Tassazione all’italiana: un suicidio d’impresa

Nei giorni in cui il dibattito politico italiano è ostaggio della diatriba etico-sociale sul Family Day, tra accuse di nostalgie medievali e disgustosi sventolamenti di feti in plastica, vorrei riflettere su un punto-chiave dello sviluppo economico-sociale del nostro paese: la tassazione d’impresa.
Che il mestiere dell’imprenditore sia, nel Bel paese, un compito arduo e a tratti infame, è cosa nota ormai a tutti, ma addentrandosi nei dati sulla pressione fiscale e sul numero di aziende costrette a chiudere bottega a causa di un Fisco insostenibile, emerge un quadro estremamente desolante.

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Se il declino è sempre più in mezzo a noi. Il caso di Radio Radicale

Nel terzo volume che poi andrà a creare Legge, legislazione e libertà, Hayek afferma che «l’uomo non è e non sarà mai il padrone del proprio destino». Rifuggendo le sempre presenti tentazioni costruttivistiche e iper-razionalistiche, il pensatore austriaco voleva evidenziare quanto poco sappiamo – anche qualora provassimo incessantemente a migliorarci – per potere davvero andare al di là della nostra natura fondamentalmente fallibile.

Ciò non significa, come è ben evidente, che non possiamo fare nulla per tenerci stretto quel po’ di progresso che è stato raggiunto mediante esperienze ed esperimenti di molteplici generazioni. In questo senso, purtroppo, lascia davvero esterrefatti la decisione di non rinnovare la convenzione con Radio Radicale da parte del governo e, nella fattispecie, dell’ala pentastellata dello stesso. A proposito di ciò ha scritto Salvatore Merlo su “Il Foglio” del 16 aprile, con un articolo dal reboante ma più che pertinente titolo “Tra i delitti contro la civiltà del M5s ricorderemo anche la chiusura di Radio Radicale”. E come dargli torto. Condannare alla chiusura questo bastione di memorie, sapere e cultura, infatti, equivale a un crimine, giacché non ci si rende conto del prezioso servizio che questa emittente negli anni ha fornito. Molto di più, peraltro, dell’emittente radiotelevisiva nazionale che non si avvicina propriamente a quello che potremmo classificare come servizio di qualità.

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Grottesco scilinguagnolo

Il problema non è che l’aggiornamento dei conti governativi smentisca totalmente i dati fissati appena quattro mesi addietro, è che il modo in cui avviene e le indicazioni che se ne traggono tolgono al governo italiano quale che sia credibilità. Il Fondo monetario internazionale ha definito l’Italia “zavorra d’Europa”, purtroppo questo modo di procedere è la pietra al collo che strangola un corpo produttivo forte il cui sistema nervoso è affetto da allucinazioni.
Con la legge di bilancio il governo aveva garantito che il debito pubblico, qualsiasi cosa accadesse, sarebbe sceso. Una certezza cui era ragionevole non credere. Difatti sale al 132.7%. Scenderà dall’anno successivo, il 2020, naturalmente. Con la stesa affidabilità vistasi per l’anno in corso. La garanzia governativa era avvalorata da quella che il ministro dell’economia, Giovanni Tria, chiamò “clausola di salvaguardia al contrario”: se i conti dovessero disallinearsi rispetto alle previsioni scatteranno tagli automatici alla spesa pubblica, capaci di riportarli in carreggiata. I conti sono disallineati fin dai primi giorni del 2019, non scatta alcuna correzione (anzi, paradossalmente si continua a negarla), sicché quanto scritto nella legge di bilancio è da considerarsi pura declamazione mendace. Il che, già di per sé, toglie credibilità a quant’altro potrà essere aggiunto.

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Trionfo dell’incoscienza

Il dato, fonte Istat, dice tutto: dal 2000 al 2016 la produttività oraria del lavoro è cresciuta, in Italia, dello 0.4%; nello stesso periodo è aumentata del 15% in Francia, Uk e Spagna; del 18.3% in Germania. Inutile chiedersi perché cresciamo meno degli altri. E, per la precisione, siamo fermi.
Dentro quel dato c’è la scarsa formazione della forza lavoro, le dimensioni troppo piccole delle aziende italiane, la latitanza della cultura manageriale, i mancati investimenti in innovazione, la satanica pressione fiscale, previdenziale e burocratica. E altre cose ancora, che descrivono le sbarre con cui è costruita la gabbia in cui si è chiusa l’Italia.
A fronte di questo di che discutiamo? Di come si fa ad andare in pensione prima e a guadagnare senza lavorare, cioè di come aggravare quella condizione miseranda, gravando di ulteriori costi l’Italia che, nonostante tutto, cammina e corre. Perché esiste, naturalmente, ma di quella nessuno si cura, se non per spremerla. Come se il successo e il guadagno fossero delle colpe.
Mentre questo accade, e in coerenza con l’impostazione irreale del discorso pubblico, il debito pubblico, che in valore assoluto non ha mai smesso di crescere, ha preso a correre a un ritmo doppio rispetto all’immediato passato. Questo senza che sia stato speso un centesimo in investimenti, che, naturalmente, tutti dicono di volere e tutti, a turno, tagliano per ricavare maggiori spazi alla spesa corrente. La novità consiste nel fatto che, ora, di bloccare i lavori programmati ci si fa un vanto, anziché sentirne la vergogna.
Il veleno non è solo la continua, fastidiosa, ossessiva campagna elettorale, ma il fatto che sia condotta su piani irreali, fuggendo dalla urticante chiarezza di quei dati, illudendo e illudendosi che prevalere sull’avversario cambi qualche cosa del quadro in cui ci muoviamo. Una specie di simposio dell’insipienza e trionfo dell’incoscienza.

L’economia circolare all’italiana. Per quadrare il cerchio manca almeno un lato

Trascorsi quasi quarant’anni dalle prime timide applicazioni ai sistemi produttivi, e dopo svariate direttive europee, di cui le ultime quattro entreranno in vigore a luglio, possiamo permetterci alcune considerazioni sull’economia circolare in Italia, per analizzare con maggior concretezza i cambiamenti più evidenti che riguardano le nostre abitudini quotidiane.

L’economia, a partire da quella domestica,  può migliorare notevolmente la propria performance ambientale se si rendono più efficaci ed efficienti le azioni inerenti al fine vita delle cose, al recupero di energia e alla normativa sul riutilizzo dei prodotti derivanti dal ciclo dei rifiuti. L’ambiente non è solo un tema etico e morale ma è anche un importante tema economico.

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Siamo tutti sullo stesso bus

Questa storia si fa stucchevole, da diversi punti di vista. Oramai la faziosità è divenuta così arrogante da supporre di potere prevalere su ogni cosa. Su un bus abbiamo visto viaggiare l’Italia, nel suo meglio e nel suo peggio. Potremmo correggere il vecchio detto, per osservare che: siamo tutti sullo stesso bus.
Crema: un immigrato che ha ottenuto la cittadinanza sposando un’italiana, da cui ha avuto due figli, salvo poi separarsi, è alla guida. 51 bambini a bordo, due insegnanti e una bidella. L’autista minaccia, concretamente, di ammazzarli tutti, per, dice il terrorista, ricordare i bimbi immigrati morti in mare. Figli di immigrati sono anche diversi di quei 51, che lui vuole ammazzare. Sapete come è andata: la bidella, che abbandonerà per ultima il bus in fiamme (bravissima) lega loro le mani, come ordinato dal terrorista, ma non troppo. Ritira i telefoni, ma non tutti. I bambini in fondo chiamano i Carabinieri (bravissimi). La tragedia è evitata. I bambini, tutti bravissimi, coprono, facendo rumore e urlando, i compagni che chiamano. Questi ultimi sono due figli d’immigrati. Subito dopo un coro propone di dare loro la cittadinanza. Come gesto di fraternità, perché l’avrebbero avuta alla maggiore età. Come abbraccio e festa. Giusto. Subito appresso le polemiche, stancamente uguali.
A Trento, sulla meravigliosa Piazza Duomo, si affaccia la casa diroccata (restauratela) di Cesare Battisti. Si studi il perché è ancora una figura complicata, da gestire. A Bolzano ho visto due scolaresche di piccini che s’incrociavano e salutavano festosamente variopinte, in tutti i sensi. Nel Sud Tirolo o Alto Adige fino a poco tempo si sparava, fra vicini di casa. Ora è diverso. I problemi ci saranno sempre, come i confini, salvo potere essere regolarmente oltrepassati con infinita convenienza, e l’immigrazione è un problema che va gestito. Ma quando si usa il buon senso, quando si parla alle e di persone, anziché a masse e per proclami, non importa da che parte lanciati, le cose vanno per il meglio. Siamo tutti sullo stesso bus.

La XVIII legislatura, dal ddl Pillon al Congresso mondiale delle famiglie. La parità e l’autodeterminazione. Cosa c’è dentro alle nostre istituzioni e dove stiamo andando

Il mese di marzo si chiuderà con una tre giorni che in molti definiscono come di restaurazione. Si terrà a Verona infatti il tredicesimo Congresso mondiale delle famiglie, dal 29 al 31. Attorno a un tavolo a discutere di aborto, di divorzio, di omosessualità, il gotha delle frange più estreme di cattolici e di ultra cattolici. E una destra che più a destra non si può.
Per dirla con le parole di chi raccoglieva adesioni, a novembre scorso “Tra i temi del Congresso ci sono la bellezza del matrimonio, i diritti dei bambini, la donna nella storia, la crescita e il calo demografico, la dignità e la salute delle donne, il divorzio: cause ed effetti. E poiché la maternità surrogata deve diventare un crimine universale il Presidente del Congresso Mondiale (WFC), Brian Brown, ha annunciato che anche questo tema verrà discusso in quella occasione con tutti i presenti”.

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L’ergastolo. Dubbi sul “fine pena mai” alla luce dell’art. 27 Cost.

Con la lettura dell’articolo intitolato Un ergastolano sardo ci racconta lo stupore di vedere il mondo – Le mie due ore di libertà dopo quarantanni in cella, pubblicato da “Il Dubbio” del 09/03/2019, non possono che sorgere alcuni fondamentali interrogativi sulla pena dell’ergastolo, tuttora presente in Italia.

Il primo di questi è relativo alla compatibilità dell’ergastolo con il principio costituzionale del fine rieducativo della pena detentiva (art. 27 Cost). Che senso ha, in poche parole, l’esistenza di una pena che non finisce mai, laddove la Carta fondamentale del nostro ordinamento sancisce esplicitamente il principio della rieducazione del condannato?

L’annosa questione è già stata posta, in passato, all’attenzione della Corte costituzionale.

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La trappola di seta

Sulla Via della Seta qualcuno pensa di metterci un frutto molto particolare del Made in Italy: il debito pubblico. Qui da noi si fa finta di non immaginarlo neppure, ma il Financial Times lo ha messo in prima pagina: “Italy weighs loan from China-led bank to ease fears over joining Belt and Road”. Si sta valutando un prestito dal sistema cinese, il che farebbe meglio digerire l’adesione alla Via della Seta.

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Sinistra, moralismo e democrazia

Non è facile fare l’osservatore di fatti politici senza farsi prendere dal coinvolgimento emotivo. La Wertfreiheit di weberiana memoria, infatti, per quanto sia un imprescindibile strumento analitico per chi si cimenta con la pratica dello studioso di fenomeni politici, risente quasi ineludibilmente – se non altro in minima parte – dell’orientamento da cui si parte per osservare le parti concorrenti in gioco. Ciononostante, come insegna uno studioso di grande rilevanza, Dino Cofrancesco, è bene cercare di attenersi a giudizi di fatto di quel che accade, tenendo per sé i giudizi di valore che potrebbero camuffare, e quindi inficiare e rendere così prive di “scientificità”, le analisi prodotte. In altri termini, si tratta di ricoprire la figura di arbitro super partes e non di arbitro delle parti in gioco che, in realtà, si scopre tifoso o, ancor peggio, “hooligan”.

Ahimè, tocca constatare che spesso molti commentatori politici tendono a seguire questa seconda via. Sulla prima pagina de “La Repubblica” di lunedì 4 marzo, l’editoriale firmato da Ezio Mauro non può che destare qualche perplessità, se non addirittura sorrisi amari. Il pezzo, che vuol essere il commento alle elezioni per il segretario del PD, dimostra per l’ennesima volta, se ce ne fosse ancora bisogno, quanto a sinistra, o almeno in seno a una certa sinistra, si soffra della presunzione di una specie di superiorità antropologica. Per il giornalista, infatti, tanto le elezioni sopradette, quanto la manifestazione organizzata sabato a Milano contro il razzismo, pur nella loro diversità, altro non sarebbero che «la coscienza della responsabilità democratica nei confronti del Paese, di chi vuole andare avanti, di chi chiede aiuto e anche di chi ha paura. È la responsabilità della democrazia, che fa parte della civiltà italiana e che ormai sembra travolta». Belle parole, si potrà pensare, ma cosa nascondono?

Celano, ma neanche più di tanto, il classico moralismo che alberga a sinistra – e che, peraltro, ha contribuito all’emersione dei 5 Stelle – ed è proprio di chi pensa di essere sempre dalla parte del Bene e in lotta perenne contro il Male. Ora, chi conosce anche in minima misura chi scrive sa quanto la sua preoccupazione per questo governo sia alta, tanto per l’ala più nazionalpopulista (Lega), quanto per quella di stampo protestatario sociale, e peronista aggiungo (M5S), per utilizzare le etichette di Pierre-André Taguieff. In questo senso, le analisi di Angelo Panebianco paiono più che calzanti e convincenti. Epperò, anche se la difesa di questo esecutivo è ben lontana da questa penna, non si può tacere la stanchezza per l’ennesimo pezzo moralistico che ci propone e ci propina la solita sussiegosa litania dei “buoni” che combattono in una lotta campale i “cattivi”.

Per citare nuovamente Cofrancesco, questo modo di porsi tipico dei “vate” stanti a sinistra, fa parte di quella ch’egli ha catalogato come “ideologia italiana”, tra cui spicca, per l’appunto, «un esasperato atteggiamento moralistico nei riguardi della politica elevata a momento di rigenerazione morale e spirituale dei popoli, non – più modestamente – a luogo di mediazione e di compromesso tra interessi e valori» (si veda, a tal proposito, un vecchio libretto dell’autore intitolato “Destra e sinistra. Per un uso critico di due termini chiave”, Bertani editore, 1984). In altre parole, la lezione aroniana e lo scetticismo di stampo humeano, per quanto concerne l’ideologia che va per la maggiore tra gli intellettuali nostrani, sono completamente disattesi. E allora, come si può parlare di democrazia? Come si sa, il concetto di “democrazia” è ben ostico, ed è ben facile appropiarsene deprivandolo del suo contenuto effettivo (come del resto pure quello di “populismo”). Attenzione, però, giacché anche i tanto bistrattati populisti si autodefiniscono come i veri e unici democratici.

Da un lato, dunque, i populisti reclamano una democrazia sempre più pura di quella che c’è, producendo aspettative crescenti e erodendone in buona misura i cardini costituzional-liberali. E questo, come osservava Sartori, è un pericolo esiziale per il suo delicato equilibrio. D’altro canto, però, a sinistra si ha quasi sempre il vizio di apprezzare e decantare la democrazia, a patto che essa produca esclusivamente i vincitori “giusti” prestabiliti a priori. È questa democrazia?