Impeachment? Non siamo negli Stati Uniti

Che il momento storico sia senza precedenti lo dimostra come si torni dopo decenni a sfogliare i manuali di diritto costituzionale alla voce articolo 90: alto tradimento e attentato alla Costituzione, i due reati per i quali il Capo dello Stato può essere messo in stato d’accusa. Era dagli ultimi giorni del settennato di Francesco Cossiga che non se sentiva parlare. 

Facciamo chiarezza. L’ordinamento italiano prevede una procedura molto più complessa e farraginosa rispetto alla velocità che connota l’impeachment di matrice anglosassone. Mentre negli Stati Uniti la Camera dei rappresentanti assume le vesti di accusa e il Senato quelle di giudice, la nostra messa in stato d’accusa prevede invece che a giudicare il Capo dello Stato sia la Corte Costituzionale, con il Parlamento chiamato qui a sostenere l’accusa, e non a giudicare. Tutto questo dopo un lunghissimo iter speciale in Parlamento e una integrazione della composizione stessa della Corte Costituzionale, chiamata ad emettere una sentenza di destituzione inappellabile.

È forse la complessità di questo scenario processuale che fa dell’impeachment italiano l’oggetto misterioso di queste ultime ventiquattro ore, sia per gli osservatori che per chi lo richiama nei palazzi e nelle piazze. Di certo sappiamo che in passato iniziative simili contro Giovanni Leone e lo stesso Cossiga fallirono clamorosamente. Lo scenario impervio e drammatico di una messa in stato d’accusa è avvolto dal mistero anche per la poca dottrina che ne ha scritto. Livio Paladin parlava di “eventi quasi impossibili da verificarsi” e la stessa Carta non chiarisce in che cosa consista l”alto tradimento” e “l’attentato alla Costituzione”.

Il richiamo all‘articolo 283 del codice penale, l’attentato contro la costituzione dello Stato, non appare poi adatto a fare chiarezza perché la sua formulazione riprende la vecchia dizione della norma, risalente al 1930 e quindi precedente alla Costituzione repubblicana. Ed infatti, annota qualche studioso, la parola “costituzione” è scritta in minuscolo. 

Insomma: il destino della Repubblica è da sempre, per volontà dei padri costituenti, in mano agli interpreti politici e giudiziari immaginari di un processo dato impossibile a verificarsi. La messa in moto di un procedimento in stato di accusa si incastrerebbe in una serie di novità clamorose che hanno già contraddistinto questa terza repubblica come gli ottantacinque giorni di crisi, le consultazioni trasversali e allo stesso tempo simmetriche, mandati esplorativi e incarichi ma è assai probabile che, come la storia insegna, il tentativo non avrà seguito.

Evocare l’impeachment nelle piazze, infatti, è forse il solo preludio di una campagna elettorale che mai come in questo turno sarà aggressiva. Mentre la lunga strada dell’impeachment imporrebbe viceversa tenere in vita questa legislatura, rinunciando alla tentazione delle urne dopo agosto e di un nuovo governo in autunno. 

Certo. Mai una riserva di un incarico di governo era stata sciolta negativamente di fronte al Capo dello Stato a causa di un singolo ministro. E per la prima volta dal 1987, Governo Fanfani VI, un governo in carica non otterrà la fiducia del Parlamento alla sua prima uscita. E se sommata alla prima volta nella storia della Repubblica di una legislatura mai nata e di due elezioni politiche consecutive ben si hanno presenti le conseguenze della storica mossa di Mattarella. Ma probabilmente insufficiente per evocare l’attentato alla Costituzione e instaurare quindi un processo pubblico nei confronti del Capo dello Stato.

Quell’Italia eretica che da un secolo spaventa l’Europa

Novantanove anni dopo quel 1919 che segnò l’anno zero per l’Italia e mezza Europa, con la (possibile) nascita del primo governo totalmente al di fuori delle tre grandi famiglie politiche tradizionali, di nuovo, il nostro Paese si presta a divenire una mina vagante all’interno di un quadro che sembrava pochi anni fa immutabile.

Per la prima volta nell’Europa dei fondatori, nell’occidente dell’alleanza atlantica, a guidare un governo saranno presumibilmente proprio quegli schieramenti che hanno reclamato, prima e durante la campagna elettorale, una posizione apertamente critica verso l’euro e i pilastri dell’europeismo e dell’atlantismo: una novità che nel vecchio continente è destinata a creare un precedente per ora unico ma che è già storico.

In verità l’Italia, da questo punto di vista, ha rappresentato da sempre un laboratorio peculiare di novità e contraddizioni. Il fascismo, nato proprio nel 1919, rappresentò senza dubbio la novità più importante dal punto di vista politico del primo dopoguerra e le cui conseguenze influenzarono per i circa trent’anni successivi la storia europea e del pensiero politico. Come pure, da precursore della tradizione delle destre nazionaliste, quello italiano fu il primo e l’unico sistema che non conobbe per oltre quarant’anni la democrazia dell’alternanza pur vantando – altro primato – il più grande e votato partito comunista dell’intero Occidente.

Tra i molti primati sperimentali ve n’è, come detto, uno nuovo e tutto da sperimentare. L’elettorato di uno dei Paesi per tradizione e cultura tra i più europeisti ha decretato il successo (che va ben oltre il 50% dei consensi) di due formazioni politiche apertamente critiche, a tratti ostili, verso i principi e le politiche economiche fondamentali dell’Europa comunitaria prima e di quella “unitaria” poi. Non solo.

A differenza degli altri partner europei, che pure hanno conosciuto nel corso di questi ultimi anni l’emergere di forze anti-sistema, in Italia si è assistito al crollo completo delle principali forze filo-europeiste: mentre in Francia, in maniera minore in Germania e con fattori differenti anche nel Regno Unito le recenti elezioni hanno sempre visto una formazione politica filo-sistema competere contro una anti-sistema, alla fine dimostratasi perdente o minoritaria. In Italia, viceversa, durante le scorse elezioni tale competizione non ha avuto luogo, costringendo gli analisti a post-analizzare i programmi dei due vincitori per comprendere non tanto quale partito fosse più europeista ma, piuttosto, quale fosse quello meno anti-europeista.

Le conseguenze di questo nuovo equilibrio sono subito evidenti. Sia il Movimento 5 stelle sia la Lega hanno a più riprese sostenuto in politica estera posizioni più vicine a quelle della Russia che a quelle della Nato. Di nuovo, per la prima volta, in Europa, se si esclude la Polonia e l’Ungheria, è sulla carta ora possibile mettere in atto molte di quelle politiche sovraniste definite dal Quirinale “seduzioni seducenti ma inattuabili” ma che inevitabilmente incideranno non poco sull’opinione pubblica e sulle politiche dei partners comunitari. Comunque andrà è evidente che a Bruxelles lo status quo ha ormai vita breve di fronte a quel vento della novità che, ancora una volta, soffia dal Belpaese.

I precedenti storici vagamente elencati dimostrano come, nell’immutabile Italia gattopardesca, quelle poche novità politiche emerse nella sua storia hanno alla fine influenzato e non poco la storia dell’Europa e del mondo occidentale. E questa pagina che ci si appresta a scrivere si candida ragionevolmente e probabilmente a mutare quell’ancien régime comunitario che, oggi più che mai, appare agonizzante e incapace di rinnovarsi dall’interno.

Elezioni, 2 dati che ci riportano al 1994

Bastano due dati molto semplici per comprendere come questa campagna elettorale sia probabilmente solo il preludio ad una nuova, ennesima, fase di transizione, proprio sulla falsariga di quanto accaduto nel 1994.

1) Le leggi? Quasi tutte per decreto

Dei leader degli schieramenti, infatti, solo Piero Grasso e Luigi Di Maio siedono in Parlamento e sono entrambi alla loro prima legislatura mentre né Berlusconi, né Renzi (senza dimenticare Beppe Grillo, nonostante il suo recente secondo “passo di lato” senza dimenticare lo stesso Matteo Salvini) fanno parte del massimo organo rappresentativo del Paese.

Un fenomeno che fa riflettere su quanto il potere legislativo nelle ultime legislature sia stato ormai relegato ad un ruolo di secondo piano rispetto all’esecutivo che, viceversa, non è mai stato così centrale nella storia repubblicana quanto oggi.

301, infatti, sono i progetti di legge di iniziativa governativa licenziati da questo Parlamento mentre, solo 97, sono quelli di matrice legislativa. Un bilancio che, in caso di stallo dopo il 4 marzo, porterà probabilmente o ad un ritorno preponderante delle due Camere, vista l’esiguità di qualunque maggioranza possa uscire dalla consultazione elettorale oppure, sulla scia di quanto già avvenuto nel 2013, ad un nuovo ruolo centrale del Governo, la cui composizione politica è oggi ben lungi dall’essere prevista con una relativa certezza.

2) Il Rosatellum e l’ingovernabilità

Il secondo aspetto poi, ancora più originale, riguarda la nuova previsione del Rosatellum 2.0 relativamente al “capo politico” del partito che si presenta alle elezioni. Non è un mistero come, con ogni probabilità, nessuno dei “capi” indicati dalle forze in campo ha già oggi concrete chance di guidare il prossimo governo.

Due paradossi, questi, che già tracciano la grande novità dello scenario post-voto. Ma quali saranno le opzioni in campo, soprattutto se il centrodestra, la coalizione data avanti da tutti i principali istituti di rilevamento, non dovesse arrivare al fatidico 40% che con ogni probabilità blinderà la maggioranza?

“L’impossibile maggioranza”

Va detto anzitutto che, pallottoliere alla mano, anche con una cifra inferiore al 40%, non è possibile escludere, e lo studio del Sise lo conferma, che attorno al 38-39% non vi sia un relativo spazio di manovra per comporre una maggioranza chiara, per quanto non imponente.

Nonostante ciò, tuttavia, anche in caso di maggioranza autosufficiente, permangono molti dubbi sul mantenimento dello schema politico disegnato dai partiti del centrodestra per il nuovo Governo. Mai come oggi, infatti, anche all’interno delle coalizioni (e quella di centrosinistra, per quanto meno variegata e più formato bonsai non fa eccezione) a prevalere sono le battaglie e i programmi delle singole forze politiche.

Di “programma comune”, stile scrivania di Porta a Porta del 2001, c’è oggi ben poco e a fare la differenza non sarà più la coalizione e il suo programma ma i rapporti di forza al suo interno e, soprattutto, i rispettivi cavalli storici dei partiti. Ma se il centrodestra, con Forza Italia in primis, oggi molto più avanti rispetto al Pd e ai suoi cespugli, sulla carta ha a disposizione un relativo margine di manovra anche per alleanze politiche post-voto. 

Nel campo centrosinistra ci si interroga su come operare in caso di sconfitta, soprattutto se si confermerà, come rilevano i sondaggi, il terzo posto del Pd e della sua coalizione dopo il centrodestra e il MoVimento Cinque Stelle.

In campo c’è la prassi, che per quanto non risalente nel tempo, potrebbe sbloccare l’impasse: nel 2013, con percentuali analoghe e rapporti di forza simili (anche se il centrodestra oggi è ben sopra la percentuale poi effettivamente confermata nelle urne per la ex coalizione di centrosinistra “Italia bene comune”) l’incarico di formare il governo andò proprio al Pd, nonostante fosse arrivato secondo, dietro ai cinque stelle.

E il primo esperimento politico, non tecnico, di governo di larghe intese si risolse, dopo l’incarico esplorativo a Bersani e quello a Enrico Letta, con un governo Pd-Pdl-Scelta civica. Nonostante uno scarto minimo (29,55 il centrosinistra e 29,18% il centrodestra) nel nuovo governo furono 8 i ministri di provenienza Pd mentre solo 4 vennero assegnati al PdL berlusconiano. Uno schema, dunque, molto utile a sbrogliare a matassa in caso di stallo.

Rimane poi in campo una terza ipotesi, quella di un completo rimescolamento delle carte, che con sé decreterebbe la fine del Rosatellum già all’inizio della neonata XVIII legislatura: M5S, Lega e altre forze politiche minori potrebbero raggiungere da soli, in caso di una discreta affermazione nella quota uninominale di entrambi i partiti (il vero premio di maggioranza “occulto” di questa legge elettorale), la maggioranza relativa e quindi reclamare la possibilità di formare il nuovo governo.

Se nel 2013 i risultati portarono ad una situazione senza alcun precedente nella storia parlamentare italiana, lo scenario rischia di far sembrare lo stallo di cinque anni fa un lontano ricordo. Da mesi al Quirinale si esamina con dovizia ogni possibile sfumatura per prepararsi, dopo l’insediamento del nuovo Parlamento, al prossimo giro di consultazioni che già si preannuncia unico e forse irripetibile.

Ma sarà un’altra scadenza, che spesso passa sotto traccia, a determinare gli equilibri dei colloqui che il Capo dello Stato intratterrà con le forze politiche: le elezioni dei presidenti delle due Camere.

Come con l’elezione di Franco Marini e Piero Grasso, sarà infatti questo passaggio a indirizzare la scelta del Quirinale. Per la prima volta da anni lo spauracchio di due presidenti eletti due maggioranze diverse si fa sempre più concreto, forse perché, come temono al Colle, in questo caso la XVIII legislatura repubblicana, nascerebbe già morta.

E con una legge elettorale tutta, ma tutta, da rifare.

Una legge contro le fake news è come concedere la Var alla politica

Le fake news rappresentano il più grande e dibattuto falso problema di questo scorcio d’inizio di campagna elettorale. Da oltre tre anni, talvolta in modo anche serio, la politica ha tentato di occuparsi e regolamentare la presunta emergenza fake news, un fenomeno sempre più presente sul web. Ciò che perdiamo di vista è l’importanza, piuttosto, della veridicità delle informazioni aggiuntive che vengono diffuse dai media su notizie vere, siano esse inchieste o dichiarazioni.

Le fake news esistono da secoli: una stessa notizia, negativa per alcuni organi di informazione è, da quando esiste il giornalismo, celebrata da altri. Alcune prese di posizione sui procedimenti giudiziari, ad esempio, che inducono alcuni media a chiedere con sempre più frequenza le dimissioni di alcune personalità politiche cambiano così, nella stessa testata, magicamente d’indirizzo nel giro di una notte. Ecco che la politica del sospetto si trasforma in un peloso garantismo se ad essere coinvolti sono esponenti politici graditi ad una certa linea editoriale.

Non senza un certo smarrimento da parte del lettore medio del web che magari, forma le proprie opinioni politiche in base, e solo in base, a ciò che preferisce leggere. Un caso non certo infrequente in un’era di partiti-potentati fluidi e sempre meno strutturati che devono la propria presenza massiccia nel panorama politico ad un simbiotico accostamento a fatti di cronaca, palesemente indirizzati per suscitare l’interesse dell’utente medio o per carpire la sua indignazione per meri scopi di audience.

Non raro nella preparazione del commento di notizie è il ricorso all’opinione di un esponente politico il cui merito è solo quello dell’essere accostato praticamente in via esclusiva a questo o quel fatto di cronaca. Da oltre vent’anni esistono trasmissioni televisive incentrate su un teorema ai limiti del divino verbo il cui successo è determinato semplicemente dalla polemica, certa, tra gli ospiti palesemente interpellati perché garantiscono solo e soltanto la contrapposizione dialettica. Con buona pace dei contenuti.

Ecco, tutto questo mare magnum non rientrebbe in ciò che chiamiamo fake news lasciando il monopolio delle “border” news a giornali e siti web, ancora liberi di plasmare la notizia secondo criteri preordinati. Piuttosto bisognerebbe comprendere come l’entità preposta a decidere in merito alla pubblicazione di determinate notizie possa parametrare la veridicità di alcune news (marginali perlopiù) in base a semplici (o complessi) algoritmi viaggianti su un meglio non qualificato natural language processing.

Lo Stato paternalistico, col timore che il popolino possa essere indotto a credere a bufale che sovente si palesano come tali anche ad una entità inanimata interviene limitando inesorabilmente quelle poche ma essenziali declinazioni dei principi liberali e democratici in questo settore. Mentre poi continua a tacere su tutto il resto. Sentiremo ancora parlare di antilopi, caimani e mostri nell’attesa spasmodica che una sentenza definitiva celebri l’innocenza dell’antilope, del caimano o del mostro. Con buona pace dei lettori indotti, per anni, a credere il contrario.

E poco importa che ad essere rimossa, grazie a questo filtro, sarà qualcosa di simile ad una presunta foto di un gruppetto di politici ad un funerale mentre la gogna mediatica costruita ad arte da alcuni giornali furbetti è destinata a rimanere viva e presente anche dopo una sentenza che, magari, attesta il contrario di ciò che si è scritto e diffuso per anni. E chissà come ci si proporrà di intervenire di fronte ad una politica sempre più portata a smentire se stessa già solo poche ore dopo una certa dichiarazione rivelatasi controproducente. Ovvio.

Probabilmente con un’altra fake news, costruita ad arte e diffusa scientificamente per seppellire la vera news precedente, ora divenuta scomoda sotto il punto di vista del consenso elettorale. Una sorta di Var per l’arena politica della quale non sentivamo affatto il bisogno. Gran parte delle fake news sono promosse dalla politica e credere davvero che possa essere essa stessa a regolamentare efficacemente questo settore ci porterebbe a pensare che, alla fine, un Dracula alla guida della Croce rossa, farebbe pure un ottimo lavoro.

Pure in Austria soffia il vento della destra

L’ondata della destra europea ritrova vigore proprio dove, solo pochi mesi fa, sembrava esser-si inesorabilmente fermata. L’Austria, dopo anni di larghe intese tra socialdemocratici e democristiani, ha voltato pagina premiando cosi, con oltre il 31%, l’esponente popolare dell’Ovp Sebastian Kurz, trentunenne già ministro degli esteri e, da ieri sera, il più giovane capo di governo del mondo.

Con una cavalcata a tempo di record e grazie ad una leadership fortemente spostata su posizioni di destra Kurz ha dato così il via ad un nuovo corso che condizionerà fortemente non solo il futuro del paese ma gran parte della politiche migratorie e umanitarie dell’Unione Europea.

«Vi posso promettere che da oggi lotterò con tutte le mie forte per cambiare questo Paese, ha detto Kurz. L’immigrazione, infatti è stato il vero e unico tema di questa campagna elettorale, celebratasi con un anno di anticipo rispetto alla scadenza naturale della legislatura a causa della rottura della grande coalizione che vedeva i socialdemocratici dell’Spo e i popolari dell’Ovp governare assieme dal 2007 sulla falsariga di quanto accadeva nella vicina Germania.

Grazie ad una serie di decisioni storiche, tra cui quella di personalizzare fortemente il proprio partito ribattezzandolo Lista Kurz, camuffando così la non brillante esperienza al governo dei suoi predecessori ma, soprattutto, quella di scippare al partito di estrema destra Fpo guidato dal delfino di Haider Heinz-Christian Strache i classici cavalli di battaglia delle forte xenofobe ed euroscettiche, Kurz è riuscito rapidamente a recuperare lo svantaggio iniziale di quasi dieci punti percentuali e superare Strache, indicato fino a qualche settimana fa come sicuro vincitore di questa competizione elettorale.

All’insegna della promessa di difendere i confini dell’Austria contra le quote migranti imposte da Bruxelles, dimezzando addirittura i contributi ai rifugiati, e di risolvere, una volta per tutte, l’annosa questione della cosiddetta rotta balcanica, Kurz ha saputo abilmente anche intestarsi In battaglia dell’anti-islamismo, facendo cosi leva sulla paura dei recenti attentati che da Parigi a Berlin ha notevolmente ingrossato il consenso elettorale delle form anti-sistema.

Non c’e dubbio che sia stata proprio questa inversione di rotta programmatica del nuovo Ovp a far lievitare la popolarità del giovanissimo leader, diventato nel giro di poche settimane un’autentica icon soprattutto per il suo stile originate che ha fatto passare in secondo piano le feroci critiche sulla sua inesperienza e sul mancato completamento del ciclo di studi universitari.

Gli oltre sei milioni cli elettori hanno così punito i socialdemocratici dell’Spo, l’altro partito storico dell’establishment austriaco al quale non è bastato lasciare il governo dell’Austria con un tasso di disoccupazione al solo 5,6% e un prodotto interno lordo in crescita a ben oltre i due punti e mezzo percentuali.

L’Spo del cancelliere uscente Kern, protagonista durante questa campagna elettorale di una polemica trasversale a suon di accuse di spionaggio, andrà, a meno di clamorosi ripensamenti da ambo le parti, all’opposizione, in linea con quanto dichiarato dal futuro cancelliere che aveva escluso a più riprese ogni ipotesi di riedizione della Grosse Koalition.

Pur fagocitato dal partito popolare, l’Fpo, grazie ad un clamoroso testa a testa con il partito socialdemocratico, è diventato così l’alleato più probabile del futuro governo di Kurz, un esecutivo che, caso unico in Europa, vedrebbe la presenza determinante dell’estrema destra, mai cosi forte in termini percentuali in nessun alto paese comunitario.

Dopo la netta affermazione del partito gemello tedesco Alternative fur Deutschland un altro grattacapo per l’Europa e, contemporaneamente, l’ennesima riscossa per la destra oltranzista, data prematuramente per moribonda dopo la cocente sconfitta di Marine Le Pen in Francia.

La guerra fredda ai tempi di Trump e Kim Jong-Un

L’escalation di tensione che sembra portare sempre più allo scontro l’America di Trump e il regime comunista di Kim-Yong Un fa, di questa torrida estate, una stagione raggelante sotto il punto di vista diplomatico e militare.

I nuovi venti di guerra fredda che paiono investire il nuovo equilibrio mondiale si fanno, infatti, sempre più concreti con l’ennesima provocazione missilistica di Pyongyang e le minacce di ritorsione da parte dell’America di Trump e dei propri alleati a Tokyo e Seoul.

Dopo un’iniziale altalenante e controverso rapporto diplomatico tra i due attori durante il quale Washington aveva addirittura ridicolizzato il presunto pacchetto nucleare in mano a Kim, gli ennesimi test nel Pacifico hanno finalmente denunciato, per chi avesse ancora dubbi, la pericolosità della corsa agli armamenti della Corea del Nord e il potenziale devastante che potrebbe scaturire da un eventuale show-down.

Ancora una volta, gli Stati Uniti, si sono fatti trovare impreparati a questo ennesimo spettacolo propagandistico e, come durante l’amministrazione Obama, la proverbiale potenza americana sembra quasi essere data per morta, dopo i fallimenti in Libia e Iraq e i continui tentennamenti del presidente-magnate, troppo preso, in questi ultimi due mesi, a fronteggiare un Paese in agitazione per le rivelazioni a singhiozzo sul Russiagate e per le costanti tensioni sociali ed etniche che continuano ad insanguinare la cronaca interna.

Paradigmi, ad oggi, non ce ne sono: non sappiamo né, conoscendo Trump e suoi, potremmo scommettere su quale sarà il tipo di reazione che gli Stati Uniti vorranno contrapporre alla costante minaccia coreana. Fatto sta che, in circa otto mesi di lavoro, alla Casa Bianca, di politica estera ci si occupi poco e nulla e la facilità con cui Kim pone in atto questa lunga e preoccupante serie di provocazioni ne è la dimostrazione. Non che una via di uscita sia semplice.

La Corea del Nord è, come noto, con i suoi cinque milioni di uomini, il Paese con più forze di riserva militari e il terzo esercito mondiale; strategicamente, dato anche il pur rudimentale ma sempre potenzialmente troppo devastante arsenale atomico, un conflitto sulla falsariga di quello afgano od iracheno appare impossibile da mettere in atto e l’ipotesi, veleggiata da decenni a Pennsylvania Avenue, di un foraggiamento di un eventuale colpo di stato che rovesci la famiglia Kim, al potere dal 1948, non appare ancora tecnicamente praticabile senza un coinvolgimento diretto ed indiretto dell’unico alleato rimasto ai nordcoreani, quella Cina che ad inizio agosto ha, per la prima volta da anni, censurato pubblicamente e in via ufficiale la spericolata politica di Kim votando all’Onu a favore di nuove sanzioni.

E con ogni probabilità, a fronte di un progressivo avvicinamento tra Pechino e Washington, è proprio questa la via, allo stato degli atti, più accreditata per porre freno alle velleità nordcoreane.

Se soluzione dal punto di vista “politico” mai ci sarà, magari con una sostituzione di Kim, non c’è alcun dubbio che protagonista di questo scenario debba essere in primis proprio Pechino, senza la cui influenza ogni passo in estremo oriente di Trump oggi, come di Obama ieri, rischierebbe un devastante fallimento che provocherebbe, stavolta in modo definitivo, il tramonto dell’influenza americana in uno dei suoi molti “giardini di casa”.

Atac, tutte le strade portano a Roma (e si fermano lì)

E dire che Roma le ha provate tutte. Da sinistra a destra, passando per l’esperimento a cinque stelle il declino sociale ed economico che investe una delle più antiche metropoli del mondo appare inesorabile.

Non si tratta solo di debiti e fondi mancanti: a Roma manca una idea, manca un obiettivo strategico che le permetta di tornare, come meriterebbe, nel novero delle moderne capitali del mondo occidentale.

La già nota situazione delle condizioni delle reti idriche, grazie ad un abile e tragicomico rimpallo tra diverse amministrazioni politiche, ha portato alla luce una criticità che a Roma, in quasi duemilaottocento anni di storia, non si era mai vista né sentita, rendendo così l’idea di quanto tale realtà urbana stia regredendo sempre di più rispetto al suo storico e risalente passato.

Nell’antichità nessuna civiltà aveva retto per così tanti secoli al corso degli eventi come Roma, la quale, invece, seppe rappresentare una felice eccezione proprio per il livello di raffinatezza e di modernità nella costruzione di strade ed acquedotti tramite i quali riuscì a governare un vastissimo territorio che si estendeva dalla Scozia all’Iraq.

Una capacità che, in questi ultimi vent’anni, sembra essersi persa nel mare magnum di una burocrazia elefantiaca che sta relegando, progressivamente, la Capitale d’Italia nelle peggiori posizioni delle classifiche settoriali.

I problemi finanziari ed amministrativi di Atac hanno reso il trasporto pubblico locale uno degli esempi più imbarazzanti di modello a gestione pubblica che continua, anno dopo anno, a consegnare ai romani una serie record di inefficienza, facendo così strage dei più elementari principi di buon andamento della pubblica amministrazione.

Basti pensare che, rispetto a soli tre anni fa, sono più di seicentomila le corse su strada soppresse e per più del cinquanta per cento a causa dei continui guasti alle vetture che raggiungono, a loro volta, la veneranda età media di dodici anni per mezzo.

Come se non bastasse, in sfregio ai più elementari principi dell’aritmetica gestionale, siamo di fronte ad una azienda la quale, pur potendo contare su circa dodicimila dipendenti, produce ed incassa meno rispetto ad aziende omologhe del settore che contano, invece, su un numero decisamente minore di occupati.

Rimane un mistero, quindi, come possano essere annullate circa il cinquanta per cento delle corse della metropolitana a causa della mancanza del personale.

Non solo. Se pure fossimo di fronte ad un modello di servizio pubblico sano ed efficiente, paradossalmente, la situazione non cambierebbe molto.

I circa seimila chilometri di strade, dal centro storico alla periferia, sono infatti disseminati, per circa l’ottanta per cento, da avvallamenti che misurano più di trenta centimetri. Ripararli costerebbe circa un miliardo di euro, quasi la stessa cifra del costo che la pubblica amministrazione dovrebbe sostenere per ripianare la situazione debitoria di Atac.

Grazie a questi numeri, riferiti al solo comparto del trasporto pubblico locale e della viabilità, oggi, la Capitale d’Italia sta riscrivendo la sua storia al contrario, smentendo così quelle regole basilari che vedono l’accesso all’acqua e il funzionamento, pur minimo, del trasporto pubblico come le basi per la vita di una comunità moderna e civile in tempo di pace.

Chissà se, tra vent’anni, si riuscirà pure a cambiare gli storici aforismi che, a distanza di millenni, ricordavano l’Urbe come il centro del delle vie mondo: da tutte le strade portano a Roma a tutte le strade si fermano a Roma il passo è, mai come stavolta, a portata di mano.

Camere penali, boom-firme per la separazione delle carriere

Sono circa 55.000 le firme raccolte dall’Unione delle Camere penali italiane in favore della proposta di legge costituzionale di iniziativa popolare per la separazione delle carriere nella magistratura. Partita all’inizio del mese di maggio la campagna, una delle più vaste della storia recente dell’avvocatura, ha quindi già raggiunto con quattro mesi di anticipo la soglia delle 50.000 necessarie per la presentazione del ddl in Parlamento.
Tra le forze politiche la proposta Ucpi ha trovato l’adesione di uno schieramento trasversale di esponenti tra i quali figurano anche il vicepresidente della Camera Giachetti, il segretario della Lega Salvini, il ministro degli affari regionali Costa, il presidente della Commissione esteri della Camera Cicchitto, il governatore della Regione Liguria Toti e gli ex ministri Terzi di Sant’Agata e Marzano che si aggiungono ad associazioni e partiti come la Fondazione Luigi Einaudi, il Partito Radicale e il Partito Liberale.
“Nonostante il risultato raggiunto la campagna di raccolta proseguirà anche d’estate, nelle piazze e nei tribunali di tutta Italia. Abbiamo dimostrato come questo tema sia sensibile non solo per l’avvocatura ma anche per migliaia di cittadini estranei alle tematiche che attengono la giustizia. Non solo. Grazie ad una campagna di comunicazione attraverso i social siamo riusciti a coinvolgere moltissimi giovani, un dato particolarmente importante e che dimostra come il tema sia sentito dalle nuove generazioni” ha commentato Anna Chiusano, vicepresidente del Comitato promotore della raccolta che al vertice vede il presidente dei penalisti Beniamino Migliucci e tra i componenti giuristi come Gaetano Pecorella e Marcello Gallo.
Il disegno di legge Ucpi mira a non solo a distinguere nettamente le carriere tra giudici e pubblici ministeri ma promuove, inoltre, la costituzione di due consigli superiori della magistratura distinti, uno per quella giudicante e uno per quella inquirente. “Solo così – ricorda Migliucci – si potrà veramente dare attuazione all’articolo 111 della Costituzione che stabilisce la terzietà del giudice all’interno di un vero giusto processo, esattamente avviene in gran parte degli ordinamenti europei dove la separazione delle carriere è la regola e non l’eccezione”.
Più di cento sono le camere penali italiane coinvolte nella raccolta che prosegue, anche in questi giorni, in numerose località d’Italia. “Emblematico è il dato che riguarda i territori: sono circa 7000 le firme raccolte solo nella Sicilia, la regione che ha totalizzato più consensi. Seguono in questa classifica l’Emilia Romagna, il Lazio e la Campania che hanno raccolto, da sole, oltre 15.000 sottoscrizioni. Riguardo le città spicca il primato di Brindisi che, da sola, ha totalizzato oltre 2500 firme mentre molti centri minori come Modena, Tivoli, Nola, Santa Maria Capua Vetere, Patti e Messina viaggiano sopra le mille firme a testa” ha dichiarato Giuseppe Belcastro, Coordinatore del Comitato organizzatore delle Camere Penali.
Il bilancio della raccolta e le prossime iniziative politiche saranno poi oggetto del congresso straordinario Ucpi del 6, 7 e 8 ottobre che quest’anno sarà organizzato dalla Camera Penale di Roma, la città, tra i grandi centri, che ha raccolto più sottoscrizioni in questi primi due mesi di raccolta.
“Sarà l’occasione per approfondire non solo il tema della separazione delle carriere ma anche gli altri numerosi fronti che riguardano la politica e l’ordinamento giudiziario grazie al contributo di esponenti della politica, del giornalismo, della cultura e dell’accademia” dichiara il presidente della Camera Penale di Roma Cesare Placanica.

Macron, Merkel e l’Europa del terzo millennio

Si fa presto a dire Europa. A venticinque anni da quel Trattato di Maastricht che sancì la nascita di una superpotenza economica e che pose le condizioni per la creazione di una nuova forte ed autorevole entità politica l’Europa appare di nuovo, quasi fatalmente, un ibrido sui generis che si aggira nelle cancellerie ora come uno spauracchio, ora come un ostacolo da aggirare e di cui, soprattutto, diffidare.
La recente affermazione di Emmanuel Macron in Francia, all’insegna del rifiuto di quell’antieuropeismo sempre più vasto nelle coscienze critiche delle destre e delle sinistre, aveva fatto ben sperare, specialmente dopo le conseguenze drammatiche di quell’azzardo politico chiamato Brexit.

I principali dossier geopolitici, dai trattati commerciali all’immigrazione, passando per la Libia, vedono l’Europa comunitaria, sempre più immobile e confusa, scontrarsi con l’Europa delle nazioni che, al contrario, risulta profondamente influente e slegata da qualsiasi vincolo politico o solidaristico.

Ecco come l’asse Merkel-Macron come quello con Sarkozy ed Hollande del recente passato, rischia, di nuovo, di gettare nuova benzina sul fuoco nella difficile lotta ingaggiata dall’establishment contro le forze politiche estremiste.

L’isolamento e la solitudine che alcuni paesi, come l’Italia, terzo contribuente delle finanze europee, stanno provando sulla loro pelle nella complessa gestione della crisi dei migranti è, senza ombra di dubbio, un nuovo assist alla nascita e al radicamento di vaste aree critiche verso l’Europa e al suo apparente immobilismo.

Esce così allo scoperto una sorta di contraddizione in termini: chi, come Merkel e Macron, ha inteso, e da tempo, ingaggiare una lotta politica senza quartiere al radicalismo, al massimalismo e all’antieuropeismo è, allo stesso tempo, uno dei principali artefici dell’aumento del consenso dei populisti i quali, sconfitti in patria, possono benissimo continuare a urlare altrove: l’importante è che stiano a casa loro.

È l’Europa del terzo millennio, bellezza.

I want my money back

Con soli quattordici voti di differenza il nuovo gabinetto monocolore May ha ottenuto il via libera dalla Camera dei Comuni al Queen’s Speech, il tradizionale discorso d’apertura del parlamento britannico che ha il compito di tracciare il programma di governo di Sua Maestà per i prossimi anni.

Non certo un successo per la premier britannica costretta non solo a negoziare un onerosissimo negoziato con gli unionisti dell’Ulster dalla cifra monstre da un miliardo di sterline in cambio di una risicatissima maggioranza ma anche a smentire sostanzialmente tutta l’agenda di governo annunciata in campagna elettorale.

Nonostante la leader avesse imprudentemente riesumato per la campagna elettorale tutte le frasi di maggior successo del suo predecessore Margaret Thatcher, compreso quel “The lady’s not for turning” che fece la storia della comunicazione politica degli anni ’80, stavolta, il noto pragmatismo inglese ha dovuto, giocoforza, prendere il sopravvento rispetto alla volontà di andare avanti con la linea precdentemente auspicata della hard Brexit.

Non è un mistero come la stessa premier non scommetta un centesimo sulla sua permanenza a Downing street: troppo risicato il consenso, troppo diviso il partito conservatore per poter sperare in un accordo solido con gli unionisti, troppo forte il vento in poppa dello sconfitto ma, allo stesso tempo, vincente Corbyn ora corteggiato dalle decadenti sinistre europee in costante ricerca di una figura politica a cui ispirarsi per uscire fuori dall’angolo dell’irrilevanza nel quale, da tempo, sembrano cadute.

Cosa ne sarà di questa Brexit, in effetti, appare ancora un mistero. Finita in soffitta la strategia di un braccio di ferro con l’Europa, a Bruxelles, dopo il successo di Macron e l’arretramento progressivo delle forze politiche più marcatamente anticomunitarie, in poco meno di un anno dal referendum sull’uscita del Regno Unito dalla Ue, i rapporti di forza tra governo britannico e Commissione Europa sembrano essersi capovolti.

La riprova la recente apertura (con rassicurazione) della May sui diritti after-Brexit dei cittadini comunitari che vivono e lavorano sul suolo britannico un po’ a sorpresa giudicata “insufficiente” da Junker. Una risposta che ha gelato il governo conservatore, sicuro che con queste intenzioni si sarebbero ammorbidite le pretese di Bruxelles.

Niente da fare. A non tornare indietro, stavolta, è l’Europa che anzi sembra sbertucciare, essa stessa, gli storici aforismi thatcheriani: il nodo è, ancora una volta, quello economico e finanziario.

A distanza di circa trent’anni quel “I want my money back”, altro storico cavallo di battaglia della thatcher-economics, sembra fatalmente riecheggiare non più nella gotica Westminster ma nella moderna e baldanzosa sede delle istituzioni europee costrette, loro malgrado, ad occuparsi e a scongiurare un muro di Berlino 2.0 le cui conseguenze politiche ma soprattutto sociali sono ancora da valutare.