Siamo un paese refrattario al buon senso? Cronaca di una tempesta economica

Dove c’è maggioranza politica, prevale la politica.

Il governo ha scommesso sulla crescita e mette in atto la «manovra del popolo».

È assodato che le modalità per trovare risorse pubbliche sono principalmente tre:

1) Si aumentano le imposte

2) Diminuiscono le spese

3) Si crea deficit

La linea sovranista del governo giallo-verde ha scelto la strada più impervia. L’aumento del deficit.

Il rapporto deficit/Pil, da un avveduto 1.6% (già concordato con la Commissione Europea) è stato fatto avanzare al 2.4% per ciascun anno del triennio 2018-2021 con verifica del percorso della crescita reale e del rispetto dell’impegno sul deficit, rafforzato da meccanismi di freno degli aumenti di spesa e verifica costante dell’attuazione degli investimenti. Una proposta azzardata, che è stata rivisitata dopo gli attacchi “pregiudiziali” subiti da parte dell’UE e dei mercati. Per rispondere al rischio di bocciatura immediata della manovra in commissione UE e per frenare la salita dello spread, il governo garantirà una discesa più accelerata del debito, anche con la disponibilità ad abbassare il deficit per il 2020 e il 2021 sotto la previsione iniziale del 2,4%, fino al 2 per cento. Sforzo necessario ma non sufficiente.

Risulta chiaro che la Nota di aggiornamento del Documento di Economia e Finanza (NADEF) respinge la continuità con il passato, sostenuta fino all’ultimo dal ministro Tria, e prova a voltare pagina.

L’incognita che genera incertezza sulle piazze finanziarie non riguarda l’aumento del deficit in sé, bensì la qualità intrinseca della manovra rapportata al piano di investimenti.

In primis, analizziamo perché ricorrere al deficit non è la soluzione migliore. O, per meglio dire, allo stato attuale delle cose, non dovrebbe esser la soluzione primaria per accaparrare risorse.

L’obiettivo primario dei leader del governo giallo-verde è quello di mantenere le promesse prese con il popolo. Non hanno guardato in faccia a nessuno per riuscire a mettere nero su bianco quanto delineato sul famoso “contratto” di governo. Gli specialisti del MEF, non eletti da nessuno, sono stati fatti passare come gli “antagonisti” della vicenda. I perfidi tecnici sono stati presentati all’opinione pubblica come quelli che non vogliono trovare le risorse per consentire ai “buoni governanti” di portare a compimento le varie promesse elettorali. La realtà dei fatti è ben altra. Nessuno impedisce al governo di adempiere agli impegni di finanza pubblica presi con l’elettorato. Come riporta Massimo Bordignon (membro dell’European Fiscal Board) per far quadrare i conti, basta trovare coperture adeguate, cioè ridurre altre spese o aumentare altre imposte. Per esempio, nessuno vieta all’esecutivo di recuperare risorse reintroducendo l’imposta sulla prima casa, sfoltendo le spese fiscali che riducono le basi imponibile dei principali tributi, rivedendo l’articolazione delle aliquote Iva, incidendo più pesantemente sull’evasione fiscale e così via. Se non lo fa, è perché teme di perdere consenso. Prima di arrivare ad aumentare il deficit bisognerebbe passare al setaccio tante altre possibilità attraverso cui ricavare risorse.

Il consenso sul breve termine è la chiave di volta di questo governo. Ed ecco spiegato il perché della scelta relativa all’aumento del deficit. Finanziare l’eccesso di spese in deficit, genera l’illusione secondo cui spendere in disavanzo non comporti alcun costo. In realtà i costi vengono generati, tuttavia non sono percettibili subitaneamente dall’elettore. Immaginando che la realizzazione di tale manovra non generi ulteriori sussulti sui tassi d’interesse, un livello di deficit più alto significa comunque maggiori tributi da pagare da parte dei contribuenti in futuro.
Vi è poi una seconda illusione: ulteriori spese raramente riescono a finanziarsi autonomamente attraverso una più alta crescita. Ciò accade solitamente relativamente alla spesa per investimenti e in condizioni di forte carenza di domanda aggregata. Del resto, come fa notare Bordignon, il fatto che tra i paesi dell’euro siamo contemporaneamente quello con il più alto debito pubblico sul Pil e con la più bassa crescita, dovrebbe suggerire qualcosa sul legame immaginato tra deficit e crescita economica.

Il vicepremier Luigi Di Maio l’ha più volte definita la «manovra ad alto moltiplicatore».
Questo perché la linea teorica vuole che l’aumento del deficit può avere effetti moltiplicatori sulla domanda e, di conseguenza, tali effetti si ripercuotono sull’offerta e maggior produttività.
Il ragionamento fila finché non si allarga lo scenario. I moltiplicatori, diversi per le spese e per le entrate, sono in stretta correlazione con il ciclo economico. Varie ricerche empiriche dimostrano, infatti, che essi sono alti durante le fasi di recessione più profonda (ossia quando risulta utile farli scattare) e bassi/nulli nelle fasi di espansione. L’Italia, al momento, si trova in una fase di lenta crescita.

Quindi, in mancanza di un concreto e circoscritto piano di investimenti, più deficit potrebbe anche voler dire meno crescita.

Su un piano prudenziale, Federico Fubini, ha quantificato l’effetto della «manovra del popolo». “Un livello di deficit pubblico al 2,4% del Pil per l’anno prossimo equivale, in sostanza, a correre un serio rischio che il debito pubblico continui a salire oppure — nel migliore dei casi — non scenda. L’Italia ha infatti una lunga storia di superamenti degli obiettivi di disavanzo, siano essi lievi o meno lievi. Puntare al 2,4% equivale ad aprire la prospettiva di un deficit effettivo a fine anno fra il 2,5% e il 3%”. Tale livello potrebbe determinare un incremento del debito rispetto al Pil se la crescita nominale (considerando il livello di inflazione) si aggirasse intorno al 2% nel prossimo anno, cosa alquanto probabile. Da qui si instaura un effetto domino. Tale meccanismo instaura incertezza non solo sui mercati finanziari ma anche nell’ambito dell’economia reale. Famiglie e imprese intimorite dal peggioramento dei conti pubblici determinerebbero un rallentamento della crescita economica.

In sostanza, fare più deficit per alimentare il budget destinato ai sussidi – anziché incentivare gli investimenti con un aumento potenziale della crescita – provocherebbe un arresto dell’espansione economica. L’ottimismo è scarso. La manovra politico-economica del governo è sicuramente fonte di stimolo e mira ad una linea espansiva, tuttavia si concentra più sui trasferimenti che su misure che aumentino la crescita potenziale interna.

L’ufficio Parlamentare di Bilancio nega la validazione dei numeri contenuti nella NADEF. La prima bocciatura ufficiale del documento governativo, il quale è stato oggetto di critiche anche da parte di Bankit e Corte dei Conti. Nel frattempo il FMI taglia le stime sull’Italia, sulla base del fatto che le riforme passate sulle pensioni e sul mercato del lavoro dovrebbero essere preservate e dovrebbero esser perseguite misure ulteriori come ad esempio la decentralizzazione delle contrattazioni salariali a livello aziendale per allineare gli stipendi alla produttività.
Lo scenario non è brillante. Ad aggravare la situazione sarà l’esito riguardo al merito di credito espresso dalle agenzie di rating a fine mese. Il rating è la vera spada di Damocle: potrebbe esser il colpo di grazia che mette fine alla «manovra del popolo». Con una fetta importante del deficit che sarà, con ogni probabilità, destinata a voci di spesa corrente improduttiva come il reddito di cittadinanza e la riforma delle pensioni, il giudizio non sarà generoso.

Le istituzioni dei tecnici si scontrano con gli operatori del popolo. Chi la spunterà? Sicuramente un giudice super partes è rappresentato dal mercato finanziario.

In questi giorni, l’incertezza è aumentata poiché non risulta esser chiara la linea del governo nei riguardi del debito e su come si intenda ridurlo. L’insicurezza aumenta e il paese viene esposto a rischi e scenari volatili.

Non a caso, lo spread Btp-Bund è arrivato a toccare quota 315 e quello sul Bonos spagnolo sfonda quota 200. Le borse europee mostrano la tendenza ad una chiusura debole. L’euro risulta esser estremamente sensibile verso le repliche del Governo italiano nei confronti dei rimproveri provenienti dai vertici europei. Lo scontro verbale tra Bruxelles e Roma tiene alta la tensione sui Btp italiani, i titoli bancari rimangono sotto pressione e il Ftse Mib tocca i minimi da 17 mesi scivolando del 2%. La Commissione Europea decide di usare il pugno di ferro e avverte che l’Italia sta oltrepassando il livello di flessibilità consentito e Junker si dice pronto ad applicare le regole del Patto. L’Italia risponde e rattoppa il testo del documento economico ritoccando al ribasso le cifre del deficit/Pil. Lavorare sotto una così imponente duplice pressione non promette bene.

L’ipotesi di un governo propenso ad adottare strategie politiche che spalleggiano l’ipotesi di un’Italexit spaventano molto di più gli investitori rispetto all’avanzamento del rapporto deficit/Pil. Il sostegno degli italiani nei confronti dell’euro è l’indicatore chiave della questione “spread”.

Nel tempo è possibile notare che nell’Eurozona i differenziali di spread si allargano molto quando viene messa in discussione l’integrità dell’Unione monetaria. Gli investitori temono, in primis, che un debito sottoscritto in euro venga poi rimborsato in valuta interna nazionale (lire, dracme).
Come riporta il WSJ, fino a che l’appoggio per l’euro non si sbriciola, c’è una regola per gli investitori di lungo termine: se i rendimenti dei bond di un qualsiasi paese dell’area euro sono superiori a quelli della Germania, comprateli. I titoli decennali italiani pagano il 2,7% in più rispetto a quelli tedeschi, i mercati presto torneranno a stabilizzarsi.

A supporto di questa tesi, deve esser considerato anche un altro indicatore rispetto allo spread Btp-Bund, ossia quello che misura la differenza dei rendimenti tra i Btp a 10 anni e quelli a 2 anni.
La differenza tra i due differenziali è sostanziale. Vanno letti al contrario: il primo si impenna quando si palesano situazioni di incertezza, il secondo si muove seguendo un rapporto inverso.
Più è alto meglio è, quando tocca quota “zero” significa che gli investitori non ripongono più fiducia nelle capacità del governo in materia di politica fiscale.

Quando il rendimento dei titoli a lunga scadenza viene eguagliato o superato dal rendimento dei titoli a breve scadenza si innalza il “rischio paese” e si segnala, senza alcun dubbio, che i mercati iniziano a prezzare l’ipotesi di una recessione/default. Quindi, se adottiamo una visione parallela e confrontiamo le due tipologie di spreads, ci accorgiamo che il secondo spread riporta uno scenario meno volatile rispetto al primo. I rendimenti dei Btp a due anni stanno salendo dell’1,58%, quasi 200 punti base in meno rispetto a quelli dei decennali, ossia a lunga scadenza (3,38%).

Il “buon senso” verso cui l’Italia sembra esser refrattaria, avrebbe voluto che una manovra economica di tale portata fosse pensata, strutturata e comunicata meglio.

Cosa succederebbe se quel 2.4% risultasse insufficiente per portare avanti le politiche governative? Le poche informazioni circa i dettagli delle misure fiscali fanno aumentare il rischio verso un deficit propenso ad avvicinarsi ai limiti del 3% imposti dall’UE. Probabilmente serviranno risorse addizionali, in vista di un aumento dei tassi di interesse, la chiusura del QE e il blocco degli aumenti IVA.

Lo scenario macroeconomico globale mostra un alto rischio per i paesi finanziariamente deboli. L’America ha già intrapreso la manovra monetaria inversa, ossia l’aumento dei tassi d’interesse. Tale manovra porta con sé un probabile drenaggio di capitali dal resto del mondo. Da inizio 2018, sull’effetto di un aumento del tasso sui titoli pubblici decennali pari a 80 punti base in USA, i tassi di Germania, Spagna, Portogallo e Francia non si sono mossi. Tuttavia, quelli Greci sono saliti di ben 50 punti. Solo in Italia, se lo stato vuole emettere titoli a dieci anni paga oggi interessi più alti per 140 punti base rispetto ad inizio anno.

La «manovra del popolo» comporterà ampie emissioni di Titoli di Stato, il loro assorbimento da parte del mercato è destinato ad assottigliarsi, poiché allargare la base degli investitori istituzionali, tra italiani ed esteri, è impresa quanto mai ardua e verranno richiesti tassi di interessi crescenti, dal momento che a partire da lunedì 1 Ottobre gli acquisti mensili della Bce con l’allentamento quantitativo sono stati ridotti a 15 miliardi.

La manovra del governo giallo-verde, al momento, risponde perfettamente ai requisiti del modello del ciclo politico-economico/elettorale descritto a suo tempo da W. Nordhaus. Rinsaldare il consenso popolare è il fulcro di tale linea politico economica. Le preferenze e i comportamenti degli elettori determinano, naturalmente, il corso di azioni più conveniente da seguire per i politici. Gli eventuali effetti negativi saranno scontati nel lungo termine. Mentre nel breve termine il mandato delle forze politiche potrà godere di pieno consenso.

Molti governi hanno lavorato in deficit, il cui rapporto con il Pil spesso è stato posto ad un livello superiore rispetto a quello del governo penta-stellato. Ciò che è differente rispetto al passato è il cambio radicale di direzione politica, filosofica e di governo. Il deficit del governo attuale non è un evento eccezionale sul piano economico-contabile, lo è sul piano puramente politico. Sotto all’azione economica del governo populista si cela un messaggio per l’Europa, ossia: “non condividiamo la vostra impostazione” tuttavia “siamo pronti al negoziato, a garanzia di un bilancio sotto controllo, con una riduzione del debito alimentata da una maggiore crescita”. La «manovra del popolo» abbatte il tabù dell’austerity e chiarifica che non esiste un’unica linea di politica economica.

La manovra economica che si appresta a venire fuori dal DEF mette in risalto la ristrettezza delle regole di Maastricht e la volontà di voler riaggiustare i principi economici ed istituzionali europei dall’interno. L’influenza del ministro Paolo Savona ha sicuramente giocato un ruolo predominante. Scenari che stravolgono i canoni classici europei probabilmente servono all’Europa stessa per crescere, sperimentare e cambiare in meglio. Questo perché, l’euro non è una scommessa da vincere o perdere. Bensì, rappresenta una importante realizzazione istituzionale che va sempre più rafforzata per assicurare stabilità e sviluppo.

Per l’Italia non è il momento di politiche restrittive, l’Italia ha bisogno di crescita e sviluppo attraverso la creazione di stimoli alla domanda aggregata.

Un aumento del deficit può esser uno strumento attraverso cui raggiungere l’obiettivo di espansione.
Per tale motivo, questa manovra non deve esser demonizzata del tutto.
Ma una buona amministrazione deve saper utilizzare lo strumento del deficit in ottica di lungo periodo, scontando non solo gli effetti positivi del breve periodo affinché il mandato governativo venga riconfermato dal consenso elettorale.
Gli investimenti pubblici e privati hanno bisogno di maggior stimolo per supportare tale strumento e far sì che il denominatore avanzi. Idem per il rilancio delle opere pubbliche e per una riduzione della pressione fiscale e burocratica sulle PMI. La pubblica amministrazione ha bisogno di una riforma strutturale per consentire il miglioramento dell’attività ordinaria e straordinaria (i centri per l’impiego e la task force per la trasformazione digitale dovranno mostrare una massima efficienza e coordinazione). Come riportato dall’ultima raccomandazione OCSE, la crescita della produzione va ottenuta con gli investimenti. Si dovrà cercare di costituire nel breve termine un gruppo di lavoro composto dai rappresentanti degli Stati membri, del Parlamento e della Commissione”, che esamini la rispondenza dell’architettura istituzionale europea vigente e della politica economica con gli obiettivi di crescita nella stabilità e di piena occupazione esplicitamente previsti nei Trattati.

Buon senso, ottica di breve e lungo periodo, pianificazione sugli investimenti e piedi ben saldati nell’Eurozona. Condizioni obbligatorie per non far crollare la nostra reputazione.
L’Italia ha bisogno di un progetto-Paese realistico e plausibile, orientato allo sviluppo, che torni a far rendere credibile la nostra penisola agli occhi degli investitori esteri. Un progetto di così larga veduta che riesca ad invertire la tendenza, affinché si arresti l’aumento del debito indotto dal perdurante disavanzo corrente.

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