Politica e leadership alla prova della massocrazia populista

«Il sale della democrazia moderna si identifica con quei cittadini che non leggono altro se non le pagine sportive e le vignette comiche. La democrazia non è quindi governo di massa, ma cultura di massa», scriveva Leo Strauss in Liberalismo antico e moderno. D’altronde, qualche pagina dopo era egli stesso ad ammettere che «non dobbiamo aspettarci che l’educazione possa mai diventare educazione universale. Rimarrà sempre e soltanto l’impegno ed il privilegio di una minoranza». In queste parole, evidentemente, non si possono non percepire echi dal sapore elitista; tuttavia, un argomento analogo era già stato sposato ad esempio da un liberale come Tocqueville ne La democrazia in America. Possiamo leggere, infatti, che «è impossibile elevare la cultura del popolo oltre ad un certo livello», giacché l’istruzione richiede tempo, desiderio di ampliare il proprio bagaglio culturale – in quanto ritenuto non solo utile per una qualche ragione, dunque considerato esso come un mezzo, ma soprattutto come un fine in sé – e pure una certa dose di umiltà.

La conquista democratica sarà allora soggetta – come tutto ciò che l’uomo ha conquistato con sudore, ingegno e disponibilità alla fatica – a continui traballamenti interni. Si tratta, in altre parole, di una costruzione instabile e mai definitiva. Con le fulgide parole di Sartori, possiamo ben asserire che «la democrazia è un’apertura di credito all’homo sapiens, a un animale abbastanza intelligente da saper creare e gestire da sé una città buona. Ma se l’homo sapiens è in pericolo, la democrazia è in pericolo». Detto altrimenti, essa necessita di un grado minimo di comprensione dei suoi principi e del suo funzionamento. Non può, dunque, essere valutata per quello che non può dare. In altri termini, non la si può sovraccaricare di aspettative, né, tantomeno, si può pretendere da lei che dia vita a una sovranità esercitata direttamente dal popolo. Come disse magnificamente Bobbio, «nulla rischia di uccidere la democrazia più dell’eccesso di democrazia». Il «perfezionismo democratico», come ammoniva Sartori, è un rischio costante, soprattutto per chi si fa blandire dai suadenti richiami demagogici degli “amici del popolo”.

Già, le élite e i leader politici, presunti “amici” o “nemici” del popolo che siano. Sartori, citando le parole di James Bryce e Salvador de Madariaga, vide come una democrazia liberale, forse ancor di più delle non-democrazie, non potesse fare a meno di leadership di qualità. Ed è ora tornato sul tema Lorenzo Ornaghi, con un bell’intervento sull’edizione weekend de “Il Foglio” che riprende le tesi espresse da Max Weber nella sua celebre lezione tenuta a Monaco ormai un secolo fa. In Politik als Beruf il sociologo tedesco vide in tre le principali qualità che un uomo politico deve possedere: passione, senso di responsabilità e lungimiranza. Con la prima, Weber intende «la dedizione appassionata a una “causa”». Non una semplice passione incanalata nel vuoto, come egli stesso aggiunge, bensì una dedizione matura che fa della necessaria responsabilità «la stella polare decisiva dell’agire». E siamo così arrivati alla seconda caratteristica richiesta a un politico di qualità. Infine, la lungimiranza, ovvero «la capacità di far agire su di sé la realtà con calma e raccoglimento». Dopo tutto ciò, Weber ammette che un leader politico degno di questo nome deve rifuggire una tentazione sempre presente nell’uomo: la vanità, «nemica mortale di ogni dedizione a una causa e di ogni distanza e, in questo caso, della distanza rispetto a se stessi».

Proviamo noi ora a domandarci di queste tre qualità, senza tralasciare la vanesia pulsione, quali siano presenti nel panorama politico attuale, soprattutto, ma non solamente, del nostro Paese. Tocca constatare che, purtroppo, la qualità delle nostre leadership è sempre più carente. I social network, come già ampiamente riconosciuto, non fanno altro che toccare le corde della spocchia di tutti noi. Ci sentiamo in diritto di poter esprimere l’opinione su qualunque tematica: dopo tutto, non servono proprio a rendere una società più equa e orizzontale, quindi democratica? Certamente, essi sono stati una grande innovazione per una molteplicità di motivi. Dunque, non possono essere considerati come una negatività in sé. Dipende, però, come essi vengono impiegati. In altri termini, fondamentale è se gli utenti riescono, ovvero si impongono, dei limiti al loro utilizzo, e non si auto-idoleggiano. Come ha scritto Cass Sunstein nel suo # Republic. La democrazia nell’epoca dei social media (il Mulino, 2017), la libertà di espressione valorizzata dai social va in buona misura accompagnata da «una cultura della curiosità, dell’apertura e dell’umiltà». Altrimenti, si verifica ciò che è sotto i nostri occhi, cioè a dire l’esatto contrario di quello detto poc’anzi: chiusura ed ermetismo del pensiero, ottusità e tracotanza, con la conseguente polarizzazione del dibattito (se così si può chiamare l’accozzaglia di strepiti che ne viene fuori). E i leader?

I leader, se sono veramente tali, non possono diventare semplici follower. La ribellione delle masse di cui parlava Ortega y Gasset, si accompagna quasi di necessità, o forse è proprio anticipata, dalla «diserzione delle minoranze direttrici». Queste ultime hanno smesso di riflettere sul futuro e di ponderare attentamente sul da farsi. Si dirà, le tempistiche della politica e del mondo globalizzato corrono sempre più velocemente e non lasciano spazio alla riflessione tranquilla e misurata. Può darsi; ma i leader politici abdicano al loro ruolo se si lasciano fagocitare dalle urla smisurate di un elettorato sempre più impaziente e privo di quei necessari limiti da autoimporsi. Come nota con acume Giovanni Orsina ne La democrazia del narcisismo, la democrazia liberale «da un lato garantisce agli esseri umani ch’essi possono essere qualsiasi cosa desiderino, teoricamente senza alcun limite. Dall’altro, però, funziona unicamente se essi desiderano entro certi limiti». Detto altrimenti, «la promessa pubblica di autodeterminazione [si regge] sulla capacità di autolimitazione». Pertanto, certamente i singoli individui non possono chiedere alla democrazia più di ciò che essa può dare. Contemporaneamente, nondimeno, chi è stato chiamato a svolgere il ruolo di leader non può assecondare i desideri sfrenati che pervengono dal basso.

Infatti, scrive Sartori in Democrazia e definizioni, «se nessun esperimento storico più di quello democratico vive in bilico sul delicato equilibrio tra “essere” e “dover-essere, è piuttosto evidente che solo élites consapevoli instaurano e conservano la democrazia, che solo minoranze dirigenti esperte e responsabili possono sfuggire al vortice del perfezionismo democratico». Va evitata, per dirla con Röpke, la degenerazione antropologica dell’homo sapiens in “homo insipiens gregarius”, caratterizzato da appiattimento e livellamento intellettuale, nonché da quella mancanza di senso del limite che lo può condurre alla rovina. D’altronde, come notava bene Edmund Burke, «la società non può esistere se non si pongono dei freni allo scatenamento degli appetiti; […] è nell’ordine delle cose che gli uomini privi di senso del limite non possano essere liberi. Le loro passioni forgiano le loro catene». Impegniamoci a riscoprire l’umiltà e il senso del limite propri di individui necessariamente ignoranti e fallibili. Rifuggiamo, dunque, l’ebbrezza narcisistica: ne trarremo giovamento tutti, tanto in veste di singoli quanto come comunità.

La bonifica dei siti contaminati tra obblighi e lentocrazia

Sul principio di chi inquina paga si fonda la normativa ambientale riguardante le bonifiche dei sistemi inquinati.  Individuare, tuttavia, il vero responsabile della contaminazione non è semplice. La vastità e la disorganicità di buona parte delle norme non chiariscono, inoltre, cosa si intenda per bonifica.

Spesso si presenta il caso di proprietari o acquirenti di terreni contaminati che non sono i diretti responsabili dell’inquinamento. Su questa fattispecie, in passato si sono registrate interpretazioni contrastanti dello stesso principio guida delle norma ambientali da parte del Consiglio di Stato e da parte del Ministero dell’Ambiente.

A differenza di ciò che sosteneva il Ministero contro una società incolpevole dell’inquinamento, per cui  “la locuzione “chi” non va riferita solo a colui che, attraverso una condotta attiva, ha abusato del territorio immettendo materiali inquinanti, ma anche a chi, in modo negligente, non fa nulla per eliminare, o anche ridurre l’inquinamento”, i giudici amministrativi del Consiglio di Stato, nella sentenza n.4225 del 10 settembre 2015 sez. VI, ribadivano che gli obblighi del proprietario non responsabile della contaminazione devono riferirsi alle sole “iniziative per contrastare un evento, un atto o un’omissione che ha creato una minaccia imminente per la salute o per l’ambiente, intesa come rischio sufficientemente probabile che si verifichi un danno sotto il profilo sanitario o ambientale in un futuro prossimo, al fine di impedire o minimizzare il realizzarsi di tale minaccia”.  La bonifica e il successivo ripristino dell’area devono, pertanto, gravare solo su colui che è il reale responsabile dell’inquinamento. Qualora non fosse possibile individuarlo, la bonifica è eseguita dalla pubblica amministrazione che può procedere anche alla vendita forzata del sito bonificato, indennizzando successivamente il proprietario con la differenza tra ciò che è stato speso per la bonifica e quanto è stato ricavato dalla vendita.

Altro caso interessante riguarda le riorganizzazioni societarie e i passaggi di proprietà di aziende o rami di aziende, anche tra gruppi industriali differenti.

La sentenza del TAR Lombardia (BS) sez.I n.802 del 9 agosto 2018 spiega che “le riorganizzazioni societarie infragruppo non sono mai opponibili alla pubblica amministrazione quando abbiano lo scopo, o il risultato, di rendere più difficile la tutela di interessi pubblici, nello specifico il conseguimento degli obiettivi di messa in sicurezza e di bonifica delle aree inquinate. […] Quando la società controllata responsabile dell’inquinamento passa, per conferimento o in altra forma, a un diverso gruppo, il gruppo cedente rimane obbligato alla messa in sicurezza e alla bonifica, salvo consenso dell’amministrazione titolare dell’interesse pubblico coinvolto.” Anche in questa circostanza, le amministrazioni locali giocano un ruolo fondamentale nel garantire che operazioni di riassetto societario non diventino espedienti per eludere quanto previsto dalla legge a carico del soggetto responsabile dell’inquinamento.

Ugualmente degno di nota è il caso dei fenomeni di contaminazione storica dell’ambiente, presenti nei Siti di Interesse Nazionale (SIN). In un recente pronunciamento del Consiglio di Stato (Sez. IV n. 5761 – 8 ottobre 2018) si stabilisce che l’amministrazione pubblica competente per legge può emanare un’ordinanza ai sensi dell’art. 242 del decreto legislativo n. 152 del 2006 (Testo Unico Ambientale), con la quale si obbliga il soggetto individuato come responsabile della contaminazione alla riparazione e al ripristino ambientale per fenomeni di inquinamento che ancora sono presenti, anche nel caso che tale contaminazione derivi da atti compiuti prima che il decreto entrasse in vigore.

Due conclusioni importanti si traggono da questa sentenza. La prima: per individuare il responsabile dell’inquinamento il criterio fondamentale è quello del “più probabile che non”; la seconda conclusione, altrettanto rilevante, è che le disposizioni stabilite dalla legge, avendo in questo caso natura riparatoria e ripristinatoria, si possono applicare anche a fatti avvenuti prima che quella norma entrasse in vigore.

Il soggetto responsabile dell’inquinamento non è sanzionabile, perché ha agito quando la legge non c’era. È possibile, però, obbligarlo alla bonifica di una contaminazione che ha causato e che ancora persiste.

Emerge, quindi, in modo chiaro il ruolo sostanziale delle amministrazioni locali nell’ambito della bonifica dei siti contaminati, confermato dall’articolo 36 bis della legge del 7 agosto 2012 che, modificando i requisiti previsti dall’art. 252 del Testo Unico Ambientale, ha trasferito alle regioni le competenze per le operazioni di bonifica per diciotto dei cinquantasette SIN.

Per tutti gli interventi di risanamento ambientale dei SIN sarebbe necessario il passaggio da un sistema di gestione centralizzato che, per usare le parole di Antonio Martino, realizza l’unico obiettivo della “lentocrazia”, ad uno fortemente decentrato.

Il vantaggio sarebbe duplice. Da un lato si snellirebbero le procedure decisorie, aumentandone l’efficacia e l’efficienza, perché definite e gestite da soggetti che conoscono meglio le singole realtà locali.

Dall’altro lato, i cittadini elettori, che dimostrano una sempre maggiore sensibilità ambientale, sceglierebbero con più attenzione la propria classe dirigente, migliorandone decisamente la qualità.  Chi dovrebbe risolvere quei problemi particolarmente presenti nel dibattito civile, riceverebbe un mandato diretto e nessuna possibilità di attribuire furbescamente a livelli decisionali distanti dal territorio la propria inefficienza o la propria incompetenza.

Modernità e smarrimento dell’uomo: un nesso indissolubile?

Marcello Veneziani è pensatore acuto come ce ne sono pochi in circolazione. Da ciò che scrive o dice si possono sempre trarre utilissimi spunti di riflessione, lontani da quella melassa politicamente corretta che intorpidisce le menti e ha la presunzione di farci pervenire al Giusto e al Bene universale e definitivo.

In un’intervista rilasciata il 28 gennaio a Luigi Iannone (“Il Giornale”), l’autore viene sentito sul suo ultimo lavoro, da poco uscito in libreria, Nostalgia degli dei. Una visione del mondo in dieci idee (Marsilio). Pur non essendo liberale, a differenza di chi scrive, Veneziani sostiene alcune tesi che non si possono che condividere. Infatti, elogiando, ad esempio, il ruolo della famiglia non si può non riconoscere che essa costituisce uno di quei legami che ci aiuta a diventare degli “io” e ci traghetta verso la nostra maturazione. Si tratta, quindi, di un imprescindibile strumento di crescita individuale, nonché, piuttosto verosimilmente, di un ineludibile bisogno umano. Senza dimenticare quanto essa possa essere una di quelle preziosissime comunità prepolitiche che vanno opposte all’invadenza di uno stato sempre più intrusivo nelle nostre vite.

Inoltre, sostiene il saggista pugliese, «è necessario comprendere che non siamo illimitati, che i nostri diritti non possono coincidere coi nostri desideri e farsi smisurati». Il richiamo alla fallibilità e, diciamo pure, all’ignoranza di essere imperfetti quali noi siamo, non può che risultare piacevole per chi ha una certa sensibilità liberale. Così come il successivo rimando al desiderio irrefrenabile di sempre più diritti octroyés dallo stato richiama immediatamente quell’ «uomo-massa» di orteghiana memoria – e così ben richiamato da Giovanni Orsina nel recente La democrazia del narcisismo, Marsilio – che mette tanto a repentaglio la società, quanto porta al sovraccarico delle democrazie che si fanno sempre più traballanti.

Infine, almeno per quanto attiene alle posizioni che da un punto di vista liberale possono essere condivise, va citato per intero ciò che egli asserisce a proposito della “tradizione” – una delle dieci idee, come da sottotitolo del volume, che a detta sua vanno prepotentemente riscoperte –, essa «non è solo la gioia delle cose durevoli ma anche il senso della continuità, la convinzione che il mondo non sia nato con noi e non finisca con noi. L’esperienza ci ha insegnato che la tradizione è l’unica promessa di futuro nel nome del passato; senza tradizione sparisce prima il passato, poi il futuro, si perde ogni connessione, si resta prigionieri del momento». L’eco burkeiano è piuttosto evidente, giacché, come si ricorderà, nelle Riflessioni sulla Rivoluzione francese suonano potenti le seguenti parole: «I popoli che non si volgono indietro ai loro antenati non sapranno neanche guardare al futuro». Con Nisbet diremmo che «non possiamo sapere dove siamo, ancor meno dove stiamo andando, senza sapere dove siamo stati». Da un punto di vista liberale, si tratta solamente, per così dire, di non declinare il senso della tradizione in modo assoluto e dogmatico, diciamo escludente, quanto, bensì, di servirsene come impareggiabile ausilio per meglio comprendere il presente e poiché essa costituisce in buona misura la base su cui edificare la nostra vita. Con le splendide parole di Ortega y Gasset potremmo dire che «l’uomo non è in nulla costruttivo, se non è continuità. Per superare il passato bisogna non perdere il contatto con esso; ma al contrario sentirlo bene sotto i nostri piedi, perché ci stiamo sopra». In altri termini, se siamo ciò che siamo, lo dobbiamo anche a chi è venuto prima di noi e a cosa è stato creato, spontaneamente o deliberatamente, da chi ci ha preceduto. Siamo, dunque, essere ineludibilmente situati e radicati, nonostante un certo pensiero iper-razionalista vorrebbe farci credere che non sia così.

Tuttavia, riconosciuti i doverosi meriti a Veneziani, non si possono tacere alcune perplessità. Sembra, infatti, che il Nostro tenda a scambiare degenerazioni della modernità, con la modernità stessa. Sostenendo, ad esempio, che «nella parabola della modernità Dio viene poi sostituito con la storia, con la scienza, con l’umanità. Alla fine di questa parabola, resta l’individuo solo e assoluto che vive la sua solitudine globale chiuso nel recinto del privato». Sebbene la modernità “liberatrice” dai miti e dalle illusioni magico-sacrali-superistiziose possa, come sostiene Veneziani, portare l’individuo a rifugiarsi nel proprio confortevole “particulare”, si tratta, a mio avviso, per l’appunto di un’eventualità, e non di una necessità. Come ci spiega Popper, infatti, un tratto peculiare di una società aperta è anche quella di far uscire l’uomo da gabbie mentali ammantate di sacertà e di dogmi indiscutibili, che rendono il mondo e la realtà fissati nella loro statica immobilità, per mezzo di decisioni personali e individuali che criticano, con l’umiltà necessaria a essere ignoranti e fallibili, l’esistente. Detto altrimenti, la scoperta dell’individuo, e dunque dell’esistenza di una moltitudine di sostanze uniche e irriducibili, fa sì che esso si renda di conto avere tra le sue possibilità quella di pensare in modo autonomo, ma non disancorato dal reale, e di agire in mezzo agli altri.

Si tratta, pertanto, di conciliare una dimensione comunitaria dell’individuo, giacché esso non esiste se non in società, come persino uno dei padri nobili del liberalismo, Adam Smith, osservava, a una sua ineludibile vocazione individualistica. Ancora con le adamantine parole di Ortega, essere uomo significa «essere in una tradizione», in quanto, l’autenticità che contraddistingue ogni individuo di per sé irripetibile nelle sue peculiarità, non può che poggiarsi su una base apparentemente inesistente, ma che al contrario ci fornisce il materiale strutturale su cui andare a innestare la nostra individualità: «la società, la collettività, è il grande essere senz’anima, poiché è l’umanità naturalizzata, meccanizzata e quasi mineralizzata. […] Grazie alla società l’uomo è progresso e storia. La società tesorizza il passato. […] La società mette l’uomo in posizione di partenza e gli consente di creare il nuovo, il razionale e il più perfetto».

Dunque, il recupero del mito come riscatto allo smarrimento di un individuo spaesato e disancorato non credo sia la soluzione migliore. Inoltre, ritenere che essi «ci fanno vedere la realtà sotto altra luce; ci fanno abitare in una vita ulteriore», potrà magari esser vero: ma la realtà che ci fanno vedere non è un’illusione bella e buona? E il fatto che i miti ci possano far tendere verso una vita più piena e meno volgare, non rischia di portarci verso un’utopia che si fa distopia? Dopo tutto, tanto il mito della “giustizia sociale” di stampo comunista, quanto il mito della “razza pura” di matrice nazionalsocialista (da preferirsi alla semplice denominazione di “nazismo”, giacché mette in luce una matrice piuttosto prossima dei due totalitarismi, quella socialista, che molto spesso viene taciuta per un doppiopesismo ottuso e miope) hanno dato vita a veri e propri eccidi che hanno riportato l’essere umano a uno stato di vera ferinità. E allora, io credo, non abbiamo bisogno di nuove (o vecchie) illusioni, bensì di recuperare il senso del limite e l’umiltà come individui naturalmente imperfetti.

«La possibilità di perdersi e il malessere che ne deriva sono il tragico destino dell’uomo e il suo nobile privilegio». Ancora una volta Ortega ci richiama alla nostra straordinaria poliedricità. Constiamo di due facce in perenne rapporto-conflitto tra loro. Se, da un lato, la libertà faticosamente conquistata in seguito, o grazie, alla modernità ci rende capaci di molto (e non di tutto), parimenti la possibilità che noi abbiamo di smarrire la strada è davvero alta. Si tratta di impiegare la nostra libertà in modo responsabile, consci che «la condizione dell’uomo è sostanziale incertezza» (Ortega) e che «l’uomo non è e non sarà mai il padrone del proprio destino» (Hayek). Non abbiamo bisogno di miti, ma di ritrovare il senso di un individuo che, come Charles Taylor osservò in una straordinaria opera Il disagio della modernità, naturalmente ha «natura incarnata, dialogica, temporale». Possiamo anche dire, nuovamente col pensatore canadese, che «è necessario scorgere quel che c’è di grande nella cultura della modernità, e insieme quel che c’è di vacuo o di pericoloso».

Cominciamo, allora, col sostituire a un individualismo falso un individualismo vero, basato sull’idea di individui «la cui natura e carattere vengano complessivamente determinati dalla loro esistenza nella società». Tale distinzione si deve a Hayek, un pensatore che è stato poco letto e probabilmente ancor meno capito. Se la facessimo nostra e la implementassimo, probabilmente si vedrebbe ciò che la modernità è e ciò che la modernità è diventata degenerando quasi nella sua antitesi. E se la democrazia traballa, tutto sommato, è anche (o soprattutto) a causa dell’individualismo degenerato che ormai la contraddistingue e che rischia di farla malamente perire.

Brexit, la prospettiva di Londra

All’indomani del voto che riapre la trattativa tra Regno Unito e Unione Europea, Londra non ha ancora capito cosa sta succedendo. Tecnicamente la premier Theresa May ha due settimane di tempo per trovare una differente soluzione al cosiddetto “Irish Backstop”, ma l’aria che si respira nella City, e più in generale nella città di Londra, non è delle migliori. Dozzine di uffici e attività commerciali sfitti e un’incertezza dilagante accompagnano il processo di transizione.

Allo stato attuale, oltre all’assenza di un solido accordo di transizione, si sente la mancanza di piani di contingenza da parte dell’amministrazione. Questo non può che creare incertezza, anche in tutti quegli attori sociali convinti che una soluzione si sarebbe trovata nel corso di questi due anni e mezzo.

Al momento nessuna disposizione ufficiale è in grado di garantire la qualità del business che ha sempre contraddistinto la capitale britannica: flessibile, disponibile e duttile da sempre quando si tratta di supporto all’impresa, ad ogni suo livello. Startup rivoluzionarie come Revolut e Monzo, in grado di conquistare in poco tempo il mercato delle transazioni giornaliere, grandi giganti d’impresa o servizi hanno da sempre scelto Londra per la sua incredibile offerta di servizi e il suo estremo orientamento alla facilitazione del “fare business”.

Facendo le dovute considerazioni, come tener conto di una strategia volutamente estrema nel momento del voto e della consueta abilità britannica nell’identificare opportunità nel lungo termine, viene naturale chiedersi se il metodo usato per gestire questa transizione sia stato appropriato o meno. Impossibile definire la strategia perfetta o quella migliore, ma è sicuramente ipotizzabile uno scenario in cui, per quanto difficile, una decisione possa essere gestita con notevole anticipo e tempistiche più delineate.

Nel frattempo, il tasso di cambio oscilla seguendo indicatori ben poco attinenti all’economia reale e molto più inerenti alla politica economica vista nei media. I grandi player del food and retail sono preoccupati dall’assenza di un processo definito che dia disposizioni per il 30 marzo e l’incertezza generale si trasforma sempre più in una passiva attesa.

Una popolazione intera guarda a Westminster cercando di capire cosa sia meglio per il futuro.

Attraversare London Bridge per andare in ufficio è sempre uguale…  beh, a parte House of Fraser a Monument che ha chiuso, quello sì che è stato un bel colpo di scena.

Scruton, l’anima conservatrice dell’Occidente

Il New Yorker, che pure è un raffinato periodico della sinistra intellettuale americana, ebbe a definire qualche anno fa il conservatore sir Roger Vernon Scruton (nato a Buslingthorpe, in Inghilterra, il 27 febbraio 1944) come “il più influente filosofo contemporaneo”. Ovviamente, è difficile e forse pure errato (sicuramente inutile) mettere su una scala gerarchica i pensatori, anche perché la loro fama dipenderà anche dai posteri e da ciò che leggeranno in ognuno di loro (Hans Georg Gadamer parlava di “storia degli effetti”). Fatto sta che, ad una lettura attenta della sua opera, vasta per quantità di pubblicazioni ma anche per la varietà dei temi affrontati, Scruton può essere definito uno degli ultimi pensatori in senso classico dell’Europa (forse solo Edgar Morin lo uguaglia in questa cifra).

Pensatore classico significa che Scruton ha un solo problema: capire l’uomo, o forse meglio l’uomo della nostra civiltà, in tutti i suoi aspetti. E quindi non può fermarsi di fronte agli steccati delle discipline e non può non unire a una cultura analitica e pregna di senso storico quella capacità di sintesi “enciclopedica” che hanno solo i grandi. I leit motiv del suo pensiero si legano e organizzano quindi con logica conseguenzialità intorno a una serie di temi fondamentali che delineano un tutto organico e una compiuta visione dell’uomo e del mondo. Proprio per la vastità dei temi affrontati, il compito di introdurre al pensiero del filosofo inglese in poche pagine, come si è proposto di fare Luigi Iannone, aveva un che di proibitivo.

Una vera e propria sfida quella dell’autore, il cui risultato è un agile libro che si presenta come una voce di dizionario, si legge facile e che ha preso posto nella raffinata collana di Profili diretta da Gennaro Malgieri per i tipi dell’editore Fergen (pagine 122, euro 10). Lo stesso Malgieri, nell’introduzione al volumetto, definisce Scruton un poligrafo, elencando le sue molteplici attività: filosofo, studioso di estetica e organizzatore culturale, musicologo, giornalista e commentatore di giornali e tv, agricoltore e produttore di vino nella sua fattoria nella campagna inglese (ove organizza anche incontri e seminari). Iannone segue un percorso molto lineare, insistendo sull’importanza, per Scruton, del tema identitario. Su di esso bisogna però intendersi, sia perché l’identità delimita il senso del suo conservatorismo, sia perché essa non è concepita affatto da lui nel senso della chiusura astratta che è propria in questo momento storico di alcuni movimenti politici non solo europei.

Il conservatorismo di Scruton, come quello dei suoi due grandi maestri la cui eredità vuole in qualche modo recuperare (Edmund Burke e Thomas Eliot), è dinamico, attento alle esigenze della civiltà moderna e anche dell’oggi più immediato. Esso pretende solamente che ogni trasformazione si innesti in un terreno di continuità e gradualità e non si ponga come un reset completo e immediato del passato. La Tradizione è infatti un serbatoio di idee, costumi, abitudini di vita e sociali, anche di “senso comune”: in essa l’uomo ha sedimentato la propria esperienza sulla strada dell’adattamento al mondo e quindi della civiltà. Essa non è immutabile, anzi persino esige il cambiamento, ma pretende rispetto. Proprio questa mancanza di rispetto per le origini o per le radici, è stata all’origine di molte delle tragedie dell’età moderna. Ma essa, seppur in altro modo, è presente anche oggi nelle nostre democrazie e segna la crisi della nostra civiltà.

“Una sorta di isteria da ripudio – scrive Scruton – infuria nei circoli europei che creano l’opinione pubblica e prende di mira una ad una le antiche e consolidate abitudini di una civiltà bimillenaria, proponendole o distorcendole in una forma caricaturale che le rende appena riconoscibili”. Quella che si è creata, potremmo dire sulla spinta del razionalismo e dell’illuminismo, è l’oicofobia, come la chiama Scruton, cioè una paura della propria casa, di ciò che va curato e accudito perché trasmessoci dai nostri padri. È in quest’ordine di discorso che si inserisce la rivalutazione da parte di Scruton, in chiave assolutamente democratica, dell’idea di Nazione. Ammesso che “il nazionalismo è un elemento patologico della lealtà nazionale”, il pensatore inglese osserva che storicamente le nostre libertà e la nostra democrazia si sono affermate nella cornice dello stato-nazione. E non è un caso. Le istituzioni liberali e democratiche possono affermarsi solo incarnandosi nel concreto, non in quell’ottica globalista basata su un individuo astratto e spogliato di ogni sua particolarità storica e contingente che è propria delle organizzazioni sovranazionali e della stessa Unione europea così come è venuta prendendo corpo nel corso degli anni. Una politica di libertà, e lo stesso liberismo, può affermarsi, in altre parole, solo se c’è una lealtà di fondo fra i cittadini, e questa può essere data solo da un’appartenenza “che scaturisce dalla cultura, dalla nazione e da Dio”.

Nel Manifesto dei conservatori, che Scruton pubblicò qualche anno fa, sottolinea Iannone, “viene invocato un fronte conservatore lontano da retrive formule revanchiste ma che non receda sul piano delle libertà economiche e del libero mercato. Vale a dire non si reprima in un solipsismo che rasenti il ‘reazionario’ e in una chiusura ad ogni confronti con l’esterno. In una condizione di questo tipo, dove i valori di riferimento vengano ripristinati, sarà pure possibile realizzare l’idea, oggi peregrina, di un liberismo connesso agli Stati nazionali, correlazione che negli scritti scrutoniani ritorna con una certa frequenza”. In effetti, scrive Scruton, lo Stato nazionale è proprio ciò che rende possibile il liberismo in quanto “definisce una fedeltà condivisa ad un luogo, a una storia, ad una lingua e a una rete di legami locali. Solo su questa base, la gente si fiderebbe l’uno dell’altro tanto da permettere quelle libertà che altrimenti potrebbero sembrare minacciose”. Proprio perché sono elementi “spirituali” quelli che per Scruton segnano l’appartenenza e l’identità, ogni accusa di xenofobia o peggio di razzismo è battuta in breccia. L’oicofilia che egli oppone all’oicofobia è anche inclusiva, ma solo nella misura in cui gli altri rispettino le non immutabili tradizioni dei popoli ospitanti.

L’oicofilia significa poi attenzione all’ambiente che si è ereditato, umano e culturale. Proprio perché esso va preservato, non imbalsamato, Scruton si considera ambientalista ed ecologista. Egli ritiene anzi che l’ecologismo sia una di quelle buone cause che il conservatore deve sottrarre alla sinistra, depoliticizzandola e deideologizzandola. “L’ambientalismo –scrive- è la quintessenza della causa conservatrice, l’esempio più vivo nel mondo, come lo conosciamo, di quel partenariato fra i morti, i vivi e i non ancora nati, di cui Burke faceva l’apologia e vedeva come l’archetipo del conservatorismo. Il conservatorismo non vuole portare ad alcuna riforma radicale della società o all’abolizione dei diritti e dei privilegi ricevuti dal passato.

Dunque, l’ambientalismo “non è una vera e propria causa di sinistra”. C’è in effetti, nel nostro autore, la tendenza a depurare da ogni ideologismo, e quindi a includere nella propria visione, molte idee progressiste: il suo è un discorso che tende sempre alla ricerca di una misura e di un equilibro, diciamo pure di un’armonia. Da qui le sue riflessioni si estendono quasi naturalmente al tema della bellezza, che è al centro di una parte importante della sua produzione scientifica. Nelle sue pagine c’è forte la critica alla decadenza del gusto, all’affermarsi del Kitsch o di ciò che è semplicemente funzionale o utilitaristicamente appropriato (come si vede in certa urbanistica). I critici, per pura esigenza di mercato, avvalorano questo gusto, e anche un’idea di bellezza come capriccio e soggettività. Con ciò essi contribuiscono non poco alla distruzione di quei valori spirituali che hanno sempre temperato, nella nostra civiltà, gli interessi materiali. Su valori puramente utilitaristici ha preteso invece di costruirsi la stessa Unione Europea, dicevamo. E questo è stato il motivo che l’ha portata alla crisi attuale.

Si sono rigettate le origini cristiane della nostra civiltà e si è pensato di poter costruire una coesione fra popoli diversi, seppur uniti appunto dal cristianesimo, su basi puramente procedurali e quindi burocratiche e centralizzatrici del potere. Scruton è anglicano, ma qui non fa problema di adesione ad una particolare religione, bensì a quella koiné e a quei valori che il cristianesimo ha trasmesso al nostro mondo. Ciò significa assumere anche un atteggiamento di umiltà e rispetto verso il mondo, consapevoli che “per la maggior parte degli esseri umani la religione è sempre stata l’umiltà davanti al volto della creazione”. “Non si tratta di definire –scrive Iannone- il pessimismo come stile ed essenza del nostro agire ma confidare nelle consuetudini e nelle tradizioni, nei cambiamenti lenti, nell’idea che i limiti posti alla natura non debbano essere sempre e comunque superati e, allo stesso tempo, combattere ‘le false speranze e l’ottimismo senza scrupoli”.

Critico implacabile del multiculturalismo e della mentalità corrente, Scruton, come dicevo, si è molto impegnato nel riformulare, in un’ottica non retriva o reazionaria, alcuni punti dell’ideologia liberal: ad esempio difendendo il femminismo, quando non diventa ideologico e funzionale ad una politica. Particolarmente interessante, e Iannone vi dedica ampio spazio, è considerare come Scruton affronta il problema dei “diritti degli animali”. Ovviamente per lui, titolari di “diritti” possono essere solo gli esseri umani. Ciò però non significa che noi non abbiamo doveri verso di essi: ce li assumiamo nel momento stesso in cui li facciamo dipendere da noi per la loro esistenza. La compassione e la pietà sono importanti sentimenti umani, e così pure il dovere di preservare l’ambiente naturale che ci è stato trasmesso o abbiamo ereditato. Gli animali, come tutto ciò che appartiene alla natura e al creato, vanno rispettati.

Lo stato d’animo, la Stimmung direbbero i tedeschi, con cui porsi di fronte al mondo è, per Scruton, cautamente ottimistica o, se si preferisce, moderatamente pessimistica nella misura in cui è scettica verso le grandi trasformazioni della realtà affidate all’uomo. La speranza, che è stato il valore che ha mosso i progressisti, proprio perché riposta in cose che andavano oltre le umane possibilità, si è spesso convertita in utopie destabilizzatrici della “natura umana” e foriere di tragedie storiche. Come scrive Gennaro Malgieri a proposito di un altro libro recente di Scruton, la raccolta di saggi Confessioni di un eretico, l’obiettivo “politico” che egli si propone, con la sua opera (in ampia parte disponibile in italiano), è “una chiamata a raccolta per una difesa tutt’altro che passiva di una civiltà al tramonto, che non è detto che debba necessariamente morire”. La nostra, europea e occidentale.

Corrado ocone, Il Dubbio 19 gennaio 2019

La cattura di Cesare Battisti e i muscoli del ministro

Che un condannato debba scontare la pena comminatagli dal suo giudice naturale, quando questa sia divenuta ormai definitiva e pertanto irrevocabile, è questione che attiene alla certezza del diritto. È indubbiamente anche una questione di civiltà. 

La cattura di Cesare Battisti avvenuta per opera dell’Interpol nella giornata di domenica 13 gennaio in Bolivia da una parte ha messo fine a una latitanza durata quarant’anni, dall’altra ha innescato sin dalle primissime agenzie polemiche infuocate. 

Matteo Salvini ha aspettato a Ciampino l’aereo che riportava in Italia l’uomo appena estradato. Era in compagnia di Alfonso Bonafede che con lui divide l’esperienza di governo, al dicastero della Giustizia, e che non ha fatto mancare una diretta Facebook con tanto di immagini montate in musica. Un video-promo di una certa efficienza italica, in materia di sicurezza. 

Il vicepremier ha fatto il resto. “Il mio impegno è che questo maledetto delinquente sconti la sua pena. Ovviamente dovrà marcire in galera fino all’ultimo dei suoi giorni. Non deve uscire vivo dalla galera”. La platea era quella della scuola politica della Lega, a Milano. Parole di rabbia che se possiamo ritenere giustificate e in qualche maniera comprensibili in bocca ai parenti delle vittime, ai quali in fondo anche un sentimento di vendetta potrebbe addirsi, al contrario ci appaiono eccesso e nota stonata quando a pronunciarle è un ministro di questa Repubblica.  

Il condannato è chiamato a scontare la pena non a marcire in galera. E questo in un paese democratico e civile dovrebbe valere per Cesare Battisti, come per Totò Riina.

Evidente che l’idea di tenerla sotto controllo, quella dimensione emotiva così accesa, nelle esternazioni che sono la manifestazione pubblica e ufficiale della carica rivestita quale membro di questo governo, al ministro Salvini in queste ore non deve essere nemmeno passata per l’anticamera del cervello.

Ma il problema è reale. E non è di galateo, né unicamente di buon gusto, come dire. Continua a essere, per il leader leghista, ancora e sempre una questione di muscoli. 

Le ripercussioni sull’immagine delle istituzioni sono tuttavia evidentissime e brucianti. 

Battisti è per la giustizia italiana un terrorista, condannato a due ergastoli per quattro omicidi compiuti sul finire degli anni Settanta. La cronaca, la militanza nei gruppi dei proletari Armati per il Comunismo, l’evasione, poi i lunghi anni all’estero da latitante, i panni del romanziere, accolto in Francia e in Brasile, una vita raccontata dall’ombra. Lo scontro, si direbbe, è quello che da sempre contrappone giustizialisti e garantisti. Ma forse non è solo questo, c’è anche di più.

A guardarla da giurista, ciò di cui dibattiamo è la sanzione penale. Essa implica una presa d’atto che pone il nostro sistema di fronte a una prospettiva che può atteggiarsi in molteplici maniere, ruotando 

tra assi differenti: retribuzione, prevenzione generale e prevenzione speciale. Il punto di equilibrio dà di volta in volta il senso del contesto politico sociale, oltre che di una scelta meramente giuridica e normativa. È, di fatto, un’angolatura d’eccezione attraverso la quale leggere il paese. 

Che la sanzione debba compensare il crimine compiuto e che pertanto abbia in sé una connotazione afflittiva è del resto tratto fisiologico. Il passaggio ulteriore, peraltro, non può sfuggire, ponendosi il concetto di proporzione come elemento imprescindibile e metro di misura a garanzia di equilibrio e, perché no, di giustizia. 

Considerata dunque la fattispecie, la questione è qui molto più sottile. 

Va da sé che le volte in cui la chiarezza sembri far difetto, dalla nebbia si esce spostando il faro in modo da illuminare la Costituzione. Così facendo si squarcia un velo e si finisce per scoprire qualcosa che a Salvini per primo potrebbe tornare utile sapere, visto il ministero che al momento lo impegna. 

La Carta ci dice chiaramente che “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e – ci dice di più – devono tendere alla rieducazione del condannato”. 

E ciò malgrado l’aspro confronto in sede di lavori preparatori tra quanti ritenevano, anche citando Benedetto Croce e il suo volume Etica e Politica, “esser del tutto vano discutere sul carattere utilitario e morale delle leggi e di questa o quella legge”.

C’è dunque, infine, un’idea di fondo recepita nella Costituzione. Ed è contro di essa che questo ministro dell’Interno inevitabilmente va a sbattere. 

La pena, anche quella che dovrà scontare Cesare Battisti, non potrà dunque che tendere alla rieducazione del condannato. 

Ed è precetto irrinunciabile, questo, che va letto all’interno del complesso di tutti i principi ispiratori del nostro sistema costituzionale. 

Un’architettura di garanzia contro cui nemmeno i muscoli di un ministro, forse, potranno far molto. 

L’articolo 18 della Costituzione Italiana

Trascrizione dell’intervento dell’Avv. Andrea Pruiti Ciarello sull’art. 18 della Costituzione Italiana, nell’ambito del convegno “Liberi di associarsi”, organizzato dal Grande Oriente d’Italia, con il patrocinio dell’Assemblea Regionale Siciliana, a Palermo il 9/01/2019 nella Sala Piersanti Mattarella di Palazzo dei Normanni (Palermo).

Sono trascorsi quasi novecento anni dal momento in cui il parlamento siciliano divenne, primo tra tutti gli stati europei, moderno strumento di amministrazione del regno, somma assise deliberativa e regolatoria dei rapporti civili, esempio di innovazione politica ed amministrativa e ritrovarsi oggi, in questo luogo così significativo, a parlare della Costituzione Italiana e, in particolare, del diritto di associarsi liberamente, sancito dall’art.18, potrebbe sembrare quasi un vuoto esercizio retorico.

Così non è, però, i fatti dimostrano che occorre impegnarsi nel dare corpo alle fredde norme costituzionali, perché quelli che sembrano diritti inviolabili dell’uomo corrono quotidianamente il rischio di essere gettati nell’oblio o di essere calpestati. Tale rischio cresce al crescere del disinteresse dei giovani alla politica, cresce al crescere della demagogia e del populismo nella retorica politica, cresce quando il rigore normativo cede il passo alla ricerca pervicace ed indiscriminata del consenso.

Ci si trova quindi a discutere dell’effettività del diritto di associazione, giacché lo scorso 4 ottobre 2018, l’Assemblea Regionale Siciliana ha approvato la Legge Regionale n.18/2018, la quale per un perverso scherzo del destino, va a intaccare proprio quel diritto che l’art.18 della Costituzione riconosce e garantisce.

La nostra bella Costituzione prevede che “I cittadini hanno diritto di associarsi liberamente, senza autorizzazione, per fini che non sono vietati ai singoli dalla legge penale”. Questo testo, apparentemente semplice, esprime in realtà tutta la polemica e la frustrazione del popolo italiano, contro la censura fascista. Durante il regime dittatoriale, proprio la libertà di associazione, subì una drastica compressione.

L’Assemblea Costituente, nel redigere quel testo ancora oggi vigente, deliberò di dare alla libertà di associazione, la formulazione più ampia possibile di libertà positiva, cioè quella di essere riconosciuta all’interno dell’Ordinamento con il minore intervento potestativo dello Stato. Così il testo base sul quale lavorarono i deputati della I sottocommissione, ovvero “I cittadini hanno diritto di associarsi liberamente, senza autorizzazione preventiva, per scopi che non contrastino con le leggi penali e con le libertà garantite dalla Costituzione” subì delle censure e delle profonde modificazioni, al fine di rendere quanto più ampio possibile il diritto di associarsi.

L’Aggettivo “preventiva”, dopo la locuzione “senza autorizzazione”, fu fortemente censurato dall’On. Roberto Lucifero d’Aprigliano (monarchico e liberale) che propose di sopprimerlo, giudicandolo limitativo, poiché poteva fare pensare che il legislatore, pur non potendo imporre autorizzazioni preventive, ne potesse tuttavia imporre di successive alla costituzione della associazione.

La parte finale del primo comma, ovvero quella che prevedeva che la libertà di associazione dovesse essere riconosciuta per scopi che non contrastino “con le libertà garantite dalla Costituzione” fu proposta dall’On.le Giorgio La Pira, Democratico Cristiano, con il supporto del collega di partito On.le Aldo Moro, il quale proponeva come variante di specificare “libertà democratiche” ma, paradossalmente, anche tale formulazione si prestava ad interpretazioni restrittive della libertà di associazione. L’On.le Elio Basso, avvocato e socialista, criticò aspramente la proposta dei colleghi democristiani perché tra le libertà che la Costituzione garantisce vi è il diritto di proprietà (art.42) e subordinare la libertà di associazione al rispetto delle libertà garantite dalla Costituzione, avrebbe potuto in qualche modo limitare il diritto di associazione di movimenti politici come il partito socialista ed il partito comunista, i quali avevano una concezione non liberale della proprietà privata e “si riunivano per ridurla o vietarla” (cit. On.le Basso). Quella formulazione, pertanto, si poteva prestare ad abusi, consentendo astrattamente di vietare le riunioni dei partiti socialista e comunista, prendendo a pretesto un contrasto, vero o presunto, con le libertà garantite dalla Costituzione.

Alla fine, la I sottocommissione dell’Assemblea Costituente esitò il testo che noi oggi conosciamo, respingendo tanto la proposta dell’On.le La Pira, quanto l’emendamento dell’On.le Moro, al fine di non restringere in nessun modo la libertà di associazione; sul punto l’On.le Pietro Mancini, socialista, fece osservare che “il concetto di libertà è il concetto informatore di tutta la nostra Costituzione”.

Quel testo venne poi approvato dall’Assemblea Costituente senza nessuna modifica o integrazione.

La portata escatologica dei principi generali sanciti dal primo comma, trova un argine nel secondo comma del medesimo art.18, il quale nel testo vigente prescrive: “Sono proibite le associazioni segrete e quelle che perseguono, anche indirettamente, scopi politici mediante organizzazioni di carattere militare”.

Gli On.li La Pira e Basso proposero di vietare “le associazioni segrete a carattere militare” ma l’On.le Mancini fece osservare che costituire un’associazione segreta a carattere militare era già vietato dall’Ordinamento Penale e che sarebbe stato più opportuno attribuire alla norma un carattere politico e propose di integrare il lemma con “carattere militare fascista”. L’On.le Concetto Marchesi, accademico, socialista, catanese, si espresse in modo quasi vaticinante, rilevando che il fascismo tende a rispuntare sotto altre denominazioni e, pertanto, la formulazione proposta dal collega Mancini non sarebbe stata sufficiente allo scopo.

L’attuale formulazione la dobbiamo all’iniziativa dell’On.le Moro e dell’On.le Meucio Ruini, i quale ebbero la lungimiranza di evitare specifiche attribuzioni di carattere politico, che di fatto avrebbero limitato la portata generalista della norma.

L’altro limite, imposto dal secondo comma dell’art.18 della Costituzione è quello relativo alla proibizione delle associazioni segrete.

L’aggettivo “segreta”, privo di una precisa delineazione d’ambito, generò un vivace dibattito nella I sottocommissione; l’On.le Ugo Della Seta propose all’Assemblea un emendamento chiarificatore: segrete sono da considerarsi quelle associazioni che celano la propria sede, non compiono atti pubblici e celano i principi che professano.

Quell’emendamento non venne approvato ma trovò sostegno da parte dell’On.le Lucifero d’Aprigliano, il quale riconobbe che, senza quelle specificazioni, sarebbero stati possibili arbitrî successivi nell’interpretazione della norma costituzionale.

Termina qui l’analisi dell’art.18 e della sua genesi, utile a comprendere l’estrema sensibilità dei membri dell’Assemblea Costituente e dell’importanza centrale e baricentrica della libertà di associazione nell’impianto costituzionale.

Tale libertà, nella sua applicazione pratica, trova sostegno anche nell’art.3 della Costituzione, ove viene esposto il principio di non discriminazione.

La libertà di associarsi liberamente ed il diritto di non essere discriminati, trovano un’ulteriore affermazione negli artt. 11 e 14 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, firmata a Roma il 4 novembre 1950, dai 12 stati al tempo membri del Consiglio d’Europa.

La Legge Regionale 18/2018 limita il diritto di associarsi liberamente e di non essere discriminati per avere legittimamente esercitato quel diritto sociale?

A parere degli On.li Catalfamo e Lo Curto e anche secondo il sottoscritto, tale limitazione sussiste drammaticamente.

Nella storia recente, l’appartenenza alla massoneria o, in termini giuridici, l’iscrizione ad una associazione massonica è stata oggetto d’attenzione di parecchie norme regionali:

  1. R. Friuli Venezia Giulia 15 febbraio 2000, n.1, che modifica ed integra la L.R. 23 giugno 1978, n.75;
  2. R. Marche 1 dicembre 2005, n.27;
  3. R. Marche 5 agosto 1996, n.34;
  4. R. Toscana 29 agosto 1983, n.68;
  5. R. Toscana 6 novembre 2012, n.61;
  6. R. Toscana 5 giugno 2017, n.26.

Due di queste sono state impugnate dal Grande Oriente d’Italia innanzi alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e, per entrambe le leggi delle regioni Friuli e Marche, la Corte Europea ha accolto il ricorso e condannato lo Stato Italiano, dichiarando le norme impugnate violative dei diritti di libertà di associazione e di non discriminazione.

La Corte, in casi come quelli, procede con il verificare se c’è stata un’ingerenza dello stato nel godimento del diritto in questione; se il vaglio è positivo successivamente valuta se detta ingerenza è giustificata o meno. Il giudizio sulla giustificabilità dell’ingerenza si basa sulla previsione di Legge, sulla finalità legittima di tale legge e sulla valutazione se quell’ingerenza sia necessaria in una società democratica. Questo tipo di giudizio mira all’accertamento del principio di proporzionalità.

Seguendo questo schema, sussistendo l’ingerenza (per un eventuale pregiudizio in termini di perdita di prestigio con conseguente aumento dello stigma sociale avverso la massoneria e, in termini pratici, con l’eventuale perdita di membri), la Corte valuta se ricorrono nel caso di specie i motivi giustificatori: 1) legalità; 2) fine legittimo; 3) necessità dell’intervento normativo in una società democratica.

Nei due casi sottoposto al vaglio della CEDU, la legalità è stata soddisfatta dalla natura di legge regionale; quanto al ricorrere di un fine legittimo, la Corte ha dato dignità all’interesse delle pubbliche autorità di «rassicurare l’opinione pubblica in una fase in cui era forte la questione sul ruolo dei massoni nella vita del paese», come ingerenza tendente alla protezione della sicurezza nazionale e della difesa dell’ordine pubblico.

Ma è il successivo vaglio – la necessità di tale ingerenza in una società democratica – che ha portato alla condanna dello stato italiano.

La Corte in quei due casi ha ritenuto che la libertà di associazione rivesta una tale importanza da non potere subire alcuna limitazione, sia pure per una persona candidata ad una carica pubblica, nella misura in cui l’interessato non commetta egli stesso, in ragione della sua appartenenza all’associazione, alcun atto irreprensibile. In conclusione, l’obbligo di dichiarare la propria appartenenza alla massoneria e soltanto alla massoneria, per la CEDU non appare “necessario in una società democratica” e risulta discriminatorio perché viola il principio di parità di trattamento tra le associazione massoniche e tutte le altre associazioni ammesse dall’Ordinamento, senza una ragionevole ed obiettiva giustificazione.

La Legge Regionale 18/2018, da un punto di vista tecnico è manchevole sotto molteplici aspetti. L’art. 1 che impone l’obbligo dichiarativo di appartenenza alla massoneria o ad associazioni similari contrasta con l’art.3 della Costituzione e costituisce una evidente discriminazione tra le associazioni massoniche e tutte le altre associazioni ammesse dall’Ordinamento, la partecipazione alle quali non dovrà essere dichiarata ai sensi di questa norma regionale.

Questa discriminazione, peraltro, era già stata evidenziata ai deputati dell’ARS, prima dell’approvazione della Legge, dal Servizio Studi dell’Ufficio per l’attività legislativa in materia istituzionale dell’Assemblea Regionale Siciliana, in un documento datato 3 ottobre 2018.

L’Art.2 della medesima Legge Regionale stabilisce che in caso di mancato deposito delle dichiarazioni di appartenenza alla massoneria, previste dall’art.1, il nominativo del soggetto che si è sottratto all’obbligo dichiarativo venga comunicato all’Assemblea Regionale ovvero al Consiglio comunale di appartenenza e che tali comunicazioni vengano pubblicate sul sito internet dell’ARS o del comune di riferimento.

A questo punto viene da chiedersi, se l’obiettivo della Legge Regionale 18/2018 dovesse essere quello di rendere trasparenti e conoscibili gli interessi anche culturali dei rappresentanti eletti del popolo, come mai la norma prevede solo la pubblicazione dei nominativi dei soggetti che si sono sottratti all’obbligo di dichiarare la propria appartenenza ovvero la non appartenenza alla massoneria? E non, piuttosto, la pubblicazione delle dichiarazioni positive di appartenenza rese dai deputati o consiglieri comunali eletti?

Le domande, invero legittime, non possono trovare risposta, giacché la Legge Regionale occulta la propria finalità, non vi è nessun articolo che specifica quale sia l’interesse pubblico superiore da tutelare, per giustificare un atto normativo tecnicamente discriminatorio.

Se decidessimo di vagliare la nostra legge regionale, alla luce dei criteri utilizzati dalla CEDU cioè 1) legalità; 2) fine legittimo; 3) necessità dell’intervento normativo in una società democratica, dovremmo tutti riconoscere che solo il primo vaglio sarebbe positivo, giacché lo strumento utilizzato è di rango legislativo ma il secondo criterio, quello del fine legittimo, non sarebbe valutabile, perché rimasto occulto nella lettera della Legge. È evidente, pertanto, che il giudizio finale comporterebbe una sicura censura della Legge, perché discrimina dei cittadini e non consente loro di esercitare il diritto di associarsi liberamente, senza nemmeno specificare qual è l’interesse che la legge mira a tutelare.

Consapevoli di tutto questo, gli On.li Antonio Catalfamo ed Eleonora Lo Curto si sono opposti strenuamente all’approvazione della Legge e hanno dichiarato che la impugneranno avanti al Tribunale competente, non appena sarà loro consentito, al fine di sollevare la questione di legittimità costituzionale.

Noi, dal canto nostro, possiamo dire che il più antico parlamento d’Europa ha dato pessima testimonianza di sé ma fin quando vi saranno donne e uomini liberi, nelle istituzioni e nella società, pronti a difendere i più alti principi della nostra Costituzione, la fiaccola della libertà splenderà sempre e la luce della speranza rimarrà accesa nella nostra coscienza.

Migranti, la posta in gioco

La vicenda delle polemiche sul decreto Salvini riferito ai migranti, va al di la degli aspetti contingenti (seppur rilevanti) ed entra nel terreno delle grandi impostazioni di come convivere meglio.

Tanto rumore per nulla. Su tale terreno, non mi riferisco alle questioni giuridiche. Prima di tutto perché vengono dopo l’aver stabilito come stare insieme. E inoltre perché, a parte l’irresponsabilità dei soggetti istituzionali che non vogliono rispettare una norma vigente, le polemiche in corso – come dicono i costituzionalisti – sono tanto rumore per nulla. Infatti, anche dopo il decreto Salvini, un Sindaco ha facoltà di erogare, sulla base dei passaporti, i servizi previsti dalla legge a chi è domiciliato nel comune (pur senza residenza). Di conseguenza neppure la Regione ha impedimenti nello svolgere le sue funzioni (tanto che perfino il costituzionalista PD Ceccanti definisce ardita la motivazione della Toscana per ricorrere alla Corte Costituzionale).

Ciò precisato, mi soffermo sulla reale posta in gioco nella polemica. Chi polemizza accusa il decreto di violare il principio di umanità connaturato ad ogni cittadino libero. Vergognatevi ha urlato in TV il filosofo Cacciari e la filosofa Di Cesare ha scritto che la democrazia tracolla se non difende i diritti umani. Però la loro è un’indignazione passatista. Contrasta in pieno con le risultanze degli avvenimenti degli ultimi secoli. L’applicare i principi di libertà all’epoca praticabili ha fatto sì che nel mondo, seppure in misura ancora limitata ma crescente, sia aumentata a dismisura la libertà reale dell’individuo e insieme le sue condizioni materiali di vita. I sostenitori della tesi dell’attentato umanitario, sono visionari senza vista. In un colpo solo rifiutano, per istinto e per formazione, tre dati cardine dell’esperienza storica.

Il boom dell’immigrazione in Italia. Adottando l’ordine in cui i cittadini percepiscono le questioni, inizio dalle condizioni materiali del territorio italiano investite da un aumento consistente (e soprattutto con ritmi serrati) del numero di immigrati. Ciò induce molte preoccupazioni (di certo superiori al disporre di mano d’opera a basso costo) e crea gravi problemi sociali. L’immediatezza del problema è andata riducendosi con gli ultimi due ministri dell’Interno. Da rilevare che il primo, Minniti, con gli accordi con i capi tribù africani, ha ottenuto una riduzione più consistente ma senza far emergere gli aspetti di principio della questione, mentre il secondo, Salvini, ha ottenuto una riduzione quantitativamente inferiore ma, parlando alla pancia degli italiani, ha fatto emergere con più chiarezza l’aspetto di principio. In sintesi l’accoglienza di massa non può essere indiscriminata: sia per il dato delle risorse necessarie al territorio per sostenerla, sia per il dato del tempo di maturazione necessario per renderla accettabile dai cittadini. E sono i cittadini ¬– spesso i gruppi dirigenti ideologizzati lo dimenticano – che decidono in una democrazia liberale.

La libertà non è un precetto. Un altro dato dell’esperienza storica rifiutato dai fautori della tesi dell’attentato umanitario, è che la libertà umana sia il prodotto di un tenace lavoro di costruzione plurisecolare (mentre secondo loro sarebbe un fatto di natura). Da tale rifiuto deriva che il problema della libertà viene celebrato trascurando parecchio la questione essenziale dei meccanismi adatti a promuoverla e a mantenerla. Omissione ancor più negativa poiché quei meccanismi, si è constatato, richiedono cura continua per adeguarsi in base ai risultati. Invece i fautori umanitari riducono la libertà ad un criterio emotivo da sbandierare come precetto morale a prescindere dalle condizioni sperimentate per viverla. Un esempio istruttivo del peso dei meccanismi di libertà sono state le vicende del Piano Marshall, nel 1947. Un massiccio investimento economico per quattro anni (da restituire per il 14%) venne offerto dagli USA a tutti gli europei ma l’URSS, in opposizione al capitalismo, rifiutò di far parte del programma e lo impedì a tutti i paesi satelliti. Così il piano sostenne solo i paesi al qua della cortina di ferro, e, al passare dei decenni, i fatti dimostrarono il divario tra i due sistemi politici. Mentre i paesi dell’Europa occidentale trassero beneficio dal sostegno e crebbero nella condizione economica e civile attraverso progressive aperture nelle libere relazioni, quelli orientali privi di aiuti restarono statici nelle mani delle gerarchie comuniste e in quattro decenni furono condotti al crollo da un sistema incapace di consentire un’economia viva oltre che illiberale sotto il profilo civile. Insomma, la libertà non è un precetto ma un meccanismo in movimento da mantenere sempre oliato e in funzione.

La libertà imperniata sulle regole e sull’individuo. Un ulteriore dato dell’esperienza rifiutato dai fautori della tesi dell’attentato umanitario, è il constatare che la libertà vive dell’apporto di tutti i cittadini, attraverso il metodo individuale delle iniziative, dei conflitti democratici, delle scelte in base ai fatti realizzati. Ne consegue che nel mondo reale il procedimento di costruzione della libertà ogni giorno presuppone l’avvenuto formarsi di ambiti territoriali nei quali valgono le medesime norme, nel cui quadro i cittadini possono vivere e decidere di cambiare. Al di fuori, la libertà è precaria e i diritti vacui. Non si sa sciogliere questo nodo senza mettere in moto il processo di maturazione civile. Invece i fautori umanitari svalutano il concetto di cittadino in un territorio statale e profetizzano che ciascuno è cittadino del mondo e deve seguirne la naturale umanità. Questa idea non amplia i diritti enunciati ma toglie a chi già li ha qualsiasi controllo sui governanti e consegna il potere a elites senza volto che usano i termini mondialisti per vantare diritti religiosi od ideologici. Il mondialismo vuol far credere di puntare ad uno stato mondiale, ma nella realtà divarica a dismisura (iniziando a livello nazionale con l’interporre i corpi intermedi) la connessione tra il cittadino e l’ambito normativo statale in cui l’individuo vive e sceglie (appunto perché non lo reputa adatto a decidere sulla convivenza, e vorrebbe affidare le decisioni ai competenti amici). In chiave mondialista la libertà del cittadino è una pura parola priva di concreto contenuto e volutamente scollegata dall’individuo cittadino. Si evoca l’esser cittadini del mondo, per meglio rompere il legame con il territorio di appartenenza e rendere impossibile l’esercizio della sovranità. Si teorizza l’andare oltre i limiti dell’ambito territoriale normato, per meglio negare il valore dell’individuo quale fonte primaria del convivere nel tempo che passa. Il mondialismo riporta indietro di secoli la conoscenza e la libertà.

Il mondialismo favorisce la destra. Questa è la posta in gioco nella polemica sui migranti. Una posta enorme per chi vuol essere oggi liberale in politica, in nome dell’esperienza e dello sperimentare progetti nuovi per risolvere i problemi sul tappeto. L’aspetto più grave è che il dissennato agire di chi non condivide il decreto sui migranti predicando la disobbedienza, lo fa con la logica del mondialismo antiindividualista. Una logica in cui il rispetto dei diritti umani precede la libertà del cittadino, non deriva dall’applicarla. E quindi attribuisce lo stabilire se c’è il rispetto dei diritti, non all‘insieme dei cittadini ma alla comunità religiosa o ideologica.

Quanti compiono una siffatta distorsione dell’esperienza, commettono due errori perniciosi. Uno, trascurano il sentire quotidiano di tantissimi cittadini che avvertono la minaccia del persistente destinare a stranieri risorse necessarie agli italiani. Due, forniscono tutte le mattine a Salvini un’occasione per sostenere criteri avversi al mondialismo, permettendogli di mascherarsi da liberale e di trovare molti consensi nell’opinione pubblica. Qui sta il pericolo da esorcizzare. Salvini non deve passare per il liberale che non è. Dunque i liberali stiano in prima linea nel sostenere il primato della libertà civile contro il mondialismo.

Yemen, cinque riflessioni e una conclusione preliminare

Uno. La guerra in Yemen – catastrofe i cui numeri sono stati ben illustrati dai mass media, è un disastro per gli interessi di sauditi e americani. L’errore strategico è stato di tale portata da aver prodotto proprio quei risultati che intendeva scongiurare. La minoranza houti ha sviluppato una maturità bellica superiore a quella che aveva all’inizio degli scontri. L’influenza iraniana si è estesa nella regione e l’asse fra houti ed hezbollah libanesi si è rafforzato. Per quattro anni l’Arabia Saudita ha annunciato che la vittoria fosse imminente con un progressivo calo di credibilità.

Due. Il conflitto palesa enormi complessità sia interne sia esterne e i colloqui per una tregua bilaterale stanno prendendo troppo tempo per una popolazione allo stremo. La risoluzione 2216 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che impone agli houti una resa incondizionata, non è realistica, considerata la porzione di territorio da loro controllata, e il fatto che una riconciliazione duratura richiede una definizione negoziata. Il panorama è complicato da un movimento separatista attivo dal 1990 e l’esistenza di cellule di al-Qaeda e dell’Isis che hanno occupato aree da cui sono stati sferrati attacchi mortali. Anzitutto, lo Yemen è geo-politicamente importante in quanto collega il Mar Rosso con il Golfo di Aden, per il quale passa gran parte del trasporto mondiale del petrolio.

Tre. Gli sforzi delle Nazioni Unite vertono, fra gli altri, sul tema della leadership. Il presidente dello Yemen, Abd-Rabbu Mansour Hadi, inviso e malato, è considerato rimpiazzabile dagli attori in gioco. Tuttavia, oggi l’unico possibile candidato tecnico per la successione, il generale Ali Mohsen, non gode né della fiducia degli houti né di quella degli Emirati Arabi Uniti, ragguardevole membro della coalizione saudita in Yemen. Gli houti non hanno dimenticato le brutali incursioni, guidate dal generale fra il 2004 e il 2009; mentre gli Emirati non possono ignorare il suo vincolo alla Fratellanza Islamica, di cui sono strenui oppositori. Senza un sostituto autorevole, che sappia guadagnarsi il sostegno di un ampio spettro della cittadinanza, nonché dei “paesi amici”, al tavolo della pace rimane scoperto il posto chiave.

Quattro. Nel vuoto lasciato dal mancato scioglimento dei dissidi si è installata la Russia come potenziale mediatore. Il ministro degli affari esteri Sergei Lavrov ha dichiarato la disponibilità a contribuire cosicché la situazione transiti da uno scenario di contrasto a uno politico. In concreto, la Russia ha posto il veto a una risoluzione del consiglio di sicurezza sullo Yemen che i critici hanno definito troppo severa con Iran e houti e troppo favorevole alla coalizione saudita. L’intraprendenza russa è indicativa di un cambio degli equilibri di potere in medio oriente, Siria docet.

Cinque. Le potenze occidentali che alimentano il conflitto, Stati Uniti e Regno Unito, si sono sottratte alle proprie responsabilità. Trump ha protetto il principe ereditario Mohammad bin Salman persino davanti all’evidenza del suo coinvolgimento nell’uccisione del giornalista Khashoggi – va comunque ricordato che l’assistenza militare fu instradata da Obama, con intelligence, forniture missilistiche e pezzi di ricambio per la forza aerea per miliardi di dollari. Il Regno Unito ha persino boicottato le investigazioni dell’Onu sui crimini di guerra in Yemen. Ciò nonostante, il congresso americano, a guida democratica dopo le elezioni di medio termine, è intenzionato ad adottare azioni punitive contro l’intervento dell’Arabia Saudita. E da ottobre dell’anno appena concluso, si era già mosso l’esecutivo. Il segretario di stato, Mike Pompeo, e l’ex segretario alla difesa, James Mattis, si sono adoperati affinché le fazioni interloquiscano e, a novembre, hanno bloccato il programma di rifornimento in volo dei caccia della coalizione. D’altra parte, l’Arabia Saudita e i suoi alleati accetteranno la pacificazione solo nel momento in cui gli Stati Uniti interromperanno la collaborazione necessaria a mantenere in funzione l’apparato offensivo ed è in dubbio che l’amministrazione Trump sia disposta a patrocinare la contesa a tempo indeterminato.

L’opzione ideale sarebbe un ritiro unilaterale dell’Arabia Saudita, su sollecitazione di Trump. Questa iniziativa in prima istanza allevierebbe le sofferenze dei civili, sfiderebbe houti e iraniani ad agire di conseguenza, e darebbe quindi un impulso serio al dialogo. L’idea può apparire scapigliata vis-à-vis l’impunità dei sauditi e il progetto statunitense che li vede al centro della questione mediorientale, nonché l’aggressività di entrambi gli alleati verso l’Iran. Nondimeno, la guerra in Yemen, che nell’attualità non può essere vinta da alcuno, e potrebbe protrarsi per un numero indefinito di anni, costa al governo dell’Arabia Saudita intorno ai 6-7 miliardi di dollari al mese, oltre a un grave danno di immagine internazionale, in una fase in cui si pretende lanciare un’inedita visione economica e sociale; e Trump, in difficoltà sul terreno domestico, sta subendo forti pressioni dal congresso e l’opinione pubblica per mettere fine alla peggiore crisi umanitaria che il mondo abbia mai visto. Dal canto loro, gli houti, con il prolungarsi delle ostilità, e il consolidamento e allargamento delle posizioni conquistate, potrebbero acquisire uno status oltremodo favorevole in future negoziazioni. Se, invece, rifiutassero di pareggiare le nuove condizioni approntate dall’Arabia Saudita, rovescerebbero i piani, assumendo lo scomodo ruolo di aggressori.

L’intervento si è già dimostrato controproducente. E il rischio che corre l’Arabia Saudita, con una crescente presenza di milizie sul proprio confine, si va acutizzando nella misura in cui la guerra procede, anche se il contesto è tale da prevedere la continuazione di una pugna intestina di diversa intensità, pur all’indomani di un’auspicata fine delle ostilità. La minaccia iraniana – il cui grado venne esagerato da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti per giustificare la campagna, non è più una ragione valida per procrastinare il cessate il fuoco. Infatti, un processo guidato dalle Nazioni Unite ne diminuirebbe l’espansione, mentre il conflitto yemenita per l’Iran è divenuto una modalità a basso costo per dissanguare il suo rivale regionale.

Le donne, la parità e la torcia della libertà

La notizia è del primo giorno del nuovo anno. In migliaia le donne indiane hanno sfilato a formare una catena umana, per oltre 600 chilometri. È avvenuto nello Stato del Kerala e il gesto ha un sottotitolo che sa di resistenza: “a sostegno dell’uguaglianza di genere“. 

Ma resistere a cosa? Si è trattato di un segnale tangibile, partito appena dopo una sentenza storica della Corte Suprema. I giudici hanno decretato la fine – per le donne tra i 10 e i 50 anni, considerate “impure” – di un divieto antico che impediva loro di entrare nel tempio Sabarimala, luogo sacro agli indù. 

Una decisione certamente rivoluzionaria, contro cui si sono subito schierati i religiosi, in un paese – l’India – che è tristemente noto per far registrare il più alto numero di spose bambine, con il 47% di ragazzine costrette a matrimoni forzati prima di avere compiuto i 18 anni e molte addirittura prima dei 10. I dati elaborati e resi noti da Save the children sono agghiaccianti. 

La reazione degli integralisti è stata violenta, scontri e proteste hanno infuocato molte città della regione. L’accesso al tempio di due delle manifestanti è durato pochi minuti e ha indotto l’autorità religiosa a disporre la chiusura del luogo sacro, per un “rituale di purificazione”, immediatamente dopo aver preteso l’allontanamento delle fedeli.   

Il 2019 inizia adesso, dunque. Davanti a noi mille sfide; per i liberali, come per chi si sente meglio rappresentato da ideologie che tradizione e cuore collocano altrove, in questi giorni la riflessione la detta l’agenda. Ci siamo chiesti cosa stessimo lasciando con l’anno che si è chiuso; da oggi dobbiamo chiederci cosa vogliamo da quello che è appena entrato. 

Le battaglie di civiltà sono terreno aperto, sconfinato. I diritti civili e le libertà sono esigenze che si coniugano insieme, senza separazione. Il pensiero va in quella direzione. Non c’è solo l’India. 

Per le donne non è stato facile pretendere parità e continua a non esserlo, anche in Italia. E se troppo spesso questo è terreno di scontro, in realtà è argine che ci rappresenta tutte, luogo che dovremmo sentirci chiamate a indagare e a cercare di seminare.  

La sfida al momento è di sopravvivenza. La cronaca dice che bisogna che le donne combattano con consapevolezza, una guerra che le sta uccidendo. Il femminismo, in un’accezione che ai più fa storcere il naso, è ciò che evoca un discorso simile; l’eccezione è delle più prevedibili. 

Ma i numeri sono dati e sono fatti. Una vittima ogni due giorni, uccisa dal partner o ex partner; sono oltre un centinaio i femminicidi nel 2018. Il termine per molti è persino scelta linguistica stucchevole e inutile. Diversamente, è necessità di piegare le parole all’urgenza di raccontare un fatto, antico quanto il mondo. 

Ma allargando la lente, l’inquadratura è più ampia e include più scene. Basta però non perdere il fuoco e la nitidezza che è nettezza, certezza dei contorni.  

Il tema del contrasto alla violenza di genere passa ad esempio, come ogni altro, attraverso piani di lettura molteplici. Quello delle parole e del linguaggio, innanzitutto, che è in fondo traduzione del pensiero. E allora si ritorna all’esempio di quel neologismo, scelto per descrivere più di un omicidio  quando la vittima è una donna; un termine in grado di dare conto tanto del sesso degli attori di quella scena del crimine, quanto del movente. Potrebbe citarsi, alla stessa stregua, l’antica querelle sull’uso non sessista della lingua, fronte tuttora assolutamente aperto. 

Fermarsi a riflettere, allora, potrebbe essere necessario; serve oggi più che mai, in un mondo che è interconnesso, peraltro in maniera ossessiva e ininterrotta. È esercizio utile per allenare i sensi all’ascolto critico e arrivare a rintracciarlo, quel pensiero, finalmente al di là dell’espressione. Bisogna sperimentarsi, in un’operazione che strati di reale sedimentatisi negli anni e impastati ad altrettante verità che potremmo definire “usa e getta” hanno reso complessa e a tratti infruttuosa.

Ma pensare è attività del mondo di oggi? 

Un passo più in là lo fa Massimo Recalcati, quando interrogandosi sui limiti e sulla spinta al loro trascendimento, si chiede se il nostro tempo abbia davvero ridotto il pensiero a un mero tabù. Il ragionamento è interessante perché attuale, quando prova a spiegare la violenza. “Quello che più conta oggi non è tanto il pensare quanto l’agire – teorizza lo psicoanalista, in un interessante saggio per Einaudi – Sembra un’evidenza: non è il pensiero a essere la virtù più celebrata, quanto l’agire. Ma quando l’azione si stacca dal pensiero tende ad assumere la forma di un passaggio all’atto, ovvero di una scarica all’esterno di quelle tensioni interne che la vita non riesce a tollerare. Non è forse quello un modello che aiuta a comprendere la spirale di violenza che ci circonda?”.

La domanda aleggia attorno a noi, figli di un presente fatto di forti contrasti, spesso cruenti, e dai contorni sempre più liquidi. Ecco che, talvolta, la risposta può arrivare dall’analisi. Quando “anziché elaborare i conflitti che attraversano la nostra vita individuale e collettiva passiamo a evacuarli direttamente nella realtà attraverso l’atto cruento”, assistiamo alla via breve della violenza  che tenta di sostituire la via lunga del pensiero. Quello esige tempo, l’azione no.  

“Dovunque l’uomo evita di essere toccato da ciò che gli è estraneo”. Entra in gioco un fattore di stallo. Bisognerebbe creare ponti e non muri e, questo, è concetto inconfutabile. I conti si devono fare con la paura. L’ansia che l’altro travalichi i nostri confini completa il quadro, facendo di noi singoli uomini e singole donne, in perfetta solitudine davanti alle proprie battaglie. Soli e troppo spesso in preda a emozioni che non sappiamo penetrare, senza che degenerino in panico che, poi, nemmeno gli artifici della mente o quelli della materia sanno sedare.

Ma alla base del disagio cosa c’è? Se i tabù ci frenano, dovremmo chiederci qual è il nervo scoperto. Se ciascuno di noi provasse a dare una risposta, si potrebbe anche scoprire che il tasto dolente ha a che fare con la libertà. La libertà di essere che è poi, inevitabilmente, anche libertà di dire ciò che si è. Vale per le donne, da millenni certo, ma in fondo non vale solo per loro. 

Ecco che nel mio primo contributo alla Fondazione Luigi Einaudi, la riflessione su pensiero, azione e infine libertà segue un percorso che magari sorprende. E attraversa il tempo, finendo per far grumo attorno alla storia di Jan Palach. 

È di questi giorni, infatti, l’annuncio che la FLE avvia un progetto che è commemorazione, 50 anni dopo. Al centro c’è il  giovane studente il cui sacrificio è simbolo di lotta a ogni forma di repressione. Lo strumento prescelto è quello di un tavolo di studio, il 18 e 19 gennaio, e – a chiudere i lavori – la deposizione di una corona in Piazza San Vencesla, nel giorno dell’anniversario che è quello del suicidio, avvenuto a Praga nel 1969. 

Segnatamente, su quei fatti molto si è scritto. Molto si è elaborato, fino a una lettura estrema che ha persino reso il giovane praghese una delle icone dell’anticomunismo ceco. La traslazione, compiuta sugli altari dell’estrema destra europea, ha poi finito per snaturare quel gesto, del quale se un tratto rimane – al di là del colore e dell’ideologia – è il suo mostrarsi profondamente umano. Per dirla con Recalcati, è gesto che rompe ogni argine e ogni tabù, e insieme ogni senso umano del limite.  

L’intento della Fondazione è chiaro: bisogna riaccendere quella torcia. E allora decidiamoci a illuminare, ancora una volta, il concetto stesso di libertà nella declinazione di Jan Palach, in quella di Benedetto Croce, come in quella delle femministe.   

Per ritornare alle donne di ogni continente, in Italia come in India, l’urgenza è che ci si impegni tutte (e tutti), in uno sforzo quotidiano. Perché l’ansia di essere libere è anelito a cui, proprio noi, non possiamo e non dobbiamo rinunciare.