Siamo tutti sullo stesso bus

Questa storia si fa stucchevole, da diversi punti di vista. Oramai la faziosità è divenuta così arrogante da supporre di potere prevalere su ogni cosa. Su un bus abbiamo visto viaggiare l’Italia, nel suo meglio e nel suo peggio. Potremmo correggere il vecchio detto, per osservare che: siamo tutti sullo stesso bus.
Crema: un immigrato che ha ottenuto la cittadinanza sposando un’italiana, da cui ha avuto due figli, salvo poi separarsi, è alla guida. 51 bambini a bordo, due insegnanti e una bidella. L’autista minaccia, concretamente, di ammazzarli tutti, per, dice il terrorista, ricordare i bimbi immigrati morti in mare. Figli di immigrati sono anche diversi di quei 51, che lui vuole ammazzare. Sapete come è andata: la bidella, che abbandonerà per ultima il bus in fiamme (bravissima) lega loro le mani, come ordinato dal terrorista, ma non troppo. Ritira i telefoni, ma non tutti. I bambini in fondo chiamano i Carabinieri (bravissimi). La tragedia è evitata. I bambini, tutti bravissimi, coprono, facendo rumore e urlando, i compagni che chiamano. Questi ultimi sono due figli d’immigrati. Subito dopo un coro propone di dare loro la cittadinanza. Come gesto di fraternità, perché l’avrebbero avuta alla maggiore età. Come abbraccio e festa. Giusto. Subito appresso le polemiche, stancamente uguali.
A Trento, sulla meravigliosa Piazza Duomo, si affaccia la casa diroccata (restauratela) di Cesare Battisti. Si studi il perché è ancora una figura complicata, da gestire. A Bolzano ho visto due scolaresche di piccini che s’incrociavano e salutavano festosamente variopinte, in tutti i sensi. Nel Sud Tirolo o Alto Adige fino a poco tempo si sparava, fra vicini di casa. Ora è diverso. I problemi ci saranno sempre, come i confini, salvo potere essere regolarmente oltrepassati con infinita convenienza, e l’immigrazione è un problema che va gestito. Ma quando si usa il buon senso, quando si parla alle e di persone, anziché a masse e per proclami, non importa da che parte lanciati, le cose vanno per il meglio. Siamo tutti sullo stesso bus.

La XVIII legislatura, dal ddl Pillon al Congresso mondiale delle famiglie. La parità e l’autodeterminazione. Cosa c’è dentro alle nostre istituzioni e dove stiamo andando

Il mese di marzo si chiuderà con una tre giorni che in molti definiscono come di restaurazione. Si terrà a Verona infatti il tredicesimo Congresso mondiale delle famiglie, dal 29 al 31. Attorno a un tavolo a discutere di aborto, di divorzio, di omosessualità, il gotha delle frange più estreme di cattolici e di ultra cattolici. E una destra che più a destra non si può.
Per dirla con le parole di chi raccoglieva adesioni, a novembre scorso “Tra i temi del Congresso ci sono la bellezza del matrimonio, i diritti dei bambini, la donna nella storia, la crescita e il calo demografico, la dignità e la salute delle donne, il divorzio: cause ed effetti. E poiché la maternità surrogata deve diventare un crimine universale il Presidente del Congresso Mondiale (WFC), Brian Brown, ha annunciato che anche questo tema verrà discusso in quella occasione con tutti i presenti”.

Tra i relatori a spiccare è il ministro Salvini che va da vicepresidente del consiglio. A seguire, Giorgia Meloni che interviene nella sua qualità di presidente nazionale di Fratelli d’Italia; nel loro ruolo istituzionale anche il ministro Fontana e il governatore della regione Veneto, Luca Zaia. Tra gli altri, Elisabetta Gardini (FI), ma anche Nicola Legrottaglie. E se qualcuno si chiedesse che cosa ci faccia il difensore che fu del Chievo a un simile tavolo, basta una semplice ricerca su internet e lo si scopre tra i fondatori di Missione Paradiso, descritta sullo stesso sito web dell’associazione come “strumento attraverso cui ciascuno può avere un vero incontro con il Creatore, ovvero Dio”.

La scelta del luogo, nemmeno quella, pare casuale. È ottobre, infatti, quando Verona viene dichiarata “città a favore della vita”. La mozione leghista approvata dal consiglio comunale a larghissima maggioranza (conta 21 voti a favore e 6 voti contro) schiera di fatto un’intera comunità dalla parte diametralmente opposta a quella della parità e dei diritti delle donne.
Ma se in autunno a fare da controcanto ci sono le solite femministe, oggi si muove persino il mondo accademico. In 160 tra docenti e ricercatori universitari in prossimità dell’evento hanno firmato e diramato un documento di denuncia delle “mistificazioni” del Congresso, definito per l’appunto “espressione di un gruppo organizzato di soggetti che propongono convinzioni etiche e religiose come fossero dati scientifici”.

La politica intorno dà spettacolo, uno spettacolo che peraltro è il solito. E così, mentre in retromarcia la presidenza del consiglio dei ministri revoca il patrocinio al Congresso, il ministro dell’interno fa sapere che ci sarà comunque. Di Maio, dal canto suo, rompe le righe dichiarando che “ognuno è libero di andare agli eventi che vuole”.
Ma, bisogna ammetterlo: diversamente dalle prese di posizione pubbliche di molti dei suoi esponenti a volte un po’ ondivaghe, l’orientamento di questo governo tuttavia resta chiaro.
Gli echi che provengono dalle stanze dei bottoni sono quelli di una maggioranza parlamentare che ospita al proprio interno raggruppamenti quali Famiglia e Vita. L’intergruppo, costituitosi con l’obiettivo di riportare indietro le battaglie per i diritti, è capeggiato da quel Massimo Gandolfini che è noto per essere il portavoce del Family Day e di Difendiamo i Nostri Figli e che risulta tra gli organizzatori del Congresso.

E se questo è ciò che accade dentro alle nostre istituzioni, da che è iniziata la diciottesima legislatura, non può stupirci che la produzione normativa sia di un certo tipo.
Perfettamente in linea si pone così il ddl Pillon, disegno di legge fermo in commissione giustizia al Senato, contestatissimo dai più, che prende il nome dal primo firmatario, il senatore leghista presente al meeting di fine mese quale vicepresidente della commissione infanzia e adolescenza. Il testo mira a riscrivere il diritto di famiglia nel nome di una bigenitorialità perfetta, sacrificando a dire di molti l’interesse del minore e quello delle donne (anche delle vittime di violenza) alle quali impone ad esempio la mediazione familiare obbligatoria, vietata dalla Convenzione di Istanbul.
Non meno impegnativo il ddl Gasparri di modifica dell’art. 1 del codice civile che si preannuncia in grado di cancellare con un solo colpo di spugna la 194, una volta e per tutte.

Ma se è perlopiù della vita delle donne che stiamo ragionando, bisogna chiedersi intorno a loro cosa c’è.
Intanto c’è la cronaca. E consegna numeri impietosi e inequivocabili, ogni giorno; racconta di quelle uccise o violate proprio all’interno delle mura domestiche. Quel nido che una certa destra e i pro-life difendono a spada tratta resta il luogo in cui maturano i delitti più efferati.
“Nel corso della propria vita poco meno di 7 milioni di donne tra i sedici e i settant’anni (6.788.000), quasi una su tre (31,5 per cento), riferiscono di aver subito una qualche forma di violenza fisica (20,2 per cento) o sessuale (21 per cento); dalle forme meno gravi come lo strattonamento o la molestia, a quelle più gravi come il tentativo di strangolamento o lo stupro (5,4 per cento). Gli autori delle violenze più importanti (violenza fisica o sessuale) sono prevalentemente i partner attuali o gli ex partner (62,7 per cento)”.
Quello che salta agli occhi, anche a una primissima disamina dei dati, è perciò un’esigenza che è di tutela. Le donne pagano con la vita il prezzo altissimo che altri hanno dato alla loro autodeterminazione. Questo è quello che accade: gli attacchi alla libertà di scegliere, di abdicare al ruolo di madre piuttosto che di decidere della propria affettività, di cercare una realizzazione che passi dal lavoro, di abortire quando l’alternativa sarebbe lasciarsi morire, sono colpi inferti sul corpo delle donne con continuità e con precisione.
Ma davanti ai dati raccolti, anche nelle rilevazioni più recenti, le manovre di palazzo non sembrano tuttavia ancora incrociare una direzione univoca.
A chiedersi dove stiamo andando, la risposta non è certo ad arginare i massacri e a debellare le disparità.
Quello delle battaglie delle donne rimane oggi un fronte quanto mai aperto.

L’ergastolo. Dubbi sul “fine pena mai” alla luce dell’art. 27 Cost.

Con la lettura dell’articolo intitolato Un ergastolano sardo ci racconta lo stupore di vedere il mondo – Le mie due ore di libertà dopo quarantanni in cella, pubblicato da “Il Dubbio” del 09/03/2019, non possono che sorgere alcuni fondamentali interrogativi sulla pena dell’ergastolo, tuttora presente in Italia.

Il primo di questi è relativo alla compatibilità dell’ergastolo con il principio costituzionale del fine rieducativo della pena detentiva (art. 27 Cost). Che senso ha, in poche parole, l’esistenza di una pena che non finisce mai, laddove la Carta fondamentale del nostro ordinamento sancisce esplicitamente il principio della rieducazione del condannato?

L’annosa questione è già stata posta, in passato, all’attenzione della Corte costituzionale.

Con la nota sentenza n. 264 del 1974, il Giudice delle Leggi ha, però, confermato la compatibilità costituzionale della pena perpetua con il nostro ordinamento, sostenendo che la rieducazione del reo possa avvenire anche senza il reinserimento dello stesso nella vita sociale e di relazione.

Inoltre, la stessa pronuncia precisa che “l’istituto della liberazione condizionale disciplinato dall’art. 176 c.p. – nel testo modificato dall’art. 2 della legge 25 novembre 1962, n. 1634 – consente l’effettivo reinserimento anche dell’ergastolano”.

In pratica, la Consulta -40 anni fa- ha negato che la pena dell’ergastolo fosse in contrasto con la Costituzione, perché anche l’ergastolano, decorso un preciso termine e in determinati casi, può usufruire dell’istituto della libertà condizionale.

Tale interpretazione della Corte costituzionale, però, merita oggi di essere rivista.

Innanzi tutto, bisogna dire che l’accesso ai benefici della semilibertà o della libertà condizionale può essere concesso solamente dopo molti anni e, comunque, è sempre revocabile. Così, per sintetizzare, lo status di ergastolano permane in capo al reo vita natural durante.

Oltre a ciò, l’ergastolano non può usufruire della riduzione della pena a seguito di indulto (se non con l’esplicita volontà legislativa di remissione o commutazione dell’ergastolo) e i reati puniti con tale sanzione non si prescrivono.

Senza dimenticare, infine, il c.d. “ergastolo ostativo”, che vieta teoricamente la concessione dei benefici, senza una condotta collaborante con la giustizia del detenuto.

Bisogna aggiungere, poi, che la pena dell’ergastolo è l’unica pena fissa e di automatica applicazione prevista dal nostro ordinamento. Alla luce di ciò, l’ergastolo appare incompatibile non solo con l’art. 27, commi 1 e 3 della Costituzione, ma anche con l’art. 3.

Il carattere rigido dell’ergastolo è, infatti, espressione di una pretesa punitiva che esclude qualsiasi possibilità di risocializzazione del condannato e comporta un’evidente disparità di trattamento anche tra gli stessi ergastolani.

Infatti, per uno stesso crimine, una persona condannata all’ergastolo all’età di 60 anni, dovrà scontare molti anni di carcere in meno di una che, invece, abbia subito la stessa condanna all’età di 25 anni.

Va aggiunto, ancora, che l’ergastolo appare in netto contrasto anche con le numerose prese di posizione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, che ha definito “inumane” le pene perpetue.

Più precisamente, la stessa Corte ha stabilito, con la sentenza della Gran Camera “Vinter c. Regno Unito” del 2013 (prima fra altre), la compatibilità dell’ergastolo con la Convenzione, nel caso in cui lo Stato abbia un meccanismo che consenta la revisione dell’esecuzione della pena. Ciò deve avvenire, secondo i Giudici di Strasburgo, tenendo anche conto degli eventuali cambiamenti nella persona del condannato e dei progressi del suo percorso riabilitativo, prevedendo altresì una procedura di liberazione anticipata del soggetto, che dopo un periodo di detenzione, si dimostri idoneo al reinserimento nella società.

L’Italia, pertanto, si pone in netto contrasto con i principi espressi dalla Corte di Strasburgo, non prevedendo alcuna procedura di tal tipo, ma unicamente la facoltà del condannato di poter richiedere alcuni benefici, che però non cancellano lo status della pena, che rimane perpetua.

In conclusione, il trattamento sanzionatorio dell’ergastolo nel nostro ordinamento sembra soddisfare esigenze più vendicative e retributive, che rieducative, contravvenendo anche all’altro fondamentale principio sancito dalla Costituzione: il principio di umanità del trattamento sanzionatorio.

Solo una sanzione che rispetti il principio di umanità e di rieducazione, invero, eleverebbe lo Stato realmente al di sopra di un semplice rapporto duale azione-punizione, permettendo così all’individuo, attraverso un percorso educativo intra moenia di poter comprendere il disvalore delle precedenti azioni commesse.

Al contrario, il fine di una pena che, di fatto, è usque ad mortem e, quindi, si estingue (rectius si perfeziona) solo con la morte del condannato, appare unicamente quello di soddisfare pericolose retoriche giustizialiste, che, invece, lo Stato di diritto deve respingere con forza.

Non si deve dimenticare, del resto, che 150 anni di studi criminologici hanno dimostrato che la misura della lunghezza della pena non può essere un parametro automatico che non tenga conto della lunghezza media della vita dell’uomo. Pertanto, le sanzioni penali, per compiere la finalità rieducativa, devono avere tempi più ridotti, in modo da consentire al condannato, attraverso il trattamento educativo, l’effettivo reinserimento in società.

Solo così verrebbero tutelati i valori liberali della vita, per i quali lo Stato non può e non deve mettersi allo stesso livello di chi delinque, ma deve, invece, offrire gli strumenti per un pieno recupero dell’individuo.

Pertanto, lungi dal voler sostenere l’inutilità di pene lunghe e severe, appare però necessario ed urgente un percorso legislativo di riforme che rendano realmente compatibili le norme penali ai principi garantisti della nostra Costituzione ed in particolare a quello del fine rieducativo della sanzione penale ed a quello dell’umanità del trattamento sanzionatorio.

La trappola di seta

Sulla Via della Seta qualcuno pensa di metterci un frutto molto particolare del Made in Italy: il debito pubblico. Qui da noi si fa finta di non immaginarlo neppure, ma il Financial Times lo ha messo in prima pagina: “Italy weighs loan from China-led bank to ease fears over joining Belt and Road”. Si sta valutando un prestito dal sistema cinese, il che farebbe meglio digerire l’adesione alla Via della Seta.

Mettiamo i birilli al loro posto, prima che una simile boccia li polverizzi tutti. Noi abbiamo interesse ad espandere il commercio con la Cina. L’ho sostenuto, ci ho lavorato e non ho cambiato idea. Al contrario di qualche ipocrita lo dico esplicitamente: ampliare le nostre esportazioni porta con sé sia le importazioni che gli scambi tecnologici, ivi compreso l’investimento per produrre in Cina. Il problema, in casa nostra, non sono certo le vie con prodotti cinesi, i negozi con paccottiglia varia o i ristoranti cinesi (tutta roba da regolare nel capitolo commercio, licenze e fisco, nulla a che vedere con la politica industriale o estera). Il problema, semmai, è la vendita di tecnologia. Ma anche questo è un capitolo datato, perché se date un occhio alla produzione cinese d’ingegneri e ricercatori scientifici, e alla loro qualità, vi renderete conto che è come il rosolio che la nonna conservava gelosamente, fin quando non lo buttarono via. C’è ancora tantissima tecnologia di altissimo livello, nella nostra produzione, ma la risposta a quel tipo di concorrenza non è il protezionismo, bensì università serie e selettive. Ne parliamo un’altra volta.

Purtroppo, e ripeto purtroppo, non siamo quelli che, fra gli europei, esportano di più in Cina e neanche quelli che ne ricevono maggiori investimenti. Chi si adoperasse in tal senso sarebbe benemerito. Va in questa direzione il preliminare d’intesa (memorandum of understanding) che il governo italiano firmerà con quello cinese? No. Questo è il punto.

Quel testo (almeno quello che è circolato, non smentito) è un’accozzaglia di buone intenzioni. Pensate che i due governi collaboreranno anche nella salvaguardia dell’ambiente. Con i cinesi? (che da una parte sporcano che è una bellezza, dall’altra hanno tecnologia ecologica da vendere, sicché sarebbe curioso ritrovarsi zozzati e acquirenti). Leggi queste cose e ti chiedi: che succede al primo dissidio? Soccorre il quinto paragrafo: ogni controversia sarà risolta solo ed esclusivamente in via amichevole. Il nulla. A questo aggiungete che il testo esclude esplicitamente vincoli giuridici e non ha valore di trattato, tanto che non verrà sottoposto al Parlamento (che lo leggerà sui giornali). Il nulla. Ma nulla nulla? Il contenuto c’è: la collaborazione per la Via della Seta. Basta dirlo, anche senza aggiungere altro.

Perché quello è un grande investimento infrastrutturale e strategico, esclusivamente cinese, che si estende sul territorio dell’Unione europea, con reti di trasporto fisico non meno che con reti di telecomunicazione. Il che cambia in maniera drastica i confini est (non a caso sia la Grecia che l’Ungheria hanno già accolto investimenti cinesi di questo tipo) e introduce una presenza esterna dentro il territorio sovrano. Che questo sia fatto a cura di sovranisti la dice lunghissima sulla presa per le chiappe che tutta questa paccottiglia comporta. L’Italia sarebbe il primo Paese del G7 a firmare una cosa del genere. Forse in vista di un trasloco.

Ora, se le controversie si risolvono solo in via amichevole, che succede se gli amici continuano a discordare? Vince il più forte. Forte in che? Denaro, infrastrutture, intelligence e armi. Inutile fare i vaghi, quella è la posta sullo sfondo.

Mi sono chiesto se chi governa è in grado di capirlo. Ho sperato fosse solo dilettantismo. Lo spero ancora. Ma se c’è di mezzo un prestito le cose cambiano: è vendita di sovranità. Perché, i cinesi non possono comprare titoli del nostro debito pubblico? Certo che possono, già lo fanno (poco), ma nelle aste regolari e sul mercato secondario. Un negoziato governativo per un prestito cambia completamente lo scenario. E una roba di questo tipo non si rimanda modello Tav, o la si smentisce o la si porta in Parlamento. Altrimenti saremmo di fronte a un sovvertimento illegittimo.

Sinistra, moralismo e democrazia

Non è facile fare l’osservatore di fatti politici senza farsi prendere dal coinvolgimento emotivo. La Wertfreiheit di weberiana memoria, infatti, per quanto sia un imprescindibile strumento analitico per chi si cimenta con la pratica dello studioso di fenomeni politici, risente quasi ineludibilmente – se non altro in minima parte – dell’orientamento da cui si parte per osservare le parti concorrenti in gioco. Ciononostante, come insegna uno studioso di grande rilevanza, Dino Cofrancesco, è bene cercare di attenersi a giudizi di fatto di quel che accade, tenendo per sé i giudizi di valore che potrebbero camuffare, e quindi inficiare e rendere così prive di “scientificità”, le analisi prodotte. In altri termini, si tratta di ricoprire la figura di arbitro super partes e non di arbitro delle parti in gioco che, in realtà, si scopre tifoso o, ancor peggio, “hooligan”.

Ahimè, tocca constatare che spesso molti commentatori politici tendono a seguire questa seconda via. Sulla prima pagina de “La Repubblica” di lunedì 4 marzo, l’editoriale firmato da Ezio Mauro non può che destare qualche perplessità, se non addirittura sorrisi amari. Il pezzo, che vuol essere il commento alle elezioni per il segretario del PD, dimostra per l’ennesima volta, se ce ne fosse ancora bisogno, quanto a sinistra, o almeno in seno a una certa sinistra, si soffra della presunzione di una specie di superiorità antropologica. Per il giornalista, infatti, tanto le elezioni sopradette, quanto la manifestazione organizzata sabato a Milano contro il razzismo, pur nella loro diversità, altro non sarebbero che «la coscienza della responsabilità democratica nei confronti del Paese, di chi vuole andare avanti, di chi chiede aiuto e anche di chi ha paura. È la responsabilità della democrazia, che fa parte della civiltà italiana e che ormai sembra travolta». Belle parole, si potrà pensare, ma cosa nascondono?

Celano, ma neanche più di tanto, il classico moralismo che alberga a sinistra – e che, peraltro, ha contribuito all’emersione dei 5 Stelle – ed è proprio di chi pensa di essere sempre dalla parte del Bene e in lotta perenne contro il Male. Ora, chi conosce anche in minima misura chi scrive sa quanto la sua preoccupazione per questo governo sia alta, tanto per l’ala più nazionalpopulista (Lega), quanto per quella di stampo protestatario sociale, e peronista aggiungo (M5S), per utilizzare le etichette di Pierre-André Taguieff. In questo senso, le analisi di Angelo Panebianco paiono più che calzanti e convincenti. Epperò, anche se la difesa di questo esecutivo è ben lontana da questa penna, non si può tacere la stanchezza per l’ennesimo pezzo moralistico che ci propone e ci propina la solita sussiegosa litania dei “buoni” che combattono in una lotta campale i “cattivi”.

Per citare nuovamente Cofrancesco, questo modo di porsi tipico dei “vate” stanti a sinistra, fa parte di quella ch’egli ha catalogato come “ideologia italiana”, tra cui spicca, per l’appunto, «un esasperato atteggiamento moralistico nei riguardi della politica elevata a momento di rigenerazione morale e spirituale dei popoli, non – più modestamente – a luogo di mediazione e di compromesso tra interessi e valori» (si veda, a tal proposito, un vecchio libretto dell’autore intitolato “Destra e sinistra. Per un uso critico di due termini chiave”, Bertani editore, 1984). In altre parole, la lezione aroniana e lo scetticismo di stampo humeano, per quanto concerne l’ideologia che va per la maggiore tra gli intellettuali nostrani, sono completamente disattesi. E allora, come si può parlare di democrazia? Come si sa, il concetto di “democrazia” è ben ostico, ed è ben facile appropiarsene deprivandolo del suo contenuto effettivo (come del resto pure quello di “populismo”). Attenzione, però, giacché anche i tanto bistrattati populisti si autodefiniscono come i veri e unici democratici.

Da un lato, dunque, i populisti reclamano una democrazia sempre più pura di quella che c’è, producendo aspettative crescenti e erodendone in buona misura i cardini costituzional-liberali. E questo, come osservava Sartori, è un pericolo esiziale per il suo delicato equilibrio. D’altro canto, però, a sinistra si ha quasi sempre il vizio di apprezzare e decantare la democrazia, a patto che essa produca esclusivamente i vincitori “giusti” prestabiliti a priori. È questa democrazia?

Possibili scenari del ritiro americano dalla Siria

Nonostante l’annuncio iniziale del ritiro americano dalla Siria sia stato rettificato – specificando che avverrà solo alla completa sconfitta dell’Isis, e con garanzie da parte turca del rispetto degli alleati curdi, la risoluzione spalanca uno scenario, in cui le cause del conflitto rimangono irrisolte, e il pericolo di un’instabilità permanente non è da escludere. Intanto, domenica scorsa, l’unità arabo-curda delle forze siriane democratiche ha sferrato la terza offensiva all’ultima roccaforte dell’Isis nel paese, dalla ripresa della battaglia, dopo l’evacuazione delle famiglie dei miliziani e i soldati arresi, e nella giornata di ieri, la risposta da al-Bagouz ha preso la forma di attacchi suicidi.  Il comando centrale degli Stati Uniti ha diffuso notizie, secondo le quali, interviste realizzate sia acivili, sia a foreign fighters, nei campi di raccolta, hanno rilevato atteggiamenti di estrema, irriducibile, e impenitenteradicalizzazione, e l’intenzione di tornare a insorgere nel momento propizio. Fonti della stampa internazionale hanno confermato le informazioni, riportando reazioni virulente all’indirizzo di reporter e fotografi, con minacce di nuove conquiste del califfato.

Gli Stati Uniti intendono concentrare sforzi e risorse su obiettivi che ritengono vitali come lo scontro, su molteplici fronti da seconda guerra fredda, con Cina e Russia. Tuttavia, nella situazione data, è con quest’ultima che paradossalmente dovrà dialogare. Le truppe americane sono stanziate nella zona orientale, che occupa un terzo della Siria, dove sono concentrate le principali riserve di acqua, petrolio e grano, e la produzione di energia elettrica. Abbandonare questo avamposto significa rinunciare all’influenza sulle trattative riguardo al futuro assetto del paese. Inoltre, un’eventuale rimonta dell’Isis, che ha riparato nella valle dell’Eufrate e le aree attigue dell’Iraq occidentale, sarebbe letale per gli interessi degli Stati Uniti, così come un ulteriore ampliamento della rete sostenuta dall’Iran; eventi che potrebbero essere innescati dal vuoto lasciato.

La repubblica islamica iraniana, che a febbraio ha compiuto quarant’anni, ha coltivato legami con gruppi sciiti in nazioni considerate di fondamentale importanza per la propria salvaguardia: Afghanistan, Libano, Pakistan, Siria e Yemen, per citarne alcune. La strategia prevede la collaborazione con attori armati non statali, che l’Iran addestra ed equipaggia, e mobilizza in diversi teatri, per avversare nemici e aumentare la sfera di influsso regionale, superando l’inferiorità militare convenzionale e minimizzando i costi degli interventi. L’espansione dei combattenti finanziati dall’Iran è stata frenata in Iraq dalla permanenza statunitense dal 2003 al 2011.  Ma mentre l’Iran appare determinato ad apparire come un fattore di stabilizzazione, dove gli americani hanno ridotto i contingenti – è impegnato a osteggiare l’Isis in Afghanistan, gli Stati Uniti lanciano segnali che appaiono irrazionali a confederati e antagonisti.

Una riduzione della sicurezza potrebbe far riemergere l’Isis, smembrare le forze siriane democratiche, tra la componente sunnita e quella fedele al presidente Bashar al-Assad, intensificare le provocazioni iraniane e israelite, con un alto rischio di incidentie degenerazione in una contrapposizione aperta, o riaccendere la belligeranza turca nei confronti dei curdi. Tehran continua ad accumulare riserve missilistiche a ovest della Siria e rappresenta una sfida per Israele. Con una smobilitazione statunitense, estenderebbe l’accesso al confine siriano-iracheno per il trasporto sicuro di armamenti e uomini fra Baghdad e Damasco e troverebbe la via libera sulla frontiera siriano-giordana, orapiantonata dall’esercito americano. Ankara, dal canto suo, non ha la capacità di affrontare l’Isis nel lontano sud della Siria e il proposito sarebbe sempre subordinato all’azione di contenimento dei curdi nel nord-est.

L’unica opzione, quindi, per non lasciare il destino della Siria nelle mani di Tehran e di Ankara, è quella di assicurarsi l’appoggio di Mosca. Alla Russia non conviene vedere ritardata l’esecuzione degli aiuti internazionali per la ricostruzione della Siria. Alla pari degli Stati Uniti, non vuole avere a che fare con un nuovo focolaio dell’Isis, ed ha già installato unità speciali e servizi privati, nella valle dell’Eufrate.  Soprattutto, è intenzionata a prevenire maggiori ostilità fra Iran e Israele, che sminuirebbero i risultati della campagna in Siria e il proprio status di superpotenza. Non da meno, lo stesso Israele, così come la Giordania e le monarchie del Golfo, contano sull’azione di Mosca. La Russia dovrebbe, però, impegnarsi a contenere l’Iran a est, e tenere gli hezbollah lontani dala Giordania, anche se il suo vantaggio geopolitico, questa volta al contrario degli Stati Uniti, non è quello di controllare tutta la Siria, e ha un peso relativo sulle decisioni di Tehran e sulla volatilità di Ankara.

La valutazione di fondo è che il ripiego americano sia tutto sommato una pessima idea. Le guerre finiscono per un superiore uso della forza o per un progressivo logoramento, o ancora per l’effetto di negoziazioni. Il conflitto siriano lascia intravedere almeno due di queste condizioni, ma una finestra per la terza si preannuncia breve e colma di insidie. In un pantano di questa portata, non si può prescindere da una cooperazione diplomatica e sul terreno di Stati Uniti e Russia.

 

Chi decide cosa

L’arte, qualche volta, ha capacità divinatorie. A Giorgio Gaber capitò ripetutamente di sapere guardare avanti. Chi lo ama lo sa. Epperò ci sono cose che stupiscono. Un monologo del 1998, intitolato “La democrazia”, nella raccolta “Un’idiozia conquistata a fatica”, recitava: “Il referendum, per esempio, è una pratica di democrazia diretta (…). Solo che se mia nonna deve decidere sulla variante di valico Barberino-Roncobilaccio ha effettivamente qualche difficoltà. Anche perché è di Venezia. Per fortuna deve solo dire sì se vuole dire no e no se vuole dire sì. In ogni caso ha il 50% delle probabilità di azzeccarla”.

Venti anni dopo qualcuno parla di referendum per risolvere la questione del Trasporto ad alta velocità. Fare o non fare il traforo? Completare o meno? Non entro nel merito, qui m’interessa la forma democratica. Cosa c’è di più democratico che far decidere il popolo? Già, ma quale? Votano solo quelli della Valle? Votano i piemontesi? Votano gli italiani tutti, visto che l’opera è interesse collettivo? Cambia, e molto, a seconda di quale corpo elettorale si sceglie. Posto che neanche si sa come si potrebbe scegliere.

Poi c’è il dilemma della nonna: come faccio a dare una risposta avveduta su una questione che non conosco, se non, nel migliore dei casi, per sentito dire? La democrazia delegata non è una democrazia minore, ma un sistema nel quale delego altri, in cui ripongo un qualche affidamento, a studiare la faccenda al mio posto. Li pago anche. Quando una decisione sarà presa i contrari potranno protestare, ma il metodo sarà stato comunque democratico. E se una decisione non si riesce a prendere? In quel caso devo prendere atto che ho delegato soggetti inabili a decidere o a gestire la pratica che ancora evita ci si scanni per strada: quella del compromesso.

Soddisfatti e arrabbiati

Dovendo dare un voto alla propria vita gli italiani assegnano un 7 (ma il 41.4% va dall’8 al 10). E per il livello economico? Soddisfatto il 53%, contro il 50.5 del 2017. Le famiglie che si considerano economicamente stabili salgono dal 59.5 del 2017 al 62.5, mentre per l’8.1 i soldi sono di più. Sicché il 59% si dichiara soddisfatto della propria situazione economica, mentre un anno prima era il 57.3. Molto o abbastanza soddisfatto del proprio lavoro il 76.7% (le donne il 77.6, più degli uomini 76.1).

Tutto questo è rilevato dall’Istat nei primi sei mesi del 2018. Quand’è che ci siamo distratti e non ci siamo accorti che gli italiani sono contenti? Come è possibile che una larga maggioranza di soddisfatti poi corra alle urne per cambiare radicalmente gli indirizzi politici del Paese? La spiegazione sta nella distanza fra il personale e il collettivo.

Se si chiede della propria vita personale si risponde avendo in mente le proprie reali capacità economiche, i legami familiari e amicali. Se si chiede dell’Italia si risponde avendo in mente una raffigurazione che, da anni, è continuamente negativa, salvo che nella bocca di chi governa, secondo cui le cose vanno dal bene al meraviglioso. Poco credibile. Insomma: a me le cose vanno benino o bene, ma a noi italiani vanno male.

Un solo dato: nel 1970 il patrimonio medio delle famiglie italiane era pari a 3 volte il reddito annuo, come quelle tedesche; oggi le tedesche sono arrivate a 6 volte, mentre le italiane a 9. Abbiamo un enorme debito pubblico, ma il patrimonio è cresciuto. Il che consente d’essere, contemporaneamente, contenti e arrabbiati. Si pensa che il patrimonio sia cresciuto per merito proprio e il debito per demerito altrui. Attenzione, perché a forza di prendersi in giro il debito non si perde, il resto sì.

Pubblicato da Formiche.net

Separazione delle carriere: nuova speranza o ennesima delusione?

Dopo un recente periodo di oblio, seguito ad anni in cui è stata al centro del dibattito pubblico, si torna finalmente a parlare di separazione delle carriere tra magistratura giudicante e requirente.

Il merito è dell’Unione delle Camere Penali Italiane, del Partito Radicale e della Fondazione Luigi Einaudi che lo scorso anno hanno raccolto oltre 72.000 firme a sostegno di una proposta di legge costituzionale di iniziativa popolare per separare le carriere della magistratura inquirente e di quella giudicante.

Il tema si è rivelato ancora molto sentito tra i cittadini, come dimostra il risultato conseguito; d’altronde l’accantonamento era dovuto più ad una sorta di rassegnazione che non all’affievolirsi delle ragioni poste alla base delle istanze di separazione delle carriere. Anzi, tali necessità sono sempre più attuali e fondate.

Le alterne fortune della proposta di separazione delle carriere sono legate alle strumentalizzazioni politiche cui è sottoposta, sventolata da alcuni come la panacea di tutti i mali della Giustizia e da altri vista come un attacco all’indipendenza della magistratura. Riportare il confronto sul piano tecnico sarebbe già un primo passo importante.

Se si analizza la questione scevri da incrostazioni ideologiche e partigiane, risulta incomprensibile come la separazione delle carriere non sia stata la logica conseguenza del passaggio al sistema accusatorio del codice del 1988 e della riforma dell’art. 111 della Costituzione.

Secondo il dettato costituzionale <<la giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge. Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale>>.

Il giusto processo svolto nel contraddittorio tra le parti, poste in condizioni di parità, davanti ad un giudice terzo ed imparziale,non può non presupporre la separazione delle carriere tra la pubblica accusa ed il giudice, sull’esempio di quanto avviene negli altri sistemi accusatori: il cardine di un sistema processuale rispettoso dei principii liberali.

Nel sistema italiano, invece, i magistrati requirenti e quelli decidenti fanno parte del medesimo ordine, condividendo: accesso al ruolo (unico è il concorso di selezione); organo di autogoverno (il C.S.M.); prerogative istituzionali; logiche sindacali ed elettorali(essendo comuni l’associazione sindacale e le correnti); formazione. Inoltre, un magistrato può, nell’arco della sua carriera, ricoprire, seppure con alcuni limiti ed accorgimenti, sia funzioni decidenti che requirenti.

Viste queste premesse ci si chiede come possa un giudice essere, ma anche solo apparire, terzo e neutrale rispetto all’accusa ed alla difesa.

Non vi è solo il pregiudizio della diffusa solidarietà di corpo,il fulcro della questione risiede a livello ordinamentale e culturale.

Uno degli argomenti forti degli oppositori alla separazione delle carriere è il paventato rischio di allontanare il p.m. dalla cultura della giurisdizione. Un auspicabile effetto della separazione sarà, al contrario, quello di allontanare il giudice dalla cultura requirente.

Solo una cultura giuridica che non ha mai a pieno condiviso la svolta accusatoria può non stupirsi dinanzi ad una situazione ibrida come quella attuale del nostro ordinamento. Come possono non essere separate le carriere di due figure completamente distinte del processo penale: il p.m., che è dominus delle indagini,esercita l’azione penale, raccoglie gli elementi di prova, sostiene l’accusa in giudizio in condizioni di parità rispetto alla difesa, ed il giudice, che decide circa le richieste del p.m., dirigere il dibattimento, valuta le prove acquisite nel contraddittorio in condizione di parità tra le parti e pronuncia sentenza.

Appare evidente la necessità che le due figure abbiano un percorso formativo e carrieristico distinto e separato, affinché sia garantita la piena terzietà del giudice. Ma in un sistema in cui si sente ancora ripetere che le parti (accusa e difesa) non possono essere poste in condizioni di parità, che il processo deve accertare la verità storica e non la fondatezza di un’ipotesi accusatoria ed in cui la magistratura in toto si fa portatrice di istanze di rigenerazione sociale, è illusorio pretendere la terzietà del giudice rispetto al p.m.

L’altro argomento forte degli oppositori, il rischio di assoggettare la pubblica accusa al potere politico (come avviene in molti altri ordinamenti), è stato depotenziato dalla proposta di istituire un C.S.M. per la magistratura requirente che ne manterrebbe inalterata l’indipendenza.

Tra gli effetti positivi della separazione vi sarebbe, inoltre, la possibilità di una maggiore specializzazione e di una formazione più calibrata, rese sempre più necessarie dalla complessità del mondo contemporaneo.

Da qualche giorno la Commissione affari costituzionali della Camera dei Deputati ha iniziato l’esame della proposta di legge. Sarà interessante osservare il posizionamento degli schieramenti partitici sul tema, il nuovo scenario politico potrebbe riservaresorprese rispetto al passato.

Certo, può sembrare illusorio sostenere questa proposta in un momento storico di giustizialismo dilagante, eppure non si vede come la separazione delle carriere possa minare le istanze securitarie di parte dell’opinione pubblica: garantire un processo più giusto vuol dire garantire un diritto di tutti.

Stati Uniti, Russia, Cina e l’effetto domino della corsa al nucleare

Ci sono avvenimenti che segnano il passo della geopolitica mondiale. Il ritiro degli Stati Uniti, e poi della Russia, dal trattato firmato nel 1987 da Ronald Reagan e Mikhail Gorbachev (Nfl per la sigla inglese), che proibisce i missili nucleari a raggio intermedio, è uno di questi. L’accordo mise fine alla vicenda degli Ss-20 sovietici, che intimidivano l’Europa, e gli Irbm Pershing-2 e i Bgm-109 Tomahawk statunitensi, puntati sull’Unione Sovietica dalla Germania ovest, grazie allo smaltimento di circa 2.700 unità con una gittata fra le 300 e le 3.400 miglia, che condusse a una maggiore stabilità nel vecchio continente. Nonostante il suo valore per la conclusione della guerra fredda, e la protezione degli amici degli americani in Europa negli anni posteriori, il Nfl non assicura il controllo universale dei missili messi al bando, soprattutto considerata l’ascesa di nuove superpotenze e potenze regionali.
Secondo dati presentati al congresso degli Stati Uniti nel 2017, il 95 per cento della forza missilistica della. Cina violerebbe il trattato, se questo paese ne facesse parte. Al di là delle accuse rivolte a Mosca in merito all’equipaggiamento di battaglioni con gli Ssc-8 e la sperimentazione del sistema 9M729, controbilanciate da quelle indirizzate a Washington per l’esteso programma di droni – tutti nella stessa categoria del Nfl, quel che è certo è che l’arsenale cinese rende inattuabile alle navi da guerra americane l’avvicinamento alla costa, mettendo gli Stati Uniti in una condizione di svantaggio nel Pacifico, a meno di piazzare missili terrestri a medio raggio in Giappone e nelle Filippine. Non a caso Tokyo si è opposta di immediato alla posizione americana. La rottura del Nfl sancisce in via definitiva il riconoscimento di una partita a tre.
Stati Uniti, Russia, e Cina, possono colpire con un missile qualsiasi luogo della terra. Regno Unito e Francia sono grandi eminenze nucleari che siedono al consiglio di sicurezza. La Corea del Nord ha aumentato la gittata missilistica e test dimostrano che potrebbero ledere gli Stati Uniti e circa metà del pianeta. Altri stati hanno lavorato con alacrità per migliorare la precisione e la portata dei propri missili: Israele, India, Arabia Saudita, Iran, Pakistan, Corea del Sud, e Taiwan. L’investimento è spesso dettato dal tentativo di mettere in guardia gli avversari limitrofi, sebbene gli effetti siano globali e il rischio che gli armamenti cadano in mano a gruppi terroristici è reale. Il Pakistan è attrezzato per attaccare abbondantemente l’India; quest’ultima, dal canto suo, è in grado non solo di penetrare ovunque in Pakistan, ma anche in quasi tutta la Cina; Arabia Saudita e Israele, invece, è dal 1990 che sono preparati a bombardare l’intero territorio dell’Iran, ma questo potrebbe fare altrettanto con entrambi.
Nonostante gli sforzi per prevenire la proliferazione dei mezzi di distruzione di massa, nella pratica non è fattibile arrestare il commercio di piccoli componenti e la mobilità degli esperti. L’acquisizione di un unico pezzo fisico, o quella di disegni, comporta avanzamenti di enorme rilevanza nella produzione di varianti o famiglie che vengono poi vendute ad altre nazioni, le quali a loro volta generano ulteriori versioni. In questo modo, la Corea del Nord è arrivata alla produzione di missili intercontinentali, e un aumento di capacità da 745 a 8 mila miglia, in soli venti anni, dalla prima modifica di uno Scud, creato nel 1950 nell’Unione Sovietica. Inoltre, si è sempre collaborato nel trasferimento di informazioni strategiche: l’India con la Russia, il Pakistan con la Cina, la Corea del Nord con l’Iran, seguendo la linea di storiche intese geopolitiche.
La Russia ha sviluppato missili ipersonici, che saranno in dotazione nel 2022, dai quali al momento gli Stati Uniti non si possono difendere. Sono dispositivi che viaggiano a velocità sostenuta otto-dieci volte quella del suono, trasportano testate convenzionali e nucleari e sono atti a centrare sia bersagli navali sia di terra. La loro andatura riduce i tempi di reazione e l’efficacia degli apparati di difesa e l’altitudine ne limita le probabilità di abbattimento, in aggiunta, la traiettoria non è prevedile e hanno un’alta manovrabilità, combinando caratteristiche dei missili balistici e dei missili Cruise. La Cina è in possesso della stessa tecnologia e in alcune aree, incluso lo spazio cibernetico, ha già ottenuto la leadership. Pechino, che sarà pronta nel 2025, ha dichiarato di volerne fare uso nel caso di una dichiarazione di indipendenza da parte di Taiwan, o di un intervento esterno a tale scopo, alludendo agli Stati Uniti. E il transito da Russia o Cina all’Iran è a un passo.
L’effetto domino è stato innescato. Gli Stati Uniti in risposta hanno firmato due contratti da 928 e 480 milioni di dollari con la società Lockheed Martin – azienda del settore dell’ingegneria aerospaziale e della difesa e maggior contraente militare degli Stati Uniti, per la costruzione di prototipi di sensori spaziali per individuare i missili a lunga gittata, e laser e droni per la loro distruzione poco dopo il lancio, nello scenario della guerra lampo. Rimane da vedere quella che sarà nel medio e lungo termine la visione dell’Unione Europea riguardo alla propria difesa. Gli alleati hanno tentato di far desistere Trump, ma la sua decisione ha demolito quello che era considerato il pilastro dell’architettura della sicurezza europea, e giunge in una congiuntura in cui le tensioni fra Russia e Nato vanno ampliandosi e la Russia ha istallato missili Iskander, armabili con testate nucleari, nel suo exclave di Kaliningrad, a tiro di Polonia, Lituania, Latvia, Estonia e Svezia.