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Costume e società Politica

La fattoria degli animali

Gli studenti italiani fanno fatica a capire un testo di media lunghezza, secondo un’indagine dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), realizzata con cadenza triennale, e che nell’ultima edizione ha valutato il livello degli studenti di 79 economie partecipanti.  In Italia sono stati coinvolti quasi 12 mila iscritti al secondo anno di licei, istituti tecnici e professionali – rappresentativi di una popolazione di oltre mezzo milione, i quali si sono posizionati al di sotto della media in lettura, competenza chiave della cittadinanza, con una prestazione che dal 2012 tende a peggiorare.  Inoltre, uno scarno 5 per cento si è collocato nella fascia elevata, a fronte di una percentuale Ocse del 9 per cento.

La prova mirava a scandagliare come si muovono sul web i ragazzi della cosiddetta generazione Z.  Richiedeva di isolare dati fondamentali e vagliarne l’attendibilità.  Al tempo delle fake news, l’intenzione è quella di identificare le capacità di cui sono dotati per discernere un’informazione autentica da una farlocca.  I risultati sono desolanti su scala globale: uno studente su dieci è in grado di districarsi tra realtà e invenzione.  Nel nostro paese, la percentuale è doppia in negativo: uno studente su venti non cade nella trappola delle notizie fasulle.  Gli adolescenti annaspano, quindi, nel trovare quello che cercano in rete, afferrare il significato di uno scritto, e rielaborare conoscenze per applicarle a un problema inedito.  La spesa per l’istruzione, invece, è in calo da oltre dieci anni.

La povertà educativa è un’emergenza nazionale, causa e conseguenza del tramandarsi da genitori a figli di forti disuguaglianze sociali, in un quadro di scarsa mobilità intergenerazionale.  L’Italia è anche l’ultimo paese Ocse riguardo alla comprensione del testo in età adulta.  Il 28 per cento degli italiani è in grado di intendere solo frasi brevi, non è in grado di leggere in modo proficuo un giornale o captare i messaggi di un telegiornale, pur se vota alle elezioni o ai referendum.  L’inabilità di cogliere la complessità dei fenomeni si accompagna con il conformarsi a spiegazioni semplicistiche della realtà, un vero e proprio rischio per la qualità delle scelte strategiche individuali e la democrazia.

Hannah Arendt scrive nella sua opera “Le Origini del Totalitarismo” che il soggetto ideale per i regimi non è l’individuo convinto di una qualsivoglia ideologia, ma quello per cui è decaduta la distinzione tra il vero e il falso.  Nell’orizzonte politico e culturale odierno, potremmo aggiungere che la perdita di un senso condiviso è il fattore preminente della proliferazione di tribalismi e trinceramenti che alimentano l’impossibilità di comunicare oltre l’autoreferenzialità.  Questa sostituzione della ragione con l’emozione corrode il linguaggio e svaluta la verità.

Dizionari di idiomi diversi hanno accolto l’espressione post-verità.  Il Washington Post ha calcolato che, durante il primo anno del suo mandato, Donald Trump ha rilasciato 2.140 dichiarazioni che contenevano imposture o equivoci, con una stima di 5.9 al giorno.  Non si tratta, tuttavia, unicamente di notizie false, ma anche di scienze errate, fabbricate per esempio dai negazionisti del cambio climatico o da quanti si oppongono ai vaccini, o di storia mistificata da coloro i quali negano l’olocausto o giustificano la supremazia bianca.  Le affermazioni menzognere sulla relazione finanziaria fra il Regno Unito e l’Unione Europea hanno contribuito a orientare il voto in direzione della Brexit.

Con “La Fattoria degli Animali”, George Orwell ha descritto come il disprezzo dei fatti, o la loro distorsione organizzata, renda le persone facili prede per aspiranti autocrati, privi di scrupoli, che compensano con l’eloquenza una certa mancanza di intelligenza, e i loro propagandisti che parlano per omissioni, facendo leva su rancori e illusioni.  Come si difenderanno le nuove generazioni dai Napoleon e gli Squealer orwelliani è un dilemma, quando sembrano invece essere la materia più fertile per i populismi e i fondamentalismi che si sono affacciati in Europa e nel mondo.  Gli avvenimenti hanno bisogno di testimoni per essere collocati in luoghi sicuri della storia, in sostanza si devono basare sulla conoscenza e la memoria.  Il compito è un’impresa collettiva, eroica in senso etico.  Ne abbiano la forza e se ne assumano la responsabilità i maestri, gli intellettuali, gli artisti, e i politici di buona volontà.  Se ce ne saranno, non tutto è perduto.

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Diritto Politica

Il ministro tra dolo, colpa, e informazioni corrette

Talvolta il diritto – anche il diritto penale che solitamente è fonte di preoccupazione, di allarme sociale e di sofferenza per tutti i soggetti comunque coinvolti – strappa un sorriso, sia pur a denti stretti.

È ormai di dominio pubblico, si direbbe virale, la puntata di Porta a Porta di mercoledì 11 dicembre nel corso della quale il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, nel tentativo di spiegare le ragioni della (sua) riforma della prescrizione, ha testualmente affermato: <<Quando il reato non si riesce a dimostrare il dolo e quindi diventa un reato colposo, ha termini di prescrizione molto più bassi>>. Di qui, una valanga di prese di posizione e di critiche e la richiesta del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Palermo – anch’essa, dal mio punto di vista, provoca un forzato sorriso – di immediate dimissioni del Ministro della Giustizia.

Ora, non è certamente mia intenzione <<buttarla>> in politica o criticare le persone soprattutto quando hanno opinioni diverse dalle mie, come sul delicato e complesso tema della prescrizione. Ma ogni opinione deve essere fondata su dati certi e sulle regole poste alla base della materia sulla quale si discute. E, almeno nella occasione richiamata, l’affermazione del Ministro, peraltro anche Avvocato oltre che Onorevole, è certamente errata, sebbene – in filigrana e con una certa difficoltà –  si può intravedere la buonafede del Ministro Bonafede. Sempre sulle note dell’ironia (bisogna essere seri, ma non seriosi), come dicevano i latini, nomen omen (il nome è un presagio, un destino…): il ministro è in buonafede, quindi non in dolo, ma in colpa…

Se la questione sulla quale si sono espressi, nei modi succintamente riassunti, il Ministro e il Consiglio dell’Ordine, non fosse grave e seria, basterebbe, appunto, un sorriso. Ma – come ho già avuto modo di chiarire sulle pagine di questo Giornale lo scorso 1 dicembre – la questione colpisce il cuore della nostra democrazia e i diritti di noi tutti, comunque la si pensi. E l’opinione pubblica deve potersi fare la sua idea – libera, autonoma, ma consapevole – senza che si ingeneri ulteriore confusione.

Faccio, dunque, il <<professore>>. Come dovrebbero sapere tutti coloro che hanno studiato il diritto penale, ai sensi dell’art. 42 del nostro codice penale <<nessuno può essere punito per un fatto preveduto dalla legge come delitto, se non l’ha commesso con dolo, salvi i casi di delitto… colposo espressamente preveduti dalla legge>>. Inoltre, per l’art. 43 del codice penale, il delitto (ma lo stesso vale per le contravvenzioni) <<è doloso, o secondo l’intenzione, quando l’evento dannoso o pericoloso, che è il risultato dell’azione od omissione e da cui la legge fa dipendere l’esistenza del delitto, è dall’agente preveduto e voluto come conseguenza della propria azione od omissione>>; mentre <<è colposo, o secondo l’intenzione, quando l’evento dannoso o pericoloso, che è il risultato dell’azione od omissione e da cui la legge fa dipendere l’esistenza del delitto, è dall’agente preveduto e voluto come conseguenza della propria azione od omissione>>; mentre <<è colposo, o contro l’intenzione, quando l’evento, anche se preveduto, non è voluto dall’agente e si verifica a causa di negligenza o imprudenza o imperizia, ovvero per inosservanza di leggi, regolamenti, ordini o discipline>>.

Dunque, nei delitti la regola è il dolo, mentre la colpa deve essere espressamente prevista; inoltre, dolo e colpa sono concetti e nozioni molto diverse tra di loro. Pertanto, non si può <<trasformare>> il dolo in colpa. Del resto, polizia giudiziaria, pubblici ministeri e giudici non <<costruiscono>> i reati, ma ovviamente li accertano sulla base delle prove raccolte. Prove di dolo o prove di colpa.

Sia pure di buonafede, per <<combattere>> la prescrizione, che anche per me rappresenta una sconfitta dello Stato e un esito non auspicabile, occorre avere e dare informazioni corrette e giuridicamente fondate.

Perché avere opinioni diverse è il sale della democrazia. Ma avere opinioni consapevoli è meglio.

 

Pubblicato sul Giornale di Sicilia del 14.12.2019

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Diritto Politica

Tanti dubbi sul blocco della prescrizione ma un altro processo ( più veloce) è possibile

La discussione sulla prescrizione è diventata ( o, forse, lo è sempre stata) una occasione di continua polemica politica, un campo di confronto tra opposte visioni della giustizia: quasi tra garantisti e giustizialisti, tra innocentisti e forcaioli. Ma non dovrebbe essere così. Nel mio precedente intervento, pubblicato sul Dubbio del 15 novembre, ho cercato di indicare le ragioni per le quali la prospettata sospensione ( rectius, abolizione) della prescrizione dopo il primo grado di giudizio, a far data dal 1° gennaio 2020, addirittura pure in caso di assoluzione, non sia una soluzione ragionevole e, dal mio punto di vista, costituzionalmente legittima.

Lo ribadisco nuovamente, per evitare che letture superficiali possano fraintendere e strumentalizzare la mia posizione: quando interviene la prescrizione si verifica una sconfitta per lo Stato, una mancata tutela per le persone offese, un grave danno per tutti i soggetti indagati o imputati, non colpevoli ( articolo 27, comma secondo, Cost.) o innocenti ( articolo 6, comma secondo, della Convenzione europea dei diritti dell’uomo), sino alla ( eventuale) sentenza definitiva di condanna.

Ma i rischi per la libertà personale e le stesse libertà politiche di tutti noi sono troppo grandi e concreti per immaginare di eliminare, semplicisticamente, la prescrizione. Inoltre, e forse soprattutto, tale “rimedio” non cura la malattia, ma ne elimina esclusivamente gli effetti più evidenti. Mi spiego meglio. La riforma Bonafede incide solo sulla fase successiva all’intervenuta decisione di primo grado: ma, in realtà, la prescrizione che interviene, oggi, dopo tale fase ( e senza che abbia ancora dispiegato i suoi effetti la riforma Orlando, che ha aumentato, di fatto, la prescrizione di tre anni dopo la sentenza di condanna di primo grado), è una piccolissima parte di tutte le prescrizioni che riguardano i reati.

Infatti, secondo i dati forniti dallo stesso ministero della Giustizia, nel 2018 i procedimenti penali prescritti in Corte d’appello e Cassazione ( per cui opererebbe il blocco) sono stati 29.862: certo, comunque troppi. Ma la fase nella quale si concentra il maggior numero di prescrizioni è quella delle indagini preliminari ( circa il 41%), e il 75% delle prescrizioni matura entro il primo grado di giudizio: non verrebbe, quindi, toccato dalla riforma.

Peraltro, il blocco della prescrizione dopo il primo grado avrebbe conseguenze molto differenti sul territorio nazionale, perché la percentuale di prescrizione cambia molto da una Corte d’appello all’altra: dal 40% ( circa) a Roma, Catania, Venezia, Torino, al 10% ( circa) di Milano, Lecce, Palermo, Trieste, Caltanissetta e Trento. Con la conseguenza, paradossale, che chi è lento lo sarebbe ancora di più, poiché su quelle realtà si affastellerebbero circa 30.000 procedimenti in più ogni anno, con un vulnus evidente al principio costituzionale di eguaglianza ( articolo 3 Cost.), che la Repubblica dovrebbe, invece, garantire, rimuovendo gli ostacoli alla sua affermazione.

Cosa fare, allora? Per quanto riguarda gli aspetti riconducibili al diritto penale sostanziale, credo che la via maestra per abbreviare i tempi del processo possa essere rappresentata dalla riduzione della sfera del penalmente rilevante: è evidente che la macchina giudiziaria non regge il carico. Ma deve essere il legislatore a effettuare le opzioni di fondo, con la abrogazione o con la depenalizzazione; altrimenti, ci si deve affidare alle discrezionali scelte del pubblico ministero, in materia di selezione del materiale, e del giudice, con gli sdrucciolevoli istituti della sospensione del processo con messa alla prova e, soprattutto, della “particolare tenuità del fatto”. Poi ( come già sostengo da anni) ci si potrebbe limitare, per evitare un eccessivo favor rei nel quadro di un istituto già mitigatore, quale la continuazione di reati nel nostro Paese, a tornare alla disciplina di decorrenza del termine della prescrizione vigente prima della modifica dovuta alla ex Cirielli nel 2005, in modo che il termine della prescrizione decorra dal giorno in cui è cessata la continuazione ( e non più, come oggi, dalla consumazione del singolo reato): su questo punto, la mia proposta coincide con quella prevista dalla legge del 2019, a testimonianza, credo, del fatto che le mie non sono scelte ideologiche.

Nel campo processuale, si potrebbero ( tra le varie misure possibili) prevedere sempre notifiche telematiche, imponendo a tutti i soggetti comunque coinvolti nel procedimento penale – quindi, persone informate sui fatti, testimoni, consulenti – di attivare, dopo la prima notifica, una Pec ( magari a spese dello Stato). Inoltre, si dovrebbe limitare ulteriormente il dibattimento ai soli casi di ampia valutazione, incentivando in misura più decisa l’accesso ai riti alternativi. In tal senso, forse occorrerebbe ampliare lo sconto di pena per l’accesso ai riti ( in particolare per il patteggiamento, che è “fino” a un terzo, mentre per l’abbreviato è di un terzo”) e aumentare il limite di 5 anni attualmente previsto per il ricorso al patteggiamento.

Naturalmente, si potrebbe intervenire anche sui profili ordinamentali, gestendo cioè più razionalmente le esigue risorse esistenti, e sperabilmente sul versante della copertura di tutti gli organici ancora vuoti, sia per quel che attiene ai magistrati che per quel che concerne il personale amministrativo: ma occorrerebbe spendere, mentre, more solito, anche la riforma Bonafede ( articolo 1, comma 29) afferma che «dall’attuazione della presente legge non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica». Tutte queste misure mi sembra potrebbero incidere sulla durata ragionevole del processo ( articolo 111, secondo comma, Cost. e articolo 6, primo comma, Cedu), senza violare i diritti inviolabili della difesa ( articolo 24, comma secondo, Cost.).

Ma occorrerebbe ragionare e ipotizzare riforme che offrano frutti effettivi, sebbene non immediati, e durino nel tempo… cioè non si prescrivano, come talune recenti ipotesi, nello spazio di un mattino, dopo notti insonni.

*articolo pubblicato su Il Dubbio del 21.11.2019

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Diritto Politica

L’altolà di avvocati, studiosi, magistrati: il processo infinito è degli Stati autoritari

Riflettere ancora sul tema della prescrizione, dopo tutto quanto si è scritto e dopo tutto quanto si è detto, potrebbe apparire inutile. O potrebbe sembrare un tentativo di entrare nell’attuale dibattito politico mediante il cavallo di Troia di un argomento giuridico. Ma la verità è che, del tutto a prescindere dal colore del governo, e dalle cromatiche preferenze personali, la questione colpisce il cuore della nostra democrazia, perché segna i delicati rapporti tra lo Stato e le libertà del cittadino ( anzi, di chiunque commette un reato sul territorio dello Stato: dunque, anche degli stranieri e degli apolidi).

È bene sottolinearlo sin da subito: in linea generale, non è certamente un bene che, nel nostro Paese, un numero rilevante di procedimenti penali si concluda, purtroppo, con la dichiarazione di estinzione del reato per tale causa. Ma per risolvere, o cercare di contenere tale negativa situazione, bisognerebbe, piuttosto che dilatare a dismisura la prescrizione, tentare di studiarne le cause e cercare, conseguentemente, di porvi rimedio: è un problema che va approfondito tecnicamente, prima ancora che discusso politicamente. Un grande uomo politico italiano, ma anche grande economista, Luigi Einaudi, affermava che occorre “prima conoscere, poi discutere, poi deliberare”: ecco, mi sembra che, spesso, la prima fase, la più difficile e faticosa, la si salti a piè pari.

Ora, chi conosce meglio il diritto ed il processo penale? Innanzitutto, avvocati, magistrati, professori universitari. E sul tema della prescrizione, pur con comprensibili sfumature, tali “esperti” sono prevalentemente orientati nel medesimo senso. Per rimanere ai fatti più significativi e recenti, il Consiglio nazionale forense ha fatto pervenire al ministro della Giustizia la richiesta di rinviare l’entrata in vigore della norma sulla prescrizione. Le Camere penali Italiane hanno svolto una ricerca, con l’ausilio di Eurispes, sulle vere ragioni della lunga durata dei processi in Italia che in nessun caso è dovuta alle attività difensive.

Le stesse Camere penali hanno, tra l’altro, incentrato il loro recente congresso straordinario di Taormina sulla figura dell’imputato per sempre, frutto di un processo senza prescrizione, ed hanno indetto vari periodi di astensione dalle udienze e da ogni attività giudiziaria nel settore penale ( sino alla prossima dei primi giorni di dicembre, con il ricorso ad una manifestazione oratoria continua).

E anche il Consiglio superiore della magistratura, nel parere del 19 dicembre 2018, è stato chiarissimo nel criticare la riforma, in relazione alla circostanza che la maggiore incidenza del decorso dei termini di prescrizione si registra nella fase delle indagini preliminari e che non vengono introdotte previsioni acceleratorie del processo penale.

Inoltre, il Csm ha notato come la prescrizione sia uno dei maggiori fattori di accelerazione dei gradi di giudizio successivi al primo, essendo il rischio prescrizione uno dei criteri di priorità. ome pure, su sollecitazione dell’Ucpi, oltre 150 professori ( tra i quali, anche chi scrive) prevalentemente di Diritto e Procedura penale, hanno sottoscritto un appello al presidente della Repubblica sottolineando i profili di illegittimità costituzionale della riforma della prescrizione. Ed altri se ne sono poi aggiunti.

Come è possibile che ci sia stata questa convergenza, da parte di diversi attori del dibattito giuridico e da differenti posizioni? Io credo perché chi conosce, studia e vive il diritto ed il processo penale, senza paraocchi ideologici, è più libero e ragiona più lucidamente: e non deve cercare il (facile) consenso.

La verità è, infatti, che sulla prescrizione si sono spesso misurate forze e ideologie politiche, piuttosto che opzioni tecniche, con un superamento della disciplina codicistica ad opera della cosiddetta ex Cirielli nel 2005, poi con la stagione del raddoppio dei termini di prescrizione, sino alla riforma Orlando, nel 2017, con un significativo aumento dei termini, per giungere alla riforma Bonafede, nel 2019, con la prospettata sospensione ( rectius, abolizione) della prescrizione dopo il primo grado, a far data dal 1° gennaio 2020, addirittura pure in caso di assoluzione.

Soprattutto tale ultima riforma mette a dura prova princìpi scolpiti nella Costituzione e negli atti internazionali: dalla presunzione di non colpevolezza ( articolo 27 Cost.) o di innocenza ( art. 6 Cedu), al diritto inviolabile di difesa, ai sensi dell’articolo 24, comma secondo, Cost.; dalla durata ragionevole del processo ( art. 111 Cost., art. 6 Cedu), sino alla stessa funzione rieducativa della pena ( art. 27 Cost.). Ma occorre considerare anche la posizione della vittima, poiché una tardiva tutela rappresenta certamente una salvaguardia cattiva ed inefficace.

In uno stato liberale e democratico, lo Stato non può tenere sotto scacco ( e, tendenzialmente, sotto ricatto) il cittadino; viceversa, in uno Stato autoritario, il suddito è sempre nelle mani del potere, che può decidere di tenerlo in sospeso sine die. La “spada di Damocle” rappresentata dalla eventualità di essere sottoposto a processo penale o di avere inflitta una condanna tardiva, anche in relazione a reati “bagatellari”, può conculcare la libertà personale e le stesse libertà politiche.

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Costume e società

Venezia

La provocazione. Nel 1996 pubblicai questa foto sulla rivista Antiqua di Archeoclub d’Italia per richiamare alla memoria l’immane tragedia che trenta anni prima, il 4 novembre 1966, aveva duramente colpito al cuore il Paese in quella che è la sua ricchezza, ovvero la unicità e la bellezza di Venezia, sommersa da una massa d’acqua distruttrice mai vista prima di allora e Firenze, che nello stesso giorno, fu invasa e stravolta da acqua e fango dallo straripamento dell’Arno. Giunsero aiuti da tutto il mondo, grazie all’UNESCO, e vennero lanciate campagne di sensibilizzazione per preservare lo straordinario patrimonio storico artistico danneggiato da quella terribile alluvione che interessò buona parte del paese e che destò grande commozione nel mondo intero.

Con la foto provocatoria che alludeva alla possibilità che il Palazzo dei Dogi potesse un giorno scomparire sotto le acque del mare, tentai di sollecitare le sopite attenzioni delle istituzioni sul grave ed incombente rischio cui era esposto il patrimonio artistico di Venezia, divenuta sempre più fragile e indifesa. I più erano convinti che il progetto Mose, avviato da qualche anno, avrebbe sottratto la città ad ogni futuro pericolo di inondazione. Tutte le risorse finanziarie disponibili, sei miliardi di Euro, sono state concentrate, in questi decenni,  sulla sua costruzione, assorbendo finanche quelle destinate alla manutenzione della città.  Ed è stato un errore gravissimo, atteso che la Repubblica di Venezia è riuscita per secoli ad assicurare il pieno equilibrio tra la città e le acque alte, facendo della manutenzione dei canali, l’unica vera arma contro le inondazioni distruttive. Il Mose non è stato completato nei tempi previsti. E la città, priva di ogni forma di difesa, si è trovata esposta nella giornata di ieri, ad una nuova distruttiva inondazione. La furia dell’acqua, che ha superato il metro e 80 di altezza, ha invaso e danneggiato edifici pubblici e privati, mettendo ancora una volta a dura prova l’integrità e la staticità del suo patrimonio artistico e architettonico. Nella imminenza della tragedia, l’informazione nazionale, come è ormai prassi consolidata, si è  concentrata sulla rievocazione del malaffare che ha governato per quaranta anni la costruzione del Mose, sulla ricerca delle responsabilità politiche e amministrative, sulle tangenti pagate e gli arresti eccellenti. Il dibattito è ora incentrato sulla convenienza o meno di portare a compimento il Mose. Ma non ci si interroga sulle cause che hanno provocato l’ennesima tragica inondazione e sulla mancanza di iniziative passate e future che dovrebbero favorire la messa in sicurezza della città e soprattutto del suo patrimonio artistico, giunto allo sfinimento.

Abbiamo abusato per decenni della Laguna di Venezia in maniera insostenibile, favorendo l’acqua alta, l’inquinamento, la rottura degli argini, il passaggio delle grandi navi da crociera e continuiamo imperterriti a discutere sempre e solo nei momenti di emergenza, a reagire in emergenza, privi di idee e adeguati piani di intervento. Non possiamo permetterci di attendere ancora tre o quattro anni per la costruzione del Mose e restare inermi in attesa di un’altra drammatica marea distruttrice. Bisogna pretendere un piano di messa in sicurezza del patrimonio più a rischio. Con assoluta urgenza.

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Geopolitica

Africa: l’altra sponda del Mediterraneo

Il sedicente stato islamico ha rivendicato l’attacco, con un ordigno esplosivo rudimentale, nel quale sono stati feriti, nei pressi di Kirkuk, nove membri di un team misto di forze speciali italiane e peshmerga curde, impegnate nell’identificazione di cellule terroristiche in Iraq.  Il grado di attenzione degli organi preposti non si è mai abbassato, con la conseguente riduzione degli attentati in Europa, dopo una sanguinosa stagione.  Tuttavia, la minaccia resta, fuori e dentro i nostri comuni confini.  Il presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump, ha annunciato l’eliminazione di Abu Bakr al-Baghdadi, ma proprio la morte, e la sua ostentazione, sono la linfa della retorica di cui si alimenta il califfato nero, il quale, con celerità, produce nuovi leader pronti al martirio.  Sull’altra sponda del Mediterraneo, in particolare, si compongono scenari che destano preoccupazione.

La fusione di gruppi jihadisti in Chad, Mali e Niger, è una prospettiva reale e un pericolo per la sicurezza europea.  Con questi confinano due aree vacillanti, Algeria e Libia; e nonostante dalla caduta del regime, in Tunisia si siano susseguiti governi moderati, hanno avuto luogo gravi azioni, come quella al museo del Bardo nel 2015.  La costa dell’Algeria e quella francese sono separate da 870 chilometri, ma la Libia dista 530 chilometri dal territorio greco, 270 chilometri intercorrono fra la Tunisia e la frontiera italiana, e 17 chilometri tra il Marocco e le spiagge spagnole.  La miscela di prossimità geografica, retaggi coloniali, fondamentalismi, migrazioni, e presenza di ingenti giacimenti naturali, è pura nitroglicerina.

La dipendenza energetica dell’Europa rappresenta un ulteriore fattore di vulnerabilità.  L’11 per cento del gas arriva dall’Algeria, una nazione a rischio quasi permanente di implosione violenta; di questo il 52 per cento in Spagna.  L’Algeria è anche il secondo fornitore dell’Italia.  L’estrazione petrolifera italiana e francese sono inoltre legate a doppio filo con la Libia che si trova immersa in un conflitto civile.  In caso di collasso di questi sistemi, le riserve dell’Egitto non sarebbero sufficienti a supplire le esigenze.  Con l’alternativa di un gasdotto dall’Israele al momento non fattibile dal punto di vista dei costi, la Russia rimane la sola alternativa viabile, per un’Europa subordinata alla politica estera statunitense, e promotrice di sanzioni contro la sua unica fonte solida.

A dispetto di vecchi poteri coloniali come la Francia e l’Italia, e la loro competizione per lo sfruttamento delle risorse, che finisce per complicare, e a tratti paralizzare, i tentativi di dialogo per la stabilizzazione, la regione è oggetto di un riassetto geopolitico in cui avanza il Cremlino.  Questo ha consolidado un’alleanza nel campo della difesa con Algeria, Egitto e Libia, e tracciato un ampio arco di influenza che parte dalla Siria, passa dalla Turchia, e continua in Nordafrica.  Gli Stati Uniti, invece, hanno sempre guardato a questo teatro come secondario alle operazioni guidate in Medio Oriente.  La campagna ventennale contro al Qaeda, e poi l’Isis, in Afghanistan, Iraq, Siria, e Yemen, è stata condotta senza una prevenzione strutturata, e un contrasto continuativo, al loro travaso in Egitto, Libia, Tunisia e, ancora, in Chad, Mali e Niger.

La vicinanza di questi focolai all’Europa non è stata analizzata come una priorità, malgrado i duri colpi subiti.  Negli anni novanta, gli estremisti algerini hanno esploso ordigni nella metropolitana di Parigi e sequestrato un jet della compagnia aerea di bandiera in un tentativo di shianto contro la Torre Eiffel.  Pur se gli atti recenti sono stati provocati da cellule insediate nell’Unione, o lupi solitari di passaporto europeo e fede islamica, ciò non significa che non siano connessi e che l’Europa sia al riparo dal terrorisno nordafricano.

Inoltre, l’allargamento a est, fomentato dal Regno Unito che ha finito per rifiutare l’Europa intera, ha orientato considerevoli fondi e sforzi verso le economie in fase di pre e post adesione, aprendo buchi nella dimensione sociale della costruzione europea e la protezione delle sue fasce deboli e marginali, dove si sono creati lo scollamento e il malcontento, in cui si radicano due fenomeni diversi come il terrorismo islamico di matrice europea e il populismo che ha sovvertito l’ordine dei partiti tradizionali.  Ne è scaturita la defezione degli stessi inglesi a seguito dell’importante esodo procedente da questa zona dagli anni duemila e gli effetti della crisi del 2008; anche se già la Francia, nel 2005, aveva rigettato la costituzione europea, sulla base della protezione del lavoro, nel tentativo di arginare l’ingresso dei polacchi.  L’affluenza massiva dei rifugiati siriani nel 2015 ha evidenziato la mancanza di una visione condivisa in seno all’Unione Europea sulla gestione del suo intorno geopolitico.  Nondimeno, il problema centrale delle migrazioni per l’Unione Europea non viene dall’est, bensì dal sud.  Il fianco lasciato scoperto torna alla superficie con una potente domanda, alla quale l’Europa risponde con atteggiamenti difensivi e scarsa lungimiranza.

L’Africa è un mondo in rapida evoluzione caratterizzato da una graduale, ma progressiva, crescita e riduzione del debito, provvisto delle più importanti materie prime, con fonti di energia e riserve uniche, corrispondenti a un terzo di quelle del pianeta, classi medie equivalenti a quelle dell’India, mille milioni di persone pronte a lavorare e consumare, reti mobili globali, una gioventù decisa a vivere meglio, a qualunque prezzo.  In venticinque anni, le necessità di consumo dell’Africa saranno triplicate rispetto a quelle europee.  Mentre la Cina si sta preparando a questo appuntamento, e le immense opportunità che ne derivano, l’Europa continua a essere assente.  Il progetto One belt, One Road, concepito per l’Eurasia, si estende ora all’Africa, nel contesto di una cooperazione di lungo termine, per l’infrastruttura terrestre e navale, e l’inserimento nelle reti commerciali.  I dirigenti africani lo hanno accolto con un plebiscito.  La Cina sa, per esperienza, che la demografia ben gestita è un elemento chiave nel processo di globalizzazione.

Sebbene lo sviluppo si sia dispiegato in maniera apprezzabile, è indubbio che sia desiguale, e il dinamismo africano non impedisce che la gente continui ad abbandonare i propri paesi.  Del resto, nel XIX secolo, di fronte a una simile situazione mutatis mutandis di crescita demografica ed economica, dall’Europa si spostarono in 60 milioni.  In aggiunta, una forza contraria e oscurantista, dall’alto potenziale disgregatore, sta riducendo a pezzi l’Africa, facendo dell’integralismo religioso un attore centrale e aumentando la superficie di guerra.  Il successo della predicazione integralista in Africa non ha molto a che vedere con la religione: gli africani hanno sempre espresso un islam tollerante e pacifico.  Oggi le cose stanno cambiando per lo stallo sociale di generazioni condannate alla miseria in un continente che sarebbe in grado di soddisfare le loro giuste aspirazioni.

Per l’Europa, investire in Africa, e gestire con generosità i flussi dal sud, può significare assicurarsi una posizione dominante, laddove si trova il centro delle esportazioni che favoriranno il mercato comunitario.  Gli europei devono scommettere sull’Africa per evitare che gli africani gli voltino le spalle, quando diventeranno il prossimo polmone dell’economia globale.  C’è una verità storica molto semplice: l’Africa ha bisogno dell’Europa e l’Europa ha bisogno dell’Africa.

Per replicare allo scetticismo, l’Europa deve liberarsi dalla trappola dell’impasse fra il liberalismo cosmopolita dei suoi principi fondatori, e l’attuale nazionalismo rampante che, esacerbato dalla crisi e la pressione della mobilità umana, scatena esiti devastanti sulla società e la vita politica, e impedisce di raggiungere un’orientazione consensuata sul futuro per affrontare le grandi sfide.  Se l’Europa si impegnasse in un rinnovato modello di relazione con i popoli a essa vincolati per cultura e storia, potrebbe aiutare a innalzare non solo il livello dell’economia, ma quello della civiltà.

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Geopolitica

I Totalitarismi Del XXI Secolo

La storia non si ripete, ma fa rima, diceva Mark Twain. Oggi, infatti, stiamo assistendo alla stessa assenza di ordine mondiale, che i nostri nonni avevano vissuto all’indomani della fine della Grande Guerra.

 

La prima guerra mondiale è stata uno dei più grandi disastri geopolitici del XX secolo. A causa della guerra, quattro imperi, che rappresentavano parte dell’ordine mondiale di quegli anni, sono stati eliminati: l’impero russo, ottomano, austro-ungarico e quello tedesco. Molte nazioni sono state divise, hanno perso i loro territori, e numerose popolazioni sono state spostate in altre regioni. Il dramma della prima guerra mondiale è stato inoltre quello di generare l’affermarsi di due ideologie totalitarie del XX secolo: il nazismo e il comunismo.

 

L’errore fondamentale dei vincitori della Grande Guerra è stata l’incapacità di costruire un sistema, o meglio un nuovo ordine mondiale, in cui anche ai perdenti fosse riservato e conferito un ruolo dignitoso. Non per niente, dopo la fine della prima guerra mondiale si sono sviluppati sentimenti di revanscismo in Germania, che furono utilizzati nella retorica di Adolf Hitler per salire al potere. Di fatto, la prima guerra mondiale ha creato tutte le premesse per l’inizio della seconda guerra mondiale.

 

L’Ordine Della Guerra Fredda

Alla fine della seconda guerra mondiale, il nazismo è stato sconfitto. Rimangono solo le due ideologie delle due potenze vincitrici: il liberalismo degli Stati Uniti e il comunismo, promosso dall’Unione Sovietica. La Germania, il paese aggressore, e l’Europa vengono divisi in due parti e integrate nei due sistemi esistenti. Gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica hanno pertanto ricreato un ordine. Nasce la Guerra Fredda.

 

La Guerra Fredda, nonostante i rischi di una escalation militare, ha mantenuto un equilibrio mondiale. Ma nel 1989, con la caduta del muro di Berlino, anche questo ordine viene abbattuto. Il comunismo è sconfitto e il liberalismo rimane l’unica ideologia.

 

Il filosofo americano Francis Fukuyama, negli anni Novanta, scrive pertanto il libro “Fine Della Storia”, in cui sostiene che il liberalismo ha vinto sulle altre ideologie del XX secolo, nazismo e comunismo, e regna come unico modellatore dell’ordine mondiale.

 

All’indomani della caduta del muro di Berlino, però, gli Stati Uniti commettono lo stesso errore delle grandi potenze vincitrici della guerra de 1914-1918. Gli Stati Uniti si sono dichiarati come gli unici vincitori della Guerra Fredda, senza riservare alcun ruolo dignitoso alla Russia, che aveva comunque partecipato alla fine dell’Unione Sovietica nel 1991.

 

Gli Stati Uniti iniziano pertanto a regnare egemoni e, di conseguenza, la democrazia liberale viene imposta come unico modello e sistema legittimo per avviare il progresso sociale ed economico. Gli Stati Uniti, quindi, seguendo il principio wilsoniano, danno inizio a politiche estere mirate alla promozione e la propagazione della democrazia liberale ovunque nel mondo.

 

La Storia Continua

Il mondo unipolare però ha molti nemici. Spinta anche da sentimenti di revanscismo, la Russia cerca di ritrovare un proprio ruolo nella storia, promuovendo un mondo multipolare. La Russia, sentendosi abbandonata dall’Occidente, cerca quindi alleanze in Asia, dove la Cina cresce come nuovo polo economico.

 

La Russia promuove anche il BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa), il cui obiettivo è di costruire nuovi centri economici e finanziari, che possano esercitare un’influenza politica.

 

Il multipolarismo sembra pertanto essere possibile. La “storia” non “è finita”. La nascita di nuovi poli economici ha iniziato a erodere l’ordine mondiale liberale. La crescita economica della Cina, che minaccia l’economia americana, ha inoltre dimostrato che il progresso economico non è necessariamente relazionato alla democrazia liberale e, pertanto, altri sistemi sono possibili.

 

La Democrazia Liberale Non E’ Liberale

Ma la vera erosione della democrazia “liberale” occidentale è stata causata principalmente dalle stesse democrazie occidentali.

 

Qualcosa negli anni è cambiato. La democrazia liberale di oggi non è quella di Winston Churchill o di John Fitzgerald Kennedy. In precedenza, per democrazia liberale si intendeva una democrazia maggioritaria, che assicurava i diritti della persona. Oggi, invece, la democrazia è intesa come il potere delle minoranze contro la maggioranza, perché quest’ultima potrebbe diventare l’oppressore.

 

Si continua a parlare di democrazia “liberale”, ma in realtà è rimasto ben poco del liberalismo del XX secolo. Invece di liberale, si potrebbe dire “liberal”, la differenza la fa la “e” finale. Oggi, infatti, la democrazia “liberale” si è trasformata in un retaggio culturale marxista. Non a caso, i paesi dell’Est Europa accusano la democrazia liberale di avere le stesse aspirazioni ideologiche totalitarie del comunismo.

 

Come nel comunismo, la democrazia liberale vuole, infatti, il controllo sociale della famiglia, della Chiesa e delle associazioni private. L’intellettuale inglese John O’ Sullivan, speechwriter di Margaret Thatcher, sostiene che la democrazia liberale è impegnata in una lotta senza fine contro i “nemici della società”, diventando un’ideologia onnicomprensiva che, dietro un velo di tolleranza, poco sopporta il disaccordo.

 

“Liberal-democracy” Vs. Liberal Democracy

O’Sullivan, nella prefazione del libro “The Demon In Democracy” del filosofo e politico polacco Ryszard Legutko, inventa una differenza ortografica per distinguere tra “democrazia-liberale” (“liberal-democracy”; con il trattino) e “democrazia liberale” (liberal democracy; senza trattino) del XIX e XX secolo.

 

Secondo O’Sullivan, la “democrazia liberale” è un insieme di regole progettate per garantire che il governo si basi sul consenso dei governati. La “democrazia liberale” non impone intrinsecamente quali politiche dovrebbero emergere dal governo o quali accordi sociali debbano essere tollerati o proibiti. E’ aperta a una vasta gamma di risultati politici e disposta ad accettare una reale diversità di norme sociali, incluse quelle tradizionali. Nella “democrazia liberale”, le persone hanno un ruolo politico sia come elettori sia come cittadini che agiscono secondo libere scelte.

 

La “democrazia-liberale”, invece, ha politiche e divieti integrati nella sua struttura ideologica. O’Sullivan spiega che la “democrazia-liberale” non è realmente aperta alle istituzioni e alle politiche contrarie ai suoi istinti “liberazionisti”. Limita sempre di più la libertà di manovra su alcuni temi come le restrizioni migratorie ed è persino ostile ad alcuni valori del liberalismo come la libertà d’espressione.

 

La Società Liquida

L’odierna democrazia-liberale (seguendo il suggerimento ortografico di O’Sullivan) concepisce la società ideale come una società dai contorni liquidi. Si tratta di una società fluida senza confini, senza barriere sociali, culturali, territoriali, umane, sessuali, che ha perso la propria identità.

 

I sostenitori di questa società sono figli del marxismo e del ’68. Marx però aveva individuato come causa profonda dei mali dell’umanità la lotta di classe tra ricchi e poveri, tra borghesi e proletari. I sostenitori della società liquida invece hanno trovato nuove classi alla base delle ingiustizie sociali: l’uomo come oppressore della donna, i paesi occidentali come oppressori dei paesi in via di sviluppo, i valori occidentali come oppressori di altre culture, ecc.

 

I sostenitori della società liquida/fluida credono che, se vogliamo liberare l’umanità da queste profonde ingiustizie, dobbiamo fare ciò che ha detto Marx: il proletariato (l’oppresso) deve imporsi sulla borghesia (l’oppressore) per poter poi giungere ad una società senza classi. Lo scopo ultimo della società liquidi è quindi quello di rimuovere ogni barriera e creare un unico magma, in cui vengono eliminate la struttura di potere istituita dai soggetti oppressori e le classi sociali in conflitto. Un esempio è la nascita del concetto d’identità di genere, in cui non esiste più l’uomo e la donna, ma plurali orientamenti affettivo-sessuali.

 

La democrazia-liberale però non è solo il frutto del marxismo, ma anche della corrente “liberal” del liberalismo. La crisi dell’immigrazione in Europa nasce infatti dall’idea che l’identità collettiva (che Marx riconosceva) non esista e che non debba esistere, dato che c’è solo un’identità: quella individuale.

 

Secondo questo ragionamento, la protezione dei confini nazionali e le restrizioni migratorie non hanno alcun senso, perché non esiste alcuna identità collettiva da salvaguardare. L’identità culturale, religiosa e nazionale, in quanto identità collettive, sono negate e la società si dissolve, diventando fluida e liquida.

 

L’Ordine

La società liquida però fa sentire l’uomo smarrito, perché non riesce più a orientarsi in una società senza confini e senza regole definite. L’uomo ha bisogno di ordine e la società liquida, per definizione, non può essere organizzata od ordinata.

 

Auguste Comte, il fondatore del Positivismo, diceva “L’Amore per principio e l’Ordine per fondamento; il Progresso per fine”. La sua citazione “Ordine e progresso”, che figura sulla bandiera del Brasile (Ordem e progresso), sembra tornare più che mai di attualità. Per Comte, infatti, l’ordine e il progresso vanno di pari passo, il progresso mira all’ordine e l’ordine è finalizzato al progresso.

 

Ma come possiamo trovare un ordine giusto? Un ordine che non venga imposto come un nuovo totalitarismo? Un ordine vissuto come libertà.

 

La Società Solida

Il desiderio di ordine ha fatto crescere in Europa i movimenti sovranisti, che promuovono una società solida, basata sulla sovranità nazionale, l’identità nazionale, il nazionalismo e i valori tradizionali. Se, infatti, la democrazia liberale promuove un mondo senza confini, il sovranismo vuole invece chiudere i confini per proteggere un’unità culturale e antropologica.

 

In un’Europa, però, in cui le identità sono in continua mutazione, in cui la globalizzazione è un processo inarrestabile e la libertà di movimento è la norma, appare anacronistico parlare di “nazionalismo”. Il nazionalismo sovranista oltre che anacronistico potrebbe essere pericoloso per l’Europa, dato che rischia di rianimare conflitti dormienti tra popoli e religioni.

 

Anche per quanto riguarda la politica estera, il sovranismo sembra non avere gli strumenti necessari per risolvere le complessità della geopolitica. Se il sovranismo, infatti, si traduce in posizioni di isolazionismo, l’Occidente – in particolare l’Europa – rischia di non avere più alcuna influenza politica internazionale.

 

Per il sovranismo ogni nazione è sovrana di scegliere il proprio sistema di governo e ciascun popolo deve poter risolvere i propri problemi, senza interferenze esterne. Ne consegue che i regimi totalitari, non possono più essere soggetto di sanzioni, perché sovrani di scegliere il loro sistema di governo e di violare liberamente i diritti umani dei propri cittadini.

 

Nel sovranismo, il mondo si trasforma in un ordine multipolare, con diversi poli economici, in cui l’Occidente perde la propria egemonia economica e politica. Il multipolarismo, una volta scomparsa l’influenza occidentale, potrebbe svanire. Nuove potenze, come la Cina, potrebbero emergere e formare un nuovo ordine unipolare, in cui i diritti fondamentali dell’uomo non sono tenuti di conto. Oppure, si potrebbe formare un ordine in cui la Cina è la maggiore potenza economica del XXI secolo, e la Russia, nonostante la sua economia ridotta (ma con molte potenzialità), riesce a sviluppare il suo progetto politico euroasiatico ed esercitare una propria influenza sia in Occidente sia in Oriente.

 

Che Direzione Prendere

In Occidente, la democrazia-liberale e il sovranismo stanno combattendo per affermarsi l’uno sull’altro. O meglio, la democrazia-liberale tenta di sopravvivere per realizzare la profezia della “fine della storia”, mentre il sovranismo vuole imporsi come il nuovo totalitarismo.

 

Entrambe le due ideologie, però, sembrano portare l’Occidente verso il baratro. La democrazia-liberale vuole cancellare l’identità occidentale, mentre il sovranismo desidera portare l’Occidente verso l’isolazionismo, facendogli perdere influenza politica a livello internazionale. Il nazionalismo sovranista inoltre potrebbe risvegliare, come menzionato precedentemente, dei conflitti sulla superiorità di alcune nazioni su altre.

 

Il problema del sovranismo, come ideologia, è che non ha sviluppato un pensiero originale. Il sovranismo si caratterizza soltanto nel suo essere anti-liberale e, come il populismo, si ribella alle élites, promotrici della democrazia-liberale. Pertanto, il sovranismo è costretto ad utilizzare i concetti delle altre due ideologie totalitarie, il comunismo e il fascismo, per combattere le “élites” (l’oppressore) in modo da favorire gli interessi del popolo (l’oppresso) e affermare valori anti-liberali.

 

Per prevenire l’autodistruzione dell’Occidente, è necessario trovare un equilibrio tra società liquida e società solida. La priorità è di costruire una nuova cultura liberale, un metodo che riporti un ordine, in cui i diritti di ogni individuo vengano rispettati, e al contempo in cui l’identità collettiva non sia negata o annullata.

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Diritto Politica Religione

La “commissione Segre”: auspicio di concretezza

La canea mediatica sulla mozione Segre al Senato, non ha colto l’aspetto politico più concreto. Si è focalizzata sull’astensione del centro destra e sulle critiche da sinistra perché non approvare la Commissione per il contrasto a fenomeni di antisemitismo e di istigazione all’odio, equivale ad incentivarli. Ed è vero che l’astensione, almeno di Forza Italia, è stata incomprensibile. Un liberale non sedicente l’avrebbe votata. Nelle stesse ore al Comune di Dresda,  i liberali hanno votato un documento analogo che stabilisce lo stato d’emergenza nazismo visti gli atti antidemocratici fino alla violenza commessi in città (e anche lì la CDU, pure essa nel PPE, si è astenuta).

Tuttavia il punto politico concreto non è la canea sulla mozione Segre non passata all’unanimità. E’ che, di fronte ad un clima esasperato che insidia il confronto democratico, la risposta sia una Commissione straordinaria. Con i compiti abituali: controllare i fenomeni di intolleranza, attuare le convenzioni, gli accordi sovranazionali e la legislazione nazionale, fare proposte in campo legislativo e agire a livello nazionale e internazionale.

L’inefficacia di tali strumenti la prova la stessa mozione istitutiva. Fa un lungo elenco dei provvedimenti già presi ovunque dagli anni ‘60. Eppure siamo tuttora immersi nel clima di odio (non solo in Italia).  Dunque il dato sperimentale è che Commissioni di questo genere non modificano il clima.   Su questo dovrebbe centrarsi il dibattito civile: i problemi del convivere non si risolvono con atti solenni in cui si dichiara di volerli risolvere. Servono atti concreti per modificare i meccanismi dell’odio e della violenza. E poi la consapevolezza che qualche spinta del genere resterà e che è fronteggiabile formando il cittadino al conflitto democratico e, oltre  i confini del reato penale, con fermi ed immediati interventi repressivi.

Spinte all’odio permarranno perché, nonostante i sogni ideologico religiosi, fa parte dell’animo umano disconoscere la diversità altrui e i suoi uguali diritti.  Ma uniformare le diversità come proposto (nel passato e oggi) da quei sogni, crea molto più disagio di quanto ne elimini. La soluzione più efficace per diminuire l’odio è esercitare la libertà individuale, le regole che la realizzano e l’attenzione a ciò che avviene. Perché le matrici dell’odio antisemita sono visibilmente nella destra sovranista e nella sinistra antisionista, ambedue nemiche della libertà.  E perché la libertà non consente di ignorare la storia e quindi non viola la libertà sanzionare chi nega la Shoah (fatti documentati).

In conclusione, la Commissione Segre sarà utile se non si occuperà di chi si è astenuto e di slogan roboanti ma deciderà azioni concrete di aiuto alla diversità prima di fare discorsi etici e morali contro l’odio che convincono solo chi è già convinto.

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Economia

Le patrimoniali, in realtà, colpiscono il reddito prodotto nell’anno.

Dobbiamo purtroppo prendere atto che l’Italia ha uno dei sistemi fiscali meno competitivi a livello Ocse: su 36 paesi paesi l’italia si trova alla 35ma posizione penultima della classifica stilata dalla Tax Foundation mentre al vertice troviamo paesi come  l’Estonia, la Nuova Zelanda, l’Olanda, l’Australia, la Lettonia la Svizzera, la Lituania grazie ai loro sistemi fiscali con  un’imposta sulle società e sulla proprietà molto contenute. Al contrario  l’Italia ha tasse elevate sugli immobili, sul patrimonio finanziario, sugli utili aziendali, e sul reddito personale. Nello specifico, riguardo la patrimoniale,  il gettito complessivo delle imposte patrimoniali è di circa 22 miliardi per IMU/TASI sugli immobili (con carico fiscale complessivo è 50 miliardi), patrimoniale sul risparmio è di 10 miliardi (con un carico fiscale complessivo di17 miliardi), la patrimoniale sull’auto (bollo) è di 5 miliardi, il canone RAI è 2 miliardi per un totale di circa 40 miliardi.

E’ necessario considerare che tutte le patrimoniali non tengono in considerazione il fatto che a pagare le imposte non sono i beni, che per così dire non hanno tasche, ma le persone, le quali le  pagano con il reddito prodotto nell’’anno che ovviamente è gia tassato dalle imposte sul reddito: quindi tassare il patrimonio è tassare il reddito personale due volte.

Peraltro, quel patrimonio che subisce la mannaia della imposizione patrimoniale deriva da reddito già tassato nel passato e che, inoltre,  scontato imposte di trasferimento come l’imposta di registro o in alternativa l’iva all’atto dell’acquisto.  Quindi,  l’imposta patrimoniale, quanto a prelievo, non è diversa dall’imposta sul reddito: solo che, per farvi fronte bisogna attingere al reddito dell’anno in corso che in alcuni casi non basta ed allora è necessario attingere al patrimonio, liquidandolo. Oltre a questo c’è da considerare  che tutti i settori dell’economia sono collegati come vasi comunicanti: se, ad esempio, tassi gli immobili quella tassazione si riverserà negativamente sulle imprese ed il lavoro. Le tasse patrimoniali sugli immobili, sulle barche, sulle auto, danneggiano rispettivamente il settore edilizio, il settore nautico, il settore automotive e tutte le filiere collegate,  con perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro difficilmente recuperabili.

Nel 2012 con  il c.d. governo tecnico, il peso della tassazione patrimoniale è cresciuto di 12,8 miliardi di euro, pari a un aumento del 40 per cento se confrontato con l’esecutivo Berlusconi del 2011. E cosa è accaduto? Che nonostante nonostante si paghino sempre piu tasse con un cospicuo aumento del gettito fiscale passato da 410 miliardi del 2011 il gettito ai 463 miliardi di oggi, con un aumento di ben 53 miliardi,    il debito pubblico che nel 2011 era di 1900 miliardi circa oggi è di circa 2360 miliardi  con un aumento di 460 miliardi ed i poveri assoluti che nel 2011 erano 3.4 milioni oggi sono 5 milioni (dati ISTAT). Quindi, aumentare le tasse per ridistribuirle non funziona.

La parola chiave che accomuna tutta l’area di sinistra, che va dai comunisti ai socialisti ai socialdemocratici ai progressisti è ridistribuzione, politiche di ridistribuzione. Ma che significa, perché si dice ri-distribuzione e non semplicemente distribuzione? E’ semplice: secondo quell’area politica è necessario correggere la  distribuzione del reddito  avvenuta dal basso attraverso gli spontanei meccanismi produttivi, ovvero attraverso il rapporto sinallagmatico tra compenso e prestazione lavorativa e/o investimento, perchè ritenuta sbagliata e perciò da correggere quindi rendendo necessario modificarla dall’alto con una successiva, nuova, diversa distribuzione decisa, non dai consumatori, dai lavoratori, dai datori di lavoro, dagli investitori, dal mercato ma dal decisore/pianificatore centralizzato che stabilirà quanto del compenso per il vostro lavoro o investimento potrete conservare. Il fine dichiarato di questa diversa ripartizione del reddito è quella di un livellamento generalizzato del reddito per eliminare le disuguaglianze tra i cittadini. Molti confondono la lotta alla povertà con la lotta alle disuguaglianze”
Il problema non sono le disuguaglianze ma la povertà, da eliminare estendendo la ricchezza creata attraverso il libero scambio e lo sviluppo economico e tecnologico.

Adam smith attraverso la metafora della “mano invisibile” indica l’egoismo dell”individuo come spinta a creare inconsapevolmente ricchezza anche per la collettività.
Ora la mano invisibile o reale degli italiani é stata letteralmente rimossa: l’ambizione individuale, ricordiamolo, é il presupposto per creare ricchezza (e la necessita di assicurarsi una stabilità e sicurezza economica) e viene premiata , in una economia non dopata o dirigista, con tre particolari forme di rendita:
rendita immobiliare
rendita finanziaria
rendita o profitto di impresa.
Ebbene in Italia si sono create le tre condizioni per l’ eterna Apatia.
Dopo il governo tecnico  e la tassazione sulla casa, è  venuta meno l’ investimento immobiliare; con le attuali politiche monetarie  i risparmiatori non vedono remunerati i loro risparmi; la rendita di impresa è falcidiata da una storica legislazione anti aziende, che si traduce in una delle tassazioni più alte al mondo e una burocrazia al top.

 

Per ridurre il numero dei poveri è necessario abbassare le tasse, favorendo la crescita delle imprese e dell’occupazione. Un abbassamento della pressione fiscale generalizzata, cioè per ogni contribuente, orizzontalmente senza inseguire classi, categorie e blocchi sociali, spazzando via la giungla intricata di regimi speciali, agevolazioni, settoriali, detrazioni, deduzioni, bonus, le c.d. tax expenditures; che sia semplice e chiara e soprattutto strutturale, cioè stabile, non “una tantum” che quindi consenta  permetta una programmazione di lungo periodo e investimenti con la certezza dell’esborso fiscale futuro attraverso una normativa fiscale stabile: nessuno di noi ha mai redatto una dichiarazione dei redditi con regole uguali a quella dell’anno precedente.

 

Esiste un piccolo volume  scritto da Einaudi nel 1946 intitolato L’imposta patrimoniale nel quale  Einaudi afferma: “In verità capitale e reddito non sono due entità distinte, sibbene la stessa entità vista sotto differenti sembianze” e nota che l’imposta patrimoniale si chiama così solo perché il metodo di calcolo è commisurato al patrimonio, ma in realtà colpisce sempre il reddito nel senso che il contribuente attinge dal reddito per pagarla e non dal patrimonio che è immobilizzato e come tale non è disponibile  per fare pagamenti.

Anche l’OCSE  è molto critica sulla patrimoniale ed ha  affermato:

“A net wealth tax is equivalent to a proportional tax on a presumptive return, meaning that the tax is levied irrespective of the actual returns earned on savings” che tradotto significa [una imposta sul patrimonio netto equivale ad una imposta proporzionale applicata ad un reddito presuntivo, nel senso che l’imposta patrimoniale è riscossa indipendentemente dall’esistenza di un effettivo reddito prodotto dal patrimonio risparmiato.

Quindi abbiamo scoperto che  l’OCSE è einaudiana…

E questo dimostra anche una grande differenza tra ciò che riteneva  Keynes ed cio che riteneva Einaudi:  Keynes immaginva  mondo dell’ “uomo scisso”  rigorosamente suddiviso in compartimenti stagni, dove il risparmiatore non è investitore, il consumatore non è risparmiatore e il proprietario non detiene il controllo. Al contario per Einaudi le azioni risparmio-investimento-consumo sono in capo alla persona, all’uomo intero einaudiano ” che si basa sul presupposto che ad agire sia sempre la persona: “Un complesso e misterioso miscuglio di istinti egoistici e di sentimenti morali e religiosi, di passioni violente e di amori puri”.

L’uomo intero di Einaudi si realizza quando è padrone della propria casa nella quale vive dignitosamente insieme alla popria famiglia  E a questo punto non può non venire  in mente la Thatcher e le sue parole:  There’s no such thing as society, there are individual men and women and there are families. La società non esiste: esiste l’individuo, uomini, donne e le loro famiglie. La proprietà privata cambia attitudini e comportamenti individuali,  perchè l’essere proprietari di qualcosa fa si che  si tenda naturalmente a prendersene cura, a lavorare per farla crescere, e in questo modo si apprendono la virtù del risparmio, il concetto di remunerazione del rischio (centrale per comprendere il funzionamento del libero mercato), e si fa crescere l’indipendenza e il potere degli individui sulla loro vita: una “nazione di proprietari” poiché la proprietà è alla base della responsabilità personale, della libertà individuale e solo essa può garantire una società stabile e il successo economico. Solo la proprietà dà alle persone la possibilità di poter scegliere e controllare la propria vita, e l’obiettivo del governo deve essere quello di estendere questa possibilità al maggior numero possibile di cittadini.”

E’ proprio attraverso questo insieme  di legami affettivi  e di disponibilità dei beni che esprime la libertà dell’uomo intero einaudiano: una economia nella quale sia diffusa la proprietà privata grazie al lavoro ed al risparmio e che al contrario di ciò che riteneva Keynes  nella quale nel lungo periodo sopravviveranno i nostri figli.

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Costume e società

La volontà popolare, ovvero dell’eterna finzione per abbattere le sfumature liberali della democrazia

La più emblematica cifra della politica contemporanea è l’appello costante, esasperante, martellante al popolo. Del resto, si dirà, semplificando e anche un po’ banalizzando, non è forse la democrazia quella forma di regime politico in cui è il popolo a essere sovrano e, pertanto, spetta a lui decidere su tutto? Da sempre questo è l’argomento su cui si fa leva, in definitiva, per limitare la libertà individuale. Evidentemente, dacché le masse sono entrate in politica e si è così verificata quella che Mannheim chiamava la “democratizzazione fondamentale”, non si può evitare di includerle direttamente nel campo della politica.