Il narcisismo? Ci riporta alla società chiusa

Capita, a volte, che nel pletorico magma delle novità editoriali vi siano testi che spiccano mettendo ben in luce problemi contemporanei assai gravosi. In questo caso, si vuol parlare dei “mostri” che la democrazia coltiva dentro di sé, ovvero delle degenerazioni che lo spirito democratico in qualche modo presuppone e alleva, su tutti l’egualitarismo spinto al parossismo.

Due sono i libri a noi coevi che, a mio avviso, si dimostrano sommamente benefici per cercare di meglio comprendere cosa stiamo vivendo. Il primo è di un brillante storico contemporaneista della LUISS Guido Carli di Roma, Giovanni Orsina, il quale va ricordato, anche se non solo, per quello che probabilmente è il meno partigiano, e dunque il più lucido e utile studio sul fenomeno del “berlusconismo” (Il berlusconismo nella storia d’Italia, Marsilio, 2013). Da qualche mese è in libreria il suo ultimo lavoro che ci aiuta a capire il presente democratico, o forse, e più semplicemente, le tendenze insite nello stesso regime politico: La democrazia del narcisismo. Breve storia dell’antipolitica (Marsilio, 2018).

Complementare al libro appena citato è La conoscenza e i suoi nemici. L’era dell’incompetenza e i rischi per la democrazia (trad. it., Luiss University Press 2018), scritto da Tom Nichols, professore presso l’U.S. Naval War College e alla Harvard Extension School. Ebbene, a detta di chi scrive, questi due volumi andrebbe letti congiuntamente poiché si rinforzano l’uno con l’altro. In altre parole, la loro unita lettura consente una più lineare comprensione del fenomeno in oggetto, giacché, se il primo si focalizza soprattutto sulla parte teorica – benché vi sia un interessante capitolo, di cui tuttavia non mi occuperò, dedicato all’analisi di Tangentopoli a partire dagli strumenti concettuali forniti da Elias Canetti – il secondo si concentra maggiormente sulle ricadute empiriche dell’egualitarismo sfrenato, e in particolare sulla valutazione del cittadino massificato nei confronti della scienza.

La democrazia del narcisismo

Orsina si propone di spiegare come la politica sia in crisi, non già partendo da una disamina dei fattori ad essa esogeni, bensì andando a scandagliare il problema alla radice, cioè a dire al cuore della democrazia medesima. Rifacendosi al noto “dilemma di Böckenforde” – «Lo stato liberale secolarizzato si fonda su presupposti che esso stesso non è in grado di garantire» – vede come la liberaldemocrazia faccia delle promesse che non può assolutamente mantenere. In altre parole, fondandosi su una (imperfetta e difficilmente amalgamabile) mescolanza di eguaglianza e libertà, essa fa credere che ciascun cittadino abbia un’eguale e totale padronanza della propria esistenza e possa desiderare tutto ciò che vuole. In tal modo, viene allevato uno spirito profondamente capriccioso, il quale, divorato da una costante e crescente bramosia, è spinto alla perenne insoddisfazione, all’invidia che l’egualitarismo democratico incentiva e alla ricerca di colpevoli per la sua mancata realizzazione. Come osserva l’autore, il delicato meccanismo liberaldemocratico «funziona unicamente se essi desiderano entro certi limiti», se «la promessa pubblica di autodeterminazione [si fonda] sulla capacità privata di autolimitazione». La compassionevole e melliflua retorica dell’aver diritto illimitato a tutto innesta una dinamica perversa che, se da un lato spinge a ricercare sempre maggior assistenza statale, dall’altro questa, non riuscendo a far fronte alle sempre più pressanti richieste, diviene il capro espiatorio su cui riversare fiele, giacché ha tradito le sue promesse. Nasce e cresce, così, l’antipolitica, gemella allevata dalla politica durante la sua azione volta a blandire e titillare l’elettorato.

In effetti, l’unico modo per tenere sotto controllo le derive democratiche pare, come conclude l’autore, un realistico disincanto nei confronti del regime politico in oggetto. Ciò significa, giocoforza, tornare consapevoli che la politica non può donarci la certezza né, tantomeno, aiutarci nel raggiungimento della perfezione. Analogamente, va combattuta la degenerazione che segue all’eguaglianza politica. Il pericolo, infatti, è che si manifesti una massa di individui omogenei e uniformi, come già osservava Tocqueville, autocentrati e incapaci tanto di differenziarsi – ancora l’autore de La democrazia in America: «la maggioranza traccia un cerchio formidabile intorno al pensiero. Nell’ambito di questi limiti lo scrittore è libero; ma guai a lui se osa uscirne. Non ha da temere auto-da-fé, ma è esposto ad avversioni di ogni genere e a persecuzioni quotidiane. […] Egli allora cede, si piega sotto lo sforzo quotidiano e rientra nel silenzio, come se provasse rimorso di aver detto il vero» – quanto di giudicare il mondo in maniera non viziata dalla sindrome derivante dall’egualitarismo sfrenato: quella del narcisista. La specificità di questa figura, nota lo storico, «consiste nel fatto che la sua ossessione di sé è fondata su una distorsione cognitiva: l’incapacità di percepire la propria persona e la realtà come due entità separate e autonoma l’una dall’altra – di distinguere il dentro dal fuori, l’oggettivo dal soggettivo». Ora, se risulta assai complesso sceverare l’oggettivo dal soggettivo, dal momento che è alla base del giudizio dal reale sta il “politeismo dei valori” di weberiana memoria, è pur evidente che il problema di un’inabilità dell’individuo democratico a giudicare coscienziosamente e criticamente la realtà esiste eccome.

Si tratta, come ricorda Orsina, di un individuo non distante dal “bimbo viziato” di cui parla Ortega y Gasset ne La ribellione delle masse e Huizinga ne La crisi della civiltà – di cui tratteremo appositamente in un altro intervento – asserendo che «la vita per lui è diventata un giocattolo». Perché? Molto brevemente, la risposta è da ricercare ancora una volta in seno alle dinamiche democratiche. Come abbiamo già visto, la democrazia promette il raggiungimento della felicità individuale, il continuo miglioramento del benessere della società e, si badi bene, contribuisce al livellamento (mentale, spirituale e materiale) delle persone. All’eguaglianza politica fa seguito l’anelito verso un sempre più totalizzante appiattimento delle condizioni. Per dirla con Tocqueville, «il desiderio di uguaglianza diventa sempre più insaziabile, a mano a mano che l’uguaglianza si fa più grande». In questo modo, diviene sempre meno digerita ogni tipo di autorità, vissuta come ingiusta e traditrice dell’ideale democratico. Gli esperti non esistono, la “legge ferrea dell’oligarchia” di Michels diventa obsoleta – benché vediamo con chiarezza che anche i movimenti “anti-casta” tendano ad essere guidati da pochi, magari dietro le quinte – dalla democrazia limitata (ammesso che quella attuale lo sia davvero) e rappresentativa si vorrebbe passare a una sempre più capillare azione diretta dell’elettorato, dimentichi che, per dirla con Sartori, a «una ipertrofia della vita politica corrisponde inevitabilmente l’atrofia della vita economica», in quanto la prima presuppone ponderazione, riflessività e quindi tempo. In altre parole, il prodotto che ne scaturisce è l’“uomo-massa” orteghiano, il quale «è chiuso in se stesso; non ascolta; rifiuta le interpretazioni e valutazioni della realtà che gli provengono dall’esterno; si fida soltanto del proprio giudizio». In sostanza, «è intellettualmente una monade», ritiene di bastare a se stesso ed è come se avesse la vista e la mente obnubilate. A questo punto, entra in gioco il libro di Nichols.

L’era dell’incompetenza

Lo studioso americano, pur riferendosi alla realtà del suo Paese, fotografa molto lucidamente la situazione che si è venuta a creare pressoché ovunque. «Siamo orgogliosi di non sapere le cose. […] Tutte le cose sono conoscibili e ogni opinione su un qualsiasi argomento vale quanto quella di chiunque altro». È l’egualitarismo giunto al culmine. Infatti, continua l’autore, si tratta di «una miscela di narcisismo e di disprezzo per il sapere specialistico, come se quest’ultimo fosse una specie di esercizio di autorealizzazione […] di un’arroganza infondata, dello sdegno di una cultura sempre più narcisistica che non riesce a sopportare neanche il minimo accenno di diseguaglianza, di qualsiasi tipo essa sia». In altri termini, è un sovvertimento della realtà moderna, la quale è sì fondata sull’individualismo, ma non certo sull’ottusità di monadi autoreferenziali che si percepiscono alla stregua di tuttologi capaci di pronunziarsi su tutto. «È fondamentalmente un rifiuto della scienza e della razionalità obiettiva», proprio così. Abbiamo smarrito il significato autentico di scienza e quello di razionalità e ciò rischia di farci ricadere in periodi bui del passato che pensavamo di esserci lasciati alle spalle.

I problemi affrontati dallo scienziato politico sono molteplici, ma il fulcro di tutto è quello relativo alla concezione di scienza che si è venuta a delineare. «I cittadini non interpretano più la democrazia come una condizione di uguaglianza politica», bensì «come uno stato di effettiva uguaglianza, in cui ogni opinione vale quanto le altre su quasi tutti gli argomenti del mondo». Siamo passati, dunque, dal rischiaramento delle menti, dalla conquista di una ragione in grado di guardare al reale con lucidità, sebbene con la naturale stortezza che caratterizza qualsiasi cosa umana, all’idolatria della ragione, al suo abuso che ci porta a ritenere di poter tutto afferrare e poter tutto dominare, dirigendoci verso l’irrazionalismo più bieco e antimoderno. L’evidente pericolo è che si torni a una società chiusa in cui la ragione offuscatasi ci faccia tornare alla barbarie, a un mondo ammantato di pensiero magico-sacrale anti-scientifico. Molti ritengono, infatti, che la scienza ci dia risposte definitive, ci porti a conclusioni vere una volta per tutte. Ma, per l’appunto, questa è un’opinione oltremodo nefasta.

«La scienza non posa su un solido strato di roccia. […] È come un edificio costruito su palafitte». L’ammonimento di Popper è più che mai attuale, vista la marcata ostilità nei confronti degli esperti e della politica incapaci di garantire certezza. La scienza è prima di tutto un metodo, un processo attraverso il quale, mediante congetture e confutazioni, tentativi ed errori, si cerca di spiegare la realtà e accrescere così la nostra conoscenza. Il fatto che essa non porti a conclusioni certe e che anzi spesso sbagli, conduce allo sfavore di chi si sente come preso in giro, poiché ha una sua opinione del tutto errata. Come ci dice Nichols, «gli esperti non possono garantire i risultati. Non possono promettere che non commetteranno più errori. […] Possono promettere soltanto di stabilire regole e metodologie che riducono le probabilità di simili errori e di commetterli con meno frequenza di quanto potrebbe fare un profano». Ancor di più, con Whitehead possiamo dire che «il panico dell’errore è la morte del progresso».

In altre parole, «la verità è che non possiamo funzionare se non ammettiamo i limiti del nostro sapere e non ci fidiamo delle competenze altrui». Torna, insomma, il problema del narcisista di cui già si è detto. Egli non si rende conto che la “democratizzazione fondamentale” in politica non equivale a una democratizzazione generale del sapere. Egli non è uno scienziato, giacché manca della formazione, della pratica e dell’esperienza per operare in modo sistematico in un determinato campo. Il problema è che l’ebbrezza dell’uguaglianza, della prosperità raggiunta, il senso di onnipotenza derivante dai meravigliosi mezzi tecnologici che all’apparenza ci mettono a disposizione tutte le informazioni di cui abbiamo bisogno incentivano la nostra presunzione di sapere. Come riporta l’autore, si aggiunge, inoltre, quello che è stato ribattezzato “effetto Dunning-Kruger”, dai nomi dei ricercatori di psicologia che l’hanno scoperto. Questo spiacevole fenomeno consiste, in poche parole, nel non rendersi conto di essere talmente incompetenti e ottusi da considerarsi, al contrario, brillanti e geniali. Una distorsione cognitiva per la quale le persone da essa toccate «non solo giungono a conclusioni erronee e compiono scelte infelici, ma la loro incompetenza li priva della capacità di rendersene conto». Anche se non solamente, questa involuzione è imputabile alla sempre più scarsa qualità dell’istruzione, nonché a un’educazione non certamente adeguata.

Nichols è molto critico della pratica per cui l’università «non è più un passaggio alla cultura della maturità ma solo una tattica per ritardare l’età adulta». Dall’essere fucina di mente attive e creative, è diventato un mero business che, a causa della sua massificazione, dà l’illusione che basti iscriversi e le porte della conoscenza siano immediatamente accessibili. In teoria, dovrebbe essere «il luogo in cui una persona si lascia alle spalle l’apprendimento dell’infanzia, basato sulla memorizzazione e la ripetizione, e accetta l’ansia, il disagio e la sfida della complessità che conduce all’acquisizione di una conoscenza più profonda», che, giova sottolinearlo, non può mai essere definitiva e completa. Purtroppo, però, «anziché liberare gli studenti dal loro solipsismo intellettuale, l’università moderna finisce per rafforzarlo». Anziché coltivare il seme di «titubanza, vacillamento, dubbio, di fronte alla tastiera delle molteplici possibilità del pensiero», che è poi il tratto tipico della ragione moderna, adulta e matura, per dirla con Ortega, viene allevata una mente sterile, puerile e incapace di pensare criticamente e creativamente, di scontrarsi con opinioni diverse. In tal modo, invece di abbracciare il pensiero di Whitehead secondo cui «uno scontro tra idee non è un dramma, bensì un’opportunità», è sempre più comune sviluppare la tendenza delbias di conferma”, per il quale si cercano «solo informazioni che confermano ciò in cui crediamo», si accettano «soltanto i fatti che rafforz[a]no le spiegazioni che preferiamo», si scartano «i dati che mettono in discussione ciò che già accettiamo come verità». Insomma, l’esatto contrario del metodo scientifico. Non è un caso, allora, se imperversano teorie complottistiche, ritornano le superstizioni e attecchiscono leggende popolari, giacché il narcisista preferisce «credere a complicate sciocchezze anziché accettare che la situazione in cui si trova sia incomprensibile».

Oltre all’approdo all’università vissuto erroneamente come la fine e non l’inizio dell’istruzione, gioca un ruolo fondamentale la disponibilità di informazioni e sapere che internet ci mette a disposizione. Se, in parte come il mercato, esso è semplicemente un mezzo, «un recipiente, non un arbitro», la colpa della diffusione di false verità o informazioni errate, va attribuita in toto a noi che non siamo in grado di operare una selezione critica e scientifica. Infatti, come ricorda lo studioso, «la ricerca vera e propria è dura […] richiede la capacità di trovare informazioni autentiche, di riassumerle, analizzarle», e non basta semplicemente affermare “l’ho trovato su internet” affinché significhi che un fatto o una notizia sia vera. Siamo stati disabituati a faticare e non ci rendiamo conto che tutte le conquiste raggiunte sono il frutto di sforzi e impegni, progressi ma anche regressi.

Torniamo a ragionare

In sostanza, dobbiamo riappropiarci della consapevolezza dei nostri limiti. Dobbiamo tornare umili, tornare individui pensanti senza sovraccaricare la ragione di poteri di cui è intrinsecamente sprovvista. Dobbiamo tornare a utilizzare la ragione in modo critico, scettico e con modestia, evitando il dogmatismo manicheo e utopistico tipico di vate, presunti illuminati e profeti che minacciano di farci tornare indietro nel tempo, commettendo, con le incisive parole di Marcello Pera, «un delitto contro la ragione in nome di un incantesimo religioso». Va, altresì, ricucito il rapporto con gli esperti e la scienza, la quale, con le parole di Popper, è giocoforza «fallibile, perché la scienza è umana». Possiamo, inoltre, pensare di progredire solamente faticando e non dando per scontato nulla, nemmeno la conquista più banale. E chi promette la perfetta società e la totale eguaglianza è un ingannatore e promette ciò che non può essere mantenuto. Torniamo a un individualismo sano, attraverso un’educazione dei nostri limiti e un’istruzione che torni a svolgere l’obiettivo per cui esiste, ovvero allevare persone mature e adulte, e non narcisisti inadatti a preservare un mondo e una civiltà che, con le parole di Hayek, «nessuna mente ha progettato e che è cresciuta grazie agli sforzi liberi di milioni individui».

Se l’Europa è afflitta da «un male spirituale»

Quanto spesso sentiamo dire che il nostro Continente e, in generale, l’Occidente, è in crisi? Quali sono i suoi fondamenti spirituali? E quali le cause di un siffatto pessimismo? Un agile ma godibilissimo volumetto è quello che fa al caso di chi vuole capire – o semplicemente riscoprire – i gangli (in disfacimento) dell’intelaiatura morale che caratterizza l’uomo europeo. Si tratta di L’anima greca e cristiana dell’Europa edito per i tipi de “La Scuola” di Brescia. L’autore, Dario Antiseri, è una di quelle guide a cui un giovane liberale, come chi scrive, deve moltissimo. L’epistemologo, attraverso copiosi riferimenti che spaziano da Croce a De Madariaga, da T.S Eliot a de Reynold, da Ortega y Gasset fino a Popper, per citarne solo alcuni, delinea in modo chiaro e inequivocabile la natura dell’uomo che nasce e si sviluppa in Europa, e i rischi che l’Europa sta correndo con lo smarrimento di tale figura.

È in questo spazio, infatti, che s’incontrano il messaggio cristiano e quello greco.

Il primo, per mezzo del quale «tutti gli individui sono dichiarati sacri» (De Madariaga), fa sì che per l’uomo non esistano assoluti terreni, giacché, come ricorda il Nostro, «per il Cristiano solo Dio è il Signore, l’Assoluto». In tal modo, il cristiano relativizza il potere politico, in quanto non può idolatrare alcuna creazione umana, e diventa padrone della propria coscienza. Con le parole di Croce, «il cristianesimo è stata la più grande rivoluzione che l’umanità abbia mai compiuto»; in modo analogo T.S Eliot, secondo cui «se il cristianesimo se ne va, se ne va tutta la nostra cultura; e allora si dovranno attraversare molti secoli di barbarie» .

Il messaggio greco, che ci perviene in primis dai Presocratici, è quello della tradizione della discussione critica e, dunque, pluralistica. In altre parole, esso consente il passaggio da una società chiusa, impermeabile a caratterizzata da un pensiero magico-sacrale, ammantato di dogmatismo e manicheismo, a una società aperta in cui ciascuno è chiamato a «prendere decisioni personali» (Popper) attraverso l’utilizzo della propria ragione. Perché? Perché l’individuo da oggetto agito diventa soggetto agente, da strumento in balia di forze magiche e oscuramente superiori diviene sostanza prima non più considerata in senso quantitativo, bensì valorizzata in senso qualitativo.  Così, «cristiana nella sua volontà», poiché lascia libertà di azione a individui unici e irripetibili, posti su un piano di eguaglianza, essendo parimenti tutti figli di Dio, «l’Europa è socratica nella sua mente» (De Madariaga), ovvero si serve di una ragione, per dirla con Ortega y Gasset, che è «titubanza, vacillamento, dubbio, di fronte alla tastiera delle molteplici possibilità del pensiero».

Pertanto, i tratti di quella che, sempre con De Madariaga, possiamo definire «una scoperta europea – se non un’invenzione europea», cioè a dire l’homo liberalis, è una creatura tanto grandiosa, quanto delicata, la quale rischia di morire per stanchezza. Una stanchezza che è dovuta, soprattutto, all’insipienza di molti contemporanei avvezzi ad abbracciare un multiculturalismo anodino e senza volto, al quale ci si prostra senza sapere chi si è e da dove si viene. Tuttavia, come osserva Sergio Belardinelli, «non è facendoci “nessuno” che si favorisce l’incontro e il dialogo tra culture differenti e spesso ostili». In altre parole, non è coltivando, come dice Beck, «la virtù della mancanza di orientamento» che si può venir fuori dalle secche in cui al momento ci troviamo. Bensì, ancora con Belardinelli, è solo riscoprendo il fatto che «la forza della nostra cultura sta tutta nella capacità di relazionarsi continuamente con ciò che è “altro”, senza perdere la consapevolezza di ciò che si è; nella capacità di tendersi il più possibile verso l’altro, senza spezzare i legami che si hanno con se stessi, con la propria storia e la propria tradizione», è solo attraverso il rilancio dell’identità europea, quindi, che si può dissipare il brumoso presente in cui siamo immersi. Perché l’Europa è, come si è già detto, un patrimonio culturale straordinariamente prezioso che va preservato tanto dai tentativi di creare mostri burocratici e sempre più centralizzati in seno al Continente, quanto dalle tendenze sovraniste e stataliste oggi assai potenti, miranti, tra l’altro, alla chiusura dei commerci, «forse la causa più potente della dissoluzione della società chiusa» (Popper).

Afflitta da «un male spirituale», l’Europa sta perdendo, attraverso le derive di cui sopra, il suo tratto peculiare, ovvero «il contrasto, l’opposizione, la diversità, la complessità» (de Reynold). Per dirla con Popper, «l’unità dell’Occidente su un’unica idea, su un’unica fede, su un’unica religione, sarebbe la fine dell’Occidente, la nostra capitolazione, il nostro assoggettamento incondizionato all’idea totalitaria», giacché è sulle differenze che ha costruito il proprio essere. È dall’impasto dell’idea cristiana di individui ciascuno dotato di una propria unicità indisponibile alla coartazione di chicchessia e dall’idea greca di individui sviluppanti un proprio pensiero razionale che scaturisce la singolarità dell’uomo europeo.

Un uomo consapevole dei propri limiti, conscio quindi della propria e altrui fallibilità, che non sovraccarica la propria ragione di poteri di cui, non essendo un essere divino, è scevro. Un uomo, perciò, che sa di sapere poco e che rifugge la perfezione, poiché non è di questo mondo. Un uomo, infine, che, se da un lato, attraverso la discussione critica ispirata dai greci, ovvero mediante la filosofia, cerca di conoscere se stesso e migliorarsi, al fine di «operare alla luce del giorno e non, paurosamente, nell’ombra» (Berlin); dall’altro, ripone il senso della vita non in un assoluto creato dall’uomo – sia esso lo Stato o una dottrina politica, come può essere il marxismo: si ricordino le parole di Lenin, secondo cui «la dottrina di Marx è onnipotente perché è giusta» (sic!) –, ma nell’unico Assoluto, ovvero Dio, che «è senso del mondo» (Wittgenstein), giacché il rischio, come disse Rosmini, è che «chi non è padrone di sé, è facilmente occupabile».

L’economia di mercato? Impossibile senza l’introiezione di una certa moralità

È assai di moda affibbiare la colpa a qualcuno o qualcosa che non gode del nostro favore, anziché svolgere un’analisi critica e matura di un nostro fallimento. L’economia di mercato rientra, non per caso, nel novero della deprecazione di una gran massa di persone che potremmo definire con L. von Mises “nevrotiche”. In un meraviglioso passaggio contenuto in una sua fondamentale opera – “Liberalismo” – l’austriaco asserisce che tale comportamento è proprio di un individuo frustrato e puerile che “non può sopportare che la vita gli si presenti col suo vero volto. […] E allora egli si rifugia in un’idea ossessiva. […] Nella vita del nevrotico l’autoinganno assolve una duplice funzione. Serve a consolare per gli insuccessi e a sperare nei successi futuri. Nel caso dell’insuccesso sociale […] la consolazione consiste nel convincersi che il mancato raggiungimento delle ambiziose mete perseguite non dev’essere attribuito alla propria inadeguatezza ma alle carenze dell’ordinamento sociale». Pare evidente che tale attitudine comportamentale derivi anche – ma, forse, soprattutto – da un certo tipo di educazione, indulgente, lassista e buonista che sfocia nella costruzione di uomini affetti dal vittimismo più stolido e ottuso, uomini incapaci di reagire alle asperità della vita.

In altre parole, la leva educativa è fondamentale affinché l’individuo, in età adulta, sia messo nelle condizioni di saper cadere e, successivamente, rialzarsi. Anchilosato, stordito o dolorante, sicuramente, ma la formazione ricevuta, severa e tendenzialmente illiberale – perché l’educazione di un bambino deve essere quasi di necessità guidata in modo autoritativo, nella speranza che i passati bambini, adesso adulti, abbiano appreso le medesime lezioni che ora sono chiamati a trasmettere alla prole – gli gioverà nel comprendere che per riuscire nella vita sono essenziali – anche se, come ci insegna Hayek, non saranno sufficienti in molti casi – impegno, dedizione, pertinacia, resilienza. Tale è l’idea di uomo misesiano, adulto, maturo, consapevole che “se il successo non si realizza” sarà chiamato a “moltiplica[re] i suoi sforzi” dal momento che “al destino avverso egli sa guardare in faccia senza cedimenti”. In questo modo difficilmente verranno cresciute monadi capricciose, fiacche e “autocentrate”. Al contempo, però, il soggetto che opererà nel mercato avrà dovuto introiettare alcuni principi morali che sostengono il buon funzionamento del processo stesso. Senso di responsabilità, rispetto per i patti conclusi e per il prossimo, ad esempio.

Perché di questo si sta parlando, ovvero dell’ossatura morale che soggiace a un’economia libera. Wilhelm Röpke, a questo proposito, ha scritto pagine di una bellezza assoluta e che necessitano di essere riscoperte oggi più che mai. Scrive il liberale cattolico tedesco, infatti, che essa – l’economia di mercato –  “può prosperare soltanto in una società in cui siano vivi alcuni principi fondamentali” quali “l’iniziativa individuale, il senso di responsabilità, l’indipendenza ancorata alla proprietà, l’equilibrio e l’audacia, il calcolo e il risparmio, l’organizzazione individuale della vita, l’inserimento nella comunità, il sentimento della famiglia, della tradizione e della continuità storica e, in più, menti aperte alla realtà presente e all’avvenite”, ma soprattutto “dei solidi legami morali […] il coraggio di affrontare virilmente i rischi della vita, il senso dell’ordine naturale delle cose ed una solida gerarchia dei valori”. Il solipsista narcisista è un’entità disancorata da una moralità di questo tipo, è privo di una siffatta intelaiatura valoriale, è un gretto materialista, un utilitarista in senso stretto. Tuttavia, come ci ricorda Röpke, “l’uomo, secondo la parola del Vangelo, non vive di solo pane”, ma ha bisogno parimenti di coltivare un certo spirito morale che sostenga il mercato. “Autodisciplina, senso di giustizia, onestà, fairness, cavalleria, moderazione, spirito di colleganza, rispetto della dignità umana, salde norme morali, sono tutte qualità che gli uomini debbono già possedere quando vanno al mercato e competono nella concorrenza; sono i sostegni indispensabili per preservare sia il mercato, sia la concorrenza da ogni degenerazione”.

Pertanto, abbracciando la logica di mercato non si può che allevare e far proprio un determinato spirito valoriale comune che affonda le radici tanto nella fortezza d’animo, introiettata dopo anni di faticoso apprendimento, quanto nel senso di responsabilità e rispetto per il prossimo, riassumibile nell’espressione “non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te”, essendo la dignità di ogni singolo uomo sacra e inviolabile. Ancora con Röpke, “l’economia di mercato esige dunque un grado medio soddisfacente di integrità personale e un integerrimo sistema giuridico capace di impedirle ogni slittamento verso condizioni morali deteriori”. Non mi sembra che in Italia queste condizioni minime siano soddisfatte. E i risultati si vedono, purtroppo.

Sulla sovranità più importante: quella individuale

Il periodo della campagna elettorale (non molto più felice è il post, indice di una politica su cui il mio scetticismo liberale è sempre più forte), com’è noto, diventa il momento in cui emerge con prepotenza tutto il carattere demagogico insito nelle democrazie. È l’occasione, in altre parole, in cui ogni singolo politico fa di tutto per portare dalla propria parte un pezzo di elettorato: promesse di bonus e reddito fornito dallo stato a pioggia, diminuzione di tasse ad libitum, allegro aumento della spesa pubblica, come se vivessimo nel Paese dei balocchi. Intanto paga qualcun altro.

Ciò che, tuttavia, mi preme sottolineare è la ricorrente promessa di taluni circa il recupero della perduta sovranità nazionale, come se i nostri problemi fossero creati da nemici esterni. Il problema, a detta di molti, risiede nel fatto che lo stato non può spendere e assistere i suoi cittadini come sarebbe giusto – vogliamo negarci un po’ di giustizia sociale? -, ma deve sottostare a feroci imperativi di greve e opprimente austerità.

“Riprendiamoci la sovranità, torniamo padroni del nostro bilancio!”, si tuona. Nel meraviglioso mondo di lorsignori, quindi, basterebbe agitare la bacchetta magica della sovranità nazionale e, puff!, risolto tutto. Certamente, l’assuefazione creata da un periodo esteso di paternalismo e pianificazione (economica e legislativa) centralizzata, non può che condurre molti a richiedere sempre più assistenza e aiuto. Ma questo ha dei costi enormi. In termini di libertà perduta, in primis.

Non ci si rende conto, cioè, che la politica ci ha reso sempre più “schiavi”, dipendenti e subalterni allo stato-biberon. Siamo diventati mezzi per fini stabiliti dall’alto, abbiamo perduto la capacità di affermare ciò che siamo, non siamo più capaci di pensare creativamente e reagire alle avversità. Pertanto, mi sembra che il tema più urgente sia il recupero della propria sovranità individuale. Si potrebbe obiettare che viviamo in una società già fin troppo individualistica, ma si tratta di un individualismo molto distante da quello liberale.

A tal proposito, Giancristiano Desiderio ha efficacemente catalogato come “individualismo statalista” il vizio italico (ma in realtà presente un po’ ovunque) che consiste di fatto nella servitù volontaria dell’individuo, quella che Kenneth Minogue ha definito “mente servile”. In altri termini, si cerca di tenere insieme sicurezza e libertà, quando queste due sono ineluttabilmente legate da una relazione di trade-off. E la tentazione del nostro tempo è quella di preferire un po’ di effimera sicurezza all’esercizio della libertà, talché si è sempre più disponibili, per dirla con Minogue, “ad accettare direttive esterne in cambio della rimozione dell’onere di esercitare una serie di virtù come la parsimonia, l’autocontrollo, la prudenza e la stessa civiltà”.

La libertà non è gratuita, non è facile da preservare, ma è la più preziosa caratteristica che ci rende uomini. Per riprendere F.A von Hayek, “dobbiamo essere preparati a fare sacrifici duri, anche materiali, per difendere la nostra libertà”. E, se fossimo così stolti da preferire lo stato-balia ad un’esistenza libera, allora “non meritere[mmo] né libertà né sicurezza” (Benjamin Franklin), ma tutt’al più i nostrani “grillozzi”.

Vita, libertà, proprietà, la base di una società veramente individualistica e libera che andiamo smarrendo (o abbiamo già smarrito?). Sarebbe forse il caso di ripartire da qui. Altro che sovranità nazionale.

L’impervio cammino per poter dire “io”

L’uomo è per sua natura un essere sociale. Egli, per dirla con A. Smith, è destinato a “sussistere solo in società”. Come mostrato da K.R. Popper, pare inverosimile ritenere che esista un’entità soggettiva, l’“io”, distaccata e anteriore all’esperienza. In altre parole, per dirla con le parole dello stesso epistemologo, “non nasciamo come io, ma […] dobbiamo imparare a essere degli io”.

La nostra soggettività viene sviluppata, dunque, solamente a partire dalle relazioni che instauriamo, intenzionalmente ed inintenzionalmente, con gli altri. L’individuo, così, entrando in contatto con altri soggetti, genitori in primis, e reagendo agli stimoli che gli pervengono dall’esterno si avvia verso il lungo e impegnativo percorso che lo condurrà alla conoscenza di se stesso e alla formazione della sua ineffabile unicità.

Non è, quindi, pensabile che un individuo sia veramente tale, se non si mescola agli altri individui, se non pensa tra altri soggetti pensanti, se non agisce in mezzo ad altri agenti. L’“io”, potremmo dire, non è altro che il prodotto, soprattutto inintenzionale e inconsapevole, delle varie esperienze che un soggetto conduce durante la sua vita. J. Habermas sostiene che “l’io si può bensì intendere come una costruzione sociale”, ma tale affermazione sembra trascurare l’inintenzioanlità, l’inconsapevolezza e la casualità nella formazione del soggetto. Alla base di tale convinzione si può forse intravedere quello che rispettivamente F.A. von Hayek ha chiamato “scientismo” o “razionalismo costruttivista”, e Popper ha denominato “razionalismo ingenuo”, ovvero l’idea che qualsiasi cosa di questo mondo sia il frutto di un piano deliberato, di un’azione cosciente, di un pensiero consapevole.

Le conseguenze di una siffatta credenza sono oltremodo funeste, in quanto non si ammette che vi sia qualcosa che sfugge a una qualsivoglia direzione razionalmente pensata. L’“io”, in tal modo, sarebbe l’esito di una o più decisioni prese a monte, stabilite in precedenza, ma questo risulta inaccettabile.

Chi può stabilire in toto chi sarà in futuro?

La realtà è troppo complessa e articolata per essere imbrigliata in un riduzionismo così miope. Alla luce di tutto ciò, non si può che concordare con Hayek e rifiutare “la convinzione che l’individualismo postuli (o basi i suoi argomenti sull’ipotesi del) l’esistenza di individui isolati o indipendenti”. Al contrario, non si può che “partire da uomini la cui natura e carattere vengano complessivamente determinati dalla loro esistenza nella società”. Ovvero, considerare l’ “io” come esito non programmato e non programmabile, frutto delle innumerevoli esperienze fatte con altri esseri a noi simili. Parimenti, non si può nemmeno prostrarsi di fronte alla diversità, ovvero rinnegare il proprio passato e calpestare il proprio presente.

A tal proposito, Sergio Belardinelli (“Il Foglio”, 17 gennaio) ha messo in luce come sempre più l’uomo (fondamentalmente occidentale) sia incapace di vivere da “animale sociale”, non si più in grado di percepirsi e considerarsi come “un animale relazionale”, e si comporti, invece, come “una monade autoreferenziale”. Ma, continua, l’uomo “ha bisogno degli altri per diventare ciò che è”.

Perché questo smarrimento?

Come aveva già espresso nel recente passato (L’altro Illuminismo. Politica, religione e funzione pubblica della verità, Rubbettino, 2009), è in crisi l’idea di uomo in sé, cioè a dire che, se l’individuo occidentale si è smarrito e non riesce più a (ri)trovare la strada, è perché ha tagliato i ponti con la sua storia e rinnega il pensiero filosofico che lo ha reso unico e irripetibile. In nome di una insipiente e stolida apertura incondizionata verso le altre culture, egli ha perso di vista la sua essenza, la sua intrinseca e consustanziale identità.

Ed è pacifico che, se non si vuole perdere “la capacità di relazionarsi continuamente con ciò che è altro”, bisogna ripartire dalla “consapevolezza di ciò che si è”. Non è distruggendo ed eliminando i propri riferimenti culturali, religiosi e storici che si può riaffermare la propria identità. Un sistema educativo (e informativo) che china il capo davanti al multiculturalismo politicamente corretto non va di certo incontro a un futuro roseo e promettente. Sarebbe allora il caso di ripartire dai fondamentali, avendo ben chiaro il passato per meglio comprendere il presente, affrontare il futuro e confrontarsi con ciò che è diverso. Tenendo a mente che l’idea antropologica di uomo “europeo” non è amorfa e anodina, bensì caratterizzata dalla convinzione dell’endemica ineffabilità e dignitosa unicità di ciascuno di noi. E che, appunto, la nostra naturale diseguaglianza non è un prodotto deliberatamente costruito, ma l’esito di esperienze che sfuggono (quasi totalmente) al nostro controllo.

La società aperta dimostra la sua superiorità rispetto a una società chiusa proprio perché si fonda sulla tolleranza e sulla possibilità data a ciascuno di dispiegare liberamente la propria personalità, realizzare i propri piani e raggiungere, ciascuno a suo modo, la propria felicità. Senza ovviamente urtare con le sfere individuali altrui. Come ebbe a dire A. Ferguson, infatti, “la libertà non è, come l’origine del termine può forse suggerire, una mancanza di qualsiasi restrizione, ma piuttosto la più efficace applicazione di ogni giusta restrizione a tutti i membri di uno stato libero, siano essi governanti o sudditi. È soltanto in presenza di giuste restrizioni che ogni persona è sicura, e non può essere violata la sua libertà, nella proprietà o nelle azioni che non provochino danno agli altri”. E, ancora, riprendendo Hayek, “buoni steccati fanno buoni vicini”.

Michael Oakeshott? Fondamentale per capire Casaleggio

I classici sono tali perché, grazie alle adamantine idee che elaborano, svolgono la funzione di preziose e sempiterne lenti analitiche della realtà. Uno di questi, piuttosto trascurato, perlomeno in Italia, è Michael Oakeshott. Per quanto mi riguarda, lo ritengo di fondamentale importanza per capire il profondo della concezione politica populista e, nella fattispecie, della “mente” (per taluni illuminata, per altri contorta) di Gianroberto Casaleggio.

Molti si stanno facendo circuire dalla svolta stilistica moderata e democristiana adottata dal “capo politico” a 5 Stelle Luigi di Maio, ma, in realtà, le radici ideologiche dei pentastellati sono da brividi. Infatti, il “cervello” del “non-partito” era una sorta di oracolo, imbevuto di gnosticismo e millenarismo. Su youtube ( https://www.youtube.com/watch?v=sV8MwBXmewU ) è possibile prendere consapevolezza di alcune sue profezie o, forse, auspici riguardo al futuro del nostro mondo (benché, sotto al video, la Casaleggio Associati si sia sentita in dovere di precisare che tali vaticini non sono né le volontà di Gianroberto né del Movimento).

In poche parole, il traguardo del mondo futuribile vedrebbe l’elezione di un governo mondiale, denominato “Gaia”, e il venir meno della politica, delle ideologie, delle religioni, poiché il sapere collettivo incarnerebbe la nuova politica.

Ora, per chi ha a cuore la libertà individuale di scelta, che una società tendenzialmente aperta tutela e promuove (con più di qualche evidente difficoltà, è chiaro), ciò desta serie preoccupazioni. In una visione di tale genere, infatti, quel politeismo di valori, di idee, di concezioni differenti e, perché no?, conflittuali del mondo a fondamento di una società libera pluralista (non è un caso che Raymond Aron designasse la democrazia liberale “regime costituzional-pluralistico”) verrebbero spazzate via dalla conoscenza collettiva, dal sapere in rete, magari guidate da un vate al contempo “servo” e “timoniere” del popolo.

Ebbene, Oakeshott ci dice che una visione “fideistica” della politica, come ad esempio ritengo sia quella populista, è caratterizzata dalla presunzione di sapere quale sia la strada che porta alla salvezza e alla perfezione sociale. Il governo, in tal senso, è considerato come “un’attività illimitata” e “la decisione e l’iniziativa politiche possono essere intese come una risposta a un’intuizione ispirata di ciò che è il bene comune”.

Questo è precisamente ciò che accade quando Grillo dice ai suoi adepti di fidarsi delle sue decisioni che sovvertono la votazione della base (esempio ne è la scelta dell’anno passato di Luca Pirondini a candidato per il posto di sindaco di Genova in sostituzione di Marika Cassimatis, eletta dalla base) oppure quando il “visionario” Casaleggio Senior (il figlio pare meno propenso a profetizzare) prevede il futuro del pianeta, considerato da molti grillini come un dono del cielo per la sua geniale lungimiranza.

Ma ancora più nitidamente, il filosofo inglese afferma che, nell’ottica della “politica della fede”, “la funzione di governo realizzerà giustamente un’elevazione morale che la pone al di sopra di ogni altro ufficio, vedendo l’uomo politico e i suoi sodali intesi al tempo stesso come i servitori, i leader e i salvatori della società”.

Il populismo, così, si candida ad essere il propugnatore di una palingenesi politica, in cui il popolo, quello moralmente integerrimo (e chi stabilisce i confini della moralità? A qualcuno è dato sapere in modo definitivo in cosa essa consista?), torni a essere il sovrano indiscusso, colui il quale sa dove è saggio andare, a quali lidi approdare, secondo una concezione della politica considerata “un’attività divina”. Come scrive Loris Zanatta, il populismo si configura, e lo abbiamo visto, come “una sorta di religione secolare, o di religione politica, col suo verbo e il suo profeta, i suoi culti e le sue liturgie: il tutto, però, non in nome di Dio, ma del popolo”.

E non è un caso, allora, che Juan Domingo Péron solesse dire, come ricorda lo studioso forlivese, che la “la vera democrazia è quella in cui il governo fa ciò che vuole il popolo”. Quello puro, onesto, lavoratore, certamente, opposto ai parassiti, alle caste, ai disonesti. Tutto a partire dalla fallace presunzione di poter razionalmente (ma anche, e forse soprattutto, emotivamente e aprioristicamente) dividere in modo inequivocabile ciò che è il Bene da ciò che è il Male, ciò che è morale da ciò che non lo è. E, in più, dalla mendace considerazione che l’essere umano è un monolite che tende verso un’unica direzione, quando, molto più realisticamente, esso è un impasto di bontà e cattiveria, di altruismo ed egoismo, di luce e oscurità.

Ciò comporta, come si è capito, che la suddivisione manichea della società (e ancora, meglio, la comunità da ciò che è alieno ad essa) sottenda una politica potenzialmente totalitaria, ammantata di collettivismo antiindividualistico. Come sostiene Zanatta, considerare il popolo e la comunità in maniera populista, “erode infatti il pluralismo, sia negando legittimità ai propri avversari, e dunque colpendo al cuore la dialettica politica democratica, sia mettendo a repentaglio la divisione dei poteri, sacra ai regimi democratici costituzionali, invocando la volontà popolare, la quale si impone su ogni filtro costituzionale. Solitamente, specie dove nessun ostacolo freni tale pulsione, il manicheismo populista sfocia in un’ideologia escludente”.

Infine, dunque, possiamo affermare che la concezione politica populista è impregnata di un afflato religioso e divino, una tendenza a ricercare la perfezione e la salvezza dell’uomo, secondo la pretesa che essa spossa essere tanto compresa quanto raggiunta. Da qui l’ammonimento di Oakeshott che “una singola, omogenea linea di sviluppo va trovata nella storia solo se della storia si fa un manichino su cui esercitare le proprie capacità di ventriloquo”.

E, così, J.S.Mill mette in guardia da un’attività onnipresente, capillare e antipluralistica del governo asserendo che “la perfezione meccanica cui tutto ha sacrificato alla fine non gli servirà a nulla, perché mancherà la forza vitale che, per far funzionare meglio la macchina, ha preferito bandire”.

Dulcis in fundo, credo valga la pena citare alcune splendide considerazioni di un’altra grande personalità: “Dove la società si organizza riducendo arbitrariamente o, addirittura, sopprimendo la sfera in cui la libertà legittimamente si esercita, il risultato è che la vita sociale progressivamente si disorganizza e decade. Inoltre, l’uomo creato per la libertà porta in sé la ferita del peccato originale, che continuamente lo attira verso il male e lo rende bisognoso di redenzione. […] Quando gli uomini ritengono di possedere il segreto di un’organizzazione sociale perfetta che renda impossibile il male, ritengono anche di poter usare tutti i mezzi, anche la violenza o la menzogna, per realizzarla. La politica diventa allora una «religione secolare», che si illude di costruire il paradiso in questo mondo.” Queste sono alcune luminose parole di Papa Giovanni Paolo II contenute nella Centesimus Annus del 1991. Ecco, forse necessiteremmo di una guida spirituale di questo spessore, che ci indichi i pericoli insiti nel perseguimento di una politica salvifica, messianica e fideistica.

Ma questo è un discorso che, per quanto complementare a quello sin qui trattato, andrebbe affrontato in separata sede.

 

I guasti dello Stato-pastore

Si ha un gran bel dire che viviamo in un mondo atomizzato e solipsistico, in cui il senso della comunità e la passione per il bene comune sono ormai ridotti al lumicino, e il ‘liberismo selvaggio’ spadroneggia ormai indisturbato in ogni ambito della vita sociale.

Ma tutto questo è soltanto il pregiudizio di un pensiero divenuto purtroppo dominante nel nostro Paese. Mercoledì 3 gennaio Sergio Belardinelli ha riproposto su «Il Foglio» alcune riflessioni di Christopher Lasch in merito alla crescita capillare della «cultura del narcisismo», tipica di una società che «ha perso interesse per il futuro».

Ora, come si fa a rimettere sui giusti binari il convoglio?

A mio avviso, l’infiacchimento, l’autoreferenzialità e il timore per i rischi sono il risultato di un’azione statale che tende a tarpare le ali all’individuo e alla sua libera forza creatrice. Non esiste al mondo creatura tanto adattabile quanto fantasiosa com’è l’uomo.

Pur partendo dall’assunto imprescindibile che mai potremo raddrizzare la stortezza di cui siamo fatti, è pur vero che abbiamo enormi potenzialità. Tuttavia, questo spirito ingegnoso e dinamico necessita della libertà per potersi sviluppare. Tocca constatare che sono le regole sempre più intrusive e lesive dell’autonomia individuale e della libertà di scelta che imbolsiscono l’essere umano e gli impediscono di dispiegare tutta la sua potenza.

Non è un caso che già Tocqueville vide in ciò una minaccia esiziale per una società prospera, allorché, parlando del nuovo tipo di servitù, tipico dello stato paternalista contemporaneo, disse che «dopo aver preso di volta in volta nelle sue mani potenti ogni individuo e averlo plasmato a suo modo, il sovrano estende il suo braccio sull’intera società; ne copre la superficie con una rete di piccole regole complicate, minuziose e uniformi […] non spezza le volontà, ma le infiacchisce […] non distrugge, ma impedisce di creare; non tiranneggia direttamente, ma ostacola, comprime, snerva, estingue, riducendo infine la nazione a non essere altro che una mandria di animali timidi e industriosi, della quale il governo è il pastore».

All’interno di questo passaggio c’è tutto, o quasi, dei mali del nostro stato assistenziale. Il fatto è che, come rilevato da F.A. von Hayek, l’intervento statale produce assuefazione, crea dipendenza, dà vita a «un’alterazione nel carattere della gente». Il suo ombrello protettivo imbolsisce, deresponsabilizza ed esacerba la richiesta egoistica di protezione, per cui risulta ancora assai efficace la sentenza di F. Bastiat secondo cui «lo stato è la grande finzione per mezzo della quale tutti cercano di vivere a spese di tutti».

Più veniamo cullati da esso, più ne diventiamo schiavi. Più chiediamo aiuto, più sviluppiamo timore per i rischi e i fallimenti. Con il risultato che non siamo più in grado di tentare e, qualora usciamo sconfitti da una sfida, anziché fare autocritica, attribuiamo comodamente la colpa dell’insuccesso ad altri. Come ebbe a dire L. von Mises, «solamente attraverso la conoscenza di se stesso, egli deve imparare a sopportare il suo destino senza andare in cerca di capri espiatori su cui scaricare tutte le colpe», dove «egli» indica colui che non guarda «alla propria inadeguatezza», ai propri limiti, agli errori commessi, ma affibbia perennemente la responsabilità a qualcun altro.

Ricorda, per caso, qualche forza politica?

In sostanza, al fine di ritornare padroni del nostro destino – per quanto non lo saremo mai fino in fondo, come osserva Hayek – tornare a maturare responsabilità e, in definitiva, essere davvero persone adulte, gioverebbe affrancarsi dall’ausilio statale. Inoltre, andrebbe anche riconosciuto che ogni intervento centralizzato si riverbera sui propri piani individuali, ha un notevole costo opportunità, insomma. Per dirla con Bastiat, ciò che si vede è quello che lo stato (momentaneamente e illusoriamente) ci dona, ciò che non si vede è quello che lo stato ci toglie, non solo in termini di risorse economiche, ma, soprattutto, in termini di perdita di responsabilità, sicurezza in se stessi e, infine, libertà.

In altre parole, per tornare a essere veramente liberi, liberi di provare e fallire, liberi di progredire in seguito agli insuccessi e, così, sviluppare resilienza e fortezza d’animo, sarebbe bene ridurre i tentacoli dello stato.

Non sarebbe ovviamente indolore. Infatti, come disse Hayek, la libertà «con il diritto di scelta, comporta inevitabilmente anche il rischio e la responsabilità di siffatto diritto». Ma, nel lungo periodo ne usciremmo davvero cresciuti, responsabilizzati e migliorati.

E potremmo finalmente sviluppare i nostri propri io. «La natura umana non è una macchina da costruire secondo un modello e da regolare perché compia esattamente il lavoro assegnatole, ma un albero, che ha bisogno di nascere e svilupparsi in ogni direzione, secondo le tendenze delle forze interiori che lo rendono una creatura vivente», così si espresse J.S. Mill.

Ciascuno di noi può sviluppare l’albero peculiare che ha dentro solamente riscoprendo il sapore e il valore della libertà.