. Come egli riporta, una delle idee che vanno più di moda attualmente è quella secondo la quale vivremmo in una Risikogellschaft, ovvero in una società rischiosa. Sulla scorta di quanto scritto da Frank Knight, il rischio può essere definito come «un’incertezza misurabile». In tal senso, gli strumenti scientifico-tecnologici conquistati possono esserci d’aiuto per prevedere limitatamente, si badi, alcuni fenomeni. Ma non possono in alcun modo imbrigliare la realtà in schemi precostituiti e definiti una volta per tutte, com’è tipico del più gretto determinismo e del più ottuso costruttivismo.

Uno dei fondamenti più grandiosi della modernità e, di conseguenza, comportante un altissimo tasso di onerosità, è il “rischiaramento” delle menti, identificantesi, citando Kant, con «l’uscita dell’essere umano dalla stato di minorità di cui egli stesso è colpevole». Ebbene, se non impiegato in modo umile e modesto, tale principio si trasforma ben presto nella più proterva hybris, conducendo l’uomo all’esiziale concezione che tutto possa essere modificato seguendo un piano intenzionale che dà vita esclusivamente ad esiti prevedibili. Nulla di più sbagliato, e per fortuna. Infatti, proprio l’idea che non possa umanamente esistere una mente superiore e onnisciente ci rende liberi e lascia aperta la nostra esistenza alle sperimentazioni le più varie e soggettivamente stabilite. Con le parole di Hayek, «l’uomo non è e non sarà mai il padrone del proprio destino: la sua stessa ragione progredisce sempre portandolo verso l’ignoto e l’imprevisto, dove egli impara nuove cose».

Tornando, così, al saggio di Belardinelli, questi mette in luce come ormai si sovrappongano e, quindi, si confondano incertezza e rischio. Si pensa che l’uomo possa in definitiva tutto controllare e, in tal modo, si opera con presunzione come se la vita e gli eventi siano pure marionette. Logicamente, se ogni cosa è controllabile, calcolabile e manipolabile, il concetto di incertezza viene (apparentemente) spazzato via e sostituito da quello di rischio. Ma il rischio altro non è che il prezzo da pagare per l’esercizio della libertà individuale dovuta, quest’ultima, all’impossibilità gnoseologica che esista una mente sovrumana che tutto sa e tutto dispone. «La società odierna è rischiosa soprattutto perché un sempre maggior numero di eventi dipende dalle nostre scelte, dal nostro potere e dalla nostra libertà», cioè a dire che il tasso di rischiosità odierno è l’altra faccia della medaglia della libertà di cui oggi possiamo godere. Libertà che si accompagna, di necessità, alla responsabilità che si deve sostenere per l’esercizio di scelte individualmente decise. In passato, la fallace credenza che l’esistenza fosse più certa e sicura era per l’appunto un’illusione. Molto semplicemente, ridotto era il rischio, giacché minore era la libertà di scelta e, di conseguenza, più bassi i costi cui si andava incontro. Tuttavia, l’incertezza era, e rimane oggi, la medesima.

Per concludere, è oggi più che mai necessario educare all’incertezza – che è il titolo, non a caso, del saggio dello studioso marchigiano – in quanto, solo tornando consapevoli dei tratti imperfetti e peculiari della natura umana, si possono evitare fraintendimenti perniciosi e tentazioni reazionarie e di chiusura nei confronti della società aperta, come se l’incertezza possa essere estirpata dal nostro mondo. Se crescono i rischi, infatti, è «perché crescono in qualche modo le nostre conoscenze e la nostra libertà». E, pertanto, citando ancora una volta Hayek, «libertà non significa che l’individuo ha nello stesso tempo la possibilità e l’onere della scelta; significa anche che deve subire le conseguenze delle proprie azioni». Una società libera è normale che sia rischiosa. Se ci trovassimo in una società priva di rischi, è probabile che ci troveremmo in una società priva di libertà, ma con la sempre presente incertezza che ci contraddistingue in quanto essere umani.

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