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La parabola autoritaria in medio oriente

Il prezzo del greggio non tornerà a salire ai livelli precedenti alla recessione del 2014 e la crisi della governance dei paesi produttori si è irreparabilmente innescata. Negli ultimi cinquant’anni, i regimi degli “stati rendita” hanno mantenuto legittimità, comprando l’appoggio delle élite, e ingraziandosi l’opinione popolare grazie al contenimento della pressione fiscale e molteplici varianti di assistenzialismo. Impiego – il rapporto fra posti pubblici e privati in medio oriente e nord-Africa è il più alto al mondo, educazione e salute basica, sono al centro di un accordo tacito che implica la sottomissione. Ora però che il potere assoluto vede vacillare i flussi su cui si è sostenuto – 70 dollari statunitensi al barile, contro 100 nel 2014 e 140 nel 2008, le revisione di organismi inefficienti e corrotti, il cui unico obiettivo è la creazione di consenso, non potrà essere rimandata.

Lo shock procurato dall’ondata regionale di contestazione del 2011 non è stato riassorbito. Quei movimenti di protesta non hanno spalancato le porte della nuova era che molti attendevano, ma hanno aperto una crepa progressiva. Il patto costitutivo delle società fondate sul petrolio è stato imposto dall’alto. I cambi strutturali per creare un modello economico produttivo alternativo, e i risultanti adeguamenti economici, invece, non avranno luogo senza l’apporto diretto dei cittadini e delle cittadine. E se dalla negoziazione può derivare un paradigma politico che sostituisca la lealtà incondizionata con la partecipazione, da un stretta autoritaria è prevedibile che scaturisca un malcontento generale difficile da contenere.

La degenerazione dei programmi paternalistici aveva trascinato molte nazioni oltre limiti convenienti già negli anni novanta. I sussidi alla popolazione dal comparto estrattivo erano arrivati al 10 per cento del Pil in Arabia Saudita, il 9 in Libia, l’8 e mezzo in Bahrain e negli Emirati Arabi Uniti, l’8 in Kuwait; e il costo dell’espansione degli apparati burocratici aveva superato l’aumento del greggio – in Giordania governo ed esercito assorbono il 42 per cento della forza lavoro. In aggiunta, il mutamento demografico, tra altri fattori, aveva causato un tasso di disoccupazione dell’11 per cento, toccando il 30 nella fascia giovanile; e la qualità dei servizi educativi e sanitari aveva cominciato a declinare. Con la preoccupazione di non perdere terreno, sono state introdotte trasformazioni, dalla privatizzazione di imprese statali, alla liberalizzazione del commercio e l’integrazione nell’economia globale. Calate in compagini clientelari, prive di controlli e contrappesi, queste misure hanno finito per beneficiare piccoli gruppi di interesse e si è diffuso un sentimento di frustrazione e risentimento.

In Libia, Siria e Yemen, dove era stato osteggiato il consolidamento di libere istituzioni civili, il disfacimento dell’ordine dato si è risolto in guerra a tutto campo. In Tunisia ed Egitto, in presenza di un debole scheletro istituzionale, il crollo politico ha condotto a transizioni elettorali, anche se con esiti differenti, e nel caso dell’Egitto, incerti e contraddittori. In Giordania, Marocco e Bahrain, le monarchie hanno risposto all’opposizione attraverso l’introduzione di deboli interventi ad hoc, spesso solo simbolici – nel caso della Giordania e del Marocco, con iniezioni pecuniarie dall’Arabia Saudita, che hanno tamponato la situazione, pur persistendo, in special modo in Bahrain, un antagonismo di bassa intensità. Gli sceicchi del golfo hanno elargito sovvenzioni supplementari: 130 miliardi per aumenti di salario ed edilizia residenziale in Arabia Saudita, 3.560 dollari pro capite in Kuwait, 30.000 posti di lavoro e un incremento di borse di studio del 40 per cento in Oman.

La lezione della “primavera araba” non è stata recepita. Il problema della conduzione politica ed economica e del dialogo democratico è stato eluso con una pioggia di petrodollari, palliativi e propaganda. I sopravvissuti al collasso sono presto tornati al solito modus operandi – nel 2016 in Giordania sono state ampliate le facoltà del sovrano; e l’avanzata di un vecchio nemico, identificato nel terrorismo islamico, ha spostato il fulcro e scoraggiato molti, come in Egitto, dal confrontarsi con lo stato. Tuttavia, il calo del greggio ha acuito disequilibri mai sanati e ne ha sommato altri. Per non incorrere nel debito pubblico, l’Arabia Saudita, che secondo previsioni interne rimarrà in deficit fino al 2013, il Kuwait e gli Emirati Arabi Uniti, dopo essere ricorsi persino alle massive riserve fiscali, hanno dovuto operare tagli importanti. Questi hanno influito sulle economie di Egitto, Giordania – il debito ammonta al 95 per cento del Pil, Marocco e Tunisia, da sempre ricettori di finanziamenti, in quanto parte della loro sfera di influenza geopolitica. In Egitto e Giordania, all’inizio degli anni duemila, gli aiuti internazionali e le rimesse dei salariati dell’industria del petrolio ammontavano a oltre il 10 per cento del Pil, permettendo loro di vivere al di là dei propri mezzi, ma nel 2016, l’Egitto è dovuto ripiegare su un prestito di 12 miliardi dal Fondo Monetario Internazionale.

Sulla spinta della classe media, militanti politici, difensori dei diritti umani, donne e giovani, quest’anno il dissenso ha registrato un picco elevato in Arabia Saudita, Giordania e Iran.  In Arabia Saudita e Giordania, i giovani non occupati sono rispettivamente il 35 e il 30 per cento e da questo settore sopraggiungono istanze che, sorpassando la richiesta di riforme economiche, rivendicano una maggiore condivisione del potere.  Nonostante queste monarchie siano in ampia forma accettate, potrebbero rivelarsi più vulnerabili di quanto si voglia credere. L’esempio della Tunisia può servire da guida.  Sebbene molte questioni politiche, economiche e di sicurezza, non siano state sciolte, la dirigenza ha compreso la necessità di un rinnovato contratto sociale, imperniato su principi costituzionali, diritti individuali e collettivi e pacifica alternanza elettiva, capisaldi di stabilità.

La congiuntura offre alla regione l’opportunità, nel frattempo divenuta urgenza, di recuperare il messaggio inascoltato delle piazze del 2011. Di fatto, il passaggio da un impianto sovranista a quello del merito, l’innovazione e la competizione, indispensabile per il futuro, esige in primis una rivoluzione culturale, a partire da un’educazione per il pensiero critico, e un ambiente aperto alla diversità di opinioni e proposte.  Ci vorranno generazioni di intellettuali, professionisti, imprenditori, ricercatori, giornalisti, studiosi e attivisti, nonché leader visionari. Se gli ultimi sembrano scarseggiare un po’ dappertutto, i primi hanno offerto ampia testimonianza in medio oriente, quello che bisogna costruire è un ecosistema propizio alla loro crescita e incidenza. Del resto, gli ingredienti per lo sviluppo umano sono gli stessi ovunque: libertà e democrazia.

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L’affare Khashoggi

Il rapporto del 2018 di Human Rights Watch definisce la Turchia come il primo paese a livello mondiale nella persecuzione di reporter, commentatori e blogger. Quasi 200 cronisti sono detenuti e in attesa di giudizio per aver criticato l’operato del governo (leggi Free Zehra Doğan), grazie all’abuso delle leggi sul terrorismo che contemplano la possibilità di incriminare coloro che commettono reati per conto di un’organizzazione senza esserne membri, clausola attraverso la quale sono stati angariati anche scrittori e intellettuali. Dal tentativo di colpo di stato del 2016, sono stati chiusi 131 media per dissenso al regime e sono seguite intimidazioni, aggressioni, torture. La conversione di Erdoğan in un accanito ricercatore della verità riguardo all’uccisione del giornalista Jamal Khashoggi nel consolato saudita di Istanbul, assume quindi connotazioni grottesche, e ha solo spiegazioni squisitamente geopolitiche.

La Turchia non naviga in acque tranquille. Crisi monetaria, preoccupante inflazione e debito pubblico, relazioni danneggiate con Stati Uniti e Unione Europea, hanno indotto il suo uomo forte a raddrizzare il tiro della retorica anti-occidentale. L’Arabia Saudita è il maggiore investitore e uno dei top buyers nel mercato immobiliare, situazione che ha aiutato la Turchia a diminuire la propria dipendenza dall’Europa, ma l’efferato assassinio di Khashoggi ha offerto un’occasione insperata per sferrare un colpo a un antagonista storico, seminare zizzania fra questo e gli Stati Uniti, e ancora riguadagnare terreno sul versante di Washington, dopo l’acquisto di missili S-400 dalla Russia e l’arresto di cittadini americani con dubbie accuse di cospirazione, a modo di rappresaglia per l’alleanza degli Stati Uniti con milizie curde in Siria.

La rivalità di Ankara e Riyad, per l’egemonia religiosa e politica islamico-sunnita, è stata intensificata dalla restaurazione della dimensione confessionale della leadership da parte di Erdoğan, con l’adesione alla traiettoria ideologica dei Fratelli Musulmani, e l’offerta di un modello di governance alternativo, meno austero e punitivo del salafismo saudita. Per gli arabi liberali, così come per l’Europa, l’iniziale moderazione del Partito della Giustizia e dello Sviluppo aveva rappresentato una terza via all’autoritarismo secolare e il radicalismo: una forma di islamismo compatibile con la democrazia (leggi Turchia, la deriva autoritaria).

Il conflitto tra queste visioni regionali contrastanti ha cominciato a farsi evidente nel 2013 con lo schieramento della Turchia al fianco di Morsi in Egitto e dell’Arabia Saudita da quello dell’esercito che lo ha esautorato. Se l’ascesa del principe ereditario Mohammad Bin Salman in Arabia Saudita è stata considerata dalla Turchia come quella di una pedina in un piano di Stati Uniti e Israele per creare instabilità e sminuire il ruolo del vero Islam, dal canto suo, l’Arabia Saudita ha guardato con sospetto l’asilo prestato ai capi della fratellanza musulmana dopo la caduta di Morsi, la coalizione con l’Iran in Siria, e la difesa del Qatar nel contesto dell’embargo delle monarchie del golfo, ma soprattutto l’influenza che la Turchia sta tentando di ottenere in Kuwait e nel Mar Rosso.

Tuttavia, valutazioni di ordine economico hanno giocato una congrua parte nella riluttanza di Erdoğan di scalare la tensione con Riyad, persino quando dirigenti sauditi hanno incontrato rappresentanti del Partito dei Lavoratori del Kurdistan, che Ankara reputa un gruppo eversivo, o quando l’Arabia Saudita ha finanziato progetti di stabilizzazione in aree controllate dai curdi siriani, o ancora rispetto alla guerra in Yemen. La medesima accortezza è evidente nella gestione dell’affare Khashoggi, nonostante la scaltrezza nel coglierne l’opportunità. Le autorità turche hanno consegnato materiali probanti di indagine agli Stati Uniti, ma rifuggono dall’affrontare l’Arabia Saudita, cercando di rendere globale una questione bilaterale. Sin dall’inizio, le notizie sono spesso trapelate da fonti non identificate, e in maniera del tutto informale, per generare pressione sul principe ereditario, senza che questi venisse additato.

Gli sforzi di Ankara hanno pagato. Nelle ultime settimane, il segretario-generale delle Nazioni Unite si è pronunciato sull’incidente. Trump ha condannato i fatti, su sollecitazione del congresso.  Alcuni paesi europei hanno richiesto spiegazioni. Molte imprese hanno disertato la conferenza sugli investimenti futuri in Arabia Saudita. Ed è notizia degli ultimi giorni il fermo di persone imputate della tragica conseguenza di una colluttazione, fra cui stretti collaboratori di Mohammad Bin Salman, senza però che quest’ultimo sia stato implicato in quello che appare un delitto premeditato contro un autorevole detrattore della corona (leggi Riforme senza diritti: Arabia Saudita 2030). La Turchia, infatti, destreggiandosi in un abile tira e molla, non ha mai rilasciato prove contundenti a suo carico, con probabilità, in cambio di una contropartita finanziaria.

Aver lasciato il principe ereditario fuori dal caso favorirebbe Erdoğan pure nel dialogo con gli Stati Uniti, che ne hanno fatto la figura pivotale della politica in Medio Oriente. Il direttore della Cia, Gina Haspel, ha viaggiato ad Ankara per colloqui con funzionari turchi. L’obiettivo principale di Erdoğan è l’esenzione dalle nuove sanzioni all’Iran da cui la Turchia dipende sul fronte energetico. La Halkbank, di proprietà dello stato, è già oggetto di pesanti multe per la violazione di quelle precedenti. Tutte queste penalità esacerbano l’economia del paese in vista delle elezioni locali del 2019.

La Turchia ha tramato con astuzia nell’uso dell’informazione e ha cinicamente trasformato l’omicidio di Khashoggi in una potente arma per provare a ricalibrare il proprio posizionamento internazionale. Nondimeno, Trump ha dichiarato che prenderà una decisione in base al fascicolo finale della Cia, dal quale ci si aspetta un’eventuale attribuzione di responsabilità, e chissà che la lama non si riveli a doppio taglio.

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Islam politico

Dagli anni Settanta, hanno preso il via numerosi modelli di partecipazione politica di formazioni islamiche, il cui scopo è l’applicazione alla vita sociale della shari’a, ovvero di concetti coranici, nonostante il testo sacro non includa categorie sulla configurazione o amministrazione dello stato, e fornisca solo indicazioni di giurisprudenza o principi generali, fra cui quello della consultazione negato da tanti assolutismi contemporanei.  La sua traslazione istituzionale risponde pertanto a componenti affatto religiose – quali contesto, interessi di gruppi, mentalità di singoli, e apparati autoritari ne interpretano i versetti nella direzione a loro più conveniente, magari con la predisposizione di una polizia ad hoc, come in Arabia Saudita, per vigilare che le persone adempiano all’obbligo della preghiera.  L’islam politico è stato quindi minato da pulsioni centralizzatrici e fondamentaliste, alimentando ambiguità, e provocando un corto circuito tra le libertà personali e la sfera etico-spirituale.  La definizione ha poi inquadrato compagini estremiste violente che hanno esplicitato programmi per la concrezione dell’islam a livello politico.

Una delle sue pietre miliari è stata la rivoluzione iraniana del 1979, con l’ascesa del pensiero dell’ayatollah Khomeini, per il quale “L’islam o è politica o non è nulla”.  Nell’universo arabo convivono approcci diversi.  I Fratelli Musulmani, per esempio, rivelano un’ampia gamma di sfumature, da un paese all’altro e all’interno degli stessi.  In Tunisia, propendono all’accettazione delle regole dell’alternanza; in Egitto e Giordania, manifestano atteggiamenti tradizionalisti e intolleranti; in Marocco, si mostrano come moderati conservatori; in Turchia, si è imposto uno schema reazionario. Tuttavia, Sayyid Qutb, personalità chiave dell’islamismo radicale, che si oppone con decisione alla democrazia, è il riferimento teorico-ideologico sia per la fratellanza sia per le fazioni armate.

Sebbene la comunità occidentale asserisca che le relazioni internazionali siano stabilite sulla base della condicio sine qua non dell’adempienza ai diritti umani, ha agito adoperando il metro del proprio vantaggio, senza altro criterio per la valutazione del fenomeno e i suoi effetti, appoggiando realtà anche contrapposte, a seconda di cangianti circostanze, così aggravando un quadro di per sé complicato.  Nella corrente congiuntura, fra la parabola claudicante della primavera araba, la persistenza di regimi dispotici, e il dilagare del terrorismo jihadista, il rapporto fra islam politico e democrazia rimane acceso.  Se le tensioni in Egitto e Turchia, e la guerra in Siria, hanno riportato il tema al centro del dibattito globale, in questi giorni, i risultati delle elezioni in Libano e in Tunisia lasciano spazio a speculazioni sul rischio di possibili scenari.

In particolare, in Libano, hezbollah, stato nello stato di ispirazione islamica, finanziato da Iran e Siria, di cui una risoluzione dell’Onu richiede la smobilitazione, ha guadagnato terreno sul governo di Hariri, considerato inefficace nel sovrintendere la guerra siriana dall’elettorato e filo-saudita da parte iraniana.  L’irrobustita presenza di hezbollah nell’esecutivo, non solo potrebbe amplificare il conflitto regionale per procura tra Arabia Saudita e Iran, ma aggroviglia la matassa in Siria, e fomenta la bellicosità di Israele, che identifica in Beirut la capitale della resistenza palestinese – la notte scorsa l’esercito israeliano ha colpito cinquanta postazioni iraniane in Siria dopo che la forza Al-Quds di Teheran aveva lanciato venti razzi verso la prima linea israeliana sulle alture del Golan (leggi Medio Oriente, il ruolo di Arabia Saudita, Iran e Stati Uniti e L’Iran fra giochi di palazzo e cambio generazionale).  Per sfuggire alla perpetuazione di una cassa di risonanza di questa portata geopolitica, e benché hezbollah non abbia intenzione di rovesciare la coalizione inter-confessionale creata da Hariri, la plutocrazia al timone dovrebbe cominciare a riflettere in termini di visione politica più che di forzato bilanciamento tra affiliazioni religiose.

Senza un discostamento dalla premessa dell’attuazione della parola divina, non si potranno costruire stati legittimati dalle scelte dei cittadini.  I fallimenti sinora registrati riconducono al non aver saputo forgiare né una cultura religiosa inclusiva dei diritti umani, né una cultura democratica rispettosa della dialettica pluralista, né tantomeno una totale rinuncia alla violenza.  Del resto, molteplici fattori sembrano giocare a sfavore dell’islam politico, dall’insolvenza nella gestione degli affari nazionali e la prassi dell’esercizio del potere, alla crescita del dissenso al progetto dello “stato clericale” e la ferma posizione della società civile sulla questione della democrazia.  La capacità di convogliare consenso dei partiti islamici, attraverso un’organizzazione capillare e assistenza a settori disagiati, non si è accompagnata a un operato adeguato alle attese.  In qualche caso, si aggiunge poi il mancato controllo dell’esercito, che si è schierato con le aspirazioni popolari.

Alcuni analisti sono convinti che l’islam politico, esaurita la sua spinta, si trovi in una situazione stagnante.  Altri credono che la spiegazione di un certo indietreggiamento vada invece ricercata nella persistenza di disequilibri e crisi interne.  Un cambio tattico, insomma, che non divergerebbe dall’obiettivo.  Pur se è evidente che nell’estenuante tentativo di adattare la modernità ai precetti della religione, si è inibita la naturale evoluzione delle strutture sociali, ostaggio di una dottrina incapace di incontrare il mondo, la soluzione non è debellare l’islam politico o secolarizzare i paesi islamici; piuttosto, far progredire la cultura politica in senso liberale e democratico, evitando qualsivoglia sensazione di assedio, facilitando dialogo e confronto, e ricordando il tempo richiesto dal processo di laicizzazione del “cristianesimo politico”.

La semantica ha già dato un passo, spostandosi da islam politico a “democrazia musulmana” nelle parole di Rachid Ghannouch, leader del partito tunisino Ennahda – del resto in Europa i cristiano-democratici ci sono sempre stati.  Aldilà di retorica e opportunismo, è stata la società civile un po’ ovunque in Medio Oriente, con preponderanza di giovani e donne, e specialmente in Iran negli ultimi anni, a dare prova di coraggio, sostituendo l’idea di “islamizzazione” con quella di “religiosità”, e suggerendo che se la spiritualità può alimentare i valori, la politica e la legislazione devono sottomettersi alla razionalità pubblica.

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Turchia, la deriva autoritaria

La Turchia, nel silenzio generale, è diventata una minaccia allo stato di diritto internazionale.  Le ondate di arresti e licenziamenti – 90 mila al primo trimestre di quest’anno, voluti dal presidente Recep Tayyip Erdoğan, e susseguitisi dal fallito colpo di stato del 15 luglio del 2016, per purgare le istituzioni da chiunque associato con Fethullah Gülen, clerico in esilio in Pennsylvania, si sono estesi oltre i confini domestici.  Presunti oppositori sono stati deportati da diciotto paesi, con la collaborazione locale o interventi di intelligence, compresi richiedenti asilo per persecuzione politica, e almeno in venti sono state fatte pressioni affinché le scuole guleniste venissero chiuse.

La Turchia non è l’unica a braccare i propri nemici all’estero, ma l’intera operazione è fuori dal comune per scala e rapidità, al punto che l’Interpol sta esaminando casi per abuso politico, fra cui quello dello scrittore turco-tedesco Doğan Akhanli, fermato e bloccato in Spagna per due mesi in attesa dell’estradizione.  Anche gli accademici espatriati per sfuggire alla repressione, fra i quattrocento firmatari di una petizione per la pace fra lo stato e il PKK, temono la longa manus di Erdoğan.

Il movimento, contro il quale Erdoğan si è scagliato con tale veemenza, è cresciuto negli anni settanta ed è basato sulla modernizzazione dell’Islam e la liberalizzazione economica.  Sopravvissuto a cambi di vertice di varia natura, si è sempre allineato con l’establishment, fungendo da barriera allo spettro interno di una rivoluzione di stampo socialista e, soprattutto, proiettando all’esterno l’idea di un soft power.

Nei Balcani e in Asia centrale, aree dove la Turchia ha storicamente maturato importanti vantaggi, proprio grazie alle scuole guleniste, sono stati creati legami culturali ed educativi, con lo scopo di estendere l’influenza geopolitica e soddisfare le esigenze di un mercato in crescita, arrivando a costituire una rete globale, intessuta nelle élite di decine di paesi, che per lungo tempo ha agito come la testa di ponte della politica estera turca.

Dai primi anni del duemila, il Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP) di Erdoğan, in fase di costruzione, stringe un patto strumentale con il movimento gulenista, il quale mette a disposizione i quadri per la pubblica amministrazione e l’esercito e, attraverso i propri mezzi di comunicazione e organizzazioni della società civile, crea un’immagine di alto profilo per la Turchia.  All’inizio della seconda decade, però, l’accordo si spezza su opinioni divergenti riguardo al Partito dei Lavoratori Curdi (PKK), Israele e la corruzione, e cinquantadue esponenti di spicco del gulenismo vengono arrestati, dopo aver fatto scoppiare uno scandalo sulle attività criminali dei figli di quattro ministri, poi dimissionari. Nella narrativa di Erdoğan, il movimento si sarebbe alleato con il PKK, considerato una compagine terrorista, il Partito dell’Unione Democratica, suo affiliato curdo-siriano, e altri gruppi extra-parlamentari, con i quali avrebbe dato inizio alle proteste sedate con violenza del Gezi Park di Istanbul, e proseguito con un primo tentativo di rovesciare il governo nel 2013, culminato nel 2016, secondo la ricostruzione di regime, con l’appoggio degli Stati Uniti di Barack Obama.

L’assassinio di tre attivisti del PKK a Parigi è un esempio drammatico della capacità dei servizi segreti.  Basti ricordare che Erdoğan è arrivato a impiegare le proprie guardie di sicurezza contro i manifestanti fuori dalla residenza dell’ambasciatore a Washington e ha diffidato la Francia che si era pronunciata a favore della causa curda.  La Germania ha avviato discussioni riguardo alle minacce volte alla diaspora turca, e l’Olanda ha espresso preoccupazione in merito al monitoraggio dei turchi residenti da parte dell’autorità religiosa di Ankara, nonostante l’Unione Europea, notoriamente priva di una strategia estera, rimanga in sostanza a guardare, nascosta dietro la foglia di fico di risoluzioni del parlamento, ambigue e inconclusive (luglio 2017 e novembre 2016), pur efficaci per i titoli di giornale.

Il referendum che ha modificato la costituzione, ampliando e accentrando i poteri del mandatario – il presidente punta a restare al comando fino al 2029, è passato con il 51.4 per cento dei voti, in una nazione divisa, in perenne stato di emergenza, dove il “fronte dei traditori” – nelle parole di Erdoğan all’ultimo congresso dell’AKP, è destinato ad aumentare.  Sebbene nessuna delle parti abbia interesse a chiuderlo per prima, nelle presenti circostanze, e dopo tredici anni di tormentati abboccamenti, è difficile immaginare come l’integrazione della Turchia possa riavviarsi.

Inoltre, dal punto di vista turco, l’Europa è più conveniente da rivale che da alleato, e ironicamente proprio la risoluzione del parlamento europeo finisce per fare il gioco di Erdoğan, il cui sostegno popolare si regge in larga parte su sentimenti di antagonismo verso l’occidente contro i quali può fare sfoggio di forza.  L’inettitudine dell’Europa nel trovare un meccanismo controllato dall’unione per gestire il flusso di migranti e rifugiati, e lo stratagemma adottato per bloccare gli ingressi, ha finito per foraggiare uno stato corrotto, autoritario, illiberale e anti-democratico, dove viene censurata la stampa e si parla della reintroduzione della pena capitale.  Non solo ha generato un impasse politico di difficile soluzione, ma ha consegnato a un dittatore un potere di negoziazione che non ha precedenti in nessun altro processo di adesione.

L’occupazione di Afrin, città curda in Siria, è un aspetto ulteriore di questa battaglia senza quartiere che non rispetta né frontiere e sovranità, né il cessate al fuoco dell’Onu.  Di nuovo, la Turchia, che ha beneficiato di traffici illeciti con i territori controllati dall’Isis, pone a rischio la guerra contro le tasche ancora attive del califfato nero nella valle dell’Eufrate sul confine con l’Iraq.  La fanteria curda, della coalizione a guida statunitense, senza la quale non si sarebbe potuta liberare Raqqa, si è spostata dal nord-est per andare a difendere i civili sotto attacco, fra cui le proprie stesse famiglie, costringendo gli americani a occupare posizioni difensive, e quasi azzerando il presidio per arginare il deflusso da questo teatro dei foreign fighters in direzione dell’Europa, dalla Siria centrale, la Giordania o la stessa Turchia.

Lo sberleffo a un’Europa debole e in crisi di identità, non è nemmeno comparabile allo schiaffo inferto alla Nato.  La guerra all’Isis è in stallo a causa di un suo membro, senza che gli Stati Uniti riescano a fargli cambiare rotta.  Erdoğan è intenzionato a proseguire negli altri enclave curdi del nord della Siria – Manbij e Kobani, tuttavia, a differenza di Afrin, sono protette da truppe di terra e aria della coalizione, in una dichiarata campagna di pulizia etnica che vorrebbe spazzare via lo stato curdo, costituitosi de facto nel nord e nell’est della Siria a seguito dell’avanzata contro l’Isis.

Intanto ad Ankara prevale la retorica nazionalista che mette in secondo piano le inchieste per peculato, lavaggio di denaro sporco, e circonvenzione delle sanzioni contro l’Iran per la compra-vendita illegale di petrolio, in cui in momenti differenti sono stati implicati un faccendiere vicino a Erdoğan, arrestato a New York, e suo figlio Bilal.

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Sos Afghanistan

Dopo oltre quindici anni, non è azzardato pensare che la coalizione Nato in Afghanistan e nel nord-ovest del Pakistan non abbia una strategia decisiva.

Il governo di unità nazionale, frutto di un patto di condivisione del potere, mediato da John Kerry nel 2014, fra i due contendenti che si accusavano di brogli elettorali – Ashraf Ghani, presidente, e Abdullah Abdullah, primo ministro, è frammentato e piagato dalla corruzione.

Soprattutto è incapace di mantenere l’ordine. Mentre i soldati sono impiegati in check-point statici, sparsi e vulnerabili ad attacchi letali, e i servizi segreti concentrati in interventi militari contro talebani e Isis, invece di provvedere intelligence essenziale, la polizia, più che per l’applicazione della legge, viene utilizzata per la protezione dei membri del congresso, e spesso compie errori grossolani ai danni dei civili.

Dal canto suo, il sistema legale non riesce a far fronte alla criminalità, rivelandosi inefficiente persino nella detenzione dei terroristi catturati.  È un marchingegno, tenuto in piedi dal sostegno internazionale, le cui forze di sicurezza non controllano porzioni cospicue del paese.

Per alcune stime, i gruppi non statuali, che esercitano forme di gestione, vesserebbero il 40% del territorio.

L’invasione degli Stati Uniti nel 2001 rovesciò il regime talebano che spalleggiava azioni di al-Qaeda.  Sebbene le operazioni iniziali sembrarono funzionare, gettando le fondamenta di quella che avrebbe dovuto essere una nazione democratica e sovrana, le complessità sul terreno e il ridimensionamento della campagna a seguito della guerra in Iraq, ne hanno ostacolato possibili ripercussioni positive.

Al momento, l’Afghanistan brancola per la sopravvivenza.  I talebani hanno toccato un picco, irrobustito dal contributo della rete eversiva Haqqani e da quello delle fazioni di al-Qaeda respinte dal Pakistan nel 2014.  Guidati da Haibatullah Akhunzada, sovvenzionano progetti di sviluppo nelle aree rurali e promettono riforme del sistema educativo, mentre promuovono la propria ideologia con l’ausilio di internet.

La perdita di due importanti leader non ha intaccato la coesione e il funzionamento della rigida gerarchia, ma i tentativi di conquista di capitali provinciali – Kunduz nel 2015, e altre nel 2016 e nel 2017, hanno fallito.  Cementati nell’etnia pashtun, non solo sono in lotta con altre consorterie tribali, ma rimangono distanti dalla maggioranza dei cittadini urbani che aderiscono a un islam aperto a diritti e libertà individuali.

Un’inchiesta su scala nazionale del 2015 ha rivelato che il 92% degli afghani è a favore del governo di Kabul e il 4 per cento a favore dei talebani, conclusione coerente con i numeri di altre avvenute nella decade anteriore.  La stessa inchiesta ha inoltre confutato l’idea che nella percezione diffusa siano diventati moderati.

Di fatto, è stata scelta un’altra direzione.  Le bambine e le ragazze, bandite dalle scuole dai talebani, sono il 39 per cento dell’utenza; in parlamento 69 dei 249 seggi sono riservati alle donne, mentre in senato sono state elette 27 candidate su 102 uomini.

Nonostante la sorprendente resilienza dimostrata, il ricorso massivo alla brutalità – atti dinamitardi, sabotaggi, raid in luoghi pubblici, rapimenti, assassinati – a causa dei quali sono state trucidate, o menomate, decine di migliaia di persone, sfollate famiglie e intere comunità, distrutti beni comuni, limitati movimento, accesso a salute, educazione, e soccorsi umanitari, li ha alienati dall’opinione generale.

Questi sono anche implicati nel traffico di stupefacenti: la metà abbondante del finanziamento dell’organizzazione e fonte di introito per i comandanti locali.  Nel passato i talebani esportavano droga in forma di sciroppo oppiaceo; ora sono stati installati laboratori per la sintesi di morfina ed eroina – l’80 per cento dell’oppio mondiale è prodotto in Afghanistan.

La gente non ne approva la dipendenza dal Pakistan, limitrofo e impopolare.  I servizi pachistani appoggiano i talebani con comunicazioni, armi letali, e rifugio sicuro.  I combattenti continuano a lanciare offensive in totale impunità dalle città pachistane di Peshawar, Quetta e Islamabad, su uffici governativi, e istallazioni della Nato e degli Stati Uniti.

Sprovvisti dell’appoggio, o il vigore, per rovesciare il governo o tantomeno ampliarsi, il destino dei talebani non è promettente e vana è la speranza di riprendere Kabul e stabilire uno stato islamico.  Neutralizzarne il pericolo, però, è essenziale per l’Afghanistan.  Il governo è debole, gli attacchi mirati non sono sufficienti, e i talebani persistono.

Questa è una guerra che non può vincere nessuno, nemmeno gli americani.  L’alto consiglio per la pace è arrivato a uno stallo nel 2011, quando il suo incaricato, Burhanuddin Rabbani, è stato ammazzato.  La sequenza di attentati di alto profilo che ne è scaturita ha costruito uno scenario improbabile per il dialogo.  Eppure la via diplomatica è l’unica percorribile.

Se un incremento del livello di pressione militare potrebbe indurre i talebani a trattare, ci sarà un futuro soltanto con un accompagnamento di Stati Uniti e coalizione, e un riorientamento della relazione fra Stati Uniti e Pakistan, e Stati Uniti e Russia.

Il distacco di Barack Obama ha indotto la Russia a pensare di doversi occupare in maniera unilaterale di un Afghanistan progressivamente instabile.  L’allora presidente rimpolpò le truppe internazionali fino a 150 mila unità, per l’addestramento e l’equipaggiamento di 350 mila effettivi nazionali in un arco di diciotto mesi, da promessa elettorale del 2009.

Non prima del 2015, vi lasciò 9.800 marines e non erano stati ottenuti i risultati prefissi.  Le deliberazioni di Donald Trump, al principio nella stessa ottica, sono mutate vis-à-vis con le aggressioni del sedicente stato islamico – attivo in Afghanistan e Pakistan, e l’esigenza di continuare a frapporsi alla sua espansione, ma non hanno convinto della loro efficacia la Russia, in piena fase di rilancio nella risoluzione di crisi globali dalla Siria alla Libia.

Dall’occupazione, le opinioni di Stati Uniti e Russia sono state pressoché allineate, e il dispiegamento di lungo termine di truppe americane e della Nato è stata facilitata dall’autorizzazione al passaggio di armamenti e rifornimenti sul suolo russo.

La collaborazione ha subito un raffreddamento dopo l’annessione dell’Ucraina da parte di Mosca nel 2014.  Malgrado le sanzioni americane, che hanno chiuso le forniture di elicotteri russi Mi-17 – sostituiti dai Black Hawks americani, la Russia non è comunque favorevole a un ritiro degli Stati Uniti e il consigliere di Vladimir Putin per l’Afghanistan, Zamir Kabulov, ha dichiarato che, senza la presenza statunitense, il paese è condannato al collasso.  Sergey Lavrov, ministro degli affari esteri, giudicando l’amministrazione Obama fallimentare, e quella di Trump alla stregua di un vicolo cieco, identico al precedente, reclama un’intercessione energica di Washington.

Il Cremlino ha un vantaggio comparativo che risiede nell’intersecamento di contatti e capacità, creati nel corso del conflitto russo-afghano (1979-1989), nel quale una larga fetta di militari e diplomatici ha acquisito profonda conoscenza culturale e logistica dell’Afghanistan, e una massa critica di funzionari e ufficiali afghani sono stati formati a Mosca.

A novembre Mohammad Atmar, consigliere per la difesa, ha evidenziato il ruolo significativo della Russia nel sedimentare un dialogo indirizzato a convogliare i talebani al tavolo negoziale.  Del resto, la loro posizione si va indebolendo con la posticipazione dell’opzione politica.

Sono stati, poi, favoriti colloqui ufficiali con la partecipazione di Cina, Iran, Pakistan e Afghanistan; ed è stato riannodato il gruppo di contatto, integrato da India, Pakistan e Afghanistan. Benché queste discussioni non abbiano ancora portato a esiti definitivi, il Cremlino ha raggiunto lo scopo di collocarsi come un attore chiave in asia centrale.

Allo stesso modo, ha irrobustito le relazioni bilaterali con altri stati nella regione, attraverso l’affiancamento a Damasco e Teheran nella guerra in Siria, e l’assistenza militare al Pakistan.  Ogni mossa, funzionale al rafforzamento della credibilità nel garantire la sicurezza, e l’ingrandimento del giro di affari e investimenti, è pianificato con un occhio alla Cina e l’avanzata della sua influenza, potenziata da vaste iniziative di infrastruttura.  A dispetto di alcuni toni da guerra fredda, l’antagonista geopolitico non è inevitabilmente o esclusivamente rappresentato dagli Stati Uniti.

Resta tutto da capire il livello di coinvolgimento di Mosca con i talebani per sconfiggere l’Isis.  Mentre i primi, storica insorgenza afghana, non costituiscono un pericolo fuori dai confini domestici, i secondi, apparsi dal 2015, e arroccati con la cellula locale Wilayah Khorasan a duecento chilometri da Kabul, sono una minaccia transnazionale, che i russi sono determinati ad annichilire.

Alcune esternazioni di Kabulov lascerebbero pensare che si siano armati i talebani contro l’Isis. La manovra, peraltro non inedita, è rischiosa, per la competizione innescata fra i due e l’escalation delle rivalità interne, incluse quelle con l’autorità centrale.

La recrudescenza degli attacchi terroristici degli ultimi mesi, che dal 2018 registra una media giornaliera di dieci vittime civili, potrebbe esserne un contraccolpo, se si osserva con attenzione l’alternanza delle rivendicazioni.

Intanto circa 400 mila afghani hanno inoltrato istanza d’asilo in Europa dal 2015.  Le richieste sono pervenute in prevalenza in Germania e Svezia che hanno risposto con un notevole aumento di espulsioni. I dati Eurostat indicano che il tasso di rifiuto è stato del 52 per cento, in confronto al 5 per cento dei profughi siriani.

L’Unione Europea ha siglato un accordo sull’immigrazione con Kabul, in concomitanza con lo stanziamento di 5 miliardi di euro per la cooperazione allo sviluppo, in cui il governo riaccoglie i propri cittadini e Bruxelles ne copre i costi di ritorno e reinserimento.  Gli stati membri hanno corrisposto un alto prezzo per salvaguardare le proprie frontiere, non paragonabile tuttavia al costo pagato da coloro i quali una volta rimpatriati, riferisce un rapporto di Amnesty International, sono stati uccisi o perseguitati.

L’Afghanistan non è un paese d’origine sicuro per la dottrina del non-refoulement e l’Europa continua a restare in bilico sulla corda del rispetto dei diritti umani e della sostenibilità delle proprie politiche.

Per quanto si siano spesi, e si continuino a spendere, miliardi nel processo, l’Afghanistan ha poche istituzioni funzionanti e non si è generata che una preoccupante incertezza.  Non vi sono né guide né quadri che possano provocare un cambio, o ispirare una visione, e il momento continua a necessitare fermezza.

Il governo di Mohammad Najibullah resistette tre anni dopo il ritiro sovietico, con una reazione muscolare verso i signori della guerra all’opposizione.  Privo del supporto attuale, il governo di Ghani durerebbe una ancor più breve frazione.

La democrazia, con le sue variegate espressioni formali, ha bisogno di pazienza e perseveranza nel coltivare capitale umano e far crescere leader di calibro.  L’Afghanistan non è campo per neofiti o dilettanti e qualsivoglia strategia deve essere radicata nella lingua, l’orizzonte culturale e la conoscenza delle realtà politiche.

Ciò nondimeno, dopo l’esperienza in Iraq, la psiche collettiva americana troverebbe difficile accettare un tale vincolo.  Trump, e i suoi consiglieri McMaster e Mattis, che hanno servito in Afghanistan, hanno considerato di non replicare l’errore di Obama in Iraq, dove l’ascesa dell’Isis è stata agevolata dalla smobilitazione degli Stati Uniti in un quadro di mancata pacificazione, e di transitare, piuttosto, da un criterio temporale a uno tattico, focalizzato sull’obiettivo minimo di adeguate condizioni di sicurezza.

Sono altresì state imposte pressioni sul Pakistan con la sospensione di 1.3 miliardi di dollari in aiuti militari a Islamabad.

Viene da domandarsi se sia verosimile fare e rifare la stessa cosa e aspettarsi un epilogo diverso.  Purtroppo pare non ci sia alternativa.  Dentro questi limiti si possono continuare a contrastare i talebani e l’Isis in Afghanistan e i loro alleati in Pakistan, conservare una piattaforma dalla quale raccogliere intelligence per il controterrorismo, incoraggiare una crescita economica modesta ma ferma, e provare a consolidare un governo responsabile a Kabul, con l’auspicio della stabilità regionale.

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Politica

L’Iran fra giochi di palazzo e cambio generazionale

Attraverso la cortina di fumo sulle dimostrazioni pubbliche delle ultime settimane, proviamo a guardare all’Iran come al laboratorio politico che è sempre stato, con la sua fitta rete di movimenti sociali che hanno lottato senza sosta per modernizzare la nazione e dato vita alla prima rivoluzione costituzionale del medio oriente nel 1906, e dagli anni sessanta e settanta, a quell’islam politico che guadagnerà importanza in seguito alla primavera araba del 2010-11.

Dopo aver demolito una monarchia assoluta, fatta di lussi, tirannia e diplomazia – frutto di un colpo di stato dei servizi segreti statunitensi e britannici per evitare la nazionalizzazione della produzione di idrocarburi, ed essere passato per la ferocia massificante della rivoluzione islamica, l’Iran è un sistema ibrido, composto da organismi guidati da principi coranici e istituzioni erette sui cardini di una repubblica.

Si è trattato di un quarantennio di sofisticate alleanze e riallineamenti nei comparti economici, religiosi, militari e paramilitari, che hanno condotto a un delicato equilibrio domestico, ma efficace. L’Arabia Saudita, e i paesi illiberali del Golfo Persico, amici degli Stati Uniti, nonostante le operazioni di cosmesi, agevolate dai petrodollari, rimangono lontani anni luce da qualsiasi forma di governo e rappresentazione democratica.

Le presidenziali dello scorso maggio sono state chiave per l’Iran. Hassan Rouhani, espressione dell’area pragmatista della Repubblica Islamica, la cui base è la borghesia urbana e la classe intellettuale, grazie all’apertura al libero mercato, le relazioni estere, e la diversificazione dell’economia, è stato rieletto con quasi ventiquattro milioni di preferenze, sbaragliando cinque contendenti ufficiali, in un suffragio universale dove è necessaria la maggioranza assoluta. Rouhani, che ha ottenuto il plauso mondiale per l’accordo sul nucleare – firmato nel 2015 con Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Russia, Cina e Germania, è stato inoltre sostenuto dall’area riformista e correnti dell’opposizione, alcuni affiliate a organizzazioni non riconosciute che si erano sempre astenute, così come da una parte dell’area conservatrice.

Sebbene la guida suprema, Khamenei, e l’ala intransigente del clero, avessero favorito Ibrahim Raisi, ex-magistrato della commissione deputata al giudizio dei nemici della rivoluzione negli anni ottanta, per una volta nella storia, ha vinto l’altro candidato. Rouhani ha conquistato la fiducia trasversale di forze che hanno visto in lui un fattore di stabilità, ma soprattutto la possibilità di un graduale mutamento.

È lo scenario di un Iran in continua evoluzione e per questo esposto a crisi endogene ed esogene. Il deficit economico è lievitato durante il precedente mandato di Rouhani con alti tassi di inflazione e disoccupazione e non sono state mantenute le promesse del 2013 di aumentare le libertà civili.

Le rinnovate assicurazioni per una concrezione degli effetti sperati delle manovre economiche sul divario fra ricchi e poveri, l’incentivazione di posti di lavoro e settore privato, e la promozione di una società più aperta, hanno generato enormi attese nella cittadinanza e molta preoccupazione nell’establishment.

I conflitti tra fazioni avverse sono stati acuiti dalla scomparsa del già presidente Rafsanjani, pontiere di levatura nella politica interna iraniana. A ciò si somma il precario stato di salute di Khamenei, 78 anni, la cui eventuale morte – il figlio attua come vice, con un pragmatista in carica, porterebbe a una difficile transizione nell’entità che detiene il monopolio dei settori economici cruciali. L’influenza di Rouhani e dei pragmatisti era fiorita sotto l’egida di Obama, ma l’inversione di rotta di Trump – che sarebbe stata intrapresa anche da Hillary Clinton, lo indebolisce nella negoziazione con i conservatori.

Gli attacchi dei conservatori a Rouhani si sono susseguiti in maniera incalzante con l’arresto del fratello per imprecisate questioni finanziarie, l’attacco mediatico per sminuirne i successi militari sull’Isis o attribuirli a decisioni della guida suprema, e il contrasto alla ratifica parlamentare dell’agenda educativa globale dell’Unesco, considerata una prescrizione di valori.

Pure in questa ottica vanno letti i recenti disordini innescati a partire dalla città di Raisi, sfidante di Rouhani; luogo di culto a orientamento conservatore, roccaforte altresì dell’ex-premier Ahmud Ahmadinejad, escluso dalla corsa presidenziale e acceso agitatore, da poco costretto agli arresti domiciliari. L’inefficacia dell’accordo sul nucleare per ridurre lo strangolamento dell’economia iraniana, l’aumento dei prezzi al consumo, e il 40 per cento di disoccupazione giovanile, hanno infiacchito il presidente agli occhi dell’elettorato.

In aggiunta, lo scontento per l’impegno militare in Siria (leggi Siria. La pantomima della linea rossa), Libano, Yemen, Iraq, Bahrain e la conseguente sottrazione di decine di miliardi di dollari all’economia nazionale per forniture belliche e svariati aiuti internazionali – in Siria, solo i prestiti a garanzia sovrana ammontano a 4.6 miliardi di dollari, hanno fatto sì che le proteste si diffondessero con rapidità. Di fatto, Rouhani oggi governa con meno autonomia di quattro anni fa. L’avvicendamento che i conservatori progettano per il 2021 si sta già cucinando e potrebbe avvenire in anticipo.

La rinsaldata alleanza fra Stati Uniti e Arabia Saudita – le relazioni diplomatiche fra sauditi e iraniani sono interrotte da gennaio del 2016 (leggi Medio Oriente, il ruolo di Arabia Saudita, Iran e Stati Uniti), e lo spettro di nuove sanzioni economiche che allontanano i capitali, rinvigoriscono l’élite conservatrice, le sue micce populiste e posizioni anti-occidentali. Tuttavia, il gioco di palazzo si è ritorto sui mandanti e la frustrazione popolare si è estesa a Khamenei con tale violenza che questi si è dovuto barricare dietro la teoria del complotto straniero.

Le proteste non sono state in grado di mettere in stallo l’assetto nato dalla rivoluzione islamica – la capacità dei pasdaràn di contenere la piazza è innegabile, ma sono destinate a provocare delle alterazioni nelle dinamiche di potere. Un cambio generazionale si prepara con progressione e determinazione e, con esso, un processo politico, per certo a lungo termine, che finirà per apportare modifiche complessive.

Inferiore ai 25 anni è l’età media degli arrestati, secondo il ministero dell’interno; i contestatori sono in gran parte studenti. Il 70 per cento degli iraniani ha meno di 30 anni, coscienza storica e politica della contemporaneità, minime differenze culturali in confronto ai coetanei europei, ma un dislivello ampio rispetto ai genitori. In Iran si è consolidata una subcultura metropolitana post-islamica, spesa ancora perlopiù nel privato, che va però avanzando negli spazi pubblici, dai cortei in reazione all’imposizione fraudolenta di Ahmadinejad nel 2009, ai rally di quest’anno contro l’oppressione del regime.

Il futuro si scommette sull’economia, l’allentamento della pressione morale e la battaglia per le libertà della persona. L’obiettivo di attirare 150 miliardi di dollari in investimenti stranieri, per stimolare la crescita e lo sviluppo tecnologico, ha incassato contratti con Boeing, Airbus, Total, Peugeot, Volkswagen, Glaxo Smith Kline, e Vodafone, per citarne alcuni.

Pochi giorni fa, l’Italia ha firmato accordi per 5 miliardi. Rouhani, il quale ha anche instaurato relazioni commerciali con Cina e India, intende ridimensionare le ripercussioni della volatilità del mercato del petrolio e della distorsione costituita dalla posizione dominante delle compagnie controllate dall’aristocrazia teologica armata, e allo stesso tempo accumulare riserve in valuta pregiata per stabilizzare la moneta.

E se l’autorità religiosa, all’indomani degli scontri, cosciente della critica incalzante di una gioventù vivace, ha messo al bando lo studio dell’inglese dalle elementari per frenare l’invasione culturale occidentale; il presidente ha riguadagnato terreno, affermando il dovere dello stato di garantire spazi di protesta. L’esito di questa contesa intestina, e le strategie adottate, avranno conseguenze per la pace nell’intero medio oriente. Collocato fra il Mar Caspio e il Golfo Persico – l’Asia e L’Europa, il paese, con le sue risorse economiche e militari, ed eccezionale valenza simbolica, può avere un peso decisivo sia nel bene sia nel male.

L’Iran è preso fra tensioni contrarie, quella alla riforma e quella alla rivoluzione, mentre gli Stati Uniti parrebbero volersi spostare da una politica di contenimento standard della rivoluzione iraniana a una sostituzione di regime. Trump, rivolgendosi ai manifestanti, ha twittato di essere pronto a muoversi quando convenga – soluzione fallimentare in partenza, spesso conducente a guerre civili, a meno che non si sia disposti a un esteso vincolo politico e militare.

I costi-benefici di un’impresa di tale portata sono contingenti ai mezzi impiegati, e la storia dell’interventismo statunitense indica che le alternative che potrebbero essere messe in atto, ossia il rafforzamento di soggetti locali o la mobilitazione di truppe, non arriverebbero a colpire il bersaglio. Esclusa l’invasione in un territorio il doppio dell’Afghanistan e il triplo dell’Iraq, caratterizzato da deserti e montagne, e con 80 milioni di abitanti nelle principali città, persino il sodalizio con realtà antagoniste non è fattibile, mancando di capitale politico o consenso di massa.

In questa galassia si trovano i Mujahedeen del Popolo Iraniano – di ideologia di stampo comunista e con l’appoggio a Saddam Hussein per l’occupazione dell’Iran nel 1980 nel curriculum (benché rimossi dalla lista dei gruppi terroristici degli Stati Uniti nel 2012 e corteggiati da alcuni falchi a Washington); i monarchici – per cui l’opinione pubblica iraniana non nutre alcuna nostalgia, dopo una rivoluzione, otto anni di guerra e quaranta di sanzioni (anche se l’erede dello scià di Persia, partigiano di Trump, ha cercato di posizionarsi come attore politico e convincere il presidente a patrocinare l’Iran laico); il Movimento Verde – mai confluito in una struttura coesa, e con i suoi esponenti di spicco agli arresti domiciliari o sotto sorveglianza speciale (malgrado il parere di taluni a Washington che possa essere potenziato e risuscitato); e la popolazione di studenti, donne, professionisti della classe media, e poveri urbani e rurali – che pur essendosi sollevata, con veemenza rivoluzionaria a ogni opportunità, rivelando un gap sostanziale nella visione di paese, non nutre simpatia per ingerenze esterne.

Nemmeno una macchinazione segreta, messa a punto dall’intelligence, per rimuovere l’ayatollah Khamenei e i comandanti dei pasdaràn, funzionerebbe, dato che il governo iraniano è stato architettato in una rete complessa di apparati politici e di sicurezza che ne garantiscono la salvaguardia da rovesciamenti forzosi. L’Iran non è l’Iraq di Hussein, il cui incauto accentramento ne rese possibile la destituzione.

Volente o nolente, a Trump non resta che la via diplomatica. La campagna in Iraq ha mostrato le sequele devastanti della democrazia esportata con gli eserciti. E i capi del Movimento Verde, l’evento più ragguardevole avvenuto dalla rivoluzione, non hanno mai confutato i caposaldi della Repubblica Islamica e hanno permesso l’elezione di Rouhani in ben due tornate, affidandogli il compito di congegnare il cambiamento all’interno dei meccanismi istituzionali esistenti. Del resto, persino il regime religioso, memore dell’esperienza del 2009, e della primavera araba, e non ha tentato brogli per manipolare il voto.

Piuttosto che smantellare gli accordi presi, quindi, gli Stati Uniti dovrebbero costruire sulle loro fondamenta e aprire fronti di discussione con i moderati riguardo a terrorismo e sicurezza regionale su cui esiste una convergenza di interessi.

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