Il rapporto delle Nazioni Unite sul terrorismo globale, che in due decenni è venuto realizzando una sintesi di orientamenti e modelli, è giunto alla tredicesima edizione. Diffuso nella parte iniziale del 2026, indica un calo sostanziale del fenomeno, con una riduzione delle vittime del 28 per cento, e degli attacchi del 22 per cento. Il miglioramento è stato generalizzato, in quanto 81 paesi hanno manifestato evoluzioni positive. Tuttavia, 19 hanno subito un peggioramento e di questi, dato inedito, sette si trovano nella sfera occidentale.
Negli ultimi cinque anni, il 93 per cento delle aggressioni in Occidente è stato compiuto da persone che agivano da sole, ed erano tre volte più determinate a portarle a termine, rispetto a gruppi di due o più individui. Nel 2025, le morti per terrorismo sono esplose del 280 per cento, raggiungendo quota 57. Ciò è stato determinato da azioni con numerose perdite, fra cui l’attentato con un camion a New Orleans, negli Stati Uniti, a gennaio, e la sparatoria di Bondi Beach, in Australia, a dicembre. Altri avvenimenti di alto profilo hanno avuto motivazioni politiche, tra cui l’assassinio del propagandista conservatore statunitense, Charlie Kirk, e l’eliminazione di due membri dello staff dell’ambasciata israeliana, a Washington DC. Vale la pena sottolineare che, malgrado l’ampia copertura mediatica, solo l’1 per cento dei caduti per terrorismo nel mondo apparteneva a territori estranei a conflitti armati.
Un elemento affiora, nondimeno, per la sua importanza. I giovani e i minori interessano il 42 per cento delle indagini del 2025, relative al terrorismo in Europa e Nord America, un aumento di tre volte superiore rispetto al 2021. La tempistica media dell’indottrinamento si è assottigliata e il processo può verificarsi in alcune settimane, grazie alla propaganda online, l’amplificazione algoritmica e lo sfruttamento delle vulnerabilità. Si stima che l’87 per cento dei minori in questione abbia vissuto negligenza in famiglia o abusi psicologici, mentre il 77 per cento abbandono. Il 97 per cento dei crimini è stato intercettato dalle forze dell’ordine, tra il 2022 e il 2025, rispetto al 68 per cento dei complotti di adulti.
I fattori alla base del reclutamento giovanile variano a seconda dell’ubicazione geografica. Se in Occidente, emergono l’alienazione e l’isolamento sociale, in Africa, il 71 per cento indica come presupposto dominante l’adesione ideologica alle posizioni dei gruppi estremisti, e un quarto ha citato la mancanza di opportunità di lavoro. La radicalizzazione del sud del pianeta appare come una delle preoccupazioni urgenti dei cittadini occidentali. Sei dei dieci paesi più colpiti si trovano nell’Africa subsahariana, ormai epicentro internazionale. Il resto rimane concentrato in cinque, dove si è verificato circa il 70 per cento dei decessi: Pakistan, Burkina Faso, Nigeria, Niger e Repubblica democratica del Congo (Rdc).
Il sedicente Stato islamico (Is per la sigla in inglese), e i suoi affiliati, pur continuando a funzionare come una rete poco strutturata, e restando presenti in un numero inferiore di nazioni – da 22 a 15 in sei regioni -, sono stati deleteri nel 2025. Si è verificato un mutamento nella focalizzazione: le offensive nell’Africa subsahariana sono quasi raddoppiate nell’ultimo anno, passando da 111 a 221, mentre in Medio Oriente e Nord Africa si sono abbassate del 39 per cento. Is, Jamaat Nusrat Al-Islam wal Muslimeen (Jnim), Tehrik-e-Taliban Pakistan (Ttp) e al-Shabaab, sono stati insieme responsabili di 3.869 uccisioni, ovvero il 70 per cento di quelle dovute al terrorismo. Tre dei quattro hanno mostrato un ridimensionamento del volume delle esecuzioni, mentre il Ttp è stato l’unico a cagionare un rialzo.
Nonostante i progressi dell’ultimo anno, questi stessi mascherano traguardi nocivi. I jihadisti hanno applicato una ponderata strategia di defalcazione degli assalti terroristici contro i civili. La scommessa si gioca intorno a una conquista graduale del consenso della popolazione locale, e una consolidazione delle giurisdizioni che, nel tempo, si sono acquisite con grande spargimento di sangue. In aggiunta, l’Is sta espandendo la propria attività e solidità economica, imponendo blocchi alle città preminenti, intesi a facilitare traffici illegali e monopoli di beni e risorse.
Per la prima volta, il Pakistan ha occupato il punteggio massimo nell’indice, a seguito di una netta recrudescenza terroristica, anche dovuta al ritorno al potere dei talebani in Afghanistan, nel 2021. Le tese relazioni i vicini, unite all’intensificazione della violenza del Ttp e dell’Esercito di liberazione del Balochistan (Bla), hanno creato significativi rischi per la sicurezza. Il numero di omicidi ha ottenuto un triste record dal 2013, con 1.139 vittime e 1.045 attentati, nel 2025.
Le morti nel Sahel, che include Burkina Faso e Niger, hanno rappresentato gli effetti di oltre la metà del terrorismo su scala globale. In Burkina Faso, il più bersagliato nel 2023 e il 2024, a dispetto di una diminuzione a livello totale nel 2025, ha avuto luogo una recrudescenza nella letalità delle aggressioni, a ragione dell’applicazione sistematica di un modello con episodi di minore frequenza, ma nella sostanza contraddistinti da una maggiore brutalità.
La Nigeria ha registrato un incremento cospicuo nel 2025, con un’impennata dei delitti del 46 per cento, toccando quota 750. Lo Stato islamico della provincia dell’Africa occidentale (Iswap) e Boko Haram sono stati rei di incursioni, passate da 20 nel 2024 a 92 nel 2025, e dell’80 per cento di tutti gli assassinii nazionali per terrorismo. Pure la Rdc ha visto un balzo sostanziale, guadagnando la peggiore posizione di sempre. I decessi sono lievitati del 28 per cento, arrivando a 467, a causa delle scorrerie perpetrate dalle Forze democratiche alleate (Adf), associata all’Is, che hanno preso di mira civili, chiese, ospedali e funerali.
In Somalia, sebbene le vittime siano decresciute per il terzo anno consecutivo, Al-Shabaab ha lanciato l’offensiva di Shabelle, a principio del 2025, assoggettando posizioni governative nella zona centrale. Entro la metà dell’anno, il gruppo era avanzato fino a 50 chilometri da Mogadiscio, sfruttando la transizione fra le missioni di pace dell’Unione africana, le fratture politiche tra il governo e gli stati federali, e un canale di approvvigionamento di armi dagli houthi yemeniti.
Il rapporto mette, inoltre, in luce che la vicinanza alle frontiere è una caratteristica distintiva del terrorismo contemporaneo. Nel 2025, il 41 per cento degli attacchi si è verificato entro cinquanta chilometri da un confine internazionale, e il 64 entro i cento, con una flessione del 23 superati i cento chilometri. I vuoti di autorità nelle fasce frontaliere, spazi in cui il controllo statale è più debole, e l’incapacità dei paesi di gestire con efficacia la controinsurrezione transnazionale, sono stati chiave nella diffusione e permanenza di focolai in diverse aree, fra cui si annoverano i confini tra Colombia e Venezuela, Afghanistan e Pakistan, l’area trifronte del Sahel centrale, e il bacino del lago Ciad.
Il deterioramento del quadro geopolitico apre prospettive incerte per il 2026 e gli anni a seguire. La guerra scatenata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran amplia il pericolo di futuri attacchi terroristici per procura, diretti ai responsabili e i loro alleati, e un’escalation nell’intera regione. Il crollo delle Forze democratiche siriane curde nel nord-est della Siria, e le evasioni di massa di ex combattenti dell’Is dai campi di detenzione, influenzeranno il contesto in Siria e Iraq, dove l’Is ha annunciato una nuova campagna predatoria.
E, ancora, non è destinato a sparire l’utilizzo di droni in Colombia, per mano delle forze armate dissidenti, ispirato alle infelici innovazioni belliche ucraine, con 77 attacchi di questa natura nel biennio 2024-2025, e un rincaro delle morti del 70 per cento. Come non si allenteranno la polarizzazione politica, e gli attentati a questa relazionati, espansi quasi del 20 per cento nel 2025, con il 75 per cento del totale in Sudamerica. Ed è improbabile che, in Occidente, le condizioni di fondo che hanno determinato l’accrescimento del terrorismo vengano rimosse, se pensiamo a quanto accaduto a Berlino pochi giorni fa, durante il Christopher Street Day, quando un terrorista di ventuno anni si è scagliato con un furgone sulla folla, provocando un morto e 29 feriti.
Il rapporto, quindi, conclude che un certo cambiamento nella lotta al terrorismo, osservato nel 2025, potrebbe rivelarsi una tregua temporanea. Nel loro insieme, queste crisi convergenti suggeriscono tutt’altro che l’avvio di una tendenza favorevole duratura.
Esperta internazionale in inclusione sociale, diversità culturale, equità e sviluppo, con un’ampia esperienza sul campo, in diverse aree geostrategiche, e in contesti di emergenza, conflitto e post-conflitto. In qualità di funzionaria senior delle Nazioni Unite, ha diretto interventi multidimensionali, fra gli altri, negli scenari del Chiapas, il Guatemala, il Kosovo e la Libia. Con l’incarico di manager alla Banca Interamericana di Sviluppo a Washington DC, ha gestito operazioni in ventisei stati membri, includendo realtà complesse come il Brasile, la Colombia e Haiti. Ha conseguito un Master in Business Administration (MBA) negli Stati Uniti, con specializzazione in knowledge management e knowledge for development. Senior Fellow dell’Università Nazionale Interculturale dell’Amazzonia in Perù, svolge attività di ricerca e docenza in teoria e politica della conoscenza, applicata allo sviluppo socioeconomico. Analista di politica estera per testate giornalistiche. Responsabile degli affari esteri ed europei dell’associazione di cultura politica Liberi Cittadini. Membro del comitato scientifico della Fondazione Einaudi, area relazioni internazionali. Ha impartito conferenze, e lezioni accademiche, in venti paesi del mondo, su migrazioni, protezione dei rifugiati, parità di genere, questioni etniche, diritti umani, pace, sviluppo, cooperazione, e buon governo. Autrice di libri e manuali pubblicati dall’Onu. Scrive il blog di geopolitica “Il Toro e la Bambina”.